domenica 27 luglio 2014

Arriva mCouple, l'applicazione per spiare il fidanzato

Libero


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Sbarca sul mercato tecnologico l'app mCouple, l'unica per ora in grado di tenere sempre sotto controllo il proprio partner. Tutti i fidanzati temono almeno una volta nella vita qualche mossa poco nobile del proprio compagno, e per questo la nuova applicazione, realizzata da MSPY, promette di monitorare ogni movimento, ogni dato e ogni transazione di una certa persona.

Il precedente - Prima di mCouple era stata lanciata Couple, da TenthBit Inc. Si tratta di un'app che forniva il servizio di messaggistica istantanea tra due persone, specialmente tra coppie romantiche. Come altre app di messaggistica, Couple permette di condividere testi, immagini, contenuti vari e fare video chiamate gratuite. La società londinese MSPY però ha intuito che oltre ad una semplice app romantica ne servisse un'altra in grado per spiare senza filtri una persona a scelta. E così ha creato mCouple, inizialmente concepita come mezzo destinato ai genitori per supervisionare i propri figli, l'azienda ha preferito destinarla alla coppie ossessionate dal tradimento.

Il funzionamento - L'app è gratuita ed è compatibile sia per Apple sia per Android. Una volta istallata basterà inserire il nome e una mail di riferimento e automaticamente verrà generato un codice identificativo. Qui avviene il passo più complicato: convincere il partner ad istallare l'app e farsi inserire il suo codice ID. Per i più esperti e per gli informatici però nulla è impossibile, perché l'applicazione può essere criptata facilmente, sparendo dai contenuti del telefono e diventando invisibile

Povera Italia: un immigrato costa il doppio di un agente

Fabrizio Ravoni - Dom, 27/07/2014 - 16:05

Tra alloggio e altre spese un clandestino che si fa registrare «guadagna» molto più del poliziotto o del militare che lo accoglie allo sbarco. È l'altra faccia dell'emergenza


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A Lampedusa come a Pozzallo, a Marsala come ad Agusta. Quando arriva una nave carica di disperati, marinai e poliziotti non hanno tempo di ricordare Pasolini e la sua Valle Giulia . Ma quando gli immigrati vengono trasferiti nelle strutture ricettive, scatta la «lotta di classe». Con un paradosso.

Nel Mezzogiorno, calcola l'Istat, la soglia di povertà per un single è pari a 706 euro al mese. Gli immigrati, una volta registrati, ricevono un reddito mensile di 900 euro netti al mese (30 euro al giorno per le spese personali). Altri 900 euro vanno a chi li alloggia (altri 30 euro al giorno: nel marsalese non ci sono più posti liberi nei bed and breakfast; ed ormai ci sono famiglie che li accolgono anche a casa pur di recuperare 30 euro). E 600 euro vanno a coprire le spese assicurative.
Nel complesso, ogni immigrato che accetta la registrazione costa allo Stato 2.400 euro al mese. Tanto per fare un esempio, un poliziotto guadagna la metà. Un Volontario di Marina che lo salva dal barcone dello scafista riceve 900 euro al mese. Esattamente lo stesso che prende l'immigrato dopo qualche giorno. In compenso, non ha nessuno che gli paga l'alloggio o la scheda di 5 euro per il telefonino.

Con 2.400 euro di reddito mensile, l'Istat ricorda che nel Mezzogiorno una famiglia di 5 persone (padre, madre e 3 figli adolescenti a carico) scavalla la soglia di povertà, stimata in poco più di 2.000 euro mensili. Il disagio delle Forze dell'ordine e militari nei riguardi dell'Operazione Mare Nostrum inizia a lievitare. Per il momento (forse per uniformarsi alle tradizioni della ligure Roberta Pinotti) il fenomeno è limitato al mugugno. Ma c'è. È sempre più forte.

Al Viminale, per esempio, iniziano a preoccuparsi per un fenomeno che si sta diffondendo tra gli immigrati: segno che alcuni di loro sono stati indottrinati alla partenza. Molti disperati che arrivano sulle nostre coste rifiutano di rilasciare le impronte digitali (alcuni si bruciano i polpastrelli). Il motivo è chiaro. Se lo facessero, i loro dati (al di là del nome che forniscono) verrebbero messi nel data-base europeo. Invece, preferiscono farsi registrare come rifugiati politici nei paesi del Nord Europa, in Olanda soprattutto. Il rischio che temono all'Interno è che l'Olanda possa chiudere le frontiere e rispedire in Italia gli immigrati.

Al Viminale, ma anche alla Marina militare, poi, ricordano che Mare Nostrum ha prodotto un altro fenomeno che ha favorito l'aumento delle vittime in mare. La costante presenza delle navi militari italiane a poche miglia di distanza dalle acque libiche ha portato gli scafisti ad utilizzare imbarcazioni sempre più vecchie e poco sicure. Prima dovevano reggere il mare fino a Lampedusa. Ora devono fare poche miglia per incrociare una «nave grigia» con la bandiera italiana a poppa.

I centri d'accoglienza, grazie a questo sistema, sono ormai al collasso. E gli immigrati vengono distribuiti su tutto il territorio nazionale. In pochi giorni sono atterrati a Malpensa ed a Torino Caselle 12 voli noleggiati per trasferire dalle parti di Novara gli ex disperati in sedi della Croce rossa od in altre individuate dalla Protezione civile. A trasferirli dagli aeroporti alle sedi di accoglienza, pullman militari. Su questi mezzi, però, i poliziotti non salgono. Per non creare tensioni, dicono. In realtà, sembra per non avere problemi con i sindacati interni. Pochi giorni fa in Sicilia è esplosa una rivolta in un centro d'accoglienza. Gli immigrati protestavano perché era saltato il collegamento Sky per i Mondiali di calcio.

Lo stipendio mensile di un poliziotto, mentre un marinaio semplice prende appena 900 euro
Il costo in euro al mese di ogni immigrato accolto in Italia tra alloggio, assicurazione e altre spese

Explorer è il browser più vulnerabile, nel 2014 primo anche negli attacchi

Il Messaggero


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Explorer è il bersaglio preferito degli hacker. Secondo un un rapporto della compagnia Bromium Labs, il browser sarebbe il primo sia in vulnerabilità che in attacchi subiti. Secondo il rapporto Explorer ha già collezionato nei primi sei mesi dell'anno più vulnerabilità dell'intero 2013, circa 130, mentre i concorrenti Mozilla e Chrome sono a circa 50. Dal punto di vista degli attacchi Explorer è a tre, seguito da Flash con due.

''L'aspetto peculiare della situazione del 2014 fino a questo momento - sottolinea il rapporto - è che Internet Explorer è stato il prodotto con più aggiornamenti, ma anche uno dei più attaccati, superando Java, Flash e gli altri concorrenti''.Proprio Java, che condivideva con Chrome il record di vulnerabilità del 2013, quest'anno sembra aver ridotto decisamente la cifra, e ancora non sono stati segnalati attacchi pubblici mentre lo scorso anno erano stati undici. ''La nostra previsione - concludono gli esperti di Bromium - è che Explorer continuerà ad essere l'obiettivo preferito dagli hacker per tutto il resto dell'anno''.


Venerdì 25 Luglio 2014 - 15:36
Ultimo aggiornamento: 15:40

Cécile Kyenge, se la insulti devi risarcire anche i partigiani

Libero

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Attenzione ad attaccare Cécile Kyenge. In caso di condanna in tribunale, infatti, d’ora in poi si rischia di dover risarcire anche le associazioni, di sinistra, che dovessero costituirsi parte civile nel procedimento. Questo è quello che è accaduto a Paolo Serafini, 52 anni, consigliere circoscrizionale di Trento eletto con la Lega e poi passato al gruppo misto. Nel luglio del 2013, su Facebook, Serafini si espresse in questo modo nei confronti di Kyenge: «Prenda atto la ministra che ovunque si muove viene fischiata e insultata.

Ci sarà un perché! Rassegni le dimissioni e se ne torni nella giungla dalla quale è uscita». A completare il quadro, un serie di foto di scimmie. Immediata la denuncia di un consigliere del Pd, con tanto di esposto in procura che ha dato il via a un processo che si è concluso lo scorso 15 maggio con la condanna di Serafini. Il giudice ha condannato l’ex leghista a 2.500 euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. Ma soprattutto anche a risarcire il danno morale, ecco la novità, in favore delle associazioni che si erano costituire parti civili: Arci e i partigiani dell’Anpi del Trentino, l’Associazione nazionale giuristi democratici, l’Associazione stati giuridici per l’immigrazione e l’Associazione trentina accoglienza stranieri.

 (T.M

Carlo Martelli, M5s: le teorie sulle "riforme fatte con amore" e scie chimiche

Libero


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Chip sotto la pelle, scie chimiche che in tandem col Bilderberg comandano il mondo, le sirene vive e vegete e mica solo nei fumetti Disney, auto-attentati a stelle e strisce, Chavez a Milano, bevute di pipì e chi più ne ha, più ne dica. Dai grillini abbiamo sentito di tutto. Eppure la misura non è mai colma. C'è sempre spazio per la scoperta di un nuovo peculiare pentastellato. In questo caso si tratta del senatore Carlo Martelli, 48 anni, che si presenta al Corriere della Sera. Parlamentare e matematico, spiega che "in politica ci vuole più matematica", appunto, poiché "la composizione della Camera, secondo la riforma, è antiscientifica".

Letterine morte - Tra numeri e filosofia, il Martelli, insomma, ci spiega perché il pacchetto di riforme di Matteo Renzi così com'è non va bene. Di Novara, cranio lucido e sguardo spiritato, ai piedi - scrive il Corsera - porta dei sandali francescani, che mal si abbinano alla cravatta. Ma tant'è, nel fantastico mondo della decrescita felice ogni stile è possibile. Il senatore grillino, prima di arrivare al cuore critico del suo intervento, snocciola la ragione per la quale si è avvicinato alla politica: non sapeva cosa fare. "Era un periodo che mi sentivo inutile. Avevo una voglia di partecipare frustrata. Spedivo lettere ai politici e nessuno si rispondeva". E chissà perché.

Amori e traslazioni - Poi, un giorno, "mentre spulciavo il sito di Grillo mi sono imbattuto nel meet up di Novara". Una folgorazione: si trasforma in pentastellato, un'irresistibile ascesa fino al Senato. E ora, da Palazzo Madama, osteggia la riforma di miss Maria Elena Boschi. No, quel testo non va bene: "La riforma costituzionale - spiega il matematico - deve essere fatta con amore, perché è un lascito ai nostri figli". "Lo stesso - prosegue - vale per la legge elettorale. Da matematico, vi dico che ha un unico scopo: traslare la volontà degli elettori su un campione più piccolo. Più piccolo è il campione, meno è significativo". Un concetto che tradotto dal linguaggio da sciamano visionario significa che in Parlamento 60 milioni di persone non ci entrano mica. La fiera dell'ovvio, insomma, in salsa filosofico-matematica.

Polli e pollai - La tirata del senatore Martelli prosegue poi con la parabola del pennuto, la "teoria del pollo. Uno mangia un pollo, l'altro no, gli italiani mangiano mezzo pollo a testa. Un Senato da 100 persone non va bene. Non si gioca con i numeri". Insomma lui in Senato di polli ne vorrebbe migliaia. E per rivendicare la prevalenza del numero poi chiosa: "Non si può fare una legge per cui un partito con il 30 per cento prende il 55". D'altra parte uno che se ne fa del 30% di un pollo? Eppoi se uno si prende il 55%, del pollo, ecco, "c'è un pericolo di autoritarismo". Il ritornello dittatoriale, se parla un Cinque Stelle, non può mancare.

Chimicamente visionario - Dulcis in fundo, si parla anche delle già citate scie chimiche. Lo si fa al termine dell'intervista, quando il senatore-matematico-francescano continua a filosofeggiare. Da buon scienziato premette: "Non ci sono evidenze scientifiche. Per ora. Un mio prof mi spiegava che la scienza più che dare certezze deve coltivare dubbi". Il Martelli, insomma, lascia intendere che alle scie chimiche ci crede. E per chi non lo ricordasse, secondo i complottardi, con "scie chimiche" s'intendono delle potenti e misteriose condensazioni rilasciate nell'atmosfera dagli aerei, tassello fondamentale di un maxi-"gomblotto" planetario per il controllo di menti, consumi, clima eccetera eccetera. Roba da grillini, insomma. Roba da Martelli.

L'ex consigliere di Rifondazione: "Israele? Riapriamo i campi di sterminio"

Libero


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In tutto il mondo, ancora manifestazioni “per la pace” a senso unico, a favore dei palestinesi e contro i raid israeliani, senza ricordare i razzi di Hamas. Squilibrio che non pare dovuto al divario fra i morti delle due parti, 1000 palestinesi e “solo” (si fa per dire!) una quarantina di israeliani, ma a radici ideologiche. Spicca l’infelice commento di un ex-consigliere comunale di Rifondazione Comunista, Lanfranco Lancione, di Teramo, che ha postato su Facebook: «Riaprite i campi di sterminio, subito!».

E vi ha pure abbinato la foto del lager di Auschwitz! Lancione ha poi rincarato la dose con commenti successivi: «Gli ebrei, con la storia dell’antisemitismo hanno stufato. Non si può dire né fare nulla contro di loro, sono autorizzati a fare tutto». Segnalato da fonti come il Corriere d’Abruzzo e l’Huffington Post, l’episodio ha suscitato la presa di distanza di Rifondazione, le cui segreterie nazionale e abruzzese hanno spiegato che «Lancione non è più un nostro iscritto dal 1998”, liquidandone le parole come “cretinate orrende”.

Intanto, ieri nuovi cortei pro-Gaza, in Italia, specie a Milano, Pordenone e Reggio Calabria e all’estero. Capofila, resta la Francia. Dopo gli scontri e gli slogan antisemiti dei giorni scorsi, sono state vietate nuove sfilate a Parigi. Ma 5000 dimostranti hanno tenuto un sit-in abusivo attorno alla fontana di piazza della Repubblica, circondati da agenti antisommossa. Lì hanno bruciato una bandiera israeliana e, arrampicati sulla statua della fontana, hanno lanciato fumogeni coi colori palestinesi. Barattoli e altri oggetti sono stati lanciati sui gendarmi, che in serata avevano arrestato 40 persone.

In altre parti della Francia, cortei tranquilli, con 10.000 persone a Lione e altre sfilate a Saint Etienne e Clermont Ferrand. In America, pur alleata con Israele, 3000 persone si sono radunate a New York, in Times Square, chiedendo a Obama di non sostenere Netanyahu. Perfino nella lontana Buenos Aires, circa 1000 persone hanno sfilato davanti all’ambasciata israeliana in Argentina, guardandola storto

Sprechi Rai, sette dipendenti in 900 metri quadri: tutti i casi limite delle sedi regionali

Il Messaggero

di Claudio Marincola

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ROMA - Sui soffitti affreschi del Tiepolo: Pegaso, cavalcato dal Genio che vola verso la Gloria.

Spazi smisurati, l’affaccio superbo sul Canal Grande: a Palazzo Labia non si respira certo aria di crisi. Dal 1964 ospita, nel cuore pulsante di Venezia, la sede regionale della Rai. È la punta di diamante di un patrimonio immobiliare che in totale ammonta a 750 mila metri quadri. Una distesa sterminata di uffici, porte, scrivanie, finestre spalmati in tutta Italia per contenere le strutture e ospitare 13 mila dipendenti.

A dire il vero le proprietà dell’azienda di viale Mazzini si fermerebbero a 665 mila metri quadri. Ma perché stare stretti? Meglio allargarsi. Ed ecco che ai tempi delle vacche grasse si sono aggiunti per incanto altri 85 mila metri quadri affittati a caro prezzo. La parte del leone in questa corsa alla dilatazione degli spazi l’hanno fatta le sedi regionali: occupano il 22% dei fabbricati contro il 16% della direzione generale, distribuita tra Roma (10%) e Torino (6%).

L’ABBUFFATA
Il caso limite rimane però la sede di Sassari: 900 metri quadri per 7 dipendenti. Tre redattori, un inviato speciale e tre tecnici. Un manipolo di uomini in un deserto di cemento. La Rai acquistò il palazzo dall’Eni molti anni fa per esplicito desiderio dell’ex presidente della Repubblica Antonio Segni, un gallurese doc. Per quella di Cagliari - che ospita circa 100 dipendenti - l’azienda paga l’affitto al Comune. Da sola, quella sede non bastava: l’Isola chiedeva un surplus di informazione e fu accontentata visto che la cosa stava a cuore al territorio e al Capo dello Stato.

Massimo Giletti, conduttore dell’Arena, provò a sollevare il problema nel corso di un’assemblea. Non l’avesse mai fatto: si scatenò un polverone! Apriti cielo! Risultato: la sede è sempre lì. È in vendita, ma nessuno la vuole perché andrebbe rimordernata. E i 7 dipendenti? Si sentono presi di mira e gridano al complotto, li ha difesi solo un senatore (del Pd). Per mettere a tacere le critiche e dimostrare di essere utili producono tantissimi servizi. Una sorta di stakanovismo di necessità. Nel frattempo l’azienda di viale Mazzini continua a pagare al Comune l’affitto per la sede di Cagliari e a mantenere il mega palazzo di Sassari.

AUDITORIUM DESERTO
Ecco la Rai. In rosso fisso, colpita al cuore dai tagli imposti dal decreto Irpef (150 milioni di euro), ma sempre a galla, ancorata al suo passato glorioso. Il valore complessivo degli insediamenti - l’ultima perizia è datata 2012 - è di ben 12.584 milioni di euro. Gli investimenti nella manutenzione degli immobili hanno subito un brusco calo, data la vetustà si rischia il degrado. Stiamo parlando di piccoli «tesori». Quello di Venezia, un edificio del Settecento che incorpora uffici della direzione, redazioni, studi e mensa, non è l’unico esempio di sede monumentale.

Altro pezzo pregiato è il centro di produzione di Napoli, in particolare l’Auditorium, 800 posti a sedere con una platea di 700 metri quadri. Il laboratorio di scenografia è un fiore all’occhiello, è in grado di produrre varietà, fiction e altre varie tipologie di spettacolo. La Rai preferisce però spesso rivolgersi all’esterno. Nel primo trimestre del 2012 la Corte dei conti visitò la struttura e concluse che l’Auditorium era stupendo, ma che nel primo quadrimestre dell’anno non era stato quasi mai utilizzato.

I FORZATI DELL’ALBA
La crisi economica e aziendale ha imposto vari tagli: spese di rappresentanza, chiusura di sedi di corrispondenza, edizioni dei tg. Dal 20 giugno, con l’inzio dell’estate la trasmissione “Buongiorno Regione” è stata sospesa. Ma tecnici e dipendenti in molte sedi continuano ancora a fare “l’alba“, cioè ad arrivare presto per ritrovarsi in busta paga gli straordinari. La domenica in molti uffici c’è il tutto esaurito. Impiegati, tecnici, giornalisti: non manca nessuno. La crisi aziendale ha richiesto interventi di spending review, una drastica riduzione dei costi esterni delle testate giornalistiche: Tg1,Tg2,Tg3, Rai sport, Televideo, Rai Parlamento, RaiNews.

Ad incidere sul bilancio più di tutte è Rai-sport che richiede collegamenti esterni e trasferte. Subito dopo, tra costi editoriali e di produzione, viene la Tgr. Ecco dunque che per risparmiare si è pensato di abolire l’ultimo tg regionale, quello che precede la mezzanotte e incorporarlo nell’ultima fascia informativa. La finestra di 4 minuti viene registrata da un conduttore un’ora prima ma il notturno per i tecnici scatta lo stesso.

CONCORSO RIPARATORE
Tra le voci che hanno inciso nel corso degli anni sul bilancio della Rai ci sono le cause di lavoro. Un dipendente su 10 - lo ha dichiarato il dg Luigi Gubitosi - è stato assunto dopo aver aperto un contenzioso. Ecco allora che per evitare una nuova ondata di ricorsi nel luglio del 2013 fu bandito un concorso riservato a giornalisti professionisti. Una porta d’accesso per chi, impiegato magari con un’altra qualifica nei talk show appaltati all’esterno, è andato in video sulle Reti Rai. Una sorta di sanatoria mascherata, insomma. In cambio i vincitori hanno dovuto accettare il trasferimento in una sede regionale, impegnarsi per almeno 5 anni a non chiedere il trasferimento e firmare un verbale di conciliazione.

Restava però un problema: cosa fare di chi aveva i requisiti ma è rimasto fuori? Tutti potenziali ricorrenti? Il busillis si è trascinato per qualche giorno finché è stata trovata la soluzione: lasciare aperta la graduatoria e dichiarare idonei anche i primi 60 esclusi. Un binario parallelo al bacino dei precari, altri precari da assorbire. Con la benedizione del sindacato e dell’azienda.


Domenica 27 Luglio 2014 - 00:43
Ultimo aggiornamento: 02:10

Il dossier sugli amori gay che distruggeva i Savoia

Roberto Festorazzi - Dom, 27/07/2014 - 08:57

Tra le carte scomparse, c'era anche un fascicolo micidiale su Umberto. Fu restituito alla corte. Gli altri carteggi invece finirono in "mani rosse"


Tra i dossier «top secret» che Benito Mussolini recava con sé, nel suo ultimo viaggio fino a Dongo, una particolare delicatezza rivestiva il fascicolo scandalistico sugli amorazzi gay del principe di Piemonte, Umberto.
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Si trattava di un incartamento contenente anzitutto poesie autografe del principe ereditario dedicate a un sottufficiale della marina tedesca basato a Napoli, più altra corrispondenza a luci rosse del futuro re di maggio. Non meno compromettente era il verbale di interrogatorio dell'agente di Pubblica sicurezza Vincenzo Beneduce, «comprovante», così era scritto, «l'invertimento sessuale di Umberto». Beneduce era l'attendente del principe e sapeva parecchio delle sue «amicizie particolari»: anche per esperienza diretta, essendo stato destinatario di tentativi di seduzione. Non vi è chi non veda che materiale del genere, finito in mani sbagliate, avrebbe distrutto la reputazione del principe, determinando un'impasse dinastica che ne avrebbe precluso l'ascesa al trono.

Lo spericolato delfino amava scherzare col fuoco, disseminando l'intero esercito italiano di sue corrispondenze sentimentali. Ne seppe qualcosa il tenente dei bersaglieri Enrico Montanari, che nel 1927, a Torino, fu corteggiato con insistenza da Umberto, il quale gli regalò un accendisigari d'argento, con incisa la scritta «Dimmi di sì». Le lettere che ricevette da «sua altezza» gli vennero sequestrate dalle autorità militari, con uno stratagemma. Tra le relazioni maschili che si attribuiscono al principe, vi furono quelle con Luchino Visconti e con l'attore francese Jean Marais.

Durante le Repubblica sociale italiana, la stampa neofascista cominciò a mettere in dubbio la mascolinità di Umberto, soprannominato «Stellassa». Poi, durante l'infuocata campagna per il referendum istituzionale del 1946, quello in cui gli italiani scelsero la Repubblica, Pietro Nenni, nella foga oratoria d'un comizio, chiese alla folla: «Volete forse un re pederasta?».

È evidente che Mussolini, un vero maniaco del genere «rilievi a carico», sguazzasse in questa fanghiglia. Si confezionò, su misura, come un abito di sartoria, il dossier su Umberto, con finalità ricattatorie, cioè come una vera e propria pistola puntata sui Savoia. Quando i partigiani anticomunisti, a Dongo, tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945, cominciarono lo spoglio dei documenti mussoliniani, a Villa Camilla, dove abitava il loro consigliere occulto, l'agente segreto ed ex fascista Piero Bruno Puccioni, emerse anche il fascicolo sul principe di Piemonte.

Si avviò a quel punto una delicata partita politica, volta a impedire che quelle carte potessero deflagrare, contribuendo ad affossare la monarchia, il cui prestigio appariva peraltro già minato. I partigiani di orientamento moderato che si raccoglievano attorno a Puccioni, erano quasi tutti monarchici, e anche l'uomo del Sim lo era. Un ruolo di primo piano, in quel frangente, venne svolto da Antonio Scappin «Carlo», figura di partigiano-finanziere il cui nome è ricorrente negli studi sui fatti di Dongo. Puccioni, in una lettera inedita scritta nel 1987 a Renzo De Felice, così descrisse il personaggio: «“Carlo” era una persona intelligente e audace che si mise subito a fianco di “Bill” (Urbano Lazzaro) e “Pedro” (Pier Bellini delle Stelle), di (Stefano) Tunesi e Aldo (Castelli) ed a mia completa disposizione, dichiarandomi riservatamente di essere un fervente monarchico.

“Carlo” in pochi giorni conquistò gli esponenti partigiani, collaborò coraggiosamente, si prestò a controllare alcuni avversari, partecipò alle riunioni del Clnai e vide, durante una notte, il contenuto delle due borse (di Mussolini) nella villa di Domaso. Quando rintracciammo, in una delle due borse, fra i tanti inserti, il rapporto del brigadiere di P.S. Beneduce su Umberto, mi fu di valido aiuto per ottenere che il documento non finisse in mani straniere e per provvedere che io stesso lo segnalassi a mio zio Dainelli (Giotto Dainelli, presidente dell'Accademia d'Italia), il cui figlio era un funzionario diplomatico molto legato a Casa Reale.

E così avvenne, almeno per qualche giorno; poi portò il documento (o i documenti) a Umberto dopo aver fatto una inutile visita a Cadorna (Raffaele Cadorna, comandante del Corpo volontari della libertà) per informarlo della notizia e chiedere istruzioni». Nell'ottobre del 1945, Scappin si recò a Roma, con il fascicolo. Fu ricevuto dal luogotenente Umberto, a cui consegnò le carte. Ne ricevette, in segno di gratitudine per l'alto servigio svolto, un'onorificenza sabauda.

Un anno più tardi, Puccioni cominciò a fremere per recuperare i dossier esteri di Mussolini, di cui si erano perse le tracce, dopo il misterioso viaggio a Firenze di cui ci siamo occupati in un precedente articolo. In una lettera a Scappin, del 5 ottobre 1946, pur con mille cautele, l'agente segreto coperto fa trapelare la sua preoccupazione per la sparizione dei carteggi: «A proposito della frase che mi riporta nella sua lettera: a mezzo Dani (Dainelli) le mandai a dire di non consegnare più a nessuno quei famosi fogli, tranne quelli personali che riguardavano la persona che lei sa e che mi risulta averli avuto quando lei venne qua (il riferimento è al dossier su Umberto, ndr).

Ma gli altri dove sono? A quanto ho potuto sapere sarebbero oggi di enorme importanza. Più non posso dirle: ma sarebbe veramente indispensabile vederci per questo ed altri motivi». Scappin risponde il 21 novembre successivo, con una frase lapidaria che conferma l'avvenuta dispersione del patrimonio documentario: «Vorrei parlarle di molte cose e anche di quelle carte, che ritengo (e ne ho buon motivo) in mani rosse. Intanto la prego di essere meno parco di parole nelle sue lettere e di dirmi qualche cosa di più in merito a quanto reciprocamente ci interessa».

Dunque, i carteggi finirono in «mani rosse», cioè nella disponibilità dei comunisti. Ciò, più che per la scrematura dei materiali di Dongo, che, secondo Puccioni, Bellini avrebbe portato con sé a Firenze nel maggio del 1945, potrebbe valere per la parte maggioritaria della documentazione che venne spartita tra i partigiani e fotoriprodotta a Como durante quello stesso periodo.