lunedì 1 settembre 2014

Giampaolo Pansa: Andiamo alla guerra guidati da un gelataio

Libero


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Immaginate di essere un turista straniero capitato a Roma in un pomeriggio qualsiasi, per esempio quello di venerdì 29 agosto 2014. Non sapete nulla del nostro paese, anche se qualche italiano brontolone vi ha spiegato che siamo in crisi nera. Voi vi domandate: sarà vero o no? Poi arrivate sulla piazza davanti a Palazzo Chigi e che cosa vedete? Un premier che ha convocato il carrettino di un gelataio rinomato, ha ordinato un grande cono di crema e limone e se lo mangia con soddisfazione golosa. Al tempo stesso si rivolge a una troupe televisiva e mette in scena il suo solito show: risate, battute, piroette. Con la faccia di sempre: un ganassa paffuto con i dentoni da latte all’infuori.

Si è comportato così Matteo Renzi, nel pomeriggio di venerdì. Siamo davvero in un clima da Bestiario. L’Italia rischia la deflazione, un pericolo peggiore dell’inflazione. Il capo degli industriali, Giorgio Squinzi, ripete per l’ennesima volta che la situazione è drammatica. E lo sconsiderato ragazzone fiorentino brandisce il gelato per rimproverare a un settimanale inglese, l’Economist, di averlo sfottuto con una vignetta in copertina. Per di più, lo fa gloriandosi della trovata di entrare a Palazzo Chigi leccando il suo cono.

Viene inevitabile chiedersi: ma Renzi lo è o ci fa? L’unica risposta che riesco a darmi è la seguente: sono bastati appena sei mesi e mezzo di governo per obbligare anche gli analisti più imparziali a domandarsi se lui sia il premier giusto per un’Italia alle prese con una condizione mai sperimentata prima, salvo l’epoca terribile delle Brigate rosse. Purtroppo per Renzi, e soprattutto per noi, si consolida il sospetto che sia “unfit”, inadatto all’incarico, come i perfidi inglesi avevano sentenziato per Silvio Berlusconi.

Perché “unfit”? Perché è un parolaio e non uno statista o almeno un normale uomo di governo. Perché sparacchia a tutta forza una serie infinita di programmi che non riuscirebbe a realizzare neppure in dieci anni di Palazzo Chigi. Perché continua a fingere che le emergenze difficili da affrontare non esistano. Un caso esemplare è lo sbarco inarrestabile dei clandestini in arrivo dall’Africa del nord. Renzi ha chiuso gli occhi su quanto avveniva dapprima in Sicilia e adesso nel resto del Mezzogiorno. Oggi non sa più da che parte voltarsi. E spera in un aiuto dall’Europa che quasi di certo non arriverà nella misura necessaria.

Ma in questa fine dell’estate 2014, Renzi si trova alle prese con un’altra emergenza ben più drammatica. È quella della Terza Guerra mondiale, evocata da Papa Francesco e combattuta in più di un territorio. I fronti rischiosi per l’Italia sono tre. La Libia, il paese di fronte a noi, sull’altro lato del Mediterraneo, che le milizie islamiste stanno conquistando. L’Ucraina, con la Russia di Putin che è pronta ad annetterla e minaccia l’Occidente, noi compresi, di non fornirci più il gas. E infine la polveriera tra l’Iraq e la Siria, un’area diventata la testa di ponte del Califfato islamico, un impero di orrori consumati all’ombra della sua bandiera nera.

A proposito di questo cancro da estirpare (Obama dixit), continuiamo a parlare di terrorismo, usando una parola insufficiente a spiegare quanto stia accadendo. Ci avvisa dell’errore un politico che stimo da molti anni: Marco Minniti, con una lunga esperienza nei governi D’Alema, Amato e Prodi. Oggi è uno dei sottosegretari di Renzi, con la delega ai servizi di sicurezza. In un’intervista a Daniele Mastrogiacomo, un nostro collega rapito nel 2007 in Afghanistan dai talebani, ci ha spiegato con chiarezza che cosa sia già oggi il Califfato islamico.

Siamo di fronte, dice Minniti, a una minaccia senza precedenti, per due motivi. Il primo è che dobbiamo opporci a un vero esercito con armi tradizionali, impegnato in una guerra simmetrica contro altri Stati. Ma anche in grado di condurre una guerra asimmetrica, con azioni di terrorismo difficili da contrastare. «Dovremo fare i conti con questi combattenti almeno per dieci anni» è la raggelante previsione di Minniti.

Il perché è chiaro. L’Isis, ossia l’Organizzazione dello Stato Islamico, sta dimostrando di saper costruire uno Stato. Amministra un territorio molto vasto. Controlla una quindicina di pozzi petroliferi e i relativi impianti. Grazie al petrolio incassa ogni giorno due milioni di dollari. Ma il denaro non gli manca. Quando i soldati del Califfo sono entrati nella città irachena di Mosul hanno svuotato i caveau delle banche, dove c’erano cinquecento milioni di dollari in contanti.

Ecco un esempio di capitalismo arcaico e feroce. Fondato su una fanatismo religioso che lo rende ancora più brutale. Le altre religioni e i civili che le praticano sono da distruggere. Non c’è pietà per i prigionieri catturati in combattimento. La loro sorte è la decapitazione o la crocifissione. Le donne vengono rapite e poi vendute ai bordelli del Medio Oriente.

L’Occidente non sa decidere quale strategia usare per opporsi all’avanzata del Califfato. Si discute se sia conveniente un’alleanza militare temporanea con il dittatore siriano Bashar Assad, che guida un regime sanguinario, responsabile di un’infinità di nefandezze. Il Bestiario non è in grado di affrontare problemi strategici di questa portata. Tuttavia vuole ricordare un precedente storico.

Quando si trattò di fermare e sconfiggere le armate di Hitler che voleva estendere all’intera Europa il dominio del nazismo, che cosa fecero due grandi democrazie come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti? Si allearono con Stalin, un tiranno comunista che aveva creato una dittatura bestiale, con milioni di fucilati o di uccisi nei gulag sovietici, responsabile di carestie e di orrori politici con un’infinità di morti. Ma senza l’Unione sovietica di Stalin, forse Hitler non sarebbe stato battuto e la storia dell’Europa, non avrebbe cambiato verso, per usare uno dei motti sbandierati da Renzi a proposito della nostra repubblica.

In questo scenario apocalittico, che rischia di irrompere nelle nostre vite con qualche sanguinosa operazione terroristica, un nuovo 11 settembre, l’Italia conta come il due di picche. Sotto questo aspetto il premier Renzi è davvero un personaggio patetico, che la questione del gelato sta mutando in una macchietta. Il presidente del Consiglio ha un solo interesse: allargare di continuo il proprio cerchio magico e collocare nei posti più delicati i suoi amici.

Volete una previsione? Prima o poi si sbarazzerà del ministro dell’Economia, il tecnico Pier Carlo Padoan, che mostra già una faccia stravolta dalla fatica di rincorrere tutte le spese progettate da Renzi senza curarsi delle coperture adeguate. Poi farà a meno di Graziano Delrio, un flemmatico privo del fisico da velocista che Matteo ama. E ora che ha collocato in Europa, in un incarico da nulla, la sua Federica Mogherini, dovrà decidere a chi affidare il ministero degli Esteri, una posizione molto delicata in quest’epoca connotata da un groviglio di guerre.

Il male minore sarebbe Lapo Pistelli, il vice ministro di oggi. Un amico di Renzi, poi suo avversario nelle primarie per il sindaco di Firenze, vinte da Matteo. Ma non è escluso che il premier si tenga l’interim degli Esteri. L’appetito vien mangiando. E infatti Renzi ingrassa a vista d’occhio. Stia attento ai gelati e alla voglia di potere personale. Prima o poi lo fregheranno.

di Giampaolo Pansa

Il computer parla napoletano e siciliano: con Apple diventano lingue ufficiali

Il Mattino



ROMA - I computer Apple parlano napoletano e siciliano. Siccome le due lingue sono state riconosciute dall'Unesco con lo status di "lingua madre", il nuovo sistema operativo OSX Yosemite permetterà agli utenti di sceglierle per il proprio dispositivo. La versione ufficiale sarà rilasciata in autunno. Pwer impostare "sicilianu" e "napulitano" basterà accedere alle Preferenze di Sistema e selezionare "zona e lingua".

Ma attenzione, ciò non vuol dire che il computer "parlerà" le due lingue, ma soloc he le riconoscerà nel caso vengano sviluppate App che le utilizzano.

domenica 31 agosto 2014 - 20:42   Ultimo agg.: lunedì 1 settembre 2014 10:15

Magdi non si piega: "Mi autodenuncio per islamofobia"

Magdi Cristiano Allam - Lun, 01/09/2014 - 08:29

La provocazione: confesso, sono colpevole. Sin dal 1976 ho scritto articoli contro l'islam. Grazie ai taglialingue nostrani ora mi redimo


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M i sono pentito. Ammetto di aver commesso il reato di islamofobia. Riconosco la legittimità del Tribunale dell'Ordine dei giornalisti. Ho deciso di collaborare per espiare fino in fondo le mie colpe, confessando la lunga serie di reati commessi sin dall'inizio dell'attività giornalistica nel 1976, così come considero doveroso denunciare tutti gli islamofobi che ho conosciuto.
Lo so che sono tanti ma è fondamentale individuarli e condannarli tutti, tanto i processi saranno rapidissimi perché ho le prove inconfutabili della loro colpevolezza. Sono convinto che dobbiamo bonificare l'Italia dall'islamofobia per assicurare l'avvento della nuova civiltà globalista, finanziaria, eurocratica, relativista, immigrazionista, multiculturalista e ovviamente islamofila.

I capi d'accusa che mi sono rivolti, sulla base della denuncia di un avvocato orgogliosamente italianissimo, che ama l'Italia più di se stesso e che darebbe la vita per salvaguardare la nostra civiltà dalle radici ebraico-cristiane, fanno riferimento a soli nove articoli scritti nel periodo di circa 8 mesi limitatamente al 2011 per l'unico quotidiano Il Giornale . Evidentemente la sua bontà d'animo l'ha indotto a non denunciare tutta la mia produzione giornalistica che, vi assicuro, è un ammasso di islamofobia da destinare al rogo per il bene dell'umanità.

Non sarà facile reperire le migliaia di articoli scritti per l'Agenzia giornalistica Quotidiani Associati , che fino al 1990 furono pubblicati da una trentina di testate locali, tra cui Il Secolo XIX , Il Gazzettino , Il Mattino , la Gazzetta del Mezzogiorno , La Sicilia , L'Unione Sarda e persino il Corriere del Ticino . Mentre risulta più agevole disporre di altre migliaia di articoli pubblicati fino al 2003 su la Repubblica e fino al 2008 sul Corriere della Sera .

Anche i miei dieci libri, che complessivamente hanno venduto circa 800mila copie, sono intrisi di islamofobia, devono essere pertanto requisiti e dati alle fiamme. Infine meritano il rogo le registrazioni delle migliaia di partecipazioni televisive e radiofoniche dove ho reiterato il reato di islamofobia. Mi limiterò a due esempi di indubbia islamofobia pubblicati sul Corriere della Sera dove avevo la qualifica di vicedirettore. Il 29 settembre 2005 pubblicai un articolo dal titolo «Moschea-mania, serve uno stop», che iniziava così: «In Italia sembra essere esplosa la moschea-mania. Da Genova a Firenze, da Verona a Reggio Emilia, da Napoli a Colle Val d'Elsa, tutti la vogliono.

Ebbene, da cittadino italiano, musulmano, laico, lancio un appello a tutte le istituzioni dello Stato affinché sospendano la costruzione di nuove moschee». Sempre il Corriere della Sera pubblicò in prima pagina una mia testimonianza sulla mia conversione, in data 23 marzo 2008, in cui dico: «La mia mente si è affrancata dall'oscurantismo di un'ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all'omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia»; e ancora: «Al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale».

Ebbene per espiare la mia lunghissima serie di reati di islamofobia procederò autonomamente a tagliarmi la lingua con la speranza che mi risparmieranno il taglio della testa. Da oggi non pronuncerò mai più il nome di Allah invano, terrò una copia del Sacro Corano sul comodino e la bacerò prima di coricarmi e al risveglio, tesserò le lodi di Maometto, chinerò il capo al cospetto della moschea, gioirò per la conversione degli italiani all'islam. Il mio processo sarà una pietra miliare nel percorso che affermerà l'avvento del Califfato islamico globalizzato anche in Italia.

La Storia riconoscerà ai taglialingue nostrani il merito di aver epurato da giornali, televisioni, libri e discorsi pubblici qualunque offesa o semplicemente critica ad Allah da venerare inconfutabilmente come il Dio di tutti, all'Islam che dovrà essere l'unica religione che si scrive con la prima lettera maiuscola, al Corano da riconoscere come il Sigillo della profezia, a Maometto da elogiare come l'ultimo dei profeti, alla sharia a cui le nostre leggi dovranno conformarsi.

Non posso che essere grato al Tribunale dell'Ordine dei giornalisti che mi concede l'opportunità di redimermi e di estirpare con la mia condanna il male assoluto dell'islamofobia.
Facebook.com/MagdiCristianoAllam



Caso Allam, una decisione sconcertante

Alessandro Sallusti - Ven, 29/08/2014 - 07:00

Il presidente dell'Odg: "Magdi potrà difendersi". Ma la vicenda resta sconcertante

Caro direttore,

leggo i servizi dedicati all'Odg in relazione a una vicenda che riguarda Magdi Cristiano Allam. Debbo dirti che alcuni toni e non poche espressioni mi sconcertano. L'idea che ci siano degli intoccabili non appartiene alla mia cultura né, a leggere il Giornale, alla tua.

Potrei tacere, perché solo un ignorante (nel senso che non conosce le cose) può non sapere che il Consiglio nazionale di disciplina è organismo autonomo, voluto come tale da una legge dello Stato.
Ma, come ben sai personalmente, non amo le fughe, tanto da essere stato - doverosamente, a mio avviso, ma ugualmente andando contro «corrente» - accanto a te quando a Milano eri sotto processo.
Se non si trattasse di Allam mi verrebbe il sospetto che questa vicenda vien cavalcata per riaccendere l'attenzione su un impegno personale e politico. Ma le cose non stanno esattamente come si afferma, pur citando correttamente i passaggi di un capo di incolpazione.

Non so, essendo estraneo all'organismo, come finirà. Ma so che ad Allam sono state accordate, doverosamente, tutte le opportunità di acquisire i documenti, contenuti nel fascicolo, che riterrà utili. Di più: ha eccepito che i termini di 30 giorni non gli erano sufficienti e gli uffici, mi assicurano, gli hanno formalizzato un prolungamento che, mi riferiscono, è stato di sua soddisfazione. Ma si tende a trasmettere una informazione distorta. Allam non è stato processato. Ci si è limitati a ritenere «non manifestamente infondato» un esposto presentato da una associazione, «Media e diritto», che si duole per alcune affermazioni contenute suoi articoli.

Personalmente non mi sarei sentito oltraggiato (ma non mi sento «intoccabile», come scritto in premessa), ma, anzi, avrei colto la notizia non tanto (né solo) come l'opportunità di rivendicare la possibilità di dire quel che penso, ma anche per argomentarne più approfonditamente le ragioni.
Ancor di più, non mi sarei scandalizzato perché questa procedura conferma che non ci sono «intoccabili» e che le ragioni di tutti vengono valutate con attenzione. Una differenza non marginale, ad esempio e senza generalizzazioni, con chi vive di una giustizia, sommaria e tutta sua, sgozzando davanti alla telecamera un giornalista.

Enzo Iacopino, Presidente dell'Ordine nazionale dei giornalisti


Caro presidente, in effetti ho provato sulla mia pelle la tua solidarietà e te ne sono riconoscente e grato. Il che non ha impedito che nostri solerti colleghi mi ri-processassero, nonostante la «grazia» che mi ha concesso il presidente Napolitano, e condannassero a due mesi di sospensione (l'appello, come saprai è a giorni). Ma questa è un'altra storia. È vero, come dici, che non ci devono essere intoccabili, ma chissà perché chi la pensa in un certo modo è più toccato di altri. E quando ad allungare le mani sono colleghi od organi che sia pure autonomi riconducibili all'Ordine dei giornalisti, allora mi preoccupo.

Mi piacerebbe che l'Ordine, e tutto ciò che ruota attorno ad esso, si battesse sempre e comunque per la libertà di pensiero ed espressione, di chiunque. Perché è questo, per stare in tema, che distingue la nostra società da quella islamica, il più delle volte fondata sulla sharia. A quei signori che hanno fatto l'esposto bastava spiegare questa semplice verità non trattabile: ci spiace, ma da noi si è liberi di pensare, dire e scrivere, ciò che si crede, per eventuali reati rivolgersi alla magistratura ordinaria.



La colpa di scrivere da destra

Vittorio Feltri - Lun, 01/09/2014 - 15:37


La persecuzione che gli tocca sopportare ora, su iniziativa dell'orrenda corporazione, non è dovuta a ciò che egli mette nero su bianco, ma alla connotazione politica del quotidiano

I lettori del Giornale conoscono bene le ultime vicende di Magdi Cristiano Allam, sotto procedimento disciplinare promosso dall'Ordine dei giornalisti per motivi pretestuosi: egli sarebbe islamofobo, come risulterebbe dalla sua intensa attività pubblicistica.
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Sono sicuro che alla fine sarà assolto. Non posso immaginare il contrario: sarebbe assurdo. Soprattutto coloro che eventualmente dovessero condannarlo farebbero una figuraccia e si esporrebbero non solo a critiche aspre, ma anche al dileggio di chiunque abbia un minimo di senso del ridicolo. Come si fa in un Paese ufficialmente democratico a punire una penna che esprime opinioni (sempre) lecite oltre che condivise praticamente dalla maggioranza dei cittadini?

Non credo che la commissione incaricata di giudicare sia tanto ingenua e stolta dal commettere uno scempio simile. Ma il punto è un altro. Frequento Allam da parecchio tempo. È un signore che mastica la materia di cui tratta; ovvio, è nato in Egitto da famiglia musulmana, ha analizzato con cura i costumi e la religione della sua gente, insomma non parla a vanvera quanto tanti colleghi nostri, inclusi quelli che oggi tradiscono soddisfazione perché lui - editorialista esperto - invece di esser applaudito per la competenza di cui fa sfoggio è umiliato e indicato al popolo quale reprobo, avendo avuto il coraggio e la lucidità scientifica di denunciare le malefatte degli estremisti di Allah.

Per inciso, desideriamo rammentare che le vittime delle cosiddette guerre di religione, follemente combattute in nome di Dio, sono più numerose di quelle dichiarate per questioni economiche e politiche. Allam, come ogni giornalista, può piacere o no. Questo è scontato. Ma negargli il diritto di divulgare le proprie idee antislamiche è una forma di violenza tollerabile soltanto nelle nazioni ad alta densità di musulmani estremisti. Chi vuole tagliare la lingua a Magdi, pertanto, è parente di chi usa eliminare gli eretici e gli oppositori mediante tribale decapitazione. E chi pretende di zittirlo con una sentenza, pur burocraticamente impeccabile, si pone sullo stesso piano degli assassini che uccidono gli avversari, quantomeno ne è indirettamente complice. E ora veniamo al nocciolo per dimostrare che le nostre - le mie - non sono elucubrazioni acrobatiche.

Allam esercita la professione giornalistica da oltre trent'anni. Ha sempre sostenuto le stesse tesi, compatibilmente con l'attualità e la cronaca dei fatti. Ha collaborato a lungo con Il Manifesto , quotidiano comunista, e nessuno gli ha mai torto un capello. Chi avrebbe osato deplorare un signore ospitato addirittura nel tempio giornalistico della sinistra più spinta? Egli poi fu assunto alla Repubblica in qualità di inviato speciale ed editorialista, firmando sovente pezzi in prima pagina.
In particolare, all'inizio del terzo millennio, in occasione dell'abbattimento delle Torri gemelle, avvenuto non per volontà dei boy scout, ma organizzato e perpetrato dai terroristi di Osama Bin Laden, Magdi, chiamato a commentare quei tragici avvenimenti, si elevò a star del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari.

I suoi interventi censori nei confronti dei fondamentalisti musulmani erano improntati alla stessa indignazione di quelli pubblicati più tardi sul Corriere della Sera , dove fu accolto con tutti gli onori. Basti pensare che fu conferito allo scriba egiziano il titolo di vicedirettore. Allam rimase impegnato nel ruolo di vice di Stefano Folli e poi di Paolo Mieli sino al 2008; nei cinque anni di permanenza in via Solferino a Milano, si confermò un feroce fustigatore degli islamisti. Esercitò la professione secondo il proprio stile, mai cedendo alla tentazione di concedere qualche attenuante agli autori dei massacri religiosi. L'Ordine dei pennini si guardò sempre dal castigarlo. E ci saremmo stupiti dell'opposto. Magdi a un dato momento abbandonò lo scranno di vicedirettore, lasciò cioè il giornalismo per dedicarsi prevalentemente alla politica.

Una scelta di campo che non gli impedì tuttavia di continuare a scrivere periodicamente editoriali (coerenti con la sua visione del problema musulmano), ma non più per i quotidiani ai quali aveva prestato opera, bensì per Il Giornale . Ecco l'errore. La persecuzione che gli tocca sopportare ora, su iniziativa dell'orrenda corporazione, non è dovuta a ciò che egli mette nero su bianco, ma alla connotazione politica del quotidiano a cui la sua produzione pubblicistica è destinata: Il Giornale , appunto, notoriamente di proprietà della famiglia Berlusconi, pertanto considerato farina del diavolo, anzi, carta da bruciare allo scopo di arrostire i servi di Arcore ovvero tutti noi.

Oddio, anche coloro che pubblicano libri con Mondadori sono egualmente servi di Arcore, poiché la casa editrice è pure dell'ex Cavaliere, ma attenzione: essendo essi in prevalenza compagni non sono disprezzati né inseriti nell'organico della servitù. C'est la vie. In sintesi, il povero Allam non viene quindi perseguito per le cose giuste e sacrosante che ha sempre dichiarato sul Manifesto , sulla Repubblica e sul Corriere , ma perché le scrive sul Giornale . Non è un sospetto: è una deduzione. D'altronde anche il direttore Alessandro Sallusti è nel mirino dell'Ordine (che ha tanti difetti ma non di mira) ed io stesso mi sono beccato vari pallettoni nelle terga: un paio di radiazioni evitate per un pelo, e tre mesi di sospensione che non sono stati sei per pura fortuna. Questa è la realtà. Comunque, mi pare che con Magdi si stia esagerando. La misura è colma. Qualcuno, mi auguro, provvederà a porre fine allo scempio. Matteo Renzi, se ci sei e non ci fai, batti un colpo.

L'ultimo scandalo delle Coop rosse: chiedono soldi per lavorare

Franco Grilli - Lun, 01/09/2014 - 09:36

I dipendenti costretti a versare 4mila euro per essere assunti da una cooperativa


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L'ultimo scandalo legato alle Coop? Pagare per lavorare. Come racconta un'inchiesta del Corriere della Sera, in una cooperativa sociale di Padova la cifra da pagare è 4.000 euro. "Questa è la somma che la Codess, membro della Legacoop sociali, chiede ai propri dipendenti neoassunti", scrive il Corsera.

Come se non bastasse, la Codess richiede che i lavoratori divengano soci della cooperativa.

Il tutto per un lavoro retribuito dai 600 ai 1.200 euro al mese. "Un socio lavoratore deve sborsare innanzitutto 3000 euro per comprare la propria quota sociale (molto salata rispetto a quanto chiedono le altre cooperative), soldi che vengono restituiti solo nel caso in cui il contratto di lavoro venga rescisso e il socio chieda di riavere indietro il proprio denaro. Altri 1000 euro devono invece essere versati alla Codess a fondo perduto (quindi senza possibilità di poterli mai rivedere), a titolo di tassa di ammissione soci. Niente paura, però, i 4000 mila euro non bisogna consegnarli subito e in contanti. La cooperativa li scala in piccole e comode rate mensili dalla busta paga", scrive il quotidiano di via Solferino, documentando il tutto con un video.

Ai soci lavoratori di Modena il “prelievo” dalla busta paga non è andato giù. Tramite la Cgil modenese hanno contestato i mille euro della tassa di ammissione soci e, dopo una lunga trattativa, la Codess ha preferito restituire i soldi ai dipendenti, evitando un processo davanti a un giudice. Quello emiliano è tuttavia l’unico caso di restituzione della tassa in Italia. Il prelievo sulla busta paga degli altri lavoratori della Codess, per ora, continua.

Milano, così mi hanno rubato la bicicletta

Libero

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Parlo a te, sindaco Pisapia. Diciamo che questa è una specie di lettera. Il fatto è che mi hanno fottuto la bici. E mi scuso se utilizzo il verbo balordo «fottere», ma non c’è espressione migliore per rendere l’idea. È la seconda che mi spazzano negli ultimi 60 giorni a Milano. Starai pensando, caro Pisapia: «Amico Biasin, se sto a dar retta pure alle bici rubate qui facciamo notte». Beh, sai cosa c’è? A me non interessa un fico che tu abbia cose più importanti a cui pensare. Mi hanno scippato la bici, nella tua e mia città. Era bella, nera, nuova, di quelle che ti fanno sembrare un bravo ragazzo. Gli amici me l’avevano regalata al compleanno. «Però questa volta non fartela rubare», l’ammonizione ridanciana.

Prendo la cosa alla lettera. Corro in ferramenta. «Di grazia, mi vende un catenaccio anti figli-di-maiala-che-ti-fottono-la-bici?».

L’uomo del ferro mi indica una parete: «Vede questi? Sono catenacci. Quello da 5 euro è da furto assicurato, quello da 50 euro è una garanzia ma pesa una tonnellata, con quello da 20 euro deve avere culo ma diciamo che può stare quasi tranquillo. In ogni caso se ne faccia una ragione: a Milano prima o poi la sua bici diventerà la bici di qualcun altro». Acquisto quello da 20 euro per tre motivi: 1) Sono un barbone. 2) Sono uno statistico («me l’hanno appena ciulata, non ricapiterà»). 3) Quello da una tonnellata avrebbe reso zimbella la mia bici. Che era nera. Bellissima. Regalata dagli amici.
L’ho legata in Porta Venezia: non in via Triboniano, in Porta Venezia.

Sotto alla redazione. Guardata a vista dalla telecamera di una nota banca. Ebbene, me l’hanno fottuta, e ancora mi scuso per il termine barbaro, ma il fatto è che la mia bici per te che sei sindaco di tutti noi deve avere un valore inestimabile. Come se fosse la tua, per intenderci. Ti hanno mai rubato una bici, Pisapia? No? A me e a un sacco di miei e tuoi concittadini sì: per strada, sui marciapiedi, ma persino negli androni dei palazzi o nelle cantine. Scomparse come i cinesi quando arriva l’anagrafe. Senti qua, se dovesse capitare anche a te posso darti un buon consiglio: il sabato mattina svegliati con solerzia e vai in quella che i milanesi chiamano Fiera di Sinigaglia.

Ecco, ti confido un segreto di quelli che non devi dire a nessuno: laggiù il sabato mattina trovi decine e decine di bici rubate che puoi acquistare a buon prezzo da solerti e improvvisati venditori. Ritrovi quasi certamente anche la tua, forse non la mia. Perché la mia era bella, nera, regalata dagli amici: probabilmente è andata via come il pane. Sii accomodante con lorsignori, sindaco caro, perché se per caso alzi la voce e dici «malfattori, codesta è la mia bici! Restituitemela!», loro te la ridanno sì, ma sulla nuca a raffreddare l’istinto «cheguevaresco».

Caro Pisapia, non intendo tediarti, ma la necessità di avere un altro mezzo di locomozione mi impone di considerare un tris di opzioni:

1) Compro un’altra bici. Nera. Nuova. Non regalata dagli amici. E un catenaccio che pesi come la bici stessa. Quindi prego in sanscrito che il mezzo passi inosservato.

2) Acquisto una tenaglia. E fotto a mia volta una bici secondo la «legge del taglione a due ruote». Quella di un concittadino a caso. Magari addirittura la tua se sei parecchio sfortunato.

3)Aspetto che qualcuno vada in questo posto losco e misterioso denominato Fiera di Sinigaglia a far presente che «forse - ma sarà nostra premura controllare codici e leggi - a Milano non è consentito rubare e vendere biciclette altrui».

Non ho altro da aggiungere, amico Pisapia, chiudo questa lettera effettivamente troppo maleducata. Resto convinto che anche tu che sei l’integerrimo sindaco, dopo un primo momento in cui hai pensato «io andrei a denunciare il misfatto alle autorità!» hai calcolato il tempo che avresti buttato e ti sei inesorabilmente, lucidamente, subdolamente concentrato sull’opzione 2 per dare il via a un meraviglioso fotti-fotti universale. Che dici, la accendiamo?  Viva Milano, viva l’Expo, viva il Giro d’Italia che non finisce più a Milano e ora abbiamo capito perché: si spazzavano anche quelle.

L’iPad perso, la password clonata: e la situazione diventa pirandelliana

La Stampa

marcello sorgi



Per qualche settimana, complice una colpevole distrazione del sottoscritto, un ignoto hacker è entrato nell’account Twitter @MarcelloSorgi, sostituendosi al titolare. Involontariamente ho così provato l’esperienza della sostituzione di identità, nel senso che tutto continuava a funzionare come succede abitualmente a un giornalista abituato a «cinguettare», solo che il giornalista che si presentava a mio nome non ero io.

Questa situazione pirandelliana – una punizione aggiuntiva per un giornalista siciliano, cresciuto nel mito del grande scrittore e drammaturgo – s’è trascinata fino all’altro ieri, quando un giovane hacker, a cui avevo confidato la spiacevole situazione in cui mi trovavo, è riuscito a reintrodurmi nel recinto di Twitter: «Sono tornato anche perché un fake si è sostituito a me», è stato il mio primo messaggio. Qualcuno mi avrà preso per pazzo.

Eppure non è così. Il mio calvario è cominciato in primavera, non ricordo neppure il giorno esatto, tale è stato il senso di smarrimento, quando ho dimenticato in aereo il mio iPad e non l’ho più ritrovato. Mi era capitato altre volte di perdere nei meandri del computer un articolo, o addirittura un intero capitolo di un libro. Ma di perdere tutto ciò che la memoria elettronica custodiva, compreso qualche innocente appunto privato, questo no. Non mi era mai successo: e se ripenso al momento in cui ho dovuto rendermene conto, provo ancora un brivido.

L’esperto commesso del negozio in cui avevo comperato l’iPad mi ha interrogato a lungo per capire che tipo di utente fossi. Mi ha compatito quando ho dovuto confessargli che non avevo scaricato l’applicazione che consente di localizzare lo strumento ovunque si trovi, e neppure il codice numerico di sicurezza, o il collegamento con il computer da tavolo. «Ma almeno, la nuvola, ce l’avevi?», ha concluso sfiduciato. «Credo di sì», balbettavo incerto, con evidente senso di vergogna. La via d’uscita trovata rapidamente era l’acquisto di un nuovo iPad. Sul quale, grazie a iCloud, appunto la nuvola, gran parte dei miei files, forse addirittura la totalità, si sarebbero potuti recuperare.

Detto fatto, ho atteso trepidante che il nuovo apparecchio fosse scartato, collegato, attivato. E con indicibile sollievo ho assistito al ritorno in vita dei miei testi e delle funzioni di cui mi ero servito finora. Tutte, praticamente tutte, tranne Twitter, che si ostinava a restare assente, irraggiungibile.
Lì per lì ho deciso di non preoccuparmi. In fondo sono sempre stato un twittarolo svogliato, specialmente d’estate. Così ho pensato di poterne fare a meno. Errore grave, presunzione imperdonabile, di cui non riuscirò mai a pentirmi abbastanza. Con cadenza regolare, giornaliera e anche pluriquotidiana, Twitter mi contattava sulla mail, interrogandomi sui motivi dell’abbandono e spronandomi a tornare. «Bastano due minuti del tuo tempo», ripetevano i messaggi: tanto che una mattina decisi di provarci.

Mi veniva ovviamente richiesto di digitare il mio nome e la mia password. Ma appena eseguito l’ordine, la reazione era inequivocabile: username o password sbagliati. «Hai dimenticato la password?», insisteva il messaggio. E alla mia risposta affermativa (pensavo di ricordarla perfettamente, ma non si può mai dire), mi comunicava la stessa password appena scandita. Riscriverla era inutile, si rientrava nello stesso giro. Tal che, dopo una decina di tentativi, decidevo di rinunciarci. Nelle prime settimane la mia vita proseguiva tranquillamente. Amici e colleghi più esperti di me mi chiamavano, o mi scrivevano, per avvertirmi che mi sarei pentito di aver abbandonato un discreto gruppetto di «followers». Ma io, neghittosamente, rinviavo.

Quale non è stata la mia sorpresa, allo scadere della quinta settimana, nel ricevere una serie di mail, saranno state una decina, del genere «Tizio ha cominciato a seguirti su Twitter». Ma se io sono uscito, e non twitto da settimane, mi chiedevo, com’è possibile che questi dicano di seguirmi? Mi rispondevo che siccome di tanto in tanto mi succede di partecipare a un programma tv, e in quei casi, ai tempi in cui twittavo, il numero dei miei corrispondenti aumentava, probabilmente questo continuava ad accadere anche a prescindere dal fatto che continuassi o no a stare su Twitter. In ogni caso non potevo darmi una risposta certa, essendo aperta a tutti, tranne che a me, la porta dell’account a mio nome.

A Ferragosto, in occasione degli auguri che si è soliti scambiarsi a metà estate, ho ricevuto un Sms di una collega, Laura Anello. Tra l’altro mi informava di seguirmi regolarmente su Twitter. Mi è sembrato gentile avvertirla che in realtà non stava seguendo me, ma un falso @MarcelloSorgi. E anzi, se poteva dirmi di cosa scrivesse, mi avrebbe fatto piacere. In questo modo ho scoperto che il «fake» continuava a occuparsi di politica, materia a cui solitamente mi dedicavo, nel tentativo evidente di sostituirsi a me in modo verosimile, e, forse, definitivo. A quel punto, qualcosa, un non so che, mi ha spinto a intervenire.

Il devoto hacker che nella mattinata di venerdì mi ha restituito l’identità ha dovuto usare un espediente che aggiunge un ulteriore dose di pirandellismo a questa incredibile vicenda. Per consentirmi di rientrare ha dovuto crearmi un nuovo indirizzo di mail (sorgiposta@gmail.com), una nuova password, e, incredibilmente, anche una terza (dopo la mia originale e quella del falso me che se ne era appropriato) identità: su Twitter non sono più @MarcelloSorgi, che sopravvive, ancorché abbandonato dall’usurpatore, ma @Sorgiscrive.

Confesso che preferivo la precedente, ma ogni tentativo di riaverla o di proporne una simile (tipo @MSorgi) non è stato accettato. I miei followers li ho perduti tutti, e mi dispiace molto. Ma alla fine sono soddisfatto di aver messo in fuga «l’altro me» che mi aveva preso il posto, e galleggia sulla rete, ormai svuotato di ogni senso e di anelito vitale. Se qualcuno fosse in grado di cancellarlo per sempre, gli sarei eternamente grato, e potrei dimenticare questo incubo.

Twitter: @Sorgiscrive

Leandra, 127 anni, è la donna più longeva ​al mondo. «Vi svelo il mio segreto»

Il Mattino

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CITTÀ DEL MESSICO - Centoventisette anni e un elisir di lunga vita: il cioccolato. Leandra Becerra Lumbreras, una donna messicana, è attualmente la più vecchia signora del mondo.Nata il 31 agosto del 1887 ha recentemente raggiunto un traguardo che certo non è per molti. La cioccolata e lunghe dormite sono il suo segreto, visto che la donna è sempre stata molto ghiotta e ha sempre amato riposarsi.

«È una combattente», racconta la famiglia, «ha sempre lavorato e fino a due anni fa ancora cuciva e cucinava per tutti». Leandra è stata una donna molto attiva durante la sua vita al punto anche di combattere nella rivoluzione 1910-1917 messicana accanto a suo marito.

Guarda il video - Clicca qui

L'unico dramma della sua longevità sono stati i lutti: Leandra ha sepolto, oltre al marito, cinque figli e 20 nipoti. Oggi ha anche 73 bis-nipoti e 55 bis-bis-nipoti.
lunedì 1 settembre 2014 - 10:45   Ultimo agg.: 10:52

Strage di Beslan, 10 anni dopo Il Papa scrive in memoria delle vittime

Il Messaggero

Era il 1 settembre del 2004. A Beslan, cittadina di 35mila abitanti dell’Ossezia del Nord, un gruppo di separatisti ceceni e terroristi islamici fa irruzione in una scuola. L'assedio dura tre giorni e si conclude con l'ingresso delle forze speciali russe: una strage che fece 331 vittime, di cui 186 bambini.
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Oggi a 10 anni da quel massacro, ribattezzato la strage degli angeli, il Papa scrive in ricordo delle vittime per non dimenticare. Sarà padre Paolo De Carli - la notizia è stata riportata dal Giornale di Brescia e rilanciata anche dalla Radio Vaticana - il latore della lettera.Padre De Carli, allora priore del Convento carmelitano della Lastre a Trento, ha ospitato per mesi un gruppo di 63 cittadini di Beslan. Per questo il Papa lo ha chiamato al telefono, affidandogli una lettera che il sacerdote carmelitano - oggi direttore dell'Istituto scolastico «Madonna della Neve» di Adro - porterà con sè nei prossimi giorni, quando visiterà la cittadina osseta, in occasione della commemorazione delle vittime della strage.

LA STRAGE Il 1 settembre del 2004 è il primo giorno di un nuovo anno scolastico a Beslan, cittadina di 35mila abitanti dell’Ossezia del Nord, regione autonoma della Federazione Russia.
Alle 9.30 del mattino, un commando di 32 separatisti ceceni e terroristi islamici fa irruzione nella scuola e prende in ostaggio circa 1100 persone, inclusi più di 700 bambini. L’assedio dura tre terribili giorni, tra rilasci, uccisioni, confusione, terrore. Si conclude con l’ingresso nella scuola delle forze speciali russe. Molti risultano spariti. Il bilancio della strage è terribile: restano uccise circa 380 persone, di cui 186 bambini.


Lunedì 01 Settembre 2014 - 10:28
Ultimo aggiornamento: 10:44

Il pop up, peccato originale del web

La Stampa

nadia ferrigo

L’inventore Ethan Zuckerman si pente e riflette sull’aver fatto della pubblicità l’unico modello di business




«Perdonatemi se potete, perché la colpa è anche mia». Ethan Zuckerman è l’inventore del pop up, una delle prime - e di certo tra le più seccanti - forme di pubblicità sul web. Per nulla orgoglioso della sua scoperta, anzi profondamente pentito, il direttore del «Center for Civic Media» del Mit ha deciso di fare ammenda sul mensile statunitense Atlantic con una lunga riflessione su quello che definisce «il peccato originale del web»: la pubblicità, o meglio aver lasciato che la pubblicità diventasse l’unico modello di business sostenibile. Tra il 1994 e il 1999 Zuckerman ha lavorato per Tripodo.com, nato per sviluppare contenuti dedicati ai giovani laureati che dopo poco è diventato uno dei primi servizi di web hosting, incaricato anche di vendere pubblicità sui siti ospitati.

Il suo problema era molto semplice: che cosa poteva offrire agli investitori? In mancanza di algortimi che potessero stabilire quale pubblicità fosse interessante, e per quale utente, e dopo le lamentele di una casa automobilistica che non gradiva di veder associato il suo brand a una pagina dedicata al sesso, Zuckerman capì che una soluzione poteva essere separare la pubblicità dal contenuto. E così scrisse il primo codice del pop up, un’inserzione pubblicitaria che compare a tradimento. 

«Per come viene utilizzato oggi, il pop up è fastidioso come qualcuno che mette la mano di fronte allo schermo per non farti capire quel che stai leggendo - spiega Michele Boroni, esperto di marketing e consulente di comunicazione -. Se invece non impedisce la lettura può essere sopportabile, ma è difficile decidersi a guardarlo davvero: anche un prodotto che potrebbe interessare, se presentato in una fastidiosa finestra magari con musichetta, viene scartato il più in fretta possibile».

Gli annunci che più funzionano sono quelli che “seguono” l’utente: durante una ricerca su Google su un divano in pelle o un televisore al plasma, i primi risultati che compaiono sono quelli sponsorizzati. Non solo: mentre guardiamo un video del nostro cantante preferito su You Tube, ecco riapparire l’offerta imperdibile. Come spiega Zuckerman nel suo saggio, nel tempo gli algoritmi che permettono di “seguire” gli utenti, mappandone gusti e preferenze, sono sempre più sofisticati e la pubblicità mirata e con molte più possibilità di colpire nel segno. 

Questo però significa pagare un servizio, cedendo, in modo più o meno consapevole, una piccola parte della nostra privacy a ogni click. «Ecco il grande vantaggio della pubblicità su Internet - continua Boroni -. Sa quali sono le nostre richieste, quel che ci piace e quel che desideriamo. Questo certo comporta una serie di svantaggi: qualsiasi attività in rete viene spiata e catalogata. Oggi Google e Facebook da sole controllano più del 60 per cento del mercato pubblicitario. In Italia non è ancora attivo, ma presto anche i social network passeranno all’e-commerce; negli Stati Uniti, accanto a Like, è già comparso Buy».

Secondo Zuckerman, le conseguenze negative sono almeno quattro: è impossibile immaginare un modello di pubblicità online che non comporti la sorveglianza degli utenti; chi produce contenuti online sarà sempre meno stimolato non a produrre contenuti di qualità, ma adatti a generare traffico. Inoltre il modello basato sulla pubblicità tende ad “accentrare” il web: i grandi si affrettano ad acquisire i piccoli, rafforzando sempre più il proprio monopolio. Per finire, anche personalizzare le impostazioni dei siti che frequentiamo ha i suoi lati negativi, portandoci a non navigare più nel “mare libero” del web, ma a costruirci una piccola finestra su misura. «Due utenti di Facebook, ma anche due lettori del New York Times, rischiano di vedere un diverso quadro del mondo – scrive - disegnato dagli algoritmi di Facebook che hanno già deciso per loro quel che dovrebbero vedere». 

«L’unica alternativa è convincere gli utenti a pagare contenuti e servizi. In molti tentano con i pay-wall, ma ancora oggi non sappiamo se può funzionare – conclude Boroni -. Gli ultimi esperimenti di “native advertising”, cioè articoli giornalistici sponsorizzati direttamente dalle aziende, dal punto di vista della libertà di espressione, sono ancor più preoccupanti. Trovare un’alternativa sostenibile alla pubblicità non è un affare semplice, anzi». Secondo Zuckerman, l’unico modo per riscattare il web dal dominio della pubblicità è decidersi a pagare per i servizi che più apprezziamo, con abbonamenti, donazioni o crowdfunding. «E’ ora di iniziare a pagare per proteggere la nostra privacy, sostenendo i servizi che amiamo – conclude - e abbandonare quelli che sono completamente gratuiti, ma guadagnano solo vendendo le preferenze e le scelte dei loro utenti». 

Diario di un venditore di Folletto «Il segreto? Convincere i mariti»

Corriere della sera

Il re del porta a porta del 2014: il suo record è 1.266 apparecchi in un anno, cioè 3,4 al giorno contando anche Natale e Pasqua. La sua storia

di Elvira Serra

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«La polvere non conosce crisi: tocca tutti, poveri e ricchi, e bisogna toglierla». L’assioma perfetto è di Gabriele Tarenzi, lodigiano di San Fiorano, diventato a 35 anni «Mr Folletto». È lui, infatti, ad aver venduto lo scorso anno il maggior numero di apparecchi del gruppo Vorwerk: 1.266, vale a dire 105 al mese; 3,4 al giorno, se immaginiamo che abbia lavorato senza fermarsi neppure a Natale o a Pasqua. Cosa impossibile visto che nel 2013 Gabriele ha pure trovato il tempo di sposare Erika. Ed è a lei che è andato il premio di miglior venditore 2014: una Cinquecento bianca. «Era da tempo che diceva di voler cambiare l’auto. È incredibile che sia arrivata al momento giusto: voleva proprio quella!», commenta allegro il marito.

Venditori di folletti si diventa, non si nasce. «Io mi sono diplomato in Ragioneria. Poi sono stato direttore in una catena di supermercati, nella grande distribuzione. Ma non era un posto molto meritocratico, ero retribuito poco per quello che facevo. Così ho deciso di cambiare e non potevo trovare un’azienda migliore (498 milioni di euro di fatturato, più di quattromila agenti in tutta Italia, ndr ): qui lo stipendio te lo fai tu, e per vivere abbastanza bene basterebbe vendere 30/40 apparecchi al mese». Lui ne piazza il triplo. «Diciamo che mi sono levato tante soddisfazioni: vivo in campagna e sono riuscito a risistemare i portici esterni e a farmi un bel giardino».

La sua giornata comincia alle 7.30, con la sveglia. Caffè con Erika, doccia, barba, poi esce di casa di tutto punto alle 8.15-8.30, per incontrare gli altri agenti. «Lavoro nel Piacentino e nella Bassa Lodigiana, sono queste le mie zone. Ci incontriamo con i colleghi tre volte al giorno: a colazione, a pranzo e la sera prima di rientrare a casa. Ogni gruppo, a seconda dell’area da coprire, è composto da cinque a dieci persone, noi ora siamo 14. Il capovendita ci assegna la porzione di territorio e partiamo».

La prima fase è quella della «spesa degli appuntamenti». «Significa che dobbiamo fissare un certo numero dimostrazioni, che si faranno poi nel pomeriggio. Ogni agente cerca di mettere in agenda sei o sette appuntamenti, io però ho un’altra strategia». Non ci tenga in attesa. «Io lavoro “al volo”». Prego? «Se vedo che ci sono i presupposti, faccio subito la dimostrazione». I presupposti sarebbero «quando c’è chi decide: allora si può procedere. Tendenzialmente decide la moglie, ma spesso vuole essere presente anche il marito».

Ci vuole tecnica nel suonare i campanelli. «Si comincia dall’alto e si scende a scalare. Se qualcuno non è in casa, si segna il nome e si ritorna. Anzi, gli assenti sono importantissimi!». Le scene buffe sono all’ordine del giorno. «Il presupposto è che i clienti non ci aspettano, quindi è normale trovare lei con i bigodini, lui a torso nudo, un po’ di disordine qua e là. Però il nome dell’azienda è per noi un grande lasciapassare, ha una tradizione di oltre settant’anni nella vendita porta a porta e a parte qualche raro personaggio che mi ha mandato a quel paese, non ho mai incontrato persone sgarbate. E anche quelle che a prima vista lo sembravano, si rivelano poi piacevoli: basta trovare il momento giusto». Mai nessuna avance, da parta delle signore? «A me mai», e ride.

La faccia da bravo ragazzo di Tarenzi è l’incentivo supplementare che ben dispone le mamme a farlo entrare in salotto. «Ma noi abbiamo un regolare tesserino, da mostrare, che ci autorizza alla vendita diretta». Qualche giorno fa una coppia sulle colline piacentine lo ha anche invitato a pranzo dopo aver comprato l’apparecchio. «Era mezzogiorno passato e non avrei trovato nessun bar nel raggio di parecchi chilometri. Diciamo che fa parte della magia che si crea in poco tempo: a volte mi regalano le uova, una bottiglia di vino, l’olio...».

Obiettivi per il futuro? «Riuscire a vendere il Folletto a mia zia Giovanna, è l’unica che manca. Ma guardi che non ho fatto come Checco Zalone in «Sole a catinelle». Sono stati i miei parenti a chiedermi di comprarlo, non il contrario!».

31 agosto 2014 | 11:16

Islam, a Roma insegnano il Corano nel Municipio

Libero

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A Roma si può indottrinare al Corano, come in una madrasa di Kabul, bambini di sei-sette anni, con copricapi e veli religiosi, sotto gli occhi del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. È quello che succede in via di Acqua Bullicante 2, quartiere di Tor Pignattara, dove l'ex sala del consiglio del VI municipio (oggi V) da un mese è stato trasformato in centro islamico e moschea per volere del presidente Giammarco Palmieri, 41 anni, dal 1991 iscritto al Pds-Ds-Pd. Nella sala ci sono ancora le scrivanie con microfono dei consiglieri e il ritratto di Napolitano incorniciato tra le bandiere di Roma e dell’Italia. Giovedì 28 agosto una decina di bambini trascrivono diligentemente in arabo i versi del Corano.

I ragazzini sono quasi tutti originari del Bangladesh, tranne un piccolo pakistano che parla l'urdu. Lo striscione all'ingresso della "moschea" è scritto in bangla, l'idioma bengalese. Riporta il primo versetto del Corano e di seguito il nome dell'"associazione culturale islamica Tor Pignattara Jame Masjd". Su Libero in edicola oggi, domenica 31 agosto, Giacomo Amadori ci mostra come l'Italia apra le sue porte all'invasione, concedendo spazi all'indottrinamento islamico. Come a Tor Pignattara, quartiere popolar di Roma, oggi in mano all'immigrazione islamica. L'Imam assicura che la zona è sicura, perché ci pensano loro "con i bastoni". Peccato che nella madrasa improvvisata, come ammesso dallo stesso capo bengalese, "preghino anche i fondamentalisti".

Adozioni gay, polemica Toscani Fratelli d’Italia per la campagna

Corriere della sera

Il creativo non ha gradito l’utilizzo di una sua fotografia per i manifesti della destra «Li denuncio, sono ignoranti». La replica: «Ci scusiamo, non era un'iniziativa ufficiale»

di M.Ser.



«Ma cosa salta in testa a @FratellidItaIia di usare una mia fotografia per una cosa del genere? Verranno denunciati». Oliviero Toscani, via Twitter, replica con decisione all’iniziativa di Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni, infatti, per supportare la campagna a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare sulle adozioni, con l’obiettivo di prevedere esplicitamente che siano concesse solo a coppie di sesso diverso, ha utilizzato uno scatto del celebre fotografo. Sopra, la scritta «Un bambino non è un capriccio».
Ma cosa salta in testa a @FratellidItaIia di usare una mia fotografia per una cosa del genere? Verranno denunciati. pic.twitter.com/1MzTsu4nto
— oliviero toscani (@OToscani) 31 Agosto 2014
Una foto destinata alla Francia
Per tutto il giorno sui social network il manifesto di Fdi aveva fatto discutere. Tra gli altri, era stato il responsabile Comunicazione del Pd Francesco Nicodemo a sollevare la questione: «Ma Oliviero Toscani sa che avete utilizzato un suo scatto per un manifesto che dire omofobo è poco?», chiedeva sempre via Twitter Nicodemo a Giorgia Meloni aggiungendo: «A vedere l’orribile manifesto di Fratelli d’Italia mi viene voglia di cantare mio fratello è figlio unico». La foto - come spiega Toscani a Corriere.it - era destinata al pubblico francese. E mentre ancora infuriano le polemiche da Fratelli d'Italia è arrivata la replica, firmata dal responsabile comunicazione di FdI:«Gentile Oliviero Toscani, la foto in questione è stata presa dal web da una nostra realtà locale ma non è un'iniziativa ufficiale.

I ragazzi l'hanno usata perché non aveva il copyright indicato e pertanto considerata di pubblico dominio. Abbiamo dato indicazione di sostituirla. Nel merito, ci scusiamo per l'accaduto perché rispettiamo il diritto d'autore». Carlo Fidanza, l'esponente di Fratelli d'Italia ha poi aggiunto: «Restano tutte le ragioni di una campagna che è partita prima dell'estate e che certo non rinnego. L'unica cosa davvero spiacevole è che ho ricevuto minacce di morte, anche sulla mia mail. Mi ha spaventato il livello di intolleranza da parte di chi lamenta di essere discriminato come anche il fatto che non si possa discutere di questi temi senza essere minacciato o offeso».

31 agosto 2014 | 17:34

Mestieri curiosi, a Milano c’è un solo «accompagnatore di montagna»

Corriere della sera

I dati elaborati dal Comune, tra le donne ci sono tre marinaie


Sinologa, paleontologo, tapparellista in legno e accompagnatore di montagna: sono queste alcune delle professioni che compaiono una sola volta tra quelle dichiarate dai milanesi sulla carta d’identità. Ventitré, per la precisione, i mestieri che contano un solo professionista in città. E non meno particolari i lavori che nell’elenco del 2014 compaiono solo 2 o 3 volte: lo spazzacamino, ad esempio, o l’incassatore di gemme, il tagliatore di pelli, la trascrittrice, il labirintologo.

Sono questi alcuni dei dati elaborati dal settore Anagrafe del Comune di Milano sulla base delle professioni dichiarate da cittadine e cittadini e quindi indicate sulle carte d’identità. Molti i casi di mestieri «rubati» all’altro sesso. Ad esempio, tra le donne compaiono tre marinaie (contro 27 marinai), una gruista (contro 38), una camionista (contro 66), una donna idraulico (contro 1.056) e due donne meccanico (contro 1.614). Dall’altra parte troviamo, invece, due ricamatori (sono 13 le donne), 24 estetisti (contro 1.568), 29 baby sitter (contro ben 2.960 tate) e 117 casalinghi (a fronte di 114.702 casalinghe).

Casi, questi, ancor più sorprendenti se si pensa che nel 2013 nessuna di queste professioni era stata dichiarata da uomini. Sono sicuramente più numerosi i mestieri che confermano la parità dei sessi: tra i casi più originali, quello dei 6 fisici nucleari e dei 4 paracadutisti, divisi equamente tra maschi e femmine. Un’ultima curiosità. A Milano ci sarebbero più guide polari che guide alpine: 12 le prime, 5 le seconde

(fonte Italpress).
30 agosto 2014 | 14:00

Islam a Treviso, il musulmano critica l'Imam fondamentalista e riceve minacce su Facebook

Libero

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Abdallah Khezraji ha 48 anni, è marocchino, musulmano, vive a Treviso dal 1989 e per una vita ha litigato con l'ex sindaco sceriffo della cittadina veneta, il mitico leghista Giancarlo Gentilini. E mai avrebbe pensato di dover aver paura non dei temuti leghisti, ma dei suoi "fratelli musulmani". Khezraij ha ricevuto violente minacce anonime sulla propria pagina Facebook: "Sei un serpente ignobile che mangia la carne dei fratelli...", "Prego Allah perché ti faccia provare le gioie dell'esilio...", "Sei peggio dei sionisti...". La colpa di Khezraji? Essersi schierato, da vicepresidente della Consulta regionale per l'immigrazione, contro un Imam che predicava l'odio a San Donà di Piave, a pochi chilometri da casa sua.

Odio contro gli ebrei - Lo scorso 5 agosto Abdalbar Raoudi è stato espulso dall'Italia con l'accusa di aver incitato all'odio razziale contro gli ebrei durante i suoi sermoni ai fedeli musulmani. "Allah, falli morire tutti, fai diventare il loro cibo veleno, trasforma in fiamme l'aria che respirano. Rendi i loro sonni inquieti e i loro giorni tetri. Inietta il terrore nei loro cuori", era il passaggio costato caro a Raoudi. Khezraji aveva pubblicamente condannato queste parole e in tutta risposta qualche fanatico, per ora anonimo, se l'ha messo nel mirino. Al confronto, le uscite piuttosto "vivaci" di Gentilini (tipo "Vestire gli immigrati da leprotti per fare pim pim pim col fucile") rischiano di sembrare facezie da politicanti. Anche perché in Veneto l'integrazione, economica e sociale, è spesso realizzata. Il guaio è che su 500mila immigrati in regione e 150mila musulmani, il pericolo che una fetta cospicua di loro si avvicini all'integralismo è in aumento.

"Più moschee, più controllo" - "Mi sembra tutto così incredibile, incomprensibile - spiega Khezraji commentando le barbarie provenienti dal Medio Oriente -, così angosciante e distruttivo. Quando vedo certi video non riesco a sopportarli. Sono barbari, mi domando come possano parlare di Corano, di Islam". Le ultime inchieste hanno dimostrato come potenziali jihadisti crescano anche qui, in Italia, in Veneto. "Penso che molti si facciano trascinare dall'emozione di qualche guida spirituale che esaspera i precetti coranici, interpretandoli a modo suo, magari in modo violento e distantissimo dal loro significato. Se dici che per andare in Paradiso devi uccidere questo o quello, alla fine qualcuno di poco strutturato ci crede".

Compagni, pardon Fratelli che sbagliano. Secondo il vicepresidente della Consulta, comunque, la soluzione ci sarebbe: "C'è eccessiva frammentazione dei centri di culto. Troppi Imam e troppe poche moschee", bisognerebbe fare come a Roma, conclude, citando la Moschea progettata dall'architetto Paolo Portoghesi, "un luogo di dialogo tra Oriente e Occidente". Insomma, più moschee uguale più controllo. Chissà cosa ne pensa Gentilini che, sorpresa, Khezraji rimpiange: "Lo preferisco all'attuale sindaco di sinistra. Con lui c'era più vivacità. Beveva, sì, ma non era pericoloso

Accendi un mutuo e il gatto te lo prestiamo noi”

La Stampa

fulvio cerutti (agb)

È la campagna pubblicitaria che la principale russa si è inventata facendo leva su una tradizione che vuole i felini portatori di fortuna per chi acquista una nuova casa





C’è chi accende un mutuo rivolgendosi alle banche che offrono i tassi d’interesse migliori e c’è chi lo sceglie in base a un gatto. Non è uno scherzo: la maggiore banca russa, la Sberbank, ha lanciato una campagna pubblicitaria con cui offre ai suoi clienti che aprono un mutuo per acquistare un immobile il comodato di un gatto portafortuna che inauguri la casa appena comprata.

In realtà l’idea non è nuova, ma si fonda su una tradizione popolare russa secondo la quale una casa sarà fortunata qualora sia un gatto a varcarne la soglia. Così dalla tradizione nasce un’opportunità di business: la banca offre “gatti a noleggio” ai primi 30 clienti che accenderanno un mutuo entro dicembre.

I gatti portafortuna sono 10 e potranno essere scelti tramite il sito kotoservice.ru. Nel catalogo, di cui fanno parte un gatto bianco e nero, un siamese, un gatto grigio, ecc., figura un “professionista” del suo settore: il gatto Knopa, che ha già partecipato all’inaugurazione di ben 92 case.

Il comodato d’uso felino è molto limitato nel tempo e ha regole di salvaguardia per l’animale: i neo-proprietari possono tenerlo al massimo per due ore, giusto per portarlo a casa, fare il “rito propiziatorio” ed essere riportato indietro. Chi prenderà in prestito i felini dovrà inoltre firmare una clausola di divieto di crudeltà verso gli animali, e liberare la Sberbank dalle responsabilità per qualsiasi guaio possa causare il “portafortuna” nella casa appena acquistata.

twitter@fulviocerutti

Per due settimane veglia la tomba del proprietario

La Stampa

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È rimasto fedele anche dopo la morte del suo proprietario. È accaduto in India dove un cane per due settimane è rimasto vicino al luogo di sepoltura del suo amico sin quando la Croce Blu non è riuscita a portarlo in un rifugio. Il cane cinque anni fa era stato adottato da Shri Bhaskar, un 18enne che l’ha sempre portato con sé sul luogo di lavoro. Una grande amicizia interrotta bruscamente quando il ragazzo è morto in un incidente d’auto. Ma il legame non si è mai spezzato e lui è rimasto vicino alla sua tomba anche nelle notti fredde. Più volte i volontari hanno cercato di portarlo via, ma lui si è sempre rifiutato, così come non ha accettato cibo e acqua. La situazione si è sbloccata quando sono riusciti a rintracciare la madre di Shri Bhaskar e a portarla sul posto: «Quando il cane ha l’ha vista le è saltata al collo e le ha leccato il viso».

Così la signora ha accettato di prendersi cura di lui, un pezzo della vita di suo figlio.

twitter@fulviocerutti

Orologi, i tempi cambiano. Cosa metterà al polso la generazione digitale?

La Stampa
stefano rizzato

In 10 anni mutato un costume secolare: ora è moda, oppure hi-tech

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È stato il simbolo della civiltà che cambia, che diventa frenetica e iperattiva, stressata e incapace di fermarsi un attimo. Ma il tempo è passato anche per lui e così l’orologio da polso è invecchiato in fretta, di colpo, negli ultimi dieci anni. 
Colpa dei cellulari tuttofare, ma - a ben vedere - è iniziato tutto già con quelli di prima generazione, che «smart» non erano. La fine di questa parabola si vede oggi, in un mondo in cui nessuno chiede più l’ora per strada e nessuno alza il polso per rispondere. Al massimo, ci si sfila il telefono dalla tasca. 

È così che l’orologio si è trasformato da oggetto utile e necessario che era a niente più di un optional: un accessorio funzionale soprattutto all’estetica, alla presentazione di sé, inevitabilmente anche alla moda. Sarà così almeno per un altro po’, almeno finché gli orologi smart non arriveranno a cambiare le carte in tavola. Nel frattempo, inevitabile è stato anche vedere il commercio di orologi calare di anno in anno: in Italia, dagli 8,5 milioni di pezzi venduti nel 2006 ai 6,6 del 2013. Meno 22 per cento in poco tempo, secondo i dati di Assorologi.

Nello stesso periodo, però, il prezzo medio è passato da 159 a 174 euro e questo è un indizio di quello che dicevamo: sempre più spesso gli orologi sconfinano nel reame della moda, del lusso, dello status symbol. Tanto più che nel cinquanta per cento dei casi - ma questo succedeva anche prima - vengono acquistati come regalo per comunioni, cresime, compleanni, altre grandi occasioni.
È chiaro insomma che non siamo di fronte alla scomparsa e nemmeno a un vero e proprio declino dell’orologio. 

Si tratta piuttosto di un oggetto che è stato reinventato, che ha cambiato la sua destinazione d’uso e sopravvive così su premesse diverse da quelle iniziali. A pensarci bene, è un caso quasi unico. A parte la nicchia del collezionismo e dei nostalgici, a walkman e videoregistratori, cd e macchine da scrivere non è successo niente del genere.

«È vero, dell’orologio si parla ormai in termini di accessorio moda e soprattutto in due forme diverse: tradizionale e in acciaio, oppure più trendy e giocoso», spiega la personal shopper milanese Monica Sirani. «Il primo tipo ha un sapore più maschile, anche quando a sceglierlo è una donna. Ma non sempre ha un valore professionale e anche l’orologio in acciaio può essere sdrammatizzato in un’ottica di moda, usato con un jeans, una camicia bianca, un sandalo. Al capo opposto si pongono gli orologi più stagionali, scelti come si sceglie un bracciale, portati al limite anche in spiaggia, acquistati in colori e forme che variano a seconda dell’occasione. Ormai gran parte delle grandi case di moda ha i suoi e - a seconda del budget - si può giocare molto sui materiali e sulla fantasia del cinturino».

Siria, il laptop del jihadista con i file sulla peste che fa tremare il mondo

Corriere della sera

Scoperti in un computer di un ex studente di chimica tunisino arruolato in Isis documenti per diffondere la peste bubbonica attraverso gli animali

di Marta Serafini



Un laptop e una serie di documenti, tra cui un file nel quale si spiega come diffondere la peste bubbonica attraverso animali contaminati. La scoperta è di «Foreign Policy», autorevole rivista di politica estera statunitense, che afferma di aver potuto analizzare il contenuto di un computer di proprietà di un jihadista di Isis.


 
Lo studente di chimica che combatte per il califfato
Secondo quanto si legge nel reportage, il laptop modello Dell viene abbandonato in una casa ad Idlib, in Siria, durante una serie di combattimenti nel gennaio di quest’anno vicino al confine turco. Poi finisce nelle mani di un ribelle che lo consegna ai giornalisti. Gli hard disk sono protetti da password e ad una prima analisi paiono vuoti. Poi, la scoperta. Tra i file criptati i giornalisti affermano di aver individuato 146 gigabyte di materiali, oltre 35 mila file e oltre 2.300 cartelle. I documenti sono in inglese, arabo e francese e contengono di tutto.

Da video di Osama Bin Laden, passando per analisi politiche che giustificano la jihad, fino alle istruzioni per rubare una macchina e per muoversi da un campo di battaglia all’altro senza essere individuati. Dopo ore di analisi, ai giornalisti diventa chiara anche l’identità del proprietario del computer. Si tratta di Muhammed S., un tunisino che si è arruolato in Siria tra le fila di Isis (sono almeno 2400 i suoi connazionali che hanno lasciato il paese per andare a combattere la jihad). Muhammed sarebbe uno studente di chimica e di fisica che ha studiato in due università della Tunisia. Tra i file, c’è anche una sua foto che però «Foreign Policy» pubblica alterandone i pixel.

Distruzione di massa per gli infedeli
Nasir al-Fahd Nasir al-Fahd

I reporter hanno poi trovato un documento di 19 pagine in arabo con le istruzioni per costruire un’arma batteriologica a base di peste bubbonica e come diffondere l’epidemia attraverso gli animali infetti. Nel file si legge: «Le armi batteriologiche hanno il vantaggio di costare poco». E se non è la prima volta che gli estremisti si interessano a questo tipo di armi (già nel 2001 in Afghanistan si scoprì che gli uomini di Al Qaeda stavano pensando all’uso di armi batteriologiche), nel laptop non si trovano prove di un effettivo uso da parte di Muhammed di virus.

Ma si tratta comunque di una scoperta inquietante che in poche ore ha fatto il giro del mondo. Nel documento si trovano anche istruzioni per inoculare il virus senza infettarsi. «Dopo 24 ore compaiono i primi sintomi», si legge ancora. Poi, 26 pagine con una fatwa scritta dall’imam saudita Nasir al-Fahd, arrestato nel 2003 perché considerato un supporter di Bin Laden, che autorizza i combattenti a usare le armi di distruzione di massa contro gli infedeli. Parole che fanno tremare il mondo ancora sotto shock per gli effetti terribili di Ebola o per le immagini degli attacchi chimici sulla popolazione per i quali sono stati accusati sia il regime di Assad sia i gruppi di oppositori.




martaserafini
31 agosto 2014 | 15:12



Riviste e info point, la propaganda di Isis fa il salto di qualità

Corriere della sera

La strategia di Al Baghdadi non prevede solo un massiccio uso dei social. Ma anche iniziative per convincere gli arabi che il Califfato è un bel posto dove vivere

di Marta Serafini



Depliant, centinaia di video caricati in rete in alta definizione, una galassia di account per fare propaganda sia in arabo che in inglese. Ma soprattutto un livello di comunicazione su internet che fa accapponare la pelle. E’ la Guerra Santa di Isis, organizzata, spietata, implacabile e senza senso, che a pratiche medioevali affianca un sapiente uso della comunicazione online.


Martiri di Allah e di Instagram
Della propaganda online di matrice jihadista tanto si è scritto. Già all’inizio dell’anno i media si erano accorti dei gattini messi in rete dai mujahidin a fianco dei prigionieri sgozzati, dei versetti del Corano diffusi con le app, e degli account di Instagram sui cui i foreign fighters (i combattenti venuti da lontano) raccontano le loro gesta (ultimo, il caso dell’australiano che ha immortalato il figlio con una testa mozzata in mano). Impressione hanno fatto anche i videogame e i gadget riadattati alla Guerra Santa messi online per reclutare nuovi adepti, soprattutto tra i più giovani.

Per mesi si è andati avanti a parlarne. L’esperto di estremismi JM Berger ha spiegato all’Atlantic come «Isis abbia vinto la sua battaglia sugli altri gruppi estremisti prima in rete che sul campo». Questo significa che in Siria, ad esempio, gli uomini di Al Baghdadi sono riusciti ad avere la meglio sui qaedisti più tradizionalisti di Al-Nusra, proprio grazie a questo approccio multimediale. Se si osservano i filmati, come quello postato in rete con l’esecuzione del giornalista statunitense James Foley, si nota infatti l’alta qualità delle immagine e una “ricerca dei contenuti” che mescola orrore a immagini idilliache del califfato. Curatissima è anche la grafica, con la bandiera nera di Isis in perenne sovraesposizione.

Un Pdf per il mondo arabo
La copertina di Dabiq, la rivista di Isis La copertina di Dabiq, la rivista di Isis

Al-Baghdadi, insomma, sta ampliando il suo raggio d’azione. «Quello di Isis è un salto notevole rispetto ad Al Qaeda che mandava le video cassette ad Al Jazeera. Sia in termini di quantità che di qualità», spiega Lorenzo Vidino, esperto di terrorismo islamico e autore di “Il jihadismo autoctono in Italia: nascita, sviluppo e dinamiche di radicalizzazione”. Secondo gli analisti infatti, Isis non punta solo a reclutare giovani dall’estero (qui abbiamo raccontate le storie dei ragazzi italiani di seconda generazione) utili anche perché molto più abili ad utilizzare social media e smartphone. Al Baghdadi deve anche parlare e rivolgersi al mondo arabo, più o meno colto. Non a caso in rete circolano depliant e riviste in Pdf molto curate nell’aspetto e nella grafica, magari destinate alla stampa per raggiungere anche chi non è connesso. Una su tutte «Dabiq», come sottolinea anche Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.

Titolo del primo numero “The return of Khilafah” (Il ritorno del Caiffato) . A sfogliarla, colpiscono le immagini patinate e allo stesso tempo terrificanti usate per raccontare le gesta dei mujahidin. Poi i reportage sull’uccisione dei crociati, i nemici cristiani e persino un lungo articolo su Douglas A.Ollivant, ex direttore per l’Iraq del National Security Council ai tempi di Bush e della prima amministrazione Obama. Ma non esiste solo questo. «In città come Raqqa sono stati aperti dei veri e propri info point dove ci si può rivolgere per avere informazioni sul califfato» continua Vidino. Isis appare dunque interessata ad arruolare e veicolare un immagine del suo progetto che non è fatta solo di video truculenti. Oltre a tagliare teste e stuprare, Al Baghdadi deve infatti convincere gli iracheni e siriani che il suo Stato è un bel posto per vivere.

martaserafini
20 agosto 2014 | 16:28



La lotta a Isis comincia dal web. Ecco le strategie dell’intelligence

Corriere della sera

Gli analisti si sono detti contrari alla chiusura di alcuni account twitter di simpatizzanti dei jihadisti. La popolarità dello Stato Islamico rende più semplice infiltrare elementi

di Guido Olimpio



WASHINGTON - Pochi giorni fa l’intelligence occidentale ha espresso la propria contrarietà per la chiusura di alcuni account twitter di simpatizzanti dell’Isis. Per gli analisti è meglio lasciarli aperti, sono una finestra sul mondo dei militanti. A volte seguendo i messaggi si è in grado di ricostruire contatti, amicizie, luoghi di un presunto estremista.
Sentiero sul web
I seguaci dell’Isis, ma anche quelli di altri movimenti ritenuti pericolosi, appaiono spesso sui social network. Il traffico talvolta è impressionante. Usano la rete per la propaganda, per documentare le operazioni e anche per intimorire gli avversari postando foto truculente. Teste mozzate, esecuzioni di massa, volti di prigionieri in preda al terrore. Insieme a questo però ci possono anche essere delle notizie utili all’intelligence. Molti volontari occidentali finiti in Siria sono abbastanza puntuali nel raccontare quello che fanno. Il jihadista americano Douglas McCain, ucciso pochi giorni fa in battaglia, ha tracciato sul web un «sentiero» interessante. Magari non ci sono segreti, però frammenti che aiutano a comporre il quadro.
Il reclutamento
Il filone investigativo che si dipana lungo la rete vale sopratutto per i combattenti che partono dall’Occidente o dal Nord Africa senza avere grandi contatti operativi. Scoprono la «causa» guardando video, leggendo articoli. Cresce la febbre, vogliono partecipare. Un processo già visto negli anni ‘90 con il qaedismo. Allora c’erano le videocassette che mostravano i combattimenti e i martiri della Jihad. Oggi, nell’epoca di Youtube, tutto è più rapido. Anche se poi serve sempre un aggancio che permetta all’aspirante mujahed di entrare nel cerchio. Alcuni vanno letteralmente all’avventura recandosi in Turchia, i più scaltri sanno già dove bussare. Si tratta comunque di passaggi delicati, dove il volontario può compiere il passo sbagliato lasciando tracce indelebili.
Varco per le spie
Ecco che la grande popolarità dell’Isis negli ambienti più estremi, con tanti che desiderano arruolarsi, si trasforma in un’opportunità per l’intelligence. C’è modo di monitorare e anche di infiltrare elementi. Viene anche da pensare sul ruolo di alcuni imam (o presunti tali), molto ciarlieri, che minacciano e si presentano in pubblico come «membri dell’Isis». Un po’ troppo in vista per essere parte di un’organizzazione con tanti avversari.
Gli infiltrati
Il pericolo dell’infiltrato è avvertito dall’Isis e dalle fazioni che si richiamano al qaedismo. Pochi giorni fa, notizie (inverificabili) trapelate dalla Siria, sostengono che un importante dirigente è stato ucciso per ordine di al Baghdadi in quanto sospettato di aver passato informazioni alla Gran Bretagna. Ubaida al Magribi, responsabile del controspionaggio avrebbe pagato con la vita la collaborazione con il nemico o un semplice errore. La previsione è che altri potrebbero fare la stessa fine. E’ inevitabile. Quando un’organizzazione cresce, i suoi ranghi diventano meno compatti. Si aprono varchi, non tutti sono «provati», certi rapporti di fedeltà possono essere meno solidi. E’ su questo che punta l’intelligence, pur sapendo che la lotta sarà lunga.
29 agosto 2014 | 07:24



G+ e LinkedIn, la nuova strategia di Isis in rete e sui social network

Corriere della sera

Dopo la censura di account e video di Twitter e YouTube, gli uomini di Al Baghdadi si sono riorganizzati e stanno spostando le comunicazioni su altre piattaforme

di Marta Serafini



Veloci e reattivi. Isis continua la jihad in rete. E non si ferma davanti al tentativo dei più grandi social network di bloccarne account e contenuti. Dopo l’annuncio dell’amministratore delegato di Twitter, Dick Costolo, che ha deciso di sospendere ogni account che diffonda il video dell’omicidio del giornalista Jack Foley, e dopo la decisione di YouTube di rimuovere i filmati, gli uomini di Al Baghdadi si sono messi al lavoro per trovare nuovi mezzi di propaganda.


 
Piattaforme russe e calendari
Come spiega il sito Usa Vocativ, cinque sono i pilastri della nuova strategia. Nei forum officiali di Isis si trova un vero e proprio vademecum per punti. Nel primo e nel secondo viene teorizzata la necessità di reindirizzare le comunicazioni su altre piattaforme che non siano Twitter e YouTube. Al terzo punto si ipotizza addirittura la costruzione di un server alternativo che possa gestire le comunicazioni dello Stato Islamico. Poi, l’invito a sabotare i canali televisivi occidentali perché immorali e a trovare un mezzo alternativo alla piattaforma JustPaste per la pubblicazione dei comunicati. Morale, la jihad 2.0 si è spostata su Google+ e su Linkedin, altri social network molto utilizzati ma meno sotto i riflettori.

Su G+ inoltre vengono sfruttate le funzioni di Picasa per la condivisione di immagini e il Google Calendar per segnare le battaglie. Su Linkedin, invece, è stato creato un profilo con l’elenco di tutti i leader di Isis, compresi i caduti in battaglia. Altro social network utilizzato è VKontakte, seconda piattaforma per numero di utenti in Europa e assai diffuso in Russia. Qui sono stati letteralmente trasferiti gli account di Twitter facendo copia e in colla di cinguettii e link. E in poche ore sono stati recuperati i seguaci persi. La vita di Isis in rete, tuttavia, rischia di farsi sempre più difficile. Il fondatore di Diaspora, altra piattaforma open source già da tempo molto usata, ha dichiarato di essere già al lavoro per estirpare Isis dal suo social network.

martaserafini
25 agosto 2014 | 12:05