venerdì 22 agosto 2014

IPhone 6, scatta il conto alla rovescia Segreti (e prezzi) dello smartphone

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Il debutto del nuovo «Melafonino» è previsto per il 9 settembre. «Contingentati» i pezzi con lo schermo in zaffiro; la versione più grande nel 2015. Costo orientativo: 950 euro


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Sono lontani i tempi in cui Steve Jobs saliva sul palco e prendeva tutti in contropiede, e con il fiato sospeso, con l’ultimo dispositivo pronto a sbarcare sul mercato. Oggi delle prossime novità tecnologiche in rampa di lancio, di Apple e non solo, si sa tutto o quasi settimane prima che vedano la luce. Melafonino compreso. La data di debutto dell’iPhone 6 in tutte le sue ipotetiche varianti, il 9 settembre, è nota da inizio agosto mentre il tam tam sulla diagonale da 5,5 pollici, oltre a quella classica da 4,7, va avanti da mesi.

iPhone 6, le nuove immagini iPhone 6, le nuove immagini
 
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Indiscrezioni su schermo e prezzo
Le ultime indiscrezioni sono relative allo schermo e al prezzo, con un rapporto di causa ed effetto. Il display dell’iPhone 6 dovrebbe essere caratterizzato dal più resistente vetro zaffiro, anche se in numero limitato. Secondo gli ultimi dati di Digitimes, coerenti con precedenti spifferi pubblicati dal Wall Street Journal , ce ne sarebbe solo per una cifra compresa fra 1,35 e 2,25 milioni di pezzi da 5,5 pollici.
Versione più grande dal 2015
Se i numeri dovessero essere reali vorrebbe dire che la versione più grande, particolarmente attesa dagli amanti della Mela tentati dalle dimensioni della concorrenza, verrà distribuita in maniera massiccia solo nel 2015. L’analista di Jp Morgan Rod Hall, interrogato da Cnet, è sostanzialmente d’accordo: sarà zaffiro, ma non da subito e soprattutto non entro fine 2014. Abbiamo quindi tempo per prepararci all’aumento di prezzo conseguente a costi di produzione più consistenti, Digitimes fa riferimento a 100 dollari per unità a fronte dei 5-10 dei display tradizionali mentre il Wsj si è tenuto su 13 dollari differenza.
Quanto inciderà sulle nostre tasche
Un’ipotesi di come queste cifre potrebbero incidere concretamente sulle nostre tasche è arrivata dal sito spagnolo Movilzona , che avrebbe messo le mani sui listini dell’operatore Telefonica: si parla di 950 euro per il fantomatico 5,5 pollici e 750 per il 4,7. Una cinquantina di euro in più rispetto al già salato cartellino dei precedenti modelli che in Italia potrebbe portare le cifre a 780 e 980 euro. Ad alzare l’asticella potrebbe essere anche la presenza di una versione da 128 GB, scovata in un documento da GeekBar.
Il sensore Nfc e i nuovi iPad
Altra novità data ormai per certa è l’arrivo del sensore Nfc che permetterà all’iPhone di interagire con altri dispositivi nel raggio di pochi centimetri e potrebbe segnare l’ingresso ufficiale di Apple nel settore dei pagamenti mobili. E ancora, fra le novità è coinvolto, e come potrebbe essere altrimenti, anche il cavo del Melafonino in arrivo. Dovrebbe trattarsi, come mostra il blogger australiano Sonny Dickson, di un cavo Lightning con connettore USB reversibile. Come l’estremità che inseriamo nell’iPhone, anche quella USB non dovrebbe quindi comportare differenze nei due versi. Da Bloomberg arrivano invece indizi sui nuovi iPad: il 9,7 pollici dovrebbe arrivare in autunno, mentre il Mini debutterà sugli scaffali dei negozi giusto in tempo per gli acquisti natalizi.
martinapennisi

22 agosto 2014 | 13:03

Londra più insicura di Napoli? Caro assessore, meglio stare zitti

Corriere del Mezzogiorno

Lettera di un docente universitario: siamo al surreale


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Reduce da una prima mattinata da incubo in metropolitana (attese bibliche, inspiegati mutamenti di percorso), leggo con divertito stupore che l’assessore Daniele ha inviato una lettera all’ambasciatore britannico in Italia in cui sostiene che Londra è più pericolosa e meno ospitale di Napoli. Siamo al surreale.

Per motivi professionali, a Londra ci vado spesso e posso attestare senza tema di smentite che l’assessore è male informato. Malissimo informato. Ma non parliamo di Londra. Chi ci è stato sa che cosa intendo. Parliamo di Napoli: la città è sporca, la parietaria lungo i muri ha raggiunto altezze amazzoniche, i pochi autobus sono infestati dai borseggiatori, il turista è quasi sempre visto come una preda, di altri disservizi taccio per pudore. O siamo diventati ciechi? Meglio starsene zitti, signor assessore, meglio starsene zitti.

La stampa Gb: “Ecco chi sono i jihadisti di Londra”. L’Isis scrisse una mail alla famiglia Foley

La Stampa

Un medico di East London in cima alla lista dei sospetti: il fratello 21enne potrebbe essere “John”. Le forse speciali britanniche pronte a entrare in azione. E il Global Post rivela: l’annuncio dell’esecuzione via posta elettronica una settimana fa. “Gli Usa la pagheranno, siamo assetati di sangue”. Il Papa telefona ai genitori del giornalista


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Tre nomi e una pista precisa: l’intelligence britannica sembra vicina all’identificazione dei jihadisti del Regno Unito che si sono uniti all’Isis e in particolare dell’uomo conosciuto come “John”, l’autore della decapitazione del giornalista americano James Foley. Secondo fonti investigative citate dal “Daily Telegraph” di Londra, il personaggio-chiave su cui si concentrano le indagini è un medico di East London, Shajul Islam, 28 anni, già arrestato e poi scarcerato nel 2012 con l’accusa di aver partecipato al sequestro del giornalista britannico John Cantile. Il medico e il fratello Razul, 21 anni, si sono recati in questi anni più volte in Siria e in particolare Razul Islam è sospettato di far parte adesso dell’Isis. Non è escluso che possa essere lui “John”.

Il governo di David Cameron, secondo la stampa britannica, ha mobilitato i commando delle forze speciali dei Sas che sarebbero pronte a entrare in azione per tentare di catturare i jihadisti dovunque si trovino.


UNA FOTO DI SHAJUL ISLAM PUBBLICATA DAL “TELEGRAPH”


Altri due nomi trapelati sui giornali inglesi e diventati ora i “Most Wanted” sono quelli di Jubayer Chowdhury, 24 anni, che era stato incriminato (e scagionato) con Shajul Islam, e Aine Davis, 30 anni, di West London, un ex trafficante di droga e membro di una gang convertito all’islam che è partito per la Siria per partecipare alla jihad. Intanto negli Usa spunta una mail che i rapitori di Foley inviarono alla famiglia preannunciando l’esecuzione. «Quanto a lungo la pecora seguirà il pastore cieco?», comincia la mail, ricevuta dalla famiglia Foley il 12 agosto. Lo Stato islamico (Isis) in quell’occasione annunciò che avrebbe eseguito «l’esecuzione» del giornalista. Il filmato della barbara decapitazione è stato poi diffuso una settimana più tardi, il 19 agosto.

Il GlobalPost, la testata con cui collaborava il reporter, ha diffuso il testo della mail, con l’autorizzazione della famiglia. Si tratta, di un «messaggio al governo americano e al suo popolo di cittadini-pecore». «Vi abbiamo lasciati stare sin dalla vostra vergognosa sconfitta in Iraq», si legge nel testo, in cui si afferma inoltre che «la feccia della vostra società che viene tenuta prigioniera da noi ha tentato di entrare nella tana del leone ed è stata divorata». «Vi sono state date molte occasioni di negoziare il rilascio della vostra gente, con transazioni finanziarie, come altri governi che hanno accettato» ha scritto ancora l’Isis, ma GlobalPost precisa che in realtà dopo oltre un anno da rapimento senza alcun contatto, il primo messaggio dei rapitori è arrivato il 26 novembre 2013, con una richiesta di denaro.

Dopo che è stato provato che proveniva da chi deteneva davvero James Foley, è arrivata una sola richiesta di 100 milioni di euro o il rilascio di prigionieri non precisati da parte degli Usa. «Ora siete tornati nuovamente a bombardare i musulmani in Iraq, questa volta con attacchi aerei e `eserciti per procura´, rimanendo in maniera codarda lontano da un faccia a faccia», affermano ancora i sequestratori, che si dicono «assetati del vostro sangue», e affermano infine che «voi e i vostri cittadini pagherete il prezzo dei vostri bombardamenti. Il primo dei quali sarà il sangue del cittadino americano James Foley! Sarà eseguita la sua esecuzione, come un risultato diretto delle vostre trasgressioni nei nostri confronti». Ancora una volta gli Usa hanno messo in chiaro che con i jihadisti non trattano, quale che sia la posta in ballo.

Per la liberazione di James Foley i miliziani dello Stato Islamico in Iraq e Levante avevano chiesto un riscatto di 100 milioni. Per tentare di liberare lui e altri ostaggi Usa in mano all’Isis, Obama ha invece scelto di passare all’azione: ha inviato in Siria le teste di cuoio, militari dei reparti scelti Delta Force e Navy Seal, che però non hanno avuto successo. Gli ostaggi erano già stati portati via. Ma la strategia militare Usa contro l’Isis comunque andrà avanti, è ha lungo termine, ha detto il segretario alla Difesa Chuck Hagel. «Dobbiamo essere preparati a tutto. L’Isis è al di là di tutto quello che abbiamo visto» ha detto in una conferenza stampa, aggiungendo che i raid aerei Usa «hanno aiutato le forze irachene a fermare l’avanzata dell’Isis verso Erbil e riconquistare la diga di Mosul», ma si prevede che i miliziani dell’Isis «si riuniscano di nuovo e tentino nuovi attacchi».

Il segretario alla Difesa Chuck Hagel ha espresso rammarico per il fallimento del raid delle forze Usa in Siria per liberare James Foley e altri americani detenuti dall’Isis e si è detto «molto orgoglioso» dei militari che via hanno preso parte. Allo stesso tempo, ha porto le sue condoglianze alla famiglia Foley. Anche Papa Francesco ha fatto le condoglianze alla famiglia di Foley, di persona, con una telefonata, alla loro casa nel New Hampshire, come riferito dal sacerdote gesuita americano James Martin.



Ma più degli occidentali andati in Siria preoccupano le cellule dormienti nell’Ue
La Stampa
guido ruotolo

I servizi alleati: rischio emulazione, possono ripetersi gli attacchi di Londra e Madrid


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«Quell’accento inglese non ci ha colti di sorpresa. Ciò che va interpretata è l’ostentazione di quell’accento che non sembra casuale, occasionale». L’autorevole fonte della nostra intelligence lascia presagire scenari da non sottovalutare. La sensazione è che gli 007 (alleati) conoscano l’organigramma interno dell’Isis più di quanto ammettano, e dunque il capo dei macellai che ha sgozzato il povero giornalista americano James Foley.

Il clima ricorda quello del post 11 Settembre, quando Al Qaeda sferrò l’attacco colpendo le Due Torri. Lo Stato del Califfato tra la Siria e l’Iraq - con le esecuzioni e le cacciate delle minoranze etniche e religiose, e i sequestri di occidentali - rappresenta per la prima volta la nascita di «uno Stato terrorista», cosa che non era riuscita neppure ad Al Qaeda in Afghanistan, avendo Osama bin Laden e i suoi, pezzi di territorio afghano e protezioni nelle terre pakistane.

«Lo Stato proclamato dall’Isis - spiega una fonte vicina al governo - è una minaccia incombente che l’Europa, l’Occidente non può accettare». Gli analisti ricordano gli effetti destabilizzanti dell’offensiva Isis: «Il conflitto interno alla Siria, con il tentativo di deporre Assad, non ha raggiunto il suo obiettivo ma, al contrario, si è allargato all’Iraq determinando le condizioni del collasso di quel Paese. E la nascita dello Stato terrorista destabilizza anche il Libano e la Giordania».

Di fronte agli scenari di crisi che coinvolgono il cuore dell’Europa e del Mediterraneo, il nostro Paese, in particolare il premier Matteo Renzi che guida la presidenza Ue si è fatto promotore di iniziative per affrontare questi punti di crisi che hanno «determinato una situazione critica senza precedenti». Il premier Renzi ha volato dal Cairo ad Ebril e Baghdad per tessere la tela di un’unica iniziativa.

Il Cairo diventa una capitale decisiva almeno per affrontare le crisi del Mediterraneo, ospitando le trattative per il cessate il fuoco a Gaza tra Hamas e Israele. E per la stabilizzazione della Libia. Le armi ai curdi, il protagonismo diplomatico in Libia, la linea di condanna convinta della Russia di Putin per l’abbattimento dell’aereo civile che sorvolava l’Ucraina. Sono settimane importanti per la sicurezza dell’Europa e la stabilizzazione di aree cruciali. I segnali molto determinati giunti da Washington, Roma, Berlino, Londra, Parigi lasciano intendere la consapevolezza che l’«anomalia» Isis deve essere affrontata e risolta.

«In questi pochi mesi, meno di un anno, l’Isis - spiega l’intelligence - è riuscita a controllare un pezzo importante della Siria e dell’Iraq dimostrando una imprevista capacità di intervento tradizionale sul campo. Dispone di agguerritissime brigate e nello stesso tempo è in grado di portare avanti la guerra asimmetrica del terrorismo».

Mutevole l’Isis, in grado di cambiare la sua «forma». Preoccupa quanto sta accadendo in queste ore. È come se l’esecuzione di Foley fosse uno spartiacque per tutti. Per l’Isis e per l’Occidente. L’Isis dispone di un esercito di «foreign fighters», i combattenti stranieri. Nei rapporti delle intelligence occidentali, le stime parlano di «oltre quattromila uomini». «Moltissimi provengono dai Balcani, centinaia dall’Inghilterra, poi dalla Francia».

Gli italiani non raggiungerebbero i cinquanta. Ma poi ci sono i «terroristi cresciuti in casa», l’incubo dei Paesi europei e occidentali. Il timore è che gli attacchi del 2005 a Londra e Madrid possano ripetersi oggi. Attacchi emulativi, insomma. Ecco perché l’Occidente ha deciso di intervenire contro l’Isis. Prima che sia troppo tardi

Prete sotto accusa: «Rivela in giro le confessioni dei fedeli»

Corriere del Mezzogiorno

La Curia apre un’inchiesta su don Marcello Stanzione
per presunta violazione del sacramento


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SALERNO — Negli ultimi tempi l’angelo custode deve aver perso di vista don Marcello Stanzione, il parroco della chiesa di Santa Maria la Nova, a Campagna, profondo conoscitore degli esseri spirituali al punto da aver scritto oltre cento pubblicazioni sul tema e partecipato a trasmissioni tv come «Porta a porta». Oltre a tenere conferenze per l’Italia (l’ultima ieri sera ad Alghero) e una rassegna annuale a Campagna. Ebbene, don Marcello, aspetto pacioso e rassicurante, è finito al centro di una vicenda dai contorni poco chiari sulla quale è stata aperta un’inchiesta in Curia. Il sacerdote 51enne si sarebbe macchiato di uno dei delitti più gravi previsti dal diritto canonico: la violazione del sigillo sacramentale ovvero avrebbe rivelato confidenze dei parrocchiani apprese nel segreto del confessionale.

Tutto è partito dalla denuncia all’arcivescovo di Salerno, Luigi Moretti, di una persona molto vicina agli ambienti ecclesiastici che asserisce di essere vittima di persecuzione ad opera del sacerdote, a causa di alcuni screzi intercorsi con lui. La cosa più grave è che il prete viene accusato di aver spiattellato in giro fatti privati, appresi durante una confessione. Un’accusa tra l’altro reiterata in una lettera pervenuta alla curia arcivescovile a firma dell’ex autista ed ex segretaria di don Marcello, in cui vengono segnalati altri episodi di «condotta scandalosa». L’arcivescovo ha insediato un tribunale presieduto da un docente di diritto canonico, don Gaetano De Simone, che dovrà verificare l’attendibilità delle accuse. Qualora don Marcello venisse ritenuto responsabile dei comportamenti a lui ascritti, potrebbero scattare sospensione e scomunica.

27 agosto 1943, Caserta non dimentica

Corriere del Mezzogiorno

Il sindaco Del Gaudio: una targa commemorativa nel luogo del rifugio di corso Trieste


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CASERTA - «Erano le 12,45 circa di venerdì 27 agosto 1943 quando Caserta venne sottoposta ad un massiccio bombardamento ad opera dei famigerati bombardieri B 26 delle forze angloamericane. L’obiettivo principale era la stazione ferroviaria, ma tutto il centro storico venne devastato. Crollò il santuario di Sant’Anna, numerosi palazzi del centro furono abbattuti dalle deflagrazioni, ma tragedia nella tragedia una delle bombe sganciate dai bombardieri centrò in pieno il rifugio, situato come in altre zone della città in una cantina di tufo, sul corso Trieste, allora corso Umberto, mietendo centinaia di vittime e seppellendo intere famiglie». Così si legge in una nota inviata dal sindaco di Caserta, Pio Del Gaudio, alla Storia Patria di Caserta.

«Al termine delle operazioni di recupero - continua la nota - si contarono in città circa 300 vittime ed un gran numero di feriti, ma subito scattò una gara di solidarietà per dare aiuto ed assistenza ad orfani e feriti. A distanza di anni l’indelebile ferita della città è ancora viva nei ricordi dei sopravvissuti e nelle lacrime dei parenti con cui ho spesso parlato. Dopo tanti anni, mi sono chiesto se avesse ancora senso celebrare questa triste ricorrenza. La mia risposta è: assolutamente sì! Una città che perde la propria memoria perde le radici comuni e dunque la propria identità. Queste dolorose ferite, infatti, hanno contribuito nel tempo a costituire e rafforzare l’anima e la identità della città che, allora come oggi, era meta di trasferimento da tutta la provincia di nuclei familiari che trovavano nella nostra Caserta una città ospitale, accogliente, civile, solidale: una città dunque che non può dimenticare una così immane e comune tragedia».

«Mi dolgo profondamente - dice il sindaco - di non poter presenziare alla meritoria iniziativa di ricordo e di preghiera in memoria di tanti concittadini casertani sepolti dal bombardamento in conseguenza di inderogabili incombenze precedentemente intervenute, che mi impediscono di essere con voi e di abbracciarvi personalmente. Vi giungano però forti i sensi della mia umana vicinanza e solidarietà nel ricordo di tante vittime innocenti nonché l’intendimento a rendere questa ricorrenza annuale un impegno mio e della Amministrazione cittadina da me presieduta anche attraverso il patrocinio morale delle iniziative pubbliche che da oggi potranno essere organizzate più compiutamente.

A questo proposito desidero informarvi ufficialmente di un proposito assunto a nome dell’Amministrazione per suggellare questo nostro comune e collettivo ricordo: quello di istituire, nel punto esatto in cui esisteva il rifugio di corso Trieste centrato dalla bomba e diventato quel giorno il “sacrario” di tanti casertani, una tabella commemorativa che renderà imperituro il ricordo di tale avvenimento causato dalla barbarie della guerra così lontana ma purtroppo ancor oggi così vicina».

Incidente nel Bresciano, l’assessore Beccalossi: “Non mi dispiace che questo rumeno sia morto”

La Stampa

Polemiche sulla esponente di FdI che ha commentato così lo scontro avvenuto a Verolanuova. Sono morti travolti un 11enne e la sorellina di 5 anni. Il Pd: «Corregga la sua posizione»



Il post di Facebook finito al centro delle polemiche



«Un solo commento, forse cattivo e poco usuale per un “politico”: non mi dispiace affatto che questo rumeno ubriaco e assassino sia morto, anzi. E una preghiera per Greta e il suo papà». Così, sulla sua pagina Facebook, l’assessore regionale al Territorio della Regione Lombardia, Viviana Beccalossi, commenta l’incidente accaduto ieri sera nel bresciano, a Verolanuova, e costato la vita a due bambini, fratello e sorella, rispettivamente di 11 e 5 anni. Insieme a loro, è morto anche il conducente dell’auto che ha sbandato, di cui parla Beccalossi: si tratta di un 19enne di origine romena. 

Il Pd: «L’assessore riveda la sua posizione»
L’assessore regionale lombardo Viviana Beccalossi «corregga la sua posizione, ne guadagnerebbe la credibilità della politica e delle istituzioni», afferma Gianantonio Girelli, consigliere del Pd e presidente della commissione Antimafia del Consiglio regionale della Lombardia, dopo il«non mi dispiace» scritto su Facebook dall’esponente di Fdi a proposito della morte del giovane romeno che avrebbe provocato l’incidente a Verolanuova (Brescia) in cui sono morti anche due bambini. «Mostrare soddisfazione per la morte di una persona, un giovane di 19 anni, che presumibilmente ha causato la tragica morte di due bambini e il ferimento del padre - scrive Girelli sul blog del gruppo Pd -, dare per certe una serie di circostanze («guidava ubriaco»), senza aspettare alcun riscontro, ma ancor di più indicare come un’accusa a prescindere la nazionalità, «romeno», penso non sia politicamente, istituzionalmente, culturalmente e cristianamente accettabile».

Zanzare killer e vecchi compagni. Da Togliatti, quel che resta del Pci

La Stampa
mattia feltri

Al Verano, un manipolo di ex comunisti per i 50 anni della morte del Migliore. Delle nuove generazioni solo il ministro Orlando: “Fu una figura decisiva”

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Dice Ugo Sposetti (senatore del Pd ed ex tesoriere dei Ds) che il 21 agosto del 1964, quando seppe della morte di Palmiro Togliatti, stava raccogliendo nocciole a Soriano nel Cimino, provincia di Viterbo. «Avevo diciassette anni e lavoravo per pagarmi gli studi». Lo dice al Verano, il cimitero monumentale di Roma, a pochi passi dalla tomba secondaria del Pci. Lì sono sepolti Sibilla Aleramo, la poetessa che fu l’amore di Dino Campana e fu fascista e poi comunista.

E anche Ottavio Pastore, il direttore dell’Unità che nel 1924 sfidò a duello Curzio Malaparte, ma ne uscì ferito e sconfitto perché non sapeva maneggiare la spada, e poi Aldo Lampredi, che partecipò alla fucilazione di Benito Mussolini a Giulino di Mezzegra, e Francesco Misiano, che portò Douglas Fairbanks a Mosca, distribuì la Corazzata Potëmkin in Germania e morì di crepacuore quando Mosca lo accusò di deviazionismo trotzkista. Una specie di tomba di famiglia. Anzi, una tomba di partito, perché nel Pci gli affetti venivano dopo la politica. Questo è giusto un angolino di lettere cadenti dalle lapidi e popolato da zanzare killer. Niente a che vedere col famedio.

Ieri, poco dopo le nove di mattina, una manciata di ex comunisti si è radunata all’ingresso principale del Verano per poi dirigersi in auto al famedio dov’è sepolto Togliatti (il Verano è il più grande cimitero d’Italia, percorso da un sistema viario lungo trentasette chilometri). Volti conosciuti: Sposetti ed Emanuele Macaluso. Dice Macaluso che è qui, e ci viene a ogni anniversario, se appena può, per motivi sentimentali: «Ho lavorato cinque anni con Togliatti, e fu decisivo per la mia crescita politica e culturale».

Cinquant’anni fa era nella segreteria politica del Pci ed era in sede, in via delle Botteghe Oscure, quando dall’ambasciata di Russia lo avvertirono che il Migliore era morto a Yalta in conseguenza di un ictus. Il Togliatti che ricorda oggi Macaluso è quello che con la svolta di Salerno - cioè l’ingresso nel governo di Pietro Badoglio con i Partiti di liberazione nazionale - gettò le basi su cui avrebbe poggiato l’Assemblea costituente e cioè la Repubblica italiana. «E’ un padre della nostra democrazia, insieme con Alcide De Gasperi, con Pietro Nenni, con Ugo La Malfa, uomini che ci hanno insegnato come si stabiliscono le regole della convivenza politica. Ma sono tempre che oggi, purtroppo, non ci sono più».

Al famedio saremo in quaranta, forse cinquanta compresi i giornalisti. È arrivato anche il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Per l’età media dei partecipanti è un ragazzino. Ha 45 anni ma ha fatto in tempo, a venti, a essere eletto in consiglio comunale col Pci a La Spezia. Non è qui per conto del partito, dice. È qui e rappresenta sé stesso per «rendere omaggio a una figura decisiva nell’edificazione della nostra democrazia». Orlando dice che, a prescindere da calcoli ereditari ed elencazioni di pantheon più o meno utili, Togliatti non andrebbe dimenticato. Con tutte le contraddizioni della biografia eccetera. 

Il ministro centra il punto in pieno proprio nei giorni in cui si litiga sull’idea di intitolare ad Alcide De Gasperi la festa dell’Unità. Si ripensa all’agiografia perenne che si fa di Enrico Berlinguer. Si ripensa alle figurine e ai poster incollati sulla carrozzeria del partito a ogni revisione, coi Martin Luther King e i Nelson Mandela, calzanti a ogni coscienza, con i democristiani Aldo Moro e Giorgio La Pira, con l’America superbuona di Bob Kennedy e Barak Obama, e l’ultima volta nell’elenco saltò fuori di tutto, da Gandhi a Federico Fellini, fino a Italo Calvino e persino l’ex nemico pubblico Bettino Craxi. Un bel sintomo di totale confusione identitaria, e dire che il pantheon è qui, in pietra, disegnato all’inizio degli anni Settanta dall’architetto Gualtiero Costa. Come dice lo scrittore Fulvio Abbate, le lapidi che salgono alternativamente danno l’idea di una bocca sdentata. 

La cinquantina scarsa di celebranti rimane qui giusto qualche minuto, in silenzio. Nessun discorso. C’è la figlia adottiva di Togliatti, Marisa Malagoli. C’è Antonio Rubbi, vecchio dirigente della sezione esteri. C’è una delegazione di Fiano Romano guidata da Giuliano Ferilli, il babbo di Sabrina. Ci sono - dicono qua - i compagni di Ravenna, i compagni di Milano. C’è uno dell’Anpi che dice: «Quando dicono che manca Berlinguer rispondo che mi manca il partito». 

Scendiamo di sotto, guidati da una specie di “responsabile morti del Pci” dove ci sono le tombe. Eccolo il pantheon. Altro che idoli quartaginnasiali, Nobel per la Pace e Oscar alla carriera. In pochi metri quadrati ci sono (oltre a Togliatti) Nilde Jotti, Luigi Longo, Pietro Secchia, Giuseppe Di Vittorio, Ruggero Grieco, Mauro Scoccimarro, Mario Alicata, Camilla Ravera, Luciano Lama e tanti ancora. In pochi metri quadrati c’è un bel po’ di storia italiana, e molta storia della sinistra, nel tanto bene e nel tanto male che sono propri del Novecento. È una storia che sono rimasti in pochi a non aver rimosso, e oggi sono qui.

Tra riciclo e riuso, la seconda vita dello smartphone

La Stampa
nadia ferrigo

Ogni anno in Italia vengono acquistati circa 35 milioni di dispositivi mobili: recuperandoli il risparmio sarebbe di più di 190 milioni di euro. E se funzionano ancora possono essere utili a associazioni ed enti

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Presto o tardi arriva per tutti il momento di buttare via il vecchio smartphone. E la fotocamera digitale che nemmeno si accende, tablet e pennette Usb che non funzionano, schede di memoria ormai inutilizzabili e anche quel videogioco acquistato ormai più di quindici anni fa che vi perseguita di trasloco in trasloco. A meno di non voler allestire un personalissimo museo dedicato ai rifiuti tecnologici, ci sono due cose da non fare mai: gettarli nell’immondizia e conservarli per anni nel cassetto. Almeno 120 milioni di apparecchi si trovano nelle nostre case, stipati negli armadi e nelle cantine: un tesoretto sprecato. 

Un cellulare contiene rame, ferro, argento, oro, palladio, plastica e altri elementi preziosi come cadmio, cobalto, rutenio: materiali inquinanti ma preziosi, che se trattati correttamente possono recuperati: il tasso di riciclo di un cellulare è di oltre il 96 per cento. Ogni anno in Italia vengono acquistati circa 35 milioni di dispositivi mobili: secondo lo studio «E-waste Lab» di Remedia in collaborazione con il Politecnico di Milano, se si recuperassero tutti il risparmio sarebbe di più di 190 milioni di euro. Un esempio? Da 50mila cellulari riciclati si ottiene oltre 1 chilo di oro. 

E allora che fare con il telefonino che non funziona più? Buone notizie per chi vuole rottamare l’iPhone: dallo scorso giugno Apple ha allargato il programma di riuso e riciclo; consegnando i vecchi modelli in negozio si può avere uno sconto sull’acquisto di quelli nuovi. 

Per tutti gli altri una possibilità è portare i rifiuti catalogati come R4 dei cosiddetti Raee, «Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche» - la sigla è R1 per frigoriferi e climatizzatori, R2 per i grandi elettrodomestici, R3 per tv e monitor e R5 per le sorgenti luminose – in un negozio del settore, anche se non avete in programma un acquisto. Il «decreto uno contro uno», che permetteva di lasciare i rifiuti tecnologici in negozio all’acquisto di un altro dispositivo, è stato sostituito dallo scorso luglio da «uno contro zero»: oggi telefonini e tablet si possono portare in negozio e provvederanno i gestori a smaltirli correttamente. Attenzione però: sono obbligati al ritiro solo i negozi con più di 400 metri quadrati di spazio di vendita. 

Un’altra possibilità è portare la spazzatura elettronica in uno dei centri di raccolta italiani: il portale del Centro di coordinamento dei Raee cataloga gli impianti di smaltimento città per città. Ora che non avete più scuse per conservare come una reliquia il telefono, meglio osservare qualche accortezza. Occhio alle informazioni memorizzate: i dispositivi mobili ne conservano moltissime, dalla rubrica, i messaggi di testo, la cronologia dei siti web visitati e tutti gli altri dati che potete aver memorizzato. Prima di liberarsi, meglio cancellare tutto con la funzione «factory reset», che cambia da dispositivo a dispositivo. 

E se lo smartphone funziona ancora bene, nel cassetto ce n’è già un altro di scorta, perché non regalarlo a chi ne ha bisogno? In tutta Italia ci sono associazioni che raccolgono i telefonini in buono stato. A Milano per esempio la Caritas organizza il servizio «DonaPhone» e nel portale «Cellulari per beneficenza» si può trovare l’elenco di enti e associazioni alle quali donare il telefono che a voi non serve più.

La cineteca venuta da New York finisce abbandonata in un canile

La Stampa
laura anello

Nel 2009 il comune siciliano di Salemi lottò per accaparrarsi la collezione

Secondo il Comune di Salemi la palazzina che ospita i film non è un canile ma un «ricovero provvisorio»

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Certo che come colpo di scena non è male: 26 cani che abbaiano nel giardino del centro dove è ospitata una delle più grandi collezioni di cinema indipendente del mondo. «Basta, non ne possiamo più, è un incubo», tuona tappandosi le orecchie il custode Enrico Tilotta, che abita al secondo piano della palazzina con moglie e figlia. Sembrano effetti speciali. Ma invece gli animali sono in carne e ossa qui a Salemi, il paese dove nel 2009 arrivarono le 55mila videocassette del coreano Youngman Kim, emigrato negli Stati Uniti e folgorato dalla passione per la Settima Arte. Il centro a New York aveva 11 negozi e più di 300 addetti.

Adesso qui in Sicilia è diventato un canile. Un “ricovero provvisorio”, precisa la nota del Comune che ha individuato la palazzina per fronteggiare l’emergenza randagi. L’epilogo di una storia che anche il più fantasioso dei registi avrebbe stentato a immaginare, ma che i più disillusi osservatori preconizzavano già quando la collezione sbarcò trionfalmente da una nave per essere poi portata per le strette vie del paese a bordo di motoapi e infine custodita in un ex pensionato per anziani in periferia, ribattezzato Centro Kim in occasione della visita dell’illustre donatore.

A New York era di casa anche Quentin Tarantino, appassionato di una collezione onnivora che spazia dai telefilm americani ai maestri russi, dal neorealismo italiano ai film erotici, con assolute rarità, dai fratelli Lumière in poi. Un patrimonio migrato dall’altra parte dell’oceano quando sindaco di Salemi era il funambolico Vittorio Sgarbi, tempi in cui per gli assessori sbocciavano deleghe alla Creatività, ai Sogni e persino alla Beatitudine. Fu allora che, per il tramite dell’allora compagno di avventura Oliviero Toscani (in contatto con Franca Pauli e Dario Colombo della fondazione Clio), quella collezione arrivò in Sicilia, battendo sul tempo oltre 30 richieste arrivate dal pianeta.

Consapevole dell’avvento di Internet e della pirateria informatica, Kim aveva infatti deciso di chiudere bottega, offrendo la collezione a istituzioni che si impegnassero a garantire la libera fruizione della cineteca, ad aggiornarla, a metterla in sicurezza. «New York è il passato, Salemi il futuro», esclamava Oliviero Toscani sul New York Times, dove trovavano spazio gli allarmi dei tanti appassionati. L’amministrazione si impegnò a fare di tutto e di più. 

Ora, dopo le dimissioni di Sgarbi nel febbraio 2012 a causa delle inchieste sulle infiltrazioni mafiose nell’amministrazione, dopo una gestione commissariale di 2 anni, dopo le elezioni a maggio scorso del nuovo sindaco Pd Domenico Venuti (che ha battuto il critico d’arte, ricandidatosi), il Centro è chiuso e nel giardino scorrazzano i cani. «Possibile che l’amministrazione comunale non sia in grado di trovare una soluzione alternativa?», si chiede il Partito della rivoluzione di Sgarbi. «I cani? Erano già lì», risponde Venuti. «Li trasferiremo presto in locali più adatti», promette l’assessore Rosalba Valenti.

Ma che ne sarà della collezione? «Sta marcendo all’umido, tra topi e scarafaggi», denunciava due anni fa Oliviero Toscani dopo la spaccatura con l’ex amico. Di sicuro si è fermato il progetto che nel 2012, secondo quanto diceva la responsabile Antonina Grillo, aveva portato alla digitalizzazione di 5mila titoli. A scodinzolare è rimasto solo un meticcio color miele. In fondo, tra cinefili e cinofili c’è poca differenza.

Elton, condannato a morte perché “gay”

La Stampa

Abbandonato al canile, l’animale era ad un passo dall’eutanasia. La Rete lo ha salvato

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Si conclude felicemente la vicenda di Elton, il bulldog americano che il suo padrone voleva far sopprimere perchè colpevole di avere un atteggiamento “inequivocabilmente gay”. L’uomo aveva adottato il cane presumibilmente per la riproduzione, ma dopo aver notato che l’animale rifiutava l’accoppiamento con le femmine, ha preferito sbarazzarsene. Il bulldog è stato dunque portato al canile di Jackson, nel Tennessee, dove stava per essere eutanasizzato, se non fosse stato per il provvidenziale intervento di una donna. 

La signora in questione ha infatti postato su Facebook la foto di Elton con la segnalazione della sua imminente soppressione. Nel giro di pochissimo tempo si è scatenata una campagna virale (oltre 5.000 contatti) che ha portato all’adozione del cane da parte di una veterinaria Stephanie Fryns, che possedeva già quattro cani. La donna ha utilizzato tutti i mezzi che i social network mettono a disposizione nella pagina Facebook che si chiama “Jackson TN Euthanasia”: centinaia di foto di animali del canile del Tennesse postate e tanti amici a quattro zampe salvati da morte certa.

Semaforo rosso: per la multa serve la specificità, non la pignoleria

La Stampa

In caso di infrazione stradale, il requisito della specificità dell’atto di accertamento è osservato con l’indicazione del giorno e dell’ora, della natura della violazione, del tipo del veicolo e della relativa targa e della località in cui si è verificato il fatto. Lo afferma la Cassazione nell’ordinanza 13037/14.  

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Il tribunale di Biella annullava il verbale della polizia municipale di accertamento di violazione dell’art. 146, comma 3, c.d.s. (violazione della segnaletica stradale), in cui era incorso un autista, attraversando un incrocio presidiato da un semaforo rosso. I giudici ritenevano insufficiente la mera indicazione della via, contenuta nel verbale, per l’identificazione del luogo dell’infrazione. Il comune di Biella ricorreva in Cassazione, sostenendo che si trattava di un caso di contestazione non immediata, per cui era sufficiente l’indicazione di tempo, luogo e fatto, come previsto dall’art. 385 d.P.R. n. 495/1992 (regolamento di esecuzione del c.d.s.).

Analizzando la domanda, la Corte di Cassazione riteneva che la specificità della contestazione, che costituisce il parametro necessario per l’approntamento della difesa del contravventore, non ha caratteristiche diverse a seconda che si tratti di verbalizzazione contestuale o differita.

Nel caso di specie, dal verbale emergevano non soltanto le generiche circostanze di tempo, luogo e fatto (necessarie per la contestazione differita), ma venivano segnalati anche i parametri temporali (giorno e ora), in cui si sarebbe svolta la condotta censurata, specificata ulteriormente mediante il riferimento al semaforo esistente ed alla documentazione fotografica, messa poi a disposizione dell’interessato. Perciò, il requisito della specificità dell’atto di accertamento è osservato con l’indicazione del giorno e dell’ora, della natura della violazione, del tipo del veicolo e della relativa targa e della località in cui si è verificato il fatto.

Non sono, quindi, necessarie altre indicazioni non indispensabili ad assicurare il diritto di difesa dell’incolpato, dovendo la contravvenzione essere contestata in un breve periodo di tempo, entro cui ci sia ancora un collegamento mnemonico con il fatto, in modo tale che il soggetto possa, anche con la semplice indicazione della via, sostenere e provare che la sua vettura non si trovava lì.
La Corte di Cassazione riteneva, alla luce di tali considerazioni, che la semplice omissione del numero civico o dell’intersezione stradale in cui era posto il semaforo non potessero far venir meno la specificità della contestazione. Di conseguenza, accoglieva il ricorso del comune.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Iperconnessi e rapper, chi sono i jihadisti italiani

Corriere della sera

di Marta Serafini

Un libro traccia il profilo dei giovani fondamentalisti di seconda e terza generazione che vivono nel nostro paese. Alcuni sono morti in Siria. Di altri si sono perse le tracce


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Hanno tra i 16 e i 30 anni. Spesso non parlano arabo perché sono italiani di seconda e terza generazione, vivono per lo più nel Nord Italia, la maggior parte si è convertita e tutti sono costantemente connessi. Il loro obiettivo è andare a combattere la guerra santa in Siria. Alcuni di loro sono riusciti ad arruolarsi e sono morti. Mentre di altri non si hanno più notizie da mesi. È questo il ritratto dei jihadisti italiani, i guerriglieri della Guerra Santa che vogliono l’imposizione della sharia e la costituzione di un califfato mondiale sotto l’egida di Al Qaeda. Giovani aspiranti martiri che sognano di andare a combattere e morire per Allah in Siria. E se arrivare al confine tra la Turchia e la Siria via Gaziantep non è per nulla difficile (bastano pochi euro e un volo low cost), più difficile è per loro trovare il contatto giusto per partire e qualcuno che garantisca ai capi di Al Qaeda che non si è una spia e un infiltrato.


I jihadisti in Italia

I jihadisti in Italia  
I jihadisti in Italia I jihadisti in Italia
I jihadisti in Italia  
I jihadisti in Italia
 
Diventare martiri su Twitter
A tracciare il profilo di questi personaggi è Lorenzo Vidino, esperto di terrorismo islamico, in un libro dal titolo «Il jihadismo autoctono in Italia: nascita, sviluppo e dinamiche di radicalizzazione» con la prefazione di Stefano Dambruoso edito da Ispi ed European Foundation For Democracy . La premessa d’obbligo, secondo Vidino, è che l’evoluzione del fondamentalismo islamico nel nostro Paese è abbastanza atipica. «Negli anni ’90 la scena jihadista italiana era molto attiva, caratterizzata dalla presenza di vari gruppi nordafricani. Milano era un punto di partenza per la Guerra Santa in Bosnia e non solo. Poi, all’inizio del 2000, mentre tutta Europa la minaccia dei network jihadisti aumentava sempre di più, le cose cambiano e lo scenario italiano diventa più tranquillo», spiega l’autore dell’analisi. Il motivo?

«Innanzitutto l’Italia vive un ritardo rispetto ai flussi migratori europei, le sue città non hanno quartieri ghetto come quelle olandesi, belghe o francesi». Ma non solo. La scarsa presenza di guerriglieri islamici si spiega anche con network poco organizzati. Uno scenario che però potrebbe cambiare. «I jihadisti italiani difficilmente scoprono la Guerra Santa in moschea. È su internet che il loro fanatismo si nutre e si forma». Tra social network, profili, immagini e video è infatti molto facile entrare in contatto con la sharia. 

E i soggetti che decidono di diventare martiri di Allah sono per lo più isolati privi di altri contatti. «Non vengono arruolati da qualcuno», sottolinea Vidino. Ma si tratta per lo più di auto arruolamento. E il motivo di questo comportamento è molto semplice: gli anziani delle comunità islamiche radicali difficilmente infatti danno credito a questi giovani inesperti, così loro si rivolgono a internet. Risultato, trovare un contatto per partire per la Siria (il teatro jihadista più attivo del momento) è difficile».
Sopralluoghi con Google Maps
Qualcuno però ci è riuscito. Così mentre sale esponenzialmente il numero di giovani europei che partono per la Siria (si parla di 6oo tra inglesi e francesi, 250 tedeschi, 220. In Italia al momento è possibile ipotizzare che siano 300/400 i simpatizzanti jihadisti e non è detto che lo scenario, fin qui relativamente poco prolifico, possa cambiare

belgi e 110 olandesi), per l’Italia si tratterebbe di una decina di casi. Di questi tre sono particolarmente interessanti. «Entrare in Al Qaeda, ha detto qualcuno, è un po’ come entrare ad Harvard», spiega Vidino. «Questi soggetti hanno faticato a trovare qualcuno che garantisse per loro presso i leader di Al Qaeda». Una delle storie più interessanti è quella di Anas el Abboubi. Anas nasce in Marocco nel 1992 e arriva in Italia, nel bresciano, a 7 anni. Fa il rapper, parla con accento bresciano. Ma la musica non è la sua unica passione. Passa molto tempo in rete e tutti i giorni consulta i profili di Sharia4Belgium, network belga.

Vuole formare Sharia4Italy e partire per la Siria con l’obiettivo di arruolarsi nelle file di Al Qaeda. «Fa attivismo, cosa che di per sé non costituisce un reato», sottolinea Vidino. Ad un certo punto va in Questura e chiede il permesso per tenere una manifestazione e bruciare una bandiera americana. A quel punto la Digos inizia a tenerlo sott’occhio. Ma basta andare sulla sua pagina Facebook per rendersi conto che Anas vuole morire per Allah. Dato che non riesce a partire, inizia a fare dei sopralluoghi con Google Maps per cercare obiettivi sensibili come la caserma di Brescia. Viene arrestato in base all’articolo 270 quinquies che prevede l’arresto per chi pratica attività di addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale.

Ma dopo 15 giorni il Tribunale del Riesame decide la sua scarcerazione. «Siamo nel luglio del 2013, a questo punto Anas esce, entra in contatto con un network di albanesi che lo porta in Siria, probabilmente ad Aleppo», racconta Vidino. Arrivato in Siria cambia nome anche sul suo profilo Facebook e posta messaggi a favore della jihad e contro l’Italia. Poi in gennaio, improvvisamente, la sua bacheca diventa muta. E di lui si perdono le tracce. Impossibile sapere se sia morto, se sia ancora in Siria o se sia tornato indietro.
«Complimenti, suo figlio è martire in Siria»
Mohamed Jarmoune ha 20 anni. Anche lui vive nel bresciano ed è di origini marocchine . E’ timido, introverso, ma ha amici italiani. A 16 anni gli scatta la molla e inizia a navigare sui siti jihadisti. Crea un blog, una propria pagina Facebook ed entra in contatto con pezzi grossi della jihad. «Ad un certo punto Jarmoune si trasforma da jihadista tastiera, come vengono chiamati in gergo coloro che sono attivi solo sul web, in jihadista attivo e inizia a fare sopralluoghi in rete sulla comunità ebraica di Milano e sulla scuola ebraica di via Arzaga. Consulta in rete anche i listini per fabbricare esplosivi».
Anche lui viene arrestato in base al 270 quinques. Ma a differenza di Anas è ancora in carcere.

«Diverso da tutti è il caso Ibrahim Giuliano Delnevo, perché si tratta di un ragazzo italiano», sottolinea Vidino. Giuliano nasce nel 1983 da genitori italiani. Mamma e papà si separano e forse è questo a turbarlo di più, è un ragazzo problematico, sicuramente poco inserito. A 18 ani si converte all’Islam e inizia un cammino di progressiva radicalizzazione. Anche lui come Anas e Mohmed cerca di creare, senza successo, un network di jihadisti. Ma non trova terreno fertile e nessun membro della comunità islamica gli dà credito. Così inizia a viaggiare, si sposa con una ragazza marocchina e inizia ad accarezzare l’idea di andare a combattere in Siria.

Va una prima volta a Gaziantep, al confine tra Siria e Turchia ma non riesce ad entrare. Torna a Genova, si taglia la barba che nel frattempo si era fatto crescere e sembra aver ritrovato un suo equilibrio. Ma qualche mese dopo riparte per la Siria. E questa volta riesce a varcare il confine e ad arruolarsi. Poi chiama il padre su Skype e lo informa della sua decisione di combattere per Allah. Muore 6 mesi dopo. Sempre il padre riceverà una telefonata dal numero del figlio in cui una voce in inglese si congratula con lui: «Tuo figlio è un martire». E se è solo possibile immaginare la disperazione dei genitori di questo ragazzo, è certo che Giuliano Delnevo non è il solo straniero ad aver deciso di partire per uno dei teatri di guerra più sanguinosi di questi ultimi anni. Conclude Vidino: «In Italia al momento è possibile ipotizzare che siano 300/400 i simpatizzanti jihadisti e non è detto che lo scenario, fin qui relativamente poco prolifico, possa cambiare»

Twitter @martaserafini

Un napoletano su tre non paga le tasse: caccia hi-tech agli evasori, arriva il maxi-database

Il Mattino
di Luigi Roano


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Dove il rosso, il colore della vergogna, quello degli evasori, è più forte, là più si è in difetto con il pagamento delle gabelle comunali. Verde, invece, è il colore della virtuosità, del buon cittadino, quello che paga. In collaborazione con Google la cartina di Napoli sarà non solo multicolore ma interattiva. Il principio tecnico funziona così: se in un dato stabile risultano contratti Enel, per l’acqua e il gas di una determinata casa e non c’è quello della Tares (ex Tarsu) allora significa che li c’è un evasore. E si vanno a fare le verifiche. Al di là dei cromatismi il Comune - finalmente - è pronto all’unificazione delle banche dati e dare la caccia agli evasori. E a Napoli sono tanti: a dicembre del 2013 - dato del ministero delle Finanze - a Napoli il 35% evade le tasse in generale e fra questi ci sono di certo quelli della Tares. Vale a dire che un napoletano su 3 almeno parzialmente dichiara il falso.



Multe a Napoli. Le targhe coperte con scotch e gli altri trucchi per non pagare

Il Mattino
di Luigi Roano
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A chi non è mai capitato di vedersi recapitare una multa a casa per essere stato in un posto che non si conosce nemmeno? È l’effetto delle targhe contraffatte. La tecnica per travisare la targa è semplice ma bisogna essere precisi. E tra le condizioni necessarie c’è quella di avere la fortuna di una E o una F nella targa. Con il nastro adesivo colorato la F può diventare E e quest’ultima F con grande facilità. Questo è solo uno dei trucchi che i napoletani escogitano, ad esempio, per non pagare la multa al passaggio nella Ztl.

Scusa hai da caricare?» Batterie e tempi che cambiano

Corriere della sera

di Marta Serafini

In attesa del metodo perfetto, attaccare i telefoni alla corrente sta diventando uno dei gesti quotidiani. E c’è chi si attrezza con modelli di ultima generazione



«Scusa hai da caricare?», disse lui guardandola intensamente negli occhi. «Sì, certo che modello di smartphone hai?», trillò lei. Mandato in pensione l’accendino che galeotto fu di tante storie d’amore, oggi almeno una volta al giorno ci aggiriamo disperati alla ricerca del cavo per riportare la batteria al 100 per cento. È bastato lasciar passare qualche anno e nelle case, al posto di «Cara dove hai messo i miei calzini», si sente gridare «Hai per caso visto il mio carica batterie?». Un bisogno diventato ormai primario, considerato che i device sono «vampiri» costantemente assetati di energia. E un gesto, quello della ricarica, che è entrato nel nostro vissuto quotidiano, tanto da diventare occasione di conversazioni e incontri.

Ognuno ha le sue abitudini, c’è chi si allerta appena vede comparire l’allarme batteria al 20 per cento (gli ansiosi), c’è chi lascia scaricare il device completamente prima di attaccarlo alla corrente (i depressi) e c’è chi è perennemente a piedi (i disorganizzati). Ma gli esperti sentenziano: «Meglio tenere i telefoni in carica per lunghi periodi (anche 16 ore) piuttosto che fare tante brevi, ricariche». Più facile a dirsi che a farsi, se siamo perennemente con lo smartphone in mano. Da anni nei laboratori della Silicon Valley si lotta per risolvere il problema e brevettare il device che non deve chiedere mai. Ma la domanda «litio delle mie brame chi è la batteria più bella del reame?» non sembra aver trovato ancora una risposta.

I 30 carica batteria più strani in circolazione I 30 carica batteria più strani in circolazione
I 30 carica batteria più strani in circolazione 
I 30 carica batteria più strani in circolazione
 
I 30 carica batteria più strani in circolazione
 
Morale, in media, possediamo tre caricatori a testa. Non li smaltiamo e conserviamo anche quelli di telefoni che non usiamo più da secoli. E se i colossi del tech fanno a gara per produrre ciascuno il proprio modello costringendoci alla dipendenza da marchio (e invitandoci caldamente ad usare solo i gadget certificati), il Parlamento europeo ha approvato un progetto legislativo per armonizzare le norme relative all’immissione sul mercato di apparecchiature radio, compresi telefoni cellulari, telecomandi apri-auto e modem. Una manna, se si pensa che ogni anno produciamo 51 mila tonnellate di rifiuti elettronici. E una benedizione per le nostre tasche.

In attesa che la legge ci tuteli un po’ di più e che i tecnici scoprano la batteria che non deve chiedere mai, i social network sono venuti in soccorso degli utenti. In luglio, il sito statunitense Mashable , in un articolo da titolo «6 modi di usare Foursquare che non avete mai considerato», indicava anche la possibilità di individuare sulla piattaforma di geolocalizzazione ristoranti e locali che avessero prese di corrente e che consentissero ai clienti di ricaricare gli smartphone. Non solo il Wi-Fi, dunque. Per trovare esercenti disponibili basta digitare «outlets» nella barra di ricerca e il gioco è fatto.
Al di là della comodità, è interessante che siano stati gli stessi utenti a indicare questa opzione quando fanno il check-in in un locale. E non è raro che l’esercente che rifiuta la presa di elettricità venga recensito negativamente. Come dire, insomma, che la richiesta viene dal basso. E non è un caso nemmeno che il blog specializzato Hongkiat indichi tra i 30 caricatori più strani in circolazione anche un particolare device , dotato di scomparto custodito dove riporre lo smartphone durante la carica e che si apre solo con una tessera. Perfetto, recita la didascalia, per locali e pub. Ma anche per gli aeroporti e le stazioni.

La fantasia e la scienza vengono in soccorso di chi rimane costantemente spento nei momenti più cruciali. A Istanbul e in Thailandia, ad esempio, per strada si trovano delle macchinette con attacchi per tutti i modelli, che si attivano inserendo una moneta. In molte città del mondo - da ultima anche Milano - e negli aeroporti più all’avanguardia sono state installate delle colonnine dove attaccarsi per riportare al mondo computer, laptop e simili.
Basta poi farsi un giro in rete per scoprire modelli meravigliosi. Dal caricatore a pannelli solari, passando per quello che va ad acqua, è stata creata una generazione di caricatori che sfrutta l’energia pulita. In genere si tratta di device rari da trovare (per lo più in rete, sui siti specializzati) ma che garantiscono un buon risparmio energetico. Interessanti anche i prototipi studiati per chi viaggia in zone remote o fa sport. C’è chi li infila nello stivale, chi nella scarpa da ginnastica, trasformando il movimento del corpo in energia. E c’è chi sfrutta perfino il sudore. In media questi ritrovati hanno però prezzi abbastanza alti che oscillano dai 70 euro fino ai 3 mila euro e non sempre sono comodi da trasportare.

Messo da parte per un attimo il caricatore, l’ultima frontiera è rappresentata senza dubbio dalla batteria smart che ottimizza i consumi imparando dalle abitudini dell’utente brevettata da Apple. Interessante è anche la tecnologia Project Volta che Google introdurrà con la nuova versione del sistema operativo Android L. Qui si studiano le inefficienze legate alla modalità standby e al riavvio del telefono che pesano fino al 36 per cento sulla durata totale della batteria. Da tener d’occhio è poi uBeam, sistema sviluppato da Meredith Perry, ricercatrice 25enne passata anche per la Nasa, che converte gli ultrasuoni in elettricità per ricaricare i dispositivi mobili. Sempre dal genio di una ragazza - 18enne questa volta - è stato poi brevettato, in attesa di essere commercializzato nel 2016, un supercondensatore in grado di ricaricare in meno di un minuto.

In attesa che la scienza compia i suoi passi in avanti, a noi comuni mortali non rimane che affidarci a qualche trucchetto per risparmiare energia (su tutti quello di diminuire la luminosità dello schermo). Ma soprattutto non ci resta che sfoderare un sorriso e chiedere: «Scusa, per caso, hai da caricare?».

martaserafini
22 agosto 2014 | 10:11

Cairo, la città morta di razzismo

Corriere della sera

di Marzio G. Mian – foto Alessandro Cosmelli – musica di Roberto Cassan


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Non e’ lungo il tratto di strada che, sulla riva sinistra del Mississippi, da Ferguson, nella contea di St. Louis, porta a Cairo (Illinois): una e’ la cittadina del Missouri dove e’ infiammata la protesta dopo l’uccisione di Michael Brown, il giovane nero disarmato colpito con sei colpi dalla polizia; Cairo e’ la citta’ morta di razzismo, diventata nei decenni una una “citta’ zombie” dopo gli scontri alla fine degli anni Sessanta, causati da un episodio molto simile a quello accaduto nel sobborgo di St. Louis. Ma Cairo per tutto il Novecento, mentre era uno degli snodi commerciali più importanti del Midwest, e’ stato l’epicentro del conflitto razziale negli Stati Uniti. Quando arriviamo verso mezzogiorno all’imbocco di Washington Street, ancora chiamata Millionaire’s Row, un vecchio orologio di ghisa segna fisso le 7.30. Forse e’ l’ora in cui in un anno imprecisato Cairo e’ morta.

Il sergente e Superman
Il fiume e’ tenuto lontano da un sistema di argini che trasforma Cairo in una cittadella assediata: dentro poche case ancora in piedi, miseria cupa, cartacce e sporte che svolazzano nel vento caldo d’agosto, odore di fogna misto a quello del deposito e riciclo della spazzatura, alloggiato nell’ex liceo pubblico. Un film dell’orrore, con le insegne arrugginite che cigolano, ombre di disperati che s’intravvedono nelle abitazioni divorate dagli sterpi e dai tarli, un pickup nero che sgomma nella polvere e reclamizza un negozio di revolver.

L’ospedale e’ chiuso, la piscina e’ chiusa, la stazione dei bus e’ chiusa, l’ultimo treno della City of New Orleans si e’ fermato a Cairo nel 1988, mentre c’e’ ancora la Central Station ma i treni tirano via veloci, non degnano Cairo neanche di uno sguardo sdegnato, neanche di un fischio di scherno.

Gli attuali tremila e rotti abitanti, 75 per cento neri (esattamente la stessa percentuale era di bianchi negli anni Settanta, una inversione che ricorda i capovolgimenti etnici in Bosnia) non hanno un alimentari perché non si trova personale in grado di superare gli elementari test d’assunzione – il 60 per cento dei residenti non ha nemmeno il diploma delle scuole medie – inoltre stare alla cassa significa giocare alla roulette russa: il sergente di polizia Jody Benbrook, 35 anni, racconta che 50 chiamate di intervento al giorno per tremila persone sono il record nazionale assoluto.

«Cairo è diventata il centro di smistamento dell’eroina della regione, soprattutto del cristalmeth, il nuovo crack” dice. “Quando ti trovi contro uno che è fatto di questa roba devi sparargli, è come Superman». Il sergente non vuole parlare dei fatti di Ferguson, alza le mani in segno di resa verso il destino. Racconta poi tranquillamente che i pochi bianchi vanno al Nu Diner, “il ristorante dei bianchi”. Mangiano il pescegatto fritto, tre dollari. Qui troviamo Rudy, ex capo dei pompieri che ora accumula case alle aste giudiziarie, ne ha una trentina, costo medio 600 dollari.

Il lato osceno della Storia
In ventimila se ne sono andati. Oggi Cairo è un cumulo di ruggine. «Rust never sleeps», canta Neil Young. Dopo le otto di sera chiudono i distributori di benzina, il primo cinema si trova a sessanta chilometri, in Kentucky. L’unica attività gestita da un nero e’ una barberia ricavata da un vecchio night club. Come Scipione sparse il sale sulle rovine di Cartagine che non doveva mai più rinascere, così Cairo, per aver esibito il lato osceno della Storia, e’ stata punita privandola di Internet, che funziona sul telefonino appena fuori i confini urbani, quando cominciano i campi di mais.

“Robert l’avete ucciso” urlo’ la folla
Fu un’estate di fuoco quella del 1967, quando Robert Hunt, 18 anni, soldato nero in licenza venne trovato impiccato nella locale stazione di polizia. Suicidio decreto’ lo sceriffo. L’avete ucciso urlo’ la folla davanti al palazzo della vecchia dogana adibito a Corte distrettuale quando arrivarono gli inquirenti da Washington. La tensione cresce, i bianchi organizzano una milizia chiamata White Hats, perché indossano un elmetto bianco da cantiere. I neri fondano il Cairo United Front. Arriva la Guardia nazionale, un altro soldato nero in licenza, Wily Anderson, viene ammazzato da un cecchino. Per ritorsione muore sparato il giovane bianco Lloyd Bosecker.

Vengono arrestati quattro neri, il presidente Lyndon Johnson ordina il coprifuoco. Ma quell’estate fu solo il culmine della guerra per i diritti civili che per tutto il Novecento trasformo’ Cairo, Illinois, nella Beirut d’America. Dopo la Guerra Civile, sempre per la sua posizione strategica, Cairo fu piazza di sosta e smistamento di migliaia di neri ex schiavi o combattenti nordisti verso le metropoli del Nord Est, ma molti si fermarono, formando una pericolosa percentuale del 5 per cento della popolazione in una citta’ che nonostante fosse stata avamposto delle armate nordiste, non aveva mai celato il proprio appoggio alla causa del Sud, tanto da diventare il centro strategico del Ku Klux Klan.

Molti tra i più feroci linciaggi si ebbero qui agli inizi del Novecento. Nel 1946 gli insegnanti neri fecero qui il primo sciopero per la parità di salario con i bianchi. A Cairo le scuole separate vennero abolite nel 1968, dieci anni dopo che nel resto dell’Illinois. “I bianchi a Cairo non hanno mai assunto un nero, mai” dice la signorina Louise Ogg, 75 anni, custode con la sua cagnolina all’ex Post office ora museo della Guerra civile (circa sei visitatori la settimana): «Era una città colta, elegante. Poi sono arrivati l’odio e il sangue”. Negli anni Sessanta la segregazione era totale, negli uffici, nei parchi, nell’assegnazione delle case popolari. La piscina pubblica venne trasformata in club privato (“members only”), la pista di pattinaggio (pubblica) era la sede delle riunioni del KKK.

Maledizione sul Mississippi
Dopo i fatti dell’estate del 1967, comincio’ l’esodo. I neri boicottarono i negozi dei bianchi perché si ostinavano a non assumere afroamericani. E i bianchi pur di non mollare questa loro Maginot della superiorità razziale, chiusero i battenti e se ne andarono. I campionati di baseball giovanili vennero aboliti per non dover cedere alle leggi antisegregazioniste di Washington. Negli anni Settanta ci furono oltre quattrocento notti di sparatorie, negozi fatti saltare, incendi. Centinaia di attività andarono in bancarotta. Quando negli anni Ottanta furono ammesse le Riverboats Gambling, le navi-Casino per agevolare la ripresa delle citta’ depresse lungo il MIssissippi, nessuno volle attraccare a Cairo.

Eppure la sua posizione e’ formidabile: Cairo e’ stata fondata alla confluenza tra l’Ohio River e il Mississippi, una fortuna geografica che non e’ coincisa con quella storica. Terra fertile, abbondanza di raccolti, il limo che si deposita dopo ogni esondazione, ecco perché i primi coloni chiamarono questa regione Little Egypt: oltre a Cairo fondarono Thebes e naturalmente Memphis. Ai primi del Novecento Cairo se la giocava con Chicago e St. Louis. Negli anni Trenta le star di Broadway in tournée dopo aver lasciato Chicago e prima di dirigersi a San Francisco facevano tappa al Gem Theatre di Cairo in Commercial Street. A Sud di Washington Street ci sono ancora, bianche, malinconiche e spettrali, le magioni coloniali in “italianate style”.

Era la capitale commerciale del Midwest, quattro linee ferroviarie, 500 mila vagoni merci l’anno; fino agli anni Settanta e’ stata il primo snodo portuale del Mississippi, shipping terminal dell’acciaio di Cleveland e Pittsburgh attraverso l’Ohio River. La sua collocazione strategica – il generale Ulisse Grant si era acquartierato qui per l’ultimo assalto al fronte sudista durante la Guerra civile – l’avrebbe senz’altro salvata dal destino toccato alle altre citta’ della cosiddetta Rust Belt a causa della crisi dell’industria pesante e della grande manifattura. Avrebbe superato la crisi dell’acciaio e sarebbe stata perfettamente attrezzata per accogliere il nuovo boom del traffico fluviale sul Mississippi, oggi la più trafficata via d’acqua del pianeta, con circa un miliardo di tonnellate di grano, carbone, sabbia, sale, petrolio, containers trasportati su e giù ogni anno. Ma Cairo, dopo l’estate del 1967, divenne maledetta, una citta’ da cancellare dalla coscienza americana. Meglio partire prima che cali la sera, alla radio Keb’Mo’ canta: «It’s time for us to be movin’ on»