giovedì 24 luglio 2014

Equo compenso, Apple ritocca i prezzi. Franceschini s’arrabbia e la Siae vuol mettersi a vendere gli iPhone “a prezzi francesi

Corriere della sera

di Paolo Ottolina


Il ministro Dario Franceschini fu quanto meno improvvido. Quando firmò il decreto che aggiornava, con consistenti rialzi, le tariffe per l‘equo compenso per la copia privata disse:

Firmato decreto copia privata. Il diritto d’autore garantisce la libertà degli artisti e i costi vanno sui produttori, non sui consumatori.
— Dario Franceschini (@dariofrance) 20 Giugno 2014
«I costi vanno sui produttori, non sui consumatori». Chi conosce il mercato dell’elettronica di consumo e le sue regole pensò: “Sì, certo, come no”. Detto e fatto: Apple ha appena ritoccato al rialzo i prezzi dei suoi prodotti.  L’iPhone 5s da 16GB ora costa 732,78 euro, 3,78 euro in più. E l’incremento è proporzionale al prezzo: il modello da 32GB ora costa 4,76 euro in più (843,76), mentre quello da 64GB costa 5,25 euro in più (954,25). Dei prezzi non “tondi” e non “ottici” (699, 799, etc) piuttosto inusuali da vedere, ma che non sono una novità per la Mela morsicata: lo stesso successe qualche tempo fa quando l’Italia aggiornò al rialzo l’Iva. La presa di posizione di Apple è piuttosto chiara e “politica” stavolta: non solo ha deciso di non assorbire la quota per copia privata ma scrive chiaramente che i prezzi sono lievitati a causa di nuova tassa: “Include tassa su copyright di € 4,00″.


«Tassa sui cellulari» era la definizione, impropria (tecnicamente l’equo compenso non è una tassa), utilizzata anche dalla stampa durante le settimane in cui le tariffe erano in discussione. Definizione che il ministero e la Siae hanno sempre contestato e che ora si vedono spiattellata in faccia da una multinazionale come Apple che, insieme a molte altre, non sta esattamente simpatica al governo a causa delle sue politiche di elusione fiscale.

Apple avrebbe potuto rinunciare a questi pochi euro? Sì, certo. I conti vanno benissimo. L’ultima trimestrale è stata da record. Ma Apple è un’azienda privata che ha tutti i diritti di vendere i suoi prodotti ai prezzi che ritiene più opportuni. Si chiama libero mercato. Apple risponde ai suoi azionisti e ai suoi potenziali acquirenti. Che di certo – per altro – non fuggiranno a gambe levate per 4 euro, quando si parla di prodotti da 700 e più euro.

È prevedibile che altre aziende seguano la scia. Soprattutto nella fascia bassa e medio bassa del mercato dove i margini, su smartphone da 100 euro o poco più, per i produttori sono già oggi bassissimi. Per il presidente di Confindustria digitale Elio Catania l’aumento dei prezzi era di fatto scontato e la mossa di Apple una «prevedibile reazione da parte delle imprese a fronte di una imposizione del tutto ingiustificata».

Franceschini però non ci sta. Quello deciso da Apple, dice il ministro all’Ansa, è un «aumento puramente ritorsivo nei confronti dei loro clienti italiani». E a dimostrarlo, dice, ci sono i prezzi degli iPhone nei diversi Paesi europei, basta guardare a quelli, sottolinea, «per capire che l’aumento della copia privata non c’entra nulla». Il ministro fa anche le cifre: «in Francia un iPhone 5s da 16 Gb – dice- costa 709 euro a fronte di un tariffa per copia privata di 8 euro, in Germania 699 con una copia privata di 36 euro, in Italia 732,78 euro (,78 per far pesare l’Iva!) ora che la copia privata è a 4 euro mentre era a 729 euro con la copia privata a 0,90».  (ma in Germania ci risulta che l’equo compenso al momento non si applichi, per un ricorso dei produttori, ndr).

Altri voci della maggioranza tornano ad agitare la minaccia della “webtax”. Il presidente della commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia (Pd), che della “webtax” fu il principale alfiere:
«Vista la vergognosa reazione di Apple, se non ci sarà in Europa entro l’autunno una disciplina condivisa sulle imposte connesse all’economia digitale, l’unica strada percorribile per l’Italia in vista della legge di Stabilità 2015 sarà quella di inasprire le sanzioni, rafforzando ulteriormente il meccanismo introdotto con la cosiddetta `webtax´ 2014, attivando attraverso il ruling un recupero di risorse non inferiore al miliardo l’anno da riversare interamente ai consumatori italiani attraverso adeguati crediti d’imposta. Le multinazionali del web quando si tratta di pagare un contributo giusto nel Paese in cui si producono profitti alzano immediate barricate forse perché diminuiscono di qualche centesimo le risorse che finiscono nei loro conti offshore?».
Le opposizioni ci vanno a nozze, invece: «Non ci voleva un genio per capire come sarebbe andata a finire, ma bastava un briciolo di onestà intellettuale. E invece il ministro Franceschini si era detto certo che gli aumenti dell’equo compenso per copia privata non avrebbero determinato corrispettivi aumenti dei prezzi finali di vendita dei dispositivi, tra cui tablet e smartphone. Ebbene, Apple è il primo produttore a smentirlo» dice il presidente della commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone (Forza Italia).
«L’equo compenso per copia privata del Decreto Franceschini è una misura, o per meglio dire tassa, iniqua e al limite dell’assurdo. La reazione agli aumenti Apple di Francesco Boccia, che grida allo scandalo brandendo la minaccia della webtax come arma di ritorsione e della Siae, che lo segue a ruota, è assolutamente inopportuna e al limite del ridicolo» dicono i deputati 5 Stelle in commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni. «L’equo compenso varato da Franceschini – afferma la deputata M5S Mirella Liuzzi – è un provvedimento già bocciato da stakeholder e consumatori che dovrebbe, semplicemente, essere revocato per lasciare spazio a un reale confronto sul tema tra tutti i soggetti interessati».
A chiudere il cerchio arriva l’ultima sortita della Siae, che si dice pronta a vendere in Italia «iPhone a prezzi francesi» per dimostrare «la scorrettezza della Apple» ed evitare ai consumatori «l’ingiustificata depredazione».

Un’ottima idea davvero. L’iPhone «a prezzi francesi» si trova già su decine di siti Internet. Anche a prezzi tedeschi. E persino nord-americani a dire il vero. Una Siae in concorrenza con Amazon, Eprice, Pixmania, Gli Stockisti, Expansys e via discorrendo sarebbe divertente. Se poi l’iPhone me lo porta a casa Gino Paoli (presidente Siae) ne ordino persino due.

Palazzo Chigi prepara nuove tasse per accogliere altri immigrati

Libero

Antonio Signorini - Gio, 24/07/2014 - 08:25

Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ieri alla Camera ha spiegato che l'operazione "Mare nostrum" costa in media 9,3 milioni di euro al mese e l'intero onere è ricaduto finora sul dicastero della Difesa. Ma non è più sostenibile


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Operazione militare e umanitaria nata sull'onda emotiva dopo uno dei tanti traffici di esseri umani finito in naufragio. Portata avanti orgogliosamente da un paese, l'Italia, tanto esposto alle ondate di migranti quanto debole economicamente e periferico nel risiko degli equilibri europei. Ora Mare nostrum mostra la corda e presenta il conto: più di 86 milioni, pagati dai soli contribuenti italiani con aumenti fiscali come quelli più recenti, su casa rendite finanziarie. E sui tabacchi, per restare sul prossimo aumento in programma.

A lanciare il segnale di allarme sulla sostenibilità di Mare Nostrum è stato il ministro della Difesa: L'operazione, ha spiegato Roberta Pinotti durante il question time alla Camera dei deputati - costa mediamente 9,3 milioni di euro al mese, da quando è scattata, di cui 7 per il funzionamento e la manutenzione dei mezzi e i rimanenti per gli oneri relativi all'indennità del personale impegnato. «Una cifra sostenuta finora solo dal ministero della Difesa, ma ora non è più sostenibile da questo solo dicastero». In sostanza, da quando è stata avviata l'operazione sono stati spesi più di 86 milioni di euro ai quali ora se ne aggiungeranno altri.

Sempre trovati a margine del bilancio dello Stato, tramite la legge di assestamento, come ha ricordato la stessa Pinotti. «In attesa delle iniziative sollecitate all'Unione europea» il finanziamento «non sarà inserito nel decreto legge di proroga delle missioni internazionali per il secondo semestre ma incluso nel disegno di legge di Assestamento 2014 con un finanziamento per la Difesa di 60 milioni di euro». Soldi che serviranno a coprire il periodo dall'inizio dell'anno e fino alla prossima. L'Italia continuerà a dispiegare il «dispositivo navale», circa 900 militari una Nave Anfibia, due fregate, due pattugliatori, piu velivoli e sistemi radar della Marina. Per proteggere le vittime dei trafficanti e fare da guardie di confine anche per gli altri Paesi europei.

Non ci sta Laura Ravetto, esponente di Forza Italia e presidente della Commissione bicamerale Schengen: «Pinotti ha confermato che la missione verrà rifinanziata per 60 milioni di euro. Mi chiedo come questa intenzione sia conciliabile con le dichiarazioni fatte a più riprese dallo stesso ministro, nonché dal titolare del dicastero dell'Interno, in ordine al fatto che Mare nostrum debba essere un'operazione a termine. L'Italia non può sopportare a lungo». I costi, ricadono sui contribuenti, ma - ha proposto Ravetto - «sarebbe decisamente più opportuno inviare all'Europa la check-list dei costi aggiuntivi che l'Italia sta sostenendo».

Per i contribuenti italiani si prospettano altri aumenti. Ieri al Consiglio dei ministri è slittato l'esame del decreto legislativo con il riordino della tassazione sui tabacchi, per l'assenza del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Rinvio tecnico, gli aumenti arriveranno: circa due centesimi a pacchetto a partire da agosto, che non dovrebbero pesare sui consumatori. Poi, dal prossimo anno, rincari per i consumatori fino a 20 centesimi a pacchetto.

A proposito di Europa, ieri il centro studi di Confindustria ha diffuso la congiuntura flash lasciando poche speranze sulla ripresa. «L'Italia era in crisi prima della crisi e continua a esserlo». Nel 2014 il Pil registrerà una «crescita piatta». Meno, quindi, dello 0,2% di Bankitalia. Il «buco nero della crescita mondiale» per viale dell'Astronomia «è rappresentato dall'Eurozona, dove i divari nelle performance sono sempre meno sostenibili e la lista dei paesi che stentano a ritrovare il rilancio va ben oltre i soliti noti».

Afghanistan, il mullah la stupra nella moschea Ora la bimba di 10 anni rischia di essere uccisa

Corriere della sera

di Monica Ricci Sargentini

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Una bambina afgana di 10 anni rischia di essere uccisa dalla famiglia per essere stata stuprata in una moschea da un uomo di cui si fidava ciecamente, il mullah locale. I fatti risalgono al maggio scorso ma solo una settimana fa l’episodio è stato denunciato al New York Times dalle attiviste per i diritti delle donne Women for Afghan Women, un’organizzazione che si batte per proteggere le cittadine del Paese e che viene spesso tacciata di americanismo, perché la bambina, che chiameremo Afia, il 15 luglio è stata riconsegnata dalle autorità alla sua famiglia nonostante in precedenza i genitori avessero minacciato di ucciderla per lavare l’onore perduto.

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E la donna che più l’aveva protetta la dottoressa Hassina Sarwari (nella foto a sinistra), la direttrice del casa rifugio dove la bambina era stata accolta dopo la violenza, è ora costretta a nascondersi dopo ave ricevuto minacce di morte e medita di lasciare il Paese. E’ una vicenda triste, quella di Afia, di quelle che è difficile scordare, perché perdono tutti “i buoni”: le autorità che hanno cercato di perseguire l’imam e che sono state costrette a dimettersi, le attiviste e naturalmente la vittima. Tuttora il mullah è ancora libero.

I fatti si svolgono ad Alti Gumbad in un villaggio alla periferia di Kunduz, nel nord dell’Afghanistan. Dopo lo stupro Afia sanguina così tanto che rischia di perdere la vita perché non viene portata subito in ospedale, la violenza è stata così brutale da averle causato una fistola, cioè una rottura della parete che separa la vagina dal retto. Nonostante ciò il mullah, Mohammad Amin, interrogato dalla polizia, ammette di aver avuto un rapporto sessuale con la bambina dopo la lezione di Corano ma dice che era consensuale, che pensava che Afia fosse più grande e che aveva risposto alle sue avance. Per riparare al danno fatto si offre di sposare la sua vittima.

Ma la capo dell’ufficio che si occupa delle questioni femminili, Nederah Geyah, si batte per difendere la piccola. Va in tribunale e mostra le foto di Afia in ospedale, uno scricciolo di 18 chili che chiaramente non ha ancora raggiunto la pubertà. In Afghanistan i certificati di nascita sono un lusso per pochi ma i medici attestano chiaramente che la bimba non ha ancora avuto le mestruazioni e la madre assicura che ha solo 10 anni.

Tutto questo non piace agli abitanti del villaggio. La rabbia degli uomini non si riversa contro il colpevole dello stupro ma contro la sua vittima e le sue protettrici. Quando la dottoressa Sarwari, che è una pediatra, si presenta in ospedale per portare via la bambina i vecchi del villaggio cercano di sbarrarle il passo, tra loro ci sono i fratelli, il padre e lo zio della ragazzina. Sarwari riesce a parlare con la zia di Afia che le spiega quello che succedendo: suo marito le aveva ordinato di entrare in ospedale e prendere la bambina in modo che potessero ucciderla e buttarla nel fiume.

Il caso è emblematico di come in Afghanistan sia sempre più difficile difendere le vittime di una violenza. Con il ritiro delle truppe internazionali gli attivisti per i diritti umani vedono venire meno risorse e sostegno: “Nessuno finanzia più i programmi per la nascita di una nuova società civile. E penso che tutti i progressi che abbiamo fatto negli ultimi 13 anni piano piano scompariranno” ha detto Geyal in un’intervista prima delle dimissioni.
I delitti d’onore nei casi di stupro sono comuni in Afghanistan e spesso, per la famiglia della vittima sono più importanti della punizione nei confronti dello stupratore. Secondo alcune Ong ogni anno nel Paese 150 donne vengono uccise per questo motivo, probabilmente il dato è sottostimato.

Roma, mille immigrati in arrivo Centri di accoglienza vicini al collasso

Il Messaggero

di Laura Bogliolo

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In viaggio sui pullman di notte dalla Sicilia e dalla Puglia, poi l’arrivo a Roma. Una cinquantina sono stati sistemati ieri sera al Cara di Castel Nuovo di Porto, altri mille circa verranno portati in provincia, un centinaio invece tra oggi e domani saranno ospitati a Roma in quei centri di accoglienza già sovraffollati per l’80 per cento. Dal Viminale filtra che saranno 6 mila i richiedenti asilo che arriveranno nella capitale entro agosto dopo l’emergenza sbarchi.

SOVRAFFOLLAMENTO
Il Piano per l’accoglienza siglato pochi giorni fa prevede la possibilità di utilizzare caserme dismesse. Nel Lazio è stata data la disponibilità dell’ex caserma di Civitavecchia De Carolis, già usata per l’emergenza del 2011 dopo la Primavera araba. Sabato il Viminale ha chiamato i vertici della Croce Rossa romana per conoscere la disponibilità ad attivarsi per l’accoglienza. Si tratta di un’accoglienza a livello emergenziale, visto che i centri accreditati del Comune sono già sovraffollati. La scorsa settimana sarebbero già arrivate 150 persone.

Si parla di un migliaio di migranti da trasferire in provincia, ma non è detto che la scarsa disponibilità di posti fuori Roma, possa indurre a rivedere il piano e a trasferire nella Capitale i migranti. Secondo il programma Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, a Roma ci sono una quarantina di centri accreditati gestiti da una ventina di gestori. Si parla dei centri Domus Caritatis presenti a Lunghezza, Guidonia, Grottarossa, di quelli gestiti dal centro Astalli sulla Laurentina e di tanti altri già sommersi da richieste di accoglienza. Oggi è previsto l’incontro in Viminale con i vertici dell’assessorato alle Politiche Sociali nel quale verranno definiti gli ultimi dettagli per affrontare l’emergenza migranti.

IL VERTICE
I migranti provengono soprattutto da Ghana, Mali, Senegal e Eritrea e sono i superstiti delle stragi del mare. «Arrivare a Lampedusa è come sopravvivere a un disastro aereo» hanno detto molti di loro. E dopo che i centri di accoglienza del Sud Italia sono risultati saturi, il Viminale durante l’ultima Conferenza Unificata con Regioni, Prefetture, Comuni e Anci ha predisposto un piano di emergenza per l’accoglienza dei migranti in tutta Italia e anche a Roma. Nel 2014 sono state 85mila le persone sbarcate sulle coste italiane. A livello nazionale sono già 25 mila le domande di asilo.

IN FUGA
Molti dei migranti non resteranno nella Capitale, ma cercheranno di raggiungere prima Milano, poi l'Europa del Nord in un viaggio che vede una rete di supporto tra immigrati pronti a comunicare in quali luoghi rifugiarsi in attesa del viaggio verso il Nord. È successo così con i migranti scampati al naufragio del 3 ottobre scorso a Lampedusa: 89 superstiti vennero accolti a novembre nell’istituto salesiano Teresa Gerini, a Ponte Mammolo. Dopo mezza giornata si allontanarono: con loro solo una busta di plastica con acqua e pane, negli occhi ancora le immagini della tragedia, e nel cuore la speranza di raggiungere Germania o Svezia.

Giovedì 24 Luglio 2014 - 08:03



Caos immigrati, l'allarme dell'ordine dei medici: «Potenziare i controlli sanitari»

Il Messaggero

di Lorenzo De Cicco


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Potenziare subito la «vigilanza sanitaria» sui 6mila immigrati che da qui ad agosto sbarcheranno nella Capitale per evitare «il rischio contagio». A lanciare l'allarme Tubercolosi è l'Ordine dei Medici di Roma, che chiede a Regione e Comune di «mettere in campo tutti i controlli necessari per tutelare la salute dei romani e degli stranieri a cui si darà accoglienza». Gli operatori sanitari che verranno mobilitati dalla Croce Rossa sono oltre 200, ma il presidente dell’organizzazione dei camici bianchi, Roberto Lala si dice «fortemente preoccupato». Spiega: «Quando si tratta di clandestini e non di immigrati regolari, bisogna considerare che arrivano in Italia senza avere alle spalle un check up di vaccinazioni regolare e documentabile. Per questo devono essere sottoposti ad accertamenti sanitari rigorosi».

Secondo l’Ordine dei medici «tutte le statistiche indicano negli ultimi mesi un incremento dei casi di tubercolosi e il ritorno di alcune malattie infettive che in Europa erano quasi del tutto debellate». Ecco perché la prossima settimana l’Ordine approverà una risoluzione per chiedere alla Regione «di potenziare la vigilanza sanitaria». «Solo in questo modo - dice Lala - sarà possibile tutelare la salute dei romani e dei migranti. Altrimenti si rischia il contagio». E proprio la gestione sanitaria dell’emergenza per l'immigrazione sarà oggetto del vertice di stamattina al Ministero dell’Interno a cui prenderà parte il sindaco Marino. Intanto restano in allerta anche i sindacati di polizia, che guardano con preoccupazione a quanto successo in Sicilia, dove due agenti impegnati in servizi su sbarchi di migranti, sono risultati positivi al test Mantoux, un esame propedeutico a verificare la tubercolosi.

TUTELE RIDOTTE Secondo il sindacato di polizia Sap «le mascherine che ci vengono fornite non sono adeguate per la prevenzione di malattie a trasmissione aerea». Per Nicodemo De Franco, segretario generale del sindacato della Polizia di Stato Aspil, «fino a oggi siamo stati mandati allo sbaraglio, non tutti gli agenti si sentono adeguatamente tutelati. I rischi sono tanti, considerando i paesi da dove provengono i migranti, dove le verifiche sanitarie sono scarse o quasi del tutto inesistenti». Secondo l’Aspil «vista la situazione emergenziale, la presenza delle forze dell’ordine sarà rafforzata e il rischio è che non tutti gli uomini siano protetti sufficientemente».

DUE MORTI Un mese fa due immigrati arrivati nella Capitale dalla Sicilia erano morti ieri a distanza di poche ore l’uno dall’altro in due edifici occupati da anni da centinaia di profughi. L'autopsia disposta per entrambi i decessi ha rivelato nel secondo caso la contaminazione da Tbc. E pochi giorni prima lo stesso sindaco Marino in una lettera al ministro dell’Interno Alfano e quello della Salute, Lorenzin, aveva espresso preoccupazione per l’arrivo «senza alcun preavviso di numerosi immigrati da paesi «dove vi è una presenza elevata di ceppi di Tbc multiresistenti oltre che di casi Hiv e di altre malattie infettive». In allerta anche la Croce Rossa. Secondo Flavio Ronzi, presidente della federazione romana della Cri «ci sono difficoltà a monitorare la situazione sanitaria dei migranti in transito a Roma. C’è un rischio generale di malattie».


Giovedì 24 Luglio 2014 - 08:09

Roma, pizzo sui biglietti della metro: adesso spunta il rom finto controllore

Il Messaggero

di Raffaella Troili

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Basta un cappello in tinta con la maglia e la camicia, il fare esperto, un certo portamento e pure lo steward abusivo, nel deserto, acquista credito. Specie se sa le lingue e soprattutto non c’è uno straccio di divisa ufficiale all’orizzonte né controllori. E’ mattina, siamo alla fermata metro Flaminio. Lo straniero, con un borsello al collo e l’aria indifferente, aspetta a fianco alle macchinette elettroniche l’arrivo dei passeggeri. Offre loro informazioni in un inglese fluente per andare dove devono andare, «Anagnina è dalla parte opposta»; dà loro consigli «signora, mi raccomando, lo zaino è meglio che lo tiene così, che glielo rubano», entra addirittura nella zona davanti alle scale mobili, per sbloccare il tornello a un’altra signora che ha problemi con il ticket.

Il controllore farlocco ma tanto gentile, non chiede, i turisti spaesati lasciano il resto naturalmente quasi fosse una mancia. Chissà cosa pensano prima d’allontanarsi, se fanno confronti con altre città. Non impressiona tanto quel personaggio, con un borsellino al collo, che ogni tanto torna a parlottare con altri abusivi a zonzo nella metro e dai quali si distingue per la divisa arraffazzonata con cui tenta di ingentilire il suo lavoro sporco. A far effetto è che intorno è il deserto, che i sottopassi, le guardiole, siano vuote, terra di nessuno. E’ da solo, dunque è il padrone per questo inglesi, orientali, sudamericani in difficoltà davanti alle emettitrici accettano di buon grado il suo aiuto.

Il giorno dopo la denuncia del Messaggero, alla stazione Termini, dove i rom chiedono il pizzo sui biglietti, ci sono più controlli. Eppure i nomadi non demordono e spuntano ancora vicino alle macchinette pronti a imporre il loro aiuto per poi tenersi il resto. Nella stazione più grande d’Italia, seconda in Europa. Che figura.


Giovedì 24 Luglio 2014 - 07:34

La toga rossa ammette: i giudici fanno quello che vogliono

Libero


pa.it
La sintesi è che i giudici fanno quello che vogliono. Perché hanno margini di discrezionalità sconfinati nella ricostruzione e nella valutazione dei fatti. Perché anche le possibilità d’interpretazione delle norme non conoscono limiti. Perché in Tribunale il clima è cambiato (o forse è tornato ancora più uguale a quello di un tempo), nel senso che il principio dell’uguaglianza di tutti (deboli e forti) davanti alla legge, di fatto, non esiste. O, di fatto, non è proprio mai esistito.

La sintesi che noi riportiamo, non l’ha esposta un individuo qualunque, ma una toga. Un magistrato che di nome fa Livio Pepino, membro del Consiglio superiore della magistratura (l’organo di autogoverno dei giudici) dal 2006 al 2010, ex sostituto procuratore generale a Torino. E presidente di Magistratura democratica. Dunque una toga rossa, anche. In un articolo pubblicato ieri sul giornale comunista il Manifesto, Livio Pepino spiega cone la sentenza Ruby che assolve Silvio Berlusconi dai reati di concussione per costrizione e prostituzione minorile, sia la prova provata che i giudici - anche i più irreprensibili e convinti di agire in piena indipendenza - alla fine fanno quello che vogliono.

Questo con buona pace dei giornalisti vari o dei sostenitori della giurisdizione, i quali si sono sprecati nel giudicare, considerare e spiegare l’assoluzione dell’ex capo del governo come «una conseguenza (quasi) obbligata della modifica del delitto di concussione operata con la cosiddetta legge Severino (in realtà, precedente alla sentenza di primo grado)». Ma vi pare? Tempo buttato cimentarsi in simili esercizi interpretativi.

Perché, scrive il magistrato, «come sempre le ragioni di una decisione sono molte, ma certo le principali stanno non nelle modifiche legislative bensì nelle scelte dei giudici». Che fanno quel che gli gira in quel momento. «E l’esercizio di tale discrezionalità risente del clima in cui essi stessi operano». Con una disinvoltura che ricorda, dice ancora il giudice Pepino, il caso dell’ex ministro Scajola: «Accusato di avere ottenuto un illecito finanziamento mediante il pagamento di parte cospicua del prezzo di acquisto di un prestigioso alloggio romano e assolto in primo grado per essere tale pagamento avvenuto “a sua insaputa”».

Come contraddirlo? Difficile. Così com’è complicato sostenere che il magistrato ha torto quando afferma che «mai» si è visto un pubblico ufficiale macchiarsi del reato di concussione per costrizione perché ha usato la minaccia di una pistola puntata alla tempia del concusso. Anche se, aggiungiamo noi, non lo ha certo inventato il prete che l’elemento costitutivo del delitto di concussione, dal quale Berlusconi viene assolto dalla Corte d’Appello, è proprio la minaccia grave ed esplicita (come ad esempio quella con armi).

Le interpretazioni giuridiche, in tal caso possono sì essere infinite e lasciare gran margine di decisione ai giudici, ma se la minaccia grave non esiste, diventa improbabile inventarla. Perfino quando l’imputato si chiama Berlusconi Silvio, giudicato a Milano. Il quadro nei tribunali «è mutato», insiste Livio Pepino, «una fase si sta chiudendo. Accade quotidianamente. In forza del nuovo/antico ruolo attribuito alla giurisdizione si divaricano le regole di giudizio adottate nei processi contro i “briganti” (poveri o ribelli che siano) e in quelli contro i “galantuomini”: qui il canone probatorio del “non poteva non sapere” di Scajola è sacrilegio; là è regola». Dunque nessuno è uguale davanti alla legge. E i giudici decidono quel che loro garba. Ergo: fanno quello che vogliono. E se a dirlo è una toga. Per di più rossa...

Bce denuncia furto di dati e email

La Stampa

Rubati da un database del sito web di Eurotower. Invitata richiesta anonima per una compensazione finanziaria


pa.it
La Banca centrale europea ha subito un attacco informatico al suo sito internet, da cui sono stati rubati alcuni contatti e indirizzi email di persone che si erano registrate online per partecipare ad alcuni eventi organizzati presso l’Eurotower. Lo ha reso noto la stessa istituzione di Francoforte, specificando che i dati sottratti erano su un database separato dai sistemi interni, e che quindi non sono stati compromessi dati sensibili per i mercati.

Il furto è venuto alla luce quando è stata spedita alla Bce una email anonima che chiedeva una compensazione finanziaria per i dati sottratti. La banca di Francoforte sta attualmente contattando le persone i cui dati potrebbero essere stati rubati e tutte le password sono state cambiate per precauzione. I responsabili dell’Eurotower hanno intanto sporto denuncia alle autorità tedesche, le quali hanno aperto un’indagine sul furto.

Il furto è venuto alla luce quando è stata spedita alla Bce una email anonima che chiedeva una compensazione finanziaria per i dati sottratti. La banca di Francoforte sta attualmente contattando le persone i cui dati potrebbero essere stati rubati e tutte le password sono state cambiate per precauzione. I responsabili dell’Eurotower hanno intanto sporto denuncia alle autorità tedesche, le quali hanno aperto un’indagine sul furto.

(Ansa)

Windows cambia marcia: un solo sistema operativo per pc, smartphone, tablet

La Stampa

stefano rizzato

L’annuncio, dopo tante indiscrezioni, è dell’amministratore delegato Satya Nadella: “La prossima versione sarà fatta per schermi di tutte le dimensioni”. Diventa unico e integrato anche il mercato delle app

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La strada è passata per una dolorosa fusione con Nokia, che costerà il posto – è notizia di questi giorni – a ben 18mila dipendenti. Ma forse è anche la strada giusta, quella che porterà Microsoft a cambiare passo. E a fare di Windows il primo grande sistema operativo davvero integrato: uno solo, uguale per pc, smartphone, tablet. L’indiscrezione non è più solo un’indiscrezione, perché martedì ne ha dato conferma inequivocabile l’amministratore delegato Satya Nadella: “Semplificheremo la prossima versione di Windows, da tre sistemi operativi ad un sistema operativo integrato e unico, per schermi di tutte le dimensioni”.

Più app per tutti
La novità è chiamata a distinguere Microsoft dai suoi grandi rivali. Apple ha infatti sempre puntato su due piattaforme diverse: iOs per dispositivi mobili e Mac Os X per computer e notebook. Android è solo per smartphone e tablet. E le più popolari distribuzioni di Linux, come Ubuntu, restano ai margini del mercato mobile. Ma nelle intenzioni di Nadella e i suoi, c’è un salto di qualità anche per quanto riguarda il mercato delle app. È l’altro grande annuncio dato dall’ad Microsoft: come il nuovo Windows, saranno unici anche il mercato delle app e la piattaforma per svilupparle. Un passo che potrebbe incoraggiare i programmatori e servire per ampliare il numero di applicazioni per Windows Phone, storico tasto dolente rispetto ad Android e iOs.

La novità da aprile 2015?
Della rivoluzione, in effetti, si parlava da tempo. Fin da gennaio tutto lasciava pensare che Windows 9 avrebbe portato non solo qualche ritocco rispetto alla versione attuale, ma proprio un cambio di filosofia. La data per oltrepassare questa fatidica soglia (in inglese “threshold”, proprio come il nome dato al progetto su Windows 9) è così fissata: aprile 2015. All’appuntamento potrebbe esserci anche il caro vecchio tasto “start”, che riapparirà su Windows il 12 agosto prossimo, con il secondo aggiornamento della versione 8.1.

Un po’ di conti
La cornice per l’annuncio sul nuovo Windows è stata la conferenza sui risultati economici di Microsoft nel Q4 dell’anno fiscale 2014, quindi tra aprile e giugno scorsi. Una trimestrale senza sorprese, con un incremento nel giro d’affari del 18 per cento rispetto a un anno fa – da 19,89 a 23,38 miliardi di dollari – e però l’effetto Nokia a pesare sui ricavi netti, che passano da 4,97 a 4,61 miliardi. Nel periodo, Microsoft ha venduto 5,8 milioni di smartphone Lumia, 30,3 milioni di cellulari non-Lumia e 1,1 milioni di Xbox. Nell’ombra restano invece i dati esatti sulle vendite dei tablet Surface, che – comunque – hanno generato introiti per 409 milioni di dollari. 

La Resistenza sul delta del Po Affidata alle donne

Corriere della sera

di Cesare Rimini

Il Po è lo spettatore delle storie senza fine che si sono susseguite sulle sue sponde e nelle sue acque.


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Il bel film di Elisabetta Sgarbi Quando i tedeschi non sapevano nuotare racconta, con immagini che sfumano nella delicatezza del fiume, la disfatta tedesca dell’aprile del 1945. Con i soldati che perdono la vita a migliaia nel tentativo di tornare verso casa loro, dopo la rotta, prima di essere raggiunti dagli alleati. Ormai senza comando, cercano di traversare il Po con le corde, persino con le vasche da bagno, non sanno nuotare si perdono verso il delta.

Non dimenticherò la partigiana di Bondeno, Lidia Bellodi, che, a diciannove anni, con un gruppo di sole donne, sfonda la porta del Comune per distruggere i documenti anagrafici che avrebbero consentito, al tempo della Repubblica di Salò, ai tedeschi e alle brigate nere di trovare i giovani da arruolare per forza o da portare in campo di concentramento. Ed Ermanno Olmi che descrive il fiume, visto dall’acqua, con le punte dei campanili che si vedono dietro l’argine.

Ma il film mi permette, in una specie di contrappunto, di raccontare anche una storia di casa mia, di cui il Po è stato testimone muto. Mio padre, in quei giorni, tornava a casa. C’eravamo rifugiati in Romagna, a Mondaino. Il Segretario comunale di Gabicce Mare ci aveva regalato le carte d’identità false. Tutti noi Rimini eravamo diventati «Ruini», i Finzi «Franzi», i Vivanti «Vivaldi» e quelle carte ci avevano salvato la vita. Appena si profilò la disfatta dei tedeschi, mio padre volle andare da solo a Mantova, a casa nostra.

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Partì dunque quella mattina di primavera da Mondaino. Pensava che ci avrebbe messo molto prima di arrivare. Su per la via Emilia, stravolta dalla guerra, con mezzi di fortuna o anche a piedi. Invece riuscì ad arrivare a Imola la prima sera. Trovò da dormire da due anziane signorine. Gli diedero un cappotto da capitano italiano, lasciato lì da un ospite precedente. Mio padre con il cappotto del capitano fermò qualche camion. Salì lui, e anche altra gente che gli diceva: «Capitano faccia salire anche noi». Arrivò fino al Po a San Benedetto. C’era il ponte di barche ancora integro, ma lì i soldati americani non lo fecero passare. Lo fecero aspettare a lungo.

Mio padre era offeso perché prima che a lui diedero il passo ad una lunga colonna di auto tedesche, scoperte, con gli ufficiali tutti prigionieri, ma eleganti, impettiti che non gli sembravano dei vinti. E poi — pensava mio padre stanco e mal vestito con il suo frusto cappotto da capitano — perché dovevano passare prima loro sul Po, il fiume che lo divideva da casa sua, loro che erano gli autori della grande ingiustizia. Si vide così, seduto in riva al fiume, bloccato proprio dagli americani tanto attesi, che davano il passo prima ai tedeschi che a lui. Lo raccontava poi scherzando, ma ancora con un filo di malinconia.

Dalle trincee al web: la Grande Guerra ora diventa un reportage multimediale

La Stampa

marco bardazzi

Video, infografiche, diari dei soldati: a 100 anni dallo scoppio del conflitto il Guardian racconta in modo innovativo la storia della Prima Guerra Mondiale
Un documentario interattivo che La Stampa presenta in esclusiva per l’Italia



Ci sono le analisi e le riflessioni degli storici di vari Paesi, ma anche parole dei diari di guerra scritti nelle trincee. Ci sono 32 minuti di film d’epoca e due ore di materiale multimediale da consultare. A 100 anni dall’esplosione del primo conflitto mondiale, un grande documentario interattivo ripropone in modo inedito le ragioni della guerra e gli eventi che la caratterizzarono. 

L’iniziativa è del britannico The Guardian, una delle cinque testate partner de La Stampa nel progetto «Europa», che ha realizzato il racconto digitale utilizzando anche le «memorie di famiglia» condivise nei mesi scorsi sul nostro sito nell’ambito del progetto «Guardian Witness». La Stampa presenta ora nel proprio MediaLab il documentario multimediale in contemporanea con il lancio sul sito del Guardian e su quelli dei giornali partner Le Monde (Francia), El Pais (Spagna) e Suddeutsche Zeitung (Germania).

La lingua stavolta non è una barriera, perchè «La Prima Guerra Mondiale - Storia di un conflitto globale» è stato realizzato in sette lingue diverse, italiano incluso. Il Guardian punta adesso a far tradurre il progetto direttamente ai lettori in molti altre lingue.



La navigazione del web doc prevede la possibilità di esplorarne le radici e lo sviluppo attraverso sette capitoli, corredati di video e commentati da 10 storici di dieci Paesi diversi. Ogni capitolo prevede poi approfondimenti interattivi per andare più a fondo, con mappe, foto d’epoca, ricostruzioni delle battaglie. Un cammino che parte dall’assassinio di Sarajevo del giugno 1914, passa attraverso la dichiarazione di guerra del 28 luglio 1914 da parte dell’Austria-Ungheria contro la Serbia e si inoltra nella complessità dei tragici quattro anni successivi di combattimento. 



«La storia della Prima Guerra Mondiale è raccontata spesso attraverso gli occhi di un singolo Paese», spiega Francesca Panetta, che ha diretto la realizzazione del progetto. «Il Guardian è una voce globale e la guerra è una storia globale. Il nostro obiettivo era trovare il modo di rappresentare questo dato di fatto da un punto di vista editoriale e tecnologico. Per quanto mi risulta, non avevamo mai realizzato un progetto così ambizioso in così tante lingue. Spero che possa essere una risorsa che la gente potrà usare per anni».