lunedì 25 agosto 2014

Maurizio Belpietro: Non si finanziano i terroristi ma una vittima non si abbandona

Libero

Il direttore di Libero, Maurizio Belpietro risponde ad una lettera inviata da Gelsomina Bergamo, madre di Gianluca Salviato rapito in Libia lo scorso 22 marzo. La madre dell'ostaggio chiede allo Stato di pagare il riscatto ai rapitori di suo figlio. Lo fa con un meassaggio inviato a Libero dopo l'editoriale del direttore di sabato 24 agosto in cui Belpietro ribadiva che pagare i riscatti equivale a finanziare i terroristi.  Ecco qui di seguito la risposta di Maurizio Belpietro alla lettera di Gelsomina Bergamo



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Gentile signora Gelsomina, quando ho scritto l’editoriale sulle due giovani lombarde rapite in Siria sapevo di avventurarmi su un terreno minato. Il rischio di far inferocire i famigliari di persone sequestrate, i quali - preoccupati delle sorti dei loro cari - vorrebbero che si facesse ogni cosa per riportarli a casa, mi era parso infatti fin da subito altissimo. E per questo ho premesso che se fossi un genitore farei esattamente tutto ciò che fanno i genitori di chi è nelle mani di una una banda di tagliagole. Invocherei pietà, raccoglierei tutto ciò che ho, busserei a ogni porta senza stancarmi, tratterei con i terroristi: perché la vita di un figlio o di un congiunto vale di più di qualsiasi cosa materiale e anche di tanti bei princìpi e di tante enunciazioni. Capisco dunque la sua reazione e probabilmente la sua rabbia quando ha visto il titolo di Libero di ieri, in cui si suggeriva di non pagare riscatti a chi sequestra e uccide uomini e donne in nome della guerra santa.

Il titolo e il mio articolo non si appellavano però ai genitori e ai familiari di chi, contro la propria volontà, è tenuto lontano in una terra straniera. Entrambi erano rivolti al governo, perché un conto è essere il famigliare di un rapito - e comportarsi come tale - e un conto è essere un primo ministro che un giorno si dice indignato per le stragi e gli stupri di cristiani in Siria e il giorno dopo, pagando un riscatto, finanzia gli autori di quelle stragi e di quegli stupri. Certo, si fa alla svelta a rilasciare una dichiarazione all’agenzia Ansa o a scrivere un tweet contro i miliziani dello Stato islamico e le loro barbarie. Ma poi bisogna essere coerenti e comportarsi di conseguenza, evitando di cedere ai ricatti e soprattutto evitando di armare la soldataglia della jihad. Coerenza, lo ripeto per non ingenerare equivoci, che non è richiesta ai parenti di una persona rapita: loro sono liberi di comportarsi come ritengono e io farei lo stesso se mi trovassi nei loro panni.

Lo Stato però non è un familiare e il presidente del consiglio non è un genitore. Chi sta al governo porta il peso delle decisioni e delle conseguenze di ciò che fa e dunque deve scegliere se salvare - forse - la vita di un italiano, cedendo alle minacce dei sequestratori e pagando 10 o 100 milioni, per condannarne altre che saranno soppresse con le armi comprate con i soldi del riscatto. Ecco, io penso che un premier debba agire, non combattere a parole i terroristi, ma farlo davvero, assumendosi la responsabilità di una decisione. Sbaglio? Forse. Se fossi un genitore certamente penserei che il mio ragionamento non stia in piedi. Ma poi rifletto anche su un altro aspetto: se anni fa, ai primi rapimenti, lo Stato non avesse ceduto, inginocchiandosi di fronte ai terroristi e ai tagliagole, questi avrebbero continuato a finanziarsi con i sequestri o avrebbero lasciato perdere? Forse oggi non avremmo tanti occidentali nelle loro mani. Forse.

Ciò detto, lei però introduce un elemento su cui io non avevo riflettuto. Scrivendo l’editoriale avevo in mente Vanessa e Greta, le due giovani di Bergamo e Varese prigioniere di un gruppo integralista, e per questo me l’ero presa con le Ong, cioè con le associazioni di volontari impegnate in zone calde. Spesso questi giovani partono pieni di ideali e di buona volontà e non si rendono conto che si stanno ficcando nei guai. Dopo il rapimento di Domenico Quirico, il giornalista della Stampa sequestrato per lunghi mesi, ci voleva molto a capire che si doveva stare alla larga da Aleppo?

Non essere un soldato o un giornalista, ma solo un volontario, da quelle parti non è garanzia di salvezza, perché per essere rapiti basta solo essere occidentali. Lì la vita vale niente, ma se si è un europeo può valere molto, perché si può chiedere un riscatto e trovare un governo che sottobanco lo paghi. Nessuno l’aveva spiegato a Vanessa e Greta? Non c’era chi fra i volontari delle Ong fosse in grado di consigliarle e di scoraggiarle dal partire? È a chi dirige queste Ong che va chiesto conto della sorte di Vanessa e Greta, non al governo.

Tuttavia lei spiega che suo figlio non è un giovane partito alla ventura inseguendo ingenuamente i sogni. Era un disoccupato che aveva bisogno di lavorare e il lavoro lo aveva trovato in Libia. Gianluca Salviato a Tobruk non ci è andato per fare esperienza, per vedere il mondo o per assecondare i propri ideali: c’è andato per portare a casa uno stipendio. Anche se era lontano da casa, anche se era solo, anche se stava in una zona a rischio. Eppure, di un italiano costretto a partire per la Libia per avere un posto non parla nessuno.

Di Vanessa e Greta sono piene le prime pagine dei giornali, su Gianluca invece niente. So che è brutto mettere le une contro l’altro, ma il trattamento stride. Sarà perché loro sono giovani, sorridenti, animate di buoni propositi, mentre suo figlio è quasi cinquantenne e malato. Sta di fatto che su di lui c’è una specie di congiura del silenzio. Come si dice in questi casi, la Farnesina segue con attenzione il caso e per favorire la liberazione dell’ostaggio mantiene il riserbo. Speriamo che sia vero. Su una cosa però sono d’accordo con lei.

Una Repubblica che è fondata sul lavoro se costringe i propri cittadini a emigrare in zone pericolose per cercare lavoro una qualche responsabilità ce l’ha. Non so se questa arrivi fino al punto di giustificare il pagamento di un riscatto a una banda di terroristi - non credo - ma se lo Stato si fonda sul lavoro e sul lavoro pretende le tasse, allora deve almeno tutelare chi il lavoro deve andare a cercarlo in Libia. Non opponendoci ma partecipando alla sciagurata missione occidentale contro Gheddafi, noi abbiamo contribuito a creare l’inferno libico. Ora abbiamo almeno il dovere di tirar fuori Gianluca da quell’inferno.


di Maurizio Belpietro

maurizio.belpietro@liberoquotidiano.it
@BelpietroTweet



Mio figlio rapito perché costretto ad andare in Libia: lo Stato paghi

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Caro Belpietro, è facile parlare quando non si è toccati nel vivo. Vieni a casa mia a dirmelo in faccia. Io, madre di un rapito da cinque mesi in Libia, andato solo per lavorare disoccupato, disperato e senza prospettive. Mio figlio si chiama Gianluca Salviato. Questo Stato come tu dici non è padre né madre, hai ragione; ma cosa fa per i disoccupati costretti ad accettare lavoro anche in posti pericolosi? Non deve pagare il riscatto? E i soldi che noi paghiamo in tasse se non è padre né madre perché siamo costretti a darglieli? Pensi che noi famiglia non ci leveremmo tutto pur di portarlo a casa? Prega che non succeda mai a te quello che è capitato e noi perché altrimenti vedresti che cambieresti idea subito. Quando si è toccati nel vivo si pensa solo alla vita del proprio figlio e noi nel bene e nel male siamo figli di questa Italia.

*Madre purtroppo di un rapito

Londra, Boris Johnson: "Gli inglesi in Siria? Colpevoli fino a prova contraria".

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"Colpevoli fino a prova contraria". È questa la proposta del sindaco di Londra, Boris Johnson, che ha chiesto che il principio della presunzione di innocenza sia ribaltato nei casi in cui cittadini britannici si rechino in Siria e in Iraq per combattere il jihad. Secondo il primo cittadino di Londra, questa modifica di legge dovrebbe essere introdotta così che tutti quelli che si recano in quei Paesi, senza aver prima avvisato le autorità, possano essere automaticamente sospettati di essere terroristi.

Revoca della cittadinanza - Johnson si è detto inoltre favorevole alla proposta secondo la quale a tutti i britannici che si recano a combattere in Siria e in Iraq nelle fila dello Stato islamico debba essere revocata la cittadinanza. Quelli che "continueranno a professare fedeltà ad uno stato terrorista" dovrebbero perdere la loro cittadinanza britannica, ha scritto il sindaco in un editoriale sul Daily Telegraph. "E' necessario che sia chiaro che verranno arrestati se si recheranno in Siria o in Iraq senza una buona ragione".

"Fermarli adesso" - Johnson ha poi sostenuto l’idea secondo cui il Regno Unito dovrebbe affrontare lo Stato Islamico e "cercare di fermarlo adesso", perché non agire significherebbe "un’ondata di terrore che alla fine arriverà a bussare alle nostre porte". "Non fare niente è la cosa peggiore di tutte" ha scritto sostenendo che i "pazzi" dell’Isil devono essere affrontati- "Qual è il senso di avere un budget per la difesa, se non cerchiamo almeno di prevenire la creazione di un califfato profondamente ostile ai valori di civiltà?".

Jihadi John - Il sindaco londinese ha auspicato inoltre che i killer del giornalista americano, James Foley, siano eliminati. Secondo l’ambasciatore britannico negli Stati Uniti, Sir Peter Westmacott, le agenzie di intelligence di Londra sarebbero vicine all’identificare il presunto killer del giornalista, soprannominato ’Jihadi John’



Giampaolo Pansa: siamo in guerra, basta pietà
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Papa Francesco è stato esplicito. Qualche giorno fa ci ha messo sotto gli occhi una verità terribile che pochi vogliono vedere. In questa estate del 2014 è iniziata la Terza Guerra mondiale e sta provocando migliaia di morti. A differenza dei due precedenti conflitti, quelli del 1914-1918 e del 1939-1945, la guerra di oggi, dice Papa Francesco, viene combattuta «a pezzi». Si spara e si muore in tante aree diverse. Nella striscia di Gaza dove si scontrano Israele e le bande di Hamas. In Libia, che i ribelli vogliono conquistare. In Iraq tra l’esercito regolare, oggi appoggiato dagli Stati Uniti, e i tagliagole del Califfato islamico. In Siria dove il regime di Assad stenta ad aver ragione di chi vuole distruggerlo. E infine in Ucraina che la Russia punta ad annettersi.

Questo succedersi di eventi sanguinosi è l’esordio di un conflitto più vasto che, per il momento, sembra risparmiare l’Occidente, a cominciare dall’Italia. Bisogna rifugiarsi in un’espressione cauta, «per il momento, per ora», poiché non sappiamo quanto può accadere all’improvviso. Infatti la Terza Guerra mondiale presenta un protagonista nuovo, feroce e di grande pericolo per tutti: l’irrompere sulla scena globale di un terrorismo islamico che sembrava confinato in territori lontani da noi.
L’assassinio del reporter americano James Foley è avvenuto sotto gli occhi di milioni di persone attraverso la ripresa televisiva effettuata e diffusa dai suoi boia. Resterà nella storia non soltanto per la tremenda zoomata sulla testa tagliata, ma per quanto è accaduto dopo. A cominciare dalla Gran Bretagna, i governi europei hanno dovuto prendere atto che non pochi dei loro giovani hanno raggiunto le bande del Califfato per combattere la guerra santa.

Sono ragazzi inglesi, francesi, tedeschi e forse anche italiani, convertiti all’Islam. Come tutti i fanatici di una religione che vuole lo sterminio dei cristiani, potrebbero ritornare a Londra, a Parigi, ad Amburgo, a Roma. E portare qui il virus sanguinario del terrorismo. Forse non tutti se ne sono accorti. Ma siamo entrati nell’epoca dei boia mascherati, gli assassini con il cappuccio nero. Lo indossavano pure i terroristi di Hamas che l’altro ieri, nella striscia di Gaza, hanno ammazzato ventuno palestinesi, presunti informatori di Israele. Portati in qualche piazza della città, sono stati accoppati come bestie. E anche la loro fine è stata filmata e diffusa attraverso il maledetto web che aiuta i guardoni di tutto il mondo ad andare in orgasmo davanti a un uomo sgozzato.

Nel frattempo che cosa accade in Italia? I nostri servizi di sicurezza ci avvisano che il rischio del terrorismo islamico diventa sempre più vicino e allarmante. Siamo alle prese con una maledizione che si ripete. Dal 1974 al 1988, il terrorismo delle Brigate rosse ha insanguinato le nostre strade con decine di morti, più qualche centinaio di gambizzati. Abbiamo visto sequestrare e uccidere un leader politico come Aldo Moro. Tuttavia la Prima Repubblica ha retto, in virtù di un patto tra centro, destra e sinistra. Un’intesa che, sia pure tra mille difficoltà, ha sempre tenuto.

Ma in quel tempo, l’Italia della politica era più salda di quella odierna. E disponeva di leader che possono aver commesso molti errori, ma tutto sommato erano migliori di quelli d’oggi. Lo scrivo per rispetto professionale della verità. Lavoravo da giornalista allora come faccio adesso. Però in questo 2014 vedo attorno a me un panorama di rovine. Con una Casta politica che annaspa impotente. Per di più strozzata da una recessione profonda, un pozzo dal quale i partiti non sono capaci di far uscire gli italiani onesti e senza potere.

Di fronte alla Terza Guerra mondiale, il governo Renzi balbetta e non sa decidere neppure le misure indispensabili. Per cominciare, dovrebbe chiudere subito l’operazione Mare Nostrum. L’avevo già chiesto in un Bestiario pubblicato da Libero il 4 maggio di quest’anno, quando i clandestini accettati in Italia erano a quota trentamila. Oggi siamo a quota 110 mila e gli sbarchi continuano. Un giornalista tedesco, che lavora qui da corrispondente, allora scrisse: la presenza di Papa Francesco a Lampedusa è stata «un magnete» che ha attirato in casa nostra un numero crescente di disperati, pronti a tutto pur di arrivare in Europa.

Morale della favola? Non si è fatto nulla. Dall’inizio del suo mandato, Matteo Renzi non ha mostrato nessun interesse per gli sbarchi nell’Italia del sud. Per il premier era ed è un non problema. Oppure in lui prevale l’imprinting cattolico, da boy scout disposto a salvare chiunque. Soltanto qualche giorno fa, nella visita mordi e fuggi in Iraq, si è deciso a tirare la giacca di un’Europa sempre più impotente. E convinta nella sua vigliaccheria che la marea dei clandestini sia soltanto una questione italiana.
Eppure il rischio crescente di un terrorismo islamista dovrebbe far ricordare a tutti il grido di allarme che il vescovo cattolico di Mosul, costretto a fuggire con i suoi fedeli dai tagliagole dell’Isis, ha affidato a Lorenzo Cremonesi, inviato in Iraq dal Corriere della Sera: «Voi italiani non sapete chi vi portate in casa. Con i clandestini salvati dalle navi della vostra marina militare, possono arrivare terroristi islamici pronti a uccidere. Gli esseri umani non sono tutti uguali».

Ma il governo renzista non bada a queste sottigliezze. Da noi impera ancora uno schematismo coperto di ragnatele. Chi respinge gli sbarchi è di destra, uno sporco leghista alla Matteo Salvini. Se invece ritieni che l’Italia debba accettare chiunque, sei un buon samaritano di sinistra, nonché fedele seguace di Papa Francesco.Tuttavia, se è vero che stiamo precipitando in una guerra, dobbiamo mettere da parte il buonismo, lo spirito di carità, l’ottimismo eccessivo, la faciloneria generosa. Per limitarmi a un esempio solo, mi domando perché si debba permettere a due ragazze di partire da sole per la Siria a portare qualche aiuto umanitario.

Adesso Greta e Vanessa sono prigioniere di una banda di malviventi o di ribelli al regime di Assad. Sia chiaro: non penso a un regime di polizia che controlli i viaggi degli italiani. Ma nessuna democrazia può durare se non si cautela di fronte a tragedie che poi lo Stato deve risolvere.
Nel 1978, quando Moro venne rapito, la malfamata Democrazia cristiana e il Pci ancora comunista, con l’appoggio dei grandi giornali del tempo, rifiutarono lo scambio di prigionieri, chiesto dalla Brigate rosse e sostenuto dal leader socialista Bettino Craxi. Ho vissuto da cronista quel dramma durato cinquantacinque giorni. Moro venne ucciso, ma la Repubblica si salvò.

Non illudiamoci. Se la Terza Guerra mondiale durerà, dovremo pagare tutti dei prezzi sempre più alti. L’altro giorno, un amico mi ha chiesto: «Hai paura di quello che può accadere?». Gli ho risposto: «Sì. E la spensieratezza di Renzi, il suo concionare, le promesse a getto continuo e non mantenute, persino la stupidità del gavettone di acqua gelata che s’infligge da solo, accentuano i miei timori».
Poi mi rammento della Seconda Guerra mondiale che ho visto da ragazzino. Le bombe che cadevano anche sulla mia città. Le fughe notturne nei rifugi. La tessera del pane. Gli assalti dei partigiani. Le rappresaglie dei tedeschi e dei fascisti repubblicani. L’inferno coperto di sangue del primo dopoguerra. E dico a me stesso: se l’hanno scampata i bambini come me, la scamperanno pure i bambini di questa infelice Italia



Italia, i 50 convertiti pronti a combattere per la Jihad

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Hanno tra i 18 e i 25 anni e sono per lo più maschi. Sono in tutto una cinquantina e sono pronti a partite dall’Italia per combattere in Siria e in Iraq la guerra santa degli ijhadisti. E' questo l'allarme dei Servizi Segreti a proposito del reclutamento di giovanissimi musulmani italiani, i cosiddetti "foreign fighters", da parte del terrorismo dell'Isis che usa il web per convertire e poi arruolare. La gran parte, almeno l’80%, sono italiani che hanno sposato la religione islamica all’Islam da poco e in modo molto rapido. Molti sono stati reclutati al Nord: la zona di Brescia, assieme alle città di Torino e Milano è in fermento. Ma anche Ravenna e Bologna, l’area di Padova, la Valcamonica, oltre a Napoli e Roma.

Duecento reclutatori - Poi ci sono gli "ufficiali di collegamento", circa duecento persone italiane, che si occupano di organizzare le trasferte delle reclute nei posti dove occorre combattere. Secondo il Corriere della Sera questi ultimi soggetti sarebbero "attenzionati" e ritenuti molto pericolosi dai nostri servizi perché rientrati nel nostro Paese dopo un periodo di addestramento in basi segrete, per lo più in Afghanistan. Rappresentano un fenomeno del tutto nuovo e in controtendenza rispetto agli altri Paesi europei come Gran Bretagna, Germania e Francia e Belgio. Lì la gran parte dei jihadisti reclutati, molto più numerosi di quelli italiani, vanno direttamente a combattere come volontari nei teatri di conflitto. Da noi è il contrario. La maggioranza resta a fornire sostegno logistico, organizzativo e di reclutamento sul nostro territorio, ritenuto uno snodo nevralgico. Molti di questi duecento "ufficiali di collegamento" presenti sul nostro territorio nazionale sono rientrati in Italia da Paesi in guerra, inclusa la Siria: come distinguerli con certezza dai richiedenti



Edward Luttwak: "Foley? Se l'è cercata. Il suo non era giornalismo"
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"Secondo me se l'è cercata". Il professor Edward Luttwak ha una visione molto personale della tragedia che ha coinvolto James Foley. In un'intervista a il Giornale, Luttwak afferma: "Foley? Se penso che abbiamo rischiato la vita dei nostri soldati per tentare di salvarlo mi arrabbio. Quello prima è andato a giocare al corrispondente di guerra in Libia e si è fatto catturare. Poi è andato a cercar guai in Siria". Poi fa un paragone particolare: "Foley? Se penso che abbiamo rischiato la vita dei nostri soldati per tentare di salvarlo mi arrabbio. Quello prima è andato a giocare al corrispondente di guerra in Libia e si è fatto catturare. Poi è andato a cercar guai in Siria. Risultato? Voi europei pagate enormi riscatti per liberarli e noi americani rischiamo la vita dei soldati per riportarli a casa".

"Il suo non era giornalismo" - Infine Luttwak torna ancora sul caso Foley e aggiunge: "Se l'è cercata totalmente..... Il suo, come quello della vostra Sgrena, non è giornalismo, ma protagonismo. Lui, la Sgrena e tanti altri non raccontano quel che succede, aiutano una parte in gioco. Nel suo caso il cosiddetto popolo siriano. Nel caso della Sgrena quelli che combattevano contro l'Italia. Che poi ha pagato per riaverla viva. Questo oltre ad esser pericoloso per chi lo pratica, genera disinformazione. Identificandosi con chi, a detta loro, soffre producono racconti emotivi destinati non ad informare, ma a coinvolgere il pubblico".

Così i ragazzi europei diventano tagliagole al servizio dell'islam

Magdi Cristiano Allam - Lun, 25/08/2014 - 14:19

Il lavaggio del cervello avviene nelle moschee e si diffonde attraverso i social network. L'autoritarismo è efficace sui giovani senza valori: la guerra globalizzata è a casa nostra


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Genitori, fate attenzione! Una mattina potreste svegliarvi e scoprire che la figlia o il figlio, poco più che adolescenti, sono scomparsi da casa. Vi potreste ritrovare in preda alla disperazione fino a quando, più o meno dopo una settimana, riceverete una telefonata da un numero sconosciuto in cui lei o lui vi comunicheranno con voce ferma: «Mamma e papà, sto bene.
Ho finalmente realizzato il mio sogno. Sono nello Stato Islamico dell'Irak e del Levante (Isis) e dedicherò la mia vita per la vittoria della causa dell'islam. Non tornerò mai più a casa». È quello che fecero lo scorso maggio due britanniche di 16 anni, le gemelle Salma e Zahra Halane, di famiglia islamica, residenti a Manchester. Sui profili Twitter una ha scritto: «Ci preparavamo a diventare medici, ora ci addestriamo a uccidere».
Anche il più giovane terrorista islamico, Younes Abaaound, 13 anni, cittadino belga di origine marocchina, è partito da Bruxelles in Siria lo scorso gennaio con il fratello Abdelhamid di 27 anni. Il padre ha detto che ai figli «è stato fatto il lavaggio del cervello» nelle moschee in Belgio. La medesima denuncia fatta dal padre di una ragazzina di 14 anni, spagnola di origine marocchina, dopo il suo arresto mentre si apprestava a imbarcarsi per la Turchia in compagnia di una diciannovenne, entrambe velate dalla testa ai piedi, arruolate dall'Isis.

Il lavaggio di cervello c'è nella storia di Khadijah Dare, 22 anni, inglese, residente a Londra, sposata con uno svedese di origine turca, dal 2012 tutti e due in Siria arruolati nell'Isis. Dopo la decapitazione del giornalista americano James Foley, su Twitter ha detto che vuole diventare «la prima donna che ucciderà un terrorista britannico o americano». Ebbene la sua conversione all'islam avvenne frequentando il Lewisham Islamic Centre gestito da Michael Adebolajo e Michael Adebowale, britannici di origine nigeriana, che il 23 maggio 2013 decapitarono a Londra il soldato Lee James Rigby.

È innanzitutto la crisi d'identità che permea i nostri giovani a far sì che il vuoto sul piano valoriale venga colmato dall'ideologia islamica che paradossalmente, nella sua invasività ed autoritarismo, risulta soddisfacente. Aderendo a un'ideologia che ordina loro per filo e per segno ciò che debbono fare e ciò che è assolutamente vietato, i nostri giovani acquisiscono un senso della responsabilità e una cultura dei doveri che manca loro, in una società dove primeggia la cultura dei soli diritti e delle sole libertà.

Le moschee sono il passaggio centrale perché è qui che si salda e cementa il patto che rende l'adesione alla causa della guerra santa islamica un percorso di solo andata, senza alcuna possibilità di tornare indietro, lo stesso meccanismo che vige in una setta che si connota per la violenza e dove chiunque ne faccia parte non potrà mai abbandonarla, perché il tradimento metterebbe a rischio la stessa causa islamica. È nelle moschee che si pratica il lavaggio di cervello che trasforma la persona in robot della morte, in terrorista islamico che aspira al «martirio», il suicidio-omicidio che spalancherebbe le porte del paradiso islamico uccidendo il maggior numero possibile di nemici dell'islam.

I siti e i blog di internet e le applicazioni degli smartphone (Whattsapp, Facebook, Instagram, Twitter) svolgono un ruolo di trasmissione dei messaggi fondamentale in una società globalizzata, fungono da supporto e talvolta sostituiscono i luoghi fisici d'incontro seppur parzialmente e comunque temporaneamente.

Forze dell'ordine, attenzione! Un giorno, che potrebbe essere prossimo, potreste scoprire che proprio quei giovani, italianissimi da sempre, cristiani convertiti all'islam, o italiani di recente acquisizione originari di Paesi islamici, dopo essere scomparsi ed aver annunciato la loro adesione all'Isis, sono riusciti furtivamente a rientrare in patria e a farsi esplodere in un luogo simbolico o strategico, perpetrando una strage, inculcando e diffondendo il terrore tra la popolazione. Questa guerra globalizzata è ormai dentro casa nostra, i suoi protagonisti sono i nostri stessi figli nei panni di carnefici e di vittime di un sistema che ha evidentemente fallito, che è incapace di farli sentire pienamente se stessi a casa loro.

Facebook.com/MagdiCristianoAllam

Apple cambia la batteria degli iPhone 5. Ecco come richiedere la sostituzione

Il Mattino

ROMA - ​Apple ha annunciato di aver deciso di offrire gratis la sostituzione della batteria per una piccola percentuale di iPhone 5 che a maggio hanno registrato problemi di ricarica della batteria.
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Gli interessati sono gli iPhone 5 venduti tra settembre 2012 e gennaio 2013 e rientrano in un numero di serie limitato.I clienti possono verificare sul sito di Apple (a questo link) se il proprio dispositivo è ammesso al programma di sostituzione della batteria. Il processo di sostituzione è attualmente disponibile negli Stati Uniti e in Cina. Negli altri paesi il programma sarà disponibile a partire dal 29 agosto 2014.

sabato 23 agosto 2014 - 20:01   Ultimo agg.: domenica 24 agosto 2014 12:09

Ice Bucket Challenge, Luciana Littizzetto dona 100 euro. Bufera sul web: "E' un'elemosina"

Libero

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Una secchiata di imbarazzo per Luciana Littizzetto: la spalla di Fabio Fazio (che l'ha chiamata in causa, nominandola), prende parte all'Ice Bucket Challegne, la virale doccia ghiacciata per beneficenza, il cui obiettivo è raccogliere fondi per la ricerca sulla Sla. E doccia ghiacciata sia. Peccato però che, contestualmente alla doccia, arrivino anche le "informazioni" sulla donazione: "Lucianina" offre 100 euro, sventolandoli in favore di telecamera (e dopo aver apostrofato Fazio come "quel pirla", a sua volta nomina Claudio Bisio e la Gialappa's Band). Una donazione che ha letteralmente scatenato una sollevazione sul web, dove si parla di "elemosina" da parte della Littizzetto. In effetti, la cifra appare un po' scarna, soprattutto in relazione a quanto si dice che "Lucianina" percepisca dalla Rai: per l'ultimo Sanremo si parlava di 300-350mila euro, mentre Renato Brunetta, in un'interrogazione alla Commissione parlamentare di Vigilanza Rai, ricordava che per Che tempo che fa la Littizzetto prende 20mila euro a puntata per "10 minuti di monologo".

L'Ice Bucket Challenge della Littizzetto
Guarda il video su Liberotv


Demolita - Il web, come detto, non perdona tali sproporzioni. Twitter, in particolare, dove il semplice hashtag #Littizzetto, in pochi minuti, ha iniziato a spopolare. C'è chi è stupito, come Giangio: "Ma veramente la #Littizzetto avrebbe donato solo #100euro? Lei che guadagna milioni di euro...facendo le proporzioni... #1centesimobasta...". Oltre a una variopinta quantità di insulti, la maggior parte dei quali irriferibili, la comica Lucianina incassa anche diverse battute. Per esempio quella di Davide Astolfi: "La #Littizzetto che mostra e dona solo 100 euro all'#IceBucketChallenge è passata dal non far ridere al far piangere".

Per Maurizio Cescon la Littizzetto, che "mostra con orgoglio l'assegno pro-malati di appena 100 euro" dovrebbe "farsi la doccia per la vergogna. Ma non di acqua gelata". Quindi altra ironia, con Tipostrano: "Azz, la Littizzetto dona 100 euro per la Sla. Parte la campagna 'aiutiamo la Littizzetto'". Tuffi Von Gattis ipotizza: "Secondo me la Littizzetto era uscita solo con 100 euro in tasca", mentre Riccardo @so_cruel si interroga: "Chiederà il rimborso sul 740?". C'è quindi l'ipotesi di Sergio Silvestri: "100 euro per #icebucketchallenge... Probabilmente si versa in base alla propria statura". A onor del vero c'è anche chi Lucianina la difende, come tal Beatrice: "Avete stufato. Luciana è una grande, donate voi visto che siete così bravi".

La Nasa inventa il nero più nero che c’è

La Stampa
antonio lo campo

Gli astronauti stanno testando una vernice che assorbe quasi completamente la luce: ecco come potrebbe essere usata per i futuri telescopi spaziali

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Il tipo di vernice nera viene realizzata con tecnologie simili a quelle utilizzate su aerei come gli “Stealth” che sono in grado di sfuggire ai radar.Una vernice nera, ma talmente nera da as orbire quasi del tutto la luce, in ogni sua particella. Una “divoratrice di fotoni” realizzata con tecnologie simili a quelle utilizzate su aerei militari come gli “Stealth” che, proprio sfruttando queste caratteristiche chimiche, sono in grado (perlomeno in parte) di sfuggire ai radar.

Questo tipo di vernice però, troverà ben presto impiego in campo scientifico e in futuro, chissà, in campo commerciale come una vernice dalle caratteristiche uniche. L’ha sviluppata la NASA: quindi, niente impiego militare, essendo un ente civile che, peraltro, utilizza vernici nere super-speciali per caratteristiche legate più che altro all’aerodinamica e alle alte temperature, sin dagli anni sessanta e dai tempi del mitico aero-razzo X-15.

Sei anni di test e sviluppo, e ora ecco una vernice che potrà avere impieghi importanti proprio in campo scientifico, in particolare nell’astronomia: questa vernice potrebbe infatti essere adoperata per gli strumenti dei futuri satelliti scientifici, in particolare per gli osservatori spaziali, che scrutano nelle profondità del cosmo a caccia di pianeti extrasolari. La nera vernice può infatti bloccare la luce proveniente da stelle o altri oggetti luminosi, in grado di offuscare l’osservazione degli “esopianeti” e rendere quindi assai più vantaggiose le osservazioni.

Alcuni campioni di questa vernice si trovano ora nello spazio, a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Li ha trasferiti lassù, a fine luglio, il cargo automatico europeo ATV-5, per sottoporli ad alcuni test da parte degli astronauti. La vernice assorbe il 99.5 percento della luce visibile (e 99.8 percento di luce in lunghezza d’onda più lunga): sfugge via quindi una piccola percentuale, “ma è già notevole il risultato raggiunto” - sottolinea John Hagopian, Responsabile Scientifico dell’esperimento per la NASA. “Per adesso il nostro obiettivo non è tanto di battere dei record o di creare il nero più nero che c’è, ma creare una vernice capace di resistere alle sollecitazioni estreme dello spazio”.

Ma come è composta la vernice? Il laboratorio NASA che se occupa, ne svelò i primi dettagli nel 2010: è creata sfruttando dei nanotubi in carbonio delle dimensioni 10.000 volte più piccole di quelle di un capello. L’intreccio di nanotubi crea un effetto rimbalzo in cui la luce viene assorbita completamente e non si riflette più in superficie, se non in una frazione minima. Così l’occhio umano e gli strumenti di misura considerano il materiale nero, anzi “il nero più nero che c’è”. 

La NASA nei prossimi anni continuerà a testare la nuova vernice anche come rivestimento per satelliti e per altri progetti, come quello del “James Webb Space Telescope”, il successore di Hubble, il cui lancio è in programma per il 2017. Ma già si pensa persino al successore di “Webb Telescope”, chiamato “ATLAST”, dedicato in modo particolare alla ricerca di esopianeti. Magari, con caratteristiche simili alla Terra e (perché no?), con qualche forma di vita. In fondo l’obiettivo principale e il grande sogno sono sempre questi.

Sette italiani su dieci controllano le mail di lavoro anche in vacanza

La Stampa


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Una ricerca di Hotels.com svela che thailandesi, coreani e giapponesi non possono fare a meno dei gadget, mentre nella classifica dei Paesi più attaccati alla tecnologia l’Italia è quattordicesima Sono i thailandesi i viaggiatori meno disposti a rinunciare a smartphone e tablet durante le vacanze. È quanto emerge da una ricerca condotta da Hotels.com, sito specializzato nella prenotazione di hotel online. Più dell’85% dei soggetti intervistati non farebbe a meno di andare in ferie senza gadget.

La ricerca esamina le abitudini digitali in vacanza di 28 Paesi di tutto il mondo. Dopo la Thailandia segue a ruota la Corea, al secondo posto con il 78% dei soggetti che non si staccherebbe dai propri dispositivi mobili e il Giappone, che occupa la terza posizione con il 69%. L’Italia occupa il quattordicesimo posto della classifica, con il 39% dei soggetti intervistati che risulta riluttante a lasciare a casa il proprio telefono cellulare durante le vacanze. Il sondaggio rivela che quasi il 14% degli italiani, una volta tornati a casa dalle vacanze, si pente di aver speso troppo tempo davanti ai propri dispositivi mobili. Sette su dieci (72%), infatti, hanno ammesso di controllare le mail di lavoro costantemente, mentre la restante parte (28%) sostiene di non aver mai dedicato del tempo a questa attività. 

Nonostante l’attaccamento alla tecnologia, otto intervistati su dieci (80%) vedono comunque le vacanze come un mezzo per dimenticare il lavoro. Il 33% è solito utilizzare la rete non solo per essere connesso con le attività lavorative, ma anche per avere accesso ai social media con l’obiettivo di condividere foto e status legati alle proprie ferie. 

La ricerca di Hotels.com rivela, inoltre, la top 10 degli oggetti più importanti da portare in vacanza per gli italiani. Mentre lo smartphone si posiziona al terzo posto, a pari merito con il kit da palestra e il costume da bagno, in cima alla classifica si trova l'immancabile passaporto. Inoltre, non rinunciano al rasoio, che segue a ruota in seconda posizione; l'ultimo posto è occupato, invece, dall'assicurazione di viaggio che risulta poco rilevante per il popolo del Belpaese.

Tra i viaggiatori, invece, a cui piace ingigantire le proprie esperienze di viaggio per vantarsi con parenti ed amici, i cinesi occupano il gradino più alto del podio con il 67% delle risposte positive. Seguono i tedeschi (64%) al secondo posto e i viaggiatori della Corea (48%) al terzo. Gli italiani si posizionano al diciannovesimo posto, quasi ai piedi della classifica e al pari degli Usa, risultando tra i viaggiatori più sinceri.

«La vacanza dovrebbe essere un momento per rilassarsi - spiega Katherine Hopcraft di Hotels.com -. Se l'utilizzo dello smartphone comporta dei vantaggi sia per rimanere costantemente connessi con il proprio lavoro, sia per verificare le condizioni atmosferiche o per controllare le mappe, risulta che i viaggiatori trarrebbero più benefici nell'evitare le e-mail e disconnettendosi, in modo tale da ristabilire il giusto e fondamentale equilibrio tra lavoro e vita privata». 

Cassazione: pedone “investe” ciclista, deve risarcirlo

La Stampa

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Costa caro al pedone «l’invasione» della pista ciclabile anche se compiuta inavvertitamente. La Cassazione ha infatti confermato la condanna di una signora fiorentina che, senza guardare, era scesa da un marciapiede e si era trovata nel bel mezzo di un tratto di strada riservata ai ciclisti creando così «ostacolo» alla loro circolazione tanto che una ciclista, per schivarla, era stata costretta ad una brutta caduta nella quale si era fatta male a un occhio.

Denunciata per «condotta colposa consistita nella violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale», Cristina M. (53 anni) era stata inizialmente assolta «per non aver commesso il fatto» dal giudice di pace di Firenze il 16 settembre del 2010. In seguito, su appello di Maria C. - la ciclista finita a terra - il Tribunale di Firenze il 13 luglio 2012 aveva condannato Cristina M. al risarcimento dei danni provocati alla vittima con una provvisionale immediatamente esecutiva pari a ottomila euro. Tra pedone e ciclista non c’era stato «nessun contatto» e la signora a piedi non aveva riportato alcuna lesione diversamente dalla donna alla guida della bici che, per evitarla, aveva perso il controllo del suo mezzo. L’incidente era avvenuto il sette giugno 2005.

Senza successo Cristina M. ha contestato la condanna innanzi alla Quarta sezione penale della Suprema Corte che, con la sentenza 35957 depositata oggi e relativa all’udienza svoltasi lo scorso cinque giugno, ha confermato il verdetto di responsabilità dando il via libera al proseguimento della causa civile per la quantificazione definitiva dei danni da risarcire alla ciclista oltre agli ottomila euro già conteggiati.

L’imputata è stata anche condannata a pagare duemila euro di spese processuali in favore di Maria C. per l’onorario dell’avvocato della parte civile.

(Fonte: Ansa)

Come sorvegliare la casa con le videocamere low-cost

La Stampa
antonino caffo

Dal mare alla montagna, ecco alcune soluzioni economiche per tenere d’occhio stanze, uffici e garage


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Quante volte, in vacanza, avete pensato: “Se potessi vedere adesso cosa succede in casa”. Magari in passato volevate comprare una videocamera di sorveglianza, da montare in prossimità della porta di casa o all’interno, per tenere d’occhio le stanze principali. Il problema era che, fino a poco tempo fa, queste soluzioni erano molto costose, necessitavano di un collegamento ad internet specifico (con IP fisso) e anche l’installazione non era così semplice. 

Per fortuna la tecnologia ha fatto importanti passi in avanti, permettendo la realizzazione e il lancio sul mercato di diverse videocamere domestiche, che sfruttano la semplice connessione wireless, si attivano in pochi minuti e soprattutto sono economicamente accessibili. Tra queste prendiamo in considerazione i modelli che per fascia di prezzo e qualità possono riscuotere l’interesse dei villeggianti di fine agosto ma anche di un fine settimana autunnale o natalizio, sicuri che una volta provato non si potrà più fare a meno di un occhio digitale sul focolare domestico. 

Una soluzione interessante è quella che propone l’azienda di Taiwan D-Link con l’ultimo modello DCS-5222L (meno di 160 euro su Amazon). Si tratta di una videocamera “cloud” che permette di monitorare una stanza (che sia a casa o in ufficio ma anche un garage) con l’interessante funzione “Pan/Tilt”, con cui girare la visione con un raggio di azione pari a 340 gradi e avere così una panoramica globale sull’ambiente dove è posizionata. 

Il sensore permette di visualizzare immagini nitide sia in condizioni di luce che al buio, grazie ad un LED a infrarossi, e di registrare su un supporto di memoria microSD le immagini riprese in diretta. Ma il bello della videocamera è la possibilità di poter accedere alla stanza non solo da computer (come avveniva in precedenza) ma anche in mobilità attraverso un’app per iOS e Android. Basta registrarsi sul sito My D-Link, configurare il prodotto e azionare il monitoraggio in remoto, anche a migliaia di chilometri di distanza; il motorino integrato nella DCA-5222L permetterà di girare la videocamera sia in orizzontale che in verticale, così da scrutare ogni piccolo angolo della stanza.
Se l’obiettivo è quello di monitorare ambienti esterni, come giardini o cancelli, una scelta indicata potrebbe essere quella del modello FI8919W di Foscam (140 euro sul sito ufficiale).

Esteticamente molto elegante, la videocamera in questione è “waterproof”, ovvero resistente all’acqua e al vento, in grado quindi di tenere gli occhi aperti anche nelle fredde giornate in cui lasciamo incustoditi gli immobili. Anche questo modello è dotato di infrarossi per restituire un’immagine definita in assenza di luce e, vista la particolare vocazione da esterni, in grado di scorgere persone in movimento fino a 15 metri di distanza. Anche in questo caso è possibile guardare le immagini dal vivo dal proprio computer o smartphone/tablet iOS, Android e BlackBerry, semplicemente collegandosi al sito web di Foscam oppure, per chi possiede un iPhone o iPad, scaricando l’app “Surveillance Pro for Foscam” che, a differenza di D-Link, è a pagamento. 

Considerando la necessità di voler controllare in qualsiasi momento e dovunque quello che succede negli spazi privati, c’è un’azienda che ha pensato di sviluppare la propria videocamera di sorveglianza proprio partendo dalle esigenze degli utenti mobili. Con il modello M120E/10 (150 euro sul sito), Philips permette a chi ha uno smartphone o tablet iOS e Android di controllare stanze e ambienti esterni tramite il sensore HD In.Sight.

Qui la configurazione del dispositivo da agganciare alla rete Wi-Fi domestica è ancora più semplice. Accedendo all’app “In.Sight+” viene generato un codice QR con le impostazioni del Wi-Fi di casa (a cui si è collegati con il cellulare o tablet in uso) che può essere letto dalla videocamera, ponendo semplicemente il display del dispositivo mobile davanti al sensore. In questo modo non c’è bisogno di usare un computer per installare il sistema di monitoraggio; ogni operazione si compie in automatico senza fili. Una funzione interessante è la possibilità di usare il microfono dello smartphone per inviare un messaggio in remoto direttamente attraverso la videocamera (nel caso in cui vi siano ladri da spaventare) e la ricezione di una notifica appena viene rilevato un minimo movimento all’interno della stanza. 

Insomma di soluzioni ce ne sono davvero tante e per tutti i gusti. Un consiglio generale può essere quello di installare la videocamera in una posizione non facile da individuare per un intruso, tenendo presente che tutti i modelli devono essere alimentati da una presa di corrente (niente batterie per intenderci). Il motivo per “nascondere” l’apparecchio è che basta staccare la spina per interrompere la comunicazione e chiudere ogni occhio sull’appartamento. Allo stesso modo i ladri potrebbero staccare il modem Wi-Fi per impedire l’invio delle immagini dalla videocamera alle app attraverso internet; in questo caso la fortuna starebbe nell’individuare i topi d’appartamento nel momento in cui entrano in casa, prima che taglino qualsiasi ponte con il mondo esterno. Difficile ma non impossibile.

Metro, borseggiatrici rubano portafogli, bloccano vagone ed escono indisturbate. Vigili le lasciano andare

Il Messaggero
di M.Ev.

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Benvenuti a Roma, dove le borseggiatrici possono bloccare treni, fare man bassa di portafogli di turisti e riprendere serenamente a viaggiare sulla metro nonostante un cittadino abbia avvertito i vigili urbani. Come dire: il Foreign Office ha esagerato nell’indicare Roma come il regno dei borseggiatori, ma certo il problema esiste. Tutto è successo ieri pomeriggio, alla fermata Colosseo. Banchina strapiena di turisti. Quando si ferma il treno non tutti riescono a salire.

Una donna di 30 anni, rom, s’intrufola tra i passeggeri e ruba il portafogli a un turista straniero. Con un piede blocca le porte del treno, scende e se ne va. Un ragazzo di 25 anni, scende, segue la rom (che si unisce ad altre donne) e chiede a due vigili di intervenire. I vigili fermano le rom ma poiché sono sprovviste di documenti le lasciano risalire sul treno: una resa totale. E’ seguito un battibecco tra il ragazzo e i vigili. «Uso spesso la metro - dice lui - e vedo che queste bande sono intoccabili».


Lunedì 25 Agosto 2014 - 07:45
Ultimo aggiornamento: 07:47

Accusato di aver molestato un'adolescente, in tribunale la moglie lo difende: «Ha un pene troppo piccolo»

Il Messaggero
di Federica Macagnone

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Le misure contano. Eccome se contano. Herbert O (il nome completo non è stato svelato), 54 anni, postino, è stato accusato da una adolescente della cittadina di Leer, nella bassa Sassonia, in Germania, di essersi presentato alla sua porta con la cerniera dei pantaloni abbassata e i genitali in bella mostra.

Il fatto sarebbe successo nell'agosto del 2013 e la stessa sera la ragazza e la madre si sono presentate alla polizia per denunciare l'accaduto. Fin qui niente di sorprendente se non fosse che la difesa dell'uomo è incentrata sulle dimensioni del suo pene: Herbert ha contestato le accuse dicendo che non è sufficientemente dotato da poter rappresentare un problema di ordine pubblico. A riprova delle sue affermazioni ha chiamato a testimoniare la moglie che non si è tirata indietro. Anzi. «Mi dispiace, cara, ma il pene di mio marito è troppo corto per pendere fuori dai pantaloni», ha detto in tribunale la donna.

L'avvocato difensore Lutz Winkler di fronte a una verità così schiacciante ha chiesto dunque al giudice Ulrike Andrees di verificare la credibilità di quanto veniva sostenuto in aula. Il magistrato ha declinato la proposta e ha subito demandato l'onere della verifica all'ufficio del coroner di Oldenburg, che normalmente si occupa di autopsia e rilievi giudiziari: serve una misurazione esatta per poter prendere una decisione ponderata. «Se la moglie ha parlato così francamente, non posso non tenerlo in considerazione» ha concluso il giudice.

«Non si è mai visto nulla del genere» ha commentato il court manager Norbert Bruns.


Domenica 24 Agosto 2014 - 18:46
Ultimo aggiornamento: 19:50