mercoledì 30 luglio 2014

Calcio, zingari e l'ipocrisia del vocabolario

Vittorio Feltri - Mer, 30/07/2014 - 14:43

Se dai del banana al Cavaliere sei un sincero democratico dotato di senso dell'umorismo, se dai del banana a un africano sei un grandissimo bastardo


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Il nostro eccellente Giuseppe De Bellis si è già esibito sul Giornale scrivendo cose giuste sul caso Carlo Tavecchio, un cognome che ha una componente offensiva: in una società nella quale l'unico settore che non cala, bensì cresce, è la chirurgia plastica, accompagnata da terapie antiossidanti e roba simile, evidentemente la vecchiaia è considerata un'infamia.

Chiedo scusa se mi cito. Su Twitter - la palestra dell'insulto elevato a categoria del pensiero - vi sono numerosi gentiluomini che, quando non sono d'accordo con me, non si limitano a dirmelo: mi coprono di contumelie fra cui spiccano quelle riferite alla mia non verde età, tipo «vecchio stronzo», «vecchio rimbambito», «brutto vecchio, cedi il tuo posto privilegiato a un giovane», «vecchio bollito» (la variante è «brasato»).

La parolaccia è entrata prepotentemente nei conversari correnti e quella che ferisce di più è «vecchio porco». Una volta si chiamavano «vecchi» i genitori, e nessun papà e nessuna mamma si adontavano. Ma oggi il sostantivo/aggettivo «vecchio» ha un significato talmente negativo da essere impronunciabile. Provate a dire a una signora che è vecchia: vi mangia vivi per dimostrare di avere ancora denti buoni e un'ottima digestione.

Torniamo a Tavecchio. Lo sciagurato, aspirante presidente della Federazione italiana giuoco calcio, in un discorso programmatico in cui ha espresso concetti condivisibili, si è lasciato scappare una frase che i più moderati hanno giudicato infelice. Questa, all'incirca: «Nel nostro Paese i club pedatori trascurano i giovani e inseriscono nella rosa dei titolari ragazzi modesti che fino a ieri si nutrivano di banane». Vogliamo esagerare? Non si è trattato di proposizione elegante, ma simile a mille altre che quotidianamente si odono in ogni ambiente.

Anche nei giornali. Per esempio: il soprannome più diffuso di Silvio Berlusconi è il Banana, che viene usato regolarmente su giornali e in spiritosissimi (si fa per dire) programmi televisivi satirici. Dal che si evince che c'è Banana e banana. Se dai del banana al Cavaliere sei un sincero democratico dotato di senso dell'umorismo, se, viceversa, dai del banana a un africano abbronzatissimo sei un grandissimo bastardo, sinonimo delicato di figlio di puttana. E ti espellono dal consorzio civile.

Mi domando: come mai la banana ha una doppia reputazione a seconda di chi la mangia o, meglio, la interpreta? Trattasi peraltro di un frutto nobile, buono, nutriente e, fino a mezzo secolo fa, raro, il che lo rendeva prezioso. Quando ero bambino, soltanto Babbo Natale provvedeva a regalarmene una (di numero) per allietare la mia povera mensa. La trovavo la mattina sul tavolo della cucina accanto a due o tre pipe di zucchero rosso, un paio di arance e un'automobilina di latta.

Se non ricordo male, c'era tra quel bendidio anche qualche carruba: forse non è un dettaglio importante per voi che leggete, ma, a mio avviso, rende l'idea del mondo in cui vivevamo, ammesso che ciò sia interessante.Ecco. Abbacinato dai doni piovuti dal cielo, rimanevo in contemplazione dei medesimi per alcuni minuti, poi afferravo la banana, la incartavo e la portavo a un vicino di casa che sapevo esserne golosissimo. Suonavo alla sua porta e non appena egli si affacciava gli porgevo il frutto. Lui mi abbracciava e ringraziava.

Per me era una soddisfazione, anche se non ero iscritto all'Arcigay. Il costume è mutato. Se oggi facessi omaggio di una banana all'inquilino del mio piano, sarei preso a calci nel deretano (eufemismo di culo). Tavecchio ha 71 anni, quanti ne ho io. Sono certo che per lui, come per me, la semantica bananiera non ha alcuna valenza respingente. Sarebbe assurdo il contrario. Constato che ormai in Italia non si discute più sui contenuti, ma sull'involucro lessicale. Personalmente, ai tempi in cui gli extracomunitari furono malmenati e sfruttati a Rosarno (Calabria), pubblicai questo titolo sul Giornale : «Hanno ragione i negri».

Non l'avessi mai fatto. Le penne di lusso, su numerosi quotidiani, mi redarguirono aspramente. Pier Luigi Battista del Corriere mi crocifisse. L'Ordine dei giornalisti mi processò dopo avermi tenuto sotto inchiesta quattro anni: fui assolto, e me ne stupii piacevolmente. Avevo dato la causa per persa, poiché nessuno aveva letto l'articolo che difendeva i poveracci: tutti si erano soffermati con indignazione solo sul termine «negri».Il nostro direttore Alessandro Sallusti è pure stato sottoposto a procedimento disciplinare (si attende la sentenza) perché ha chiamato zingari gli zingari.

E come doveva chiamarli? Extraterrestri? Le fobie linguistiche contrassegnano la nostra epoca politicamente corretta, forse, sicuramente imbecille. I netturbini non sono più spazzini, anche perché non spazzano una mazza, ma operatori ecologici.Guai a non attenersi al nuovo bon ton. Magari non ti denunciano, ma ti sputtanano, ti danno del razzista. Veniamo ai sordi. Che non sono più tali anche se non sentono: meritano l'appellativo di audiolesi. Tra poco definiremo così gli impotenti: tirolesi. Ovviamente gli orbi non sono orbi ma ipovedenti. E i ciechi non sono ciechi ma non vedenti.

Con angoscia mi chiedo: come posso etichettare uno stitico seguendo lo stesso metodo glottologico? Sono in imbarazzo.Il vituperato Tavecchio immagino sia sorpreso dal trattamento ricevuto per avere detto la verità con parole sue, brutte ma chiare. Condannato per una banana. Non è serio. Anche perché egli ha centrato il problema. Il nostro calcio è in declino in quanto esterofilo: apre le porte all'Africa e le chiude alla Campania e al Friuli, vivai di campioni o almeno di ottimi giocatori. Anche all'estero hanno arricciato il naso per le banane di Tavecchio. Ridicolo.

Noi italiani, anche orobici, valdostani e veneti, veniamo dileggiati con i soliti luoghi comuni: spaghettari, mandolinari, pizzaioli. E ci tocca stare zitti o, al massimo, sorridere. Se però evochiamo la banana siamo rovinati. E i primi a rovinarci sono i nostri compatrioti spaghettari della malora.

Equo compenso, Apple ritocca i prezzi dei MacBook Pro. Ma al ribasso

La Stampa

bruno ruffilli

I nuovi portatili della Mela sono più potenti, eppure il listino cala, perché come altre volte l’azienda si fa carico degli aumenti decisi dal Governo. Scompare anche la dicitura “tassa sul copyright” tanto contestata dalla Siae. Che oggi ha in programma un’azione dimostrativa

Come anticipato due giorni fa da alcune immagini trapelate in rete, Apple ha aggiornato i MacBook Pro con Retina Display. Da ieri sul sito online e nei negozi sono disponibili i nuovi Mac portatili destinato ai professionisti, con piccoli miglioramenti rispetto alle versioni precedenti: un processore più veloce su tutti i modelli, il doppio della memoria Ram per la versione da 15 pollici. E i prezzi rimangono invariati, come tradizione Apple, quindi un vantaggio economico c’è su tutti i nuovi MacBook Pro, ma in particolare sui modelli da 15 pollici (passare da 8 a 16 Gb di Ram costa infatti 200 euro sulla versione da 13 pollici). 

In realtà la notizia qui non il lieve miglioramento delle prestazioni, ma che il nuovo listino è addirittura più basso rispetto a una settimana fa: l’aumento del prezzo dovuto ai ritocchi delle tariffe per l’equo compenso è stato infatti assorbito da Apple, così ad esempio il MacBook Pro da 13 pollici ora parte di nuovo da 1329 euro, com’era prima che le nuove tariffe entrassero in vigore, e non più da 1333,03, mentre il MacBook Pro da 15 pollici scende da 2033,03 a 2029 euro. Accadrà lo stesso con iPhone e iPad: se non con i modelli attuali, certamente con quelli nuovi attesi entro un paio di mesi. 

Una tempesta in un bicchier d’acqua, insomma, dove la posizione di Apple rimane di assoluta trasparenza ma forse si ammorbidisce un po’, tanto che cambia la dicitura che compare prima di completare l’acquisto: da “tassa sul copyright” diventa “compenso per copia privata”. Così Siae non potrà più parlare di “provocazione” e verrà smentito pure il ministro Franceschini che parlava di una “ritorsione nei confronti dei clienti italiani”. Vedremo ora cosa succederà con gli altri prodotti soggetti all’aumento delle tariffe: se per televisori, smartphone, tablet – specie di fascia alta – è immaginabile che le aziende si facciano carico dei ritocchi, non è detto che succederà altrettanto con hard disk e chiavette di memoria, dove l’equo compenso incide in misura assai più elevata. Ricordiamo ad esempio, che per un hard disk da 2 TB si pagano 20 euro, circa un quarto del totale (e poi c’è anche l’Iva). 

Va detto – e l’avevamo segnalato – che già col decreto Bondi e con l’aumento dell’Iva Apple aveva adottato la stessa strategia: aggiornare immediatamente i prezzi, salvo poi farsi carico degli aumenti e tornare al listino precedente. Così le levate di scudi contro la multinazionale avida e ingannatrice ora sembrano fuori luogo (per quanto riguarda l’equo compenso almeno). È la lezione della tecnologia: istituzioni e leggi devono imparare a muoversi in fretta, perché lo scenario cambia con estrema velocità.

Per questo sosteniamo che l’equo compenso sia una norma che non ha senso oggi, dal momento che sempre più italiani si rivolgono allo streaming e sempre meno copiano su hard disk o chiavetta musica o video protetti da copyright. E sempre per questo rischia di cadere nel vuoto l’azione dimostrativa della Siae organizzata oggi a Roma insieme a Federconsumatori: la Società italiana Autori ed editori, infatti, conta di vendere alcuni iPhone al prezzo francese (la tesi è che in Francia costino meno che in Italia, nonostante le tariffe per l’equo compenso siano più alte).

Scrisse «Forza Etna, forza Vesuvio» su Fb Consigliera leghista rinviata a giudizio

Corriere del Mezzogiorno

La decisione del pm: l’internauta brianzola a processo per discriminazione razziale ed etnica


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CATANIA - Ha pubblicato su Facebook un post con su scritto «Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili», augurandosi «una catastrofe naturale nel centro-sud Italia». Ora l’internauta di Monza, una donna, per giunta consigliere leghista alla Provincia, dovrà affrontare un processo con l’accusa di aver propagandato «idee fondate sulla superiorità razziale ed etnica degli italiani settentrionali rispetto ai meridionali» e di «discriminazione razziale ed etnica». Lo ha deciso il pm di Monza Emma Gambardella che, dopo aver chiuso le indagini, ha disposto la citazione diretta a giudizio per l’imputata.

A presentare una denuncia per quel post pubblicato sul social network è stato l’avvocato Angelo Pisani, presidente della Ottava Municipalità di Napoli, che si costituirà parte civile nel processo rappresentato dal legale Sergio Pisani. Stando all’imputazione, la consigliera provinciale Donatella Galli, residente in provincia di Monza e Brianza, nell’ottobre del 2012 pubblicò su Facebook una foto satellitare dell’Italia priva delle regioni del Centro-Sud, dal Lazio e dagli Abruzzi in giù e la frase «il satellite vede bene, difendiamo i confini ...». Poi commentò con un «mi piace», e scrisse «Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili», augurandosi, scrive il pm, «una catastrofe naturale nel centro-sud Italia provocata dai tre più grandi vulcani attivi colà esistenti».

Il processo, in cui Angelo Pisani è «parte offesa» come presidente della Municipalità di Scampia, inizierà a Monza il 23 ottobre del 2015 davanti al giudice Elena Sechi. «Intendiamo lanciare un segnale forte», ha spiegato Angelo Pisani, che tra l’altro è l’avvocato di Diego Armando Maradona nonché dei familiari del giovane tifoso azzurro ferito a morte a Roma prima della finale di Coppa Italia, Ciro Esposito: «Un segnale per far capire a tutti che la dignità dei cittadini italiani, siano essi meridionali o settentrionali, va rispettata e la violenza va ripudiata. E se non lo si comprende per senso civico, gli artefici lo capiranno pagando di tasca propria per le offese pagandone i danni».

30 luglio 2014

La lirica ai tempi dei Google Glass

La Stampa

Stasera in scena a Cagliari la prima mondiale dell’opera di Puccini in versione interattiva con gli occhiali intelligenti di Mountain View



La Fondazione Teatro Lirico di Cagliari sarà la prima al mondo ad utilizzare Google Glass per creare il primo esperimento di Opera Interattiva . La sperimentazione inizierà questa sera e interesserà l’innovativa Turandot dignifica normalmente ascoltare parole, musica, osservare gestualità e immagini: lo spettatore guarda la rappresentazione dal proprio punto di vista.

Ora, attraverso un sistema sviluppato per i Google Glass da TSC Lab, partner del MediaLab dello stesso Teatro e Google Enterprise Partner, sarà possibile vedere l’opera dal punto di vista di chi la canta o di chi la segue da dietro le quinte. Cantanti, musicisti e alcuni dei tecnici che lavorano dietro al palco li indosseranno e condivideranno tutto sui social network del teatro. Il pubblico, potrà quindi vedere in tempo quasi reale immagini e altro materiale e seguire l’opera con gli occhi di chi la sta mettendo in scena.

Il progetto del Teatro Lirico di Cagliari è estremamente innovativo: prima istituzione lirica al mondo a creare un Centro di Ricerca e Sviluppo Tecnologico, ora per la prima volta in assoluto sperimenta l’utilizzo dei Google Glass nell’opera lirica direttamente dal palcoscenico.

Il pubblico potrà quindi collegarsi sui profili social del teatro, da casa o da un qualunque altro posto, per guardare live il materiale multimediale che i protagonisti condivideranno. Gli spettatori potranno finalmente osservare lo spettacolo con gli occhi di chi lo mette in scena.

La Turandot del Teatro Lirico di Cagliari è un allestimento che vede molti punti di innovazione, a cominciare dalle scenografie in chiave contemporanea che il Sovrintendente del Teatro, Mauro Meli, ha affidato all’artista contemporaneo Pinuccio Sciola. A questo si aggiunge anche il lavoro di comunicazione sui social network e ora questa collaborazione unica con Google Glass.

Un allevamento chiuso e 28 cani in cerca di famiglia

La Stampa

cristina insalaco

Il caso a Carmagnola (Torino): sono tutti pastori belga sequestrati dopo un’ispezione Asl. Catena di solidarietà grazie a Videoadozioni LaZampa.it


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L’accusa di maltrattamento Sarà la magistratura a stabilire di chi sono le responsabilità per la situazione dei cani a «Case Bellegarde» dove gli ispettori dell’Asl hanno trovato insetti e topi nei recinti dei cani. Ventotto pastori belga dell’allevamento «Casa Bellegarde» di via Molinasso, a Carmagnola (Torino), il 23 giugno sono stati messi sotto sequestro dall’Asl To5. L’ipotesi di reato è maltrattamento di animali da parte della titolare Cinzia Bisio. Sul caso indaga la procura di Asti.

Abbandonati
«I pastori belga erano denutriti e in stato di abbandono, non vivevano secondo le corrette condizioni igienico - sanitarie – dice Giorgio Quinzio, il veterinario responsabile dell’atto ispettivo -. Nell’allevamento abbiamo trovato quantità eccessive di zecche, pulci, ratti, sono state messe sotto sequestro anche alcune carcasse di cani morti, in attesa dell’autopsia. Inoltre, l’allevamento ha avuto in passato gravi problemi di sovraffollamento, superando i 130 esemplari». Quando la struttura poteva contenerne al massimo 44 più 5 di proprietà. «Casa Bellegarde», comunque, entro fine luglio avrebbe cessato la propria attività, poiché la titolare era soggetta a sfratto giudiziario. Per questo erano già stati ceduti quasi tutti gli 80 cani presenti nella struttura a famiglie e pensioni, ad eccezione degli ultimi 28. Questi, dopo il sequestro, sono stati temporaneamente accuditi da una cooperativa incaricata dall’Asl.

La difesa
Cinzia Bisio si difende e smentisce tutte le accuse. «Nei 10 anni di attività, le ispezioni dell’Asl hanno sempre avuto esito positivo. Non ho mai maltrattato i miei pastori belga. I cani sequestrati sono animali problematici per natura: sono ciechi, magri, con tumori, cani che alla nascita non mi sono sentita di sopprimere», dice la titolare. Che sostiene di non aver mai raggiunto quota 130, «Il numero massimo è stato 80», e di aver fatto il possibile per rispettare le norme igienico - sanitarie. Poi continua: «A luglio mi sono recata tutti i giorni nell’allevamento, e la salute dei miei pastori belga in questo mese è peggiorata. Ho trovato sangue e feci nei box, cani che perdevano il pelo. È così che l’Asl se ne prende cura?».

Intanto grazie ad una catena di solidarietà di 15 canili di Torino e provincia, e grazie alle videoadozioni su LaZampa.it [Video: il commovente momento dell’intervento dei canili], 25 pastori belga entro domani traslocheranno in un canile più adatto a loro. Dopo un percorso di recupero, tutti i cani sequestrati potranno essere adottati cominciando così una nuova vita.

Morto l'ultimo uomo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima

Lucio Di Marzo - Mer, 30/07/2014 - 09:42

Theodore Van Kirk aveva 93 anni. Era il navigatore del bombardiere Enola Gay


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Theodore Van Kirk, 93 anni, è morto lunedì per cause naturali in una casa di riposo in Georgia. L'uomo, che era anche conosciuto come "l'Olandese" era l'ultimo membro ancora in vita dell'equipaggio della Enola Gay, il bombardiere che sganciò la bomba atomica su Hiroshima il 6 agosto 1945.

Van Kirk, che nell'equipaggio aveva il ruolo di navigatore, aveva 24 anni quando "Little Boy", questo il nome dell'ordigno nucleare, venne lanciato sulla città giapponese, causando la morte di 140mila persone, più della metà di quanti al momento ci vivevano. A tre giorni di distanza un'altra atomica sarebbe stata utilizzata su Nagasaki, uccidendo altre 70mila persone.

In vita, Van Kirk disse sempre di non avere rimorsi per avere sganciato la bomba su Hiroshima, sostenendo che la missione sua e dei compagni ebbe un grande ruolo nel porre fine alla Seconda guerra mondiale.

Eredità da due miliardi di lire Ma Bankitalia non cambia in euro

Corriere del Veneto

Il decreto «Salva Italia» del dicembre 2011 lo vieta. Invece il lascito in marchi subito convertito in Germania


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ROVIGO — Trova due miliardi di vecchie lire, poco più di un milione di euro, nella casa di Berlino dello zio paterno, ma non riesce a incassarli perché non più validi. Così Sara Ferrari, 43enne originaria di Rovigo da molti anni residente a Bruxelles dove lavora come funzionario in un ente pubblico, s’è rivolta alla «Federazione nazionale consumatori» per cercare di ottenere quanto ritiene le spetti. Come racconta la donna, «mio zio paterno Salvatore emigrò molti anni fa a Berlino, dove si fece valere per la sua bravura come orafo. Lo zio è morto alcuni mesi fa, celibe e senza figli.

Riordinando una delle case che mi ha lasciato in eredità ho trovato alcuni documenti che facevano riferimento a una cassetta di sicurezza aperta molti anni prima dallo zio in una filiale della Deutsche Bank di Berlino». A inizio luglio Sara Ferrari è andata nella banca berlinese con i documenti della successione ereditaria e ha aperto la cassetta di sicurezza. «Al suo interno – riprende il racconto la rodigina – c’erano alcuni Bot del Tesoro italiano con tagli da 10, 50 e 100 milioni di vecchie lire oltre a denaro contante per un miliardo e 450 milioni in banconote da 500 mila lire oltre a circa un milione di marchi tedeschi».

Se per il cambio della valuta tedesca in euro ci son voluti una decina di giorni e la cifra ammonta a circa 730.000 euro, tutt’altra musica per il cambio in Italia. Sara Ferrari si è recata allo sportello Bankitalia di Milano per chiedere le modalità di cambio del denaro italiano. Qui sono iniziati i problemi. «Mi è stato risposto che in base al decreto Monti del 6 dicembre 2011 – riprende Ferrari – le vecchie lire ancora in circolazione si prescrivono a favore dell’Erario con decorrenza immediata e che il relativo controvalore è versato all’entrata del bilancio dello Stato per essere assegnato al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato». Insomma, i due miliardi di vecchie lire scoperti nella casa berlinese dello zio Salvatore non possono essere incassati.

«Così – afferma la donna - mi sono rivolta alla “Federazione nazionale consumatori” per avviare tutte le azioni giudiziarie contro Bankitalia e il ministero delle Finanze, con possibilità di ricorso anche alla Corte Europea, per ottenere il pagamento in euro della somma che ho trovato in lire». Ma l’amarezza di Sara Ferrari non riguarda solo l’inghippo legato al decreto Monti di fine 2011. «Da italiana che vive all’estero da molti anni – afferma la donna – non posso non far notare che in Germania ci son voluti dieci giorni per ottenere valuta corrente dai vecchi marchi, e si parla della bella somma di 730.000 euro, mentre nel mio Paese non è possibile altrettanto». Conclude la 43enne: «Nonostante si chiami Unione Europea le leggi non sono uguali per tutti i cittadini».


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30 luglio 2014

Moto manomessa, sospetto omicidio L’ultimo mistero del clan Vallanzasca

Corriere della sera

di Andrea Galli

Rossano Cochis in semilibertà. E lo storico capo: «Il furto all’Esselunga? Una trappola». Il bandito Colia morto in un incidente: nuove perizie sulla Aprilia


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Un centinaio di metri scarsi. La chiesa. Vasi di piante e ringhiere per separare i passaggi pedonali dalla strada, una strada di pavé dove solitamente macchine, moto e scooter passano piano: anzi in piazza San Gregorio, a Basiano, 3.600 abitanti a est di Milano, spesso ci si ferma per un saluto, per chiacchierare. Ritmi e abitudine da paese. Il 15 di marzo, un sabato, su una moto comprata pochi giorni prima da un suo amico che gliela aveva prestata per un giro, in piazza San Gregorio Antonio Colia correva. A forte velocità, dissero alcuni testimoni.

La moto, improvvisamente, aveva deviato proprio in direzione di un tratto della ringhiera. Il 67enne Colia, soprannominato «Pinella», era morto nello scontro e nella caduta. Ma di quell’incidente tante cose furono (e restano) strane. Il motivo della velocità, ad esempio: per quale motivo, in quel tratto, Colia tirava ? Non era solo, aveva a bordo un’amica, anche lei deceduta, e in più lui stesso non indossava il casco. E quale la causa dello sbandamento dell’Aprilia, quasi innaturale, illogico secondo la dinamica dei vigili? Vigili che adesso, in gran segreto, hanno disposto nuovi minuziosi accertamenti.

Non si escludono la manomissione della moto e un’ipotesi: l’hanno ammazzato? Forse le perizie sono un atto dovuto e il fascicolo non porterà a nulla; ma lo scrupolo non è mai abbastanza, specie con «Pinella», uno della banda Vallanzasca; e specie se la banda, ridotta al minimo dall’età dei componenti, dagli ergastoli e dai decessi, sta attraversando un’estate strana. Misteriosa. A cominciare dal gran capo.

A ottobre Renato Vallanzasca tornerà in un’aula del Tribunale per l’accusa di aver rubato in un supermercato dell’Esselunga di viale Umbria una confezione di boxer, un paio di cesoie e un barattolo di concime. «Mi hanno incastrato» ripete Vallanzasca, 64 anni. «È una trappola per non farmi mai avere la semilibertà» è la convinzione del bandito, il quale ha raccontato che, mentre girava per il supermercato in cerca della cena (salmone e insalata), s’era imbattuto in un ragazzo mai visto. Questi l’aveva salutato e omaggiato presentandosi come suo fan, e s’era offerto di portargli la borsa della spesa salvo nascondergli nello zainetto boxer, cesoie e concime.

Arrivato alla cassa, Vallanzasca era stato fermato dall’addetto alla sicurezza che poi, alla pattuglia dei carabinieri chiamata dal direttore del punto Esselunga, aveva raccontato d’aver visto il bandito arraffare e nascondere la merce nello zainetto. Quanto al ragazzo, era sparito adducendo un malore della sorellina. Deborah Piazza, l’avvocato di Vallanzasca, ai giudici ha già detto che i conti non tornano: sono spariti i filmati dell’impianto di videosorveglianza interna del supermercato e il corpo del reato, ovvero i boxer che peraltro, secondo Vallanzasca, erano «di due misure più grandi rispetto alle mie». E dunque, a maggior ragione, perché li avrebbe arraffati?

Dall’ambiente milanese che conosce Vallanzasca, un insieme di mastini della Questura, vecchie volpi dei carabinieri, navigati legali e anche criminali di professione, in verità più d’uno solleva un dubbio: stiamo attenti, Vallanzasca difficilmente avrebbe avuto la semilibertà anche senza il presunto furto. Sicché, continuano nel ragionamento, il colpo all’Esselunga potrebbe esser stato commesso per davvero dal bandito, chissà con quali intenti e in base a quale strampalata strategia.

Altri ancora, forse suggestionati da uno scenario che, se colorato e romanzato, potrebbe diventare una lettura da spiaggia di spy-story e noir, tentano un azzardato collegamento tra il finale di Vallanzasca e la fine di «Pinella», uomo che secondo i conoscenti conduceva un’onesta, serena e tranquilla vita «da pensionato». Come se la saga della banda fosse destinata a non concludersi mai. Sarà. Però tra misteri e trappole, la banda pare davvero in dissolvenza. A inizio luglio Rossano Cochis, 67 anni, braccio destro di Vallanzasca, ha ottenuto la libertà condizionata. Difeso dall’avvocato Ermanno Gorpia, Cochis ha preferito evitare la ribalta per proseguire la quotidianità di lavoro in una comunità di tossicodipendenti. Da parte sua, il messaggio è chiaro: il passato è passato. Ma da parte di altri?

30 luglio 2014 | 10:23

L’Unità, da “Corriere del proletariato” a brand glorioso e abbandonato

La Stampa

jacopo iacoboni

Un’era tra Gramsci e girotondi: facce (contraddittorie) di un mito


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Forse per capire che cos’è stata L’Unità vale ascoltare Aldo Tortorella, direttore del ’70 al ’75, anni in cui il giornale pesava monumentale, nel comunismo italiano: «Eravamo il giornale, ma anche il partito. Spesso la linea la imponevamo noi». Come quando - dopo le trionfali amministrative del ’75 - fu Tortorella a titolare «L’Italia è cambiata davvero». Poi non cambiava mai; ma questo è un altro discorso.

«Togliatti - ricorda un altro direttore, Alfredo Reichlin - voleva il Corriere della sera del proletariato, un grande giornale popolare che facesse compiutamente da contraltare alla stampa borghese, dando ai lettori oltre alla propaganda anche lo sport, la cronaca nera, il cinema. Lo è diventato, ma nel frattempo ha perso l’anima». Berlinguer invece «non mi dettava nulla, benché si considerasse un po’ un padre della patria».

Perciò uno spera che anche stavolta non sia il coccodrillo: il giornale è già tecnicamente morto un’altra volta, il 28 luglio del 2000 («il delitto perfetto», scrisse Michele Serra), e quella volta risorse, nel marzo 2001, con Furio Colombo direttore e Dalai editore. Ma proprio questo snodo fa capire che oggi è assai più dura: finita quell’Unità, il giornale perse completamente collocazione e i suoi lettori virarono altrove. Fu Colombo che il 25 giugno del 2006 titolò, a caratteri cubitali, «No», il giorno del referendum contro la riforma costituzionale di Berlusconi: «Quel che dobbiamo fare andando a votare no oggi e domani è impedire che la nostra Carta costituzionale sia manomessa da chi ha intimato di gettare il nostro tricolore nel cesso. Altrimenti quell’intimidazione continuerebbe a pesare su un’Italia degradata».

Ecco, quell’Unità - imprevedibile, movimentista, antesignana del Nanni Moretti del «con questi dirigenti non vinceremo mai» - ve la vedreste oggi, nell’ultimissima stagione? Eppure conteneva in sé le ragioni editoriali del tramonto, cioè era già pronta a transitare altrove; anche fuori dalla sinistra ufficiale. Concita De Gregorio e l’era-Soru (l’editore coinvolto da Veltroni) la tenne viva, non con la pubblicità choc del giornale con la minigonna jeans (contestata dai tanti parrucconi, non solo «di sinistra»), ma con una linea apertissima. Infatti finì per non piacere a D’Alema, assai infastidito - fu la goccia - per un pezzo molto acre ma indovinato di Francesco Piccolo.

Questo per dire che s’è partiti da Gramsci, nel febbraio del ’24, dall’eroica chiusura e clandestinità sotto il fascismo, e s’è arrivati ai dirigenti fallimentari del vecchio Pd, la perdita di identità e di lettori, la freddezza del Pd attuale. Quello che è successo prima è invece territorio tra storia e letteratura. Nel ’45, quando la parte più cool era la redazione torinese (era Torino che aveva salvato l’Italia dal fascismo), in redazione giravano Pavese, Calvino, Spriano, Novelli, Vittorini, e c’erano anche divi come Raf Vallone, «cui tutti chiedono - scrive Guido Quaranta - ragguagli sulla floridezza del seno della Mangano»... Siamo in una sfera leggendaria, tutt’altro che «sovietica». Diverso è ciò che accade dopo, anche gli errori, tragici. Amaro che proprio Ingrao - il comunista sensibile al dissenso interno, per quei tempi - abbia scritto nel ’56 il tremendo editoriale pro Urss, all’indomani dei carri armati a Budapest.

Oppure che Maurizio Ferrara, direttore nel ’68, fosse contestato dal Pci di Longo per un reportage sulle ragioni degli studenti che occupavano la Sapienza, o per eccessive licenze nella critica all’Urss, dopo Praga. Eppure, è la storia della sinistra. È il bellissimo titolo «E’ morto» (direttore Emanuele Macaluso) che abbiamo tutti noi, ragazzini, negli occhi il giorno della scomparsa di Berlinguer; ma anche il titolo stalinista «Chi vi paga?», rivolto ai dissidenti, radiati, del manifesto: la peggiore cultura del sospetto. È D’Alema, di cui si ricorda poco (nel 1991 cambiò il sottotitolo da «Giornale del Partito Comunista Italiano» a «Giornale fondato da Antonio Gramsci»); ma anche l’estroso Veltroni, che non fu L’Unità delle videocassette (questo lo dicono i detrattori), ma un giornale colto, raffinato, con le antenne.

Per noi leggere L’Unità era come litigare coi nostri genitori: ma erano pur sempre i genitori. O i nostri zii, quelli che t’insegnano le prime discolerie, come Pintor, vicedirettore e totale fuoriclasse, che faceva ammattire il direttore, Mario Alicata. Emanuele Macaluso ha ricordato che ancora a metà degli anni ottanta, quando già era in crisi, «L’Unità, un tempo la pupilla del partito, non era più neanche il dito mignolo». Oggi, semplicemente, non c’è proprio più la mano.

Cassazione: è reato se l’ex non paga il mutuo della casa per la moglie

La Stampa

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«La casa rientra tra i mezzi di sussistenza che devono essere assicurati al coniuge ai figli minori», per questo l’ex marito che non contribuisce alle rate del mutuo, rischiando di far perdere alla famiglia l’abitazione, commette reato. Lo sottolinea la Cassazione, che ha confermato la condanna a due mesi, più 500 euro di multa, ad un uomo di Casoria che per un periodo non aveva versato il mantenimento, poi aveva sospeso il pagamento della rata del mutuo.

La condanna si riferisce al reato di «violazione degli obblighi di mantenimento» poiché per tre mesi l’uomo non aveva versato le somme stabilite dal giudice della separazione, e successivamente non aveva più pagato la rata del mutuo, di 350 euro. Questa situazione, spiega la sesta sezione penale della Cassazione (sentenza numero 33023), che ha condiviso l’affermazione della Corte d’Appello di Napoli, aveva messo l’ex moglie «in un vero stato di bisogno», perché la donna aveva dovuto saldare il debito utilizzando i soldi che il padre dei bambini versava per il mantenimento e chiedendo aiuto ai familiari.

A nulla è valsa la difesa dell’imputato, basata sul fatto che l’accordo di separazione non prevedesse anche il versamento delle rate del mutuo, motivo per cui non aveva avuto percezioni di commettere un reato. Su questo punto la Cassazione ha risposto che la violazione degli obblighi di assistenza familiare (articolo 570 del codice penale) non prevede che «la condotta omissiva venga posta in essere con l’intenzione e la volontà di fa mancare i mezzi di sussistenza alla persona bisognosa». Ma il solo fatto che la famiglia fosse sostanzialmente privata del mantenimento basta a configuare il reato.

(Fonte: Ansa)

In viaggio coi migranti: «Così scappiamo dall'inferno e voi ci salvate»

Corriere della sera

di Carmine Guarino

Le tratte del traffico di uomini, i prezzi, i boss e i viaggi della speranza: incubi e sogni dei migranti raccontati da chi ha sfidato il mare per un paradiso chiamato Itali


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AVELLINO - La carta è consumata, “maltrattata”. L’inchiostro è calcato, ma già sbiadito. Il foglietto, piegato con precisione, continua a rigirare nelle sue grandi mani nere. Con la sinistra lo tiene fermo e con due dita della destra strofina: come se volesse cancellare quello che soltanto i suoi occhi vedono. Poi, si blocca e con l’indice svela il segreto di quel bigliettino: una barca, al centro, disegnata con una penna di colore blu. Un’equazione, una sorta di bollettino di morte, in alto a sinistra. Una data - «28-06-2014» - in basso. E il suo nome nell’angolo destro: Mafatin.

Mafatin ha ventiquattro anni e viene dal Gambia. È fuggito dal Gambia a bordo di un barcone, di quelli che i trafficanti di uomini offrono ai “disperati” come lui. Era sul peschereccio che è stato recuperato dagli uomini della Marina militare italiana nella notte del 30 giugno a largo di Pozzallo. A bordo c’erano quarantasei morti, a bordo c’era anche Mafatin. Che tiene tutto il suo dolore in quel foglietto. «Lavoravo come fabbro in Gambia, avevo un negozio - racconta - ho chiuso per le tasse. Lì ho tre sorelle, una madre e un padre che non può lavorare.

Soffrivamo molto». Così la decisione di scappare dalla povertà e dalla paura perché, dice con un filo di voce, «in Gambia basta avere un’idea diversa dal governo per essere arrestato». La strada possibile è una: trovare un «boss», uno capace di far scomparire e riapparire le persone all’altro capo del Mediterraneo. «Mi ci sono volute due settimane per arrivare in Libia. Ho pagato settemila dalasi - più di cento euro - per giungere ad Agadez.

Altri settecento dalasi per attraversare il deserto e raggiungere Tripoli». Qui tre, interminabili, mesi di attesa. Poi l’occasione giusta. «Un bianco mi ha detto che con settecento euro partivo. Un amico mi ha prestato dei soldi - ricorda mentre i suoi occhi bui brillano di emozione -. È stato un inferno, ho visto tanta gente morire». Si ferma, respira. E con la testa china indica la parte più bassa della barca che lui ha disegnato: «Dodou was here».

Dodou era là. E c’era arrivato allo stesso modo, fuggendo. «Il sette settembre sono stato arrestato perché avevo una maglietta con scritto “Vogliamo cambiare” - racconta, con una risata quasi isterica - Sono stato in carcere due settimane, poi con l’aiuto di amici sono riuscito a pagare cinquemila dalasi e sono uscito. Sono scappato perché il nostro presidente è pazzo». Molti fuggono da lui, da Yahya Jammeh, presidente del Gambia dal 1994 dopo un golpe militare. Tutti finiscono nelle stesse mani, quelle dei trafficanti di uomini. «Sono andato in Senegal con un pullman. Poi Mali e Nigeria, sempre in pullman».

Qui, l’incontro con il «boss», come lo chiama. E i trecento euro per attraversare il deserto. «Sono stato quattro giorni nascosto in un pick-up senza acqua né cibo e sono arrivato a Gatron, in Libia, dove sono stato due mesi». Avanti così: una tappa alla volta, come in un gioco dell’oca con pedine drammaticamente vive. Da Gatron a Tripoli e per Dodou si aprono le porte dell’inferno. «Sono stato sequestrato per due settimane, vivere lì se sei nero è impossibile». A salvarlo, ironia della sorte, è un «boss». «Dopo quattro mesi, mamma ha venduto la nostra casa e io ho avuto i settecento dollari per partire».

Ma Dodou, trentadue anni, è stato uno degli ultimi a salire sul peschereccio e a lui è toccata la ghiacciaia. «Quarantasei persone sono morte sotto i miei occhi, ho perso i miei due migliori amici» dice, scuotendo la testa in un gesto di impotenza. «Nessuno ha potuto fare nulla per salvarli, sono stato quattro giorni in mezzo al mare fino a che - e il suo sorriso diventa contagioso - gli italiani ci hanno salvato. Avrei potuto morire, ma mi hanno salvato. Amo l’Italia», ripete.

Mafatin, invece, non si sente ancora salvo davvero. Mentre siede su un letto della “sua” nuova casa, un’abitazione ad Avellino trovata per lui e altri quattordici dalla cooperativa New Family, confessa il suo unico desiderio. «I need to talk with my parents and say them that Italians save me». Mafatin vorrebbe solo dire ai suoi genitori che gli italiani lo hanno salvato. Che è vivo. Come dimostrano le sue lacrime nascoste a fatica. E quel foglietto che non lascia mai.
29 luglio 2014 | 20:35

Napoli ha 2.000 vigili: il 60% inabile a lavorare

Sergio Rame - Mar, 29/07/2014 - 09:53

Smascherato da un dossier del Comune l'abuso di certificati medici e permessi sindacali


Una raffica di certificati medici e permessi sindacali. C'è chi non sopporta il disagio acustico e chi soffre di dermatiti da contatto. Poi c'è chi deve presenziare a chissà quale riunione per discutere come meglio tutelare i diritti del lavoratore. C'è anche chi deve assentarsi per laurearsi e chi, invece, insegue un diploma. E pure chi è troppo anziano. Morale: a Napoli su un organico di quasi duemila vigili, circa 1.100 non svolgono "mansioni stradali" perché sono "inabili" a lavorare. A smascherare l'abuso di certificati medici e permessi sindacali è un dossier del Comune che getta fango sull'amministrazione capitanata da Luigi de Magistris.

"Tra i quasi 500 vigili tecnicamente non idonei ai servizi in strada - si legge nel dossier presentato dal dirigente dell'Ufficio legale Francesco Maida - ci sono anche agenti assunti appena quattro anni fa". Leggi: seppur assunti come vigili, non sono idonei a fare i vigili. "Il sindaco equivale a un capo d'azienda - tuona Gianni Lettieri, leader del centrodestra in Consiglio comunale - la responsabilità di ogni cosa risale sempre a lui. Da quando ha cacciato l'ex comandante Sementa il corpo di polizia urbana è nel caos". Le cinque pagine di report sono finite sulle scrivanie dell'assessore al Personale, l'Idv Franco Moxedano, e del capo di gabinetto del sindaco, Attilio Auricchio. All'interno, come riporta Libero, c'è un lunghissimo elenco di "date, mansioni, assenze e relativi incroci con ncertificati medici e permessi sindacali e familiari".

Per Lettieri nella gestione della polizia urbana ci sono "troppe zone d'ombra". "Nella dura gestione della realtà quotidiana - spiega - sani principi istituzionali si sono trasformati in sacche paludari dove ognuno ha trovato la mpersonale soluzione ai propri problemi che hanno prevaricato e condizionato le superiori esigenze del servizio da offrire alla nostra città". Il dossier redatto da Maida parla infatti di un buon 60% dei vigili assunti dal Comune di Napoli "inabile" a lavorare. De Magistris non potrà andare avanti a nasondersi.

Orrore in Siria, a decine decapitati dall'Isis

Giovanni Masini - Mar, 29/07/2014 - 17:13

Le immagini choc diffuse sui social: la scorsa settimana sono stati giustiziati decine di militari. Le teste infisse su una cancellata come macabri trofei

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Decine di teste decapitate e infilzate sulle punte di una cancellata: succede in Siria, dove i miliziani delle Stato islamico (Is) avrebbero occupato una base dell'esercito alla periferia della città di Raqqa, decapitandone gli occupanti e diffondendo le immagini sui social. Nel filmato si vedono diversi corpi decapitati lasciati insepolti su un marciapiede, alla base della cancellata su cui sono state infisse le teste.

La base di Raqqa ospitava la 17esima divisione dell'esercito siriano, che era occupata in un'azione di ripiegamento di fronte all'offensiva portata avanti dall'Isis. Ora l'esercito siriano starebbe incalzando i militanti islamici con elicotteri ed aerei da combattimento. L'occupazione della base non costituirebbe una conquista strategica significativa, ma metterebbe comunque a rischio la città di Deir-Ezzor, ancora sotto il controllo siriano ma circondata e minacciata dai militanti islamisti.

L'Isis - acronimo per Stato Islamico dell'Iraq e del Levante - è uno stato non riconosciuto autoproclamatosi indipendente nei territori di Iraq e Siria nel giugno scorso, sotto la guida del califfo Abu-Bakr al Baghdadi. Grazie al notevole attivismo di un esercito di fanatici miliziani pronti a tutto pur di imporre la Sharia in tutti i territori conquistati, l'Isis ha fatto parlare di sè in tutto il mondo grazie ad azioni clamorose come la distruzione della moschea di Mosul, risalente all'ottavo se

Persino i terroristi di al-Qaida hanno bollato Isis come "estremista": un giudizio da cui è difficile dissentire. Sempre a Mosul è stata imposta la conversione forzata alla già sparuta comunità cristiana, i cui esponenti sono stati posti di fronte all'alternativa tra pagare una tassa, convertirsi o andarsene. Per chi si rifiutava, c'era l'arruolamento forzato nelle formazioni militari, o addirittura la pena di morte. E ancora, l'utilizzo della crocifissione come bestiale metodo di esecuzione per i nemici, le copie del Corano distribuite per strada a passanti ed automobilisti.

Inoltre nei giorni scorsi si era diffusa la notizia - poi smentita - secondo cui lo stesso Al Baghdadi avrebbe ordinato l'infibulazione coatta di tutte le donne dello Stato Islamico. Anche tra i più accesi sostenitori della guerra santa contro l'Occidente, però, si sono levate molte voci di biasimo contro i delitti raccapriccianti di cui si macchiano i soldati dell'Isis. Su Twitter le foto dei soldati siriani decapitati vengono accolte da un fiume di commenti choccati: "Combattere e uccidere sul campo di battaglia va bene, ma esibire le teste dei nemici in questo modo è contrario agli insegnamenti della Sunna (una delle principali fonti della legge islamica, ndr)", scrive @Ajaz707, che pure esibisce un account pieno di riferimenti alla sovranità universale di Allah.

L'Unità muore, e l'assassino ha un nome: è Repubblica

Luca Fazzo - Mar, 29/07/2014 - 18:24

Con agosto cessa le pubblicazioni il quotidiano "fondato da Antonio Gramsci": una agonia durata più di vent'anni, iniziata quando Scalfari decise di portargli via lettori e giornalisti


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Una volta tanto, il delitto ha un colpevole. Se l'Unità, già organo del Partito Comunista Italiano, smetterà di esistere tra due giorni, sarà un po' colpa della crisi della stampa, dei giornali che non sanno che pesci pigliare nella rivoluzione di Internet, dei ragazzi di oggi che leggono poco e male. Ma se la chiusura spazza via (almeno per ora) il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, la colpa è soprattutto, inequivocabilmente, di un signore con nome e cognome. Eugenio Scalfari, fondatore e per lunghi anni direttore di Repubblica.
Che, dopo un avvio incerto della sua creatura (basterebbe guardarsi l'improbabile grafica dei primi numeri, ibridi tra il Mondo e Le Monde, nessuna foto, articoli chilometrici: insomma, una mattonata che infatti leggevano in pochi) ebbe una intuizione geniale. Capì che i milioni di italiani che votavano a sinistra - non i liberali, non i radicali alla Pannunzio, riferimento culturale della Repubblica degli esordi - erano un gigantesco terreno di caccia, una prateria di lettori, e spesso lettori accaniti, pronta al salto di qualità.

Un ceto sociale e politico che era stato in parte sedotto dal primo Giorno, ma che per la maggioranza era rimasto fedele all'Unità: ma che sempre meno era pronto a riconoscersi in quella inevitabile e un po' greve ortodossia di fondo che permeava l'organo ufficiale del partito. Quei lettori volevano un giornale che li coccolasse, li seducesse, ne confortasse le certezze politiche, ma che avesse anche quel po' di irriverenza, di sregolatezza, di curiosità, reso inevitabile dai nuovi tempi. Repubblica, decise Scalfari, sarebbe stata la nuova casa di quei lettori. L'Unità iniziò a morire quel giorno.

Non fu un percorso facile. Dentro l'anima di Repubblica c'erano componenti che faticavano a riconoscersi nel nuovo corso. Giorgio Forattini, innanzitutto, che con una sua vignetta epocale scatenò le ire di Enrico Berlinguer: ma non solo. Anche altri storcevano il naso davanti a quel vistoso, quasi plateale, cambio di linea. Ma il successo dell'assalto scalfariano alle praterie dei lettori comunisti fu talmente clamoroso da azzittire i dissensi interni.

All'italiano che votava a sinistra, Scalfari offriva un prodotto ultramoderno, a volte postmoderno nella sua concezione dell'informazione. La colossale campagna di marketing di Portfolio, gioco di Repubblica collegato alle quotazioni di borsa, segnò lo scavallamento di un confine atavico: il diavolo del mercato seduceva i militanti comunisti sotto forma di una schedina. Grandioso. I tempi erano maturi, e l'emorraggia di lettori fu poderosa quanto una piena del Seveso.

Sotto quei colpi, l'Unità faticò a reagire. L'unico che riuscì ad accennare una qualche forma di riscossa fu, va detto, Walter Veltroni, che inaugurò la stagione delle videocassette allegate al quotidiano: roba che oggi, in epoca di streaming e di cloud, sembra appartenere ad un'altra epoca, e che invece è roba dell'altroieri. Le cassette di Veltroni diedero l'ultimo colpo di ossigeno all'Unità. Ma non risolse il nodo cruciale: come fronteggiare quel nemico sorto così in fretta, dentro il proprio campo? Seguirlo, imitarlo, rubarne i segreti e gli spiriti innovativi? O combatterlo a faccia aperta, fieri della propria identità e diversità?

Per scegliere la seconda strada, in quei foschi anni Ottanta, serviva forse più coraggio di quanto ce ne fosse allora a disposizione all'Unità: che si trovava impegnata nella battaglia per la sopravvivenza proprio mentre si preparavano a saltare i suoi punti di riferimento politico, e la morte improvvisa di Berlinguer anticipava di una manciata di anni il trauma epocale della morte del comunismo. In quel marasma, all'Unità dovettero cominciare a fare i conti con uno scenario nuovo e quasi angosciante: al nuovo partito, al nuovo soggetto politico destinato a nascere sulle ceneri del Pci, un giornale non serviva. Perché quel soggetto politico e i suoi elettori un giornale lo avevano già, ed era Repubblica.

Sotto i colpi di quel trauma, lo sbandamento fu palpabile. Un giornale vissuto per decenni nel culto della propria superiorità si trovò bruscamente alle prese con un drammatico senso di subalternità. «Cosa farà domani Repubblica?», era l'interrogativo inespresso ma palpabile delle riunioni di redazione. Insieme ai lettori, iniziò l'esodo delle firme. «Se sarete bravi, se vi metterete in mostra - dicevano tra il serio e il faceto i vecchi dell'Unità ai nuovi assunti - vi prenderanno a Repubblica». Il fiato sul collo, l'immanenza della corazzata scalfariana, condizionavano in modo quasi opprimente la vita del giornale.

Si tentarono altre strade. Finì l'epoca dei direttori di nomina politica, e arrivarono i direttori giornalisti. Se ne videro di tutti i colori. Il giorno della morte di Lady Diana, il quotidiano fondato da Gramsci aprì la sua prima pagina con il titolo «Scusaci principessa». I lettori superstiti faticavano a capire. Per tenersi a galla, si finì col reclutare un direttore tra i colonnelli di Repubblica. Arrivò, tolse la riga rossa sotto il titolo, e la mise azzurra. Anche lì, i vecchi lettori annasparono nel disorientamento. Le vicissitudini successive sono note: la sospensione delle pubblicazioni, la ripresa, la nuova crisi. I redattori, che sono da mesi senza stipendio, sperano che la chiusura di dopodomani sia provvisoria, e che si possa risorgere un'altra volta. Ma sanno che sarà dura. L'Unità muore proprio mentre il sogno si compie, e il partito che l'ha fondata dirige il paese. Ma quel partito legge un altro giornale.

Acc, l’azienda comprata dai cinesi ora taglia ferie, malattia e costo del lavoro

La Stampa

anna martellato

I lavoratori si chiedono se in Italia sia legale, ma l’alternativa era la chiusura
Dichiarata insolvente, e posta in amministrazione straordinaria nel giugno 2013, l’azienda è stata salvata dal Wanbao Group Co Ltd di Guangzhou


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Diminuzione dei giorni di ferie, paletti a quelli di malattia, taglio del costo del lavoro e taglio dell’organico. È la cura Made in China per un’azienda fiore all’occhiello del Made in Italy, altro caso significativo di un Nordest ex locomotiva d’Italia: la Acc Compressors di Mel (Belluno), fondata nel florido 1966 e maggior produttrice italiana ed europea di compressori ermetici per refrigerazione domestica. 

In difficoltà per una malagestione che l’ha fortemente penalizzata, dichiarata insolvente, e posta in amministrazione straordinaria nel giugno 2013, l’Acc Compressor ha annaspato fino ai primi di luglio, quando è arrivata l’ancora di salvezza: ad aggiudicarsi la gara internazionale per la cessione del complesso bellunese è la Wanbao Group Compressor Co Ltd, con sede a Guangzhou in Cina, uno dei leader mondiali del settore del compressore che garantirà allo stabilimento di Mel la continuità industriale, con l’assegnazione di 3.200.000 compressori nel 2014 e di 3.600.000 nel 2016.

Lieto fine? Non proprio. Perché per acquisire la Acc e rilanciarla la Wanbao pone una cura da cavallo, tanto da portare i lavoratori a chiedersi, sulle pagine del Gazzettino di Belluno, “se questo sia legale, perché siamo in Italia”: dalla riduzione dei giorni di ferie a condizioni più rigide per i permessi di malattia, oltre al taglio dello stipendio: inizialmente, del 10% “poi salito al 27%”, afferma Bruno Deola, rappresentante sindacale Acc. “Forse riusciamo ad arrivare al 16%. Stiamo cercando di rivedere la parte più spinosa, ossia il costo del lavoro e la gestione dei 455 lavoratori con la garanzia di almeno due, tre anni”.

Già, i lavoratori. Da 600 (in cassa integrazione da ormai otto anni), si ripartirà da 300 unità, a cui saranno aggiunte altre 50, fino ad arrivare a 455 lavoratori entro l’anno, pena sanzione economica. 
I lavoratori di Mel storcono il naso: vedono l’accordo con i loro nuovi datori come un gioco al ribasso, dove a perdere sono i loro diritti. “Le condizioni sono, ahimè, quelle cinesi. Trattando con un’azienda italiana o europea avremmo avuto una base di riferimenti. Qui partiamo da zero” spiega Elena Donazzan, assessore al Lavoro della Regione Veneto, dove oggi si è svolta una riunione tra le parti.

È lei che ha seguito da vicino il caso, fin dal commissariamento, creando allora un comitato istituzionale di sorveglianza composto da sindaci e senatori del territorio, gestendo il rapporto con il Mise. Oggi, però, l’assessore vede il bicchiere mezzo pieno: “I cinesi non comprendono lo status quo dei lavoratori di Mel – continua l’assessore Donazzan -. Purtroppo sono mancate politiche industriali di difesa per questo settore: oggi è difficile accettare di perdere dei pezzi, ma l’alternativa è la chiusura”. 

Colombo: "Quando Napolitano appoggiava Stalin..."

Sergio Rame - Mar, 29/07/2014 - 13:22

L'ex pm di Mani Pulite: "Se non ricordo male era dalla parte dei sovietici che avevano invaso l’Ungheria"


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Gherardo Colombo processa Giorgio Napolitano. In una intervista al Fatto Quotidiano, che farà discutere visti i toni accesi usati, l'ex pm di Mani Pulite rispolvera l'oscuro passato del presidente della Repubblica, quando appunto si schierava con l'Unione sovietica di Stalin.

"Se ne sarebbe andato un anno fa se non lo avessero obbligato a rimanere perché non erano capaci di eleggere chi ne prendesse posto", attacca Colombo. "Bisogna capirlo - spiega - è nato nel 1925, tre anni dopo la marcia su Roma. La cultura del tempo era quella che, anche non volendo, si era in qualche modo contagiati dal credo assoluto verso la verticalità della società. Una volta che l’Italia si era liberata dal fascismo il presidente si è trovato a condividere opere e pensiero di Stalin".
Quindi la stoccata: "Se non ricordo male era dalla parte dei sovietici che avevano invaso l’Ungheria".

Nonostante l'autocritica sbandierata del capo dello Stato, per l'ex pm di Tangentopoli resta nell'ex comunista al soglio del Colle "la cultura del centralismo democratico". Una cultura che ogni tanto riaffiora dal passato. L'episodio a cui fa riferimento Colombo è la lettera al Csm dopo le frizioni e gli scontri dentro la procura di Milano.

A scatenare l'attacco di Colombo, però, è stato l'intervento di Napolitano nello scontro parlamentare sul contingentamento degli emendamenti al ddl Boschi. "Sarebbe opportuno che Napolitano ricordasse alle Camere che sarebbe inopportuno usarle in una materia così delicata", ha spiegato Colombo senza nascondere la propria contrarietà all'Italicum e alla riforma del Senato. "Non capisco la fretta e i toni ultimativi - ha continuato - non capisco perché si tratta di modificare una parte molto rilevante dell’assetto costituzionale, che non riguarda soltanto il modo per fare le leggi, ma coinvolge il sistema di equilibrio di poteri, cui tanto tempo ha dedicato chi ha scritto la Costituzione quasi settantanni fa".

Facebook: senza Messenger niente chat

La Stampa

bruno ruffilli

Il social network obbliga a scaricare l’app sui sistemi mobili di iOS e Android, il cambiamento non riguarda chi si collega da computer

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“Ciao, Desideriamo informarti che i messaggi verranno spostati dall’applicazione Facebook a Messenger, la nostra applicazione gratuita e più veloce, che rappresenta uno strumento affidabile per scambiarsi i messaggi quotidianamente”. Molti degli iscritti a Facebook hanno ricevuto questa mail stanotte, altri la avranno nei prossimi giorni: così il social network più grande del mondo ancora una volta si appresta a cambiare, e scorpora un servizio che finora era stato incluso nell’app mobile di Facbook. Adesso ci vorrà un’altra app, Messenger, per “ inviare foto e video, adesivi, effettuare chiamate vocali, iniziare conversazioni di gruppo”, come specifica la mail, promettendo che sarà possibile fare “molto altro ancora”.

Già da qualche mese, l’app di Facebook per smartphone ha cominciato a segnalare la disponibilità di Messenger e indirizzare i messaggi all’altra app: ma finora era stata soltanto una possibilità, fra poco diventerà un obbligo. “A breve – si legge ancora nella mail - inizieremo la procedura guidata per introdurti al funzionamento di Messenger. Tra qualche giorno vedrai anche un promemoria nell’applicazione Facebook, nel punto in cui di solito vengono visualizzati i tuoi messaggi. In quel momento ti chiederemo di installare Messenger o di accedere al sito Web Facebook per leggere e inviare i messaggi”.

Ovviamente accedere al sito web del social network dallo schermo di uno smartphone non è il massimo della comodità, quindi scaricare e installare l’applicazione diventa una necessità se si vuole continuare a inviare e ricevere messaggi senza litigare con lo schermo del telefono. Invece l’app di Messenger è ben fatta, facile da usare, ha un’interfaccia semplice e in qualche modo apparirà familiare a chi ha usato per anni Facebook su smartphone. Ma potrebbe essere necessario “un po’ di tempo per abituarti a usare una seconda applicazione”, come si osserva acutamente nella comunicazione ufficiale.

“Sarà molto semplice passare da Facebook a Messenger”, assicura il social network di Zuckerberg. E in effetti il cambiamento è fluido, basta un tocco e l’app parte immediatamente. È un passo piccolo ma risoluto nella direzione che Zuckerberg ha annunciato qualche mese fa: fare di Facebook un ecosistema di app che interagiscono fra loro, colonizzare gli smartphone indipendentemente dalla piattaforma software che adoperano. Messenger è di Zuckerberg, ma il sistema è stato già adottato anche da altre app, da Pinterest a Vimeo, da Flickr a Spotify: con un tocco sul link di Facebook non si apre la pagina web, ma direttamente l’applicazione.

Curiosamente, al momento il sistema non funziona su Instagram né su Snapchat, la prima acquisita da Facebook due anni fa, la seconda appena lanciata come alternativa ai servizi di messaggistica effimera sempre più diffusi, specie tra i più giovani. E nemmeno su Whatsapp, comprata sei mesi fa per 19 milioni di dollari in una delle più discusse acquisizioni degli ultimi tempi, ma che stranamente non viene aggiornata dallo scorso marzo. Così non sono arrivate le chiamate vocali promesse al Mobile World Congress di Barcellona, ma invece ci sono su Messenger (e sono di ottima qualità e facili da usare).

Il cambiamento, già annunciato lo scorso aprile, riguarderà solo gli utenti mobili, inizialmente di dispositivi Android e iOS di Apple, e non chi si collega da computer. In questo modo la società di Menlo Park punta a incrementare gli utenti di Messenger, che conta già 200 milioni di utilizzatori mensili. E nel settore delle chat mobili, che sembra far sempre più gola a tutti, potrebbe a breve entrare anche Twitter, che punta a dare più appeal ai messaggi scambiati privatamente tra utenti.
“Ti ringraziamo per aver installato Messenger”, conclude la mail di Facebook. Ma c’era alternativa?

E morto Jerry, il cane che era stato sepolto vivo

La Stampa

La Zampa - 26/04/2013



L’animale era riuscito a sopravvivere, nonostante avesse trascorso circa 40 ore sepolto vivo. Poi era stato affidato a una ragazza



È morto Jerry, il cane di razza breton che a novembre 2011 era stato trovato sepolto vivo sotto un cumulo di laterizi, dove lo aveva posto il suo stesso padrone che aveva raccontato di averlo creduto morto, e che era stato salvato dagli agenti di polizia locale di Desenzano del Garda, avvisati da una giovane coppia. L’animale era riuscito a sopravvivere, nonostante avesse trascorso circa 40 ore sepolto vivo. Aveva 14 anni.

Dopo il salvataggio, Jerry venne affidato al canile di Desenzano, dove i veterinari l’avevano rimesso in sesto. Venne poi affidato ad una ragazza di Bedizzole. Proprio lei ha dato l’annuncio della morte di Jerry tramite Facebook