domenica 17 agosto 2014

Estate al freddo ma a lavorare sono solo i cinesi

Vittorio Feltri - Dom, 17/08/2014 - 15:00


Meteorologia, economia e astrologia non solo fanno rima: fanno anche ridere, perché non ne azzeccano una. E non ho citato la demoscopia - la scienza dei sondaggi - per pietà: tutti ne ricordano le gaffe nelle ultime tornate elettorali. Ferragosto inzuppato, ferragosto sfortunato. Non c'è località di villeggiatura che non sia stata funestata dal maltempo, e continua a piovere sul bagnato. Il turismo italico, che già galleggiava a stento per propria incapacità a reggere la concorrenza di altri Paesi, ha rischiato di affondare.

Ai temporali, recentemente si sono aggiunte le bombe d'acqua: una novità distruttiva. Qualche anno fa sui giornaloni si leggevano in questa stagione editoriali di presunti esperti che mettevano in guardia contro la minaccia della siccità. Giovanni Sartori, sul Corriere delle Sera , si esercitava in catastrofiche previsioni sulle sorti del pianeta: moriremo tutti disidratati, diceva dall'alto della sua saggezza. Un ottimista, al confronto di Fulco Pratesi, altra firma specializzata in calamità prossime venture, che scrisse un memorabile articolo sulla prima pagina dello stesso quotidiano, per insegnare a noi tapini come ritardare la sciagura - comunque inevitabile - della desertificazione. Raccomandava ai lettori di seguire i suoi consigli: bandire la doccia, quantomeno limitarla a un giorno sì e un giorno no; azionare raramente lo sciacquone del cesso; non cambiarsi le mutande ogni mattina, tanto chi le vede?

Stando alla pubblicistica chic, il caldo estivo non era normale, bensì annunciava l'arrivo di un'era caratterizzata da aridità e arsura. Moriremo di sete, gridavano i menagramo. Sbagliato, al massimo moriremo di fame o per affogamento. Se c'è una cosa che abbonda dalle nostre parti è l'acqua, che dal cielo scende a secchiate sulle nostre teste e non ci concede requie. Abbiamo trascorso la primavera e l'estate con i piedi nelle pozzanghere. L'unico settore che ne ha tratto vantaggio è stato quello degli ombrelli. Per il resto è una tragedia. Anche l'economia è fradicia: basta guardare i dati forniti dall'Istat, da cui si evince amaramente che la crescita è un'illusione, mentre il calo è una realtà. Matteo Renzi cerca a modo suo - a parole - di minimizzare la portata delle statistiche negative dicendo che il Pil è un valore astratto del quale bisogna fregarsene.

Dello spread non si parla più, dimenticato. Era importante quando si trattava di silurare Silvio Berlusconi, ora conta quanto il due di picche quando la briscola è a bastoni. Perfino la spending review è tramontata al pari della moda del loden: roba vecchia, superata come Mario Monti, caduto in un baleno dalla grazia alla disgrazia lasciandosi alle spalle un cumulo di rovine. Povero professore. Accolto quale uomo della provvidenza che liberava i connazionali dalla dittatura del Cavaliere, venne cacciato da un altro liberatore, Enrico Letta, anch'egli poi sostituito da un terzo liberatore, Matteo Renzi, eccellente imbonitore. Se tiriamo le somme ci accorgiamo che i rapidi avvicendamenti a Palazzo Chigi, lungi dall'aver giovato alla patria, l'hanno affossata.

In meno di un triennio il bilancio è peggiorato parecchio. Si è registrato un solo aumento considerevole: quello della miseria. Abbiamo globalizzato i pidocchi e varie malattie infettive, non le merci, che giacciono invendute. Ci consoliamo constatando che anche la Germania arranca. Sai che soddisfazione. Economisti, politologi, sociologi e altri «ologi» si affannano nella ricerca della causa della crisi e nel proporre adeguate terapie. I loro sforzi sono vani. Serve piuttosto osservare il panorama squallido che ci circonda.

Esperienza personale. Ieri, 16 agosto, esco di casa, percorro in città chilometri e chilometri; una fila interminabile di saracinesche abbassate. Eppure è sabato, giorno feriale. A dire il vero, su cento negozi chiusi, uno è aperto. Chi sono queste mosche bianche che lavorano? Verifico. Sono cinesi. Hanno rilevato bar e tabaccherie. Lavorano da mane a notte. Anche i parrucchieri da uomo e da donna sono orientali iperattivi. I piccoli supermercati a orario continuato sono pure gestiti da questa gente instancabile. Che sta accadendo in Italia? Compulso le statistiche e scopro che l'occupazione tra gli stranieri è salita in pochi mesi del 4 per cento, mentre quella dei compatrioti è precipitata. La disoccupazione generale naviga intorno al 12 per cento. Un contrasto illuminante.

I commercianti e gli imprenditori extracomunitari si danno da fare e incrementano i loro affari. I nostri sono costretti a vendere baracca e burattini, non resistono. Perché? D'accordo, il fisco uccide. Ma c'è altro. I cinesi e affini sgobbano 15 ore al dì per dodici mesi e si accontentano di 12 mensilità. I signorini del Belpaese, tra ferie, permessi e assenze più o meno giustificate, sono impegnati 10 mesi l'anno, percepiscono 14 mensilità e, terminate 8 ore quotidiane, badano ai casi propri.

Ecco perché perdiamo. Non c'è partita tra chi ha fame e suda senza fiatare e chi, avvezzo al benessere e tutelato dai sindacati e da una normativa folle, non accetta di sostenere sacrifici. Non è tanto la crisi che ci ammazza, ma il benessere e la pigrizia che esso ha indotto. La strada della ripresa è in salita, come negli anni Cinquanta e Sessanta quando anche tutti noi eravamo cinesi e non (piccoli) borghesi.

La "spia" nei nostri smartphone, la vita privata a rischio hacker

Libero

a.it
La privacy del vostro cellulare è a rischio. Non solo applicazioni prodigiose. Nei cinquecento milioni di Apple iPhone, oggi in circolazione, ci sarebbe molto più di quanto gli utenti non riescano a immaginare: in particolare una porta segreta attraverso la quale potrebbero uscire le informazioni personali senza il consenso degli interessati. Il sistema operativo iOs, cervello dell’iPhone, come racconta il Corriere, è sospettato di un serio deficit di sicurezza, un varco che consentirebbe di trasformare lo smartphone in una "spia della rete". Ma il dubbio più clamoroso è che queste funzionalità siano attuabili da remoto, cioè a distanza: cosa che spinge gli esperti a ritenere che siano state inserite per scopi che poco hanno a che fare con l’esigenza di compiere interventi antivirali sul prodotto.

La rivelazione - L’autore della scoperta è l’informatico americano Jonathan Zdziarski, che l’ha resa pubblica durante la Hackers On Planet Earth Conference di New York. Zdziarski è considerato uno dei maggiori esperti globali di informatica forense e sicurezza: consulente di governi e grandi aziende, è stato un celebre hacker, noto con il nomignolo di NerveGas (gas nervino). Le sue rivelazioni alla Conferenza di New York hanno impressionato gli esperti come Giovanni Pau, informatico del Computer Science Department presso la Ucla di Los Angeles, e il suo collaboratore Davide Pesavento.

"Colpisce soprattutto - dice Pau - il meccanismo, attivabile a distanza, che trasforma l’iPhone in uno sniffer: in questo modo, ad esempio, il telefono potrebbe catturare tutti i pacchetti di informazioni che riceve in Wi-Fi e salvarli da qualche parte. Cinquecento milioni di iPhone potrebbero, se opportunamente attivati, diventare delle spie del traffico sulla rete Wi-Fi". Tra le informazioni che si possono acquisire a distanza, secondo Zdziarski, ci sono gli account (email, Facebook, Twitter, iCloud), le memorie cosiddette cache (rivelano che cosa l’utente sta facendo in rete o quali siti visita), la cache del Gps (indica dov’è stato l’utente

Il sindaco Pd respinge gli immigrati

Giannino della Frattina - Dom, 17/08/2014 - 10:59

Il caso a Montichiari (Brescia)


a.it
Milano - L'accoglienza dei profughi piace molto alla sinistra. A patto però che a farla siano gli altri. La più classica sindrome Nimby, Not In My Back Yard, «non nel mio giardino». Una volta erano le centrali nucleari che fanno calare la bolletta, ma che è preferibile mettere in una nazione vicina. Oppure gli inceneritori che risolvono i problemi dell'immondizia, ma che nessuno vuole nel proprio comune. Oggi, è triste dirlo, si parla di uomini. E per questo l'ipocrisia più difficile da digerire. L'inevitabile risultato di una politica estera diventata inefficace e di frontiere trasformate in colabrodo. Già 117mila gli arrivi in Italia con la missione Mare nostrum e 500 gli scafisti arrestati. Non più un fenomeno, ma un flagello.

Il fatto è che dopo averli raccolti, da qualche parte bisogna pur sistemarli. Accoglierli, dice una sinistra a cui non dispiacciono gli affari delle cooperative sociali con il ministero dell'Interno nel business dell'immigrato. O i sindacati che, persi i lavoratori italiani, fanno tessere (e incassi) con gli stranieri. A cui bisogna però promettere il diritto di voto.

E fin qui la teoria. Che sembra funzionare, salvo poi scontrarsi con la realtà. Con i cittadini in carne e ossa. E allora per la sinistra sono dolori. Come è capitato a Montichiari, florida cittadina della ricca provincia bresciana che ha appreso con sconforto il decreto del Viminale che destina l'ex caserma Serini a centro di accoglienza temporaneo. Già in arrivo duecento profughi provenienti dal Nordafrica. «Una vergogna», ha tuonato il vice capogruppo della Lega in Regione Lombardia Fabio Rolfi. Scontato.

Altrettanta scontata la protesta del sindaco di una zona da sempre ad alta densità leghista. Meno scontato il fatto che Mario Fraccaro sia stato eletto con i voti del Pd e degli «alfaniani» del Nuovo centrodestra. E che a spingere la sua campagna elettorale fosse arrivato anche Matteo Renzi. «Se si dice duecento - ha protestato Fraccaro davanti alle telecamere Rai - saranno molti di più». E poi «ci saranno problemi di sicurezza». Come a dire teneteveli voi. L'accoglienza dei profughi «pregiudicherebbe un possibile sviluppo della zona dove convergono il polo fieristico, l'alta velocità, un possibile prolungamento della metropolitana». A Montichiari su 25mila abitanti, ci sono già 5mila extracomunitari regolari.

«La polizia locale - si ribella - non sarebbe in grado di gestire eventuali criticità della struttura e, tanto meno, problematiche sanitarie». Sicurezza e problematiche sanitarie. Par di sentire la Lega. E poi, si lamenta Fraccaro, la caserma è chiusa dal 2011 e cade a pezzi. Dal ministero dicono di arrangiarsi. Con tende e prefabbricati. Intanto i profughi li manderebbero. Questa è l'Italia.

La mezzaluna ci dominerà e l'Occidente resta a guardare

Luca Doninelli - Dom, 17/08/2014 - 08:10

Il nostro errore: le mobilitazioni di piazza si organizzano per cause futili


a.it
Nel giorno dedicato alla preghiera affinché cessi la persecuzione contro i cristiani nel mondo mi trovo nel sud della Francia, in un angolo di paradiso frequentato da persone pacifiche e generalmente ricche. Nulla contro i ricchi, naturalmente, a parte un certo contagioso effetto-ottundimento. In questi giorni gli intellettuali, della cui schiera faccio parte per mestiere, sono troppo occupati a raccogliere firme contro Amazon (che io, viceversa, amo) per mobilitarsi contro i massacri di cristiani.

Capisco il loro imbarazzo: il cristianesimo è un rimasuglio del passato e i cristiani vengono torturati, uccisi e gettati vivi nelle fosse comuni solo perché custodi di quel rimasuglio. Certo, possono essere difesi in quanto «esseri umani»: un argomento un po' debole, però, se si considera a cosa è stato ridotto l'«essere umano» nell'epoca delle biotecnologie.

In realtà, però, anch'io, che m'indigno e protesto, in fondo faccio solo il mio mestiere: rispetto ai firmatari contro Amazon cambiano gli obiettivi, ma la vita che conduco alla fine è la stessa. In questo angolo di paradiso, l'indifferenza è un sentimento facile, e non si esprime in un «chi se ne frega», come vorremmo, perché il mondo non è fatto di buoni e cattivi. No. L'indifferenza si esprime spesso nella forma dell'indignazione, di un «ah no, questo è troppo», talvolta nella forma dell'iniziativa umanitaria, dell'assegno, dell'offerta a distanza. Io non so se tutto questo possa farci sentire la coscienza a posto, visto che io la coscienza a posto non l'ho mai avuta. Ma non credo. Credo piuttosto che faccia capolino, come tra le nuvole, un sentimento di impotenza, di inadeguatezza.

Anche nel sud della Francia si va a messa. Dove sono andato io c'erano fedeli di ogni lingua, ma la loro somma era molto esigua. Il prete, vecchissimo, invitava a pregare per i cristiani dell'Irak, ma la sua voce era flebile, e superava a fatica il confine del presbiterio. Tra dieci anni, mi sono detto, anche qui sventolerà l'insegna della mezzaluna. E mentre lo pensavo ho capito che cos'è l'indifferenza: non che questa cosa non mi dispiacesse, ma in fondo la consideravo come parte del corso naturale delle cose. Questa è la deriva vera: non il sentimento dell'indifferenza, ma questo giudizio (pseudoscientifico) secondo cui tutto va come deve andare. I punti di resistenza sono sempre meno numerosi: il buco nell'ozono, il surriscaldamento del pianeta, le specie animali a rischio estinzione, la dittatura informatica (vedi Amazon ). E poco altro.

Di fronte a tutto questo, che cosa ha da offrirci il cristianesimo, artefice di una civiltà che adesso lo rifiuta? Il cristianesimo ci offre la sorpresa della persona umana. Se il corso naturale degli eventi sentenzia che, nel mio angolo di paradiso, tra dieci anni sventolerà la mezzaluna, nulla può evitare che un giovane prete dalla fede ardente venga mandato qui, e che tra dieci anni grazie al suo lavoro la fede nel sud della Francia (o da qualunque altra parte) sia cresciuta anziché sparire. Già le testimonianze dei cristiani irakeni lo dimostrano: la persecuzione li sta aiutando a rendere più forte la loro fede.

Il cristianesimo non fa propaganda: la sua sede non è Roma, o Parigi, o New York, ma la persona umana, l'io. E l'io non si prevede, non appartiene al corso predeterminabile degli eventi. Perciò la Chiesa ha come suo primo compito l'educazione della persona, la crescita dell'io, la formazione di uomini che siano protagonisti: non per comandare, per dirigere stati o grandi aziende, ma per essere pronti ( estote parati !) a rispondere al grido che si leva dal mondo. Al cristianesimo non serve contrapporsi al corso degli eventi, né prendere le armi o fare grandi proclami. Servono uomini come questi, personalità adulte pronte non a grandi azioni, ma solo a dire «sì» a Cristo. Il resto, pagare con la vita (come San Pietro) o vivere fino a cent'anni su un'isola (come San Giovanni) è secondario.

Al Gore fa causa ad Al-Jazeera: “Violato il contratto d’acquisto per Current Tv”

La stampa
paolo mastrolilli

Secondo l’ex vicepresidente Usa, l’emittente del Quatar avrebbe bloccato il pagamento di 65 milioni di dollari

a.it
L’amore tra l’ex vicepresidente americano Al Gore e la televisione del Qatar Al Jazeera è già finito. Come spesso accade, per una questione di soldi. Gore, infatti, ha fatto causa al tv della famiglia reale, accusandola di frode: non avrebbe rispettato i patti per l’acquisto della sua Current Tv, cercando di portargli via 65 milioni di dollari.

Gore aveva fondato il suo network con altri soci nel 2004, allo scopo di creare una emittente rivoluzionaria, capace di raggiungere il pubblico più giovane soprattutto grazie all’uso di internet, che in una famosa gaffe l’ex vice presidente aveva sostenuto di aver inventato. Su piano politico, puntava a fornire informazione di stampo liberal e ambientalista, per contrastare la tv conservatrice di Murdoch Fox News, e fare la concorrenza a MSNBC. Le cose non erano andate bene, però. Current TV non era mai davvero decollata: pur raggiungendo circa 43 milioni di case americane, e pagando a Gore uno stipendio annuale di 1,2 milioni di dollari, continuava ad accumulare debiti. Così l’anno scorso era nata l’idea di venderla. 

Al Jazeera era parsa subito la soluzione migliore, per due motivi: aveva i soldi della famiglia reale del Qatar, e l’interesse a sbarcare nel mercato Usa, lanciando la sua succursale Al Jazeera America. Un matrimonio deciso in cielo, insomma: soldi a Gore e ai suoi soci, per liberarsi di un progetto che non funzionava, e accesso immediato agli Stati Uniti per la tv araba. Qualche dettaglio, tipo le posizioni politiche di Al Jazeera sul Medio Oriente, o l’ambientalismo di Al che andava contro gli interessi dei grandi produttori di petrolio, avrebbero consigliato di riflettere di più sull’idea, ma i 500 milioni di dollari arrivati da Qatar avevano contribuito a superare in fretta ogni ostacolo.

Gore e i suoi soci avevano detto di essere eccitati all’idea di collaborare con gli amici arabi, e infatti dopo aver pagato i debiti all’ex vice presidente sarebbero rimasti in tasca almeno 70 milioni di dollari netti.

Un anno dopo, però, il matrimonio scritto in cielo è finito in tribunale, con una causa che Al ha presentato attraverso David Boies, lo stesso avvocato che lo aveva difeso nel 2000 durante la battaglia con George Bush davanti alla Corte Suprema per stabilire chi aveva vinto la Florida. Gore sostiene che Al Jazeera si è rimangiata gli impegni, bloccando 65 milioni di dollari di pagamenti destinati alle sue tasche. Nello stesso tempo lo sbarco negli Usa della tv del Qatar non è stato travolgente, e quindi forse i suoi proprietari stanno tentando di fare qualche risparmio. Ne discuteranno in tribunale, perché su al Qaeda o i cambiamenti climatici le divergenze non erano poi così incolmabili, ma sui soldi non si transige.

La social card fa flop. Poveri bocciati all’esame dell’Inps

La Stampa
andrea rossi

Requisito base, un reddito Isee sotto i 3mila euro. I Comuni: soglia troppo bassa, fondi inutilizzabili

a.it
Per lo Stato italiano chi ha un reddito superiore a 3 mila euro all’anno non può essere definito povero. Non ha diritto a un sostegno; ce la fa benissimo da solo. Gli altri, quelli che a 3 mila euro non arrivano, possono invece aspettare. 
Un paese che volesse davvero prendere a picconate la sua asfissiante burocrazia forse potrebbe partire da questo rompicapo chiamato social card, che alla fine dello scorso anno avrebbe dovuto assegnare un piccolo contributo mensile a 50 mila persone - così aveva annunciato il governo - e che invece non ne coinvolgerà più di 11 mila, ma non ha versato un euro quasi a nessuno, nonostante i soldi siano disponibili da un anno. 

È il 10 gennaio 2013: uno degli ultimi atti firmati dall’allora ministro Fornero rivede la vecchia social card introdotta dai governi Berlusconi sperimentandola nelle 12 città con più di 250 mila abitanti. Prevede di erogare da 231 a 404 euro al mese, a seconda dei casi, per un anno. In estate il governo Letta avvia le procedure. I comuni pubblicano i bandi per raccogliere le domande. Ne arrivano meno del previsto, ma le città (quasi tutte) fanno la loro parte: assemblano le graduatorie e le inviano all’Inps.

Il governo ha promesso di staccare i primi assegni a dicembre, il tempo c’è. Invece l’Inps risponde a marzo. Ed è una falcidia: a Torino vengono accolte 350 domande su 4900, a Napoli 880 su 2.800, a Bari 321 su 1.100, a Milano 600 su 1500, a Firenze la miseria di 66 su 500. I poveri non sono abbastanza poveri. Almeno, lo sono per i comuni in cui risiedono, dove spesso sono seguiti dai servizi sociali, ma non per l’Inps, che ha fissato paletti così rigidi da rendere la social card un “benefit” per pochi e sfortunatissimi intimi: bisogna avere un reddito Isee inferiore a 3 mila euro, figli a carico, una casa con rendita bassissima, non aver acquistato un’auto o una moto nell’ultimo anno e mille altri requisiti.

Mentre chi ha fatto domanda aspetta, i comuni ingaggiano un durissimo braccio di ferro con l’Inps: le graduatorie vengono limate, riviste, contrattate. Passano altri mesi: Catania, Palermo, Milano e Torino a giugno hanno la lista definitiva, le altre annaspano ancora. Roma, il 31 luglio, ha inviato la sua graduatoria di 5.482 nomi e chissà quando riceverà la risposta. I beneficiari aumentano: oggi sono 6 mila, Roma esclusa. Ma dopo 14 mesi quasi nessuno ha ricevuto i soldi promessi per lo scorso dicembre. Gli intoppi non finiscono mai: superata la mannaia dell’Inps, l’aspirante beneficiario deve vedersela con le poste. La social card funziona come un bancomat: bisogna ritirare prima la tessera e poi il codice pin. Quindi attivarla e sperare che prima o poi qualcuno la carichi, cioè accrediti il denaro.

Invece c’è chi ha la tessera ma non il pin, chi ha il pin ma non riesce ad attivarla e chi ha tutto ma scopre che è scarica. Finora meno di mille persone hanno ricevuto il contributo: 347 a Torino, circa 200 a Bari, forse altrettanti a Palermo. Il condizionale è d’obbligo perché i comuni hanno perso il controllo della situazione. «Io non so chi ha ricevuto la social card e chi no», racconta Agnese Ciulla, assessore alle Politiche sociali di Palermo. «L’Inps non ci dice nulla». E allora come fate a sapere che non sono arrivate né le tessere né i soldi? «Perché chi aspettava questo sostegno ha perso la pazienza e non sapendo a chi chiedere e con chi prendersela, viene in Comune». Palermo, Torino e Catania useranno tutti i soldi a disposizione. Le altre città, se va bene, ne useranno la metà. 

Il governo è corso ai ripari. «Servono procedure più snelle», spiega Franca Biondelli, da maggio sottosegretario alle Politiche sociali. «Le persone hanno bisogno di risposte rapide, invece questo sistema si è rivelato lento». Per le future social card sono stati stanziati 170 milioni e il ministero ne ha chiesti altri. «La estenderemo a tutti i comuni, garantendo loro maggiore autonomia». Ma è già certo che i 50 milioni disponibili da giugno del 2013 verranno usati solo in parte: nella migliore delle ipotesi - cioè se Roma riuscirà a spendere tutta la sua dotazione - si arriverà a 36 milioni. In un paese con 10 milioni di poveri - secondo l’Istat - lo Stato non è riuscito a trovarne 50 mila. 

Chiuso per crisi”. La Gran Bretagna dice addio al pub

La Stampa
alessandra rizzo

Il caro-affitti spinge in alto i prezzi, clienti in fuga. Per secoli i pub sono stati un’istituzione della Gran Bretagna

a.it
«Nella nostra strada c’erano tre pub, ora siamo rimasti solo noi», racconta David Law, gestore del pub The Eagle a Londra. La vita non è facile nemmeno per lui e per il suo pub, un piccolo locale che esiste da 160 anni, con poltrone in pelle, tavolini di legno e muri rossi. «Non mi sorprende che la gente non vada più al pub», dice. «La maggior parte dei lavoratori non se lo può permettere».

Per secoli i pub sono stati un’istituzione della Gran Bretagna. George Orwell in un saggio de 1946 descriveva il suo pub ideale: architettura vittoriana, un camino per l’inverno e un giardino per l’estate, e clienti abituali attratti tanto dalla buona birra quanto dalla buona conversazione. Orwell confessava che quel luogo non esisteva se non nella sua immaginazione, ma altri gli andavano vicino. Erano anni in cui le «public houses», com’erano originariamente chiamate, rappresentavano ancora luoghi d’incontro e riti sociali, in cui si poteva ascoltare musica, partecipare a giochi da tavolo e fare amicizia.

A distanza di decenni, i pub sono in difficoltà, e molti semplicemente non esistono più: circa diecimila pub in dieci anni sono stati costretti a chiudere, vittime di cambiamenti sociali, prezzi di affitto e manutenzione elevati, e crisi economica. «E’ diventata un’esperienza per la classe media», sostiene Law, il cui pub si trova in una stradina nel quartiere di Battersea, a sud del Tamigi. Il personaggio di Moriarty, nemesi di Sherlock Holmes, era basato, dicono, su uno degli avventori.
Secondo gli ultimi dati della British Beer and Pub Association, nel 2012 i pub erano 49.400 rispetto ai 60.100 del 2002 e ai 52.400 del 2009.

Il gruppo Campaign For Real Ale (Camra) ha invitato migliaia di visitatori al festival della birra, svoltosi nei giorni scorsi a Londra, a sostenere un’iniziativa a difesa dai pub. Secondo il gruppo, chiudono trentuno pub a settimana, meno rispetto al picco della crisi ma più dell’anno scorso, nonostante l’economia del paese vada meglio. Il declino è dovuto anche a cambiamenti di costume. Il divieto di fumo nei luoghi pubblici del 2007 ha spinto i fumatori più accaniti a restare a casa. Inoltre gli inglesi, almeno nelle grandi città, sono diventati più attenti alla salute o più esigenti: talvolta prediligono un bicchiere di Chianti ad una pinta di birra. 

Nelle piccole località, dove i pub restano spesso punti di aggregazione sociale, molti sono stati spazzati via da negozi di grandi catene commerciali. Nella cittadina di Pakefield, nel Suffolk, i residenti si sono mobilitati contro la chiusura del Tramway Hotel, un pub di 110 anni che, come nella tradizione, ospita anche stanze d’albergo. «Non vogliamo un altro supermercato», lamenta Bob Blizzard, promotore della campagna. «Il pub è un simbolo della nostra comunità». Il supermercato, spiega, non solo priverebbe i residenti di un luogo di ritrovo, ma rischierebbe di far chiudere piccoli alimentari e altri esercizi. 

E’ contro questo fenomeno che Camra ha lanciato la campagna «I Pub Sono Importanti», che mira a rendere più difficile la riconversione di un pub in un altro esercizio commerciale. Quaranta deputati hanno dato il loro sostegno alla proposta. Per molti, il problema principale è legato al sistema delle licenze. Nella maggior parte dei casi chi gestisce un pub non possiede il locale ma firma un contratto con uno dei grandi gruppi per l’affitto e la fornitura di birra. I titolari della licenza sostengono di essere vittima di condizioni capestro che li costringono ad aumentare i prezzi al consumatore e lasciano loro margini di profitto minimi. Le compagnie proprietarie ribattono che i prezzi sono equi e il processo trasparente.

Law si trova in questa situazione. Eppure, dice, basterebbe abbassare un po’ i prezzi per far tornare i clienti. «Certo la società è cambiata, ma noi inglesi siamo gente socievole. Il motivo stesso per cui l’idea del pub è sopravvissuta per centinaia di anni è che ci piace uscire, incontrare gli amici e passare la serata a bere e chiacchierare. Ma si può fare solo se i prezzi sono ragionevoli».