mercoledì 3 settembre 2014

Google, smartphone da 100 dollari Per aggredire il mercato asiatico

Corriere della sera

di Alessio Lana

Il progetto Android One. Telefono dual Sim: un processore quad core, 1 gigabyte di Ram e una fotocamera da 5 MegaPixel. La presentazione in India forse il 15 settembre

 

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Nel nostro mondo distratto da smartphone costosissimi e performanti è interessante notare una “battaglia tra poveri” in pieno svolgimento tra i Paesi emergenti. Il terreno della sfida è la diffusione globale dei telefoni mobili e l’arma scelta sono i prezzi stracciati. Le proposte non mancano e l’ultimo a salire sul carro del telefono economico è Google. Ancora non è certo ma dovrebbe presentarlo il 15 settembre e si chiamerà Android One proprio per sottolineare il punto di partenza di una gamma, i telefoni Android, che vola fino a 700 euro. Il prezzo sarà sotto ai 100 dollari, meno di 76 euro, e tutto sommato questo primo low cost di Big G non è da disdegnare. A bordo dovrebbe esserci un processore quad core (si dice di Mediatek ma chissà), un display da quattro pollici, un gigabyte di RAM e una fotocamera da cinque MegaPixel. La batteria da 1700 mAh dovrebbe permettere una giornata di uso continuato mentre la possibilità di inserire due sim lo trasforma in un interessante telefono di scorta per l’estero o per sfruttare le offerte temporanee degli operatori.
Presentazione in India
Certo, al momento il One non sembra destinato ai nostri lidi e la sua ragion d’essere è chiara fin dal luogo della presentazione: l’India. Niente Londra, New York o California quindi, come a sottolineare che questo dispositivo è per i Paesi emergenti, per quelle economie che hanno fame di bit ma non hanno un Pil che gli consenta di sfamarla a dovere. Il mercato però si sta muovendo in quella direzione per uscire da un occidente ricco ma ormai asfittico e saturo di telefoni. Google avrà vita dura. Nella sua stessa direzione è partita da tempo Nokia, la regina dei cellulari che ha da poco lanciato il 130, un dispositivo che prosegue una strada lasciata da parte tanti anni fa. Stretto e lungo (45,5x106 millimetri e 68 grammi), il 130 ha un piccolo display LCD da 1,8 pollici e la tastiera alfanumerica. Proprio come i cellulari del passato. Di nuovo ha solo la riproduzione di video e di mp3 e un prezzo clamoroso: 25 dollari, pari a miseri 19 euro.
Anche Firefox
Prezzo simile anche per Mozilla, la mamma del browser Firefox, che ha lanciato il suo Intex Cloud FX da 25 euro. La differenza è che qui siamo di fronte a uno smartphone vero e proprio, un 3,5 pollici touch (320x480) con cpu da 1 GHz, 128MB di Ram, Bluetooth e Wi-Fi. Il tutto mosso da Firefox Os, il sistema operativo open source sviluppato dagli stessi ideatori della Volpe di fuoco. Salendo di prezzo l’alternativa è il Moto E, un Android da 129 euro che ingolosisce con specifiche di livello, considerando la fascia di prezzo a cui appartiene. Qui infatti abbiamo un processore dual-core, display da 4.3 pollici (ottima la risoluzione: 540 x 960 pixel), 4 GB di memoria espandibili fino a 32 GB e fotocamera da 5 MegaPixel. Mica male.

2 settembre 2014 | 20:29

Ecco la contro macumba del padre della Kyenge: Calderoli è salvo

Sergio Rame - Mer, 03/09/2014 - 08:45

Il padre dell'ex ministro: "Da oggi Calderoli e Cecile sono fratelli a tutti gli effetti"


"Non so se devo mettere un annuncio sul giornale o chiamare direttamente Bergoglio, sempre che non sia troppo occupato a sistemare gli immigrati a casa nostra, ma io devo trovare assolutamente un esorcista.
 
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Se qualcuno ha numeri di telefono o mail di esorcisti li aspetto con gratitudine". Dopo che un serpente gli si era intrufolato in casa, ennesima sciagura in un periodo a dir poco sciagurato, il senatore leghista Roberto Calderoli aveva supplicato il padre di Cecile Kyenge di togliergli la macumba che gli aveva lanciato. Adesso può finalmente dormire sonni tranquilli. Perché il padre dell'ex ministro dell'Integrazione ha cancellato la "maledizione" grazie a una contro macumba.

"Da oggi - afferma papà Kyenge - Calderoli e Cecile sono fratelli a tutti gli effetti". A rivelare la notizia dell'allontanamento degli spiriti maligni è stato il settimanale Oggi che ha pubblicato un video esclusivo della celebrazione. "Deve sedersi a mangiare in mezzo a noi, anche lui deve ballare al ritmo del tam tam - ha detto Clement Kikoko Kyenge - lui ha insultato Cécile e ha sbagliato, ma noi l'abbiamo perdonato. Se Calderoli vuole venire qui accoglieremo anche lui a braccia aperte, come un fratello. L'importante è parlarsi. 

Attraverso il dialogo i problemi si svuotano". Clement Kikoko aveva "maledetto" l'esponente del Carroccio quando aveva paragonato la figlia a un'orango. "Sei volte in sala operatoria, due in rianimazione, una in terapia intensiva, è morta mia mamma - aveva elencato Calderoli nei giorni scorsi - e nell'ultimo incidente mi sono rotto due vertebre e due dita". Una serie di disgrazie che, come aveva spiegato il vicepresidente del Senato, sono da "attribuire alla macumba fatta dal papà della Kyenge".

Stonehenge: il cerchio di pietre era completo, affiorate le prove

Corriere della sera

di Elmar Burchia

Con l’estate secca, l’erba che ricopre il sito non è cresciuta e si sono potute le vedere le tracce dove erano posizionati i megaliti «mancanti»


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Esperti e scienziati si sono scervellati per anni: le pietre millenarie di Stonehenge hanno mai formato un cerchio completo? Adesso, a quanto sembra, è stata trovata la risposta. In modo piuttosto bizzarro. Stonehenge, la celebre composizione circolare di megaliti sita nell’Inghilterra meridionale, patrimonio Unesco dal 1986 e meta di pellegrinaggi di vario genere, è da sempre oggetto di studi e ricerche approfondite. Il complesso, che le più recenti analisi archeologiche collocano attorno al 3 mila a. C., è formato da blocchi di pietra verticale sormontati da lastroni orizzontali, posti su una superficie circolare di 100 metri di diametro. Tuttavia, a causa della mancanza di una parte dei massi, non è mai stato determinato in modo certo che il monumento megalitico avesse davvero avuto una configurazione circolare completa.

 
Cerchio completo
Ebbene, la «prova mancante» che il cerchio esterno della fase finale fosse effettivamente completo anche nel quadrante a sud-ovest, è arrivata ora. Non sono stati necessari ulteriori scavi o complicate analisi geofisiche. Il merito è di un semplice tubo per l’irrigazione. Come riferisce tra gli altri la Bbc, il prato attorno al celebre circolo nella piana di Salisbury viene irrigato ogni estate, così da mantenere un manto rigoglioso e verde anche nella stagiona calda. Tuttavia, con la siccità che c’è stata quest’anno il tubo flessibile per innaffiare era troppo corto e i custodi non hanno potuto raggiungere tutto il sito. Il risultato? Colpa (o merito) anche dell’estate secca, in una parte l’erba non è cresciuta. E proprio qui sono emerse le tracce dove c’erano le pietre «mancanti» che in origine completavano il cerchio. «È davvero rilevante e ci mostra quanto abbiamo ancora da imparare su Stonehenge», ha detto Susan Greaney della English Heritage in merito alla scoperta.

2 settembre 2014 | 10:47

Spostare i resti di Maometto? Riad pensa a sfidare il tabù

La Stampa

francesca paci

Un documento rivela il progetto che mira a distruggere gli ambienti della moschea-sepolcro di Medina venerati dagli sciiti

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Riad ha visto decisamente giorni migliori. Non che il Regno dei Saud abbia mai goduto di vero disinteressato consenso (comprato all’estero a suon di oro nero e costruito all’interno attraverso una feroce repressione di qualsiasi opposizione). Ma da quando meno di un secolo fa ha scoperto il petrolio emancipandosi dal Medioevo beduino, l’Arabia Saudita ha potuto contare a lungo su un’influenza geopolitica che nessuno osava neppure mettere in discussione. Le cose stanno cambiando e tra la quasi raggiunta autosufficienza energetica degli Stati Uniti, la pressione del risveglio dei giovani arabi incoraggiato negli altri paesi e soffocato in casa, la sfida del vicino e fino a poco tempo fa insignificante Qatar, la minaccia degli jihadisti dello Stato Islamico ubriachi delle dottrine wahhabite confezionate nelle moschee di Riad e la fitna intestina nella comunità musulmana, i custodi di Mecca e Medina hanno poco da stare allegri.

A gettare altra benzina sul fuoco è la notizia circolata nei giorni scorsi e rilanciata dal quotidiano The Independent della possibile rimozione del corpo del Profeta Maometto dalla tomba in cui è oggi sepolto e venerato dall’intera Umma. La controversa proposta sarebbe frutto di un summit tra accademici sauditi e supervisori della moschea al-Masjid al-Nabawi di Medina (la seconda moschea più sacra dell’Islam nonché la tomba del Profeta sovrastata dalla Green Dome) nel quale i «sapienti» dell’Islam avrebbero concluso di dover distruggere le aree venerate dagli sciiti intorno al sepolcro di Maometto. 

La proposta-documento di 61 pagine, che comprende anche il piano per il trasferimento dei resti del Profeta al vicino cimitero di al-Baqi (dove verrebbero sotterrati anonimamente), è stata diffusa da un accademico contrario all’idea. Finora il governo saudita ha sempre negato qualsiasi intenzione di cambiare in alcun modo i luoghi santi dell’Islam.

Il problema è tutt’altro che folkloristico e data l’importanza della moschea in questione tanto per i sunniti che per gli sciiti rischia di infiammare ulteriormente le tensioni regionali (già degenerate in violentissimo scontro settario in Siria e in Iraq). Da tempo i più intransigenti tra gli imam di dottrina wahhabita, un’interpretazione rigidissima dell’Islam sunnita, ripetono il divieto di adorare “santi” o luoghi come “cappelle” considerando la pratica, comune nell’islam sciita, “eretica”. Perché proprio adesso, dopo che da secoli i pellegrini musulmani (sunniti e sciiti) si recano a Medina per visitare la Green Dome e alla Mecca per visitare la Kaaba e la moschea Al-Masjid al-Harām ?

Secondo The Independent la proposta-documento per il trasferimento dei resti di Maometto - frutto del lavoro del professor Ali bin Abdulaziz al-Shabal e dell’imam Muhammad ibn Saud Islamic dell’università di Riyadh - sarebbe stata parzialmente pubblicata sul giornale del Committee of the Presidency of the Two Mosques e parlerebbe esplicitamente della distruzione delle stanze a ridosso della moschea al-Masjid al-Nabawi usate dalle mogli e dalle figlie del Profeta e venerate dagli sciiti. Il cimitero al-Baqi, dove andrebbe seppellito quel che resta del padre dell’Islam, accoglie già le tombe di molti suoi famigliari, compreso il padre.

Tempi duri per la Umma.

La multa vale anche se giallo al semaforo è breve

La Stampa


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Almeno tre secondi: tanto deve durare il giallo al semaforo affinché la multa per chi è passato col rosso sia valida. E seppure lo scarto fosse minimo, appena una frazione di secondo, l’automobilista che va di fretta e non si ferma all’incrocio non può appigliarsi a un giallo troppo breve per fare a tempo a frenare. Lo chiarisce la Cassazione, nel dar ragione al Comune di Montevecchia, in provincia di Lecco, nei confronti di una donna cui il giudice di pace aveva abbonato la multa poiché il rosso era scattato dopo poco meno di quattro secondi.

Rinviando al tribunale per confermare la contravvenzione, la sesta sezione civile della Cassazione (sentenza n.18470) non ha ammesso il minino scarto apposto dalla signora per scagionarsi. E ha spiegato che «l’automobilista deve adeguare la velocità allo stato dei luoghi» e, sebbene il codice della strada non indichi la durata minima del “!giallo”, viene fatta valere una risoluzione del ministero dei Trasporti che «regola il tempo minimo di durata» della luce gialla «che non può mai essere inferiore a tre secondi». Questo perché spiegano i giudici, che concordano con la disposizione, è il tempo di arresto necessario per un veicolo che proceda ad una velocità di 50 chilometri all’ora. «Con la conseguenza - conclude la sentenza - che una durata superiore deve senz’altro ritenersi congrua».

(Fonte: Ansa)

Kit Bike, la bicicletta ecologica smontabile

La Stampa

livia fabietti (nexta)

La soluzione giusta per evitare il furto della due ruote è parcheggiarla nel proprio zaino, pezzo dopo pezzo


COURTESY OF©KIT BIKE


C’è chi pensa che dire addio all’auto possa essere una saggia trovata per fare del movimento quotidiano e magari risparmiare sul costo della palestra e chi invece mette avanti il risvolto ambientale dimostrandosi sensibile in merito alla questione inquinamento. La bici è sicuramente il mezzo in grado di fornire il giusto compromesso tra l’esigenza di muoversi per raggiungere casa o lavoro ed il desiderio di tenersi in forma e, non in ultimo, tiene a mente la sostenibilità ambientale cara a tutti coloro che intendono dire no allo smog.

I ciclisti che desiderano avere sempre al proprio seguito il mezzo a pedali, spesso si trovano a fare i conti con i furti, un vero dispiacere che assilla la mente al momento di dover cercare un parcheggio: a sollevare l’animo del popolo delle due ruote ci ha pensato l’azienda indiana Lucid Design che ha messo a punto il concept di una bici pratica e tascabile, la Kit Bike. Semplice nel design con le sue linee essenziali, la bici è realizzata in alluminio, rigorosamente bianco, e si compone di un sellino in pelle ed un manubrio con tanto di manopole in sughero. Quale la sua peculiarità che la renderebbe unica? La possibilità di essere trasportata ovunque in quanto può essere smontata e rimontata assemblando, con poche e semplici rotazioni, i 21 pezzi che la compongono.

Quando non è in uso si può comodamente riporre in uno zaino organizzato in tre sezioni: due riservate alle ruote e un’altra per le rimanenti componenti, il tutto ovviamente non richiede abilità manuali e perdite di tempo e, inoltre, il montaggio avviene da un solo lato, senza doverci girare troppo intorno. L’idea fa decisamente gola al popolo dei ciclisti, non si tratta proprio di una novità in quanto, già da tempo, si è sentito parlare della Bike Intermodal, la pieghevole Made in Italy, ma sicuramente il concetto è vincente. Al momento però non si hanno molte notizie in merito e non è certo che l’azienda indiana abbia intenzione di lanciare sul mercato questo prodotto componibile.

Orrore Isis, Ben Jelloun: negoziato impossibile, la barbarie danneggia i musulmani

Il Mattino

di Francesco Romanetti

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Tagliatori di teste. Fedi e fedeli, infedeli e apostati. Stragi, carneficine, esecuzioni di massa. L'odore del sangue: con mostri e mostruosità che preferiremmo esorcizzare e relegare in un passato oscuro, primordiale e belluino. E l'odore del petrolio, persistente e invasivo, che prima o poi spunta da qualche parte, sia che si tratti di Ucraina che di Iraq. Come leggere, come interpretare quel che sta sconvolgendo intere aree del Medio Oriente, dalla Siria all'Iraq, da Gaza alla Libia? C'è dell'altro dietro un orrore (apparentemente) premoderno? E, soprattutto, è possibile esercitare l'uso della ragione per comprendere (e combattere) ciò che si presenta come irragionevole? Questioni, dubbi e domande, che abbiamo rivolto a Tahar Ben Jelloun, scrittore, poeta e saggista, che da anni vive tra Parigi e Marocco, dove è nato. I suoi capolavori, Notte fatale e Creatura di sabbia, di ambientazione marocchina, indagano e narrano la complessità psicologica di un mondo atavico quanto contraddittorio.

Monsieur Ben Jelloun, i combattenti del cosiddetto Stato Islamico, i fanatici sanguinari che decapitano i loro nemici, compiono atti che ripugnano. Ma questi atti contengono anche un segno politico?
«Io credo che le azioni efferate di questi terroristi che sognano il Califfato rappresentino innanzi tutto una provocazione: per il mondo musulmano e per il mondo intero. Questi crimini hanno un impatto disastroso sull'opinione pubblica perché fanno scattare la falsa equazione "Islam uguale barbarie". Da questo punto di vista si tratta di azioni politiche. Il danno al mondo musulmano, e alla possibilità di comprensione tra culture diverse, è enorme. Naturalmente questa violenza brutale e cieca è anche una provocazione verso l'Europa e l'Occidente da parte di chi vuol far sentire di rappresentare una minaccia».

Lei crede che la risposta possa essere militare? «Non so se sia sufficiente o opportuna una iniziativa militare. So però che con questa gente che uccide e decapita è impossibile intavolare qualche forma di negoziato».

mercoledì 3 settembre 2014 - 09:03   Ultimo agg.: 09:11

Scontri a San Giovanni, si uccide un black bloc sotto accusa: partecipò all'assalto al blindato dell'Arma

Il Messaggero

di Edo Corsani

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Un colpo di fucile alla tempia, esploso nell’abitazione degli zii, ad Ariano Irpino, in provincia di Avellino. È morto suicida Leonardo Vecchiolla, 26 anni, detto «Chucky», finito in carcere nell’autunno del 2011, a Chieti, con le accuse di tentato omicidio in danno di un carabiniere, devastazione e saccheggio. Con lui altri giovani ritenuti appartenenti ai black bloc, protagonisti di disordini e del tentativo di assalto a un blindato dell’Arma, nel pomeriggio del 15 ottobre a Roma, in piazza San Giovanni.

Vecchiolla era rimasto in cella un mese, prima di vedere accolta la richiesta di remissione in libertà da parte del Riesame de l’Aquila. Il giovane frequentava la facoltà di Psicologia dell’università teatina. Sposato, padre di un bambino in tenera età, da qualche tempo appariva fortemente provato, depresso. Stava affrontando il processo per i gravi fatti avvenuti nella capitale.

IL PROCESSO
Pesanti le accuse mosse dalla procura, rispetto alle quali però l’avvocato difensore Sergio Acone, si era dichiarato fiducioso. Ora la tragica conclusione di una vita tormentata. «Questa vicenda giudiziaria - commenta il legale - ha pesato non poco sullo stato di salute di Leonardo. Il giudizio è in corso ma non sono emerse nè prove nè testimonianze a sostegno della sua colpevolezza. Ci avrebbe fatto piacere dimostrare la sua estraneità ai fatti, ma rimane solo il dolore per la tragica scomparsa di un giovane. La giustizia, a volte, si accanisce sulle persone».

La procura di Benevento, competente per l’Arianese, ha aperto una inchiesta sul drammatico episodio. Le indagini sono affidate al sostituto Tartaglia. Non sarà facile cogliere un filo diretto fra la partecipazione del giovane agli scontri in piazza San Giovanni e la scelta di mettere fine ai suoi giorni. Prima di compiere il gesto, utilizzando il fucile, un Benelli calibro 12, Leonardo Vecchiolla ha scritto un biglietto d’addio ai genitori. Nulla è trapelato sul contenuto, ma non è da escludere che abbia indicato le ragioni alla base della drammatica decisione.

IL DRAMMA Il 26enne, componente l’area dei Centri sociali, ha approfittato dell’assenza dei parenti nella cui abitazione, in via Intonti, era ospite, per mettere in pratica il proposito suicida. Il colpo esploso alla tempia non gli ha lasciato scampo. Il giovane è crollato a terra, privo di vita. La scoperta del cadavere pochi minuti dopo, da parte dello zio. La notizia del suicidio si è diffusa rapidamente sui social network.

La foto-storia


Mercoledì 03 Settembre 2014 - 08:33
Ultimo aggiornamento: 09:37

Buonsenso.com

La Stampa

Massimo Gramellini


Ieri, intorno alle quattro e un quarto, mi sono innamorato dei social network. (Chissenefrega: me lo dico da solo). Il miracolo è da imputare a un bambino inglese, Ashya King, e ai suoi genitori. Riassumo la storia per chi non la conoscesse: Ashya, 5 anni, ha un forma di cancro che potrebbe rispondere a un tipo innovativo di cure praticato per ora soltanto a Praga e negli Stati Uniti. Parliamo di cure serie, non di alambicchi da peracottari. I genitori volano in Spagna per vendere una proprietà e con quei soldi finanziare il viaggio della speranza nella Repubblica Ceca. Vengono inseguiti da un mandato di cattura internazionale per essersi portati il ragazzino appresso senza il consenso dell’ospedale inglese che lo aveva in custodia.

L’arresto a Madrid dei signori King fa vibrare corde profonde nel premier Cameron, che ha perso un figlio della stessa età. Il primo ministro esprime solidarietà ai genitori con un tweet che fa il giro del mondo, mentre sulla Rete parte una petizione per chiederne la scarcerazione: in poche ore raggiunge le duecentomila firme. Ieri, intorno alle quattro e un quarto, la procura inglese ha ritirato il mandato di cattura, i genitori hanno riabbracciato Ashya e l’ospedale di Praga si è dichiarato disposto ad accoglierlo anche gratis. 

Senza l’interessamento di un potente la vittoria del buonsenso sarebbe stata impossibile: e questo è un limite antico dell’umanità. Ma è grazie ai social network se il potente ha potuto sensibilizzare rapidamente la magistratura, e l’opinione pubblica influire con altrettanta immediatezza sul corso degli eventi. E questo è un aspetto consolante della modernità.

Salerno, trova cinque perle nell'ostrica al ristorante

Il Messaggero
di Paolo Russo

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Lui, lei, ostriche e champagne. Il mare a pochi metri, serata magica d’agosto. C’è proprio tutto tra bollicine, piatti di ceramica vietrese e un menu di pesce da osteria salernitana. Alla prima portata, la pesca miracolosa. Il mollusco afrodisiaco spalanca le valve e dentro spunta una perla. Poi un’altra, un’altra ancora: alla fine sono cinque. Cinque perle nel piatto, di cui una più grande delle altre, alla prima portata di una cena come tante.

Lui, lei e una sorpresa preziosa che non ti cambia la vita ma la serata sì. E anche i giorni che seguono perché la storia non finisce qui. Accade a Salerno, in pieno centro nell’Osteria «Nonna Maria» di via Roma, praticamente il cuore della città affacciato sul lungomare. È il 18 agosto, un lunedì quasi anonimo nei vicoli a ridosso del mare che si animano solo di sera. Giuseppe Di Bianco, alto dirigente di Poste Italiane nato sul mare di Erchie, tra Cetara e Maiori in costiera amalfitana, è a cena con la sua amica Francesca. Una cena programmata al mattino e organizzata la sera intorno alle 19 con la classica telefonata all’amico oste per prenotare un menu di pesce che doveva iniziare così, con tanto pesce e «quel» mollusco prima delle altre portate.

Chiamiamola «voglia di ostriche», «da tempo non ne mangiavo - racconta - e allora ho avvertito l’osteria: vorrei trovarle, l’ho promesso a Francesca». Primo intoppo, niente ostriche. L’osteria ne è sfornita ma dall’altro capo del telefono c’è il caposala amico, Luigi D’Urso: «Nessun problema, vado a comprarle, stasera le troverete». La pescheria è poche centinaia di metri più avanti, e soprattutto è ancora aperta all’ingresso di piazza Flavio Gioia. Aperta ma poco rifornita di ostriche, perché ne sono rimaste solo tre: due più piccole una più grande, un chilo in tutto. Per due possono bastare, e la cena è pronta per essere servita dopo rapida conferma telefonica.


Martedì 02 Settembre 2014 - 11:56
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 03 Settembre - 07:47

New York, dopo 60 anni riapre l'ospedale di Ellis Island: accolse migliaia di immigrati italiani

Il Messaggero

Per la prima volta da 60 anni a questa parte, si potrà visitare l'ospedale restaurato di Ellis Island, sul lato sud dell'isola nei pressi di Manhattan dove venivano accolti gli immigrati, e dove subivano le prime visite mediche.
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È un enorme complesso composto da 30 edifici, comprese le residenze del personale e un obitorio, dove venivano esaminati gli immigrati per accertarsi che non avessero malattie. Il complesso è stato chiuso nel 1954. Grazie all'organizzazione no profit 'Save Ellis Island' in partnership con il National Parks Service, a gruppi di 10 persone verranno offerti tour nella struttura a partire da ottobre. In precedenza, gli edifici venivano considerati troppo fatiscenti e pericolosi per consentire l'ingresso al pubblico. Dopo la parziale ristrutturazione.

Ora si potranno conoscere le condizioni affrontate da circa il 10 per cento dei 12 milioni di immigrati che sono passati per Ellis Island, quelli giudicati a rischio, che hanno dovuto transitare proprio in quella struttura prima di ottenere il via libera per l'ingresso negli Stati Uniti. Sarà allestita anche una mostra fotografica in alcuni interni del complesso con i ritratti, a grandezza naturale, di alcuni degli immigrati. I prezzi dei biglietti non sono ancora stati annunciati, ma saranno disponibili sul sito di 'Save Ellis Island' a partire dal 25 settembre. Il ricavato delle vendite verrà destinato al restauro del complesso.

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Martedì 02 Settembre 2014 - 15:07
Ultimo aggiornamento: 15:16

Foto di celebrità rubate dal Cloud Apple: «Nessuna falla nel sistema»

Corriere della sera

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«Nessuna violazione dei sistemi Apple», dice il comunicato ufficiale della società di Cupertino. Dopo 40 ore di indagine sul furto delle foto delle star rubate da un hacker e pubblicate in rete sulla piattaforma 4Chan, l’azienda ha fatto sapere che il problema non è della sicurezza del sistema. «Abbiamo scoperto che alcuni account di star erano stati compromessi da attacchi mirati su nomi, password e domande di sicurezza - prosegue la nota -, una pratica diventata anche troppo comune. In nessuno dei casi indagati abbiamo osservato infrazioni dei sistemi di Apple, come iCloud o “Trova il mio iPhone”».

L’azienda ha aggiunto che sta collaborando con le forze dell’ordine per capire l’origine dell’attacco e individuare i colpevoli. Inoltre Apple consiglia a tutti gli utenti di usare una password a doppia verifica. Anche l'Fbi sta indagando sull'accaduto. Prima si pensava che il problema fosse dovuto proprio a una falla nella funzione «Trova il mio iPhone» che in effetti si era verificata, ma era stata sanata. In realtà si è scoperto che non dipende da questo.

Crimine informatico o sessuale?
Ad essere coinvolte nel furto delle foto, pubblicate prima su 4Chan (leggi qui, che cos'è) e su alcuni social compreso Twitter un centinaio di star hollywoodiane, tra cui Jennifer Lawrence, Kim Kardashian, Rihanna e Hillary Duff. Da più parti si parla di un crimine sessuale più che di un crimine informatico. A causa della vicenda, Cupertino è stata al centro di molte polemiche, con critiche ai suoi livelli di sicurezza (leggi qui come fare per evitare problemi). Nonostante le critiche, tuttavia i titoli di Apple avanzano dello 0,59% a 103,2 dollari per azione, sulla scia dell’annuncio della presentazione dell’iPhone 6 e di iWatch, prevista per il 9 settembre.

2 settembre 2014 | 15:12

Salvini: la Corea del Nord? C’è uno splendido senso di comunità

Corriere della sera

di Massimo Rebotti

Il segretario della Lega Nord: «Si vedono cose che in Italia non ci sono più: i bimbi giocano in strada, non ai videogiochi». E su Razzi: «Lui lì è un’autorità, una star»


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«Sono un tipo curioso e la Corea del Nord è uno dei luoghi meno conosciuti al mondo e quindi mi sono detto: perché no?». Il segretario della Lega Matteo Salvini è appena atterrato in Italia dopo alcuni giorni tra Pyongyang e Pechino. Era con il senatore di FI Antonio Razzi - «là lui è un’autorità assoluta, una star» - già noto per aver definito il Paese «una specie di Svizzera» e «un moderato» il dittatore Kim Jong-un.


Razzi-Salvini, la strana coppia in Corea del Nord  
Salvini, quello coreano è uno dei regimi più feroci al mondo secondo Amnesty international. Perché ci è andato? «È capitata l’occasione e l’ho colta al volo. Certo, potevo andare in vacanza in Sardegna e invece no. Volevo vedere le cose con i miei occhi, senza pregiudizi».
E cosa ha visto?
«Un Paese molto diverso dal nostro, un’opportunità gigantesca per i nostri imprenditori. Hanno bisogno di molte cose e l’embargo nei loro confronti è idiota. Pensi che ci avevano chiesto due navi da crociera e non gliele possiamo dare. È assurdo, non sono cannoni. L’embargo nei loro confronti andrebbe tolto, come alla Russia di Putin del resto».
Il programma nucleare è stato considerato una minaccia e la situazione dei diritti umani è disastrosa. «Premesso che non cambierei la mia vita con quella che si conduce in Corea del Nord, la pena di morte c’è anche negli Stati Uniti. E per quanto riguarda la libertà di stampa, d’accordo, lì non fanno altro che parlare del “Grande Maresciallo” (il leader Kim Jong-un, ndr ), ma da noi non si cantano le lodi a Renzi tutti i santi giorni?»
 
Non è proprio la stessa cosa. «Guardi, io non baratterei la mia libertà. Si tratta però di un altro modello che io non demonizzo: non indico come un inferno un sistema che non conosco. Lì lo Stato dà tutto: scuola, casa, lavoro. Insomma, al mondo non c’è solo lo stile di vita americano».

Quali altri «modelli» le interessano?
«La Cina, l’India. E la Russia: ci andrò in autunno. Sarò il portavoce delle imprese italiane che se ne sbattono delle sanzioni di Bruxelles e di Washington contro Putin. Nel nostro gruppo all’Europarlamento (guidato dalla leader del Front national Marine Le Pen, ndr ) lo diciamo spesso: bisogna guardare a Est».

E ha iniziato con la Corea del Nord?
«Sono contento di esserci andato, ho visto un senso di comunità splendido. Tantissimi bambini che giocano in strada e non con la playstation, un grande rispetto per gli anziani, cose che ormai in Italia non ci sono più».

Quanto è rimasto nel Paese?
«Cinque giorni. Internet e il telefonino non andavano, un’esperienza impagabile. Da sola valeva il viaggio. E poi, sia chiaro, ho pagato tutto io: cibo, alberghi, nessun costo per il contribuente».

E il senatore Razzi? Già altre volte aveva lodato il regime suscitando polemiche.
«Persona spumeggiante, piena di iniziativa. In Corea è un’autorità».

Ma, in concreto, cosa siete andati a fare?
«Nella nostra delegazione c’erano imprenditori nei settori del turismo, dell’agricoltura, dell’edilizia: lì si possono fare affari, hanno bisogno di trattori, di motorini».

Risultati ottenuti?
«So che gli abbiamo venduto due milioni di piante di mele, con noi c’erano dei coltivatori trentini».

Razzi dice che vi siete anche occupati di calcio.
«C’erano dei talent scout che hanno opzionato dei ragazzi per squadre di A e di B, l’Udinese e l’Entella, se non ricordo male. E poi abbiamo incontrato Pak Doo-Ik, l’uomo che eliminò l’Italia ai mondiali del ‘66, una pagina di storia».

Lei, da padano, ha fatto spesso il tifo contro la Nazionale.
«All’incontro indossavo la maglia del Milan, l’unica che conta per me. E qui mi fermo».

3 settembre 2014 | 07:24

Machete a Jesi, i passanti si scattavano i «selfie»

Corriere della sera

Il giovane africano che ha seminato il panico in città era stato già arrestato 4 volte negli ultimi 8 mesi. Urlava: «Italiani vi ammazzo tutti». Ma ha attirato i curiosi


C’erano anche una cinquantina di curiosi, alcuni dei quali non hanno disdegnato «selfie», mentre carabinieri e polizia stavano bloccando Precious Omobogbe, 25 anni, il nigeriano che lunedì sera per poco meno due ore ha minacciato i passanti con due machete, seminando terrore a Jesi (Ancona), inseguito da carabinieri e polizia. L’uomo è stato infine bloccato e arrestato grazie anche al coraggio del capitano Mauro Epifani, comandante dell’Arma di Jesi, che si è avventato sul venticinquenne dopo averlo convinto a posare l’arma dalla lama di 35 centimetri ma è rimasto ferito lievemente ad un fianco da un colpo di lama.

 
Altri due militari sono rimasti contusi nella colluttazione con Omobogbe che ad un fotografo ha detto «vieni che ti faccio vedere la sua testa (del capitano; ndr)». Durante la sua fuga avrebbe urlato, in preda a un raptus, «italiani, vi ammazzo tutti», così riferisce la stampa locale. Tra gennaio e agosto era stato arrestato e liberato già quattro volte a Bologna, Pistoia, Fossato di Vico e a Jesi dove, l’11 agosto, aveva minacciato con un coltello l’ex compagna e aggredito un carabiniere. Anche Omobogbe è rimasto ferito alla gamba sinistra, colpita da un pallottola di rimbalzo sparata a terra da un agente a scopo di avvertimento.
2 settembre 2014 | 14:55



Col machete semina il panico, catturato il Kabobo di Jesi

Corriere della sera

Ruba dei coltelli da un’armeria e minaccia i passanti: arrestato un africano di 26 anni. Ferito lievemente il comandante dei carabinieri

 
Per oltre un’ora, dalle 19,30 a poco prima delle 21, si è tenuto un nuovo caso Adam Kabobo a Jesi, mentre un giovane nero dell’apparente età di 20-30 anni, canotta verde e pantaloni bianchi, si aggirava nella zona di Porta Valle, a ridosso delle mura storiche della città minacciando di decapitare i passanti con due machete.

Il bilancio finale è stato molto più contenuto rispetto al tragico caso milanese: un solo ferito, il comandante della locale Compagnia carabinieri, capitano Mauro Epifani, raggiunto di striscio al fianco sinistro, subito prima di riuscire a bloccare e arrestare l’uomo. Il giovane aveva infranto la vetrina di un’armeria in una vicina galleria commerciale e si era impadronito di tre coltelli. Uno gli era subito sfuggito di mano, gli altri li aveva branditi contro i passanti, pronunciando frasi sconnesse. Subito lo avevano inseguito carabinieri, poliziotti in borghese armati di bastoni e vigili urbani. Esplosi anche alcuni colpi di arma da fuoco, uno dei quali lo ha raggiunto di striscio ad una gamba.

Il fuggitivo era comunque riuscito ad allontanarsi, cercando di rifugiarsi nella chiesa di San Pietro Apostolo. Sui gradini del portico della chiesa è stato circondato dalle forze di polizia. Il capitano Epifani gli si è avvicinato con le mani alzate, tirandosi dietro la madre del giovane per convincerlo ad arrendersi. Ma quando è stato a tiro l’ufficiale è stato raggiunto da un colpo laterale di machete, che lo ha lievemente ferito. L’aggressore è stato bloccato e arrestato: si tratta di O.P., di 26 anni, pluripregiudicato (anche per resistenza a pubblico ufficiale) e disoccupato, già arrestato la scorsa settimana. Quando ha agito forse aveva assunto sostanze stupefacenti.

1 settembre 2014 | 21:16

Togliatti scrisse: in De Gasperi «qualcosa di torbido e ottuso»

Corriere della sera

di Antonio Carioti

I giudizi pesanti e malevoli sul conto dello statista trentino contenuti in una
lettera inedita del «Migliore» che sta per essere pubblicata da «Critica Marxista»


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A cinquant’anni dalla scomparsa di Palmiro Togliatti (nella foto) e a sessanta da quella di Alcide De Gasperi, morti entrambi nella seconda metà di agosto (nel 1964 il primo, nel 1954 il secondo), la doppia ricorrenza ha indotto qualcuno a chiedersi se il leader comunista e quello democristiano potessero essere «ricordati insieme». L’esponente cattolico del Partito democratico Giuseppe Fioroni ha inoltre proposto di dedicare a De Gasperi la Festa dell’«Unità» organizzata dal Pd, quasi in segno di riconciliazione postuma. Ma l’ipotesi non ha avuto seguito.

Meglio così, sembra di poter aggiungere ora, considerando i giudizi veramente pesanti e malevoli sul conto dello statista trentino contenuti in una lettera inedita di Togliatti che sta per essere pubblicata dalla rivista «Critica Marxista», diretta da Aldo Tortorella e Aldo Zanardo, nel numero che sarà in vendita online da domani sul sito dell’editore Dedalo di Bari (www.edizionidedalo.it) e uscirà in libreria verso la metà di questo mese. Il documento viene dalle carte del comunista Fausto Gullo, ministro dell’Agricoltura e poi della Giustizia nei governi di unità antifascista dal 1944 al 1947, il cui archivio privato è depositato presso l’Istituto calabrese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Togliatti gli scrisse da Champoluc, in Val d’Aosta, dove si trovava in ferie, il 25 agosto del 1954.

Siamo all’indomani della morte di De Gasperi, che si era spento in Trentino il 19 agosto. Togliatti aveva rilasciato una dichiarazione nella quale aveva sottolineato l’errore compiuto a suo avviso dal leader democristiano nel rompere l’unità antifascista, ma non era andato oltre. E Gullo gli aveva scritto per manifestargli il suo apprezzamento. Nella risposta al compagno calabrese però Togliatti afferma di essersi un po’ pentito di quelle parole troppo morbide: «Se avessi avuto aggio di correggere — scrive —, avrei calcato un po’ più la mano sui momenti negativi». Ricorda «le dichiarazioni, volgari, vergognose, fatte da De Gasperi per la morte di Stalin» e confessa che è rimasto in lui «il dubbio di avere usato un tono troppo amichevole e generico». Anche per questo il consenso di Gullo, prosegue, gli ha dato «grande soddisfazione».

A questo punto però la lettera si fa particolarmente dura verso De Gasperi. In lui, dichiara Togliatti, «quello che mi ha sempre colpito è che l’asprezza e talora la violenza dell’attacco politico fossero legate non solo al sacrificio del comune senso di umanità, ma soprattutto al sacrificio dell’intelligenza, della luce intellettuale, vorrei dire». Le polemiche dello statista trentino, continua il segretario comunista, «avevano sempre qualcosa di torbido e di ottuso», sembravano mosse «non da una passione grande, ma da una cattiva piccineria».

Togliatti aveva manifestato la sua volontà di tenere le distanze da De Gasperi anche in una lettera del 20 agosto 1954 al parlamentare comunista Edoardo D’Onofrio (ora riprodotta nell’epistolario togliattiano La guerra di posizione in Italia, edito mesi fa da Einaudi a cura di Maria Luisa Righi e Gianluca Fiocco), nella quale spiegava di non volersi recare ai funerali del leader democristiano perché ciò gli sarebbe parso ipocrita. Nella missiva a Gullo però si va oltre.

E colpiscono anche le considerazioni finali sulla religiosità di De Gasperi espresse qui da Togliatti, in pubblico sempre rispettoso verso la fede cattolica professata anche da molti iscritti al suo partito. Il comportamento dello statista democristiano, scrive a Gullo, alimenta in lui la «convinzione che sia la religione che renda gli uomini cattivi, perché li spinge a giudizi e condanne assoluti, privi di comprensione per la coscienza e la causa degli altri». Poi Togliatti dà l’impressione di voler attenuare la gravità del giudizio: «Forse è la religione nel modo che De Gasperi la intendeva». Per quanto ateo, alla religione Togliatti era disposto a concedere qualcosa. A De Gasperi no.

2 settembre 2014 | 11:08