mercoledì 23 luglio 2014

Vogliono tagliare le pensioni ma salvano quelle dei deputati

Antonio Signorini - Mer, 23/07/2014 - 07:59

Mentre rispunta l'ipotesi di colpire gli assegni dai 3mila euro lordi, la Camera mette in bilancio un buco previdenziale da 131 milioni: 25 di contributi contro 157 di spesa


Tagli alle pensioni «d'oro», che poi scopri che sono quelle da 3.000 euro lordi in su. L'ipotesi è rispuntata in questi giorni difficili per il governo, tra conti che non tornano e una manovra correttiva che incombe. Ne ha parlato il sito Formiche.net, come possibile copertura del bonus di 80 euro. Ipotesi tecnica, per il momento, ancora non sottoposta al vaglio politico di Palazzo Chigi. Dalla Presidenza del Consiglio non sono arrivate né conferme né smentite.

Se non un realistico «il premier Renzi farà di tutto per non fare una cosa del genere», proveniente da ambienti governativi.Quello che è certo è che c'è una categoria di «pensionati» che non fa sacrifici e resiste a tutto. La «previdenza» dei parlamentari rimane un caso unico di squilibrio e privilegio, in barba alla spending review e alle riforme - votate dagli stessi parlamentari - che hanno trasformato il sistema previdenziale italiano in quello più severo dell'Unione europea.

Dal bilancio interno della Camera in corso di approvazione in questi giorni, emerge ancora una volta l'anomalia delle onorevoli pensioni. Nel 2014 Montecitorio prevede di incassare tra ritenute e contributi previdenziali pagati dai deputati 25,7 milioni di euro e, nello stesso anno, di spendere per i vitalizi 156,2 milioni di euro: sette volte tanto. Il «buco» previdenziale dei deputati, del tutto teorico perché il bilancio della Camera copre tutte le spese per vitalizi e assegni di reversibilità, è di circa 130 milioni in un solo anno.

Se i normali cittadini avessero lo stesso trattamento in termini di rapporto tra contributi pagati e assegni incassati, l'Inps sarebbe in rosso di quasi 220 miliardi di euro e l'italia sarebbe in una bancarotta conclamata e irreversibile. Per dare una misura: se tutti i contribuenti e pensionati italiani fossero deputati ed ex deputati, il deficit si appesantirebbe ogni anno di un percentuale vicina al 16%; il rapporto deficit Pil sfiorerebbe il 19%.

La fortuna dei deputati è che sono pochi e possono contare sulla autonomia amministrativa di cui gode il Parlamento e gli altri organi costituzionali, troppo spesso utilizzata per ottenere benefici economici. Come segnale di buona volontà nel bilancio 2014 c'è il contributo di solidarietà che pagano tutti i pensionati con un assegno di 14 volte superiore al minimo. Una delibera dell'ufficio di presidenza di giugno stabilisce che lo paghino anche gli ex deputati.

Quando fu approvata, la Camera spiegò che sarebbe stata finanziata da trattenute variabili sui vitalizi superiori ai 90 mila euro. Peccato che la cifra, peraltro modesta visto che sono 275mila euro, a leggere il bilancio, risulta registrata solo tra le voci in uscita. Il sospetto, insomma, è che i vitalizi degli ex deputati restino intatti che a farsi carico del contributo, o meglio di dare la cifra corrispondente allo Stato, sia la Camera.Si dirà, il sistema previdenziale dei parlamentari è già stato riformato, impedendo ad esempio le pensioni precoci di deputati.

Ma non si capisce perché agli eletti non possa essere semplicemente riconosciuta una contribuzione da cumulare con quella da lavoro dipendente. Qualcosa da tagliare ci sarebbe anche per gli ex deputati. Ad esempio i 900mila euro in un solo anno che Montecitorio sostiene come contributo alle spese degli eletti a riposo. Sfidiamo i lettori a trovare un'azienda, che si faccia carico delle spese dei dipendenti pensionati. O un parlamento così generoso.

IPhone 6, Apple ne ordina 80 milioni

Corriere della sera

di Nicola Di Turi

Per l’arrivo del nuovo smartphone previsto in settembre, Cupertino punta alto e mira a 120 milioni. E le fabbriche cinesi assumono altri operai per soddisfare l’ordine


mera
L’attesa per il nuovo iPhone 6 comincia a crescere. E per dimostrarsi all’altezza delle aspettative, Apple sembra sul punto di togliere il velo al nuovo gioiello di casa. Dopo le anticipazioni sulla data di presentazione del nuovo smartphone di Cupertino, prevista per il 10 settembre con debutto sul mercato il 19, il gigante californiano avrebbe già ordinato qualcosa come 70-80 milioni di pezzi per il nuovo iPhone 6.


Voglia di iPhone6: ecco le nuove immagini 
Voglia di iPhone6: ecco le nuove immagini 
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La rincorsa di Samsung
Secondo quanto appreso dalWall Street Journal, la produzione dovrebbe essere completata entro dicembre, superando di non poco il record stabilito lo scorso anno con la fornitura di circa 60 milioni di iPhone 5s e 5c. Dietro l’ordine inoltrato ai produttori cinesi, insomma, si nasconderebbe la grande fiducia nelle attese dei consumatori per il nuovo melafonino. I 70-80 milioni di iPhone 6 riguarderebbero complessivamente entrambi i modelli in rampa di lancio da 4,7 e 5,5 pollici, dal momento che non sono trapelate indiscrezioni sulle cifre scorporate. Ma secondo quanto riportato dal foglio di proprietà del magnate Rupert Murdoch, Apple avrebbe richiesto ai produttori delle singole componenti di fare scorte per arrivare a produrre fino a 120 milioni di pezzi.

D’altronde, la misura dei piani di sviluppo del gigante californiano l’aveva data lo stesso Tim Cook a San Francisco, durante l’ultima Apple Worldwide Developers Conference (WWDC) dello scorso giugno. In quell’occasione, l’amministratore delegato Apple aveva confermato il superamento di quota 500 milioni di iPhone venduti in tutto il mondo. Di certo però Cupertino si aspetta una forte domanda di mercato anche per il nuovo smartphone, proprio in virtù del rinnovato design che avvicinerebbe il nuovo modello a concorrenti da sempre più “ingombranti” come i Samsung S. Una concessione sulle dimensioni del display, che secondo gli analisti potrebbe convincere i consumatori e portare ad un balzo tra il 15% e il 20% delle vendite anno su anno, rispetto al 2013.
Il mercato asiatico
La produzione dell’iPhone da ben 5.5 pollici dovrebbe partire a fine agosto, con un lancio previsto sul mercato che però potrebbe far slittare alla fine dell’anno lo sbarco sugli scaffali del modello più grande, con il rischio di spostare anche l’uscita del modello da 4.7 pollici. Secondo il WSJ, alla base dei ritardi potrebbero esserci complicazioni spuntate proprio a causa dello sviluppo del display. Complicazioni che in ultima analisi potrebbero spingere Cupertino a ritardare il lancio di entrambi i modelli a dopo l’inizio del prossimo anno. Ma per ora le operazioni in vista di settembre sembrano partite in grande stile.

Con l’avvicinarsi di un mese da sempre molto caldo in ottica annunci e lanci di nuovi prodotti Apple, Foxconn e Pegatron, due delle case produttrici cinesi che lavorano per conto di Cupertino, avrebbero cominciato ad assumere decine di migliaia di operai. Un segno di quanto l’azienda della Silicon Valley si aspetti di sfondare anche in Cina e in Asia, nonostante i risultati raccolti finora. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel secondo trimestre del 2014 le vendite di dispositivi che utilizzano il sistema operativo iOs di Apple avrebbero rappresentato il 14,7% del totale in Cina, surclassate dai dispositivi Android con l’82,7% di quota di mercato.

Non è andata meglio in Italia, dove a maggio Android di attestava a quota 75,5%, contro il 12,5% di sistemi che girano su iOs. In Asia invece è il Giappone a rappresentare l’eccezione, dal momento che Apple trionfa tra i giapponesi con il 51,7% contro il 47% di Android. Ma in generale lo sterminato mercato asiatico è visto davvero come una potenziale gallina dalle uova d’oro, anche perché in Paesi come la Cina il traffico mobile ha ormai superato quello da casa, a conferma di una tendenza in rapido sviluppo anche in Italia.

Il trend però resta importante soprattutto per il gigante cinese, poiché da tempo la Cina rappresenta il mercato più grande sia per gli accessi al web che per i possessori di smartphone. Secondo gli ultimi dati riportati dal China Internet Network Information Center, alla fine di giugno in Cina erano attivi 632 milioni di utenti, e l’83,4% di loro confessava di accedere alla rete in mobilità. Insomma, numeri di gran lunga compatibili con le decine di milioni di pezzi in arrivo per il nuovissimo iPhone 6.

22 luglio 2014 | 18:04

Equo compenso, Apple aumenta i prezzi di computer, iPhone e iPad

La Stampa

bruno ruffilli

Per la Mela il rincaro è a carico dei consumatori, ma non tutti i produttori hi tech sono dello stesso parere. Il ministro Franceschini, che ieri ha firmato il decreto per le nuove tariffe: “Una ritorsione contro i clienti italiani”


mera
La differenza è minima, pochi euro, ma si notano. Il MacBook Air, ad esempio, passa da 829 euro a 933,03, l’iPhone 5s 16 GB da 729 a 732,78, l’iPad Air 16GB da 479 a 481,56. Apple ha alzato i prezzi di molti i prodotti in conseguenza delle nuove tariffe dell’equo compenso. Così sullo store online, andando avanti con la procedura d’acquisto di un iMac, ad esempio, all’ultima pagina compare la dicitura “Include tassa su copyright di € 4,00”. 

Apple sconfessa in questo modo i due punti cardine della campagna a sostegno dell’equo compenso portata avanti negli ultimi mesi da Siae: da una parte, contro tutte le assicurazioni del ministro Franceschini che proprio ieri ha firmato il decreto, l’aumento ricade sul consumatore e non viene assorbito dal produttore o dall’importatore, e dall’altra parla in maniera esplicita di “tassa”. Hanno facile gioco i sindacati Siae a definire “ provocatoria” l’iniziativa di Apple, ma non possono non notare che l’aumento è “esattamente pari alla rivalutazione della tariffa dovuta per equo compenso, decisa dal Governo il 21 giugno scorso”. Tanto esattamente che è calcolata al centesimo anche la più assurda delle tasse, l’Iva sull’equo compenso.

Un’operazione «di pura mistificazione della realtà», denunciano le sigle sindacali dei lavoratori della Società italiana degli autori ed Editori «mirata a confondere i consumatori e a mantenere inalterati i propri ingenti profitti, spesso realizzati attraverso l’utilizzo di manodopera a basso costo» (qui il riferimento è alle fabbriche cinesi dove vengono realizzati iPhone e iPad, ma anche apparecchi per altri marchi, da Sony a Microsoft, passando per Samsung). Apple Italia - concludono i sindacati Siae - sembra ignorare che il successo dei suoi prodotti è in gran parte dovuto alla migliore riproduzione delle opere dell’ingegno per le quali è universalmente riconosciuta un’equa remunerazione». Il ministro Franceschini spiega di essere «allibito per non dire indignato», mentre alla Siae si stanno studiando reazioni e un consiglio di gestione è stato convocato per domani mattina.

Eppure, più di ogni altro produttore hi tech, Apple è nella posizione di poter rigettare l’accusa dei sindacati Siae: a Cupertino fa infatti capo iTunes Store, il più grande negozio di musica del mondo, nato undici anni fa proprio per contrastare la pirateria e corrispondere agli artisti il giusto compenso per le loro opere. E chi acquista una canzone su iTunes sta già pagando il dovuto a musicisti, scrittori, arrangiatori, esecutori, e lo sta facendo già attraverso la Siae. Con il lancio del suo negozio virtuale, Steve Jobs non solo dimostrò che dagli Mp3 poteva nascere un modello di business , poi imitato da tanti altri, come Amazon e Google, ma anche che era necessario diffondere una cultura della legalità.

Per molto tempo iTunes è stata la sola alternativa alla pirateria, ma da qualche anno i servizi di streaming musicale online crescono e anzi in Italia nella prima metà del 2014 hanno superato perfino il download (la notizia è proprio di oggi). E questo potrebbe bastare a bollare l’equo compenso come una battaglia di retroguardia, condotta sul principio che abbia ancora un senso copiare da un supporto all’altro la musica che si acquista, mentre in parecchi ricorrono a Spotify, Deezer e smili anche per la maggiore comodità: brani e playlist sono sempre tutti disponibili e sincronizzati automaticamente su più dispositivi. 

Apple fa notare che un analogo aumento c’era stato anni fa, all’epoca del decreto Bondi. Da tempo per ogni acquisto sono indicati Iva e “oneri di legge” con una trasparenza difficilmente riscontrabile altrove, sia nei negozi che online. Ma la situazione è molto complessa, e una rapida indagine nelle sedi italiane dei vari produttori hi tech lo dimostra: Samsung non ha ancora deciso se farsi carico dell’aumento, LG lo assorbirà, non si conosce la posizione di Microsoft, Google per ora mantiene gli stessi prezzi sullo smartphone Nexus5 e sul tablet Nexus 7. Sony distingue: non subiranno aumenti di prezzo i televisori (che ora pagano 4 euro di equo compenso per la sola possibilità di registrare programmi tv), ma con ogni probabilità non sarà possibile fare altrettanto con hard disk, schede di memoria, chiavette Usb, dove l’equo compenso inciderà in maniera significativa (un disco esterno da 2 TB ad esempio passerà da 60 a 80 euro iva esclusa). 

Per il presidente di Confindustria digitale Elio Catania l’aumento dei prezzi era prevedibile e la mossa di Apple una «reazione da parte delle imprese a fronte di una imposizione del tutto ingiustificata». Franceschini però non è d’accordo. Quello deciso da Apple, sostiene il ministro, è un «aumento puramente ritorsivo nei confronti dei loro clienti italiani». E a dimostrarlo, dice, ci sono i prezzi degli iPhone nei diversi paesi europei, basta guardare a quelli, sottolinea, «per capire che l’aumento della copia privata non c’entra nulla». Il ministro fa anche le cifre: «in Francia un iPhone 5s da 16 Gb - dice- costa 709 euro a fronte di un tariffa per copia privata di 8 euro, in Germania 699 con una copia privata di 36 euro, in Italia 732,78 euro (,78 per far pesare l’Iva!) ora che la copia privata è a 4 euro mentre era a 729 euro con la copia privata a 0,90». Insomma, allarga le braccia Franceschini, «scaricano sui soli consumatori italiani il legittimo compenso dovuto agli autori pur di non ridurre lievemente il loro margine di guadagno. Che altro dire?». 

Se il computer è troppo personal

La Stampa

marco giacosa

Il racconto di chi riceve richieste di assistenza, tra donne in lacrime, signore che si sentono perseguitate dagli operatori telefonici e uomini con il pc a pezzi (e forse non solo quello)

mera
La cosa, volendo, è semplice: qualcuno ha un problema e contatta qualcun altro affinché glielo risolva. «Buongiorno, ho il pc rotto, vorrei sapere quanti giorni impiegate a ripararlo», chiedono. La vita sarebbe facile fosse così, esistesse davvero qualcuno in grado di risolvere i problemi a prescindere dalla misura del danno, che potesse sovrintendere a tutto e tutto sistemare. L’uomo tecnologico che riceve cento telefonate al giorno e dà supporto tecnico, e comunque una risposta, si chiama Jacopo Galeazzi ed è titolare della T.S.A, un’azienda di assistenza informatica a Torino; con lui tentiamo una ricostruzione per frammenti del grande mosaico che rappresenta l’Uomo Attuale.

Tesi, fotografie, documenti di lavoro
Non è forse il sogno di tutti il tasto rewind, ritornare indietro e cambiare strada o anche soltanto, a volte, ritrovare ciò che si è perduto? «Se non recupero i dati mi suicido», ha detto un giorno una donna in lacrime. Un altro tizio, fotografo per professione, ha perso le immagini, tutte le immagini, di un matrimonio, il suo lavoro. Studenti che perdono tesi di laurea. Mamme che arrivano ad avere il figlio di 14 anni senza più una fotografia del figlio nei suoi primi 14 anni. Perdere i dati è perdere una parte di sé stessi; e quando perdi te stesso puoi soltanto chiedere aiuto.

C’è chi cambia vita
Porta il computer ad aggiustare, sottoscrive un preventivo, poi non ritira la merce. Abbandona tutto. Una volta chiama un tizio: «Un po’ di tempo fa ho portato un pc da voi, e non sono mai riuscito a venire a prenderlo». Pausa. «In realtà è un bel po’ di tempo fa». Erano passati due anni. Cosa rara? No: ogni cento riparazioni, succede una volta o due. 

I complottisti
Una signora cambia operatore telefonico e si convince che l’abbandonato voglia rivalersi. «Non è che il vecchio gestore mi manda i virus?». Signora, direi di no. «Non è che il vecchio operatore mi blocca il pc per ricattare il nuovo gestore?». Signora, direi che è impossibile. «È sicuro?».

Il luogo comune dà sicurezza
Le certezze degli utenti sono tre. Primo: «Norton è pesante»; secondo: «Il Mac non prende virus»; infine: «Vista fa schifo». Anche gli anziani lo sanno, o meglio: ne sono convinti. Perché Norton era pesante nel 2003, i Mac non prendevano virus quando erano poco diffusi e con un processore lento tutti, non soltanto Vista, sono in difficoltà.

Quelli con la vita smontata.
C’è chi si presenta in negozio con un sacchetto, con dentro i pezzi di quello che era il loro pc. «Me lo aggiusta?». Sì, ma prima lo deve rimontare. «Se m’impresta un cacciavite lo rimonto qui». No, mi dispiace, lo rimonti a casa. E il cliente sparisce.

Anche gli adulti fanno «Ooh!»
Quando dici che Office va pagato. «Me lo installi gratis». «Eppure il mio amico…». «Ma ce l’hanno tutti». I concetti diritto d’autore, licenza, giusto compenso per un’opera dell’ingegno sono sconosciuti: si stupiscono tutti.

Porno
Dieci film porno sul desktop passino, in fondo sono icone. Ma lo sfondo con un uomo nudo pronto all’amore no, il tecnico di quell’immagine subisce il fastidio. Salva la foto, imposta un colore neutro, lavora, e poco prima della consegna ripristina l’originale. 

Tuttavia, chi decide cosa è «normale»?
Uomo: «Può mandarmi un tecnico per il pc, che io devo dormire perché devo fare poi la notte?». Altro uomo: «Ho fatto rissa, il pc ha preso un pugno e si è rotto». Donna: «Il mio computer ha preso un’onda di tè». Donna: «Ho il computer pieno di formiche». Uomo: «È possibile mettere una telecamera sull’auto per vedere chi me la riga la notte?».

Alla fine.
Scrive Chuck Palahniuk: «La stessa cosa che succede nella stragrande maggioranza delle preghiere, il più di quello che vi capita di ascoltare sono lamentele e domande. Aiutami. Ascoltami. Guidami. Perdonami». In sostanza ti prego di volermi bene così come sono, anche se sono un po’ rotto: questo desidero quando ti chiedo l’aiuto. 

Per il mio computer, che neppure troppo in fondo è me.

Quando i cattolici andarono in trincea a difendere la pace

Giordano Bruno Guerri - Mer, 23/07/2014 - 08:45

Pur fedeli ai dettami del Papa Benedetto XV, i deputati moderati concessero a Salandra i pieni poteri per entrare nel conflitto. Politicamente fu un miracolo. Ma non cambiò le sorti del Paese


mera
Il 20 agosto 1914 morì papa Pio X. Erano già in armi Austria e Germania, contro Russia, Francia, Giappone, Serbia: cattolici e protestanti alleati contro altri cristiani, altri cattolici, buddhisti e musulmani. Bastarono tre giorni per eleggere il papa. Benedetto XV aveva 60 anni ed era un eccellente diplomatico. Da sempre i governi europei ricordavano che il papa, nei grandi conflitti, si schierava con l'uno o con l'altro dei contendenti. Fu quindi grande la sorpresa e l'irritazione quando Benedetto scelse una posizione nuova: la neutralità.L'Italia esitava a scendere in campo, benché alleata di Germania e Austria, e questo piaceva a Benedetto.

Obbediente al papa, con l'eccezione di pochi vescovi e sacerdoti, il clero si adoperò perché l'Italia rimanesse fuori dal conflitto ma, come per la Libia, i cattolici erano divisi tra obbedienza e patriottismo. I cattolici dell'Italia moderna hanno una forte tendenza a dividersi in correnti perché sono uniti da un collante più religioso che politico o ideologico e hanno idee diversissime sui fatti che non coinvolgono la Chiesa e la morale. I fedeli, dunque, erano spaccati fra le varie posizioni politiche che laceravano anche i laici: chi voleva entrare a fianco degli alleati, chi contro di loro; chi chiedeva la pace; chi la voleva solo per sfruttarla.

In genere i filoimperiali erano intransigenti che vedevano nell'Austria l'ultimo difensore del cattolicesimo contro il pericolo slavo. Altri, di cultura e gusti filofrancesi, acclamavano la guerra all'Austria. La borghesia cattolica era generalmente interventista, come quella liberale; il popolo era più neutralista, come i socialisti.Nella sua prima enciclica Benedetto XV indicò la causa della «disastrosissima guerra» nell'allontanamento degli Stati dai precetti cristiani. Negli anni successivi parlò di «orrenda carneficina che disonora l'Europa», di «suicidio dell'Europa civile», della «più fosca tragedia dell'odio umano e dell'umana demenza».

Il papa e il suo segretario di Stato, Pietro Gasparri, speravano di poter presiedere a Roma una futura conferenza di pace con cui riaffermare sia la neutralità della Chiesa, sia la sua centralità nel mondo. Il ministro degli esteri Sidney Sonnino, ebreo e anticlericale, lo intuì e temette che il Vaticano avrebbe avanzato richieste territoriali. Nel patto segreto di Londra con cui venne decisa l'entrata in guerra dell'Italia pretese che la Santa Sede non partecipasse né ai negoziati per la pace né ai successivi accordi postbellici.

Fu un altro grande favore che lo Stato fece, involontariamente, alla Chiesa: non possedere territori le aveva permesso di rimanere estranea alla guerra; non partecipare ai trattati di Versailles evitò al Vaticano di essere coinvolto in quella pace vendicativa contro gli sconfitti che agiterà l'Europa fino alla seconda guerra mondiale.Quando Salandra chiese i pieni poteri per dichiarare la guerra, i deputati cattolici furono per l'intervento: quel che sembrava irrealizzabile fino a pochi anni prima, una posizione filo governativa dei cattolici, si era compiuto grazie alla guerra. Gli anticlericali liberali più accesi erano convinti che il clero agisse al servizio degli stranieri per restaurare lo Stato Pontificio. I socialisti pensavano che la Chiesa complottasse con i capitalisti guerrafondai.

Invece Vaticano, clero e cattolici furono leali verso la nazione.Ben 25mila sacerdoti erano stati arruolati di leva. Il generalissimo Luigi Cadorna, uomo molto devoto, fu contento che si formasse un corpo di 2400 cappellani militari. Il papa non si oppose, e anzi nominò un «vescovo al campo» il quale ebbe dallo Stato il grado di generale. I cappellani svolsero un ruolo importante perché, come disse il vescovo-generale, «in trincea non ci sono atei». Anche gli ufficiali vedevano di buon occhio i soldati confessati e comunicati: sarebbero andati all'assalto con maggiore «sprezzo del pericolo».

Fra i soldati-preti ci fu anche qualche eroe, come don Minzoni, poi ucciso dai fascisti, medaglia d'argento per aver guidato un assalto. Nelle parrocchie, i sacerdoti elogiavano il valore ideale della pace, ma sostenevano la guerra e soprattutto frenavano le spinte insurrezionali spontanee della popolazione affamata, in particolare nel terribile inverno 1916-17.Si arrivò ugualmente a una piccola crisi Chiesa-Stato dopo che Benedetto XV, l'1 agosto 1917, diffuse una nota con proposte di pace. La «lettera ai capi dei popoli belligeranti» non conteneva molto di nuovo, e nessuna potenza si affrettò a rispondere.

Ma la situazione italiana era delicata: i combattimenti andavano male, e il Paese era lacerato dalla propaganda socialista per uscire dal conflitto, un'idea che piaceva sempre più. Ci mancava solo la nota del papa, che i socialisti accolsero con entusiasmo, facendo propria l'espressione «inutile strage». Il governo rispose non con un messaggio del re o del presidente del Consiglio, ma con una dichiarazione in Parlamento del ministro degli Esteri, come si trattasse di un'interpellanza. Sonnino insinuò che la nota aveva qualcosa in comune con «le comunicazioni da parte nemica» e che sapeva «alquanto di comunicazione germanica». In Germania invece dissero che il papa non voleva la vittoria degli imperi centrali. In Francia soprannominarono Benedetto «papa crucco»...

Ma i cattolici continuarono a combattere. Nessuno poteva più pensare che si alludesse a loro quando il generale Cadorna, dopo il disastro di Caporetto, sostenne che «l'esercito non cade vinto dal nemico esterno ma da quello interno». In realtà non cadeva né per quello esterno né per quello interno, ma per l'intrinseca debolezza del Paese, che uscì dalla guerra vittorioso ma stravolto. Il vero nemico da battere, per la borghesia liberale e per quella cattolica, era il socialismo irreligioso che si era opposto alla sacra guerra vittoriosa. Di lì a poco sarebbe nato il fascismo.

@GBGuerri

Effetto Ruby: in Procura volano gli stracci tra Pm

Luca Fazzo - Mer, 23/07/2014 - 08:27

Violento scambio di mail al vetriolo, Spataro contro la Boccassini e Repubblica


mera
Milano - Inevitabilmente, la «botta» della sentenza Ruby fa sentire i suoi effetti anche all'interno della magistratura. Nessuna dichiarazione ufficiale: ma nei corridoi degli uffici giudiziari (a Milano, e non solo) le toghe non parlano che della clamorosa assoluzione in appello di Berlusconi. E se ne parla con franchezza quasi brutale anche all'interno delle mailing list interne alla categoria. Dal fronte uscito sconfitto dal processo (l'asse tra Ilda Boccassini e il capo della Procura, Edmondo Bruti Liberati) parte un siluro contro il Consiglio superiore della magistratura, che viene accusato di avere indebolito - avviando il procedimento disciplinare contro la Boccassini e Bruti poco prima della sentenza Ruby -la procura milanese, per rendere possibile l'assoluzione del Cavaliere.

Accusa pesante. Dal fronte opposto si risponde con altrettanta asprezza. Insomma: volano gli stracci.A lanciare l'attacco è il nuovo procuratore di Torino, Armando Spataro, che da sempre mal sopporta la Boccassini. Il giorno dopo della sentenza, legge su Repubblica un articolo che citando fonti anonime ma immaginabili della Procura di Milano lancia la tesi del complotto: «Chi sta con Bruti e Boccassini - scrive il quotidiano - è convinto che a Roma non sarebbe andata come è andata - gli atti per entrambi ai titolari dell'azione disciplinare - se non ci fosse stata la voglia di colpire Milano proprio alla vigilia della sentenza Ruby». Spataro si infuria e scrive all'autrice: «Autorizzo a girare questo mio commento all'anonimo o agli anonimi: penso che quell'affermazione (che tra l'altro allude alla permeabilità dei componenti il collegio che ha assolto B.) sia semplicemente ridicola, forse più della teoria che vuole le Twin Towers abbattute dalla Cia.

La mia solidarietà dunque per queste anonime offese sia a tutti i componenti del Csm (comunque abbiano votato) sia ai componenti della Corte d'appello di Milano che ha emesso la sentenza». Chiamata in causa da Spataro, la giornalista rifiuta di indicare le sue fonti: «Rivendico il diritto, soprattutto in tempi di azioni disciplinari facili, di riprodurre un virgolettato anonimo in un articolo». Spataro si arrabbia ancora di più: ed è chiaro che nel mirino più di Repubblica sono i suoi contatti all'interno della Procura di Milano. «Quando certi politici parlavano di giustizia a orologeria noi potevamo denunciarne la strumentale aggressione.

Ma sempre noi - diversi da loro - possiamo definire ad orologeria le decisioni del Csm. Da non crederci!». Accanto a Spataro scende in campo uno dei membri del Csm che ha deciso l'esito del «caso Milano», Paolo Carfì: che pure fu giudice del processo intentato dalla Boccassini a Cesare Previti, e accolse in pieno le sue tesi. Ma stavolta prende di petto la faccenda: spiega di sperare che la ricostruzione di Repubblica sia frutto di «una qualche incomprensione tra l'articolista e gli anonimi magistrati della Procura di Milano», ma poi aggiunge che in caso contrario «bisognerebbe concludere che c'è negli uffici giudiziari di Milano chi ritiene che la sentenza di assoluzione di Berlusconi non sia stata assunta in piena libertà dal collegio giudicante e che tra il Csm e la Corte d'appello di Milano sarebbe intercorso un filo rosso avente per fine ultimo la normalizzazione degli uffici giudiziari milanesi, in primis la Procura della Repubblica.

Il che prima che offensivo è incredibilmente ridicolo».A togliersi un sassolino contro la Boccassini è anche Ferdinando Pomarici, grande vecchio della procura milanese: che era capo dell'antimafia prima della Boccassini, e scrive che ai suoi tempi tutto veniva inserito nella banca dati nazionale, e discusso all'interno del pool. Esattamente ciò che la Boccassini è accusata ora di non avere fatto, e perciò rischia il procedimento disciplinare. «Chi riferisce cose diverse - scrive Pomarici - afferma il falso». È un siluro a Ilda.

Al Baghdadi ordina l'infibulazione di tutte le donne

Orlando Sacchelli - Mar, 22/07/2014 - 19:22

Mutilazioni genitali per tutte le donne del califfato. È l’ordine arrivato dal leader dei jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante


mera
Sgomento, rabbia, incredulità. Sono le sensazioni che si provano appena le agenzie battono questa notizia proveniente dall'Iraq: "L'Isil ordina l'infibulazione per tutte le donne". L'Isil (o Isis) è lo Stato Islamico dell'Iraq e del Levante, autoproclamatosi il 29 giugno 2014, con a capo Abu Bakr al-Baghdadi. Il folle ordine arriva direttamente dal leader dei jihadisti. Baghdadi ha chiesto l’infibulazione per tutte le ragazze del califfato, a cavallo tra l’Iraq e la Siria. Nel breve comunicato i jihadisti affermano che la pratica è stata imposta dal profeta Maometto e riportano un elenco di suoi "hadith" (detti), che a loro dire contengono questo ordine.

Il comunicato risalirebbe ad alcuni giorni fa ed è l’ennesimo che riguarda le donne, dopo quello che impone il cosiddetto "jihad del sesso" (vale a dire di concedere le ragazze vergini della propria famiglia ai jihadisti) e quello che impone la segregazione dei sessi all'interno delle università. Mentre negli altri comunicati si faceva riferimento a Mosul, la città irachena controllata dall’Isil, in quello sulle mutilazioni genitali si fa un esplicito riferimento ad Aleppo, nel nord della Siria.

"Una notizia agghiacciante", commenta la giornalista e scrittrice italo-marocchina Souad Sbai, che citando fonti di stampa arabe dice che "almeno 28 ragazzine hanno già patito questa sorte nei giorni scorsi. Rivela ancora una volta quanto pericoloso sia, nella sua follia, questo personaggio a cui l’Occidente continua colpevolmente a lasciare mano libera. Dopo le lapidazioni di due donne, ora la orrenda e disumana volontà di infibulare tutte le donne irachene. In Europa nessuno ha notizia di questo, ma i media arabi e le associazioni di donne arabe ne parlano in maniera preoccupata: la comunità internazionale non può rimanere a guardare, nell’attesa che si compia questo crimine orrendo contro l’umanità".

Riparte da Rimini la guerra ai siti meteo

La Stampa

franco giubilei

Gli albergatori e la Regione: azione legale per le previsioni errate


 meraUna lunga serie di previsioni meteo foschissime, accompagnate da icone minacciose con tanto di lampi e nuvoloni tempestosi, si sono poi risolte in pioggerelline di pochi minuti, se non in giornate radiose. Finché gli albergatori della riviera romagnola, all’ennesimo weekend di strafalcioni meteorologici su internet, si sono organizzati e ora promettono azioni legali contro i pronostici errati a lungo termine. «Azioni legali vere», garantisce Patrizia Rinaldis, presidente dell’Assoalbergatori di Rimini, dopo che anche regione Veneto e Federalberghi ligure si erano scagliati contro i «meteoterroristi»: «Abbiamo calcolato che ogni struttura perde fra i 5 e i 6mila euro per ogni fine settimana per cui sia stato previsto maltempo, senza che le piogge annunciate arrivassero sul serio, a causa delle disdette di chi aveva già prenotato».

Gli operatori turistici della costa, circa 3.300 hotel cui si sono aggiunti bagnini e gestori di locali, ce l’hanno coi siti commerciali le cui previsioni sono messe online con grande anticipo, quando è risaputo che solo due-tre giorni prima gli annunci hanno qualche efficacia: «Il problema sono le previsioni a lungo termine – aggiunge la Rinaldis -, anche perché l’Italia è una delle situazioni più complesse al mondo sotto questo punto di vista. L’anno scorso avevamo scritto una lettera di protesta ai siti meteo commerciali, ce ne sono oltre 300 ma i più seguiti sono tre, e loro ci hanno risposto che dalle nostre parti è difficile azzeccare le previsioni. Ma allora non fatele!».

E così, dopo che nell’estate 2013 a Rimini avevano piazzato persino delle webcam per documentare il reale stato delle cose, ora gli operatori si affidano agli avvocati, spalleggiati dalla regione Emilia Romagna che garantisce «sostegno morale» all’iniziativa, per usare l’espressione dell’assessore al turismo, Maurizio Melucci. Filippo Andreini, legale riminese consulente di Assoalbergatori, spiega: «Considerate le lungaggini della giustizia civile, prima di arrivare a una class action o a un’altra forma di rivalsa per danno ingiusto, abbiamo pensato di ricorrere alla media conciliazione, istituita nel 2010.

Consiste nell’individuazione di un mediatore autorevole davanti al quale le parti, cioè gli albergatori da un lato e i gestori dei siti dall’altro, cercano un accordo: in questa sede si può arrivare a una quantificazione del danno, calcolato in base alle perdite subite dalle strutture per le disdette delle prenotazioni e al seguito che hanno i siti internet fra il pubblico». Non si tratta di un semplice accordo fra privati, ma di un lodo che «costituisce titolo esecutivo», dunque diventa immediatamente esigibile.Tradotto: i siti dovrebbero pagare subito. Se poi rifiutano ogni forma di negoziazione, si andrà per via ordinaria: «Inizierà la causa civile o la class action, questo dovrà essere verificato».



Decalogo per non farsi infinocchiare sulle previsioni meteo

La Stampa

luca mercalli

Le previsioni meteo hanno le loro regole, ecco un decalogo per utilizzarle al meglio:

mera
1) le previsioni non sono certezze, se no non si chiamerebbero così;

2) oggi una buona previsione non va oltre i 3-5 giorni;

3) la probabilità di successo diminuisce più si guarda in là: per i giorni più “lontani” è bene aggiornarsi con bollettini più recenti;

4) in estate localizzare i temporali è ancora difficile;

5) attualmente la probabilità di successo a 24 ore è vicina al 90%, valore molto elevato, ma in un anno ci saranno pur sempre almeno 36 giorni di previsione errata;

6) la valutazione del successo di una previsione dipende dalle necessità dell’utente: una regione o il giardino di casa?

7) non tutte le fonti sono uguali, più o meno serie: si va dai servizi pubblici nazionali ai siti commerciali o amatoriali;

8) in Italia i servizi meteo pubblici sono affidabili ma frammentati a livello regionale;

9) le previsioni «a icone» sono comode ma quasi mai esaustive: non si può riassumere in un fumetto la  complessità di una giornata variabile;

10) al di là delle chiacchiere da spiaggia, le previsioni professionali salvano vite umane e fanno funzionare trasporti, centrali elettriche, agricoltura, marketing dei prodotti stagionali.

America 1964, un paese per tutti

La Stampa

umberto gentiloni

Con il Civil Rights Act finiva 50 anni fa la discriminazione razziale. Così la battaglia di Martin Luther King, fatta propria da Kennedy e conclusa da Johnson, ha portato fino alla presidenza di Obama

mera
Mezzo secolo fa il presidente Lyndon Johnson firmava il Civil Rights Act per porre fine alla discriminazione razziale negli Stati Uniti. Un gesto che chiude un’epoca in un paese segnato dalle norme «Jim Crow» (da un genere di canzone che alla fine dell’Ottocento prendeva in giro i colored) sulla segregazione razziale emanate dagli Stati del Sud tra il 1876 e il 1964.
il punto centrale di questo impianto si può riassumere nello slogan «separati ma uguali», sotto il quale venivano proposte forme di discriminazione manifesta o indiretta. Basti il richiamo ai cartelli per le «donne di colore» o le «signore bianche» o le indicazioni nei locali per i servizi o gli ingressi utilizzabili dagli afro-americani. Una distinzione lessicale che scava nel profondo delle coscienze, accompagnata a una ostentata separatezza volta a escludere o discriminare «nelle strutture private aperte al pubblico alcune categorie di persone sulla base del colore della pelle».

Su questo delicato confine interviene il legislatore: definire comportamenti e regole anche all’interno di quelle strutture private non direttamente soggette alle leggi dello Stato federale. Si trattava di frantumare muri e barriere, mettere in discussione le forme di presunta superiorità che avevano portato fino alla pubblicazione di una guida per luoghi e spazi per i cittadini di colore (The negro motorist green book di Victor H. Green). Una sfida difficile con resistenze diffuse. Il Civil Rights Act venne accusato di favorire la centralizzazione attorno a uno strapotere del governo federale o ancora di aprire la strada alla possibile penetrazione di idee socialisteggianti. Dopo la contrapposizione sui principi si passò alla strategia dell’attesa: diluire le scelte per costruire un contesto in grado di recepirle senza traumi.

Fu la voce di Martin Luther King, nel 1963, dalla prigione di Birmingham in Alabama dove era recluso insieme con altri attivisti, a spedire al mittente ogni ipotesi di rinvio: «Se uno sente che la lingua s’inceppa e le parole escono in un balbettio perché bisogna cercare di spiegare alla figlia di sei anni perché non può andare al parco divertimenti ; se uno, quando fa un viaggio in macchina, si trova costretto una notte dopo l’altra a dormire scomodamente in un angolo dell’automobile, perché non lo accettano in nessun motel; se il fatto di essere un nero lo tormenta di giorno e l’ossessiona di notte, lo costringe a vivere sempre in punta di piedi […]; se uno non può mai smettere di lottare contro la corrosiva sensazione di non essere nessuno; se tutte queste cose accadessero a voi, capireste perché per noi è difficile aspettare».

Un tempo lontano: agli afro-americani venivano riservate le ultime file negli autobus, erano esclusi da scuole e ospedali per bianchi, potevano entrare nei musei in giorni stabiliti, erano chiusi in un perimetro riservato nei tribunali e avevano una Bibbia distinta per il giuramento in aula. E ancora, in un elenco di esempi che potrebbe essere molto più lungo: non potevano provare i vestiti prima di un acquisto, né pubblicare annunci o inserzioni sui quotidiani. Negli elenchi telefonici il suffisso «col» (colored) marcava i cittadini di colore dal resto della comunità.

L’equilibrio precario si ruppe quando la protesta cominciò a interessare luoghi di divertimento, pub o ristoranti: strutture aperte al pubblico per servizi o generi di prima necessità. La forma del sit-in anche per alcune settimane mostrò il volto di un’America pronta a lottare per diritti e riconoscimenti. John Kennedy, inizialmente titubante, venne letteralmente trasportato dalle dinamiche della mobilitazione. In un celebre discorso alla tv (11 giugno 1963) condannò apertamente le forme di segregazione fino all’annuncio dell’impiego della guardia nazionale per intervenire nelle scuole e nelle università: «I soldati americani che sono in Vietnam o a Berlino Ovest non sono solo bianchi.

Per questo, gli studenti americani di qualsiasi colore devono avere accesso a tutte le istruzioni pubbliche, senza dover richiedere la protezione dell’esercito». Un punto di non ritorno che diede vita a un progetto di legge fondato sul diritto di voto, sull’istruzione e sull’accesso al mondo del lavoro. L’omicidio di Dallas sembrò interrompere il cammino, ma le origini sudiste di Johnson, la sua esperienza politica e il suo pragmatismo lo fecero arrivare dove Jfk non era ancora giunto. La legge passò dopo 80 giorni di confronto e il più lungo ostruzionismo della storia del Senato; il passo più importante recita:

«Tutti gli individui avranno pieno e pari diritto di accesso a qualsiasi struttura aperta al pubblico, come definita in questa sezione, senza nessuna discriminazione». Un simbolo che ebbe un’enorme importanza, ben al di là dei contenuti della legge. «Rappresentò la realizzazione della promessa e dell’impegno di Lyndon Johnson», ha dichiarato Obama parlando alla Johnson’s Presidential Library di Austin in Texas lo scorso aprile. «Grazie ai suoi sforzi tutti hanno avuto nuove opportunità e nuove possibilità di accesso all’istruzione. Si sono aperte nuove porte, per voi e per me».

Cannibali i primi coloni in Virginia

La Stampa

Uno studio di archeologi americani: affamati da un inverno durissimo divorarono una quattordicenne

mera
Affamati da un durissimo inverno, all’inizio del 1600 i primi coloni britannici in Virginia fecero ricorso al cannibalismo per sopravvivere. Lo hanno rivelato, secondo gli archeologi del prestigioso Smithsonian Institute a Washington, alcune ossa di una giovane 14enne con «evidenti» segni di cannibalismo. Accadde a Jamestown, la città fondata nel 1607 sul fiume James da quasi un centinaio di avventurieri britannici che avevano attraversato l’Atlantico in cerca di fortuna.

Effetto Ruby: in Procura volano gli stracci tra Pm

Luca Fazzo - Mer, 23/07/2014 - 08:27

Violento scambio di mail al vetriolo, Spataro contro la Boccassini e Repubblica


mera
Milano - Inevitabilmente, la «botta» della sentenza Ruby fa sentire i suoi effetti anche all'interno della magistratura. Nessuna dichiarazione ufficiale: ma nei corridoi degli uffici giudiziari (a Milano, e non solo) le toghe non parlano che della clamorosa assoluzione in appello di Berlusconi. E se ne parla con franchezza quasi brutale anche all'interno delle mailing list interne alla categoria. Dal fronte uscito sconfitto dal processo (l'asse tra Ilda Boccassini e il capo della Procura, Edmondo Bruti Liberati) parte un siluro contro il Consiglio superiore della magistratura, che viene accusato di avere indebolito - avviando il procedimento disciplinare contro la Boccassini e Bruti poco prima della sentenza Ruby -la procura milanese, per rendere possibile l'assoluzione del Cavaliere.
Accusa pesante.

Dal fronte opposto si risponde con altrettanta asprezza. Insomma: volano gli stracci.A lanciare l'attacco è il nuovo procuratore di Torino, Armando Spataro, che da sempre mal sopporta la Boccassini. Il giorno dopo della sentenza, legge su Repubblica un articolo che citando fonti anonime ma immaginabili della Procura di Milano lancia la tesi del complotto: «Chi sta con Bruti e Boccassini - scrive il quotidiano - è convinto che a Roma non sarebbe andata come è andata - gli atti per entrambi ai titolari dell'azione disciplinare - se non ci fosse stata la voglia di colpire Milano proprio alla vigilia della sentenza Ruby».

Spataro si infuria e scrive all'autrice: «Autorizzo a girare questo mio commento all'anonimo o agli anonimi: penso che quell'affermazione (che tra l'altro allude alla permeabilità dei componenti il collegio che ha assolto B.) sia semplicemente ridicola, forse più della teoria che vuole le Twin Towers abbattute dalla Cia. La mia solidarietà dunque per queste anonime offese sia a tutti i componenti del Csm (comunque abbiano votato) sia ai componenti della Corte d'appello di Milano che ha emesso la sentenza». Chiamata in causa da Spataro, la giornalista rifiuta di indicare le sue fonti: «Rivendico il diritto, soprattutto in tempi di azioni disciplinari facili, di riprodurre un virgolettato anonimo in un articolo».

Spataro si arrabbia ancora di più: ed è chiaro che nel mirino più di Repubblica sono i suoi contatti all'interno della Procura di Milano. «Quando certi politici parlavano di giustizia a orologeria noi potevamo denunciarne la strumentale aggressione. Ma sempre noi - diversi da loro - possiamo definire ad orologeria le decisioni del Csm. Da non crederci!». Accanto a Spataro scende in campo uno dei membri del Csm che ha deciso l'esito del «caso Milano», Paolo Carfì: che pure fu giudice del processo intentato dalla Boccassini a Cesare Previti, e accolse in pieno le sue tesi. Ma stavolta prende di petto la faccenda: spiega di sperare che la ricostruzione di Repubblica sia frutto di «una qualche

incomprensione tra l'articolista e gli anonimi magistrati della Procura di Milano», ma poi aggiunge che in caso contrario «bisognerebbe concludere che c'è negli uffici giudiziari di Milano chi ritiene che la sentenza di assoluzione di Berlusconi non sia stata assunta in piena libertà dal collegio giudicante e che tra il Csm e la Corte d'appello di Milano sarebbe intercorso un filo rosso avente per fine ultimo la normalizzazione degli uffici giudiziari milanesi, in primis la Procura della Repubblica.

Il che prima che offensivo è incredibilmente ridicolo».A togliersi un sassolino contro la Boccassini è anche Ferdinando Pomarici, grande vecchio della procura milanese: che era capo dell'antimafia prima della Boccassini, e scrive che ai suoi tempi tutto veniva inserito nella banca dati nazionale, e discusso all'interno del pool. Esattamente ciò che la Boccassini è accusata ora di non avere fatto, e perciò rischia il procedimento disciplinare. «Chi riferisce cose diverse - scrive Pomarici - afferma il falso».
È un siluro a Ilda.

Ballerina torna a camminare grazie al suo cane, ora può restituirgli il favore

La Stampa

FULVIO CERUTTI (AGB)

Dopo una grave frattura, una 26enne sembrava destinata alla sedia a rotelle.
Il suo cane non l’ha mai lasciata sola, ora è lui ad aver bisogno del suo aiuto




mera
Dopo l’ incidente, Gemma McKee temeva di non riuscire più a camminare. Una vita da trascorrere su una sedia a rotelle. Un dramma forte, soprattutto per lei che da ballerina professionista era entrata a far parte del corpo di ballo dei One Direction. Ma al suo fianco c’era Cesar, un cane che non l’ha mai abbandonata quando i giorni più bui l’hanno fatta piombare in una tristezza infinita. Ora Gemma ha voluto restituire il favore al suo amico a quattrozampe, ora che è lui ad avere problemi a camminare.

Il dramma di Gemma, racconta il Mirror, ha avuto inizio in una piscina quando, eseguendo un esercizio di nuoto sincronizzato, Gemma si è fratturata entrambi i talloni. Un incidente così grave da essere sottoposta a un intervento chirurgico che avrebbe potuto anche costarle l’amputazione dei piedi. Un evento tragico per una ragazza che aveva già vissuto tanto dolore: all’età di 11 anni era morto il padre per un cancro alla gola, e 12 anni dopo la madre per un tumore al fegato e al rene. 

Dopo l’operazione, il tempo sembrava essersi fermato. Quando il suo ragazzo usciva per andare al lavoro, lei rimaneva lì, su quella sedia a rotelle ripensando al passato scomparso e al futuro incerto. «A volte non avevo neanche voglia di uscire dal letto - racconta Gemma -. Era difficile provare a riprendersi, sembrava tutto inutile. Quando ero a casa da sola e piangevo, Cesar posava la sua testa sulle mie gambe. Sembrava che sapesse che ero gravemente malata ed era diventato più tranquillo. Era la mia roccia».

Poi l’anno scorso la svolta. Era agosto 2013 e Gemma doveva andare a un matrimonio di un amico e non voleva che le stampelle le rovinassero il bel vestito che avrebbe indossato. «Cesar mi stava guardando e gli chiesto: “Credi che riuscirò a camminare senza queste stampelle?” - racconta Gemma -. L’espressione del suo muso sembrava dirmi: “puoi farcela” e così ho fatto». Buttate le stampelle, si è alzata in piedi. Per pochi istanti, ma sufficienti a capire che avrebbe potuto farcela. Poco per volta la ragazza ha iniziato a fare piccoli movimenti, sino a quando è tornata a camminare. 

Ora la 26enne può restituire il favore al suo cane: nel gennaio scorso Cesar ha iniziato a piagnucolare e a zoppicare. Sottoposto a controlli, i veterinari gli hanno riscontrato un danno alla colonna vertebrale causato da un vaso sanguineo ostruito nel midollo spinale. «Quando i dottori mi hanno detto che non sarebbe più stato in grado di camminare da solo, per me è stato un colpo al cuore - racconta Gemma -. Ma ero determinata ad aiutare il mio cane. Non potevo vederlo così triste»

Così ha comprato uno speciale carrello che ha permesso all’animale di tornare a muoversi. «Nessun cane dovrebbe essere soppresso per aver perso l’uso delle gambe posteriori. Come me, anche lui aveva bisogno di un aiuto. Ora posso vederlo sfrecciare al parco sulle sue “ruote” e so quanto gode nel fare quelle passeggiate e nella sua vita in generale. Sono fortunata ad averlo con me».

twitter@fulviocerutti

Cani e gatti abbandonati, ecco che cosa fare

La Stampa

claudia audi grivetta

Come avvicinarsi all’animale, chi chiamare e che cosa rischia chi abbandona



 meraOltre sessantamila animali abbandonati ogni estate. Tante sono le vittime innocenti della scelleratezza dei padroni di cani e gatti soprattutto, anche se il fenomeno non riguarda solo loro ma anche uccellini, pesci, tartarughe, criceti e pappagalli. 
Quegli amici, insomma, che popolano le nostre case tutto l’anno, ma che d’estate diventato un problema o una seccatura. Così finiscono per strada, da soli, senza saper dove andare. La maggior parte muore, di stenti, di caldo, di dolore per essere stata abbandonata dalle persone che dovrebbero volerli solo amare e proteggere.

Nei giorni passati abbiamo parlato di come andare in vacanza con gli animali, dal viaggio, alle strutture, ai comportamenti consigliati per trascorrere serenamente le ferie con loro. Purtroppo il fenomeno degli abbandoni estivi è però ancora molto frequente e, anche se speriamo che non siano molti gli animali abbandonati che potrà capitarvi di incontrare questa estate, vogliamo comunque darvi alcuni consigli su cosa fare nel caso in cui ne incrociaste lungo il vostro tragitto. cosa fare se si trova un animale abbandonato o ferito

Un animale, più frequentemente un cane, che è stato abbandonato si riconosce: secondo la Lega Nazionale per la Difesa del Cane, è spaesato, si muove in modo confuso e di solito insegue i passanti. Iniziate a chiamare aiuto, ma senza agitarvi o urlare per non spaventare ulteriormente l’animale. Ora bisogna cercare di avvicinarlo conquistando la sua fiducia: con movimenti dolci e mai bruschi, preferibilmente da accucciati, parlate con l’animale. Se si trova in mezzo alla strada, o all’autostrada, cercate immediatamente di toglierlo dalla situazione di rischio portandolo, ad esempio, in mezzo ad un campo. Offrirgli dell’acqua o del cibo è un buon modo per farlo avvicinare a voi. 

Poi bisogna cercare di capire se l’animale ha una medaglietta o un tatuaggio identificativo. Anche se ha la medaglietta, è importante chiamare la Polizia Locale, l’Asl o l’Enpa (Ente Nazionale Protezione Animali) e farlo venire a prendere. Verrà portato in un canile convenzionato, e dopo dieci giorni, se non si sarà fatto vivo il proprietario, verrà reso disponibile per l’adozione. Se si trova un animale ferito occorre subito chiamare il Servizio Veterinario dell’Asl di competenza territoriale, oppure il medico veterinario (anche un libero professionista), che ha l’obbligo, per legge, di assistenza 24 ore su 24. Se l’animale è in difficoltà, o per soccorsi particolari (tetti, alberi, cunicoli), chiameremo i vigili del fuoco (115) che sono specializzati in interventi di questo tipo.

Se si trova un animale maltrattato
Nel caso di un animale maltrattato, è necessario raccogliere il maggior numero di prove possibile fra foto, video, documenti e testimonianze. Serviranno a comprovare il maltrattamento e a denunciarlo in forma scritta presso una forza di polizia. Quelle a cui occorre rivolgerci sono: Corpo Forestale dello Stato (1515), Carabinieri (112), Polizia di Stato (113), Guardia di Finanza (117) o le Polizie locali (Municipali-Provinciali) chiamando il centralino di Comune e Provincia. Se il maltrattamento è in corso e ne siamo testimoni, non bisogna tempo e telefonare alle forze di polizia per richiedere un intervento urgente.

Le responsabilità di chi abbandona un animale
L’abbandono di animali è un reato in base alla Legge 189/2004. Chi abbandona un animale può essere punito con l’arresto fino a un anno o con un’ammenda fino a 10.000 euro. Chi assiste ad un caso di abbandono deve far sentire la sua voce e denunciare i colpevoli alle autorità giudiziarie (Carabinieri, Polizia di Stato, Corpo Forestale dello Stato, Polizie Locali). In caso non siano noti, è bene mettere in campo le nostre doti da detective e cerchiamo di raccogliere tutti gli elementi necessari (numero di targa, foto, video, testimoni) ad individuare i possibili responsabili dell’abbandono.

Giovane ingegnere inventa software per rubare monete, arrestato per furto

La Stampa

massimo massenzio

34enne laureato al Politecnico ha studiato un congegno per svuotare le macchine cambia soldi, riscontrato ammanco di 2mila euro


mera
Incensurato, 34 anni, buona famiglia, laurea in ingegneria elettronica al Politecnico di Torino. Non è certo l’identikit del perfetto ladro, ma la scorsa notte Mauro, 34enne torinese, ha deciso di mettere a frutto le sue conoscenze informatiche in una maniera piuttosto insolita. I vigilantes della sala giochi Play City, all’interno del parco commerciale 45° Nord, lo hanno sorpreso in flagrante mentre scaricava 70 euro in monete dalla macchina cambia soldi senza aver inserito neppure una banconota. 

Secondo i carabinieri di Moncalieri il geniale inventore è riuscito ad assemblare un sofisticato dispositivo in grado di inserirsi nei circuiti elettronici e ingannare il software del cambia soldi. I titolari della sala giochi hanno riscontrato un ammanco complessivo di circa 2 mila euro e l’intraprendente ingegnere è stato arrestato per furto aggravato. Ma le accuse nei suoi confronti si potrebbero molto presto aggravare.

Patatine fritte in busta, faro dell'Antitrust sulla pubblicità ingannevole

Il Messaggero


mera
“Patatine artigianali”, “fatte a mano” e “cotte a mano”: possiamo fidarci? Nel mercato delle patatine fritte in busta, le cosiddette chips, sono diffuse alcune campagne pubblicitarie che promuovono questo genere di prodotti in modo poco trasparente. A lanciare l'allarme è l'Unione Nazionale dei Consumatori che ha segnalato all'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato alcuni operatori “colpevoli”, di aver lanciato una “comunicazione commerciale poco veritiera, così tradendo le aspettative dei consumatori”.

”Oggi l'apertura del procedimento da parte dell'Antitrust conferma i nostri sospetti”, ha commentato Massimiliano Dona, Segretario generale dell'Unione Nazionale Consumatori, annunciando l'apertura di tre procedimenti da parte dell'Autorità Antitrust a carico delle aziende produttrici di patatine Pata S.p.A., Ica Foods S.p.A. e Amica Chips S.p.A., proprio a seguito di una denuncia della stessa associazione.

”Le aziende denunciate, spiega Dona, pur con delle differenze, promuovono le chips puntando sull'artigianalità, la minore percentuale di grassi e l'utilizzo di ingredienti di prima qualità; non sempre però è vero quanto pubblicizzato con claims accattivanti e con una veste grafica che richiama la tradizione: sulle confezioni di Amica Chips (prodotti denominati “Eldorada” e “Alfredo's”) e Ica Foods (”Le Contadine fatte a mano”), ad esempio, si legge rispettivamente che le patatine sono “cotte a mano” e “fatte a mano”, mentre su quelle prodotte da Pata S.p.A., troviamo la dicitura “patatina artigianale” persino nel nome del prodotto (appunto “Patatina artigianale”).

” ”Tra le anomalie riscontrate, conclude il Segretario generale, ci è sembrata grave, inoltre, la scorrettezza che riguarda gli ingredienti ampiamente pubblicizzati con tanto di immagini sulle confezioni, ma che poi si fatica a trovare nella ricetta”.

In tre anni indagati oltre 200 writer «I genitori sanno e li tollerano»

Corriere della sera

di Gianni Santucci

La ricerca dell’Associazione nazionale antigraffiti. «I quartieri più colpiti sono Lambrate e la Barona». «Su pareti e mobili di casa replicano quanto fanno in strada»


mera
La stanza del writer è coperta di scritte, tag , slogan, parole. Nella stanza del writer un fiume di vernice e colore sconfina sulle pareti e sui mobili. Quel che fanno in strada, sui muri pubblici, lo replicano in casa, negli spazi privati (loro o della loro famiglia). Non tutti con la stessa proporzione, ma gli ultimi tre anni di inchieste del Nucleo tutela decoro urbano della polizia locale rivelano che il 100 per 100 dei graffitari milanesi indagati ha in casa almeno qualche traccia della propria tag (la firma che lasciano con la bomboletta in città) o della crew di riferimento (il gruppo con il quale si muovono). Non è solo un fatto di costume, ma questa statistica dimostra che i genitori dei writer , in particolare i più giovani, sono a conoscenza dei raid di imbrattamento dei figli e in qualche modo li accettano, li tollerano, li giustificano. O, quanto meno, non riescono a opporsi. Il dossier Il rapporto è stato appena elaborato dall’Associazione nazionale antigraffiti. Partendo da un dato: in poco più di tre anni, i writer indagati a Milano per imbrattamento, danneggiamento e altri reati sono stati 213. Si calcola che in totale siano molti di più, oltre 1.300, riuniti in 340 gruppi.
Il profilo del writer
È da questa base, il lavoro del nucleo specializzato della polizia locale, che l’associazione è partita per tracciare «Il profilo del writer». E l’analisi statistica ha rivelato una serie di tratti comuni. Quasi la metà dei graffitari milanesi ha tra i 19 e i 25 anni. Se ciò può apparire un dato scontato, bisogna però notare che intorno a questa fascia media si muovono i «grandi vecchi» (il 5 per cento dei denunciati, che ha più di 40 anni) e i giovanissimi discepoli (12 per cento, con età compresa tra 12 e 18 anni). Più interessante è la formazione: sette su dieci frequentano o hanno frequentato un liceo artistico o un’accademia.

«Significa che molti di questi ragazzi hanno un talento - riflette Fabiola Minoletti, dell’associazione antigraffiti - il problema è quello di indirizzarlo verso forme di espressione legali, o comunque con effetti meno pesanti per le città». Nuove leve Il report descrive l’evoluzione del fenomeno verso forme sempre più vandaliche e aggressive, azioni più pericolose, che sono l’avanguardia di un aumento generalizzato. Perché il dossier racconta che le nuove tag (quindi i nuovi graffitari) negli ultimi tre anni sono aumentate di circa il 15-20 per cento ogni dodici mesi. E che, sempre in questo periodo, i quartieri più imbrattati sono Lambrate e la Barona.
Una cultura ad hoc
«Uno studio di questo tipo - continua Fabiola Minoletti - è importante perché siamo di fronte a un fenomeno complesso, che ha una sua cultura e una sua organizzazione. Non si può quindi avere un approccio superficiale, fermandosi soltanto agli effetti, le scritte sui muri o sui treni. Anche perché gli imbrattamenti sono sempre di più e sempre più invasivi, quindi bisogna cercare di individuare le cause; capire da dove nasca la voglia sempre più diffusa di distruggere e spaccare . Soltanto con questo approccio si potrà elaborare una migliore strategia di prevenzione, per poter almeno arginare il fenomeno». Integrazione

Se il mondo del writing milanese appare dall’esterno come ambiente «da uomini» (le ragazze indagate sono meno del 2 per cento), è però allo stesso tempo un territorio di integrazione: un ragazzo su cinque è straniero, o nato in Italia da genitori stranieri. Le reazioni di padri e madri di fronte a un’indagine della polizia locale, e anche questo è segno di comportamenti omogenei, è però sempre la stessa: «In fondo mio figlio non fa male a nessuno», «è solo una fase passeggera di disagio giovanile. Passerà». Non sempre è così: il 30 per cento dei writer indagati ha già precedenti per gli stessi reati.

23 luglio 2014 | 08:16

I nazisti iniziarono da Majdanek a cancellare le tracce dei campi

Corriere della sera

di Gian Guido Vecchi

Il primo lager liberato dai sovietici il 22 luglio 1944


mera
Il campo di Majdanek sta a quattro chilometri dal centro di Lublino, ai margini della città, non ci sono boschi né altre barriere che dal crematorio impediscano di vedere le case del centro né, dal centro, le file simmetriche di baracche di legno e il camino che svetta imponente nel cielo livido della Polonia orientale. L’anno prossimo, nel Giorno della Memoria, tutto il mondo ricorderà il settantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz-Birkenau, il 27 gennaio 1945, seguita dalla scoperta degli altri campi nazisti all’arrivo di sovietici e alleati.

Ma pochi, oltre agli studiosi della Shoah, sanno che l’anniversario comincia ora, che fu Majdanek il primo lager liberato, giusto settant’anni fa: gli uomini dell’Armata Rossa arrivano qui la notte del 22 luglio 1944, il 23 il campo è libero. E i soldati trovano tutto. «Le SS in fuga avevano dato fuoco agli edifici bruciando solo le parti in legno. I liberatori vedono il crematorio, le camere a gas, le confezioni di Zyklon B, scoprono le fosse comuni di quando nel novembre del ’43 i nazisti avevano ucciso diciottomila ebrei in un giorno, un’azione chiamata «festa della mietitura»: le camere a gas non bastano, così scavano cento metri a zig zag e li fucilano».

Lo storico Marcello Pezzetti, direttore del Museo della Shoah, sta preparando la grande mostra che a Roma, dal 27 gennaio, racconterà la storia delle liberazioni e della «Endphase» decisa dai nazisti accerchiati, la «situazione ipotetica A» programmata da Himmler, quindi le evacuazioni progressive dei lager all’avanzare dei fronti di guerra — si comincia nella primavera del 1944 proprio con Majdanek — e le «marce della morte» da un campo all’altro, «almeno un terzo dei deportati ancora vivi muore negli ultimi giorni»: ci saranno, tra l’altro, immagini inedite recuperate dai musei dei campi.

Alla liberazione di Auschwitz seguirono quelle di Groß-Rosen (ad opera dei sovietici, 13 febbraio), Stutthof (sovietici, 9 maggio, ma l’evacuazione era iniziata a gennaio), Mittelbau-Dora e Buchenwald (americani, 11 aprile), Bergen-Belsen (inglesi, 15 aprile), Flossenbürg (americani, 23 aprile), Sachsenhausen (sovietici, 22-23 aprile), Dachau (americani, 29 aprile), Ravensbrück (sovietici, 30 aprile), Neuengamme (inglesi, 2 maggio) e Mauthausen (americani, 5 maggio). Ma tutto comincia qui, a Majdanek. Anche le domande che tormentano gli storici. Pezzetti scuote la testa: «Il campo viene liberato sei mesi prima dell’arrivo dei russi ad Auschwitz, quasi un anno prima di Mauthausen...

Centinaia di migliaia di ebrei, politici, zingari... Noi racconteremo la storia di tutti. Pensi che, quando inizia l’evacuazione di Majdanek, i nazisti stanno ancora uccidendo gli ebrei ungheresi e solo loro sono 438 mila. Il numero più alto di uccisioni quotidiane a Birkenau è a giugno e luglio del ’44, il ghetto di Lódz non è ancora liquidato. E proprio quel giorno, il 23 luglio 1944, arrestano tutti gli ebrei italiani di Rodi, 1.800 persone, ci mettono un mese a giungere a Birkenau... Ecco: si poteva fare qualcosa, in quei mesi. Nessuno tocca le ferrovie. Dopo Majdanek, come si fa a non bombardare Auschwitz?».

Gli alleati compiono una ricognizione aerea su Auschwitz il 26 giugno ’44 e scattano le prime fotografie, tornano l’8 luglio e il 9 e 12 agosto. Ma l’obiettivo è la fabbrica chimica IG-Farben che viene bombardata dagli americani il 20, le foto aeree del 25 agosto mostrano le installazioni della messa a morte e i prigionieri diretti al Krematorium II, il 13 settembre tornano a bombardare la fabbrica. «La realtà è che il campo di sterminio non era un obiettivo militare», spiega Pezzetti. Del resto Majdanek aveva fatto cadere l’ultimo velo. «Non erano morti “normali”, il lager è quello meglio conservato tra tutti, il meccanismo della Shoah si mostrava evidente». Infatti una «Commissione straordinaria polacca sovietica per le indagini sui crimini tedeschi nel campo di sterminio Majdanek» inizia a lavorare in agosto, dal 27 novembre al 2 dicembre 1944 vengono processati e condannati 4 SS e due kapò.

«Majdanek ha una storia lunga. Il 20 e 21 luglio 1941 Himmler è a Lublino e dà istruzioni a Otto Globocnik. Prima è un campo per prigionieri di guerra ebrei, polacchi e sovietici, poi arrivano le donne e i bambini ebrei, bielorussi e polacchi, i prigionieri politici...», racconta Pezzetti. «Non sarà mai un centro industriale, come Auschwitz, ma un campo per la lavorazione di tutto ciò che viene sequestrato agli ebrei nei campi di sterminio, vestiti, oggetti. Siccome ci sono tanti ebrei, però, diventa anche un lager per la messa a morte. Cominciano nel 1942 con la costruzione di due camere a gas». Si calcola che nel lager di Lublino siano state uccise 78 mila persone, 60 mila ebrei e 18 mila prigionieri, soprattutto polacchi e bielorussi.

21 luglio 2014 | 14:22

L’inganno, la malattia, il lager: i 20 bambini ebrei cavie dei nazisti

Corriere della sera

di Alessia Rastelli

Nuova edizione del libro «Chi vuol vedere la mamma faccia un passo avanti...» in memoria delle piccole vittime uccise ad Amburgo il 20 aprile 1944


mera
Eduard Hornemann, «Edo» per i genitori, da grande voleva fare il medico. E invece finì vittima degli atroci esperimenti di un dottore nazista, fino a essere ucciso, a dodici anni, insieme con altri diciannove bambini ebrei, nella cantina di una scuola di Amburgo. Bullenhuser Damm, il nome dell’istituto, consegnato tragicamente alla storia per quel massacro. Ai venti «bambini di Bullenhuser Damm» è dedicata l’edizione aggiornata del libro «Chi vuol vedere la mamma faccia un passo avanti...», scritto da Maria Pia Bernicchia e pubblicato da Proedi, editore specializzato in testi storici, con una particolare attenzione alla Shoah. Il volume verrà presentato giovedì 17 aprile alle 18.30 dall’autrice e dal direttore del «Corriere della Sera» Ferruccio de Bortoli, presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano. La sede dell’incontro sarà il Binario 21 (via Ferrante Aporti 3), il luogo sotterraneo della stazione Centrale da dove partirono i convogli per i lager, oggi sede del Memoriale.
La baracca 11 di Birkenau
Obiettivo del libro è, in primo luogo, non dimenticare. Ma anche restituire un’identità e una storia alle vittime. Per questo il volume si apre con un ritratto di ognuna di loro, ricostruito scavando tra i documenti e le testimonianze di chi è sopravvissuto all’orrore. Tra di loro, Andra e Tatiana Bucci, superstiti di Birkenau e cugine di Sergio de Simone, prigioniere con lui nella baracca 11, destinata ai bambini. Solo a partire dai primi di ottobre del 1944, infatti, alcuni piccoli ebrei che arrivarono nel lager non furono uccisi. Prima, venivano mandati tutti, subito, alle camere a gas.

Una mattina del novembre 1944, tuttavia, il famigerato dottor Mengele, il medico di Auschwitz che condusse esperimenti di eugenetica sui deportati, entrò nella baracca 11. Cercava venti bambini da inviare a Neuengamme, un campo di concentramento a sud-est di Amburgo, dove un altro collega-criminale, il dottor Kurt Heissmeyer, li avrebbe usati come cavie. Fu il caso - come spesso accadde nei lager e come abbiamo avuto modo di raccontare in un nostro docuweb, appunto Salvi per caso - a determinare chi si sarebbe incamminato verso un destino di malattia e morte . Non sapendo come scegliere, infatti, Mengele chiese: «Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti...». I bambini che lo fecero, spinti da quel tenero desiderio, partirono su un treno per Neuengamme. Tra di loro, Sergio de Simone, che aveva 7 anni. Andra e Tatiana, invece, si salvarono perché avvertite da una kapò di non cadere nella trappola.
Il massacro
Arrivati a Neuengamme, attraverso una prima incisione sotto l’ascella, i venti bambini vennero infettati con bacilli vivi della tubercolosi, capaci di scatenare la malattia in forma molto violenta. Tutti ne furono colpiti. Alcuni vennero sottoposti ad altri interventi, tra cui quello per asportare le ghiandole linfatiche. Questi tormenti, accertati da foto e documenti mostrati nel libro, proseguirono fino al 20 aprile 1945 quando, con gli inglesi alle porte, i nazisti si preoccuparono di cancellare ogni traccia. Fu allora che i venti bambini vennero trasportati nella scuola di Bullenhuser Damm. E, nella cantina di quell’edificio, furono impiccati senza pietà.
Il libro
Scritto in un linguaggio semplice, per quanto non risparmi la verità storica e i dettagli sulla tragica vicenda, «Chi vuol vedere la mamma faccia un passo avanti...» può rappresentare uno strumento didattico efficace per affrontare il tema della Shoah nelle scuole e preservare la Memoria. Al contempo, le nuove testimonianze, i documenti inediti, l’apparato di note e i riferimenti bibliografici contenuti nell’edizione aggiornata, rendono il volume fruibile a vari livelli di lettura e di approfondimento, utile anche per gli studiosi. Sarà possibile acquistarlo giovedì durante la presentazione oppure sul sito www.proedieditore.it. Il ricavato sarà interamente devoluto alla costruzione della Biblioteca del Memoriale della Shoah.

@al_rastelli
15 aprile 2014 | 23:05



La medicina dei nazisti e le atrocità sugli ebrei si studiano all’università

Corriere della sera

di Paolo Conti

Il primo corso si terrà alla Sapienza Il professore «Molto soddisfatti, pronti altri Atenei», Marcello Pezzetti portavoce per la didattica della Shoah

 
Il titolo basta per capire la sostanza: «Medicina e Shoah».Lunedì 14 aprile alle 15, nell’Aula A1 del Dipartimento di Scienze odontostomatologiche e maxillo facciali della facoltà di Medicina de «La Sapienza» di Roma in via Caserta 6, comincerà il primo corso universitario al mondo dedicato alla catastrofe dell’Olocausto esaminata attraverso la medicina, in particolare quella inumanamente applicata ad Auschwitz-Birkenau: l’atroce vicenda delle sperimentazioni scientifiche sulle donne e gli uomini ebrei. Le inquietanti figure di Josef Mengele, che usò come cavie umane persino i bambini internati per i suoi esperimenti di eugenetica, e di Carl Clauberg, il ginecologo che proprio ad Auschwitz-Birkenau condusse le sue «ricerche» sulla sterilizzazione costringendo centinaia di donne a sottoporsi a un suo «metodo» che provocava giorni e giorni di indicibili dolori alle ovaie, portando quasi sempre a una terribile morte. Si studierà insomma il rapporto tra scienza medica e ideologia nazista, e le sue ripercussioni nelle persecuzioni razziali.

Racconta Marcello Pezzetti, direttore scientifico del Museo della Shoah, professore dell’Università di studi sulla Shoah situata presso il museo Yad Vashem di Gerusalemme, portavoce per l’Italia della Task force internazionale per la didattica della Shoah in Europa: «Sono sinceramente molto soddisfatto. Questo esordio assoluto sta interessando numerose realtà didattiche non solo italiane. Stiamo già chiudendo un accordo con l’Università di Trieste che, interessatissima, ci ha chiesto di organizzare un corso analogo, creando così una triangolazione tra le due università e il Museo della Shoah».

Tutto è nato, racconta Pezzetti, due anni fa con alcuni incontri all’università «La Sapienza» dedicati proprio al tema dei campi di concentramento e soprattutto al ruolo di medici e infermieri tedeschi nel progetto T4, l’operazione eutanasia che coinvolse prima i disabili poi i Rom e infine gli ebrei internati. Pizzetti racconta che l’interesse fu enorme e portò anche a un viaggio ad Auschwitz al quale parteciparono medici e infermieri ebrei e non ebrei sia della facoltà di medicina de «La Sapienza» che dell’Ospedale Israelitico di Roma: «Di lì nacque l’idea di un corso di aggiornamento scientifico per il personale medico, che ebbe 120 iscrizioni. E quel successo ci convinse che sarebbe stato possibile dare vita a un vero e proprio corso universitario, con tanto di lezioni, di esami e di voti finali. Stavolta il consenso è stato persino maggiore: superiamo le 200 adesioni».

La direzione scientifica del corso è stata affidata a Fabio Gaj, docente di Chirurgia generale a «La Sapienza» e presidente dell’Associazione Medici Ebrei, e a Silvia Marinozzi, storica della medicina. Ma le diverse lezioni verranno tenute da vari studiosi. Lunedì 14 aprile, per esempio, il primo incontro su «T4 - l’Operazione eutanasia- dall’uccisione dei disabili allo sterminio degli ebrei, uno sguardo sui persecutori» verrà tenuta da Sara Berger, ricercatrice della Fondazione Museo della Shoah. Il 28 aprile Libera Picchianti, sempre della Fondazione Museo della Shoah, e Fabio Gaj illustreranno la storia delle cavie umane sottoposte alla sperimentazione nazista e quindi si affronterà il nodo delle sterilizzazione di massa. Infine il 5 maggio Antonio Pizzuti, ordinario di Genetica Medica, parlerà su «Eugenetica, le origini del razzismo biologico» e Gilberto Corbellini, studioso di Bioetica ed Epistemologia Medica, partirà dal processo di Norimberga per approdare alla bioetica contemporanea e al consenso informale. L’orario delle lezioni sarà dalle 15 alle 17.30.

Per l’occasione, Marcello Pezzetti e il museo della Shoah hanno ristampato il volume di Désire Haffner «Aspetti patologici del campo di Auschwitz-Birkenau». Si tratta di una tesi di laurea dello stesso Haffner, medico ebreo deportato ad Auschwitz nel 1942 e laureatosi dopo la Liberazione, che la pubblicò clandestinamente in Francia quattro anni dopo. Il volume è stato presentato a più riprese qui a Roma nel 2012. Ma oggi assume una rinnovata, straordinaria valenza come tassello anche storico-scientifico del tragico affresco della Memoria legata alla tragedia della Shoah.

2 aprile 2014 | 10:08