martedì 12 agosto 2014

Il primario, il senatore e la giovane infermiera

Francesca Angeli

blog_angeli
Una storia italiana piccola e banale. Ma con una protagonista originale che ricorda un po’ il bambino della fiaba di Andersen, I vestiti nuovi dell’Imperatore. L’unico che ha il coraggio di girdare <Il re è nudo> mentre tutti gli altri fingono di vedere i suoi vestiti che pure non esistono per paura di passare da sciocchi.

Qualche giorno fa nel reparto di Medicina Interna del Policlinico Umberto I di Roma è successa una cosa già avvenuta certamente milioni di volte. Per far posto ad un Senatore della Repubblica un paio di pazienti già ricoverati sono stati spostati dalle loro camere per lasciarne una completamente a disposizione dell ‘ illustre ricoverato. La stanza è stata lustrata più del solito, lucidata e profumata. I due pazienti, non altrettanto illustri, sistemati in una stanza da quattro. Non solo. Al senatore durante il suo ricovero sono stati concessi piccoli privilegi negati agli altri come ricevere le persone anche al di fuori dell’ orario di visita.
ratiNiente di nuovo, nulla cui non siamo già abituati. Questa volta però tra gli attori di questa piccola drammatica farsa c’era anche una ragazza giovane, una studentessa di infermieristica, Roberta. E’ stato dato a lei l’ingrato compito di dire ai due pazienti che dovevano “sgomberare” per lasciare il posto a qualcuno che contava più di loro. La ragazza si è sentita “umiliata” , ha provato vergogna nello scoprire che, sì, esistono pazienti di serie A e di serie B anche negli ospedali pubblici. I suoi occhi nuovi hanno svelato l’amarezza di un episodio che per gli altri era normale, scontato, nulla da eccepire.

La ragazza ha deciso che non le andava di ingoiare l’amarezza e l’umiliazione ed ha deciso quindi di rendere pubblica sulla sua pagina di ,Facebook questa vicenda, https://www.facebook.com/roberta.m.cristofani?fref=ts , postando la lettera che ha indirizzato al suo primario al quale ha chiesto di non essere più messa <in una situazione tanto imbarazzante ed umiliante>.

Dal Policlinico è arrivata in tempi brevi risposta. Nessun favoritismo, assicurano, da parte dell’ <insigne primario>, nessun privilegio e soprattutto nessun disagio per gli altri pazienti. In sostanza dicono dal Policlinico in casi particolari occorre tutelare la privacy del ricoverato. L’Azienda quindi si riserva di tutelare la <propria immagine e quella dei suoi professionisti in qualsiasi sede non esclusa quella giudiziaria>.

Avrà ragione la giovane infermiera a scrivere su Fb: <temo che ora mi mettano a pulire i cessi>? Speriamo che l’aver scritto che <Il re è nudo> non le costi troppo…

Steve Jobs è ancora vivo», su Reddit la foto (vera?) del fondatore della Apple

Il Mattino

rati
«Steve Jobs è ancora vivo». A scatenare il dibattito in queste ore è stato un selfie postato su Reddit da un ragazzo (TheHorseSizedDuck) scattato in Brasile. Nella foto si vede un uomo in carrozzina che somiglia in modo incredibile al fondatore della Apple, deceduto il 5 ottobre 2011, all'età di 56 anni, dopo aver combattuto contro il cancro. La foto (sarà un fake realizzato ad opera d'arte?) è stata scattata a Rio de Janeiro.

FOTOGALLERY
 
«Steve Jobs è vivo», la foto su Reddit




Venus, il super yacht di Steve Jobs ormeggiato a Venezia

domenica 10 agosto 2014 - 20:31   Ultimo agg.: martedì 12 agosto 2014 10:43

Quanto costa cambiare operatore telefonico?

La Stampa
elisa barberis

Nell’ultimo anno 16 milioni di italiani sono passati a un altro gestore, ma non sempre è un’operazione facile e conveniente. E le tariffe continuano ad aumentare: +59% rispetto a un anno fa

rati
Per necessità o per convenienza, ti sei finalmente deciso a cambiare gestore telefonico. Con un po’ di riluttanza, inizi la processione da un negozio all’altro in cerca del piano che più fa per te. La parola d’ordine ripetuta come un mantra è “passa”: a Vodafone, a Tim e ancora a Tre e poi a Wind. Passa, passa, passa. E quella che dovrebbe essere ormai un’operazione di routine, si trasforma in un incubo. “Solo voce”, “Voce più dati”, “Messaggi”, “Internet illimitato”, “Con smartphone” o senza: sembrerà banale, ma la realtà è che è sempre più complicato districarsi nella giungla di offerte per trovare la tariffa che ci calza a pennello. Soprattutto per chi sceglie la formula abbonamento, sottoscrivere un contratto che ti lega a un gestore per 24 mesi o più è una scelta da valutare molto attentamente. Gli italiani lo sanno bene: secondo i dati dell’Agcom sono stati oltre 16 milioni i passaggi a un altro operatore – senza cambiare numero telefonico – solo negli ultimi 12 mesi. Ma si risparmia davvero? E quanto? Circa il 32 per cento al mese rispetto alla tariffazione di base, secondo un’indagine condotta dal sito di comparazione dei costi SosTariffe.it: una bella cifra, ma chi ci assicura che i costi non lievitino poi successivamente?

Il cambio di operatore telefonico
Basta recarsi in un centro autorizzato e portare con sé carta d’identità, codice fiscale e la propria Sim attuale. L’Agcom ha espressamente previsto che la portabilità del numero sia gratuita e debba essere completata entro 24 ore dalla presentazione della domanda da parte dell’utente al nuovo operatore. Di fatto, però, per ovviare all’alta probabilità di inconvenienti tecnici – dalla perdita del credito residuo a errori commessi dai gestori nell’aggiornamento dei dati dei clienti nei propri database, dall’interruzione momentanea della linea a doppi addebiti – sono concessi altri due giorni per completare la procedura, sgravando dall’obbligo di corrispondere l’indennizzo per il ritardo (da 2,5 a 50 euro a seconda dei casi). Da tempo, inoltre, quasi tutti gli operatori danno anche la possibilità di richiedere online la portabilità sui siti ufficiali e ricevere la Sim direttamente a casa. 

I costi di disdetta dei contratti
Più che il piano telefonico, molte volte sembra più conveniente cambiare direttamente operatore, approfittando delle promozioni rivolte ai nuovi clienti, che permettono di risparmiare qualche euro e acquistare a prezzi vantaggiosi dispositivi più moderni. Se per le tariffe ricaricabili, di norma, non sono previsti corrispettivi per la migrazione, in caso di recesso anticipato lo sono invece per le offerte che includono uno smartphone. La legge è chiara, dal 2007 il decreto Bersani ha sancito che disdire un contratto di abbonamento non comporta alcuna penale, come accadeva prima: gli unici importi ammessi in caso di recesso «sono quelli “giustificati” da “costi” degli operatori». Ovvero, resta la possibilità da parte delle compagnie telefoniche di addebitare ai clienti le spese di chiusura della loro utenza. Se per alcuni la cifra è messa nero su bianco, altri come Tim la calcolano sulla base di quanto pagato fino a quel momento e l’ammontare della rimanenza.

Con un apparecchio incluso, poi, non si sfugge al versamento di una sorta di maxi-rata dovuta all’acquisto in comodato d’uso di un cellulare, pari alle rate rimanenti da onorare, che varia in base al modello e al piano sottoscritto. In generale, il primo passo per la risoluzione del contratto è l’invio di un preavviso scritto tramite raccomandata 30 giorni prima della scadenza del mese di ricarica.

Chi è legato a Vodafone deve mettere in conto che il vincolo minimo di un abbonamento è di almeno 12 mesi, altrimenti bisognerà sborsare ulteriori 100 euro per disattivare la Sim oppure effettuare il passaggio a una ricaricabile o un altro operatore così come per cambiare tariffa. 3 Italia , invece, specifica le regole generiche per calcolare il costo in uscita, ma non la differenza da aggiungere a seconda del modello di cellulare pagato a rate o con finanziamento. Discorso diverso per Wind : l’attivazione di un piano tariffario ha sempre un costo, così come la sua disattivazione. Per le opzioni ricaricabili è in promozione a 1 euro (invece di 15 euro) – ma solo mantenendo attiva la Sim per 24 mesi, altrimenti bisognerà pagare l’intero importo –, mentre per gli abbonamenti il contributo ammonta a 50 euro e viene addebitato nell’ultima fattura per i clienti che non mantengono attiva l’offerta per almeno un anno. 

Dalla parte dei clienti
In caso di disservizio o se pensiamo di aver subito un’ingiustizia, quali sono le alternative? È possibile sporgere un reclamo all’operatore che deve annullare il contratto e denunciare il fatto all’Agcom. «Bisogna pretendere che i costi di disdetta siano messi bene in evidenza sulla pagina dell’offerta – spiega Mauro Vergari di Adiconsum –, così come i servizi a pagamento ai quali si viene iscritti in automatico quando si sottoscrive un nuovo contratto, senza chiedere il consenso all’utente». Da un lato Tim, Wind, Vodafone e 3 Italia, che a marzo hanno chiesto al Garante di limitare il diritto alla portabilità dei numeri per evitare che i clienti cambino troppo spesso gestore per non pagare bollette insolute o sfruttare tutti gli sconti possibili.

Dall’altra i clienti, che non di rado subiscono i malfunzionamenti (a giugno la rete Wind è rimasta bloccata per ore) o sono vittime impotenti di scelte sbagliate delle compagnie. L’ultimo caso è quello di Bip Mobile, operatore low-cost fallito a inizio anno: linea staccata a oltre 200mila persone e nessun rimborso. «Nella telefonia mobile non esistono norme che impongano e garantiscano la continuità del servizio, in nessun contratto c’è scritto che non possa essere sospeso – continua Vergari –. Per questo, a tutela sia degli operatori sia dei clienti, abbiamo chiesto di istituire un fondo per risarcire chi ha subito un danno con i proventi delle multe emesse dall’Autorità nei confronti delle aziende che danneggiano i consumatori». 

Tariffe, prezzi in aumento
Che il momento di crisi abbia investito anche i grandi gestori non è una novità. Finita l’epoca dei ribassi improvvisi, molti dei servizi gratuiti fino a ieri (come le opzioni “Recall” di Vodafone e Tim) da oggi si pagano. Dal confronto tra le tariffe ricaricabili base più convenienti degli operatori tradizionali e MVNO (le compagnie virtuali che operano senza una propria infrastruttura), emerge che il costo medio ha subito un aumento del 59 per cento rispetto a luglio 2013. «La pubblicità ci bombarda con opzioni “tutto incluso”, che offrono anche migliaia di messaggi o minuti di chiamate – precisano gli esperti del sito SuperMoney , che hanno curato la ricerca per La Stampa –. Non è in discussione che i prezzi proposti siano bassi, ma che siano alti rispetto all’uso effettivo del cellulare». 

Come trovare allora il piano telefonico più adatto? «Prima di cambiare gestore da un giorno all’altro, monitorate l’uso del cellulare durante un mese: prendete nota di ogni sms inviato, dei minuti di conversazione effettuati, del tempo che passate a navigare sul web e del tipo di operazioni che svolgete mentre siete online. Dati alla mano, decidere sarà un po’ più semplice».

La rivincita del telefonino: in arrivo il Nokia 130, costa 19 euro

Il Mattino
di Alessio Caprodossi

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Operazione nostalgia per i possessori di smartphone, ancora di salvezza per chi ancora è privo di un telefono cellulare. Dipende dal punto di vista come valutare l'arrivo del Nokia 130, l'ultimo dispositivo presentato da Microsoft, che lo scorso settembre ha acquisito Nokia per 7 miliardi di dollari. La casa finlandese è diventato un colosso sfornando telefonini, naturale quindi che gli statunitensi sfruttano l'esperienza della controllata per conquistare il gradimento del miliardo di persone destinate a comprare un telefono entro i prossimi cinque anni.

Lanciato come il più economico cellulare dotato di player e video musicale, Nokia 130 ci riporta indietro di sette anni, quando il telefonino era un oggetto famigliare e diffusissimo prima dell'era smartphone. Piccolo e snello (10,6 x 4,5 centimetri), è spesso 13,9 millimetri per un peso di 68 grammi. Ha un display LCD da 1,8 pollici (risoluzione QQVA da 160 x 128 e densità pixel pari a 114 ppi) inconcepibile per gli attuali usi di uno smartphone ma perfettamente in linea ai tempi delle partite a Snake, rigorosamente con i pulstanti della tastiera alfanumerica che infatti torna a guidare l'esperienza d'uso del Nokia 130.

Non manca un tocco moderno grazie alla slot microSD per espandere la memoria fino a 32GB e alla versione Dual Sim, ma si caratterizza come compagno di viaggio stile anni '90 mescolando musica e video. Conta infatti su un riproduttore video, su un player MP3 e sulla radio FM, oltre al LED posteriore per avere luce quando occorre. Dedicato ai meno pretenziosi e agli amanti delle vecchie maniere, non ha fotocamera e neppure connessione. Niente WhatsApp, quindi, in favore degli SMS ormai caduti in disuso e l'unico modulo per collegarsi ad altri telefonini è il Bluetooth 3.0, mentre per trasferire e condividere file si torna alla porta Usb 2.0.

Il pezzo forte è ovviamente l'autonomia, imparagonabile rispetto a quella dei telefoni smart: il Nokia 130 arriva a 36 giorni in stand-by (26 giorni per la versione Dual Sim), 13 ore in chiamata e due giorni di riproduzione MP3. La chicca, però, è il prezzo: 25 dollari, pari a circa 19 euro. Difficile, molto difficile, fare meglio. In arrivo nei prossimi mesi nei colori rosso, nero e bianco, il Nokia 130 sarà commercializzato inizialmente in mercati emergenti (Africa e Asia) per giungere poi, forse, nelle terre degli smartphone.

Nuovo iPhone 6, in rete alcune foto svelano il pannello frontale dello smartphone

Il Mattino



ROMA - Le prime immagini ufficiali del nuovo iPhone 6 sembrano essere comparse in rete. Arrivano da Taiwan le ultime foto dell'iPhone 6, il nuovo melafonino la cui presentazione ufficiale è attesa il 9 settembre. Il sito Apple.club.tw pubblica le immagini di quello che sembra essere il pannello frontale del dispositivo nella versione da 4,7 pollici. Lo smartphone, più grande del precedente modello, appare più sottile e dai bordi arrotondati, nelle classiche colorazioni bianco e nero.

Non è invece desumibile se lo smartphone abbia il display in vetro zaffiro, una caratteristica che, secondo diversi analisti, potrebbe interessare solo la versione da 5,5 pollici, il cui lancio potrebbe però slittare alla fine dell'anno per problemi di produzione.Per vedere l'iPhone 6 nella versione più piccola, invece, bisognerà attendere solo un mesetto. Secondo le indiscrezioni raccolte da Bloomberg e Wall Street Journal, infatti, il 9 settembre sarebbe in programma un evento Apple dedicato al dispositivo. Il fulcro dell'appuntamento sarebbe la prossima generazione di iPhone.

Apple rallenta i vecchi iPhone, la conferma in una ricerca

Il Messaggero
di Alessio Caprodossi

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Settembre è da sempre un mese molto atteso per gli appassionati hi-tech, che tra l'Ifa di Berlino e l'ormai annuale lancio autunnale del nuovo iPhone possono assistere in anteprima alle principali novità di prossimo arrivo sul mercato. Il countdown per l'iPhone 6 è già iniziato, tanto che in rete fioccano i rumors e le immagini di scocca e display del futuro melafonino. A quanto pare la data dell'evento in cui Tim Cook svelerà al mondo il nuovo smartphone dovrebbe essere il 9 settembre, con la disponibilità fissata per il mese successivo.

In quei giorni è assai probabile che tutti i possessori di iPhone 5S, iPhone 5, iPhone 4S e altri modelli precedenti noteranno problemi di fluidità con i propri dispositivi. Un fenomeno costante che si ripete ogni anno al lancio del nuovo iPhone e che addensa nella mente dei fan della Mela il sospetto di un oscuro intervento di Apple nel rendere più lento i vecchi modelli.

La teoria dell'obsolescenza programmata ha fatto grandi proseliti durante gli anni, poiché è indubbio che i dispositivi già sul mercato rallentano con attese fino ad allora sconosciute per caricare un'applicazione o navigare aprendo simultaneamente più finestre col browser Safari.
Resta da capire se la tendenza è casuale oppure collegata ad Apple e, nel caso, da cosa dipenda. A fornire la risposta ci ha provato la ricercatrice dell'Università di Harvard Paola Trucco, che ha analizzato il fenomeno "iPhone slow", argomento in cima alle ricerche su Google nei giorni immediatamente successivi al lancio dell'ultimo iPhone. Lo studio ha evidenziato che a partire dal 2008 ogni anno si verificano dei picchi di ricerca sul motore di Google, a testimonianza che la sensazione è un malessere collettivo e apparentemente incomprensibile.

Apple rallenta volutamente i vecchi iPhone all'indomani del lancio dell'ultimo melafonino? Vero è che i vecchi dispositivi funzionano peggio, ma non per colpa dell'azienda di Cupertino. O meglio non per diretta volontà. Come sottolinea Sendhil Mullainathan, professore di economia di Harvard e ispiratore dello studio della Trucco, un intervento di Apple sarebbe da escludere in quanto la volontà di rallentare i vecchi iPhone per spingere i possessori all'acquisto dell'ultimo arrivato potrebbe tradursi in un allontamento dalla Mela in favore di Android o device di altre piattaforme, senza contare che in tal modo Apple violerebbe diverse leggi in vigore negli Usa e nei mercati internazionali. Certo che colpisce la differenza con Samsung, che nelle speciali ricerche monitorate dalla Trucco sempre tramite Google Trends svela dei picchi molto minori per ogni lancio del nuovo Galaxy S. Samsung è più leale di Apple, che ricorre a qualche trucco per rendere obsoleti gli iPhone?

Per risolvere l’enigma bisogna spostare il focus, perché il fattore preminente resta il sistema operativo. Quando Apple annuncia il suo smartphone solitamente arriva pure una nuova versione di iOS, rinnovata o rivisitata per sfruttare al meglio la maggior potenza e velocità dell'ultimo dispositivo; essendo ottimizzato per quest'ultimo, quindi, il sistema operativo non si comporta in egual maniera con i vecchi iPhone, che faticano allungando i tempi di esecuzione per assolvere i compiti richiesti. Considerando, inoltre, che a differenza di Android - un universo frammentato dove in molti casi gli aggiornamenti arrivano di rado o non arrivano per nulla - quando Apple rilascia una nuova versione di iOS, gli utenti in massa (circa il 90%) eseguono l'upgrade, la sensazione di avere in mano un iPhone meno scattante è pura realtà.

Internet e privacy: la nuova era del web sicuro

La Stampa
antonino caffo

Da Google e Yahoo!, ecco come le aziende proteggono gli utenti dagli spioni della rete

rati
Poco più di un anno fa Edward Snowden svelava al mondo intero le pratiche di monitoraggio della National Security Agency. Gran parte delle informazioni recepite e utilizzate dalla NSA provenivano dal web: cronologie di ricerca, posta elettronica, piattaforme di chat. Quello che è successo nei mesi seguenti è stata una continua ricerca di mezzi e strumenti per poter contrastare lo spionaggio digitale, sia da parte di spie e agenzie governative che di hacker e truffatori.

A muoversi in questa direzione sono state in primis proprio le aziende coinvolte nel Datagate: Google, Apple e Microsoft. Lo scorso marzo Big G aveva annunciato l’utilizzo di una particolare crittografia (chiamata “end-to-end”) non solo per proteggere i messaggi di posta inviati da un mittente al destinatario ma anche durante il processo di trasferimento nei server interni dell’azienda. Una misura ritenuta necessaria per mantenere lontane le comunicazioni dagli occhi indiscreti della NSA che, come mostravano i documenti di Snowden, aveva il “vizietto” di intrufolarsi nei sistemi interni delle aziende per prelevare tutte le informazioni sugli iscritti dei singoli servizi, ritenute importanti per le indagini sulla sicurezza nazionale.

Google compie un altro passo verso la costruzione di un web più protetto con l’integrazione, nell’algoritmo che mostra i risultati di ricerca, del fattore HTTPS. Si tratta della possibilità per i siti web che utilizzano l’HyperText Transfer Protocol over Secure Socket Layer ( HTTPS) di comparire in maniera privilegiata nelle pagine dei risultati, così da spingere gli utenti ad utilizzare quei portali che utilizzano lo specifico protocollo di crittografia invece dei siti meno protetti. Come spiega Google sul suo blog: “Negli ultimi mesi abbiamo condotto diversi test per capire se fosse possibile considerare l’utilizzo della sicurezza HTTPS come uno dei fattori per mostrare più in alto un sito web.

I risultati sono stati positivi e quindi stiamo cominciando ad utilizzare il protocollo come uno dei fattori nella classifica. Si tratta di un segnale ancora poco determinante, interessa l’1% delle ricerche globali e non può essere ancora comparato all’importanza di avere un contenuto qualitativo. Con il tempo però potrebbe l’HTTPS potrebbe assumere un ruolo maggiore, per cui vorremmo incoraggiare tutti i webmaster a passare al nuovo protocollo per consentire a tutti di navigare più tranquilli”. Google ha chiarito che un sito non salirà nel ranking solo perché utilizza il protocollo di sicurezza, ma facendolo si assicurerà un futuro certamente migliore di coloro che sono ancora legati al “vecchio” HTTP.

Quello che in molti definiscono “effetto Snowden” non ha fatto altro che invogliare (o meglio obbligare) i big della rete a ripensare le proprie piattaforme in un’ottica di maggiore protezione. Una sfida colta anche da Yahoo, famosa in tutto il mondo per la fornitura di servizi di posta elettronica attraverso Yahoo Mail. È per questo che l’azienda ha assunto ad aprile l’esperto Alex Stamos, per rinforzare le proprie misure di sicurezza. Durante la Black Hat USA, dedicata agli intrecci tra tecnologia di consumo e hacker, Stamos ha annunciato la prossima integrazione della crittografia “end-to-end” per Yahoo Mail, proprio come ha fatto Google qualche mese fa.

A partire dall’autunno, e con una diffusione globale entro il 2015, gli utenti di Yahoo potranno inviare messaggi di posta elettronica apparentemente “incomprensibili” se non a destinatari che usano lo stesso servizio o quello di Google (Gmail). Il tutto è reso possibile dall’utilizzo del programma di crittografia PGP, sposato anche da Big G. Una volta attiva, la funzione permetterà di crittografare direttamente il messaggio dopo averlo scritto, qualora il fornitore del servizio riconosca che anche il destinatario utilizza un indirizzo email in grado di tradurlo. La crittografia “end-to-end” funziona proprio in questo modo: solo il destinatario di una comunicazione è in possesso della chiave per decriptare il testo, quindi anche se un eventuale terza persona (o la stessa Yahoo o Google) dovesse intercettarlo non potrebbe tradurlo, in mancanza degli strumenti necessari per farlo.

Questi sono solo due dei possibili esempi volti a sostenere l’arrivo di una nuova era del web. All’orizzonte si intravedono giorni in cui la sicurezza informatica acquisirà sempre maggior peso nella costruzione di soluzioni hardware e software, in grado di soddisfare non solo gli amanti del design (pensiamo a smartphone o tablet) ma anche i difensori della privacy. Non a caso Blackphone , primo smartphone costruito per garantire la protezione dei dati in mobilità, è andato già a ruba negli Stati Uniti e solo da qualche giorno è tornato disponibile sul sito di Silent Circle, azienda che lo produce assieme a Geeksphone. Chiamatelo pure “effetto Snowden”. 

Iraq, Antonio Socci: i cristiani muoiono e Papa Francesco sta in silenzio

Libero


rati
Il dramma in corso dei cristiani perseguitati vede i laici (perfino governi anticlericali come quello francese) quasi più sensibili del mondo cattolico ed ecclesiastico. Dove si trattano con poca sensibilità e qualche fastidio le vittime, mentre si usa una reticente cautela - cioè i guanti bianchi - verso i carnefici. Duecentomila cristiani (ma anche altre minoranze) sono in fuga, cacciati dai miliziani islamisti che crocifiggono, decapitano e lapidano i nemici. In queste ore mi giungono pure notizie ufficiose di efferatezze indicibili su donne e bambini (speriamo non siano vere).

Considerando questo martirio dei cristiani che sono marchiati come “nazareni” senza diritti, braccati, uccisi, con le chiese bruciate e la distruzione di tutto ciò che è cristiano, la voce del Vaticano e del Papa - di solito molto interventista e vigoroso - è stata appena un flebile vagito. Neanche paragonabile rispetto al suo tuonare cinque o sei volte «vergogna! Vergogna! Vergogna!» per gli immigrati di Lampedusa, quando peraltro gli italiani non avevano proprio nulla di cui vergognarsi perché erano corsi a salvare quei poveretti la cui barca si era incendiata e rovesciata mentre erano in mare.

Ha ragione Giuliano Ferrara. Che di fronte all'orrore che si sta consumando nella pianura di Ninive, il Vaticano abbia partorito, giovedì (in grave ritardo oltretutto), una semplice “nota” di padre Federico Lombardi dove, a nome del Papa, si chiede alla «comunità internazionale» di porre fine al «dramma umanitario in atto» in Iraq, è quel minimo sindacale che ha l'unico obiettivo di salvare la faccia. Anche perché è ben più di un «dramma umanitario» e nulla si dice su cosa bisognerebbe fare. Inoltre - osserva Ferrara - «nulla, nella dichiarazione freddina, viene detto su chi siano i responsabili di questi “angosciosi eventi”. Non un accenno alle cause che hanno costretto le “comunità tribolate” a fuggire dai propri villaggi».

Ormai la forza con cui Giovanni Paolo II difendeva i cristiani perseguitati è cosa passata e dimenticata. E anche la limpidezza del grande discorso di Ratisbona di Benedetto XVI - che era una mano tesa all’Islam perché riflettesse criticamente su se stesso - è cosa rimossa. Quella dell'attuale pontificato è una reticenza sconcertante di fronte a dei criminali sanguinari con i quali - dicono i vescovi del posto - non c'è nessuna possibilità di dialogo perché nei confronti dei cristiani loro stessi han detto «non c'è che la spada».

Una reticenza che è ormai diventata consueta nell'atteggiamento di papa Bergoglio, che non pronuncia una sola parola in difesa di madri cristiane condannate a morte per la loro fede in Pakistan o in Sudan (penso ad Asia Bibi o a Meriam), che si rifiuta perfino di invitare pubblicamente a pregare per loro, che quando c'è costretto parla sempre genericamente dei cristiani perseguitati e arriva ad affermare, come nell'intervista a La Vanguardia del 13 giugno: «I cristiani perseguitati sono una preoccupazione che mi tocca da vicino come pastore. So molte cose sulla persecuzione che non mi sembra prudente raccontare qui per non offendere nessuno».

Per non offendere chi? I criminali sanguinari che crocifiggono i «nemici dell'Islam»? Non è sconcertante? Ci sono migliaia di innocenti inermi in pericolo di vita, braccati e laceri, in fuga dagli assassini e Bergoglio si preoccupa di «non offendere» i carnefici? Perché tutti questi riguardi quando si tratta del fanatismo islamista? Perché nemmeno si osa nominarlo? E perché si chiede alla comunità internazionale di mettere fine al "dramma umanitario" senza dire come?

Oltretutto il papa poteva seguire l'esempio di Giovanni Paolo II. Ci aveva già pensato questo grande pontefice infatti a elaborare la nozione di «ingerenza umanitaria», venti anni fa: quando si deve impedire un crimine contro l'umanità e non vi sono più altri mezzi diplomatici è doveroso, da parte della comunità internazionale, un intervento militare mirato e proporzionato che scongiuri il perpetrarsi di orrori incombenti.

Bastava a Bergoglio ripetere questo principio che è stato già recepito a livello internazionale. D'altra parte che di questo ci sia bisogno lo dicono i vescovi di quelle terre: «Temo che non ci siano alternative in questo momento a un'azione militare, la situazione è ormai fuori controllo, e da parte della comunità internazionale c'è la responsabilità di non aver fatto nulla per prevenire o fermare tutto questo». Lo ha dichiarato Bashar Matti Warda, l'arcivescovo di Erbil che si trova in prima linea, immerso nel dramma.

È troppo comodo - da parte di certi cattolici - lanciare generiche denunce contro l'Occidente, contro il «silenzio colpevole» (di chi?), quando da anni fra i notabili cattolici si evita accuratamente di denunciare i fanatici islamisti con nome e cognome, quando si ha cura solo di sottolineare che il loro non è il vero Islam (che com'è noto è rose e fiori), quando non si richiama mai energicamente il mondo islamico al dovere di rispettare le minoranze cristiane e si evita di chiedere un intervento concreto della comunità internazionale per mettere fine al massacro.

Del resto Bergoglio non solo non ha chiesto ingerenze umanitarie, ma nemmeno ha lanciato operazioni di soccorso umanitario o iniziative di solidarietà a livello internazionale che coinvolgessero il vasto mondo cattolico. Tardiva è stata anche l'attivazione della diplomazia.

Domenica scorsa, all'Angelus, non ha detto una sola parola sulla tragedia in corso e ha perfino taciuto sull’iniziativa della Chiesa italiana che ha indetto una giornata di preghiera per il 15 agosto a favore dei cristiani perseguitati. Anche pregare per i cristiani perseguitati è «offensivo» verso i musulmani?
Quantomeno quella dei vescovi italiani sarà una vera e seria preghiera cristiana. E non capiterà di rivedere l'imam che, invitato in Vaticano per l'iniziativa di pace dell'8 giugno scorso con Abu Mazen e Peres, ha scandito un versetto del Corano dove si invoca Allah dicendo «dacci la vittoria sui miscredenti».

Quasi un inno alla “guerra santa” islamica nei giardini vaticani. Un incidente inaudito. Alla preghiera indetta dalla Cei non accadrà. Ora ci si aspetta almeno che il Papa, prima o poi, si associ all'iniziativa dei vescovi, magari replicando la preghiera in piazza San Pietro per la pace in Siria che, come ricordiamo, combinata con la diplomazia, qualche buon effetto lo ebbe. Auspicabile sarebbe anche un'attivazione di tutta la cristianità per iniziative di aiuto e di solidarietà ai perseguitati. Ma pare proprio che non sia questa l'aria. Sembra di essere tornati indietro allo smarrimento dei cupi anni Settanta, alla subalternità ideologica dei cristiani, a quel buio che fu dissolto solo dall'irrompere del grande pontificato di Giovanni Paolo II.

Caro sindacato, spiegami tu come posso fregare la scuola"

Nino Materi - Mar, 12/08/2014 - 10:17

Migliaia di docenti accettano di trasferirsi dal meridione al settentrione. Ecco le loro "suppliche" ai patronati sui trucchi per tornare presto a casa


«Ho accettato la cattedra di Filosofia a Milano, ma c'è un modo per tornare al più presto nella mia città, Reggio Calabria?». «Sono un precario siciliano, insegnerò Ragioneria in un istituto di Firenze in qualità di supplente.

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Ma devo proprio rimanere in Toscana per un anno intero?». «Sono un docente di Latino di Torre Annunziata, prenderò servizio in un liceo di Treviso. Ma come farò con 1.200 euro di stipendio a sopravvivere qui dovendo pagare 800 euro di affitto?». «Sono una professoressa di Bari, salirò a Verona per insegnare Scienza in un istituto tecnico-industriale, ho lasciato in puglia i miei due bambini piccoli. È vita questa? Posso beneficiare di qualche permesso straordinario?».

Di lettere come queste Sostene Codispoti, «memoria storica» del sindacalismo scolastico, ne ha lette a centinaia. Potrebbe farne un libro. Codispoti è stato estromesso dallo Snals perché a lui le «zone d'ombra» non piacciono. Tanti suoi colleghi invece - attualmente nella stanza dei bottoni - alle zone d'ombra sono abituati e nella palude dei codicilli che aggirano le norme ci sguazzano. Fedeli a una «tradizione» che nel mondo della pubblica istruzione consente (sempre «legittimamente», per carità) di fare le cose più ingiuste. Compreso la scalata delle graduatorie scolastiche grazie a punteggi spesso farlocchi e che magari fanno retrocedere agli ultimi posti chi prima era in testa alla lista.

Per decenni abbiamo assistito allo scandalo di prof che dal sud arrivavano al nord (il flusso opposto è sempre stato più raro), firmavano la «presa di servizio» e il giorno dopo già chiedevo il trasferimento a casa. Un andazzo, inconcepibile per un paese civile, che però garantiva sinecure, prebende e rendite di posizioni un po' a tutti: sindacati, docenti e politici. La scuola va in malora, ma a lor signori va bene così. Lo «sconfinamento» dei prof precari in regioni diverse da quelle di provenienza è un'ingiustizia, uno scandalo, un perfetto meccanismo per creare una guerra tra poveri (prof del nord vs prof del sud, esattamente l'incontro di boxe che si replicherà quest'anno), ma è anche lo strumento ideale per

gestire «pacchetti» di migliaia di iscritti tra prof e personale Ata, tutta gente da blandire per poi ritrovarsela amica in tempi di battaglia elettorale. Il primo a cercare di spezzare questa catena perversa fu nel 2006 il ministro Fioroni, mettendo dei paletti alla libertà di spostarsi da una regione all'altra. Ma a seguito di una sentenza della Corte costituzionale e di un pronunciamento della Corte di giustizia europea che hanno ritenuto tali limitazioni «discriminatorie», si è tornati allo status quo ante . E oggi, con il netto calo al sud delle iscrizioni (in un anno sono state eliminate circa 80 mila cattedre), riecco il caos. Per gli insegnanti meridionali non c'è posto nelle «proprie» regioni e quindi riparte la «transumanza».

Ma anche se fisicamente, ad esempio, dalla Sicilia si va in Lombardia, «mentalmente» si resta giù dove - comprensibilmente - si cercherà di tornare al più presto, perché magari lì si è lasciata la famiglia; o perché al nord con poco più di mille auro al mese non si riesce a campare. In teoria, oggi, la legge prevede il divieto di trasferimento per almeno 3 anni (erano 5, ma poi l'ex ministro abbassò il «vincolo di permanenza»), ma questo è un vincolo puramente formale. Basta un bel certificato medico, e il gioco è fatto.

Già tre anni fa la Regione Veneto propose di introdurre la regola della «residenzialità» ma si trovò dinanzi al muro di gomma del Quirinale che «scongelò» le liste recependo le proteste delle Regioni del Sud. Alcune cifre sono impressionanti: per la scuola primaria nella provincia di Bergamo, il 100% delle cattedre è stato assegnato a docenti provenienti dal sud; il 98% nella provincia di Milano; l'84% nella provincia di Torino e il 91% per nella provincia di Lucca.

Una possibile soluzione? L'introduzione di concorsi pubblici regionali (con il criterio della residenza) e il vincolo di permanenza nella provincia di prima nomina. Lo propongono Lega e Forza Italia, ma la sinistra risfodera gli slogan del '68: «No all'istruzione di classe». Tradotto: la scuola resta cosa loro.

La parabola dell'ex pm Ingroia: dall'indagine sui boss al sito in tilt

Gianpaolo Iacobini - Dom, 10/08/2014 - 09:44

L'ex titolare dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia precipita sempre più giù. Deve scoprire perché si è inceppato il portale di un concorso della Regione siciliana


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Il sito internet va in tilt per i troppi contatti? La Regione apre un'inchiesta interna ed affida lo spinoso caso all'ex pm. Dalla trattativa Stato-mafia alle magagne di un server. Dalla Rivoluzione Civile a quella informatica. Dalle tv di mezzo mondo ai monitor di un computer bizzoso. Antonio Ingroia lo farà con spirito di servizio. Quello che già al deflagrare della vicenda lo portava a dire: «Ci mettiamo a disposizione per cercare di raddrizzare questa barca». E poco importa che stavolta non ci sia l'Italia da salvare e che i nemici non siano i mafiosi e neppure i criminali della politica: bocciato nelle urne, decaduto dalla magistratura dopo il gran rifiuto di tornare a indossare la toga da sostituto procuratore della placida Aosta, il partigiano della Costituzione (come si definì al congresso del Pdci nel 2011) non si tira indietro quando c'è da combattere il male.

Inevitabile allora il suo ritorno in scena adesso che si tratta, una volta ancora, di dare la caccia ai cattivi. Delicata la missione: scoprire perché in Sicilia non funzioni un portale internet. Faccenda di una certa rilevanza, non fosse altro per la duplice figuraccia che l'esecutivo guidato da Rosario Crocetta ha rimediato in proposito. L'antefatto. Il buon governatore pensava di rilanciare l'economia isolana puntando sui giovani. Con una manciata di fondi europei aveva messo a bando 2.000 tirocini formativi, per aprire le porte delle imprese ad idee nuove, fresche. Alle forze migliori. E infatti, rispondendo all'appello, c'è stato chi si è fatto avanti come pastore, chi come sagrestano, chi come garzone di cucina.

Ma tutto, anche l'originale concetto dell'innovazione in salsa sicula, è andato a sbattere contro il muro del web. Il Piano Marshall per i giovani in cerca d'occupazione prevedeva che le candidature potessero essere presentate via internet, con una clausola precisa: chi primo arriva e trova l'incrocio tra le sue aspirazioni e l'azienda ospitante, vince. Ma quando a luglio scatta l'ora X, la corsa al tirocinio finisce alla prima curva. Il sistema salta. Troppe le richieste. Disguidi, disagi, polemiche, palla al centro: si riprova ad agosto.

Ed è peggio che andar di notte, perché il copione si ripete, uguale. Col clic-day che si trasforma in una Caporetto 2.0. «S'è verificato un incremento abnorme degli accessi», mette nero su bianco la ditta genovese scelta per curare l'operazione. Ma a Palazzo d'Orleans non basta. Ed il Crocetta che in nome della trasparenza s'infuria a favor di (tele)camera si ricorda di quella partecipata regionale, la «Sicilia e-Servizi», che si occupa di informatica. La guida Ingroia. La Regione non aveva ritenuto opportuno affidarle la gestione del Piano giovani. «Avrebbe dovuto acquistare il software, ammesso che sia sul mercato», glissa il presidente coi cronisti che chiedono chiarimenti.

Nessun dubbio, invece, sul fatto che possa occuparsi con competenza di indagini, sia pur amministrative. Del resto, chi meglio d'un ex giudice e dei suoi detective digitali può dare soluzione al mistero e spiegare perché internet s'impalli ripetutamente? Incarico proposto. E accettato. Tra un'intervista sulla riforma della giustizia, una sul massacro dei civili a Gaza e un'altra ancora sulla strage di via D'Amelio, giusto per citare le più significative rilasciate nelle ultime settimane, Ingroia dovrà occuparsi pure del sito internet della Regione.

E capire perché non funzioni a dovere. L'uomo giusto al posto giusto nel momento giusto.