giovedì 4 settembre 2014

Usa, le antenne misteriose: «Usate per intercettazioni». Ma non è l’Nsa

Corriere della sera

di Riccardo Meggiato

Le torri non sembrano appartenere a qualche operatore, sono vicino a installazioni militari e hanno tutta l’aria di essere delle antenne-spia

La mappa delle antenne (Esd America) La mappa delle antenne (Esd America)


Les Goldsmith è il boss di Esd America, vale a dire il produttore di Cryptophone 500, uno di quei telefoni super-sicuri a prova di agenzie di spionaggio (e di portafogli, visto che costa 3.500 dollari) nato sull’onda delle rivelazioni di Edward Snowden. Si tratta, in buona sostanza, di un telefono Samsung Galaxy SIII, ma con un sistema operativo Android modificato di tutto punto per segnalare ed evitare tentativi di intercettazione.
Il mistero delle antenne
Succede che alcuni clienti di Esd America, utilizzando il CryptoPhone, scoprono la presenza di alcune antenne telefoniche un po’ atipiche, per usare un eufemismo, sparse per tutti gli Stati Uniti. Non sembrano appartenere a qualche operatore, e hanno tutta l’aria di essere delle antenne-spia. Nel solo Luglio, ne scovano 17, ma a oggi la conta è salita già a 19: un solo cliente, durante un viaggio dalla Florida al North Carolina, ha individuato otto di quelli che sono anche definiti “interceptor”.
Il che, naturalmente, contribuisce a ispessire la coltre di mistero. I sospetti vanno, immediatamente, alla National Security Agency, la famigerata Nsa di cui tanto si parla negli ultimi tempi. Tuttavia, stando ad Andrew Jaquith, dell’azienda di sicurezza SilverSKy, l’agenzia non necessita certo di sotterfugi di questo tipo: se ha bisogno dei dati degli utenti, come è stato ampiamente dimostrato, se li prende senza tanti complimenti. Di solito, chiedendoli proprio agli operatori. Esclusa dunque questa ipotesi, anche da parte di Goldsmith, rimane il mistero su chi, e perché, abbia piazzato queste antenne.
L’ombra cinese
Un particolare curioso è che quasi tutte le antenne sono posizionate nei pressi di basi militari, quindi potrebbe trattarsi di strumenti d’intercettazione non convenzionali da parte del governo. Oppure, chissà, dispositivi di spionaggio da parte di qualche paese straniero, come la Cina. Ma perché mai puntare su qualcosa che è rilevabile da un apparecchio telefonico tutto sommato semplice e alla portata di tutti, come un CryptoPhone? E da quanto sono attive queste antenne?
Il tel nel deserto
Per fare chiarezza, Goldstein decide di farsi un giretto nei pressi di una struttura governativa, ubicata nel deserto del Nevada. Con lui, dei collaboratori, un iPhone, un Samsung Galaxy S4 e il CryptoPhone. Durante la guida, a un certo punto, mentre il telefono Apple non mostra alcuna anomalia, quello Samsung passa dalla copertura 4G a quella 3G, per tornare poi alla 4G. Nel medesimo momento, il CryptoPhone inizia a segnalare qualcosa di strano.
Tecnica sopraffina
Il telefono sviluppato da ESD America indica che il suo sistema di crittazione, responsabile della sua sicurezza, è stato disabilitato, e che la «cella» a cui si è collegato non ha un nome identificativo: un chiaro segnale che potrebbe trattarsi di un’antenna-spia. La tecnica utilizzata dal misterioso dispositivo inizia a essere chiara: ha passato il CryptoPhone dalla modalità 4G alla 2G, dove quest’ultima sfrutta un protocollo di trasmissione più semplice da decodificare e, quindi, intercettare.

Questo è palese sul costoso telefono sviluppato da Goldstein e il suo team, perché è infarcito di tecnologie ad hoc per riconoscere attacchi di questo tipo, ma su dei normali smartphone, come l’iPhone e il Galaxy S4 in loro possesso, sembra non accadere assolutamente nulla.

In realtà, spiega Goldstein, un «interceptor», cioè un’antenna-spia, di buona qualità è in grado di sferrare un attacco di questo tipo senza lasciare alcuna traccia. E a cosa può portare, un attacco? Nelle forme più elementari, a intercettazioni, quindi allo spionaggio delle attività che si svolgono coi telefoni che si collegano a quelle determinate antenne. Nei casi più evoluti, si arriva anche al controllo degli apparecchi: proprio grazie ad alcune rivelazioni di Edward Snowden, è emerso che l’Nsa è in grado di forzare, in un telefono, un finto spegnimento, mantenendo attivo il microfono e trasformandolo, di fatto, in una spia.

Nell’equazione continua a mancare il fattore scatenante, cioè chi ha installato le 19 antenne, e al momento non ci sono notizie al riguardo. C’è chi ipotizza anche un sofisticato sistema per inviare SMS pubblicitari a un vasto numero di dispositivi, e chi pensa a dei criminali informatici che, grazie a questo espediente, possono rubare dati preziosi dalle memorie dei telefoni. Di sicuro, quel che è successo è una buona pubblicità al CryptoPhone, anche se nessuno è così maligno da pensare a un’operazione promozionale in salsa spy-story. O no?

4 settembre 2014 | 12:39

Sheen, stop alla beatificazione: due diocesi si contendono il corpo

La Stampa

andrea tornielli
 

L'annuncio del vescovo di Peoria: la causa del famoso arcivescovo americano noto per le sue prediche radiofoniche e televisive è sospesa. Il Vaticano non c'entra, il motivo è la contesa con New York che non acconsente a traslare la salma nella diocesi d'origine


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L'annuncio è giunto come un fulmine a ciel sereno: la beatificazione dell'arcivescovo americano Fulton J. Sheen, che tutti davano per certa l'anno prossimo, dopo la conclusione del processo e l'approvazione di un miracolo da parte della consulta medica della Congregazione delle cause dei santi, è stata sospesa a tempo indefinito. Lo ha comunicato «con profonda tristezza», il vescovo di Peoria Daniel Jenky, presidente della Fondazione «Fulton J. Sheen»: «Dopo ulteriori discussioni con Roma, è stato deciso che la causa debba essere relegata nell'archivio storico della Congregazione».

«Il processo per verificare un possibile miracolo attribuito a Sheen stava andando molto bene, e si aspettava solo il voto dei cardinali e l'approvazione del Santo Padre- si legge nella nota della diocesi - Tutto lasciava pensare che una possibile data per la beatificazione a Peoria si sarebbe potuta prevedere per già a partire dal prossimo anno. La Santa Sede si aspettava che i resti del venerabile Sheen sarebbero stati traslati a Peoria dove sarebbe stata fatta l'ispezione e sarebbero state estratte le reliquie. Ma successivamente l'arcidiocesi di New York non ha accolto la richiesta del vescovo Jenky per la traslazione del corpo a Peoria».

Da qui la decisione della diocesi di Peoria, concordata con Roma, di bloccare tutto. Di fronte alla notizia, che susciterà clamore nel mondo cattolico americano, si potrebbe pensare a qualche ragione per lo stop legata a decisioni romane: è ancora viva la memoria della sospensione a tempo indefinito della beatificazione di padre Léon Dehon, fondatore della congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (Dehoniani), decisa da Benedetto XVI, nonostante il processo fosse chiuso, il miracolo approvato e fosse stata anche stabilita la data. Il motivo dello stop erano state le polemiche suscitate da alcune espressioni antigiudaiche presenti negli scritti del sacerdote.

Nel caso dell'arcivescovo statunitense Fulton Sheen - originario di Peoria, dal 1951 al 1966 ausiliare di New York,  quindi per tre anni vescovo di Rochester, ritiratosi nel 1969 con il titolo di arcivescovo di Newport e morto a New York dieci anni dopo - non si sono riscontrati motivi di opportunità per rimandare la causa e la Congregazione per le cause dei santi stava avanzando in modo celere con un processo iniziato dodici anni fa. Sheen è già venerabile - vale a dire che il Papa ne ha riconosciuto le virtù eroiche - e il miracolo attribuito alla sua intercessione, necessario per la beatificazione, aveva passato nei mesi scorsi il vaglio della consulta medica del dicastero. Insomma, per fissare la data mancava solo il «sì» finale dei cardinali e del Papa.

A voler bloccare tutto, con una decisione presa già da settimane ma comunicata soltanto ieri, è stata la diocesi di Peoria, che in questo processo è «l'attore» della causa, cioè chi l'ha proposta e sostenuta, e in quanto tale ha anche tutte le facoltà per poter stabilire una sospensione e un rinvio. Da quanto apprende Vatican Insider, la Congregazione delle cause dei santi ha cercato di mediare tra la diocesi di New York, guidata dal cardinale Timothy Dolan, e quella di Peoria. Ma i tentativi di trovare una soluzione concordata sono stati vani: di fronte alla decisione delle autorità diocesane della Grande Mela di non concedere il trasferimento della salma sepolta nella cripta della cattedrale di St. Patrick, monsignor Jenky ha preso la sua drastica decisione.

Una decisione che serve per far pressione su New York con un messaggio del tipo: voi vi rifiutate di darci i resti di Sheen e noi allora blocchiamo tutto. Il corpo di Sheen a Peoria sarebbe stato il sigillo alla celebrazione della beatificazione nella diocesi natale dell'arcivescovo telepredicatore. Tutto è dunque sospeso per il momento, in attesa di sapere come reagiranno i cattolici americani che hanno contribuito a sostenere la causa. E il motivo è il mancato accordo tra due diocesi che si contendono il corpo del futuro santo.

L’Egitto: “Costruiremo un altro canale di Suez” Otto miliardi di dollari per 72 km di scavi

La Stampa

maurizio molinari

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi vuole realizzare un “Canale parallelo” per moltiplicare le entrate dal commercio marittimo internazionale, nella speranza di ridare fiato ad un’economia in seria difficoltà


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Settantadue km di scavi, per un costo di 8 miliardi di dollari da completare entro un anno: è il faraonico progetto del secondo Canale di Suez che il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi vuole realizzare per moltiplicare le entrate dal commercio marittimo internazionale, nella speranza di ridare fiato ad un’economia in seria difficoltà. E’ proprio Al-Sisi ad aver immaginato, progettato ed annunciato il “Canale parallelo” con una serie di interventi, nelle ultime tre settimane, che lo hanno visto renderne pubblici i dettagli. A realizzarlo saranno le forze armate egiziane, che scaveranno lungo un percorso di 72 km - 35 km a secco e 37 km di espansione in profondità - estraendo 1 milione di metri cubi al giorno per finire in 11 mesi, dedicando il 12° mese ai test della navigazione.

La responsabilità del “Suez Canal Corridor Development Project” cade sulle spalle di Kamel al-Waziri, capo dell’Autorità Ingegneristica delle forze armate, sicuro di poter rispettare i tempi stabiliti dal presidente per “raddoppiare la navigazione lungo il Canale” e di conseguenza portare ossigeno ad un’economia in affanno, carente di valuta straniera e investimenti. Se l’opera originale di Ferdinand de Lesseps nel 1869 viene già attraversata dal 7,5 per cento del commercio marittimo internazionale, portando nelle casse egiziane oltre 6 miliardi di dollari annui, la scommessa di Al-Sisi è di sfondare il tetto dei 10 miliardi, riuscendo anche a garantirsi un “piano B” in caso di sabotaggio del Canale da parte di organizzazioni terroristiche.

Attenti! Si chiama Gdv e puo' uccidere i cani: ecco chi rischia di più

Il Mattino

di Alessandra Chello

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Gdv è l'acronimo inglese. E sta per Gastric dilatation volvulus. E' la torsione gastrica. Una grave patologia dei cani, già nota, ma che, se non presa in tempo, può ucciderli. Ricordare cos'è e come si manifesta aiuta se non altro - facendo gli scongiuri -a riconoscerne i sintomi. Si ha una dilatazione improvvisa dello stomaco, spesso accompagnata da torsione con conseguente ostruzione dello stomaco. L'organo gonfia, comprime gli organi circostanti, si instaurano alterazioni di circolo ed elettrolitiche e se il proprietario non si accorge subito del problema, il cane muore

Quando si scopre che il cane è in torsione - spiegano i veterinari di Petblog - non bisogna perdere tempo: non è una situazione nella quale dire: "Vediamo come va", "Adesso devo uscire, vediamo dopo". Dopo sarà troppo tardi: il cane muore. Ecco perché la Gdv è un'emergenza veterinaria da codice rosso. Fondamentalmente non si conosce la vera causa della torsione gastrica nel cane, di sicuro è implicata un'alterata motilità intestinale che va poi a sommarsi a precisi fattori predisponenti. Il complesso dilatazione/torsione dello stomaco nel cane inizia quando lo stomaco si dilata troppo con forte produzione di gas. Si parla di dilatazione dello stomaco quando lo stomaco si dilata e basta, di torsione quando ruota su sé stesso, trascinato da una milza aumentata di volume che funge da volano.

Quando accade ciò, il piloro si sposta dalla parte destra dell'addome, passa sotto il corpo dello stomaco e finisce sopra il cardias a sinistra. Questo blocca del tutto il flusso gastrico, lo stomaco si dilata sempre di più e se siete particolarmente sfortunati, anche la milza può finire per torcersi. I fattori predisponenti a una torsione gastrica nel cane sono diversi: cani di taglia media, grande o gigante con torace profondo; una somministrazione giornaliera del pasto in un'unica soluzione; cani che ingeriscono grandi quantità di cibo tipo pane, pasta, cereali, riso, legumi; cani che bevono troppa acqua durante il pasto, subito prima o subito dopo; cani che bevono acqua fredda; cani che vengono alimentati subito prima o subito dopo un intenso esercizio fisico;cani che mangiano troppo velocemente o con troppa voracità. E veniamo ai sintomi.

Conati di vomito non produttivi; forte dolore addominale; dilatazione dell'addome visibile chiaramente ad occhio nudo; inizialmente il cane è agitato, sbava, saliva molto, guaisce. Ha lo sguardo fisso, è dolorante e ha il respiro molto affannoso. Tutto questo avviene molto rapidamente, nel giro di pochissimo tempo. Certo, se il cane vomita da una settimana, non ha una dilatazione dello stomaco, ma una patologia gastrica trascurata. Pastore Tedesco, Alano, Bracco, Basset-hound, Dogue de Bordeaux, Pastore Belga, Pastore Maremmano e relativi incroci sono le razze più a rischio. Se ho un cane di grossa taglia, a cui ho dato da mangiare un bel pastone pieno di pasta e legumi, che ha bevuto tantissimo e poco dopo il pasto piange - spiegano ancora i vet - cerca di vomitare, ma non produce nulla, ecco, probabilmente è in torsione.

I consigli sono semplici: non esageriamo con la pasta e i cereali, suddividiamo sempre il cibo in almeno due pasti giornalieri, non diamo da bere al cane litri di acqua, soprattutto fredda, appena torna dalla passeggiata, non diamo da mangiare al cane prima e dopo l'attività fisica. Meglio usare i portaciotole ad altezza regolabile e non a terra. Inoltre, se sterilizziamo una femmina di taglia grande, possiamo sempre chiedere al veterinario di fare anche la gastropessi con la stessa anestesia, è una pratica molto diffusa ormai. E mette al sicuro da un rischio letale.

martedì 2 settembre 2014 - 18:55   Ultimo agg.: mercoledì 3 settembre 2014 21:20

La guerra dei bug

La Stampa

nadia ferrigo

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Mai sentito parlare di bug, 0-day e cyberwar? Probabilmente no, ma di certo vi sarete accorti del refuso nella prima frase, «parlare» invece di «parlare». Ecco cos’è un bug, cioè un errore nella scrittura di un programma capace di rendere vulnerabile il pc che lo ospita, mentre uno 0-day è un attacco informatico che inizia proprio nel momento in cui viene scoperta la falla di sicurezza, senza dare a chi è minacciato il tempo di difendersi. Così la cyberwar, in italiano “guerra cibernetica” è una battaglia informatica a colpi di bug, le armi perfette per riuscire a introdursi in un personal computer e rubare tutte le informazioni che contiene.

Se nei giornali a dare la caccia ai refusi sono i correttori di bozze, a setacciare il web per scovare i bug sono talentuosi informatici, esperti nel fiorente mercato degli errori. Secondo una stima del comparto dedicato alla sicurezza di Ibm, una società americana di media grandezza subisce circa 16.856 attacchi l’anno. Facile capire che ogni errore ha il suo prezzo: dal 2004 a oggi Mozilla ha sborsato circa un milione e mezzo di dollari per Firefox, lo scorso anno Facebook ha pagato una media di 2mila e 200 dollari per ognuno dei suoi 687 bug, con una punta di 30mila dollari per uno particolarmente insidioso scoperto da un hacker brasiliano, mentre Microsoft ha speso 100mila dollari in un sol colpo.

Già nel 1995 il browser Netscape lanciò il programma «Bugs Bounty», creato per offrire una ricompensa a chiunque scovasse un errore. Di lì a poco dopo iniziarono a comparire le prime società dedicate esclusivamente alla difesa dagli attacchi virtuali come «iDefense» e «Tippingpoint»: oltre a occuparsi della sicurezza dei loro clienti, se mai vi capitasse di trovare un bug potete rivolgervi a loro: lo acquisteranno per poi rivenderlo all’azienda che ha programmato il software.

Ma non sono le sole: tra le più rinomate specialiste nel commercio dei bug «Exodus Intelligence», la francese «Vupen», «Revuln» con base a Malta e «Netragard», che si presenta con uno slogan accattivante: «Vi proteggiamo da quelli come noi». Tra i loro clienti c’è sia chi programma antivirus e vuole conoscere gli errori per proteggere i clienti dalle falle del sistema, le aziende che pagano per correggersi e ... chiunque sia disposto a pagare. Scoperto il bug, si può anche venderlo al miglior offerente. Un esempio? Nel 2012 Vupen scoprì una falla su Google Chrome, che gli offrì 60 mila dollari. Vupen nonostante un raddoppio dell’offerta, decise di rivelare a Google l’errore, ma tenerlo per sé. O meglio, per chi ha offerto di più.

Lo Stato impone il 41bis poi lascia straparlare Riina

Patricia Tagliaferri - Gio, 04/09/2014 - 08:27

Così le esternazioni del capo dei capi trapelate sulla stampa vanificano la logica del carcere duro


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Roma - Il paradosso del 41 bis: da una parte lo Stato dispone il carcere duro ai mafiosi imponendo loro norme rigidissime per impedirgli di mandare messaggi all'esterno, dall'altro depositando al processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo le intercettazioni del boss dei boss i magistrati stessi vanificano gli effetti del 41 bis lasciando trapelare fuori dal carcere le esternazioni di Riina, minacce comprese.

E mentre tutti si domandano se l'ex capo di Cosa Nostra sapesse o meno di essere intercettato quando durante l'ora d'aria si sfogava con un altro detenuto nel carcere di Opera tra l'agosto e il novembre del 2013, i giornali continuano a fare da cassa di risonanza ai suoi deliri. Solo farneticazioni, quelle di U Curtu , quando dice che bisogna ammazzare don Ciotti, fondatore di Libera, l'associazione che gestisce i beni confiscati alla mafia? O forse c'è ancora qualcuno, al di là delle sbarre, pronto ad eseguire i suoi mandati? L'avvocato Luigi Li Gotti, difensore di noti pentiti, avverte: «Sarebbe un grave errore considerare Riina un boss depotenziato, senza riferimenti esterni. Quando parla e fa il nome di persone è sempre motivo di allarme».

Per questo il giurista si dice sorpreso dalla divulgazione delle intercettazioni ambientali in cui il mafioso ripercorre la storia di Cosa Nostra. Eppure le conversazioni di Riina con il suo compagno di 41 bis, Alberto Lorusso, sono state depositate comunque al processo di Palermo, a disposizione delle parti. Che sarebbero finite sui giornali era praticamente scontato. In un'intervista a il Messaggero il sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia Maurizio de Lucia difende la mossa dei colleghi: «Non si possono fare scelte di opportunità - sostiene - rispetto ad atti che appartengono ad un processo e che devono quindi essere messi a disposizioni di tutti».

Eppure qualche cautela per non vanificare gli effetti del carcere duro e delle sue rigidissime limitazioni si sarebbe forse potuta adottare. Altrimenti perché affannarsi per renderlo ancora più rigido, come ha minacciato di fare il ministro dell'Interno Angelino Alfano, per questo entrato pure lui nel mirino di Riina. «I boss devono sapere che se proveranno a far uscire informazioni dal carcere lo Stato non avrà nessuna timidezza per impedirlo ed è pronto a rendere più dura la normativa sul 41 bis», aveva detto lo scorso dicembre in un'audizione alla Commissione Antimafia.

E c'è pure un articolo della legge che punisce fino a 5 anni chi consente a un condannato al carcere duro di comunicare con l'esterno. Tutto questo quando poi è lo stesso ordinamento giudiziario a dare gli strumenti a un boss del calibro di Totò Riina per scavalcare le limitazioni di questa norma che per alcuni aspetti è stata anche «bocciata» dalla Corte di Strasburgo. Quindi una misura estrema e necessaria (e forse disumana) viene apparentemente comminata inutilmente.

Renato Farina riammesso nell'Ordine dei giornalisti

Libero

L'ex direttore di Libero si era cancellato dall'albo nel 2007 dopo il coinvolgimento nel sequestro dell'imam Abu Omar


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Renato Farina torna giornalista professionista. L'Ordine dei giornalisti ha infatti accolto la sua richiesta di reiscrizione, dopo aver bocciato un'altra istanza dello stesso Farina presentata nel dicembre 2012. L’ex vicedirettore di Libero aveva subito un procedimento disciplinare dopo che era emerso il suo coinvolgimento nell’ambito del sequestro dell'imam della moschea milanese di viale Jenner Abu Omar. Nell’ambito del procedimento sul sequestro dell’imam egiziano prelevato a Milano dai servizi segreti Usa, Farina aveva patteggiato sei mesi di reclusione, poi convertiti in una pena pecuniaria.

Il 28 settembre 2006 l’Ordine dei giornalisti della Lombardia gli aveva inflitto una sospensione di 12 mesi. Il Procuratore generale di Milano aveva impugnato la decisione e ne aveva chiesto la radiazione. A quel punto fu lo stesso Farina a cancellarsi dall’Albo prima che il Consiglio nazionale si pronunciasse. Dopo la notizia del suo ritorno nell'Albo dei giornalisti, il primo plauso è giunto da Daniele Capezzone di Forza Italia: “Penso e spero che tutti comprendano che questo diritto fondamentale, una piena e vera libertà di parola e di espressione, non possa mai essere sacrificato”. Di segno opposto, invece, il tweet di Emiliano Liuzzi del Fatto Quotidiano: "l'ordine dei giornalisti ha riammesso Renato #Farina, l'agente #betulla. no, non è una categoria di cui andar fieri

Musulmani contro le gite in fattoria: "Cani e maiali sono animali impuri"

MBon - Gio, 04/09/2014 - 08:25

Persino una escursione didattica si è trasformata in un affronto culturale

Milano - Una gita didattica diventa un affronto culturale. Anzi un'offesa ai musulmani. Mentre si continua a invocare, se non pretendere, tolleranza per gli islamici che si trasferiscono in Italia, loro si offendono perché un'associazione animalista chiede alle istituzioni di inserire nei programmi scolastici una visita alle fattorie didattiche e ai canili. E non solo: intimano di non portare i propri figli in questi luoghi sacrileghi, dove i pargoli potrebbero venire a contatto con maiali e cani. Entrambi gli animali sono infatti considerati impuri: ad esempio, chi tocca quello che in Italia è considerato «il miglior amico dell'uomo» è poi costretto a lavarsi diverse volte.

L'Associazione italiana difesa animali ed ambiente, tramite il suo blog, ha lanciato un appello «al ministro dell'Istruzione, agli assessori regionali alla Scuola e agli assessori comunali alla Pubblica istruzione. Oltre ovviamente ai provveditori regionali delle scuole ed ai presidi affinché nel programma scolastico vengano inserite almeno due visite in una fattoria didattica e in un canile o rifugio in modo che si possa introdurre il rispetto per la vita ed i diritti degli animali nella cultura scolastica italiana».

Non l'avessero mai fatto: «Due giorni fa mi sono arrivate delle lettere di madri islamiche che mi intimavano di non portare i loro figli nelle fattorie didattiche o nei canili - racconta esterrefatto Lorenzo Croce, presidente dell'associazione - e questo perché cani e maiali sono impuri secondo la loro religione: noi però come non accettiamo che i maiali vengano portati in giro per provocazione, non accettiamo nemmeno questo».

Croce, in accordo con tutti i responsabili dell'associazione, ha intenzione di lanciare una campagna per far scoprire il buono dei maiali e il bello dei cani: «Vogliamo che tutti i bambini, compresi quelli musulmani, possano conoscere tutti gli animali - spiega Croce - ma come siamo contrari al cibo halal perché gli animali non vanno sgozzati, così dobbiamo impegnarci anche in questa battaglia di principio e invitiamo tutti i musulmani che sono contrari a discuterne con noi».

«La proposta dell'associazione animalista ed ambientalista prevede due gite di un giorno ciascuno presso una fattoria didattica dove gli animali vivono felici e liberi e di contro una in un canile dove invece decine di cani sono detenuti - spiegava il comunicato che ha causato la furia delle mamme islamiche - Aidaa nel corso del 2014 lancerà anche una campagna sempre rivolta alle scuole ed in particolare alle famiglie degli studenti delle scuole medie ed elementari per l'adozione di cani e gatti». Una proposta finita nel mirino delle fedeli di Maometto, che però sono un caso e non la regola:

«Gli stessi amici musulmani con cui ero a cena quando ho ricevuto le mail di queste signore - specifica Croce - sono rimasti sorpresi da una presa di posizione del genere: noi pensavamo di fare un gesto che potesse piacere alle famiglie e invece». Recentemente vari servizi di giornali e periodici hanno mostrato come il rischio di avere a che fare con fondamentalisti anche in Lombardia, e in Italia, non è lontano. Anzi, vicinissimo. E quindi sembra quasi ovvio che delle mamme preoccupate prendano queste posizioni. Anche se contro l'iniziativa di una associazione che a Lampedusa si sta battendo per salvare gli amici a quattro zampe. Ma anche questa è la nuova Italia, dove anche una gita alla fattoria o al canile diventa materia di scontro religioso.MBon

Più sobrietà a messa. Basta "segni di pace" con baci e sorrisetti

Luca Doninelli - Gio, 04/09/2014 - 08:00

Giusto l'invito a evitare effusioni esagerate tra i fedeli. Vale la stretta di mano, che è legata al senso della liturgia


Chi ama la ragione e il suo buon uso non può che essere contento della disposizione della Chiesa a limitare le effusioni, durante la messa, soprattutto al momento dello scambio del segno della pace. A tutti voi sarà capitato di assistere almeno una volta alla messa negli ultimi cinquant'anni.
Se siete di Milano e diocesi, il gesto avviene prima dell'Offertorio, se invece appartenete al resto dell'Italia, esso ha luogo prima dell'Eucarestia. Il valore di quel gesto è simbolico e sta unicamente nel posto che occupa all'interno della liturgia, ed è perciò insensato lasciarsi andare alle effusioni, percorrere mezza chiesa per abbracciare questo o quello, addirittura baciarsi come ho visto fare parecchie volte.

Già Benedetto XVI aveva detto che il gesto consiste in una stretta di mano con i vicini di panca, quindi due al massimo, uno se vi trovate all'estremità della panca. C'è chi si è indignato, dichiarando che la buona educazione non può sostituire la passione (come se la passione vera fosse maleducata, e l'educazione fredda e apatica: scherziamo?). Io, invece, plaudo al richiamo e lo trovo molto pertinente. Da anni desidero fondare un Gruppo su Facebook contro il segno della pace. Non che non mi piaccia stringere la mano di chi mi sta vicino, però il senso di quel gesto è duro e impegnativo, e cavarsela con un sorriso e un abbraccio sa di ipocrisia lontano un miglio.

Chi, come il sottoscritto, appartiene alla Chiesa milanese, per esempio, riceve un aiuto importante per la comprensione del gesto: posto all'inizio dell'Offertorio, esso ci ricorda le parole di Gesù in Mt. 5: «Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono». Visto che, all'uscita dalla messa, noi sappiamo perfettamente che i conti in sospeso con questo o quel «fratello» sono rimasti tali e quali, resta da capire il perché di tanta effusione.

La mia risposta potrà irritare qualcuno, ma non ne ho trovata una migliore: la ragione per cui ci si slancia in strette di mano, abbracci e (sic) baci sta nel fatto che a tutti noi piacerebbe, e meno male, che il mondo fosse uno e concorde, però senza troppi rischi da parte nostra. Lo dimostra la faccia che facciamo di solito al momento dello scambio della pace: una faccia da scemi. Non appena il prete pronuncia le fatali parole «scambiatevi un segno di pace», sulle nostre labbra si disegna immediatamente, in automatico, un sorrisetto che si vorrebbe edenico ma che è solo vagamente cretino, e questo succede anche alle persone più intelligenti, perché la faccia che facciamo dipende soprattutto dalla parte che il copione della vita ci chiede di recitare.

Tutti recitiamo sempre una parte. L'obbedienza alla parte che ci è stata assegnata è indice della nostra serietà: il Teatro ce lo insegna da 2500 anni. Occorre però comprendere la parte che recitiamo, altrimenti il rischio è quello di pensare di recitarne un'altra. Lo scambio della pace serve a ricordarci che non siamo noi gli artefici della pace, che la vera pace viene da Gesù Cristo, ossia da Dio: un nome di fronte al quale, se solo avessimo un piccolissimo filo di coscienza, dovremmo soprattutto tremare. La buona educazione raccomandata dalla Chiesa è questo: una stretta di mano con un filo di sgomento per ciò che Dio è e per quello che ci ha donato. Anche la passione nasce da qui, però senza sorrisi scemi.

Follie indiane, ragazza di 18 anni sposa un cane: "Contro le maledizioni"

Libero

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L'ennesima follia arriva dall'India, una ragazza di 18 anni, vittima di una maledizione è stata "costretta", secondo quanto lei stessa ha dichiarato al quotidiano britannico Metro, a sposare un cane per depennare un' incombente maledizione. "Io non sono contenta di questo matrimonio", ha dichiarato la ragazza ma la madre della sposa la pensa diversamente: "Siamo felici, questo è l'unico modo per allontanare la sfortuna da nostra figlia e attirare la benevolenza di tutto il villaggio". In ogni caso il matrimonio, come testimoniato dalle foto dell'evento, è stata una cerimonia in piena regola, auto per lo sposo e pure per la sposa, vestiti sgargianti e trucco d'ordinanza. Viva gli sposi!

Parla Riina: "I documenti di Dalla Chiesa e Borsellino li hanno i Servizi". E su Renzi e Berlusconi...

Libero


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«Questo Dalla Chiesa ci sono andati a trovarlo e gli hanno aperto la cassaforte e gli hanno tolto la chiave. I documenti dalla cassaforte e glieli hanno fottuti». Nelle conversazioni fiume tra Totò Riina e Alberto Lorusso, il suo compagno d’aria al carcere di Opera di Milano, il boss corleonese parla anche del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte per mano mafiosa. Riina e Lorusso ne parlano durante il «passeggio» del 29 agosto dell’anno scorso. Le conversazioni sono tutte intercettate e sono state depositate - poco più di 1300 pagine - nell’ambito del processo sulla trattativa tra Stato e mafia. «Minchia il figlio faceva ... il folle. Perchè dice c’erano cose scritte. Loro - continua Riina - quando fu di questo... di Dalla Chiesa... gliel’hanno fatta, minchia, gliel’hanno aperta, gliel’hanno aperta la cassaforte, tutte cose gli hanno preso. Perchè i discorsi di Palermo, i discorsi a Palermo sono, sono assai, tutti grossi e tutti, tutti bomb... tutti, tutti morti. Morti, morti di tanti livelli».

L'agenda rossa - Riina si sofferma anche su un altro mistero, quello legato all’agenda rossa di Paolo Borsellino, attribuendo ai servizi segreti la sua scomparsa: «Gliel’hanno presa ed è sparita». Nelle conversazioni con Lorusso, rievoca anche la vicenda legata alla perquisizione ritardata del suo covo, dopo l’arresto del 1993. La sua cassaforte? Nella versione di Riina, non conteneva documenti: «Io cose importanti non ne avevo, se le avevo le tenevo in mente».

Giudizi politici - Il boss dei boss, come si legge sul Fatto, parla anche di attualità e non si risparmia sui giudizi riguardo i protagonisti politici.

Matteo Renzi per Riina  «E' forte perché è giovane», ma diventa «un carabiniere» quando si oppone all'amnistia;

Angelino Alfano viene bollato come «vigliacco e traditore» più o meno come

Gianfranco Fini «un miserabile e meschino». 

Massimo D’Alema viene visto dal capomafia come uno «mangia e bene», «Il più disgraziato che c’è»; Beppe Grillo invece «è malato di testa, ormai è impazzito». Riina non nasconde le sue simpatie per

Andreotti «uno grande», per 

Marina Berlusconi «una seria» e

Daniela Santanché «una forte». Un ragionamento moralistico viene fuori quando parla di

Silvio Berlusconi bollato come «un mutannaro» (mutandaro) e accusato di essere un «porco, malato di minorenni». «Più che il partito di Forza Italia - dice a Lorusso - dovrebbe fondare Forza Culo perché è un disgraziato». Ma al leader azzurro non perdona soprattutto di aver «tradito» le speranze mafiose. «Aveva il 66%, doveva mandare alla fucilazione i magistrati, aveva la corda per affogarli tutti». Dice Riina che «c'è tanta gente incarcerata senza malu fine (cioè l'ergastolo)», ma lui «non ha fatto niente, è stato un gran sbirrone». Quanto a Giorgio Napolitano, definito "berrettone" che in dialetto siciliano vuol dire "colui che vuole fare tutte le cose", il capo dei capi sostiene che è «il più pulcinella di tutti».

Messaggi per chi? - Le parole intercettate in carcere sono dei messaggi che il capomafia ottantenne lancia all’esterno? Per la presidente della commissione parlamentare Antimafia

Rosy Bindi «c’è ancora molto da capire», per il presidente del Senato

Piero Grasso «queste sono valutazioni che spettano agli organi competenti». Di certo c'è, secondo la Bindi, che «quando Riina sapeva di essere intercettato non ha parlato. La logica ci dice che quando parla non sa di essere intercettato ma tutto ciò resta comunque un interrogativo. È da interpretare e capire

Mancano soldi, chiude la scuola di Lady Bossi

Libero

L'istituto era stato fondato nel 1998 da Emanuela Marrrone


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E' un'altro pezzo della Lega "che ce l'ha duro" che se ne va. Com'era capitato già con la cerimonia dell'ampolla e altri riti padani dell'epopea bossiana. A sparire, questa volta, è la Scuola Bosina, voluta e fondata a Varese nel 1998 da Emanuela Marrone, la moglie del Senatùr. All'inizio delle lezioni (8 settembre per la scuola d'infanzia e 15 per elementari e medie) mancano poche ore. Ma nell'istituto c'è aria di mobilitazione a causa di una verticale calo di iscritti e, soprattutto, mancanza di fondi. E' che la nuova Lega di Matteo Salvini ha deciso di chiudere i rubinetti: i vertici dell'istituto si sono dimessi nelle scorse settimane e gli insegnanti, che non prendono lo stipendio da giugno, al collegio docenti di pochi giorni fa hanno trovato solo la segretaria.

Lontani i tempi in cui deputati e senatori del partito mettevano mano al portafoglio per dare una mano alla scuola di Lady Bossi: solo nel 2010 avevano versato 800mila euro per ristrutturare un'ala dell'edificio. E anche il governo Berlusconi aveva fatto la sua parte, copn 300.000 euro nel 2009 e 500.000 nel 2010 grazie a un decreto del ministero del Tesoro per altre ristrutturazioni. Nei mesi scorsi si era parlato di un possibile compratore, ma lunica strada, ora, sembra quella della liquidazione.

La docente precaria del Nord: «Da 14 anni attendo la cattedra che va a finire ​a uno del Sud che non si presenta»

Il Mattino

di Mauro Favaro


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RONCADE - È un'insegnante precaria da 14 anni. Negli ultimi è sempre stata a un passo dall'entrare in ruolo. Cioè dal diventare titolare della cattedra dei suoi sogni: quella di educazione fisica. «Ma ogni volta che sarebbe toccato a me - denuncia Anna Paola Vianello, docente di Roncade - sono puntualmente scivolata indietro nella graduatoria a causa dell'inserimento di insegnanti provenienti dal meridione».

E così è andata anche la settimana scorsa alle nomine organizzate all'alberghiero Alberini di Lancenigo. «C'era in ballo una cattedra di educazione fisica alle medie - racconta - ma appena prima di me è arrivato un docente della Sicilia che non si è nemmeno presentato di persona all'assegnazione». Per prendersi il ruolo non è indispensabile. Basta una delega. Nemmeno portata da qualcun altro: è sufficiente inviare un fax con il quale si dichiara di accettare la cattedra.

mercoledì 3 settembre 2014 - 11:28   Ultimo agg.: 11:33

Turista americano ritrova una vecchia multa di mille lire e la paga dopo 50 anni

Il Mattino


La multa pagata dopo 50 anni al comune di Lerici
















LERICI - Riceve una multa nel 1964 per divieto di sosta con la sua Vespa dal comune di Lerici e la paga dopo 50 anni. Robert Atherton ha ritrovato il verbale della multa solo oggi, dopo decine di anni dalla multa di mille lire. Così, per senso del dovere, ha inviato 50 dollari da Phoenix in Arizona dove vive, al comune per "ottemperare alla dimenticanza".

Al comune di Lerici c'è stato molto stupore e il sindaco ha definito il gesto del turista americano esemplare. Il signor Robert si è anche preoccupato di calcolare il corrispettivo attuale delle mille lire degli anni 60 facendo poi la conversione in dollari. Il sindaco, stupito per l'accaduto, ha concluso: «Ringrazio il signor Atherton a nome mio e dell'amministrazione comunale e non mancherò di rispondergli, ringraziandolo personalmente per la sua onestà. Un gesto davvero ammirevole, che spero possa essere preso di esempio».

mercoledì 3 settembre 2014 - 11:44   Ultimo agg.: 11:48

Dieci gesti quotidiani che non avresti mai immaginato dannosi per la salute

Il Mattino

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Attenzione a quello che fate durante la giornata, al lavoro come nel tempo libero. Tante piccole azioni quotidiane, anche le più impensabili, possono essere dannose per la salute. Questa la lista dei gesti quotidiani che possono far male al nostro organismo (e non lo avremmo mai immaginato):

- Usare il computer: non è una novità assoluta, ma il pericolo sembrava parzialmente scongiurato con gli schermi di ultima generazione. Invece, contrariamente a quanto si pensi, passare troppo tempo davanti ad un pc può danneggiare seriamente la vista. La luminosità crea problemi alla vista e mal di testa, mentre alcune tossine prodotte dai computer possono causare danni neurologici, per non parlare delle conseguenze nocive del wireless, ancora troppo sottovalutate.

- Fare la doccia tutti i giorni: difficile resistere, soprattutto d'estate, ma la combinazione di acqua calda e bagnoschiuma a lungo termine rimuove i lipidi che permettono alla pelle di mantenersi umida ed idratata.

- Usare sempre l'asciugacapelli: il calore del phon causa un sovraccarico di legami di idrogeno, uno dei fattori responsabili della caduta dei capelli.

- Mordicchiare penne o matite: questa brutta abitudine può creare seri danni ai denti, compreso il loro spostamento.

- Usare creme solari a bassa protezione: non è facile trovare il giusto compromesso tra protezione ed esposizione solare, ma è consigliabile usare creme ultraprotettive anche se non si è in spiaggia. I danni provocati dai raggi ultravioletti sulla pelle sono più che noti.

- Fare jogging: anche un'attività apparentemente salutare come la corsa può essere dannosa. Esiste una specifica tecnica per la postura e la falcata, che se non viene applicata può causare gravi artriti, soprattutto alle ginocchia.

- Mangiare limoni: l'acidità presente in questi agrumi danneggia seriamente lo smalto dei denti.

- Mangiare popcorn: lo snack da cinema per eccellenza può causare infezioni ai denti quando alcune parti restano incastrate. Inoltre, i denti più deboli e sensibili possono riportare gravissimi danni quando vengono a contatto con il nocciolo.

- Stare seduti in ufficio: alcuni studi dimostrano che il rischio di malattie cardio-circolatorie aumenta del 64% quando si passano più di sei ore al giorno seduti alla scrivania.

- Dormire con i calzini: alcuni lo fanno, ma questa pratica non solo può bloccare la circolazione, ma impedisce lo scambio di gas tra le cellule della pelle e anche del cervello.

mercoledì 3 settembre 2014 - 13:24   Ultimo agg.: 13:25

Samsung batte Apple: niente blocco vendite per i prodotti coreani in Usa

Il Mattino

di Alessio Caprodossi

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ROMA - La battaglia non finisce mai quando a scontrarsi sono due titani. Prendiamo Apple e Samsung, le due aziende leader del comparto hi-tech e in cima a tutti gli indici di vendita e redditività. La sfida tra americani e coreani va avanti da anni, dopo che Samsung è riuscita a stritolare la concorrenza ed ergersi antagonista numero uno della Mela.

In un settore dove l'innovazione significa distinzione, cioè vantaggio concreto sugli altri, il confine tra nuovo e plagio è spesso assai labile e talvolta finisce per essere superato. Per questo Apple ha citato in giudizio Samsung, accusata di aver sfruttato in maniera impropria alcuni tecnologie brevettate dall'azienda di Cupertino. Nemmeno a dirlo, da Seul hanno fatto spallucce dichiarando, invece, che è la Mela semmai a servirsi di sistemi sviluppati dagli altri.
Dopo un lungo tira e molla, proprio qualche giorno fa i media dei due paesi riportavano la fine delle ostilità, con le due rivali che hanno deciso di sotterrare l'ascia di guerra. Come se non fosse successo nulla.

Dappertutto ma non negli Usa. Qui infatti la guerra continua e anzi si fa sempre più aspra. Dopo aver avuto due sentenze a favore, ieri è arrivata la doccia fredda per Apple. Il giudice Lucy Koh ha respinto la richiesta di bloccare le vendite di dispositivi Samsung sul territorio americano, poiché i californiani non hanno fornito prove convincenti circa i "danni irreparabili collegabili ai brevetti infranti da Samsung". In base a ciò, quindi, al momento Apple non riceve nemmeno una parte del miliardo di dollari stabilito in precedenza dalla giuria come indennizzo per la condotta di Samsung, che è ricorsa in appello contro la decisione.

La giornata nera è diventa funesta per la Mela dopo l'ultima mossa dell'International Trade Commission, che ha annunciato l'apertura di un'indagine contro la condotta di Beats, la società fondata da Dr. Dre acquistata pochi mesi da Apple per tre miliardi di dollari (maggiore acquisizione dell'intera storia societaria). Sotto accusa ci sono cinque brevetti per eliminare il rumore dalle cuffie firmati Bose, che ha già chiesto il blocco delle importazioni degli auricolari Monster.

mercoledì 3 settembre 2014 - 09:25   Ultimo agg.: 11:48