mercoledì 10 settembre 2014

Telefono, sparisce lo scatto alla risposta

Libero

Telecom Italia mette mano al piano tariffario

1
Stop allo scatto alla risposta e prezzo unico per le chiamate da fisso. Telecom Italia semplifica ulteriormente i prezzi base delle chiamate effettuate dal telefono di casa e introduce alcune novità in linea con il contesto economico del settore e i trend di mercato. A partire dal 1° novembre 2014, infatti, verrà eliminato lo scatto  alla risposta di 5,04 euro cent, vale a dire una delle due  tradizionali voci che da sempre concorrono a determinare i costi delle telefonate, e mantenuto un unico prezzo per tutte le chiamate verso i  fissi nazionali e i cellulari, pari a 10 euro cent al minuto.

Il nuovo prezzo non riguarderà i clienti che hanno scelto di aderire a  specifiche offerte di fonia. Confermato inoltre lo sconto del 50%  sulle chiamate verso i numeri fissi nazionali oltre le 3 ore di  chiamate al mese. Contestualmente a questa semplificazione, il costo dell’abbonamento al servizio telefonico di base passa dagli attuali 17,54 euro a 18,54  euro mensili, mantenendosi allineato alla media europe

A fine 2015 arriva il Blu-Ray Ultra Hd

Corriere della sera

1
Il dado è tratto.  Ora abbiamo non solo la conferma, ma anche una data (abbastanza) precisa, la fine del 2015 (probabilmente per il periodo natalizio). E’ allora che vedremo i primi dischi Blu-ray in Ultra Hd. Ci sarà quindi un formato fisico per i contenuti in altissima definizione. Lo ha annunciato all’Ifa di Berlino la Blu-Ray disc association (Bda). L’incertezza sulla creazione del nuovo formato quindi non c’è più, restano però dei dubbi sulle sue nuove caratteristiche. Le specifiche infatti sono in corso di finalizzazione da parte dell’associazione.

CARATTERISTICHE – Secondo quanto dichiarato dalla Bda il nuovo supporto sarà compatibile con i vecchi lettori Blu-Ray, anche se ovviamente per leggere lo strato su cui si trova il filmato in altissima definizione sarà necessario disporre di un lettore di nuovo tipo. Sul fronte dell’encoding dovremmo avere il formato HEVC, già disponibile in praticamente tutti i nuovi Tv Ultra Hd. Lo spazio colore sarà ovviamente molto più ampio di quello previsto attualmente per il Blu-Ray. Non è chiaro quale dimensione avrasnno i nuovi dischi. Si parla di 50 Gb, 66Gb e 100 GB, con un data rate rispettivamente di 82Mbps, 108 Mbps e 128 Mbps.

PROTEZIONE – Il punto su cui si starebbe ancora discutendo a fondo è quello della protezione dei contenuti. In primo luogo non è ancora chiaro se ci saranno dei lettori e masterizzatori a uso informatico o solo dei lettori da tavolo da collegare alla tv. Si starebbe discutendo anche di un tipo di protezione più estremo con chiavi che rendono accessibili i contenuti disposte su server remoti, ma per far ciò i lettori dovrebbero essere sempre connessi alla rete e questo è un grosso limite all’uso e allo sviluppo del formato.

CONTENUTI – Ma il problema più grande relativo al successo dei prossimo formato è, ovviamente, quello dei contenuti. E non solo perché molti film non vengono ancora girati in Ultra Hd o meglio in 4k quanto piuttosto che a volte, anche quando lo sono la post-produzione non lo è. Paradossalmente sono più avanzate tecnologicamente alcune fiction, anche se vengono spesi molti meno soldi per realizzarle. Qualcosa però si sta muovendo anche in questo settore con operatori come Sony, Netflix ed Amazon che si stanno dando da fare per arricchire un panorama decisamente poco popolato.

Scippatore preso dai cittadini Ma il giudice lo rimette in libertà

Corriere della sera

Il 36enne, incensurato, ha aggredito una 68enne facendola cadere a terra. Un vicino di casa della signora lo ha inseguito e con altri passanti lo ha bloccato

È servito a poco lo slancio civico di un avvocato 38enne e di altri passanti, accorsi in aiuto di una vicina di casa anziana aggredita e gettata a terra da uno scippatore. I cittadini sono riusciti a bloccare il malvivente e a farlo arrestare, ma il giorno dopo il giudice lo ha rimesso in libertà. La vicenda è accaduta martedì in piazza Maria Adelaide di Savoia, non lontano da Porta Venezia. Poco prima di mezzogiorno la signora, 68 anni, stava rientrando a casa quando è stata seguita, nell’androne, dallo scippatore. L’uomo le ha strappato la catenina dal collo e lei è caduta battendo a terra con il naso. Le sue urla hanno richiamato l’attenzione di un vicino di casa, avvocato di 38 anni, che non ha esitato a scendere in strada all’inseguimento dello scippatore. Alcuni passanti, vedendolo correre, lo hanno aiutato e il ladro è stato accerchiato e bloccato in via Nino Bixio, a poca distanza dal luogo dello scippo.
Fermato e scarcerato
La polizia, arrivata sul posto, ha trovato l’uomo accerchiato da alcuni cittadini e lo ha messo in manette. L’uomo, 36enne incensurato, è comparso mercoledì mattina davanti al giudice per rispondere dell’accusa di tentato furto. Il pm Orsi, applicando il codice penale, ne ha ordinato la scarcerazione. La vittima, rimasta ferita al naso nella caduta, è stata medicata sul posto

10 settembre 2014 | 14:41

IPhone 6 e iPhone 6 Plus, ecco quanto costerà in Italia

Il Mattino





iPhone 6 è disponibile in oro, argento o grigio siderale, sarà disponibile in Italia al prezzo suggerito di €729 IVA e oneri di legge inclusi (€593,54 IVA e oneri di legge esclusi) per il modello 16GB, €839 IVA e oneri di legge inclusi (€682,50 IVA e oneri di legge esclusi) per il modello 64GB e, per la prima volta, un nuovo modello da 128GB a €949 IVA e oneri di legge inclusi (€772,67 IVA e oneri di legge esclusi).

iPhone 6 Plus è disponibile in oro, argento o grigio siderale, e sarà disponibile in Italia al prezzo suggerito di €839 IVA e oneri di legge inclusi (€683,70 IVA e oneri di legge esclusi) per il modello 16GB, €949 IVA e oneri di legge inclusi (€772,67 IVA e oneri di legge esclusi) per il modello 64GB e €1.059 IVA e oneri di legge inclusi (€862,83 IVA e oneri di legge esclusi) per il nuovo modello da 128GB. Entrambi i modelli saranno disponibili sull' Apple Online Store, gli Apple retail Store, alcuni operatori e Rivenditori Autorizzati Apple. iPhone 6 e iPhone 6 Plus saranno disponibili negli Stati Uniti, Australia, Canada, Francia, Germania, Hong Kong, Giappone, Porto Rico, Singapore e Regno Unito a partire da venerdì 19 Settembre e i clienti possono pre-ordinare entrambi i modelli a partire da venerdì 12 settembre.

Le custodie in pelle disegnate da Apple saranno disponibili in nero, rosa cipria, castagno, blu notte e Product (RED) per €45 per iPhone 6 €49 per iPhone 6 Plus mentre le custodie in silicone in nero, azzurro, rosa, verde, bianco e (RED) avranno un prezzo suggerito di €35 per iPhone 6 e €39 per iPhone 6 Plus attraverso Apple Online Store, gli Apple retail Store, e alcuni Rivenditori Autorizzati Apple.

iPhone 5s sarà disponibile in Italia ad un prezzo suggerito di €629 IVA e oneri di legge incl. (€511,57 IVA e oneri di legge esclusi) per il modello 16GB e €679 IVA e oneri di legge incl. (€551,76 IVA e oneri di legge esclusi) per il modello 32GB, mentre un modello iPhone 5c da 8GB sarà disponibile per €429 IVA e oneri di legge incl. (€348,64 IVA e oneri di legge esclusi). iOS 8 sarà disponibile come aggiornamento software gratuito a partire da mercoledì 17 settembre. Alcune funzioni potrebbero non essere disponibili su tutti i prodotti. Apple Pay sarà disponibile per i clienti US come aggiornamento software gratuito di iOS 8 in Ottobre.

Il diritto all’oblio

La Stampa

luciano floridi *


39
Oggi a Roma si riunisce l’Advisory Council di Google sul «diritto all’oblio», di cui faccio parte. Incontreremo pubblicamente esperti di diversi settori per raccogliere opinioni e ricevere suggerimenti sulla recente sentenza della Corte di Giustizia Europea sul cosiddetto «diritto all’oblio». La controversia è nota. La Corte ha stabilito che il gestore di un servizio di motore di ricerca è responsabile del trattamento dei dati condotto su informazioni personali che appaiono su pagine web pubblicate da terzi.

Quindi, se la persona alla quale queste informazioni si riferiscono lo richiede, e se queste informazioni sono ritenute «non adeguate, irrilevanti o non più rilevanti», il gestore del motore deve rimuovere il link con cui le rende accessibili sulle proprie pagine. Nel caso in questione, relativo al signor Mario Costeja González, Google ha dovuto rimuovere il proprio link a un trafiletto che pubblicizzava la vendita di un immobile legalmente pignorato al signor Costeja e messo all’asta. Era stato pubblicato sul giornale «La Vanguardia» nel 1998. L’annuncio era diventato disponibile tra i primi risultati ottenuti digitando «Mario Costeja González» sul motore di ricerca.

La rimozione di un link a un trafiletto pubblicato 16 anni fa sembrerebbe un’inezia. E invece, è stata la scintilla che ha innescato un dibattito enorme, su un tema cruciale, che sta definendo la nostra epoca. Come si possono conciliare privacy e libertà di parola nella società dell’informazione? Sono due diritti ugualmente fondamentali, ma che si incastrano tra di loro meno facilmente nel contesto delle tecnologie digitali. Vorremmo che le informazioni personali si sedimentassero gradualmente, per favorire lo sviluppo e il benessere dell’individuo (diritto alla privacy).

Ma vorremmo anche poter accedere in modo facile, affidabile e non filtrato a tutte le informazioni legalmente disponibili (diritto alla libertà di parola, inteso come il diritto di poter fornire e ricevere informazioni non illegali). Parlare di «diritto all’oblio» è fuorviante. Il trafiletto sul Sig. Costeja è legalmente disponibile sul sito del giornale, la relativa pagina web non è stata rimossa o bloccata. È ancora raggiungibile facilmente da qualsiasi motore di ricerca non europeo (per esempio google.com), perché la sentenza si applica solo all’Europa. Tuttavia, per le stesse ragioni, parlare di «censura» è esagerato. Tra l’altro, è stato il Sig. Costeja a richiedere la rimozione del link, non qualche regime estremista.

La sentenza è stata criticata sul piano legale. Personalmente, concordo con l’opinione dell’Avvocato Generale, il finnico Niilo Jääskinen, che non riconosceva il ruolo di «data controller» a un gestore di un motore di ricerca. Sul piano logico, la sentenza si basa su una difficile interpretazione di che cosa significhi per un’informazione essere «non più rilevante». Tutto può essere rilevante, a seconda della domanda formulata e dell’interesse che la motiva. Sul piano pratico, ho indicato sopra come la sentenza sia poco efficace.

Purtroppo, quando ha qualche efficacia, si presta ad abusi da parte di chi ha le risorse e l’interesse per richiedere a tutti gli operatori di motori di ricerca in Europa la rimozione di ogni link rilevante. Infine, paradossalmente, la sentenza ha finito per costringere i gestori di motori di ricerca ad esercitare di fatto il ruolo di custodi dell’accessibilità online. Oggi è Google che decide quali link debbano essere rimossi sulla base delle richieste ricevute. 

Per queste ragioni, resto scettico sul valore della decisione. Tuttavia, la Corte ha avuto il merito di far emergere, nella sua complessità e importanza, un problema cruciale e irrisolto della nostra cultura digitale. Va poi riconosciuto che è facile criticare la sentenza, ma è difficile capire come si possa fare di meglio per bilanciare privacy e reperibilità dell’informazione. Per questo c’è bisogno di buona volontà e collaborazione da parte di tutti gli interessati. Il dibattito non deve essere impostato come uno scontro tra vincitori e vinti. Dobbiamo dialogare costruttivamente per convergere su una soluzione soddisfacente. 

Nel corso degli incontri che ci porteranno, dopo Madrid e Roma, a Parigi, Varsavia, Berlino, Londra e infine Bruxelles, spero che raggiungeremo due obiettivi. Individuare i principi fondamentali per armonizzare il diritto alla privacy con l’accessibilità dell’informazione online. E formulare le procedure soddisfacenti per concretizzare questa armonizzazione. Sembra un’antinomia irrisolvibile, ma forse è per questo che serve anche un filosofo nell’ Advisory Council.

* Professore Ordinario di Filosofia e Etica dell’Informazione presso l’Università di Oxford e membro dell’Advisory Council di Google sul «diritto all’oblio»

Le auto connesse sono già realtà, indagine sulla sicurezza

La Stampa

I problemi di privacy sono cruciali e gli automobilisti oggi devono essere consapevoli dei nuovi rischi. Ecco i principali rilevati da Kaspersky Lab

39
La nuova generazione di vetture connesse è già una realtà e gli automobilisti non possono più ignorare le preoccupazioni dal punto di vista della sicurezza dei servizi di comunicazioni e Internet. La tecnologia nelle auto non si limita più ad essere un aiuto per parcheggiare la vettura in modo sicuro; ora comprende l’accesso ai social network, e-mail, connettività degli smartphone, il calcolo del percorso, le app in-car, e così via. Queste tecnologie offrono grandi vantaggi per gli automobilisti, ma portano anche nuovi rischi per gli utenti di oggi. Ecco perché è essenziale analizzare i diversi vettori che potrebbero causare attacchi informatici, incidenti o manutenzione errata del veicolo.

Effettuando un’analisi del sistema ConnectedDrive di Bmw, Kaspersky Lab ha rilevato diversi potenziali vettori di attacco: Credenziali Rubate: Rubare le credenziali necessarie per accedere al sito web di Bmw - con mezzi noti come phishing, keylogger o ingegneria sociale – può portare all’accesso non autorizzato di terzi parti alle informazioni degli utenti e quindi al veicolo stesso. Da qui è possibile installare una app mobile con le stesse credenziali e potenzialmente abilitare servizi remoti prima di aprire la macchina e portarla via.

Application Mobile: Attivando i servizi mobile di apertura a distanza, si crea in pratica un nuovo set di chiavi per l’auto. Se l’applicazione non è sicura, chi ruba il telefono potrebbe ottenere l’accesso al veicolo. Con un telefono rubato sarebbe possibile modificare il database delle applicazioni e bypassare qualsiasi autenticazione tramite Pin, rendendo più facile per un cyber-criminale attivare i servizi remoti.

Aggiornamenti: i driver Bluetooth vengono aggiornati scaricando un file dal sito BMW e installati attraverso una porta Usb. Questo file non è crittografato o firmato, e include numerose informazioni sui sistemi interni in esecuzione sul veicolo. Questo potrebbe fornire a un potenziale aggressore l’accesso all’ambiente preso di mira e potrebbe anche essere modificato per eseguire codice dannoso.
Comunicazioni: Alcune funzioni comunicano con la Sim all’interno del veicolo tramite Sms.

L’inserimento all’interno di questo canale di comunicazione permette di inviare istruzioni “false”, a seconda del livello di crittografia assicurato dall’operatore. Nel caso peggiore, un criminale potrebbe sostituire per esempio le comunicazioni di Bmw con le sue proprie istruzioni e servizi. Lo studio è stato condotto da Iab Spain in collaborazione con Applicantes, Motor.com e Kaspersky Lab.

Donazioni alle università Usa: il record è dei cinesi

La Stampa

ilaria maria sala

La famiglia Chang ha donato alla Scuola di Salute Pubblica di Harvard 350 milioni di dollari, tanto che la scuola sarà ribattezzata Chan Tseng-hsi. Ma in patria si solleva un coro di critiche: “traditori della patria”


39
Le grandi Università americane, da tempo mèta preferita per la prole dei nuovi ricchi cinesi, che vogliono aggiungere una laurea di prestigio al conto in banca dei figli, stanno ottenendo donazioni di grandissimo rilievo dai loro ex-studenti. Prima fra tutte, quella da record avutasi ieri ad Harvard, dove la famiglia di Gerald Chan, di Hong Kong, del gruppo immobiliare Hang Lung ha donato 350 milioni di dollari alla Scuola di Salute pubblica dell’ateneo più antico (378 anni di storia) degli Stati Uniti. La scuola sarà ora ribattezzata Chan Tseng-hsi, dal nome del padre di Gerald e suo fratello Ronnie. 

Gerald Chan ha ottenuto da Harvard un dottorato in radiobiologia nel 1979. Ronnie Chan, il presidente del gruppo Hang Lung, ha anche fondato il Morningside Group, un’azienda di Private Equity e Venture Capital. La capitalizzazione di mercato di Hang Lung è stimata a 7.5 miliardi di dollari americani. Ma si tratta di un ingresso nella zona di Harvard multiplo per la famiglia Chan: poco prima della donazione superlativa, infatti, e fedele alla passione travolgente per la speculazione immobiliare di Hong Kong e della Cina, i Chan avevano speso 100 milioni di dollari per acquistare numerosi immobili a Harvard Square tramite aziende sotto la Morningside, portando alla chiusura di numerosi negozi e ristoranti di vecchia data dopo che avevano aumentato gli affitti dei loro nuovi acquisti in modo esponenziale, creando un certo risentimento. Probabilmente non del tutto risolto con questa donazione all’Università più ricca degli Stati Uniti. 

Se la donazione ad Harvard è stata fatta da Hong Kong, quindi un contesto un po’ meno politicizzato che non la Cina continentale, in alcuni casi, si tratta di una strana ammissione di sfiducia verso il sistema educativo nazionale: infatti appena lo scorso luglio è stata la volta delle due star della promozione immobiliare cinese, la coppia marito e moglie Pan Shiyi e Zhang Xin del gruppo SoHo China, fra i più ricchi della Cina, che hanno deciso di donare 15 milioni di dollari ad Harvard per un fondo che ospiti studenti cinesi da famiglie svantaggiate economicamente – parte di una donazione di 100 milioni di dollari in totale che beneficia università in varie parti del mondo, e che si chiamerà SoHo China Scholarship. La coppia si è trovata ad essere il bersaglio di grosse critiche sul web, accusata di “tradimento” per aver finanziato università straniere e non direttamente le famiglie svantaggiate cinesi. 

Del resto, non si può accusare solo la coppia Pan Zhang di scarsa fiducia nel sistema scolastico nazionale: la Cina infatti è ormai il primo Paese al mondo per numero di studenti inviati negli USA, sia a livello liceale che universitario (sorpassando da alcuni anni l’India, che non aveva però mai inviato molti studenti alle scuole superiori statunitensi). Prima di loro, era stato Zhang Lei ad attirarsi la gratitudine della Ivy Leage e gli insulti del web cinese con una donazione di 9 milioni di dollari americani alla School of Management dell’Università di Yale. Zhang Lei è il fondatore della Hillhouse Capital Mangement, un fondo per la gestione di investimenti privati cinese. 

Li Ka-shing, l’uomo più ricco dell’Asia, ha donato invece due anni fa 40 milioni di dollari USA alla più famosa pubblica americana, Berkeley, in California. Lo stretto abbraccio fra cinesi danarosi e atenei americani, però, è stato considerato controverso anche in America, dove in alcune occasioni la temuta ombra della censura, per compiacere le autorità cinesi, ha fatto capolino. Non tanto in territorio americano – anche se il proliferare degli Istituti Confucio dentro le università americane e non, può essere altamente problematico – ma in territorio cinese. 

Infatti, per capitalizzare ulteriormente sull’interesse dei cinesi per un’educazione internazionale (in particolare in materie tecnico-scientifiche) ecco che molti atenei hanno deciso di aprire dei campus in Cina stessa, rinunciando però a quella libertà di espressione che sembrerebbe parte integrante di un’educazione all’occidentale. Per non parlare del mini-scandalo seguito dall’autorizzazione data dall’Università del Minnesota, nel 2013, per una mostra sul “Vero Tibet” organizzata dal Consolato Cinese, piena di fotografie di tibetani felici sotto il patrocinio di Pechino, che venne presa di mira da numerose organizzazioni pro-tibetane.

Usa: tramonta la tutela sul web, così la Rete rischia la deriva illiberale

Corriere della sera

di Massimo Gaggi

Arriva la svolta sui domini internet: più libertà o più potere alle dittature?

39
Molti pensano che l’evidente ritrosia di Barack Obama a continuare a svolgere, da presidente e comandante militare della maggiore potenza planetaria, il ruolo di gendarme del mondo ha contribuito a farci scivolare tutti in una situazione caotica, con la moltiplicazione di conflitti, violenze, atti barbarici. Ribelli, terroristi e regimi dittatoriali approfittano del vuoto di potere, della assenza di un credibile guardiano dell’ordine internazionale, per cercare di modificare gli equilibri a loro favore.

Analisi solo in parte fondata (Obama è comunque costretto a operare in un contesto molto più complesso di quello che avevano davanti i suoi predecessori «imperiali», da Eisenhower a Reagan, e ha alle spalle un’America economicamente più debole e stanca di guerre), ma di certo il presidente ha peccato per eccesso di prudenza. E adesso molti cominciano a chiedersi se lo stesso errore non lo stia facendo anche nella gestione del sistema di distribuzione dei domini di Internet, la linfa vitale dell’era digitale. L’amministrazione del Web fin qui è stata affidata all’Icann, una società privata non profit di diritto americano basata in California con un «board» di 16 membri scelti tra esperti e le altre associazioni del settore.

Un sistema certamente anomalo ma che ha funzionato e ha garantito, fin qui, la libertà della Rete dalle interferenze governative. Salvo quella del governo Usa: Icann opera sulla base di un contratto con il dipartimento del Commercio Usa che però, fin qui, si è limitato a esercitare un discreto ruolo di sorveglianza. Dopo molte pressioni internazionali, anche in sede Onu, nel marzo scorso però Obama ha deciso di rinunciare a questo privilegio: contratto e sorveglianza Usa cesseranno dall’autunno 2015.

L’organismo tecnico dovrebbe difendersi da solo dalle interferenze dei governi espresse da un comitato intergovernativo che ha un ruolo solo propositivo. Ma un mese fa alcune regole sono state silenziosamente cambiate e ora per l’Icann diventa più difficile ignorare le richieste dei vari regimi mentre nel comitato intergovernativo, spesso riunito all’improvviso e con molte assenza, sono già emerse proposte liberticide. Il rischio che Paesi come Cina, Russia e Iran mettano in piedi maggioranze per avallare censure della Rete nei loro Paesi o addirittura per oscurare vicini «scomodi» (Hong Kong o l’Ucraina) sta diventando consistente. Ora sono le stesse imprese del Web, la Internet Commerce Association, a lanciare l’allarme .

9 settembre 2014 | 07:30

Se ad impedire il lavoro è una legge fascista

Corriere della sera

di Giovanna Boursier e Milena Gabanelli

Ancora in vigore una legge del 1939 che vieta alle società di ingegneria di lavorare per imprenditori privati

39
Da non crederci: mentre si cercano idee per creare lavoro, sopravvivono leggi che lo impediscono. Parliamo del divieto, per le società di ingegneria, di lavorare per imprenditori privati. In altre parole: se un gruppo di ingegneri si mette insieme e costituisce una società può partecipare ad appalti pubblici per costruire edifici per i comuni, il Mose di Venezia, scuole, ospedali, strade, ma non può accettare la commessa di un imprenditore privato per la costruzione di un semplice capannone o un parcheggio.

La storia è esplosa con una sentenza del tribunale di Torino. Cosa è successo? La società di ingegneri Me Studio srl ha ottenuto da un privato una commessa per la progettazione di un immobile, con relative consulenze e servizi, ma a metà lavori il committente decide di sospendere i pagamenti. Siamo nel 2010 e il titolare della società di ingegneria, Mauro Esposito, si rivolge al tribunale di Torino per ottenere il dovuto dalla Edilrivoli 2006: circa un milione di euro. Nel 2013 arriva la sentenza: «il contratto è nullo perché le società di capitali non possono svolgere attività di ingegneria per i privati». Quindi la MeStudio non solo non incassa il dovuto, ma il Tribunale gli impone anche di restituire i 366.000 euro già incassati, più gli interessi, col rischio, quindi, di fallimento.

Una bomba per le 6.000 società d’ingegneria, che danno lavoro a circa 250.000 addetti. «Queste aziende rischiano di fare la nostra fine»dice Esposito, «ed è un’aberrazione poiché all’estero se non hai una società non lavori». La tipica storia di un paese bloccato da burocrazia, decreti, rimandi, interessi di parte. Tutto risale ad una legge del 1939 con la quale Mussolini vieta le società anonime di professionisti in campo tecnico, legale o amministrativo; una legge razziale che aveva lo scopo di impedire agli ebrei di nascondersi dentro a queste società. Dagli anni ’70 i legislatori intervengono su una parte di questa legge, ma resta il divieto per l’attività “rientrante nelle prestazioni professionali tipiche dell’ingegnere o dell’architetto” come “la progettazione vera e propria”.

La prima modifica arriva nel 1994 con il ministro Merloni, che legittima le società di capitale, ma solo se operano nel settore pubblico. Nel ’97 il ministro Bersani, abroga definitivamente la legge del ‘39, ma siccome nessuno si preoccupa di fare i decreti attuativi, la legge resta in vigore. Nel 2006 di nuovo Bersani, in qualità di ministro dello sviluppo economico, estende agli ingegneri la possibilità di lavorare anche nel privato, ma secondo l’interpretazione del giudice torinese restano sempre escluse le società di capitale. Se dei professionisti hanno lavorato, investito e adesso falliscono per un anacronistico cavillo.. pazienza. L’associazione Agire, che raccoglie ingegneri, architetti e geometri, lancia l’allarme in rete e diciannove senatori, con il Pd capofila, si affrettano a rimediare scrivendo l’emendamento 33 bis, che viene approvato dalle Commissioni competenti di Palazzo Madama.
 
Tempo dieci giorni e le Commissioni di Montecitorio lo stralciano, votando in massa un emendamento soppressivo proposto da Sel e 5 Stelle. E a questo punto la vicenda diventa kafkiana. Secondo la deputata Pd Francesca Bonomo, sarebbe stato il governo, a chiedere di eliminare tutti gli emendamenti non attinenti al testo originario del decreto competitività. Come se il problema non riguardasse la competitività del Paese. La deputata di Sel, Serena Pellegrino, invece non nasconde che a chiederle di cancellare l’emendamento sarebbe stato il Consiglio Nazionale degli architetti “perché ampliando l’accesso alle società di capitale, che spesso non sono formate da ingegneri professionisti, si tagliano le gambe ai piccoli studi di associati”.  Agire replica: “Sono balle, la Me Studio, come la maggioranza delle società di ingegneria, è formata da professionisti iscritti all’albo, e per ottenere commesse dagli Enti devi essere un professionista. Non sta né in cielo né in terra che abbiamo le carte in regola per prendere appalti pubblici e non siamo adeguati quando lavoriamo per il privato!” .

Francesca Bonomo aggiunge: “stiamo cercando di risolvere il problema con la ministra Boschi”. Dal Ministero ci dicono: “adesso la volontà del governo è di portarlo all’esame parlamentare, oppure nella Legge di stabilità entro fine anno”. Morale: a fine luglio il premier Renzi ha celebrato a Genova i fasti dell’ingegneria italiana, e davanti al relitto della nave Concordia ha dichiarato: “un’impresa mai vista, che dimostra la straordinarietà dell’ingegneria italiana”. Ma a firmare i contratti con il consorzio Titan-Micoperi, scelto dall’armatore Costa per realizzare il progetto, c’erano anche società di capitale di ingegneria. E siccome l’americana Titan e la ravennate Micoperi sono due ditte private, che si fa di quei contratti? Se una mattina dovessero dire che non vogliono più pagare, ci sarà un altro giudice che annulla tutto perché nessuno, nemmeno il lanciafiamme di Calderoli, ha pensato che era il caso di cancellare dalla faccia della terra una legge razziale?

9 settembre 2014 | 21:20

Problemi di vista? Ecco il display che ti libererà da occhiali e lenti a contatto

Il Mattino

di Alessio Caprodossi

39
Un display correttivo e personalizzato che manderà in pensione occhiali e lenti a contatto. Capace di rendere nitide le immagini a occhio nudo che per ipresbiti sarebbero incomprensibili, arriva dalla partnership tra un team di ricercatori del Massachusetts Insitute of Technology e uno dell'Università californiana di Berkeley, che sono riusciti a sviluppare un prototipo di schermo in grado di rimpiazzare i soliti strumenti cui deve forzatamente ricorrere chi ha difetti di vista.

Nato inizialmente per l'uso su uno schermo dell'iPod e sviluppato in seguito anche per smartphone, tablet e laptop, il display consta di tre strati sovrapposti: quelli esterni fungono da semplici pellicole di plastica trasparente, mentre il centrale si presenta ricco di buchi e realizzato grazie a un algoritmo basato sul difetto da correggere e sulle relative analisi e prescrizioni degli oculisti.In tal modo,  sfruttando la presenza dei buchi si può alterare l'intensità della luce emessa da ogni singolo pixel dello schermo per consentire all'utente di visualizzare l'immagine limpida pur senza l'ausilio di occhiali o lenti correttive. "La tecnologia sviluppata ci permette di ottimizzare il display per un determinato utilizzatore, mentre la visione sarà distorta e di pessima qualità per gli altri", ha spiegato Brian Barsky, professore di informatica e optometria a Berkeley e responsabile del progetto.

Una soluzione su misura, quindi, che potrebbe però rivoluzionare la vita di chi è condizionato da problemi visivi, anche perché il prossimo passo sarà estendere la tecnologia integrando più correzioni insieme su display condivisi affinché diversi utilizzatori afflitti da differenti problemi possano sfruttare lo stesso schermo e avere una visione ottimale.

I tedeschi alle porte: Parigi trema

Corriere della sera

10 SETTEMBRE 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann


I Grands Boulevards nel 1919 (© Gallica)
I Grands Boulevards nel 1919 (© Gallica)

Grands Boulevards deserti, negozi chiusi e alberghi vuoti. Parigi non era mai stata così silenziosa come in quell’estate del 1914. La Senna continuava a scorrere immutabile e calma, ma la capitale non era più la stessa: la minaccia dell’arrivo dei tedeschi aveva insinuato la paura in ogni angolo. Con l’avvicinarsi del nemico, la ville lumière era ogni giorno un po’ meno luminosa. Difficile, oggi, immaginarla così, pensare che la seconda città più visitata al mondo dopo Londra fosse abbandonata dagli stessi parigini, mentre il Meurice, storico e lussuoso hotel in rue de Rivoli, diventava un ospedale.


Al fronte… in taxi 

8 SETTEMBRE 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann


Uno dei "taxi della Marna", sul piazzale de Les Invalides, a Parigi (© Bnf)
Uno dei "taxi della Marna", sul piazzale de Les Invalides, a Parigi (© Bnf)

«Noi lo facciamo, ma voi quanto ci pagate?». Sera del 6 settembre 1914, piazzale de Les Invalides, Parigi: un tassista tratta con un generale dell’esercito francese il prezzo di una corsa. Niente di strano, se non fosse che intorno a loro ci sono altri seicento autisti e altrettanti veicoli modello Renault di colore rosso che occupano l’intera spianata. Il generale in questione è Joseph Gallieni, governatore della capitale francese. Quattro giorni prima il governo, preoccupato dall’avanzata tedesca, era scappato a Bordeaux e a lui spettava il compito di preparare la città a un eventuale attacco nemico. Sulla Marna, intanto, la battaglia non accennava a cessare e gli alleati avevano bisogno di rinforzi. Con quei taxi che aveva radunato davanti a Les Invalides, Gallieni voleva portarci le truppe al fronte. Fu così che nacque la prima brigata motorizzata della storia.


Dalla poesia alle armi, storia di un poeta soldato
 
6 SETTEMBRE 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann



Una vita ordinaria, da intellettuale e libraio. Una piccola bottega in rue de la Sorbonne, a Parigi. Barba bionda e volto energico, dietro un paio di lenti sottili da letterato. A combattere lungo il corso della Marna, quel 5 settembre 1914, c’era anche lui: Charles Péguy, l’umile ragazzo di Orléans, diventato prima poeta, poi soldato. L’entusiasmo e l’ebbrezza per la guerra, o forse il tedio di un’esistenza ritenuta troppo angusta, lo avevano spinto, ormai quarantunenne, a lasciare tutto: gli studi, il negozio e la rivista che aveva fondato, i Cahiers de la Quinzaine. «Trent’anni di vita non varrebbero quello che stiamo per fare entro alcune settimane», aveva detto esaltato impugnando le armi. Passeggiando per la campagna francese, a pochi chilometri da Meaux, e a poco più di 50 da Parigi, scopriamo il nome del poeta su una grande lapide di marmo che ricorda i caduti del ’14-’18.


La Marna, il fiume che cambiò per sempre la guerra
 
5 SETTEMBRE 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann


Un’ampia pianura tra la foresta delle Ardenne, Parigi e il massiccio delle Argonne. È qui, per questa ininterrotta distesa di campi, che scorre la Marna. Noi, che arriviamo da nord, la incrociamo all’altezza di Château-Thierry e la seguiamo fino Meaux, dove ci fermiamo. Lei, invece, prosegue fino alla capitale per buttarsi nella Senna. Dietro di sé, lungo il percorso, lascia acquitrini e laghetti di acqua stagnante. Segni naturali nel territorio, che si alternano alle cicatrici lasciate dall’uomo: tombe e monumenti commemorativi che ricordano che qui, tra le anse del fiume, si combatté ininterrottamente durante tutta la Grande Guerra. Il primo scontro si svolse tra il 5 e il 12 settembre 1914 ed è conosciuto come la prima battaglia della Marna.


I Garibaldini del ’14, la Grande Guerra in giubba rossa 

2 SETTEMBRE 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann



Francesi, belgi, tedeschi e inglesi. In questo primo mese di viaggio – e di guerra – ne abbiamo ripercorso il cammino e raccontato le avventure. Della partecipazione italiana alla Grande Guerra, invece, non abbiamo parlato mai. Riflettiamo su questo mentre ci avviciniamo alla Marna per seguire le orme dell’esercito britannico in ritirata verso sud. Il 2 agosto 1914 l’Italia aveva dichiarato la propria neutralità. Eppure, ci diciamo, di italiani che combatterono in questa prima fase del conflitto ce ne furono. E non italiani qualunque, ma soldati legati a un cognome che ha fatto la storia dell’Italia unita e per questo ricordati ancora oggi così, come i Garibaldini del ’14.


Gli inglesi e la lunga strada fino a Tipperary
 
30 AGOSTO 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann


Il premier belga Di Rupo e i reali inglesi per il centenario della Grande Guerra, il 4 agosto a Mons
Il premier belga Di Rupo e i reali inglesi per il centenario della Grande Guerra, il 4 agosto a Mons

Il 30 agosto 1914 – era una domenica – gli inglesi si svegliarono con una notizia che rovinò loro la colazione: il Times di quel giorno tirava le fila dell’intervento britannico in guerra. Scriveva di un’armata «spezzata e in rotta», di «gravi perdite di truppe», di una «lotta in condizioni di svantaggio». Di una disfatta, insomma.
Oggi, a cent’anni di distanza, ci troviamo a ripercorrere la stessa strada che fecero gli inglesi in quel primo mese di conflitto. Non lo avevamo ancora raccontato, ma erano entrati in guerra a fianco del Belgio e della Francia il 4 agosto, non appena i tedeschi avevano oltrepassato la frontiera a Gemmenich.


Ritratto di un soldato qualunque
 
27 AGOSTO 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann

«Ogni volta che i suoi figli, mio padre o sua sorella, gli chiedevano di parlare della guerra, lui prendeva la bicicletta e andava a farsi un giro». Emile Bostyn aveva appena 21 anni quando nel 1914 scoppiò la guerra e il Belgio venne invaso. Avrebbe combattuto fino all’ultimo giorno, fino all’armistizio del 1918.


A Lovanio brucia la cultura
 
25 AGOSTO 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann


L'edificio della biblioteca universitaria in piazza Ladeuze
L'edificio della biblioteca universitaria in piazza Ladeuze

A Lovanio gli studenti universitari sono esattamente la metà degli abitanti della città: 50 mila contro 100 mila. Ogni semestre arrivano migliaia di giovani da ogni parte del mondo: più del 15 per cento degli iscritti sono internazionali. Lo si percepisce subito quando si arriva, anche nel mese di agosto. I cartelli sono per lo più in fiammingo e fermiamo una ragazza per farci indicare il centro. Fa la strada con noi. Si chiama Marijke, è olandese, di Maastricht, e studia giornalismo. Quando le raccontiamo perché siamo qui, si fa lasciare l’indirizzo del nostro blog, è curiosa di leggerci. Noi invece siamo curiose di sapere com’è vivere a Lovanio. «Io mi trovo benissimo, è piccola ma non le manca nulla. E poi è vicina a Bruxelles». Ci salutiamo in piazza Ladeuze, che ogni venerdì ospita il mercato dei fiori. Qui, in quello che è anche il punto più alto della città, si trova oggi la biblioteca universitaria.


Le campane di Dinant tornano a suonare
 
23 AGOSTO 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann



Un silenzio lungo un secolo. Era il 23 agosto 1914 quando le campane della collegiata di Dinant suonarono per l’ultima volta. Oggi tornano a farlo, alla presenza del re del Belgio. Appena due righe incise sul Do grave ne ripercorrono la storia: «Questo carillon completa il lavoro di ricostruzione di Notre-Dame di Dinant, cent’anni dopo il martirio della città». Che in poche ore, in quel giorno d’estate, vide il proprio campanile distrutto, più di mille edifici dati alle fiamme, un decimo della popolazione ucciso.


L’ironia come arma contro la guerra
 
22 AGOSTO 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann

Un’occupazione ininterrotta lunga quattro anni. Questo è il destino toccato a Bruxelles dopo quel 20 agosto. La città fu l’unica capitale europea e il più grande centro del continente a vivere tutta la guerra sotto la dominazione tedesca. Il fatto ci colpisce, vogliamo sapere come i suoi abitanti abbiano imparato a convivere con il nemico in casa. Cerchiamo informazioni all’archivio cittadino, ci aspettiamo di trovare soprattutto foto e giornali dell’epoca. Non pensando che, tra le prime restrizioni imposte dai tedeschi, ci fu quella sulla stampa. Non pensando anche che, in conseguenza di ciò, potesse fiorirne una clandestina. La quale, unita alla passione per il disegno, ancora oggi molto viva nel Paese, diede origine a una ricca produzione satirica.


L’ironia come arma contro la guerra
 
22 AGOSTO 2014 | di Giulia Carrarini e Giorgia Wizemann


Un’occupazione ininterrotta lunga quattro anni. Questo è il destino toccato a Bruxelles dopo quel 20 agosto. La città fu l’unica capitale europea e il più grande centro del continente a vivere tutta la guerra sotto la dominazione tedesca. Il fatto ci colpisce, vogliamo sapere come i suoi abitanti abbiano imparato a convivere con il nemico in casa. Cerchiamo informazioni all’archivio cittadino, ci aspettiamo di trovare soprattutto foto e giornali dell’epoca. Non pensando che, tra le prime restrizioni imposte dai tedeschi, ci fu quella sulla stampa. Non pensando anche che, in conseguenza di ciò, potesse fiorirne una clandestina. La quale, unita alla passione per il disegno, ancora oggi molto viva nel Paese, diede origine a una ricca produzione satirica. Vignette, caricature e fumetti: questo è ciò che ci troviamo davanti quando sfogliamo i cataloghi dell’archivio. I disegni ci permettono così di seguire l’evoluzione della vita quotidiana nella Bruxelles occupata e le reazioni di una popolazione che non perse mai del tutto il senso dell’umorismo. Questa volta lasciamo che anche per voi siano direttamente le immagini a raccontare.

il-lupo-e-lagnello
ora-tedescainflazione-al-mercatorequisizione-e-abbondanzainflazione-uova