sabato 2 agosto 2014

Non rispondete al telefono: ecco come vi rubano il credito

Sergio Rame - Sab, 02/08/2014 - 12:02

Scatta l'allarme telefonini. È la truffa dell'estate: basta rispondere per essere truffati


Le telefonate arrivano da un numero normale. Non certo di quelli che iniziano col prefisso 899 e che mettono subito in guardia perché chiaramente a pagamento. Come riporta il Secolo XIX, la trappola arriva da un numero "geografico", cioè da un abbonato fisico: 0824052. Si tratta di un'utenza di Benevento anche se non risulta operativo. Eppure basta una risposta perché il credito inizi a scalare.

Sebbene l'autorità giudiziaria mantenga il più stretto riserbo, in rete lo 0824052 denunciato dal Secolo XIX viene da tempo segnalato nei siti che monitorano e denunciano le truffe telefoniche. Perché non è certo l'unico che, pur chiamando da un'utenza fissa, è in grado di scalare il credito. Ce ne sono a decine. E rimandano a città di tutto il Paese. La lista nera degli spammer in grado di dirottare la chiamata verso numeri a tariffazione elevata telefonici è lunghissima. Come approfondisce Attilio Barbieri su Libero, non è escluso che "la telefonata fatta da un ignaro abbonato venga dirottata poi su numeri internazionali.

In questo caso serve però la complicità di gestori stranieri molto disinvolti". Sebbene l'operazione richieda tecnologie avanzate, non è affatto impossibile. "Si tratta di telefonate che giungono da numerazioni a pagamento. Come se fosse stato l’utente a sollecitare la chiamata di un call center. Questo, evidentemente, non è così: ma chi conosce il numero lo utilizza e ogni risposta silenziosa ha un tornaconto", spiega al Secolo XIX l'ex ufficiale delle Fiamme Gialle Umberto Rapetto secondo cui il sistema si basa sull’utilizzo di banche dati di telefonini che vengono rivendute in maniera illegale e "spesso anche di qualche complice che opera all’interno delle stesse compagnie telefoniche".

Per tutelarsi basta iscriversi al Registro delle opposizioni, un elenco gestito dal dicastero delle Sviluppo economico che nega alle aziende di accedere al proprio numero o di farne oggetto di cessione a terzi con obiettivi di telemarketing. Iscrivendosi al registro si annullano anche tutti gli assensi al trattamento dei propri dati concessi in precedenza. Purtroppo ci si può iscrivere solo se il numero è inserito nelle Pagine Bianche. "Nel caso in cui aziende, call center o privati chiamino un numero inserito nel database del ministero a scopi di vendita - spiega Barbieri - chi riceve la telefonata può fare un esposto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’Agicom, oppure all’autorità giudiziaria.

Dunque a posteriori rispetto alla violazione della privacy o alla truffa". Non c’è dunque alcun modo per agire preventivamente. Anche perché non è certo che il numero che compare sul visore sia quello da cui parte la telefonata. "Oggi - spiega Rapetto - è facile modificare anche quello. Attenzione: uno stalker in gamba oggi può far apparire che le telefonate o gli sms con cui perseguita la sua vittima non partano dal suo telefono, ma da un altro. Magari proprio il vostro".



Antibufala: attenti ai salassi in bolletta per chiamate ricevute!

Il Disinformatico



Davvero in Italia c'è una truffa telefonica che causa addebiti a chi semplicemente riceve una chiamata? Così sembrerebbe stando al Giornale, sul quale c'è un articolo (segnalatomi da un lettore, Daniele P.) a firma di Sergio Rame che s'intitola Non rispondete al telefono: ecco come vi rubano il credito.


L'articolo inizia con queste frasi:
“Le telefonate arrivano da un numero normale. Non certo di quelli che iniziano col prefisso 899 e che mettono subito in guardia perché chiaramente a pagamento. Come riporta il Secolo XIX, la trappola arriva da un numero "geografico", cioè da un abbonato fisico: 0824052.
Si tratta di un'utenza di Benevento anche se non risulta operativo. Eppure basta una risposta perché il credito inizi a scalare.”


Il titolo e l'ultima frase sono fortemente ingannevoli: fanno sembrare che basti rispondere alla chiamata per trovarsi degli addebiti. In realtà l'addebito truffaldino scatta solo se si richiama il numero.

Questa differenza fondamentale è chiarita dal testo dell'articolo del Secolo XIX (a firma di Marco Menduni) citato dal Giornale, che ha comunque un titolo altrettanto ingannevole: Allarme telefonini: dici «pronto» e sei truffato. Niente affatto: per essere truffati non basta dire “pronto” quando squilla il telefonino, bisogna richiamare il numero che ci ha chiamato.
Soluzione semplice: se vedete chi vi hanno chiamato da un numero che non riconoscete e non avete in rubrica, non richiamate quel numero. Se siete giornalisti o titolisti, invece, ripassate la differenza fra rispondere e richiamare.

Bimbi costretti alle vacanze in Italia” Svezia, è polemica sullo spot offensivo

La Stampa

Goteborg, sui cartelloni pubblicitari volti di bambini in lacrime. Nel mirino anche Spagna e Grecia. Le reazioni: “Un atto di inciviltà”



I cartelloni pubblicitari nelle strade di Goteborg

Un parco di divertimenti di Goteborg, in Svezia, ha lanciato una campagna pubblicitaria con la quale in un sol colpo si offendono tre paesi mediterranei: Italia, Spagna e Grecia. Tre paesi che agli occhi degli europei rappresentano l’incarnazione delle difficoltà economiche e della crisi sociale.
Tre cartelloni pubblicitari con i volti di altrettanti bambini in lacrime con la scritta: «Quest’estate alcuni bambini saranno costretti ad andare in Italia (o Maiorca o Creta)». La soluzione? «Venite invece al Liseberg Amusement Park di Goteborg», vero e proprio paradiso per bambini.

La campagna ha suscitato immediate polemiche, e secondo quanto riportano alcuni siti come Riminitoday, l’assessore al Turismo della provincia di Rimini, Fabio Galli, ha scritto al neo ministro del Turismo Massimo Bray per lamentare l’accaduto e segnalare questo piccolo episodio di inciviltà’’. Il turismo svedese è particolarmente attivo in Italia e in particolare sulla riviera romagnola; secondo dati dell’Istat nel 2010 si sono registrati 574.731 arrivi in Italia con un crescita pari al 12% rispetto all’anno precedente. Sono aumentati anche i pernottamenti che hanno superato la soglia dei due milioni (2.193.686) con un incremento pari al 9%.

1Password, una chiave unica con iOs8

Corriere della sera

di Alessio Lana

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I nostri dispositivi portatili sono sempre più veloci e potenti ma subiscono un inevitabile collo di bottiglia: le applicazioni. Ogni programma che carichiamo su smartphone e tablet infatti ha delle sue specifiche, si comporta in modo peculiare e tende a non comunicare con gli altri. Tradotto in soldoni significa che per postare una foto spesso dobbiamo aprire la fotocamera, un programma di ritocco e poi il social network di riferimento e spesso ognuno di essi ci chiede una sua password. Tutta la potenza e fluidità si perde così in questi vicoli ciechi o almeno fino ad ora. Con iOS 8 infatti Apple vuole porre fine all’autarchia delle app per farle comunicare tra loro. Grazie al rilascio di nuove estensioni, il sistema operativo di iPhone e iPad in arrivo in autunno permetterà agli sviluppatori di integrare le proprie applicazioni con le altre creando un vero e proprio ecosistema.
Una cassaforte digitale
Se per le foto del nostro esempio potrebbe essere una svolta interessante, sono le password a beneficiare maggiormente del nuovo modus operandi. La prova arriva dall’ultima evoluzione di 1Password, celebre app per iPhone e iPad che consente di salvare le proprie parole d’ordine all’interno della sua cassaforte digitale senza doverle ricordare e inserire ogni volta. Grazie all’apertura adottata dalla Mela, ora le app potranno salvare i dati di login all’interno di 1Password e pescarle da lì senza altri passaggi da parte nostra e senza uscire dall’app che stiamo usando. Non c’è neanche bisogno di ricordare un Pin o un’altra parola d’ordine visto che l’accesso è garantito tramite il Touch ID, il lettore d’impronte digitali introdotto con l’iPhone 5S. Basta passare un dito sul lettore per vedere username e password apparire come per magia anche nelle pagine web. Certo, tanta comodità si paga, e 1Password è già disponibile sull’app store a 15,99 euro. Anche per gli utenti Android è appena uscita una versione ad hoc di 1Password anche se non beneficia della intercomunicabilità tra le applicazioni che farà della Mela il Sacro Graal di chi cerca la massima velocità di esecuzione.

31 luglio 2014 | 21:52

Whatsapp: tutti i trucchi e quello che ancora non sai, ma dovresti sapere

Il Mattino


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WhatsApp ormai è parte integrante della nostra vita. Ecco quindi alcune dritte che potrebbero tornare utili. Altre sono divertenti, altre ancora da evitare.

1. Usare WhatsApp senza numero di telefono. Installare l'app impostando il telefono su modalità aereo per bloccare ogni ricezione dei messaggi. A questo punto scegliere la modalità di verifica via SMS, inserendo il proprio indirizzo mail. Cliccare “invia” e subito dopo “cancella” per interrompere il processo di identificazione. Scaricare l’app Spoof Text Message (Android) o Fake-a-Message (iPhone). Copiare il messaggio ancora nella casella mail ‘In uscita’ e inviarlo con l’app dei finti messaggi insieme al proprio indirizzo mail. Il sistema invierà un messaggio a quel numero finto, che si potrà usare per iniziare a utilizzare WhatsApp.

2. Disabilitare il download automatico delle foto
Per evitare di scaricare milioni di foto inviate dagli amici andare su Impostazioni > Impostazioni Chat > Auto-download Media >

3. Nascondere l’orario del tuo ultimo accesso
Puoi nasconderlo utilizzando un’app di nome Not Last Seen: una volta scaricata, dovrai semplicemente spuntare l’opzione “blocca ultimo accesso” e salvare il tutto.

4. Inviare i file in qualsiasi formato
Per inviare anche file di testo, cartelle Excel e Pdf installare Dropbox e CloudSend connettendo insieme le due app: il link al documento che verrà generato potrà essere inviato ai tuoi amici tramite WhatsApp.

5. Avere più account su WhatsApp gestendoli dalla stessa app Scaricare un’app chiamata SwitchMe. Dopo l’installazione, l’app permetterà di creare un secondo profilo, e usarli contemporaneamente.

6. Recuperare i messaggi cancellati
WhatsApp salva tutte le tue conversazioni sulla SD card del telefono: nella cartella WhatsApp > Database ci sono tutti, salvati in msgstore.db.crypt. Si possono recuperare semplicemente usando un text editor.

7. Cambiare la foto profilo dei tuoi amici
Prendere una foto delle dimensioni di 561×561 pixel e rinominarla con il numero di telefono dell'amico. Salvarla nella tua scheda SD, nella cartella Profile Pictures di WhatsApp.

8. Nascondere la tua foto profilo
Scaricare WhatsApp Plus.

9. Cambia lo sfondo delle conversazioni
installare WhatsApp PLUS Holo.

10. Scoprire le statistiche
Installare WhatStat for WhatsApp e scoprilo.

11. Cancellare l'account WhatsApp
L’unico modo per farlo è agire da Impostazioni > Account > Cancella Account. Inserendo il proprio numero di telefono la cancellazione sarà completa.

12. Creare una finta conversazione
Usare WhatSaid, un’app che permetterà di stupire gli amici con finte conversazioni, anche con personaggi famosi.

13. Cambiare il numero di telefono senza perdere i messaggi. Se per qualche motivo cambi sim, ma non vuoi perdere tutti i tuoi messaggi, puoi farlo da Impostazioni > Account > Cambia numero.

14. Mandare due foto fuse in una
Utilizzare queste due app: Magiapp tricks for Whatsapp (Android) o FhumbApp (iPhone) e iniziare a divertirti.

15. Spiare gli amici su WhatsApp
Un’applicazione – Spymaster PRO – permette di monitorare e leggere tutto quello che uno dei contatti scrive su WhatsApp.

16. Abilitare le notifiche vocali
Su Android, installare Voice for notification e Text-to-speech, abilitare le notifiche vocali da Impostazioni > Accessibilità e riavviare l’app.
venerdì 1 agosto 2014 - 16:22   Ultimo agg.: 19:00

Bubblews, come guadagnare con un post

La Stampa

carlo lavalle

Il fondatore della piattaforma: “Vogliamo distribuire una quota di introiti pubblicitari a chi ci aiuta ad attrarre traffico e inserzionisti con i propri contenuti


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Bubblews vuole rivoluzionare il mondo dei social network pagando gli utenti che condividono i contenuti online. La piattaforma, dopo una fase beta iniziata nel settembre 2012 e durata quasi due anni, è stata lanciata ufficialmente da qualche tempo. Attualmente, stando alle dichiarazioni di Arvin Dixit, amministratore delegato e fondatore di Bubblews con Jason Zuccari, che ha assunto la carica di presidente, il sito ha superato 200.000 iscritti, registrando 20 milioni di visitatori mensili di 240 diversi paesi. Sono dati incoraggianti in un mondo dominato da colossi pigliatutto come Facebook e Twitter.

Il modello su cui basa Bubblews potrebbe, però, scuotere l’universo dei social network. “La nostra è una nuova prospettiva” – sottolinea il 26enne Dixit che punta a distribuire una quota, anche minima, di introiti pubblicitari a favore di chi contribuisce ad attrarre traffico e inserzionisti con propri contenuti. “Crediamo – aggiunge - che ogni persona dovrebbe essere remunerata per l’attività svolta”. Bubblews non rinuncia al business ma intende anche garantire che chiunque utilizzi la piattaforma riceva almeno una piccola parte dei proventi della pubblicità. Bubblews riconosce un piccolo importo per ogni like, view o commento relativi ai post pubblicati sul sito.

Post che, accompagnati da una immagine e corredati da un segno + con funzione di hashtag, prendono il nome di “bubble”, potendo avere una lunghezza massima di 400 caratteri. Le somme, via via accumulate, vengono successivamente trasferiti all’utente attraverso PayPal, solo dopo aver raggiunto un credito minimo di 50 dollari. Le cifre devolute sono, chiaramente, modeste e questa attività non consente di diventare un vero lavoro. L’impatto sul singolo, comunque, può cambiare da paese a paese. Jason Zuccari cita, ad esempio, il caso di una donna filippina che, grazie ai pagamenti di Bubblews, è riuscita ad acquistare un bene, per la sua famiglia essenziale, come il frigorifero.

Anche Bonzo Me, peraltro, ha adottato la stessa filosofia. “Mi sento come tutti quelli che sui social network sono stati sfruttati troppo a lungo” - sostiene Michael Nusbaum, un chirurgo del New Jersey che ha realizzato questa app disponibile gratuitamente su web e dispositivi iOS e Android. “Facebook ha guadagnato molti soldi, eppure le persone che creano contenuti non ottengono niente”. Bonzo Me, al contrario, paga ai suoi utenti anche fino all’80% dei suoi ricavi pubblicitari, generati, per lo più, da foto e video inseriti o condivisi con altre persone.

Secondo l’analista Rob Enderle non è irragionevole pensare che questa impostazione, con la stessa formula o con un’altra simile, prenda piede. “L’idea che gli utenti continuino a partecipare attivamente ai social media a titolo gratuito con la sola gratificazione di essere riconosciuti come esperti contrasta con l’esigenza di avere un compenso per le spese da sostenere e, nel tempo, i siti che condividono i profitti dovrebbero essere favoriti rispetto a quelli che non lo fanno”. Il modello di Bubblews, potrebbe, quindi, avere un riscontro più ampio e decollare.

Nel frattempo, i social network tradizionali incrementano fatturato e vendite. Per Twitter, eMarketer prevede nel 2014 una crescita dei ricavi pubblicitari di oltre 1 miliardo di dollari mentre Facebook, nel giro di un anno, ha raddoppiato l’utile registrando incassi da pubblicità record con Mark Zuckerberg, secondo i pronostici di Bloomberg , destinato a diventare il numero uno della classifica degli uomini più ricchi del mondo.

Un sito dice che Roma fa schifo. E il Pd lo vuole far chiudere

Paolo Bracalini - Sab, 02/08/2014 - 08:07

La pagina web sul degrado della capitale attacca i democrat per un regalo alla lobby degli ambulanti. L'ira dei big: "Adesso vi trasciniamo in tribunale"


Fatevi un giro su Romafaschifo.com , il miglior sito di informazione e di inchiesta su come (non) viene amministrata e come si vive a Roma, la cosiddetta città più bella del mondo, per chi non ci ha mai abitato.

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Piove? Vedetevi le foto delle fermate della metro sommerse d'acqua, come in India dopo il passaggio dei monsoni, o a Venezia con l'acqua alta. Le bancarelle? Vedetevi le foto del suk che è diventata piazza Venezia («la piazza più bella del mondo»), o piazza Navona («la piazza più bella del mondo»), o piazza Vittorio, nella baraccopoli dell'Esquilino, periferia di Marrakech, o Bangladesh. I parcheggi? Vedetevi le foto delle auto in seconda o tripla fila, indisturbate, sui passi carrai, sugli scivoli per disabili, sui marciapiedi, sopra i monumenti storici (nei parcheggi normali c'è il parcheggiatore abusivo che chiede soldi, sennò te la riga). La stazione Termini? Vedetevi la feccia che defeca in pieno giorno, o i rom che depredano turisti e comandano indisturbati o presidiano le macchinette dei biglietti.

L'Atac, il disastro di trasporto pubblico romano? Leggetevi i «reportage» dei passeggeri, i loro racconti, i conducenti che deviano dal percorso, quelli che si fermano e scendono per litigare al telefono con la fidanzata, i bus che non arrivano mai, la metro occupata da violinisti e fisarmonicisti nomadi. La «raccolta della spazzatura»? Ci sono gabbiani e pure i maiali che pasteggiano con i sacchi che straripano dai cassonetti mai raccolti. Romafaschifo (sottotitolo: «Chi ha ridotto così la città più bella del mondo?»), un archivio prezioso per capire e magari fare qualcosa (o no, sindaco?), fatto da chi a Roma ci vive, paga le tasse comunali più alte d'Italia a contribuisce al sito mandando foto e racconti. Che fare con un sito che racconta la verità su Roma? Chiuderlo, che domande.

Il Pd ci ci sta provando con determinazione. «Vi denunciamo, vi trasciniamo in tribunale, dovrete dimostrare ai giudici tutto quello che avete detto» tuona minaccioso al sito «un importante esponente del Pd, uno dei più importanti nel partito a Roma» (chi sarà?). Il sito li ha fatti arrabbiare perché ha raccontato di un emendamento Pd che ha abbassato le tasse per ambulanti e camion bar (lobby molto potente a Roma), «categorie che umiliano la città - scrivono quelli di Romafaschifo - con degrado e illegalità, che guadagno decine di milioni l'anno e che in cambio pagano tasse di occupazione suolo pubblico ridicole: 1500 euro di incasso al giorno, 3 euro di tasse per i camion-bar».

Anche il sindaco Ignazio Marino (Pd), su Twitter si è dissociato dal voto della sua stessa maggioranza, ma con il consueto stile da gaffeur . Al follower che gli chiede «Ma perché il Pd ha votato per la riduzione della tassa ai camion-bar? Che pena!», Marino (sindaco grazie al Pd) risponde: «Per me era giusta una tassa più alta come aveva deciso la mia giunta ad aprile. Ma questa è la democrazia». Risposta sfuggente che fa imbestialire ancora di più tutti i seguaci (più di 45mila su Facebook ) di Romafaschifo .

Una pioggia di critiche per nulla gradita da qualche pezzo grosso del Pd, che ha contattato gli amministratori del sito (che ha attaccato duramente il Pd, con parole anche molto forti) per minacciarli di querele e di farli chiudere. «Io sono una persona per bene e non mi faccio sporcare da voi» scrive «l'importante esponente Pd». «Se Termini è una barzelletta internazionale - rispondono dal sito - se Via Cola di Rienzo fa scappare anche il più affezionato cliente delle boutique che infatti muoiono, se sulla Tuscolana non si può più camminare, se il Policlinico è invisibile dietro una coltre di venditori e dei loro furgoni lasciati in divieto, se le holdings dei mutandari arrivano a fatturare (fatturare?) oltre 20 milioni di euro a famiglia, a chi lo devi se non al Pd?». Vietato scriverlo, però, sennò si chiude. Roma fa schifo, ma pure il Pd romano non si sente tanto bene.

Equo compenso, dopo Apple anche Samsung ritocca i prezzi

La Stampa

bruno ruffilli

Più cari da oggi smartphone, tablet, hard disk, pc e schede di memoria dell’azienda coreana, numero uno dell’elettronica di consumo in Italia. Un’altra smentita per Franceschini e la Siae, secondo i quali le nuove tariffe non avrebbero portato aumenti

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Da oggi Samsung ritocca i prezzi di tutti i prodotti soggetti a equo compenso. Nessuna comunicazione ufficiale da parte dell’azienda coreana ma solo una nota interna ai rivenditori: le nuove tariffe decise dalla Siae e approvate dal ministro Franceschini vanno applicate senza sconti, quindi nei listini diventerà sempre più raro il cosiddetto prezzo ottico (quello che termina con 9,99 anziché arrotondare alla decina, al centinaio o al migliaio successivo). 

La decisione di Samsung è ancora più grave di quella di Apple della scorsa settimana, perché ha per oggetto una gamma di prodotti molto più vasta, dai televisori agli apparecchi audio e video, passando per chiavette USB, schede di memoria per fotocamere e smartphone, hard disk interni ed esterni. Su questi ultimi l’aumento inciderà pesantemente: ricordiamo, ad esempio, che per un hard disk da 2 tb si pagano 20 euro di equo compenso più 4,40 euro di IVA. Circa un quarto del prezzo totale, che passa così da 80 a oltre 100 euro.

L’aumento inciderà meno su computer, tablet e smartphone, ma Samsung, a differenza di Apple, copre tutte le fasce di mercato, da quella più economica al top di gamma. Così se è vero che sul Galaxy S5 si sentiranno poco i 4 euro più IVA del compenso per copia privata, il discorso cambia con gli smartphone sotto i 100 euro. Che numericamente rappresentano una parte importante delle vendite dell’azienda, prima in Italia nel settore dell’elettronica di consumo. Samsung non può farsi carico degli aumenti, come ha poi fatto Apple con i rinnovati MacBook Pro (e certamente farà anche con i nuovi iPhone e iPad), proprio perché il margine di guadagno su smartphone e tablet a basso costo è più ridotto. 

Con puntuale osservanza del decreto, l’azienda ha in realtà rivisto anche i prezzi dei Feature Phone, i cellulari non smart, che ora calano leggermente. È un mercato ormai marginale nel settore della telefonia, ma la mossa paradossalmente suona come una smentita ancora più radicale delle parole di Franceschini e della propaganda Siae: Samsung ha semplicemente applicato la legge, trasferendo sui consumatori tutte le variazioni delle tariffe dell’equo compenso. Gli aumenti, ma anche i ribassi. 
Due giorni fa la Società Italiana Autori ed Editori aveva attuato una bizzarra azione dimostrativa spendendo oltre 15 mila euro del suo bilancio per acquistare 22 iPhone a Nizza e regalarli a varie associazioni e organizzazioni. L’intento era quello di sottolineare come il prezzo francese fosse più basso di quello italiano, nonostante un compenso per copia privata più elevato.

Cosa farà oggi la Siae, venderà in Francia i telefonini Samsung che passano da 19,90 euro a 19,50? 

Cambiare il tragitto processione” Il prete litiga con il vicesindaco e annuncia: “Scomunica collettiva”

La Stampa

nicola pinna

Lite stile Don Camillo e Peppone a Marrubiu, in provincia di Oristano. Dal corteo le accuse al parroco: «Lei un dittatore, vada via dal paese»

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A Sant’Anna il bar è in una via che non ha neanche il nome: è nella parallela di via Alghero, la strada che conduce direttamente in piazza Verona, a due passi dalla chiesa. Trovarlo è abbastanza facile perché quello di Valerio Sassi è l’unico bar della borgata. Al mattino i clienti si contano sulle dita di due mani e di pomeriggio il locale si riempie di uomini. La situazione è quasi sempre tranquilla, al massimo c’è qualcuno che non si regola con la birra. Risse, accoltellamenti o altri fatti di sangue non risultano neanche ai carabinieri. Ma i clienti di quel bar, secondo il parroco del paese, sono sempre «avvinazzati, irrispettosi e irriverenti». E don Antonello Cattide, guida spirituale di questo paese dell’Oristanese, ha preso una decisione che ha creato una specie di ammutinamento: «Quest’anno la statua della patrona non può passare davanti a quel locale, la processione cambia percorso». 

I cavalieri che da sempre guidano il corteo hanno preferito non violare una tradizione secolare e arrivati al bibio hanno tirato dritti: hanno seguito la stessa strada di sempre e con il prete è scoppiata una lite che sembra un racconto ambientato a Brescello. A rendere questa storia simile a una puntata della saga di Don Camillo e Peppone c’è anche un altro particolare: il parroco annuncia una scomunica collettiva, ha scritto una lettera-predica e ha riservato i passaggi più duri al vicesindaco Doriano Sollai. Lo accusa di comandare gli abitanti, «di gestire la borgata violando le regole, di comportarsi come un padre padrone» e di aver addirittura obbligato il comitato della festa a non rispettare il nuovo percorso della processione. «Il vicesindaco e alcuni componenti del comitato – scrive don Antonello – si sono impossessati della statua senza nessuna autorizzazione, creando disagio e scompiglio ma anche umiliando il mio ruolo di parroco e di guida spirituale della comunità».

Sabato pomeriggio, arrivati al bivio tra via Alghero e la strada senza nome, i cavalieri tentennano: vorrebbero rispettare quella che per tutti è una tradizione ma sanno che il prete ha vietato di attraversare la strada del bar. Don Antonello capisce al volo e inizia a urlare: «Dove state andando? Li non potete passare». Dal corteo qualcuno risponde: «Lei non è un prete ma un dittatore, vada via da Sant’Anna». Il sacerdote perde la calma, alza ancora di più il tono della voce e si strappa la stola: «Adesso vado via davvero, oggi non celebro neanche la messa». Il sindaco Andrea Santucciu prende in mano la situazione, si mette in testa al corteo e accompagna la processione fino alla chiesa.
Lo strappo con il parroco sembra inevitabile: in sacrestia il primo cittadino chiede a don Antonello di celebrare la messa ma si toglie la fascia tricolore e si allontana infuriato.

Ora è sempre il primo cittadino a lavorare per riportare la calma. Il parroco di Sant’Anna ha proposto al vescovo di Oristano di vietare per due anni le manifestazioni religiose, ma in attesa di una decisione il primo cittadino tenta di mediare. «A don Antonello dico che noi vogliamo riportare la serenità, incontriamoci e facciamo in modo che si rinsaldi il rapporto con la parrocchia – ripete Andrea Santucciu – A Sant’Anna nessuno manipola la gente contro il prete: il vicesindaco è un amministratore serio che lavora con impegno per la comunità. Da noi non c’è nessun boss e nessuno che pretende l’inchino».

L’investigatore Hercule Poirot è sacerdote di un rito sacrificale

Corriere della sera

di Guido Vitiello

Un processo lenitivo del senso di colpa simile a quelli descritti nel «Ramo d’oro»


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Una regola elementare di prudenza raccomanda di non sedersi al tavolo da gioco con i bari, i prestigiatori e gli illusionisti. E Agatha Christie, dicono i custodi più intransigenti dell’ortodossia della detective story, ha sempre barato. La accusano di ripetute violazioni al codice di fair play del giallista, promulgato nel 1928 da S.S. Van Dine, il cui principio fondamentale prescrive che il lettore sia messo nelle condizioni di risolvere l’enigma al pari del detective, e che non gli si nasconda nessun indizio.
Il rigore logico-razionale dell’enigma non è poi così importante
E allora, delle due l’una: o ci sono milioni di gonzi in tutto il mondo che si mettono in fila al banchetto del gioco delle tre carte per farsi raggirare, o Agatha Christie e i suoi lettori hanno giocato, e con reciproca soddisfazione, a tutt’altro gioco. Quale? L’opinione comune vuole che il giallo «a enigma» di scuola britannica sia essenzialmente un gioco intellettuale, una partita a scacchi che ha per posta la soluzione di un mistero. Ma Agatha Christie, che di quel genere è stata la regina, sapeva bene che il rigore logico-razionale dell’enigma non è poi così importante, e che sono pochi i lettori che hanno la pazienza di mettersi a gareggiare con il detective. Delle venti regole del codice di Van Dine, a conti fatti, dava peso solo a due (e neppure le rispettava sempre): la settima, che impone che del sangue sia versato, e la dodicesima, che prescrive che la colpa di questo sangue ricada nell’ultima pagina sulle spalle di un solo uomo, un capro espiatorio, quello che i greci chiamavano un pharmakos.
Giochiamo al sacrificio umano
In altre parole, Agatha Christie aveva intuito che nel giallo non giochiamo affatto a risolvere un puzzle. Giochiamo al sacrificio umano. La formula è di Northrop Frye, secondo cui il romanzo poliziesco si fonda su un cacciatore d’uomini, il detective, che individua un pharmakos e se ne sbarazza. È una variazione sul tema di Edipo: l’assassinio di Laio porta la peste a Tebe, e finché non si scopre il colpevole e lo si espelle, il contagio divorerà la città. Qualcosa di simile accade nei romanzi di Agatha Christie, l’unica tra gli scrittori dell’età dell’oro del giallo ad aver capito fino in fondo il senso del meccanismo e ad averne esplorate tutte le possibilità.

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C’è una piccola comunità in un luogo isolato dal mondo — un cottage nella campagna inglese, una nave in crociera sul Nilo, lo scompartimento di un treno. Un delitto diffonde il contagio del sospetto, la nuova peste tebana: tutti ne sono contaminati, nessuno più è innocente. Il detective raduna i personaggi in una strana liturgia mezzo giudiziaria e mezzo religiosa, designa un colpevole e pronuncia l’assoluzione generale, poi si congeda. Se un detective non c’è, la cappa del sospetto si fa così asfissiante che i personaggi cominciano a uccidersi l’un l’altro — è ciò che accade in quella magnifica Totentanz, o danza macabra, che è Dieci piccoli indiani. Ma di solito un detective c’è, e più che un poliziotto ricorda un sacerdote, il celebrante di un rito.
Il giallo è un moderno rituale del capro espiatorio
Nicholas Blake, dottissimo autore poliziesco, scrisse nei primi anni Quaranta che il giallo è un moderno rituale del capro espiatorio simile a quelli descritti da Frazer nel Ramo d’oro, e che serve a lenire quel sentimento di colpa che il declino del Cristianesimo ha lasciato immedicato. Il suo amico W.H. Auden aggiunse che il romanzo poliziesco ha tanta fortuna nei Paesi protestanti perché lì non c’è il sacramento della confessione. Agatha Christie, cristiana con un senso spiccato della liturgia, che pur da non cattolica si batté per conservare la messa in latino, tutto questo lo aveva ben chiaro. La scena finale di uno dei suoi romanzi, Tragedia in tre atti, è un piccolo Giudizio universale:

Hercule Poirot è assiso su una grande poltrona, il volto illuminato, mentre la cerchia dei sospetti è immersa in una penombra da cui il colpevole sarà chiamato alla luce della condanna. Capita anche che Poirot, cattolico pessimista alla De Maistre, ossessionato dal peccato originale, si metta a teorizzare su questa sua missione parasacerdotale. In Delitto in cielo, per esempio, domanda quale sia la cosa più importante da tenere a mente quando si indaga su un delitto. C’è chi gli risponde: trovare l’assassino; c’è chi gli risponde: la giustizia. Ma Poirot li contraddice: «La cosa importante è scagionare gli innocenti», perché fino a quando non si trova un colpevole «tutte le altre persone che hanno a che fare con il delitto possono soffrirne in vario grado».
Il contagio del sospetto esige un pharmakos
Il sacrificio è un tema ricorrente nei romanzi di Agatha Christie, soprattutto in quelli del ciclo di Poirot, e non è un caso se il detective dalla testa d’uovo s’imbatte così spesso nei resti di antiche cerimonie. Nella Domatrice, una fantasia antropologica ambientata nella città giordana di Petra, quasi un’ironica versione matriarcale del freudiano Totem e tabù, una madre tirannica è trovata morta in prossimità del Luogo del Sacrificio. In Poirot e la strage degli innocenti l’assassino conduce la sua vittima presso un megalite dove si celebravano sacrifici pagani, e si considera egli stesso un immolatore. E il dilemma morale che si propone incessantemente a Poirot è proprio questo: il detective è il celebrante di un sacrificio per il bene di tutti; ma spesso l’assassino pretende di usurpargli il ruolo, specie quando elimina un malvagio che avvelenava la vita degli altri.

Quale rito è legittimo, quale illegittimo? Poirot sarà tormentato dal dilemma fino all’ultimo, e proprio nella sua avventura finale, Sipario, ormai vecchio e malato, attraverserà la più grande crisi vocazionale del suo sacerdozio. Ma c’era stato un momento, da più giovane, in cui le cose gli erano apparse con evidenza cristallina. È il caso di Assassinio sull’Orient-Express, il più grande romanzo poliziesco mai scritto, quello che pronuncia la verità ultima sul giallo come genere letterario e come gioco sacrificale. Su quel treno bloccato nella neve c’è la soluzione a tutti gli enigmi, ma è bene che ogni lettore la scopra da sé. Un indizio? Agatha Christie non è sleale, se non di quella slealtà che Otello rinfaccia a Desdemona: «Donna spergiura! Tu rendi il mio cuore di pietra e mi fai chiamare assassinio ciò che intendo fare e che per me era un sacrificio».

1 agosto 2014 | 13:18

Twitter, aumentano le richieste dei governi per avere i dati degli utenti

Corriere della sera

Crescono del +46% nel primo semestre 2014. In testa gli Usa, poi Regno Unito. L’Italia al decimo posto


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Continuano ad aumentare le richieste dei dati degli utenti inoltrate a Twitter da vari governi nazionali. Tra gennaio e giugno il sito di microblogging ha ricevuto 2.058 richieste, il 46% in più rispetto ai sei mesi precedenti, da parte di 54 Paesi. Il dato emerge dall’ultimo `Rapporto sulla trasparenza´ pubblicato dalla compagnia.
Rimozione contenuti
Il 61% delle richieste (1.257) è venuto dagli Usa, cui seguono le 192 del Giappone e le 189 dell’Arabia Saudita. In Europa è avanti il Regno Unito con 78, che precede Spagna (43), Francia (36), Grecia (16), Germania (14) e Italia (10). Ciò che viene chiesto sono principalmente le email degli utenti e i loro indirizzi IP, per casi che riguardano indagini criminali. Dai dati sono escluse le richieste motivate con la sicurezza nazionale, per le quali Twitter sottolinea di aver chiesto, senza ottenerla, un’autorizzazione per la pubblicazione all’Fbi e al dipartimento di Giustizia statunitense.

A crescere, si legge nel rapporto, sono state anche le richieste di rimuovere contenuti: 432 da 31 Paesi, con un aumento del 14%, per ragioni che vanno dalla diffamazione alla presenza di contenuti vietati nelle varie nazioni. Qui in testa, con 186 richieste, c’è la Turchia, che nel marzo scorso aveva bloccato l’accesso a Twitter, su cui erano state pubblicate alcune intercettazioni del primo ministro Erdogan. Seguono Francia (108) e Russia (32). Twitter fornisce poi il numero delle richieste di rimozione di contenuti legate al copyright: 9.199, con un incremento del 38%.

1 agosto 2014 | 17:29

Amazzonia, primo contatto con gli indigeni rimasti isolati dal mondo

Corriere della sera

In fuga dal disboscamento e dai narcotrafficanti. Survival International lancia l’allarme: «Le malattie esterne costituiscono per loro una minaccia mortale»


Erano rimasti isolati dal mondo, completamente. Nessun contatto nè fisico nè visivo. Almeno finora. Un gruppo di indigeni dell’Amazzonia ha preso contatto per prima volta nei giorni scorsi con la tribù dei Ashaninkas, nel nord del Brasile. Gli indigeni, secondo quanto spiegano diversi osservatori, sono fuggiti dal loro territorio, in Perù, a causa degli attacchi dei narcotrafficanti e dei taglialegna abusivi che operano nella regione. Secondo Carlos Travassos, responsabile per le tribù isolate della Fondazione Nazionale degli Indigeni Brasiliani (Funai), il primo contatto è avvenuto lo scorso 26 giugno, quando un primo gruppo di uomini è stato avvistato mentre attraversava il fiume Envira per raggiungere gli ashaninkas. Travassos ha raccontato al sito del giornale «Globo» che gli indigeni isolati erano nudi, armati di arco e freccia e «fischiavano e facevano rumori come se fossero animali», probabilmente come misura di protezione per avanzare nella giungla.
In fuga dai narcotrafficanti e dai taglialegna abusivi
Dopo una serie di approcci prudenti, e grazie alla mediazione di due interpreti che conoscono il tipo di dialetto Tano-Pakana usato dagli indigeni isolati, i responsabili locali del Funai hanno stabilito che erano «alla ricerca di tecnologia - asce, coltelli e pentole - perché apparentemente sono in conflitto con gruppi non indigeni». Uno degli uomini che ha parlato con loro, José Correia, ha raccontato a Globo che «ci hanno detto che sono stati attaccati da non indigeni, e molti di loro sono anche morti a causa dell’influenza e della difterite». La loro tribù sarebbe costituita da poche decine di persone. Le immagini diffuse dai ricercatori mostrano un gruppo di indigeni che gesticolano in modo assolutamente incomprensibile, e che quando si avvicinano agli interpreti mostrano una certa curiosità per questi uomini con indumenti addosso. Dopo la prima fase di studio, l’insolita conversazione può cominciare.



«Il contatto li mette a rischio morte»
La politica del Funai per la protezione degli indios isolati è quella di non cercare nessun contatto, rispettando l’autodeterminazione di questi piccoli popoli, facendo però un lavoro di tutela del loro territorio. Tuttavia sono previsti interventi ed azioni di emergenza se gli indios cercano di stabilire un contatto, come successo al confine tra Brasile e il Perù.«Per gli Indiani incontattati che vivono nella foresta amazzonica brasiliana vicino al confine con il Perù c’è il rischio di “tragedia” e “morte” - spiega l’organizzazione Survival International - i popoli incontattati sono i gruppi umani più vulnerabili del pianeta. Nonostante le immagini dimostrino che sono in buona salute, non hanno difese immunitarie verso malattie comuni come l’influenza e il morbillo, che in passato hanno spazzato via intere tribù».

Francesca Casella Direttrice di Survival per l’Italia, spiega: «Nel mondo sopravvivono solo circa 100 tribù incontattate. Le malattie esterne costituiscono per loro una minaccia mortale, perché non hanno difese immunitarie verso virus da noi molto comuni, come l’influenza, il morbillo o la varicella. Purtroppo, non è infrequente che il primo contatto stermini un popolo completamente. Nella storia è già accaduto molte volte. I Panará del Brasile furono decimati da una strada spianata attraverso la loro terra negli anni ’70. Arrivarono centinaia di operai e, con loro, si diffusero ondate di epidemie letali. Su 400 persone, ne sopravvissero solo 69» .
Video
1 agosto 2014 | 09:54

Pantani, riaperte le indagini «La morte fu un omicidio»

Corriere della sera

La notizia diffusa dalla «Gazzetta dello sport». L’ipotesi è che il «Pirata» sia stato picchiato e «costretto a bere la cocaina»


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 Marco Pantani con la madre, Tonina (Ansa/Pasquale Bove)

La morte di Marco Pantani non fu un suicidio.Il campione di Cesenatico trovato privo di vita nella camera del residence «Le Rose» a Rimini la sera di San Valentino di dieci anni fa, 14 febbraio 2004, sarebbe stato ucciso. La Procura di Rimini ha riaperto il caso e ora l’ipotesi è che il «Pirata» non sia deceduto «come conseguenza accidentale di overdose», come fu stabilito in origine. Adesso si indaga per omicidio. In particolare a persuadere il procuratore capo Paolo Giovagnoli sarebbe la perizia medico legale eseguita per conto della famiglia dal professor Francesco Maria Avato.
«Picchiato e costretto a bere cocaina»
La Gazzetta dello Sport rileva che il campione, vincitore di Giro d’Italia e Tour de France nel ‘98, sarebbe stato picchiato e costretto a bere la cocaina mentre era nella propria stanza d’albergo; le grandi quantità di stupefacente trovate nel suo corpo si possono assumere solo se diluite in acqua. La nuova ipotesi della Procura, a quanto trapela, sarebbe quella di «omicidio con alterazione del cadavere e dei luoghi». Il fascicolo dell’indagine bis, su cui vige un riserbo assoluto, è stato affidato al pm Elisa Milocco; è stato iscritto nel registro delle notizie di reato e al momento non ci sono indagati.
I dubbi e la lotta della madre
I genitori di Pantani non hanno mai creduto all’ipotesi del suicidio, la mamma Tonina Belletti lo ha ribadito in tante circostanze e interviste, ha presentato esposti assistita dall’avvocato Antonio De Rensis. «Sulla morte di Marco ho ancora tanti dubbi che vorrei fossero chiariti», aveva detto la mamma in una recente intervista. «Ho letto i faldoni del Tribunale e ci sono scritte cose non vere. Marco non era solo nel residence; con lui potevano esserci più persone. Ha chiamato i carabinieri, parlando di persone che gli davano fastidio, e dopo un’ora è stato trovato morto. Nella sua stanza sono stati trovati alcuni giubbotti che aveva lasciato a Milano, dal momento che, quando era arrivato in quell’albergo, non aveva bagaglio.

Chiedo la riapertura del processo perché voglio spiegazioni, ricevere risposte. Secondo me Marco aveva pestato i piedi a qualcuno, perché lui quello che pensava diceva: parlava di doping, diceva che il doping esiste». «Marco non tornerà mai - aggiungeva, tutt’altro che rassegnata - ma io aspetto ancora la verità, su Rimini come su Madonna di Campiglio». Il 10 novembre di tre anni fa la Cassazione aveva assolto «perché il fatto non costituisce reato» il presunto pusher di Pantani, imputato di averne provocato la morte con la vendita di cocaina purissima.

2 agosto 2014 | 02:03

Meglio morti che prigionieri» Il motto di Hadar e dei suoi compagni

Corriere della sera

di Davide Frattini, corrispondente da Gerusalemme

La «direttiva Annibale» impone ai militari israeliani di usare ogni mezzo contro la cattura. In un’intervista Hadar Goldin ricordò i nonni combattenti


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È l’ordine che i comandanti non vorrebbero mai dare, sono le parole che i soldati bisbigliano come se avessero visto un fantasma: la «direttiva Annibale». Entrata nel manuale di guerra israeliano alla fine degli anni Ottanta, fa parte della dottrina di Tsahal, nessun generale ne parla in modo ufficiale. È la procedura da seguire quando un militare viene catturato, prevede di usare tutti i mezzi necessari perché non venga portato via, i commilitoni devono sparare sul commando in fuga, senza preoccuparsi per la vita dell’ostaggio.

Il sottotenente Hadar Goldin ha 23 anni, un gemello anche lui arruolato, due sorelle, sono parenti alla lontana di Moshe Yaalon, il ministro della Difesa. La famiglia - di origine britannica - vive a Kfar Saba, sobborghi e campagna a nord di Tel Aviv. Hadar ha celebrato la festa di fidanzamento poche settimane prima di entrare nella Striscia di Gaza a combattere.

Il padre Simha insegna Storia ebraica all’Università di Tel Aviv, ha scritto uno studio su Meir Ben Baruch, un rabbino del XIII secolo celebre anche per aver impedito alla sua comunità di pagare il riscatto dopo che era stato incarcerato. Ancora oggi quel precedente è citato nelle discussioni sulle norme ebraiche che riguardano i negoziati per la liberazione dei prigionieri. Adesso Simha dice: «Sono sicuro che l’esercito farà di tutto per riportare a casa Hadar».

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Un altro padre, Haim Avraham, ricordava tre anni fa sul quotidiano Israel HaYom il rapimento del figlio Benny nel 2000 al confine con il Libano. E ammetteva di comprendere le ragioni dietro alla «dottrina Annibale»: «Se fossero venuti a dirmi che mio figlio era stato ucciso dal fuoco amico, mi avrebbe ferito, mi avrebbe fatto infuriare. Ma lo avrei accettato: lo Stato non può agire inseguendo i sentimenti di un genitore, deve tenere in considerazione la sicurezza di tutti i suoi cittadini. Il dovere di un soldato è proteggere la nazione e può succedere che cada in battaglia». I jet allora avevano bombardato 26 auto che tentavano di passare la frontiera, una avrebbe potuto essere quella in cui tenevano Benny. Il sergente era stato ucciso dai sequestratori quasi subito, ma questo l’esercito non poteva saperlo.

La società israeliana - spiegano gli analisti - riesce a sopportare di più un altro morto in battaglia che il destino incerto di un giovane nelle mani degli estremisti. La «direttiva Annibale» è stata codificata dopo uno scambio nel 1985: 1.150 detenuti palestinesi per tre militari. Accantonata dopo le proteste dei riservisti e dei famigliari, è stata rafforzata dal sequestro del caporale Gilad Shalit nel giugno del 2006.

Da allora gli ordini non sembrano lasciare spazio alle interpretazioni. Così il telegiornale del Canale 10 ha mostrato un comandante della Brigata Golani spronare (e ammonire) i suoi uomini prima di entrare a Gaza, durante l’operazione Piombo Fuso di quattro anni fa: «Nessun soldato di questo battaglione viene catturato. Piuttosto deve farsi saltare in aria con una granata assieme ai miliziani che lo hanno preso». Asa Kasher è il professore di Filosofia morale che negli anni Novanta ha redatto il codice etico di Tsahal. Spiega che il protocollo è ben delineato, ma lo Stato Maggiore deve evitare che venga applicato in modo estremo: «Le indicazioni non contengono, perché sarebbe inaccettabile, l’idea che un militare morto sia meglio di uno fatto prigioniero».

Alla fine del corso ufficiali, Hadar e il gemello Tzur hanno dato insieme un’intervista al canale ultranazionalista Arutz Sheva . I ragazzi ricordano che i due nonni, sopravvissuti all’Olocausto, combatterono nella prima guerra arabo-israeliana del 1948. Spiegano le loro motivazioni: «Crediamo che ognuno debba capire in quale modo dare se stesso alla comunità, non necessariamente indossando la divisa. Devi sempre essere pronto a portare la barella per i feriti, a condividere la fatica e l’impegno».

@dafrattini
2 agosto 2014 | 07:44

L’accendino spegne gli ultimi fiammiferi

La Stampa

stefano rizzato

Inarrestabile crollo delle vendite, lo Stato rinuncia all’accisa




C’è chi li usava per le sigarette e, spesso, anche per appuntarci un numero di telefono. Chi li teneva in cucina, per il gas o il camino. E chi ha iniziato vendendoli ed è finito a inondare il mondo di librerie Billy, come un tale svedese, Ingvar Kamprad, mister Ikea. Fatto sta che l’epoca dei fiammiferi è per lo più finita, quasi spenta, ne rimane nell’aria solo la tipica scia sottile e nera. A sancirlo è, in qualche modo, il governo: proprio giovedì il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo con le nuove norme in materia di accise. Un testo che prevede un lieve aumento sulle sigarette e sul tabacco triturato. E che cancella l’imposta sui fiammiferi, aprendo a produzione e vendita libere.

È in realtà un requiem per un oggetto quasi sparito dalla circolazione e dall’uso quotidiano. Il gettito previsto per il 2014 dalle imposte sui fiammiferi era di tre milioni di euro: pari a nemmeno lo 0,0007 per cento dal totale delle entrate fiscali. Insomma, resta in piedi una nicchia minuscola, fino ad oggi ancorata a un monopolio datato 1915, ad accise tra il 10 e il 25 per cento e a un tariffario fisso imposto dallo Stato (lo si trova ancora al sito aams.gov.it).

A sostituire e tramortire i fiammiferi è stata la tecnologia prima della tecnologia: quella dell’accendino in plastica usa e getta, alla portata di tutti. Storia vecchia, ma non troppo, se è vero che solo nell’anno 1970 in Italia si vendevano fiammiferi per oltre 40 miliardi di lire (di allora) e per un totale di 101 miliardi di unità. Circa 1.900 a testa. All’epoca, il nostro Paese contava tredici produttori ed esportava pure sette miliardi di pezzi, fiammifero più fiammifero meno. 

«Oggi, invece, non è così facile trovare tabaccai che ne vendano», fa notare Nicoletta Nicolini, docente all’Università La Sapienza di Roma e autrice di un libro sulla storia dei fiammiferi. «Ormai la parola è quasi uscita dall’uso comune, ma un tempo per strada ti fermavano per chiederti se avevi un fiammifero, non “da accendere”, come si dice ora. È stata anche una delle prime storie di veleni industriali in Italia, perché fino a inizio Novecento di fiammiferi si moriva. Erano fatti con il fosforo bianco, assai tossico, e tanti operai si ammalavano. Non solo: proprio il fosforo bianco dei fiammiferi - insapore e inodore - era il secondo veleno più utilizzato nell’Ottocento. Poi sono arrivati i cosiddetti fiammiferi di sicurezza, gli “svedesi”.

Ma nelle scatolette quadrate dei fiammiferi, anzi sopra, è passato soprattutto un bel pezzo di costume italiano. Spiega Nicolini: «Sulle scatole c’erano illustrazioni con messaggi di ogni genere: disegni spesso bellissimi, a sfondo storico, pubblicitario, o anche erotico». Non a caso il regno moderno dei fiammiferi è quello tipico delle cose passate di moda, il collezionismo. Il termine preciso è “fillumenia” ed è un mondo esteso e affascinante. E che ormai ha pure la sua dimensione digitale e internettiana. Capirlo è facile: basta cercare “fiammiferi” su eBay. I risultati sono oltre 86 mila.

Scuole nel caos Le graduatorie sconvolgono il Nord

La Stampa

fabio albanese maria teresa martinengo

Boom di richieste di insegnanti del Sud Italia. E chi confidava nel posto ora si ritrova in fondo
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La bomba in tutto il Centro-Nord è scoppiata alla vigilia del weekend che dà il via alle grandi vacanze. Nelle graduatorie provinciali fresche di pubblicazione, da cui saranno attinti a breve i docenti da immettere in ruolo, gli insegnanti già in attesa si sono ritrovati sorpassati. Sorpassati di decine e decine di posizioni dai precari del Sud con punteggi altissimi. I casi non si contano. A Lucca nelle graduatorie della scuola dell’infanzia le prime 200 posizioni sono state occupate da «fuori provincia», nell’altrettanto piccola Mantova la situazione è analoga. 

A Torino capita, per esempio, che la maestra elementare che occupava il primo posto nei vecchi elenchi, sia finita al 69° posto, superata da 68 colleghi che hanno scelto il capoluogo piemontese per «tentare la sorte». In quella stessa graduatoria, sulle prime 105 posizioni, ha rilevato la Cisl Scuola, 101 sono state occupate da maestre che provengono, nell’ordine, da Sicilia, Calabria e Campania. Le insegnanti che erano al secondo, terzo e quarto posto (magari già arrivate dal Sud anni fa, ma con la gavetta fatta al Nord) - posizioni blindate per le assunzioni a tempo indeterminato delle prossime settimane -, si sono ritrovate rispettivamente al 77°, 95° e 105° posto.

Gli esiti dell’esodo lungo la penisola non sono diversi nella scuola media e nelle classi di concorso delle superiori. Per discipline come Educazione Artistica, slittare dal primo al decimo posto significa veder sfumare il sogno del posto di ruolo per anni e anni. «In certi casi, come Filosofia, scendere di dieci posizioni se eri secondo significa disperarsi: entra un docente l’anno», spiega Teresa Olivieri, segretaria della Cisl Scuola di Torino, che ieri ha ascoltato decine di insegnanti sull’orlo della crisi e oltre. 

«Questa è veramente la guerra tra poveri, con conseguenze devastanti. Tutti sono lavoratori precari, tutti con gli stessi diritti, però non è possibile continuare a cambiare le regole in corsa - denuncia Olivieri -, in questo modo non ci sono più certezze. Meglio sarebbe allora fare una graduatoria nazionale...».

L’accaduto parla di un’ennesima vicenda «all’italiana». «Al tempo del ministro Fioroni - spiega la sindacalista - le graduatorie permanenti erano state dichiarate “a esaurimento” per passare a nuove modalità di reclutamento. Questo aveva significato bloccarle e non consentire più lo spostamento dei docenti da una provincia all’altra. I ricorsi, però, sono stati tanti e tanti vinti». Tre anni fa, all’ultima revisione degli elenchi, i fuori provincia sono finiti «in coda»: altri ricorsi. «Così questa volta si è consentito il trasferimento. Internet ha fatto il resto, con siti che aiutavano a capire su quale provincia puntare».

A sperare di partire verso Torino, Milano, la Toscana, l’Emilia, Roma sono i tanti precari che negli ultimi anni hanno visto i loro posti da supplenti occupati dai colleghi che la riforma Gelmini - soprattutto alla primaria, con l’eliminazione del sistema «a modulo», tre insegnanti su due classi - ha trasformato in «perdenti posto». Non solo. «Negli ultimi tre anni il ministero ha avviato un riequilibrio, ridefinendo gli organici di diritto in funzione del numero degli studenti: il Sud in passato aveva avuto un certo vantaggio», spiega Olivieri.

«Comunque quella che si è creata è una situazione ingiusta - dice Lorenza Patriarca, responsabile dei dirigenti scolastici Uil -, chi fa la gavetta in una provincia deve anche avere la possibilità di lavorarci: chi entra in una graduatoria dovrebbe rimanere in quella».