venerdì 15 agosto 2014

Il Papa non crede in Dio!”

di Francesco Sala


rati
La prima domanda la fa Villaggio: “Lei quanti anni ha?” Rispondo: “Quaranta”. Villaggio: “Pensi che una volta a quarant’anni si era a metà strada, oggi voi iniziate la strada! Anche perché è aumentato il numero dei vecchi che non mollano. L’Italia si è trasformata, da Paese ricco a Paese povero. I quarantenni hanno difficoltà notevoli. Mi faccia pure le domande”.

Un episodio OFF della sua carriera? Le interessa il racconto di quando Fabrizio De André per scommessa si mangiò un topo? Di notte, da ragazzi, andavamo a casa di uno che era paralizzato e che noi chiamavamo benevolmente “il paralitico”. Si andava da questo signore che aveva una porta-finestra che dava su un giardinetto fetido. Notte di tregenda. Io, Fabrizio e Gigi Rizzi, l’unico benestante. C’erano anche due ragazze bruttine. L’unico che aveva delle belle donne era Gigi Rizzi che era anche l’unico con dei soldi, si figuri era stato con la Bardot! Sentiamo un raspìo alla porta-finestra in legno…Vediamo un gatto nero che si erge sulle zampe, si alza e vomita un grosso topo. Urla di orrore dei presenti. Fabrizio, aveva una sua caratteristica, quella per vanità di stupire tutti, e  fa alla compagnia:

“Questo topo, se mi date ventimila lire, me lo mangio!” e Rizzi: ” Te li dò  io!” Fabrizio: “Metti i soldi sul tavolo!” Gigi Rizzi tira fuori un lenzuolo di banconote e le mette sul tavolo. De André respirando come un sub, di colpo… senza rulli di tamburi perché non c’erano… si abbassa, morsica la coda del topo e la succhia come uno spaghetto cinese. Poi dice:” Non lo mangio tutto perché non ho appetito!” Applauso. Con le ventimila lire della scommessa ci invita a cena in un posto poco raccomandabile, frequentato da portuali e prostitute chiamato “Il Ragno verde” e ordina un piatto di fagioli con le cotiche. Vomitò. Il topo l’ha digerito, le fagiolane con le cotiche, no!

Mi racconta una serata al Derby di Milano invece? Chi era l’animatore del gruppo?
Chi aveva formato il clima comico portato al paradosso era Enzo Jannacci. C’erano Cochi e Renato, il povero Felice Andreasi, il bravo Lino Toffolo e altri minori. Jannacci quando mi ha visto per caso alla televisione, mi è venuto ad aspettare alla fine delle registrazioni e mi ha detto: “Ti do ventimila lire a serata!” Io avevo cominciato a lavorare con Maurizio Costanzo e prendevo mille lire a sera. Jannacci ha detto fino alla fine che gli dovevo duecentomila lire. Ci divertivamo a raccontare cose strabilianti. Al Derby si rideva dei paradossi di Cochi e Renato. Io presentavo con un tono afflitto: “Adesso, presenterò un numero ripugnante!” e questo faceva ridere. La televisione si toglieva finalmente la maschera della bontà, del perbenismo.

Chi sono stati i suoi maestri?
Nessuno. Io e Fabrizio De André eravamo cresciuti assieme. Si usava l’arma del paradosso, dell’antiretorica, lo stesso linguaggio usato poi al Derby. Io dicevo: “Signore e signori, sono in grande imbarazzo, non so che cazzo fare!” Il Derby era un piccolo trionfo per me. In Televisione poi, non c’era lo share di adesso. L’unica trasmissione era quella.

Maurizio Costanzo ha dichiarato in un’intervista qui al giornaleOFF: “Il merito di Villaggio è quello di aver creato due personaggi, Fantozzi e Fracchia, che sono dentro ognuno di noi”. La domanda è: come si troverebbero oggi con Facebook e gli sms?
Non è un fatto di condizione sociale. È un fatto di età. È successo che negli ultimi 15 anni che l’arrivo dei telefonini ha cambiato la nostra vita totalmente. Una volta c’erano i telefoni a muro, neri, attaccati alla parete, con la rotella. Fracchia e Fantozzi sarebbero tagliati fuori. Io ho 81 anni e sono fuori dai messaggini, dai telefonini, che non so usare. Non so scrivere i messaggi! Fracchia e Fantozzi appartengono a un’altra era. La diagnosi? Quelli della mia età hanno un cervello strutturato in maniera diversa. Il vostro cervello giovane, è plastico, si adatta alle esigenze. Il nostro, quello degli ottantenni, si è dedicato soprattutto alla memoria. Avevamo una memoria prodigiosa, facevamo le gare a memorizzare i numeri di telefono. Oggi c’è la rubrica sul telefonino.

Questa è anche l’epoca della distrazione. Le capita di osservare la gente che cena in un ristorante? Tutti attaccati al telefonino…
Ma questo è un disagio. Quasi tutte le ragazze di oggi sono un po’ maleducate. Quasi tutte. Certe, anche fascinose, importanti, mentre stai parlando con loro, tengono sotto il tavolo il telefonino.
E tu: “Ma cosa fai?” e loro: “Niente!”
Oggi si usa il cervello in un’altra maniera. Se domandi a questa ragazza cosa fanno la sera in televisione, lei tira fuori il telefonino e ti risponde. Credo che l’uso di quello che lei chiama social network sia invece una vera e propria setta.

“Viviamo in una sottile dittatura, strisciante, subdola, quella del pensiero unico”. Lo ha detto lei ricordando Pasolini… È così. Prima c’erano meno dittature. Adesso vedi il campionato mondiale di calcio? I capelli dei calciatori. Una volta avevano dei capelli umani, poi sono arrivati i capelloni..adesso sono rasati, soprattutto i neri. C’è una dittatura nel modo di vestire: gli occhiali, le scarpe, ma soprattutto i capelli. È una dittatura occulta, che ti impone dei comportamenti e tu li subisci. Non è pericolosa.

C’è stata in Italia un’egemonia culturale della Sinistra? Per decenni qualcuno ci diceva cosa leggere, cosa andare a vedere, quale spettacolo era “in” e quale “out”. Un personaggio ha avuto il coraggio di gridare contro la Corazzata Potëmkin..!
Fantozzi!! Fantozzi era un’esplosione! Perché ha avuto quella fortuna enorme? Perché finalmente criticava questa imposizione: doversi travestire da tutti. La Sinistra pensava di predicare libertà invece predicavano una cultura modificata dagli intellettuali che erano, bada bene, tutti travestiti da estrema sinistra. Questa è l’epoca del cambiamento e allora, bisogna sperare che un certo tipo di passato(fascismo e stalinismo) non ritorni. C’è stata una manipolazione della Cultura. L’atteggiamento che avevano era: “Tu sei vecchio, obsoleto e sei purtroppo un con ser va to re… Te lo dicevano anche con un certo tono.

Nell’ultimo film di Veltroni si chiede a un gruppo di ragazzi: “Chi è Enrico Berlinguer?” Le risposte sono agghiaccianti e ricordano il suo geniale libretto “Come farsi una cultura mostruosa”…
Berlinguer chi era? Una ballerina?

Ai ragazzi non interessa più la Storia?
Ai giovani non interessa la Storia perché non ci credono più

Viviamo in tempi di consenso unico e dolciastro secondo lei? Oggi bisogna proprio piacere a tutti?
È vero. Renzi ad esempio deve piacere a tutti perché è un politico. Deve fare grandi numeri. Temo che anche il Papa, che parla come Papa Giovanni, che è un bacia bambini; appena vede un bambino, lo punta e lo va a baciare. Il Papa e Renzi sono il trionfo dell’ovvio. Questo Papa si affaccia alla finestra e dice: “Buon pranzo!” Dice cose ovvie! Renzi e il Papa non possono essere completamente normali e buoni. Il politico si maschera da buono perché cerca il consenso. I grandi buoni oggi si vergognano della loro bontà.

Anche il Papa?
Temo di sì. Temo che il Papa non creda in Dio!

Come, scusi?
È molto difficile per un uomo di cultura credere in Dio. Come si fa a credere alla verginità di Maria? È impossibile! L’universo è fatto di miliardi di miliardi di galassie che si allontanano tra loro alla velocità della luce. L’idea dell’uomo solo nell’Universo spaventa moltissimo.

Cosa ha capito degli Italiani?
Gli italiani sono come sono io: pigri, poveri, soprattutto poveri di interessi. Ci siamo spenti nel dominio borbonico. Abbiamo creato la Mafia. Abbiamo esportato Cosa Nostra. Questa è la nostra fama. La cultura tedesca invece è stata straordinaria e paradossale: Kant e Goethe hanno convissuto con Hitler. La Germania è sempre paradossale e io l’ho usata nel mio repertorio comico.

La mediocrità nel mondo dello spettacolo oggi sembra la regola. Anzi, è richiesta… Questa è la Televisione! I numeri, i grandi numeri portano a questo. Torniamo ai capelli di Balotelli. I barbieri sono disperati perché i ragazzini vogliono i capelli alla Balotelli. Una certa mediocrità arriva dovunque. Se usi il linguaggio di Pasolini non riusciresti ad avere i grandi numeri, forse non vai da nessuna parte.

Un ricordo di Berlusconi. Lei lo ha conosciuto sulle navi, è così?
Berlusconi era credibile, non era mediocre. Lui indubbiamente aveva il senso della conquista dei favori della gente. Era nato con l’idea di fare fortuna nella vita. Diceva: “Ragazzi, qui perdiamo tempo!”, a me e a Fabrizio quando lavoravamo sulle navi diceva: “Noi dobbiamo affittare un capannone vicino Milano e fare noi una televisione privata!”. Io e Fabrizio ci facevamo segno col dito sulla tempia: “Questo è pazzo!”

Poi l’ha fatto!
Lui ha regalato agli italiani la televisione privata che non costa nulla a differenza di quella pubblica dove si paga il canone. Ha regalato una televisione mediocre, diciamo la verità. La televisione statale cercava di fare concorrenza a Berlusconi abbassando il livello. L’ha resa più banale.

Pubblicità!
Oggi però la pubblicità potrebbe rappresentare il cinema più evoluto, più brillante, fatto meglio. Ci sono spot pubblicitari che sono geniali. Si rimpiange ancora Carosello!

Oggi Villaggio, invidia qualcuno? Ho sempre evitato di frequentare la gente di grande successo, perché sentivo che c’era la voglia cattiva di esibirlo, questo successo. Appena ho avuto fortuna nella vita , ho cominciato a fare l’invidiato. Andavo al Caffè della Pace, dietro Piazza Navona, da solo. Fingevo di non ricordarmi i cognomi, li storpiavo, cioè facevo l’invidiato. Tornavo a casa la sera quasi cantando!

Il successo rende stronzi?
Perché mi fa questa domanda? Allora devo pensare che lei mi annovera… I grandi uomini non hanno bisogno di essere stronzi. Einstein non era stronzo! Io sono completamente guarito dall’invidia.

C’è qualche deficiente che ogni tanto, su internet, lancia la notizia della sua morte. Porta bene, lo sa? Allunga la vita!
Se allungassero la vita, queste dichiarazioni le farei io.

Come immagina il suo funerale?
Ho deciso di non farlo. Ho un timore: che Benigni non venga. Veltroni mi ha detto che parlerà e anche Francesco Rutelli. Gli amici non ci sono più. Gassman a parlare era l’ideale e poi c’era Fellini. Giancarlo Giannini ho paura che non venga e quindi il funerale non lo faccio. Vengono solo quelli che non sanno dove cazzo andare. Consiglio finale ai nonni: cercate di diventare ricchi se non volete essere abbandonati sull’autostrada!

Ultima domanda: un sogno di Paolo Villaggio?
Un viaggio in Transiberiana di ventisei giorni con Ugo Tognazzi. Tognazzi diceva la verità, non era premeditato. Un vero amico.

La super-batteria italiana al grafene che farà correre auto e telefonini

Corriere della sera
di Stefano Agnoli

Dura il 25% in più e può ricaricare rapidamente le macchine elettriche. Lo scienziato Pellegrini: per i veicoli rifornimento in minuti invece che ore


rati
La chiave di tutto è il grafene: un foglio a due dimensioni dello spessore di un atomo di carbonio, scoperto nel 2004 da due ricercatori russi che nel 2010 hanno vinto il premio Nobel. Ha caratteristiche uniche: è flessibile, impermeabile e, soprattutto per quanto riguarda i ricercatori italiani dell’Istituto di tecnologia, è un conduttore elettrico. Ebbene, lavorando sulla base di queste premesse a Genova hanno messo a punto un prototipo unico al mondo: una batteria che grazie ad un anodo trattato con il grafene garantisce un’efficienza superiore del 25% rispetto a una tradizionale batteria al litio.

Un quarto in più di corrente insomma, che può essere utilizzata per alimentare auto elettriche o i vari dispositivi elettronici che utilizzano batterie, dagli smartphone ai tablet ai personal computer. Una tecnologia tutta italiana (con il team genovese di Vittorio Pellegrini e Bruno Scrosati hanno lavorato il Cnr e la Sapienza di Roma), pronta per lo sviluppo industriale e che sta già raccogliendo l’interesse di produttori dell’automotive e di gruppi elettrici, come la Bluecar del gruppo Bollorè e l’Enel.
La notizia «ufficiale» della batteria italiana al grafene sarà diffusa tra pochi giorni da «Nano Letters», una delle bibbie mondiali delle nanotecnologie e dell’elettrochimica.

Ciò che i ricercatori italiani hanno fatto è sostituire con procedimenti speciali il grafene alla normale grafite utilizzata per l’anodo di una comune batteria al litio, con il risultato che gli ioni di litio si sono «attaccati» assai più copiosamente al nuovo materiale. Il grafene, detto per inciso, ha tra le sue caratteristiche quella di avere il più elevato rapporto tra superficie e peso: con un solo grammo si possono ricoprire 2.600 metri quadrati. All’Iit hanno trovato il modo di trattarlo in una soluzione, ottenendo una sorta di «inchiostro» che viene poi spalmato sull’elettrodo della batteria.

In più, la sua flessibilità e robustezza sono uniche, tanto che colossi come Nokia e Samsung si sono già mossi. Il gruppo coreano ha da tempo messo il suo timbro su touchscreen flessibili per i telefonini. Ora si aprirebbe la prospettiva di estendere la flessibilità anche alle batterie dei cellulari, che potrebbero così essere ripiegati e messi in tasca dopo l’uso. E visto che il grafene non perde le sue proprietà anche con torsioni del 40%, a mettere gli occhi sul materiale è stata anche la Head, che ha chiesto a un’azienda coreana di fornirle il grafene per alleggerire il manico delle sue racchette da tennis e renderle più potenti. Quegli attrezzi sono ora nelle mani di campioni come Novak Djokovic e Maria Sharapova.

Una delle prospettive più interessanti agli occhi europei e italiani, tuttavia, riguarda l’annoso problema di come «immagazzinare» energia in modo efficiente. La diffusione dell’auto elettrica, ad esempio, è frenata dalla scarsa autonomia garantita fino a oggi dalle batterie, e dalla lunghezza dei tempi di ricarica, che vanno dalle 6 alle 8 ore. Il prototipo italiano, dice Pellegrini, «in prospettiva apre la strada allo sviluppo di batterie che si potrebbero ricaricare nell’arco di minuti, non ore». Più energia e tempi ridotti, quindi. Ma quanto costa il grafene, e chi lo produce? A Genova, oggi, i ricercatori dell’Iit si autoproducono un paio di litri al mese di «inchiostro», e un contenitore da un centinaio di millilitri costa tra i 3 e i 400 euro. Diverso sarebbe lavorare su scala industriale: a Como lo fa la Directa Plus, maggior produttore europeo con 30 tonnellate l’anno, che ha stretto accordi con l’Iit. Per una volta un’accoppiata italiana ricerca-industria potrebbe rivelarsi vincente.

15 agosto 2014 | 08:58

Da Modena a Cupertino: l’azienda italiana partner di Apple

Corriere della sera
di Greta Sclaunich | @gretascl

rati
I suoi prodotti li usano i Coldplay, gli Ac/Dc, Slash, la Pausini, i musicisti di Rihanna e Shakira. Li hanno utilizzati anche Brian May e i Queen, e pure Eminem per il demo della colonna sonora di “8 mile” (con la quale poi, grazie al brano “Lose yourself” ha vinto l’Oscar per la miglior canzone nel 2003). “Qualche anno fa sono stato ad un concerto dei Rolling Stones e anche loro, nel backstage, le tastiere le processavano con i nostri software”, ricorda Enrico Iori con soddisfazione. La sua azienda, la IK Multimedia, da Modena ha conquistato il mondo intero grazie ai prodotti musicali per iPhone e iPad ed oggi è la stessa Apple a “promuoverla” come uno dei principali partner in Europa, selezionandola in esclusiva per rappresentare l’Italia sul suo sito.

Nel suo settore è leader mondiale, con un fatturato che dal 2009 (anno in cui hanno deciso di puntare sul nuovo business) è quadruplicato arrivando a raggiungere nel 2013 i 28 milioni di dollari. E per il 2014 ci si attende una crescita del 20%. Mentre gli uffici, che cinque anni fa ospitavano una ventina di dipendenti divisi tra la sede italiana e quella statunitense, oggi vedono l’impiego di un centinaio di persone sparse tra Italia, Usa, Hong Kong, Giappone, Gran Bretagna, Messico, Brasile e Argentina.
Dai video alle app Tutto questo grazie ad un’intuizione di Iori, 50 anni, fondatore e amministratore delegato dell’azienda. La IK Multimedia è nata nel 1996 per la produzione di video aziendali, ma già dall’anno successivo si è ricalibrata puntando sui software. E’ stato l’unico anno, ricorda Iori, in cui la società non è cresciuta: “Cercavamo di capire dove andare. Poi abbiamo capito la nostra vocazione: realizzare gli strumenti musicali del 21esimo secolo”. Già, perché grazie ai software (programmi e app) e agli hardware (supporti fisici) della IK Multimedia è possibile collegare computer e dispositivi mobili a chitarre e tastiere. Nel momento del lancio degli iPhone l’azienda, forte di dieci anni di esperienza nel settore pc e mac, ha deciso di sbarcare nel mondo delle applicazioni.

Dopo il primo successo, non si è più fermata: il prodotto più venduto, l’interfaccia audio per iPhone e iPod iRig, ha raggiunto il milione di vendite. E ora la IK Multimedia ha un bouquet di app fra cui AmpliTube, VocaLive, SampleTank. Tutte utilizzate da musicisti a ogni livello, ed accessibili direttamente da iPhone, iPad e iPod Touch. I gioiellini di casa sono distribuiti da una rete di 15mila rivenditori in tutto il mondo, compresi gli Apple Store. Mentre sul web i download sono più di 25 milioni. Il core business, però, non sono i grandi nomi: l’azienda voleva rivolgersi ad un pubblico di gente normale e appassionata di musica. Così i prodotti vanno dai 39 ai 300 dollari, le app in versione lite sono gratuite mentre quelle a pagamento vanno dai 10 ai 20 dollari.

Boom sui mercati internazionali – Il 95% del fatturato arriva dall’estero, e fin dai suoi inizi l’azienda ha sempre puntato sui mercati oltre confine: “Il nostro primo cliente, nel 1997, era una società giapponese”, ricorda Iori. Al momento i mercati più importanti sono gli Usa e gli altri paesi anglosassoni, il centro ed il nord Europa, l’estremo Oriente. L’Italia ancora arranca, ma se per quanto riguarda le vendite è molto indietro rispetto agli altri paesi (il sito stesso di IK Multimedia è disponibile in inglese, giapponese, cinese, spagnolo e portoghese ma non in italiano) per quanto concerne la produzione sta diventando il cuore delle attività di sviluppo.

Da due anni la società ha deciso di iniziare a spostare la produzione dall’estremo Oriente a Modena. Oggi il 60% della produzione è qui, in una nuova fabbrica a 200 metri dalla sede centrale, ed entro qualche anno contano di arrivare al 100%. Il direttore commerciale Fabrizio Testa sorride: “Ci dicono tutti che siamo pazzi, che costa meno produrre in Cina. Ma per noi è la qualità che conta”.

Il cuore dell’azienda? A Modena – Anche se Iori ormai vive negli Usa da cinque anni, il cervello della sua azienda resta in Italia. “E’ vero, è difficile. Ma vogliamo che i nostri ingegneri stiano in Italia ed è qui che facciamo lavorare i talenti che troviamo all’estero”, spiega. Per lavorare con IK Multimedia (che “anche se ha quasi vent’anni – dice Iori – ha ancora la mentalità della startup, almeno nei confronti delle big come Apple e Yamaha con cui lavoriamo”) l’amministratore delegato richiede impegno e passione.
Ma non solo per l’ingegneria o l’informatica. Il vero plusvalore è la musica: “Tutti i nostri dipendenti sono, o sono stati, musicisti: per fare questo lavoro al meglio essere bravi tecnici non basta”, spiega. Lui stesso suona la chitarra ed è un appassionato di musica e concerti. Tanto che, tra i vari progetti della società, c’è anche una partnership con l’università di Padova per la ricerca e l’innovazione in campo musicale.

Misteriosa figura sulla luna, il frame ​di Google Moon è virale

Il Mattino




ROMA - Un alieno sulla luna? Nessun commento arriva dalla Nasa ma grazie a un video pubblicato dall'utente wowforreeel su Youtube si può vedere un frame immortalato da Google Moon in cui una figura umanoide cammina sulla superfice lunare. Non è chiaro su cosa sia la misteriosa figura e gli esperti non si sono espressi in merito, ma il video in rete ha già registrato oltre tre milioni di visualizzazioni.

Giochi di luce o alieni? Per ora resta il mistero.


venerdì 15 agosto 2014 - 11:59   Ultimo agg.: 12:01



Antibufala: il video dell’“alieno” sulla Luna

Il Disinformatico


Questo articolo vi arriva grazie alla gentile donazione di “fccm*”.



Lo liquiderei come giornalismo estivo per riempire il vuoto, se non fosse che cretinate di questo genere appaiono in tutte le stagioni. Sta circolando la notizia (Huffington Post.it e .com, Mirror, Daily Mail e persino la Rai) del ritrovamento di un'immagine della superficie della Luna nella quale si vede una figura umanoide in piedi, con tanto di ombra. Ovviamente, dato che non abbiamo missioni umane in corso sulla Luna, la conclusione-spazzatura proposta da varie fonti è che debba trattarsi di un alieno.

Ovviamente no, non è un alieno, anche perché pensare che le creature extraterrestri debbano per forza avere forma umana è supremamente arrogante oltre che ottuso. Si tratta semplicemente di pareidolia: una forma vaga che il cervello tenta di interpretare assegnandole un'identità familiare.
Più in dettaglio, un briciolo d'indagine da parte di queste testate dove la gente in teoria viene pagata per produrre notizie non guasterebbe. Se la facessero, infatti, salterebbe fuori che la tesi dell'“alieno umanoide” non sta in piedi nemmeno per un istante, e andrebbe cestinata subito, per una ragione molto semplice: le ombre sono sbagliate. Nell'immagine, infatti, l'ombra dell'“umanoide” indica una fonte di luce che sta in alto a sinistra, mentre le ombre dei crateri circostanti suggeriscono una fonte di luce che sta a destra.



Usando Google Earth per visitare la Luna ed esaminare l'anomalia, risulta che si trova alle coordinate 27°34’26.35″N 19°36’4.75″W (circa a 60 km a nord-est del cratere Lambert) e che la sua proiezione sulla superficie misura circa 160 metri. Sarebbe un alieno bello grosso.
C'è un altro fatto interessante: la stessa anomalia, come segnala un delirante sito ufologico al quale non voglio regalare pubblicità, c'è anche altrove in Google Moon e ha esattamente la stessa forma e “ombra” alle coordinate 26°47'13.20"N 3°10'8.65"E:



Ora decidete voi qual è la spiegazione più sensata e probabile:
a) gli alieni hanno piazzato sulla Luna colossali statue umanoidi che proiettano ombre fasulle e che la NASA fa finta di ignorare anche se le darebbero una motivazione potentissima per attirare soldi per tornare sulla Luna;
b) si tratta di esempi delle numerose macchie prodotte da polvere e peluzzi durante lo sviluppo, la duplicazione o la scansione delle immagini della Luna riprese su pellicola, e il nostro cervello tende spontaneamente a interpretarle come forme umane.


Android dilaga nel mondo, l’84,7% degli smartphone usa il sistema di Google

La Stampa
luigi grassia

I dati di Idc: Microsoft scende al 2,5%, Apple si difende con l’11,7%. L’Italia fa eccezione: il gruppo di Gates è secondo e l’iPhone è terzo

rati
Microsoft sempre più marginale, Google sugli scudi e Apple così così e Blackberry quasi fuori dai giochi. Si può sintetizzare così l’andamento del mercato come emerge dai dati degli analisti di Idc. Nel secondo trimestre dell’anno il gruppo Microsoft ha conquistato una fetta molto piccola del settore: solo il 2,5% dei telefonini venduti hanno Windows come sistema operativo, in discesa dal 3,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. La parte del leone spetta a Google, il cui Android conquista l’84,7% del mercato, seguito da iOS di Apple che controlla l’11,7%.

Quanto a BlackBerry, il gruppo canadese ha ormai una posizione marginale avendo venduto nel secondo trimestre il 78% in meno dello stesso periodo di un anno fa. L’Italia è una delle poche eccezioni: da noi Microsoft è al secondo posto mentre al terzo si colloca l’iPhone. Quanto al livello assoluto delle vendite degli smartphone, per la prima volta in un trimestre hanno superato i 300 milioni di dispositivi messi sul mercato, a quota 301,3 milioni in tutto il mondo nel periodo aprile-giugno, con un aumento 25,3% trispetto al secondo trimestre 2013. A guadagnare di più è stato Android con un +33,3% (a 255,3 milioni di pezzi). 

Nomofobia: senza cellulare scatta il panico

La Stampa
nadia ferrigo

La paura di rimanere sconnessi dilaga al punto da meritare un nome clinico




Una sensazione di panico vi assale non appena vi accorgete di aver dimenticato lo smartphone a casa? Non riuscite a resistere più di dieci minuti senza controllare le notifiche e pensate che stia squillando anche quando non è così? Se avete risposto si ad almeno due domande su tre, allora potreste aver sviluppato una vera dipendenza da smartphone: la «nomofobia», per il mondo anglosassone «nomophobia». La definizione deriva dall’abbreviazione inglese «no-mobile-phone»: senza il telefonino connesso, carico e a portata di mano, sperimentiano le stesse sensazioni di agitazione a ansia che si provano sulla poltrona del dentista. Ma perché? 

Secondo gli studi di David Greenfield, professore di psichiatria all’Univeristà del Connecticut, l’attaccamento allo smartphone è molto simile a tutte le altre dipendenze, perché causa delle interferenze nella produzione della dopamina, il neurotrasmettirore che regola il circuito celebrale della ricompensa: in altre parole, incoraggia le persone a svolgere attività che credono gli daranno piacere.

Così ogni volta che vediamo apparire una notifica sul cellulare, che sia un messaggino o una nuova e-mail, sale il livello di dopamina, perché pensiamo – anche se sarebbe il caso di dire, speriamo - che ci sia in serbo per noi qualche cosa di nuovo e interessante. Il problema però è che non possiamo sapere in anticipo se accadrà davvero qualche cosa di bello, così si ha l’impulso di controllare in continuazione. Proprio come giocare con una slot machine: sperando nella combinazione che ci renderà milionari, continuiamo a giocare. E per controllare le notifiche non serve nemmeno una moneta: basta impugnare lo smartphone. 

Secondo un sondaggio condotto dall’ente di ricerca britannico YouGov, più di sei ragazzi su dieci tra i 18 e i 29 anni vanno a letto in compagnia del telefono: un altro inequivocabile sintomo che qualche cosa non funziona. Nicola Luigi Bragazzi e Giovanni Del Puente, studiosi dell’Università di Genova, hanno proposto che la nomofobia venga inserita nel «Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali», conosciuto dagli addetti ai lavori con la sigla Dsm, dal titolo dell’edizione statunitense. 

«Come in ogni dipendenza, il primo sintomo è la negazione – spiegano i ricercatori - . Anche se la tecnologia ci consente di sbrigare il nostro lavoro più velocemente e con efficienza, i dispositivi mobili possono avere un effetto pericoloso sulla salute: dobbiamo indagare il fenomeno ancor più in profondità e studiarne gli aspetti psicologici». «Quella sensazione di “perdersi qualche cosa” se non si controlla costantemente, è del tutto illusoria – conclude Greenfield -. Quello che succede sullo schermo non ha nulla a che fare con la nostra vita».

Trovato morto il marine che urinò sui corpi dei talebani

Il Mattino


rati
Robert Richards, l'ex marine e reduce dell'Afghanistan che nel 2012 fu al centro dello scandalo per un controverso video nel quale urinava sui corpi di ribelli talebani, è stato trovato morto ieri sera nella sua casa nella Carolina del Nord. Lo riferisce il Washington Post. Aveva 28 anni. La morte è stata confermata dal suo avvocato Guy Womack che lo difendeva nella causa contro il corpo dei Marine dopo la diffusione del video su Youtube che fece scoppiare lo scandalo. Non sembra suicidio, ha detto. Disposta l'autopsia.

La causa del decesso non sarà resa nota in attesa dei risultati dell'autopsia e dei test tossicologici, ha aggiunto l'avvocato, mentre i funerali si terranno al cimitero di Arlington. Richards è stato di stanza in Afghanistan tre volte, dal 2008 al 2013, ed è quasi morto in un attentato dopo lo scoppio di un ordigno mentre era di pattuglia, il 19 marzo del 2010.

Come tantissimi reduci, l'ex marine raccontò in un'intervista di soffrire di stress post-traumatico e incubi per i quali prendeva diversi farmaci.Tuttavia, era abile come cecchino e tornò per una terza volta in Afghanistan per partecipare alle missioni di pattugliamento. In una di queste lui e altri militari del battaglione uccisero più di 200 talebani. Uno di loro girò un video mentre Richards e altri urinavano sui cadaveri. L'ex marine raggiunse un accordo nel 2013 che gli evitò la corte marziale, ma il caso non era ancora chiuso.


venerdì 15 agosto 2014 - 09:36   Ultimo agg.: 12:44

Carte fedeltà, tessere premio e figurine: l’Italia dei supersconti

Corriere della sera
di CORINNA DE CESARE

Seri Jakala e Doxa registi delle mosse promozionali della grande distribuzione


MILANO - I tempi di Brownie Wise, la casalinga della Florida che negli anni 50 portò al successo Tupperware con le riunioni in casa delle clienti, sono ormai andati. E anche quelli di Estée Lauder, la donna che rivoluzionò le tecniche di vendita con il campione regalo per indurre le clienti a provare un nuovo prodotto, sono decisamente lontani. Soprattutto ora con la sempre più accentuata crisi dei consumi: più di dieci città in Italia sono in deflazione, ha fatto sapere l’Istat, e le grandi aziende, che siano multinazionali della cosmetica o della grande distribuzione, se ne sono accorte già da un po’.

Le spese impulsive sono pochissime, circa il 67% dei consumatori pianifica i propri acquisti alimentari prima di entrare all’interno del punto vendita, il 46% utilizza una lista dettagliata come guida e il 61% usa il web per compiere ricerche sullo shopping (fonte: Osservatorio fedeltà dell’Università di Parma). È anche per questo che dietro colossi dell’alimentare come Carrefour, Coop, Esselunga o Conad, c’è un esercito di società di marketing con plotoni di esperti che studiano scontrini medi, frequenza di acquisto e altri indicatori fondamentali.

Tcc (con clienti come Billa, 7 Eleven, Statoil), Seri Jakala o Doxa. Si tratta di società che cercano di attrarre più clienti spingendoli ad aumentare la spesa. O meglio a “convogliare i consumi in un unico posto”. Tessere fedeltà per supermercati, pompe di benzina, compagnie aeree: i nostri portafogli sono pieni di tesserine di plastica usate dalle aziende non solo per fidelizzare. Non più, come spiega Enrico Mussetto, vicepresidente sales, retail e petrol di Seri Jakala, società specializzata nell’ideazione e implementazione di attività promozionali. È questa l’azienda (400 clienti e 170 milioni di fatturato) che ha curato l’operazione figurine di Esselunga.

Perché una cosa è certa, i vecchi programmi fedeltà funzionano sempre meno e anche se i volantini del “sottocosto” continuano a essere imbucati ogni giorno in migliaia di cassette della posta, resta un fatto: i consumi non aumentano. Tutt’altro. «L’obiettivo ora non è incrementare la spesa dei consumatori - puntualizza Mussetto - ma fargliela fare tutta in un unico posto offrendo qualcosa di più rispetto agli altri. Faccio un esempio: aumentano le famiglie con figli unici? Questi bambini sono coccolati dai nonni e dai genitori che assecondano sempre di più le loro richieste». Da questa intuizione è nata la campagna figurine Esselunga, andate letteralmente a ruba con gli album completi messi all’asta ancora oggi sul web dai privati.

Conad, oltre ad assumere un esperto marketing con 10 anni di esperienza Tesco, ha da poco deciso di abolire la ventennale raccolta punti con pentole e padelle considerata ormai obsoleta. «La tessera ora viene usata per buoni sconto - spiega l’amministratore delegato Francesco Pugliese - da usare a settembre, mese in cui le famiglie tornano dalle ferie con decine di incombenze. Abbiamo puntato su programmi fidelity per bambini che contribuiscono anche a far arrivare nelle scuole materiale didattico e attrezzature informatiche.

Quello che cerchiamo di fare - aggiunge - è analizzare le banche dati dei nostri clienti per capire quello che vogliono e offrirglielo al meglio. Ormai i volantini sono arrivati a pesare per un terzo del giro d’affari delle grandi aziende, c’è una forte pressione promozionale. L’80% del tonno che si vende nella Gdo, tanto per intenderci, è venduto in promozione con uno sconto medio del 30%. Ma con il risultato che l’industria che sta vendendo e la distribuzione che sta comprando perdono di vista i prezzi veri dei prodotti. Noi abbiamo puntato al private label, 150 prodotti a nostri marchi con prezzo fisso e scontato». C’è chi ha investito in tecnologia, con applicazioni per smartphone per geolocalizzare l’offerta migliore (e più vicina).

«La gente non ha più voglia di collezionare punti per un anno intero - aggiunge Nicolas Caruso, ceo di Loyalteam del gruppo Doxa, altro player delle ricerche di mercato - piuttosto che i dati di acquisto delle tessere si traccia un profilo del consumatore e gli si offre qualcosa di più personalizzato, rendendo accessibile l’inaccessibile. All’estero ad esempio Carrefour ha siglato una partnership con Kartell, in Francia i supermercati Cora hanno creato bijoux con cristalli Swarovski. Le donne rappresentano l’80 per cento della clientela della grande distribuzione: si analizzano i loro acquisti e si cerca di coccolarle con premi su misura in partnership con alcune case di moda o altre società».

Jenny Ward, 23enne di Atlanta, non è stata molto fortunata: una mattina di marzo in un supermercato della sua città ha usato la tessera fedeltà e ha comprato burro di cacao, integratori di zinco e magnesio, una borsa grande utilizzata anche per trasportare pannolini. La catena di supermercati ha cominciato a inviarle a casa delle offerte promozionali per neonati e donne incinte. Il padre di Jenny ha scoperto così che ad agosto sarebbe diventato nonno.

14 agosto 2014 | 14:06

La figlia non si laurea, stop all’assegno

La Stampa
marco neirotti e miriana rebaudo

Solo sette esami in dieci anni, “è inerte”: così il tribunale accoglie la richiesta del padre cassintegrato

rati
La coppia si separa e i genitori provvedono al mantenimento e agli studi della figlia, senza liti, in pieno accordo, volentieri. Ma passano gli anni e la tesi non si avvicina, ne passano ancora e la laurea non arriva. E a papà viene un dubbio: siamo sicuri che quel mio aiuto, così faticoso, vada a buon fine? Devo veramente continuare a pagare un’università che pare non esistere?

Il collegio del tribunale civile, presieduto dal giudice Alberto Haupt, ha dato ragione a un falegname cassintegrato di 54 anni, separato dal 2010, che si è rivolto alla magistratura per sapere almeno quanti esami la figlia ventinovenne - che vive con la madre infermiera - aveva realmente sostenuto: sette in una decina d’anni, prima di lasciare del tutto l’Università nel 2012, scordandosi di avvertire papà.
La storia è nata in seguito alle risposte evasive, alla nebbia che fasciava la difficoltosa carriera di studi della giovane donna, mentre il padre vedeva ridotte le proprie entrate dalla crisi economica nazionale. C’è voluta la magistratura per riuscire a vedere il libretto fantasma.

I giudici hanno esaminato la sempre più difficile situazione dell’uomo, hanno chiesto spiegazioni su quel silenzio di madre e figlia, hanno ascoltato le giustificazioni, accertato che non soltanto gli studi erano fatica del passato, ma che pure non c’erano iscrizione all’ufficio di collocamento e attivi sforzi per trovare un lavoro, soltanto l’invio di qualche curriculum qua e là. E hanno emesso l’ordinanza che sospende l’obbligo di mantenimento da parte del padre e revoca l’assegnazione della casa a moglie e figlia, ritenendo che per essa «il mancato svolgimento di un’attività dipende da un atteggiamento d’inerzia, da un rifiuto ingiustificato».

Addio all'ultimo zampognaro d'Irpinia

Il Mattino

rati
Addio all’ultimo zampognaro di Avella . Si spegne l’ultimo artefice della tradizione della zampogna, il settantatreenne Sebastiano Caruso è stato stroncato da un infarto fulminante. Aveva appena finito di occuparsi dei lavori in campagna: inutili i soccorsi. La morte di Caruso ha destato grande commozione ad Avella e nell’intero Baianese in cui era figura nota e apprezzata soprattutto perché, insieme al figlio, mandava avanti il rito natalizio della novena che a dicembre portava di casa in casa al ritmo della sua zampogna molisana.

Uno strumento che conservava con cura maniacale tant’è che ogni anno, prima dell’inizio delle novene, si recava in Molise per cambiare i pezzi e far accordare la vecchia cornamusa. Sebastiano Caruso era un instancabile agricoltore ma la sua più grande passione era la musica. Un dono che amava condividere con la sua comunità visto che negli anni passati aveva l’usanza di comporre un piccolo gruppo di musicisti con cui, durante le festività della Madonna delle Grazie, svegliava il paese al ritmo del suo flauto e di altri strumenti.


giovedì 14 agosto 2014 - 12:16   Ultimo agg.: 12:27