sabato 26 luglio 2014

Ormai i sindacati servono solo a far aumentare i disoccupati

Libero

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Un esperto di diritto del lavoro e parlamentare del Pd, scrisse un libretto che si intitolava: A che serve il sindacato? L’onorevole dava alcune risposte e non a favore delle organizzazioni guidate da Susanna Camusso e compagni. Oggi però la soluzione al quesito è ancora più chiara: il sindacato serve a distruggere le aziende, a far scappare gli imprenditori e, soprattutto, a far perdere il posto di lavoro ai lavoratori. Attenzione: la nostra non è una provocazione, ma la nuda verità.

E la prova è data da ciò che sta succedendo in Alitalia, azienda che rischia di morire due volte proprio a causa dell’ostinazione delle Confederazioni. Già qualche giorno fa, quando la Cgil si oppose al piano di ristrutturazione della compagnia aerea, ricordammo che nel 2008 a far fallire l’acquisizione dell’azienda da parte di Air France non fu il governo, allora presieduto da Romano Prodi né l’opposizione, all’epoca rappresentata da Silvio Berlusconi. A far scappare i francesi fu la Cgil, che fino all’ultimo si oppose al piano di ristrutturazione dell’azienda, ponendo delle condizioni inaccettabili. (...)



Alitalia, dopo ventun anni di rosso i sindacati difendono lo status quo

Libero

Sergio Rame


Dal 1993 a oggi la compagnia ci è già costata 21 miliardi. Eppure i sindacati difendono lo statur quo. Lupi: "Solo un marziano li capirebbe"


"Non c’è nessun ultimatum da parte di Etihad, anzi il governo procede con forza e farà la sua parte, la settimana prossima di deve chiudere".

All'indomani dell'ennesima protesta dei sindacati il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi mette in chiaro che sul tavolo del governo non c’è alcunun piano B: "C'è solo un grande piano A".

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Il rischio (concretissimo) è che l'accordo con gli emiri di Abu Dhabi salti proprio a causa di quei sindacati che, nonostante il baratro in cui sta sprofondando l'Alitalia, continuano a difendere a oltranza lo status quo. Eppure dal 1993, quando la crisi della compagnia di bandiera divenne pubblica, ad oggi sono stati bruciati ben 21 miliardi di euro. Al pari di un'imponente finanziaria. "Solo un marziano capirebbe le divisioni all’interno dei sindacati - commenta il ministro - della rappresentanza di quale azienda parlano: la grande compagnia che sarà o quella che chiuderà?".

Da Palazzo Chigi continua a trapelare ottimismo. L'accordo con Etihad si farà. I sindacati non riusciranno a farlo saltare. Eppurei segnali che arrivano dai sindacati sono diversi. La tensione continua a salire: la posta in gioco è davvero alta. "Tutti si devono rendere conto che l’alternativa è tra mille o 15mila esuberi", chiosa il presidente del Consiglio con forte realismo. Ieri il referendum tra i lavoratori sugli accordi integrativi del gruppo Alitalia non è riuscito a raggiungere il quorum facendo così esplodere lo scontro tra le sigle sindacali.

Da una parte la Uilt che ha alzato le barricate ritenendo la consultazione non valida. Dall’altra le sigle che hanno sottoscritto l’intesa: Filt-Cgil, Fit-Cisl, Ugl trasporti e Usb secondo cui la consultazione è legittima. Secondo fonti vicine al dossier, però, la spaccature tra i sindacati potrebbe mettere a rischio l’inesa con Etihad. Il ché significherebbe un'altra paccata di miliardi sprecati che andrebbero a sommarsi a quei 21 che già ci sono costati dal 1993 oggi.

Negli ultimi ventun anni, come calcola Libero, la compagnia di bandiera ci è costata più di una finanziaria. E quel che è peggio è che i soldi spesi (buttati) non sono serviti a farla decollare. Dagli anni Novanta a oggi, infatti, Alitalia ha chiuso solo un anno con un segno più davanti al bilancio: nel 1999. Anche in quell'occasione, però, non fu merito loro ma dei 250 milioni di euro staccati dalla Klm per rompere il matrimonio con Roma. Per il resto la storia dell'Alitalia coincide con un lungo flop ecconomico. Tra ricapitalizzazioni e debiti ripianati ci è costata circa 13 miliardi.

Di questi ben cinque sono stati stanziati tra il 1998 e il 2008. Poi la morte. E la rinascita sotto il nome Cai. Un'operazione orchestrata da Banca Intesa con un costo finale di 5 miliardi di euro. A questi 18 miliardi dobbiamo, infine, aggiungerne altri tre che serviranno a sostenere l'accordo con gli emiri. In base all'intesa con Etihad lo Stato italiano dovrà, infatti, farsi carico degli oneri della cassaintegrazione e della mobilità per i circa 2.500 esuberi e dei debiti che adesso giaciono nella cassde di Banca Intesa e Unicredit.

Italia, città invase dagli immigrati. E ne arrivano altri 50mila

Libero

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I panni stesi sui rami degli alberi e un pezzo di cartone come giaciglio sull’erba: a Roma i profughi vivono anche così, sdraiati dove capita, con una busta di plastica come valigia e il cibo fornito dalla Caritas e dalle associazioni di volontariato. Ci sono rifugiati sistemati nelle strutture comunali, nelle arciconfraternite o in centri privati che partecipano al bando dell’accoglienza gestito dal Viminale, ma ci sono tanti altri che si sono presi enormi edifici asciati liberi, magari nel cuore della città, come a piazza Indipendenza, a due passi dalla stazione Termini, nel palazzone ex Ispra, e li occupano da mesi con famiglie intere e con la complicità dei movimenti per il diritto alla casa. Rifugiati, ma abusivi. Eppure con il frigo nuovo o l’Iphone di ultima generazione.

Ora, la novità (si fa per dire) è che siamo in piena emergenza sbarchi e stanno arrivando qui da noi 50mila immigrati, che si aggiungono agli oltre 80mila già qui da inizio anno. Trattandosi di cifre importanti, il ministero dell’Interno ha lanciato l’allarme e ha chiesto a Comuni, Province e Regioni di partecipare all’accoglienza senza sottrarsi. L’Italia, del resto, è un Paese di frontiera, il primo approdo per chi arriva dall’Africa e il trattato di Dublino ci vincola, dicendo che come primo Paese d’asilo dobbiamo occuparci noi della tutela dei rifugiati, anche se poi questi decidessero di emigrare altrove. Peccato che da noi lo spazio cominci a essere al limite e che stare tra le bellezze italiche piaccia così tanto che poi solo una minima parte saluta il Belpaese per dirigersi in Germania o in Nord Europa.

A Roma, ad esempio, si calcolano già circa 3mila profughi variamente distribuiti nei centri Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), il servizio centrale gestito da ministero dell’Interno ed enti locali. In pratica, un “secondo livello” rispetto ai grandi centri di prima accoglienza dove la popolazione in fuga dai massacri viene portata per l’identificazione e la richiesta di asilo non appena tocca il suolo italiano. Mille subito nel Lazio secondo il Campidoglio, ma dal Viminale filtra la cifra assai meno rassicurante di 6mila solo a Roma entro agosto. La speranza è che siano «diluiti» e che si possano usare ex caserme nell’hinterland e istituti religiosi. Impensabile saturare ancora di più il centro di Castelnuovo di Porto, quasi al collasso.

L’assessorato alle Politiche Sociali di Roma -Capitale, guidato da Rita Cutini, fa sapere che un bando di gennaio ha aumentato da 250 a 2.851 i posti disponibili nei centri Sprar della città e che c’è ancora disponibilità per l’accoglienza visto che solo l’80% è stato coperto. Mentre su tutto il territorio nazionale da 3mila si è passati a 16mila posti Sprar, grazie a un consistente aumento di denaro per gli enti locali, vista la spesa media di 50 euro al giorno per ogni migrante. Il problema, però, è sempre dove metterli. Soprattutto nella Roma del sindaco Ignazio Marino che sprofonda nel degrado e fa rimpiangere gli anni che furono. Per i palazzi occupati, il Campidoglio prende tempo. Quanto, invece, ai migranti in arrivo, l’assessore Cutini, dopo un vertice in prefettura, ha assicurato: «Accoglieremo non più di 940 persone in tutto il Lazio.

E le spese sono a carico del governo». Cioè nostre. Per l’ex sindaco Gianni Alemanno e per l’opposizione «sono troppi. Con nuovi immigrati la sicurezza nella Città Eterna è a rischio».

Ex presidente della Camera beccato a fare sesso orale"

Luisa De Montis - Sab, 26/07/2014 - 12:09

Il vignettista Vincino: "Fu sorpreso con un commesso nell'ascensore di Montecitorio...". Ma non fa il nome dell'ex presidente della Camera coinvolto


"Mi piace andare nei luoghi dove le cose accadono". Vincino, all’anagrafe Vincenzo Gallo, fa il vignettista.

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E da sempre racconta i palazzi del potere romano. Eppure, in una intervista di Giancarlo Dotto per Diva e Donna, tira fuori dal cassetto dei ricordi un aneddoto che ai più è sconosciuto. Al centro del pettegolezzo c'è un presidente della Camera. Non si sa il nome. Ma si sa molto bene cosa ha fatto: sesso orale.

Presentando a Dotto l'ultimo libro appena pubblicato, La cavalcata di Renzi, il 68enne palermitano racconta un retroscena a luci rosse che si è consumato tra le mura del Palazzo. "A Montecitorio un ex presidente della Camera fu beccato mentre praticava sesso orale con un commesso". Vincino non fa il nome dell'ex presidente, ma la sua rivelazioni è abbastanza forte da gettare un'ombra di scandalo su Montecitorio. Tanto che molti hanno iniziato a interrogarsi su quali e quante pratiche sessuali spinte vengano quotidianamente praticate alla Camera.

Le carte perdute del Duce? L'arma per riavere Trieste

Roberto Festorazzi - Sab, 26/07/2014 - 08:56

Il gruppo di partigiani che sequestrò le borse di Benito se le vide sfuggire di mano. Continuò però a cercarle anche negli anni '50. Erano una risorsa diplomatica


Non vedo, non sento, non parlo. Il gioco delle tre scimmiette sembra adattarsi perfettamente alle amnesie e alle ostinate reticenze dei protagonisti della fine di Mussolini, che hanno lasciato intendere di non sapere nulla dei carteggi esteri in possesso del Duce.
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I documenti inediti raccolti dallo storico Alberto Maria Fortuna, inclusa la corrispondenza autografa intercorsa tra Pier Bellini delle Stelle «Pedro», comandante della 52ª Brigata Garibaldi che catturò il dittatore, e l'avvocato fiorentino Piero Bruno Puccioni, la spia eccellente che nel teatro dei fatti di Dongo gestì le più spregiudicate manovre di intermediazione politica, aprono scenari interpretativi a dir poco sensazionali. Puccioni, uomo del Sim, il servizio segreto militare, ma anche sponda italiana degli americani, era un gerarca fascista rapidamente riciclatosi come soggetto promotore della ricollocazione internazionale del nostro Paese.

Ancora nel febbraio del 1945, Radio Londra, in una sua trasmissione, inserì Puccioni nell'elenco delle più pericolose personalità fasciste da eliminare. Due mesi dopo, lo incontriamo nella veste di regista di molte partite pericolose svoltesi dopo l'epilogo sanguinoso di Dongo, come la gestione dei carteggi sottratti a Mussolini, da lui stesso definiti le «nostre documentazioni politiche e diplomatiche più gelose».

Nel 1947, il comandante Bellini delle Stelle, e il suo braccio destro, Urbano Lazzaro «Bill», dichiararono, sotto giuramento, che non vi era alcun epistolario Duce-Churchill, tra i materiali sottratti al capo del fascismo. Puccioni, invece, ha lasciato scritto che proprio quella corrispondenza venne esaminata, nella sua villa di Domaso, nel corso di almeno due riunioni notturne, alla presenza, tra gli altri, proprio di «Bill» e «Pedro».

Ma non è tutto. Tra la fine degli anni Quaranta, e il principio dei Cinquanta, Bellini delle Stelle, su sollecitazione dello stesso Puccioni, diede la caccia alle carte che nel frattempo avevano preso il volo. Abbiamo raccontato, in un precedente articolo, che, durante una missione a Firenze, svoltasi nel maggio del 1945, il partigiano «Pedro» avrebbe portato con sé una scrematura significativa dei materiali duceschi. A che scopo? Quasi sicuramente, per trattarne la cessione agli inglesi.

Operazione che dovette essere andata in porto, se, nel 1949, Puccioni pensò di premere proprio su Bellini delle Stelle per recuperare almeno una parte di quei carteggi scottanti. A quale scopo? Una tale operazione poteva avere un unico obiettivo: sostenere la posizione dell'Italia, nelle partite internazionali che si stavano giocando in quella fase, con l'adesione del nostro Paese al Patto Atlantico. In cambio del suo profilarsi quale alleato di ferro dell'America, l'Italia avrebbe potuto rivendicare il ritorno di Trieste sotto la propria sovranità. Il possesso della corrispondenza estera del Duce, in tale senso, avrebbe fornito al nostro Paese un'arma di pressione in più.

La corrispondenza tra Bellini e Puccioni, solo ora venuta alla luce, è di per sé eloquente. In una lettera del 7 maggio 1949, «Pedro» scrive al legale fiorentino che «il carteggio \ pare sia andato a chi già supponevamo, ma seguendo tutt'altra via da quella che ho dapprima seguito». Poi aggiunge: «Le ricerche sono difficili: anche perché non ho la tranquillità necessaria per occuparmi della faccenda con la dovuta intensità... Di documenti né io né Bill abbiamo più nulla. Qualcosa si potrebbe avere sulla questione del tesoro, ma nulla di importante.

Per la faccenda del carteggio ho seguito finora una traccia, che purtroppo avrebbe messo in cattiva luce una persona che credevamo fidata e che riteniamo nostra amica. Non so se sia giusta e penso che sarà difficile riuscire a sapere qualcosa di preciso, e d'altra parte mi dispiacerebbe per quella data persona. Da pochi giorni però, a conclusione di altre, diciamo così, indagini, son piombato su un'altra traccia che forse può portare a nuove conclusioni». Parole, già in sé compromettenti, per un individuo che, due anni prima, aveva giurato sulla non esistenza di un epistolario Duce-Churchill!

Il successivo 13 giugno, rispondendo alle pressioni dell'uomo del Sim, l'ex comandante partigiano così si rivolge a Puccioni: «Caro P., le cose stan sempre allo stesso punto. Son sempre in attesa che quei signori di cui ti parlai la volta scorsa si decidano a combinare qualcosa. Avevano promesso mari e monti. Non so se questo loro traccheggiare dipenda dal fatto che, nonostante le loro chiacchiere non hanno nulla di positivo in mano, o se abbiano pensato che io nell'affare non c'entro e se lo vogliano trattare loro stessi escludendomi.

Se è così non so cosa fare e non li posso costringere a cedermi, almeno in parte, roba loro. Io li secco più spesso che posso, ma loro dicono sempre che non se ne sono ancora potuti occupare e rimandano sempre la conclusione. Cosa posso farci? Non so quindi cosa dirti. Ho paura però che se si sta ad aspettare quella roba, non se ne farà mai nulla. Bisognerebbe forse cercare di concludere con quello che si ha già in mano e che praticamente già sai. Guarda tu cosa fare e sappimi dire qualcosa. Ti ringrazio molto per quello che fai e spero di non farti perdere troppo tempo inutilmente».

Trascorsi alcuni mesi in affannose ricerche, Il 20 dicembre successivo Bellini riferisce a Puccioni una notizia interessante. Tra le carte intercettate, vi sono lettere di una certa importanza, come una missiva di ringraziamento scritta dalla Petacci a Hitler dopo la liberazione di Mussolini dalla prigione del Gran Sasso, nel settembre del 1943. La corrispondenza Bellini-Puccioni proseguì fino al 1952, ma la caccia ai dossier mussoliniani ebbe esiti infruttuosi. Chi li aveva ricevuti non era disposto a cederli nuovamente, a nessun costo.

Rom rubano in stazione: arrestati e subito liberati

Giovanni Masini - Sab, 26/07/2014 - 15:01

Sempre più spesso le giovani rom arrestate per furto vengono processate per direttissima e subito rimesse in libertà per mancanza di precedenti


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Il copione, purtroppo, è tristemente noto. I viaggiatori che arrivano alla stazione Termini di Roma vengono intercettati da decine di stranieri, spesso rom, che si offrono, quasi sempre con la forza, di trasportare i bagagli fino al binario. Arrivati al treno, la sgradita sorpresa: per il servizio, non richiesto, vengono pretesi dai quindici ai trenta euro, la cui riscossione viene assicurata sotto la minaccia del furto delle valigie.

Uno spettacolo ormai consueto agli occhi di chi frequenta il principale scalo ferroviario della Capitale, ma che comunque ogni volta lascia in bocca al cittadino l'amaro sapore dell'impotenza di chi si vede vessato giorno dopo giorno. Una sensazione resa resa ancora più sgradevole dalla notizia che nella maggior parte dei casi i furti e le estorsioni commessi ai danni dei viaggiatori vengono sanzionati con pene lievi o lievissime, che quasi mai impediscono il reiterarsi dei reati.

Come spiega Il Messaggero, due giovani di etnia rom fermate con l'accusa di furto ed estorsione - e per cui era aveva richiesto o la custodia cautelare in carcere, o almeno il divieto di dimora nel comune di Roma - sono riuscite a cavarsela con una pena davvero irrisoria. A una delle due, con già una condanna all'attivo, è stato imposto l'obbligo di firma, mentre l'altra, incensurata, è stata addirittura rimessa in libertà. Una scelta che suona come una beffa per chi quei furti li ha subiti davvero.

Beffa che rischia di essere ulteriormente aggravata da un'altra sentenza, emessa questa volta dal tribunale di Firenze contro i facchini abusivi che commettevano estorsioni ai danni dei passeggeri in transito per la stazione di Santa Maria Novella. Allontanati dal capoluogo toscano da una sentenza che impedisce loro la dimora nel terriorio del comune, secondo gli investigatori si sarebbero trasferiti nella Capitale per poter proseguire la propria attività negli scali ferroviari romani.
Il tutto tra la rabbia e l'impotenza di cittadini che sono ogni giorno più esasperati.

Sei di sinistra? Puoi criticare i rom

Francesco Maria Del Vigo


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Talvolta sono colto da un pensiero: vorrei diventare di sinistra. Per poter dire cose di destra senza che nessuno mi rompa le scatole inseguendomi con la mannaia di etichette fuori dal tempo. Poi, solitamente, rinsavisco. Ma il ragionamento resta comunque in piedi. Non ho preso un colpo di sole. Vi faccio qualche esempio: avete seguito la questione delle transenne anti-rom? Non preoccupatevi, se ve la siete persa potete recuperare le notizie perdute qui. Ve la faccio breve: nella rossa Firenze hanno scoperto che la stazione ferroviaria di Santa Maria Novella è assediata da un esercito di mendicanti e accattoni. Quindi hanno deciso di transennare i binari. Ora, vi immaginate cosa sarebbe successo se un sindaco non di sinistra avesse blindato uno scalo ferroviario?

Apriti cielo. Associazioni sul piede di guerra, fiaccolate in piazza, titoloni in prima pagina denuncianti il rigurgito razzista che mortifica il Paese. Invece la stampa locale ha applaudito l’iniziativa e quella nazionale non si è scomposta più di tanto. E, al momento, in piazza non si registrano ragguardevoli manifestazioni di dissenso. Copione simile a Napoli, dove Giggino De Magistris ha sistemato in piazza Carlo III le panchine col bracciolo. A cosa serve il bracciolo? A non far bivaccare i clochard, provate voi a dormire con un gancio di metallo in mezzo alla schiena! 

Così anche a Venezia, Padova e Treviso, tre comuni amministrati dalla sinistra che hanno siglato un patto contro gli accattoni che prevede la schedatura dei mendicanti più molesti. Qual è la lezione? Che in Italia i sindaci di sinistra possono sceriffeggiare indisturbati, tutti gli altri sono “pericolosi razzisti”.

E Tulliani torna a Montecarlo: tra hotel di lusso e locali chic la "dolce vita" con Federica

Angelo Scarano - Sab, 26/07/2014 - 10:32

Nella casa dello scandalo nessuno mette più piede dal 2010. Ma il "cognato" di Fini torna nel Principato con la Papadia


Dal 2010, da quando lo scandalo sollevato dal Giornale investì l'allora presidente della Camera Gianfranco Fini, nell'appartamento di rue Princesse Charlotte non si è fatto più vedere nessuno.
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Nemmeno quel Giancarlo Tulliani che sfrecciava sulla Ferrari nera e occupava l'appartamento di Anna Maria Colleoni. Sul citofono è rimasto il cognome della contessa. E le finestre sono oscurate dalle imposte chiuse. Si aspetta l'esito della causa civile intentata da alcuni esponenti della Destra di Francesco Storace che chiedono alla giustizia che l'appartamento al civico 14 torni in mano agli eredi della Colleoni. Non per questo Tulliani deve tenersi lontano da Montecarlo, vero e proprio angolo di paradiso della Costa Azzurra.

In compagnia della bellissima Federica Papadia il "cognato" di Fini è tornato a farsi vedere nel Principato di Monaco. Negli ultimi quattro anni aveva scelto un low profile per evitare i flash dei paparazzi. Tanto che era uscito dalla scena pubblica: niente più comparsate col bolide nero, niente più copertine patinate che avrebbero imbarazzato l'ex leader di Futuro e Libertà. Come Fini, anche Tulliani era finito nel dimenticatoio dell'opinione pubblica. Fino a qualche settimana fa. Come riporta Giacomo Amadori su Libero, i riflettori puntati sulla Papadia hanno inevitabilmente fatto luce pure su di lui.

Ed eccolo entrare e uscire da hotel di lusso come il Fairmont e il Metropole. Proprio all'hotel che affaccia sulla piazza del Casinò una doppia costa 650 euro a notte. Ma si può gustare uno dei sushi più esclusivi di tutta la Costa Azzurra. Oltre che avere un posto in primissima fila al Gran Premio. "Sono reduce da un fantastico week end nel Principato più chic del mondo - scrive la Papadia sul blog The beauty and the train - con l'occasione del Grand Prix di Monaco ho potuto osservare da vicino il lusso, il jet set e l'atmosfera da vip". Al suo fianco era presente, appunto, Tulliani.

Ma chi è Federica Papadia. Lei si descrive così: "Amante della moda, sport, fotografia e nuove tecnologie, esteta per natura e incantata dall'eleganza in tutte le sue espressioni dispenso da sempre consigli e piccoli trucchi appresi nel tempo osservando truccatori, stylist e brand di alta moda, finché non nasce l'idea di questo blog per fondere le mie passioni e condividerle con voi". Quello della Papadia è, infatti, un blog "dedicato alle donne, non solo fashion blogger, fashion victim o modelle". Per lei, dunque, Tulliani avrebbe perso la testa. Tanto da tornare a calcare la scena monegasca.

Diritto all’oblio: 90mila le richieste, Google ne approva la metà

La Stampa

pa.it
A due mesi dalla sentenza della Corte di giustizia europea che ha riconosciuto il diritto all’oblio, sono oltre 90mila le richieste arrivate a Google dagli utenti che chiedono di rimuovere link ritenuti «inadeguati o non più pertinenti». Il colosso dei motori di ricerca ne ha approvate la metà. I dati emergono dopo la riunione dei Garanti della Privacy Ue che hanno incontrato i rappresentanti di Big G ma anche di altri motori di ricerca come Bing di Microsoft e Yahoo!

I Garanti riunitisi a Bruxelles avrebbero chiesto - secondo quanto riporta Reuters - spiegazioni sul perché Google stia rimuovendo i link solo dalla versione europea del motore di ricerca. Ma anche chiarimenti sulle notifiche che la società invia una volta eliminati i link. Questa pratica - secondo Billy Hawkes, Commissario Irlandese per la Protezione dei Dati - creerebbe una sorta di effetto `boomerang´ riportando di fatto l’attenzione su temi sepolti. Nelle scorse settimane alcuni articoli di testate giornalistiche come The Guardian e Bbc sono scomparsi dai risultati di ricerca in Europa generando un dibattito in Rete.

Nel frattempo è apparso un sito creato da un programmatore statunitense (hiddenfromgoogle.com) che raccoglie tutti i link rimossi per il diritto all’oblio. Oltre a Google, al gruppo di lavoro dei Garanti Ue erano presenti anche Microsoft per il motore di ricerca Bing e Yahoo!. Bing di recente ha messo a disposizione degli utenti, come l’azienda di Mountain View, un modulo da compilare online per inoltrare la richiesta di rimozione dei link. Google, dopo la sentenza sul diritto all’oblio della Corte di giustizia Europea del 13 maggio ha messo online il 30 maggio un modulo che gli utenti europei possono compilare per chiedere di esser dimenticati dal web.

Solo il primo giorno ha ricevuto 12mila richieste, cresciute nel corso di queste settimane fino ad arrivare alle 91mila attuali. Ne ha approvate più della metà, respinte il 30% e per circa il 15% dei casi ha chiesto ulteriori informazioni. Il maggior numero di richieste arriva, nell’ordine, da Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia. Dal nostro paese, in particolare, ne sono arrivate 7.500. Google ha anche aperto un dibattito sulla controversa materia: ha creato un sito su cui si può lasciare il proprio parere, per capire come trovare il «giusto equilibrio» tra «il diritto all’oblio di una persona e il diritto del pubblico di sapere».

A Google e ai motori di ricerca non dovrebbe essere lasciato il compito di «censurare la storia», ha detto oggi alla Bbc Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia. Wales è nel comitato di esperti costituito dalla società californiana - di cui fa parte anche l’italiano Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’università di Oxford - per esaminare la questione. A partire dall’autunno il comitato terrà consultazioni in Europa, anche con istituzioni e governi, che Google ha intenzione di trasmettere in streaming in diretta.

Turchia, quando riciclare bottiglie di plastica può nutrire i cani randagi

La Stampa

Una società turca ha inventato uno speciale distributore per aiutare i quattrozampe



Un ragazzino butta nel distributore una bottiglietta di plastica e il distributore eroga un po’ di croccantini e acqua per un cane randagio.Quando riciclare bottiglie può dare da mangiare ai cani randagi. Una società turca ha inventato uno speciale distributore per aiutare i quattrozampe. Sono oltre 150mila i cani e gatti randagi che vagano per le strade di Istanbul, in Turchia. Un problema che ha un impatto pesante sulla popolazione locale e sembra essere di difficile soluzione senza un piano di sterilizzazione adeguato.

Affamati e assetati, gli animali percorrono le strade turche cercando cibo con cui sopravvivere quotidianamente. Una società turca, la JSC Yucesan, operante nel settore dei trasporti, ha lanciato un progetto denominato Pugedon. Un progetto di responsabilità sociale che combina la raccolta e riciclo delle bottiglie di plastica con l’alimentazione degli animali randagi. «Il distributore Pugedon - spiegano i responsabili della società a LaZampa.it - ha due fori di inserimento, uno per le svuotare l’acqua che c’è ancora nelle bottigliette di plastica e uno buttare le stesse bottigliette. Quando la bottiglietta viene gettata nel foro, il distributore rilascia alcuni croccantini in un contenitore posizionato sul lato. In questo modo gli animali possono sia mangiare sia bere».


Il progetto non ha solo una funzione sociale, ma è anche un possibile business per l’azienda: i responsabili della società sperano di vendere questi distributori in altri comuni. Il costo di questi distributori è di circa 4mila dollari e l’ordine minimo è di 10 unità. Una spesa non indifferente per un ente comunale, ma un investimento che può rappresentare un ottimo veicolo pubblicitario per uno sponsor e un gesto di civiltà nei confronti degli animali, soprattutto se accompagnato da adeguate politiche di sterilizzazione e di condanna per gli abbandoni.

twitter@fulviocerutti

Nicole Minetti e Renzo Bossi chiedono la restituzione dei contributi a Regione Lombardia

Libero


a.it
Dopo le inchieste e le "spese folli" con i soldi dei contribuenti - almeno stando a quanto veniva loro contestato dalla procura di Milano, che li ha indagati per peculato - Nicole Minetti e Renzo Bossi, in arte "Il Trota", passano all'incasso. Anche in questo caso battono cassa al Pirellone. La notizia è stata rilanciata da Il Messaggero, che spiega come i due, temendo una "stretta" sui futuri vitalizi nel nome del rigore e della spending review, hanno bussato alle porte della tesoreria della Regione. Minetti e Bossi, così come molti altri ex "pirelloni", sono in attesa della pensione. Ora, il loro obiettivo è ottenere i contributi versati negli anni di mandato, anticipando così l'eventuale stretta sui vitalizi. In cifre, la Minetti chiede 79mila e 600 euro, mentre il Trota 55mila e 500.

La "ratio" - A chi fu eletto al Pirellone, infatti, era permesso ritirare al termine della legislatura i contributi versati in vista della futura pensione (che scattava dopo il compimento dei 60 anni di età). Le notizie di "tagli" in arrivo alla Regione, però, hanno fatto scattare gli ex eletti: sono corsi ai ripari preferendo - questa la ratio - un incasso sicuro oggi piuttosto che una pensione incerta domani. Il Corsera spiegava che gli stessi vitalizi che scattavano al 60esimo anno d'età erano stati aboliti nella scorsa legislatura; ma la norma, non essendo retroattiva, non è applicabile a chi già percepiva il vitalizio o ne sta maturando i requisiti. Ne segue che, al Pirellone, da mesi è caldo il dossier su come "sforbiciare" i vitalizi d'oro di cui beneficiano - o presto beneficeranno - gli ex colleghi.

Il metro da sarto diventa digitale Così l’acquisto online è più sicuro

La Stampa

lorenza castagneri

La startup italiana Xyze aiuta a identificare la propria taglia per ordinare capi a distanza e senza la possibilità di provarli

a.it
É una di quelle cose che frena ancora molti nel convertirsi definitivamente all’e-commerce per rifarsi il guardaroba: la taglia. E se poi il vestito tanto desiderato fosse largo? Oppure la camicia da uomo stringesse proprio sulle spalle? E allora meglio evitare e rivolgersi a un negozio tradizionale. Ma la soluzione potrebbe presto essere a portata di mano. Anzi, c’è già. L’ha inventata una startup, Xyze, nata nel 2012 e di base a Treviso, nell’incubatore di Riccardo Donadon, H Farm. 

La filosofia seguita é stata rileggere la cultura sartoriale italiana in chiave moderna e servendosi delle nuove tecnologie. E così tutto si basa sull’uso del metro: non più quello classico, da sartoria, appunto, ma un metro digitale, che si indossa al polso proprio come un braccialetto e si estende permettendo al cliente di prendere le misure. Si chiama On. Dopodiché i dati vengono inviati a una applicazione web e mobile che li trasforma nel Xyze Id, una carta di identità della taglia da utilizzare al momento dell’acquisto su un e-store. Partendo da quella, un algoritmo é in grado di calcolare il rapporto tra le nostre misure e il capo di abbigliamento selezionato indicando quale taglia comprare. 

Pubblico di riferimento e vantaggi sono doppi: da un lato c’è il potenziale cliente che si sente più sicuro e sceglie infine di acquistare online. Dall’altra le aziende: negozi monobrand o catene multimarchio che aumentano così le loro vendite abbattendo, al tempo stesso, i costi sui prodotti resi. Una catena perfetta, studiata da Andrea Mazzon, Paolo Spiga e Cristian Veller, i tre co-fondatori di Xyze. 

L’idea è piaciuta. La startup é tra quelle presentate da Intesa Sanpaolo come le più innovative nel settore moda in occasione dell’evento StartUp Initiative Fashion & Design. Di più: il progetto é stato segnalato anche al Fashion Pitch, evento che si inserisce nel calendario di Pitti Immagine. Bisogna solo attendere che diventi pienamente operativo. A quel punto forse anche i più scettici proveranno l’acquisto via clic. 

La guerra delle cuffie: Bose accusa Beats di aver copiato i suoi brevetti

La Stampa
b. ruf.

Il colosso dell’audio ha citato in giudizio l’azienda di Dr. Dre e Jimmy Iovine appena acquistata da Apple, che avrebbe copiato la sua tecnologia di cancellazione del rumore

pa.it
È una guerra silenziosa, quella che da ieri vede contrapporsi Bose e Beats. Silenziosa ma non per questo meno clamorosa: il gigante dell’audio ha citato in giudizio Beats, la società acquistata da Apple che produce modelli popolari di cuffie, con l’accusa di aver infranto cinque dei suoi brevetti della tecnologia per cancellare i rumori. L’azione è stata presentata all’International Trade Commissione (Itc), l’antitrust americana, e punta a ottenere il blocco delle importazioni di cuffie Beats Studio e Studio Wireless, che appunto usano una tecnologia che permette di ridurre il rumore esterno esaltando la musica. 

È stata proprio l’azienda fondata da Amar Bose a introdurre sul mercato questo tipo di cuffie e a perfezionarle costantemente nel corso degli anni: nate per i piloti di elicotteri militari, oggi sono usate praticamente ovunque, e quelle di Bose sono riconosciute tra le migliori in commercio. Il principio su cui si basano è semplice e geniale: un microfono cattura i suoni esterni e un generatore di rumore produce onde sonore identiche ma di fase opposta; la somma delle due si annulla, e l’effetto è il silenzio. Questo permette di cogliere i dettagli della musica o delle conversazioni senza essere costretti ad alzare il volume per superare il rumore esterno. La tecnologia funziona al meglio con suoni lunghi e costanti, come ad esempio il rombo di un aereo o del motore di un elicottero , è invece scarsamente efficace contro la voce o i suoni isolati e improvvisi. 

Secondo quanto riporta la stampa americana, nei documenti presentati Bose cita anche due produttori cinesi, Foxlink’s Fugang Electronic e PCH International. In parallelo alla denuncia all’Itc, Bose presenta un’azione civile contro Beats alla corte federale del Delaware, un’azione che verrà probabilmente sospesa in attesa del pronunciamento dell’Itc, le cui indagini durano in media 15-18 mesi. Nell’intensificarsi della guerra per la musica, nei mesi scorsi Bose ha presentato all’Itc una denuncia in cui chiedeva il blocco delle importazioni degli auricolari Monster a cancellazione di rumore. IL silenzio, insomma, è davvero d’oro. 

Apple ha acquistato Beats in maggio per 3 miliardi di dollari, in quella che è stata la maggiore acquisizione della sua storia. Cupertino si augura di ricever e il via libera delle autorità in settembre e finalizzare l’operazione subito dopo. Beats consente ad Apple di rafforzarsi e riguadagnare terreno nella musica: Beats produce infatti alcuni modelli di cuffie molto popolari e ha lanciato un servizio di musica in streaming a pagamento, con il quale mettere un piede in un settore dominato da YouTube, Spotify e Pandora. 

Vettura dimenticata nel parcheggio: proprietario condannato per abbandono di rifiuto pericoloso

La Stampa

Per due anni il veicolo è rimasto nell’area di sosta nelle vicinanze di un impianto sportivo. Fatali le condizioni in cui esso è stato rinvenuto: logico parlare di inidoneità all’uso, e altrettanto logico dedurre la volontà di abbandono del proprietario. Di conseguenza è lecito catalogare la carcassa dell’automobile come rifiuto speciale.
pa.it
Più che un parcheggio, quasi un’occupazione del territorio! Così, con ironia, si può valutare la scelta di un uomo di piazzare, a ‘tempo indeterminato’, la propria vecchia vettura nell’area dedicata alla sosta nelle vicinanze di un campo sportivo. Ma, per la Giustizia, la condotta dell’uomo, ironia a parte, è assai grave, catalogabile come abbandono di un rifiuto pericoloso. Consequenziale la condanna alla pena di 2mila euro di multa (Cassazione, sentenza 20492/14). 

Ad adottare la linea dura già i giudici del Tribunale, che considerano pericolosa l’azione compiuta dall’uomo, che ha abbandonato la propria vettura, a settembre 2008 – due anni dopo, invece, il ritrovamento –, «in pessimo stato di conservazione e priva di vari componenti presso il parcheggio di un campo sportivo». E questa visione viene condivisa anche dai giudici del ‘Palazzaccio’. Respinte, quindi, le contestazioni mosse dall’uomo in Cassazione, laddove egli ha ritenuto non corretta la ‘catalogazione’ della «carcassa dell’auto abbandonata» quale «veicolo fuori uso e rifiuto speciale».

Per i giudici, difatti, la vettura, di proprietà dell’uomo, «trovata, in pessimo stato di conservazione e priva di vari componenti, presso il parcheggio di un campo sportivo», era evidentemente valutabile come «veicolo fuori uso» e, quindi, come «rifiuto speciale». Decisivi due elementi: la «volontà di abbandono, da parte del proprietario», da un lato, e la «oggettiva inidoneità del veicolo a svolgere la sua funzione», dall’altro.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Deif, il mezzo uomo di Hamas regista della guerra a Israele

Gian Micalessin - Sab, 26/07/2014 - 08:38

Guercio, senza gambe e braccia dopo tre tentativi di eliminarlo da parte di Tel Aviv Vive nei tunnel di Gaza trasportato dai suoi fedelissimi. Ma è la mente degli attacchi


Di lui restano un volto guercio e un busto ricamato di piaghe. L'occhio se lo son portato via le schegge israeliane. Le stesse che gli han sbranato mani e braccia, gambe e piedi trasformandolo in un menomato e infermo joker degno della galleria dei cattivi di un film di Batman.
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Eppure quel mezzo uomo, quel viso sfregiato, quel troncone inerte appoggiato al cuscino d'una carrozzella è ancora il cervello della guerra ad Israele. Il nemico numero uno che tutti, dai capi dello Shin Bet al premier Bibì Netanyahu, dal capo di stato maggiore Benny Gantz fino all'ultimo fantaccino di Tsahal vorrebbero veder incenerito. Peccato solo che di lui non esista neppure una foto. L'ultima immagine del capo delle Brigate Ezzedin Al Qassam, l'ala militare di Hamas, è una sbiadita foto tessera dei primi anni 90.

A quel tempo il padrino di tutti i kamikaze, il grande architetto dei tunnel, la mente della sfida missilistica allo stato ebraico è ancora un numero due alla corte dei grandi maestri del terrore. Vent'anni dopo loro sono tutti morti e sepolti. E lui il 54enne Mohammed Deif, sopravvissuto a tre o forse cinque tentativi d'eliminazione, è l'ultimo a poterne raccontare le terribili imprese. In quei primi anni Novanta Mohammed è già al fianco di Yahya Ayyash, l'«ingegnere» inventore degli uomini bomba di Hamas. Assieme seminano il terrore sui bus di Tel Aviv e Gerusalemme trasformandoli in trappole mortali per civili ignari.

Quando nel 1996 un telefonino imbottito d'esplosivo decapita il suo mentore Mohammed diventa il braccio destro di Salah Shehade, secondo grande capo dell'ala militare. A garantirgli una rapida promozione arriva la bomba da una tonnellata che il il 22 luglio 2002 polverizza l'abitazione di Shehade e famiglia. La promozione equivale a una condanna a morte. La prima zampata dello Shin Bet arriva due mesi dopo quando un missile Hellfire incenerisce l'auto di Deif a nord di Gaza. Ancora oggi i capi dello Shin Bet si chiedono come Deif sia sopravvissuto ad un missile progettato per fondere la corazza di un blindato. Nelle immagini scattate dopo il blitz s'intravvede un uomo scarnificato uscire strisciando sui gomiti da un auto in fiamme.

Quell'uomo senza più un occhio e dal corpo martoriato è Mohammed Deif. La sua fama di immortale si rafforza nel settembre 2003 quando sopravvive alla bomba sganciata sull'ultimo piano di una casa dove è riunito con gli altri capi di Hamas. L'ultima partita con la morte, quella in cui ci rimette braccia e gambe, se la gioca nel luglio 2006 quando un altro ordigno da 250 chili interrompe un'altra sua riunione. Rattoppato alla meglio all'ospedale di Gaza traghettato in Egitto attraverso i tunnel resta per tre mesi tra la vita e la morte mentre una squadra di chirurghi amici riduce le lesioni alla colonna vertebrale e le mutilazioni agli arti.

Per un po' Deif sembra precipitare nell'ombra. Al suo posto si siede il suo vice Ahmad Jabari mentre il nome di Deif scompare. Qualcuno in Israele scommette sulla sua morte. In verità dietro quell'eclissi si cela una metamorfosi ancora più pericolosa. Incapace ormai di seguire l'operatività quotidiana Deif forgia le strategie destinate a cambiare il volto di Hamas, a trasformarlo da armata di kamikaze in autentica macchina da guerra. Grazie ai rapporti privilegiati con i Pasdaran iraniani ed Hezbollah Deif organizza il riarmo missilistico dell'organizzazione, progetta la rete di tunnel usata oggi non solo per importare armi e garantire la sicurezza di arsenali, dirigenti e capi militari, ma anche per infiltrare il territorio nemico.

A restituirgli la piena sovranità ci pensano, ancora una volta, i missili israeliani che nel 2012 inceneriscono Jabari. Da allora Mohammed Deif, il mezzo uomo, la mente invisibile, torna a dettar legge. Secondo molti è proprio lui, nelle scorse settimane, ad imporre ai recalcitranti capi politici dell'organizzazione la decisione di riaprire lo scontro con Israele. Unico ad aver mantenuto i rapporti con Hezbollah e Teheran, mentre i suoi comandanti abbandonavano gli alleati sciiti per schierarsi a fianco dei Fratelli Musulmani e combattere contro Assad, Deif, è oggi l'unico all'interno dell'organizzazione a poter ancora contare su degli alleati pronti a rifornirlo di armi e munizioni.

L'unico a poter gestire la guerra e il terrore.

Boeing-777: le prove russe e i silenzi dell’Occidente

Giampaolo Rossi Romano


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Il 21 luglio scorso, il Ministro della Difesa russo ed il Comandante di Stato Maggiore dell’Areonautica hanno reso pubblici in una conferenza stampa alcuni elementi che sembrerebbero confutare molte delle ricostruzioni ufficiose e di stampa uscite nei giorni successivi all’abbattimento del Boeing-777 malese in Ucraina. Su questa conferenza stampa e sui suoi contenuti è sceso uno strano silenzio da parte dei media occidentali e dell’opinione pubblica internazionale. I grandi giornali americani ed europei, e le tv non hanno dato risalto a ciò che è stato detto dalle autorità russe.

La cosa è ancora più inspiegabile considerando che, la conferenza stampa, corredata di foto satellitari e di video dei tracciati aerei, è disponibile integralmente sul canale web della tv “Russia Today” e trascritta in versione inglese sul sito del Ministero della Difesa della Federazione Russa. Le prove portate sono quattro e sembrerebbero confutare la versione ufficiale secondo cui l’abbattimento del Boeing malese e la morte di 298 persone, sarebbero stati causati dai ribelli filo-russi armati da Mosca.

1) La deviazione del Boeing
Secondo i tracciati mostrati dalle autorità russe, Il Boeing malese, superata la città di Donetsk, avrebbe inspiegabilmente deviato la rotta verso nord allontanandosi dal tracciato ufficiale fino a 14 km, prima di virare per rientrare nel corridoio previsto dove non è mai arrivato. Non è chiaro il motivo di questa curvatura, se avvenuta per un errore del pilota o per ordine della torre di controllo di Donetsk. Certo è che dalle 17.20, dichiarano i russi, (cioè tre minuti prima della sua scomparsa dai radar) il Boeing avrebbe subito una “diminuzione costante della velocità”.
2) In zona missili antiaerei ucraini

I satelliti russi hanno registrato la presenza nella zona di Donetsk di alcune batterie contraeree dell’esercito ucraino formate dai sistemi missilistici Buk M1 “in grado di colpire bersagli ad una distanza di 35 km fino ad un’altezza di 22 km”. Il dispiegamento, provato dalle immagini fotografiche, è quanto mai anomalo se si considera che i ribelli filo-russi non dispongono di aerei.

3) Una strana attività
Dalle foto dei satelliti russi mostrate dal ministro, si evince che i sistemi missilistici ucraini si trovavano nella zona di abbattimento del Boeing almeno dal 14 luglio (cioè 3 giorni prima); il 17 (giorno dell’abbattimento) vengono spostati in un’area molto vicina a quella occupata dai filo-russi e il 18 scompaiono dalla zona. Non solo ma i russi sostengono di aver registrato una crescente attività dei radar delle postazioni contraeree che avrebbe toccato il massimo proprio il 17 luglio.

4) Il caccia ucraino
La quarta questione, la più inquietante, riguarda la presenza di un caccia ucraino del tipo SU25, nella rotta del Boeing-777 abbattuto. Le autorità russe hanno mostrato il video dei tracciati aerei registrati della zona di Donetsk nel periodo compreso tra le 17.19 e le 17.25, periodo dell’abbattimento. Nella zona volavano tre aerei civili: un Boeing-772 da Copenaghen a Singapore, il Boeing malese abbattuto in viaggio da Amsterdam a Kuala Lampur e, in direzione opposta, un Boeing da Nuova Dehli a Birmingham.

Nel tracciato si nota come a 50 km dal confine russo, il Boeing malese perde inspiegabilmente velocità e alle 17,21 sul punto dell’abbattimento appare il segno di un altro velivolo che, secondo il Centro di Controllo russo di Rostov, era privo degli elementi di identificazione civile (qui lo schema grafico, mentre nel video di RT è possibile vedere visivamente i tracciati). Secondo i russi il velivolo militare  avrebbe girato ”attorno alla zona della distruzione del Boeing” come per “monitorare lo svolgimento della situazione”. Gli ucraini hanno sempre negato la presenza di aerei militari nella zona.

Alla luce di questi elementi, le autorità russe hanno posto quattro domande:
  1. Perché l’aereo malese ha deviato dalla rotta ufficiale?
  2. Perché le forze armate ucraine hanno dispiegato unità di contraerea nella regione di Donetsk in assenza di aerei in dotazione ai ribelli?
  3. Perché i missili ucraini vengono avvicinati al territorio controllato dai militanti filo-russi poco prima dell’abbattimento del Boeing?
  4. Qual’era la missione dell’aereo militare che percorreva l’area di volo degli aerei civili, nello stesso momento di loro passaggio e alla loro stessa altezza?
Il ministro della Difesa russo ha inoltre confermato che nell’orario del disastro, un satellite americano per il monitoraggio dei lanci missilistici è passato  sopra la zona sud-est dell’Ucraina. Oltre ad evidenziarne la curiosa coincidenza, i russi chiedono perché gli americani non mostrino alla comunità internazionale le immagini prese dal loro satellite?
Da Washington si attende una risposta.