giovedì 11 settembre 2014

Apple vicina all'acquisto del social network Path: ecco come funziona

Il Mattino

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Apple sarebbe prossima ad acquisire Path, il social network 'ristrettò che consente di scambiare messaggi e foto con un massimo di 150 contatti. Secondo quanto riporta il sito Pando Daily, che cita una fonte interna al team degli ingegneri di Cupertino, «non è ancora stato siglato, ma è essenzialmente un accordo fatto». Stando alle indiscrezioni, Path potrebbe essere integrato nell'applicazione Messaggi su iPhone e iPad, che con l'aggiornamento del sistema operativo iOS sarà più ricca.

Presentato ieri insieme ai nuovi iPhone e allo smartwatch, iOS 8 sui messaggi sembra inseguire Whatsapp: si potranno inviare frasi vocali e gestire conversazioni di gruppo, così come condividere documenti e immagini. Con l'integrazione di Path, Apple potrebbe tentare una nuova svolta social in un settore dominato da Facebook e dalle sue app Instagram e WhatsApp.

Per la Mela non sarebbe il primo tentativo: nel settembre 2010 la compagnia lanciò il social network musicale Ping, collegato ad iTunes. A 48 ore dal lancio, Ping raggiunse un milione di iscritti, ma la rete sociale non è mai decollata e ha chiuso il battenti il 30 settembre 2012.

Volete comprare il nuovo iPhone 6? Ecco 5 modi per risparmiare soldi

Il Mattino

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ROMA - L'iPhone 6 sarà in vendita nei negozi statunitensi a partire dal 19 settembre, mentre non ci sono ancora certezze sulla data di uscita in Italia. Ci sono buone chance, come si legge su Bigodino.it, che il nuovo iPhone sbarchi nel nostro paese prima entro metà ottobre, quindi chi lo sta aspettando per cambiare il suo vecchio iPhone 4S o 5 deve iniziare a fare i conti e mettere i soldini nel salvadanaio fin da subito , perchè a quanto pare non ce la caveremo con meno di 750-800 euro .

ADDIO CERETTA Una ceretta completa dall'estetista costa in media 30 euro e una donna normo-pelo fa circa una ceretta ogni 3 settimane . Per comprare un iPhone 6 dovrai fare a meno di 27 cerette dall'estetista, quindi per un anno e mezzo dovrai andare di rasoio o pinzetta (oppure puoi optare per l'astinenza da piscina, minigonne e sesso, decidi tu).

A PRANZO DALLA SUOCERA Lo so, inventi mille scuse per non andare a pranzo dalla suocera, ma ora ci dovrai stare. Andando a pranzo da tua suocera 3 volte alla settimana , quindi non facendo spesa, potrai risparmiare un centinaio di euro al mese o anche più se hai un paio di marmocchi da sfamare. In 8 mesi il tuo iPhone 6 è ripagato.

NIENTE CAFFE' AL BAR Tu credi che bere il caffè al bar non incida sul tuo bilancio, eppure quei 2 caffè al giorno, uno al mattino e uno al pomeriggio per i 5 giorni lavorativi settimanali, ti costano 40 euro al mese. Fatti una moka a casa per 20 mesi e il tuo salvadanaio pro-iPhone 6 avrà un introito di 800 euro.

SMETTI DI FUMARE Un pacchetto costa circa 4 euro? Fumi un pacchetto al giorno ? 200 giorni di astinenza e l'iPhone 6 è tuo. Fumi mezzo pacchetto al giorno? I giorni di astinenza diventano 400 . Fumi meno di mezzo pacchetto al giorno? Smetti di fumare perchè fa male alla salute, ma per comprare l'iPhone 6 purtroppo dovrai tornare al punto 2, a pranzo dalla suocera.

STIRA Lo so, questo fa male. Odi stirare e per niente al mondo rinunceresti alla cara signora che viene a casa tua una volta alla settimana armata di Stira e Ammira e che in 2 ore ti stira 4 bucati. La cara signora però prende 8 euro l'ora, per 2 ore alla settimana fanno 16 euro, per 4 settimane al mese fanno 64 euro. Ne fai meno per un anno e puoi comprare un iPhone 6.

 
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Come risparmiare per comprare l'iPhone 6

Rubate cinque milioni di password Gmail Hacker russi sotto accusa

La Stampa

andrea nepori


Un database di profili di molte nazionalità diverse e relative chiavi d’accesso è stato pubblicato oggi su un forum. Ecco come verificare se si è tra le vittime

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A poco più di una settimana dalla pubblicazione online di foto private delle star di Hollywood, è di nuovo emergenza sicurezza. Una lunga lista di 4,93 milioni di account Google con relativa password è stata pubblicata nella giornata di oggi sul forum russo Bitcoin Security, una comunità online russa che si occupa di sicurezza informatica e criptovalute.


Le credenziali presenti nel database permettono di accedere non soltanto a Gmail ma anche a tutti gli altri servizi online di Google come YouTube o il social network Google Plus. Il gigante californiano ormai da qualche anno ha infatti reso obbligatoria l’unificazione degli account per garantire un accesso unico (e sempre tracciabile) al suo ecosistema.

Google Russia ha prontamente fatto sapere che un’indagine interna è già in corso. Come nel caso delle foto rubate a Jennifer Lawrence e colleghe sarebbe però da escludere una vera e propria violazione dei sistemi di sicurezza dell’azienda. Più probabile che la lunga lista sia il frutto di anni di “phishing” e piccoli furti di credenziali ai danni dei singoli o di piccoli gruppi di utenti.

Un’altra ipotesi è che molte delle email presenti nella lista provengano da altre fughe di dati, come quello ai danni dell’editore Gawker avvenuto nel 2010, e siano state associate a password casuali, forse nel tentativo di vendere la lista ad altri cracker. 

60% di account vulnerabili
Secondo il membro del forum russo che ha pubblicato il database, il 60% dei 4,93 milioni di account presenti nella lista sono attivi e vulnerabili. Significa che quegli account non sono mai stati disattivati e che la password associata è ancora quella valida. Nel restante 40% dei casi, come può testimoniare chi scrive grazie ad alcuni test su account personali e di collaboratori, anche quando l’account è presente nella lista e ancora attivo la password associata potrebbe risultare vecchia e non più utilizzata. Se la password non è stata cambiata da molto tempo (pratica sconsigliata e pericolosa) il rischio si fa molto più concreto. Analoghi leak, così si chiama in gergo questo tipo di incidenti di sicurezza, sono avvenuti nei giorni scorsi ai danni di Yandex e Mail.ru, due servizi di email molto utilizzati in Russia. 

Verificare il proprio account
Per verificare se un account Gmail fa parte della lista pubblicata sul forum russo sono stati attivati alcuni servizi online ad hoc. Sulla pagina isleaked.com/en.php, ad esempio, è possibile inserire il proprio indirizzo per verificarne la presenza nella lista. Il sistema non richiede l’inserimento di alcuna password, naturalmente, ed è sicuro: si limita a fornire un avviso circa la presenza dell’email nella lista, indicando i primi due caratteri della password associata in caso di esito positivo della ricerca.

Se un account è presente nell’elenco è buona norma cambiare immediatamente la password, possibilmente scegliendone una più complessa, con caratteri speciali, numeri, lettere maiuscole e minuscole. Nel caso all’email siano associati altri account di servizi esterni a Google o se l’archivio dell’account vulnerabile conserva messaggi con altre password, è bene procedere a catena, modificando anche tutte le proprie credenziali di accesso, partendo da quelle più sensibili (home banking, in primis) possibilmente senza utilizzare più volte la stessa combinazione per servizi differenti. 

Verifica in due passaggi
Un ulteriore livello di sicurezza che si può attivare da subito per mettere al sicuro il proprio account Google è la cosiddetta verifica in due passaggi. Se la verifica a due passaggi è attiva, Google all’accesso richiede nome utente, password e un codice che viene inviato sul telefonino. Per evitare la complicazione di un’autenticazione lunga e laboriosa da effettuare ad ogni collegamento è possibile registrare come sicuri i dispositivi da cui si accede più spesso alla propria email. Il sistema chiederà il pin telefonico ogni volta che si tenterà di accedere all’ecosistema Google da un computer, da uno smartphone o da un tablet mai utilizzati prima.

Se lo Stato si scappella

Corriere del Mezzogiorno

I simboli, come le parole, sono pietre. E c’è poco da fare: quel cappello dice che a Napoli lo Stato è in grave pericolo

C’è modo e modo di togliersi il cappello. Il 19 settembre 1946 Winston Churchill tiene un memorabile discorso all’università di Zurigo. A guerra finita e vinta, c’è da ricostruire l’Europa. Churchill sale sul palco, si toglie il cappello, lo appoggia sul bastone e lo alza in aria per salutare la folla. Chi ha tra le mani l’ultimo libro di Anthony Giddens troverà la foto nelle prime pagine, e guardandola sarà difficile non provare commozione per quel gesto insolito e simpatia per il vecchio leader.

Chi invece va su Youreport e vede ciò che è successo ieri a Napoli, davanti al comando provinciale dei carabinieri, non potrà che provare un senso di vertigine. A due passi dalla piazza dedicata a Salvo d’Acquisto, l’eroe della resistenza, un altro carabiniere, il comandante provinciale Marco Minicucci, si offre da solo in assenza di altri. Anche lui si toglie il cappello. Ma lo fa per rendere onore a Davide Bifolco, il giovane ucciso a Rione Traiano. Il suo gesto non è spontaneo, tutt’altro. Ed è qui che vengono le vertigini. Minicucci spiega infatti che l’integrità della divisa è un valore assoluto per un militare.

Tenta dunque di resistere, ma poi cede quando gli dicono che il cappello deve toglierselo per ossequiare un minuto di raccoglimento in memoria di Davide. Solo allora la tensione si scioglie. E del resto, Minicucci aveva dichiarato da tempo che era sua intenzione incontrare i familiari della vittima. Tuttavia, quel minuto di raccoglimento non è durato neanche un secondo, a dimostrazione che l’obiettivo dei manifestanti era un altro e sicuramente ben calcolato, almeno da parte di alcuni: umiliare lo Stato, dimostrare che il gruppo e gli amici possono più dell’istituzione, che la giustizia repubblicana è qualcosa di residuale rispetto alla pressione della piazza.

Alla fine, è prevalso il senso pratico, e forse è meglio così. Ma i simboli, come e più delle parole, sono pietre. E c’è poco da fare: quel cappello calato a forza dice che a Napoli lo Stato è in grave pericolo. Bisognava capirlo subito, sin dalle rivolte per la morte di Ciro Esposito, il tifoso azzurro ucciso a Roma. Già allora bisognava distinguere il dolore dei cari dal puro ribellismo. E invece ci sono state reticenze e ambiguità da parte della politica. Oggi ancor di più. I carabinieri, che pur dovranno rispondere di decisioni gerarchiche e condotte di singoli, sono stati lasciati letteralmente soli.

Dai partiti sono venute solo frasi di circostanza. Dal governo anche. E per due giorni la città è stata letteralmente consegnata all’antistato. Cortei non autorizzati, traffico impazzito, vigili suonati come pugili. Col rischio che ora, al fuoco della crisi economica, tutto si confonda: la strumentalizzazione politica, il rivendicazionismo plebeo, l’eversione sociale e quella criminale. In uno scenario simile, uno Stato dal volto umano è una garanzia per tutti. Ma uno Stato defilato è il peggio che possa capitare.


Corteo per Davide Bifolco, il comandante si toglie il cappello: "Siamo vicini a voi" (09/09/2014)
 
10 settembre 2014

Regina, petrolio e passaporti: cosa accadrà alla Scozia sovrana

Corriere della sera

di Michele Farina mikele_farina

Guida pratica per affrontare il giorno dopo la secessione




Se vince il sì, dopo 307 anni la Gran Bretagna cessa di esistere. Ecco cosa dovrebbe accadere alla nuova Scozia.


1 Quando sarà proclamata l’indipendenza?
La data prevista: marzo 2016. Dopo due mesi si terranno le prime elezioni.

2 Quale sarà la moneta del nuovo Stato?
Ci terremo la sterlina, dicono gli indipendentisti. Impossibile, ribattono gli unionisti. Anche la Banca d’Inghilterra si è schierata: «Unione monetaria incompatibile con la sovranità». Usare la sterlina senza una propria unione monetaria vorrebbe dire non avere un prestatore di ultima istanza a cui votarsi in caso di gravi crisi. Altre due opzioni: battere nuova moneta, adottare l’euro. In entrambi i casi, tempi lunghi e costosi.

3 Sarà il 29° Paese dell’Unione Europea?
Sì, ma ci vorrà molto più tempo dei 18 mesi previsti dagli indipendentisti. Secondo Bruxelles almeno 5 anni: la nuova Scozia dovrà richiedere l’ammissione, per cui serve l’ok di tutti i Paesi membri. Alcuni, alle prese con la febbre separatista come Spagna e Belgio, potrebbero puntare i piedi.

4 Elisabetta ancora regina?
Sì, almeno fino a un successivo referendum costituzionale su monarchia o repubblica. Elisabetta II sarà la terza Regina di Scozia della storia. Prima di lei Maria Stuarda, decapitata per ordine di Elisabetta I.

5 Come sarà regolata la questione passaporti e confini?
Gli scozzesi potranno tenere il vecchio passaporto (fino a scadenza) o passare subito a quello scozzese.

6 Servirà il passaporto per attraversare i nuovi confini?
Questione dibattuta. Gli indipendentisti pensano a frontiere «invisibili» come quelle tra Repubblica d’Irlanda e Regno Unito. Ma se, come pare, Edimburgo adotterà politiche più aperte sull’immigrazione, Londra potrebbe imporre controlli alla frontiera. Per evitare che i migranti che vogliono entrare in Inghilterra usino la Scozia come ponte.

7 Dove andranno i sottomarini nucleari?
La Scozia non li vuole alla base di Faslane, così Londra dovrà scegliere: spostare i 4 sottomarini in un porto inglese o ricollocarli in basi comuni a Francia e Usa. Per spostare tutto l’arsenale ci vorranno un decennio e miliardi di euro.

8 A chi andrà il petrolio?
I confini di pertinenza saranno tracciati con i principi usati per la pesca: la Scozia dovrebbe avere il 91% dei proventi. Le stime su riserve e nuovi giacimenti variano (in base alla convenienza politica).


9 Come si dividerà il debito pubblico?
Quei mille e trecento miliardi di sterline (il 75% del pil) si dovrebbero dividere in base alla popolazione: la Scozia, che ha l’8% degli abitanti (il 9% del pil), si accollerebbe 108 miliardi di sterline (135 miliardi di euro).

10 La Scozia declasserà il Regno Unito all’Onu?
Questione intricata. Londra manterrebbe il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza solo se i governanti scozzesi non dichiareranno che i due Paesi sono due nuovi Stati. Sembra un cavillo, ma potrebbe rivelarsi un’arma di scambio nelle mani di Edimburgo per strappare concessioni da Londra per esempio sulla moneta. Paesi come Brasile e India sono pronti ad approfittare delle debolezze British.

11 Medaglieri divisi alle Olimpiadi?
Per gli sport di squadra come calcio e rugby l’indipendenza è già realtà. La fuga della Scozia dalla squadra GB si noterà alle prossime Olimpiadi (in tempo per Rio 2016): a quelle di Londra gli atleti scozzesi (il 10% del totale) hanno portato il 20% delle medaglie. Addio Andy Murray: l’Inghilterra, come nota il quotidiano The Guardian , dovrà cercarsi un altro campione del tennis in grado di vincere Wimbledon.

11 settembre 2014 | 07:12

Uno sconosciuto come sveglia: ecco Wakie, l’app che fa incontrare mattutini e tiratardi

La Stampa

stefano rizzato

Niente più trilli assillanti e strategie acrobatiche per evitare di riaddormentarsi. Basta un’app e a svegliarci sarà la chiamata di un perfetto sconosciuto. Un servizio innovativo e una sorta di social network del risveglio. L’idea ha già ricosso successo in Russia e presto potrebbe sbarcare in Italia
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Per qualcuno è la prima, enorme, insormontabile impresa quotidiana. Alzare la testa, neutralizzare la sveglia, iniziare la giornata senza ricadute, senza riabbandonarsi sul cuscino e far tardi al lavoro. Le strategie per riuscirci variano di casa in casa, ma il grande antidoto – di solito – è uno solo: trilli ritmati e bruschi, sirene ansiogene, musica techno e così via. Ma la sveglia potrebbe essere diversa, potrebbe persino avere una voce amica, capace di unire tatto e decisione. Anche per questo adesso c'è un'app: Wakie.

Svegliàti da uno sconosciuto
A ben vedere, Wakie non è solo un'applicazione, ma – come la definiscono i suoi creatori - “una community di persone che si svegliano l'un l'altro la mattina”. Il meccanismo è semplice. Basta scaricare l'app, iscriversi con il proprio numero di cellulare e puntare la sveglia per il mattino dopo. Al fatidico momento, arriverà una chiamata: “Buongiorno Carlo, è ora di alzarsi!”. E a parlare sarà non un nastro registrato, ma una persona in carne e ossa, un volontario paladino del buon risveglio, iscritto al servizio con l'obiettivo opposto: svegliare uno sconosciuto.

Risvegli dolci e social
Niente più sveglie in sequenza o messe in modo da costringere ad alzarci. Sarà una breve chiacchierata a marcare il risveglio, rendendolo più graduale ed efficace al tempo stesso. Il risultato è un piccolo social network molto tematico, che divide il mondo in due categorie: mattutini (“wakie”) e tiratardi (“sleepyhead”). Come detto, gli utenti sono abbinati tra perfetti sconosciuti e – dettaglio di certo non casuale – anche in modo che le coppie siano sempre uomo-donna. Un implicito invito a usare l'app anche per fare incontri, a quanto pare.

Presto anche in Italia?
Dall'Italia Wakie si può usare, per ora, solo per svegliare e non per essere svegliati. L'innovativo servizio mattutino è infatti disponibile solo in Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Singapore e Hong Kong. È in realtà la versione inglese di Budist, un'app nata in Russia è utilizzata lì da 1,5 milioni di persone, per 30 milioni di chiamate-sveglia. La grafica è semplice e divertente, il funzionamento intuitivo e a fine chiamata c'è pure l'immancabile “feedback” da lasciare, dando un voto alla conversazione. Se i tiratardi superano i mattutini e all'ora fatidica non c'è nessuno disposto a svegliarci, niente paura: c'è anche un meccanismo d'emergenza, che fa partire una chiamata – questa volta sì – con un nastro registrato.

Spietate e vissute in occidente: ecco chi sono le donne dell'Isis

Il Messaggero

di Anna Guaita

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NEW YORK – Partono verso la Siria, convinte che combatteranno al fronte per la gloria dell’Islam. Finiscono in cucina a curarsi della casa e dei bambini, e quando escono devono coprirsi completamente di nero, senza neanche lo spazio libero per la bocca. Le mogli dei combattenti di Isis non sono però deluse: accettano la loro sorte, e si sfogano facendo le guardie della purezza, punendo le altre donne che non seguono con la giusta rigidità le direttive del Califfato.

Almeno 200 donne provenienti dalla Gran Bretagna e da altri paesi occidentali sono scappate in Siria, affascinate dalla propaganda dei guerriglieri islamici. Due – Umm Layth e Umm Khattab - sono diventate abbastanza note, perché tengono dei blog in cui raccontano la loro vicenda. Una delle aspiranti martiri, Umm Layth (al secolo Aqsa Mahmood), è scappata da una famiglia benestante e moderata di Glasgow lo scorso novembre. Dopo aver frequentato le migliori scuole, e aver vissuto una gioventù assolutamente “normale”, Aqsa è caduta vittima del fascino oscuro della guerriglia islamica. E’ scappata di casa con solo uno zainetto, e si è fatta viva con i genitori dopo mesi per informarli che si era sposata “con un combattente di Isis”.

I genitori, sgomenti e addolorati, ancora adesso non riescono a spiegare cosa sia successo nella mente della figlia. Lei invece scrive assicuamente il blog, e dà consigli alle altre ragazze che vogliano seguire il suo esempio : «Prima di partire, fate tutte le vaccinazioni necessarie. Mettete in valigia scarpe solide e comode, e abiti caldi. E anche: fornitevi di numerosi niqab (il velo integrale che copre tutto, dalla testa ai piedi), perché qui in Siria quelli disponibili sono attillati, fanno vedere il volto, sono una presa in giro».

Perché tante ragazze occidentali si sono fatte attirare dal mondo spietato e integralista del califfato islamico? «Inizia come un’avventura - spiega la studiosa britannica Melanie Smith, del King’s College, che sta seguendo le vicende di 21 di queste giovani -. Si comportano come ragazzine innamorate di una band pop giovanile. La loro dedizione al fanatismo violento nasce da una mescolanza di innocenza ed esuberanza giovanile».

Umm Layth, come la collega Umm Khattab, anche lei una blogger di origine occidentale, lamenta però il fatto che una volta arrivata “al fronte” non ci fosse alcuna possibilità per lei di partecipare alla guerra santa. Tuttavia gioisce del fatto che sia stata creata una divisione di sole donne: 60 ragazze di età inferiore ai 25 anni, alle quali è stato affidato il compito di guardare i confini insieme ai miliziani. Tocca a loro ispezionare le donne che passano, e assicurarsi che “rispettino il severo codice morale di isis”. A questo battaglione di amazzoni in nero è stato dato anche il compito di pattugliare i mercati e le scuole, e frustare le donne che non rispettino le regole.

Mercoledì 10 Settembre 2014, 23:09 - Ultimo aggiornamento: 11 Settembre, 01:05

Quando i razzisti sono cinesi: "Sei italiano? Non ti do lavoro"

Francesco Paolo Giordano - Gio, 11/09/2014 - 08:32

Abbiamo provato a chiedere un'occupazione agli imprenditori orientali che vivono nel nostro Paese. Ma nessuno si è mostrato disponibile


Ho provato a farmi assumere. Dai cinesi. Sì, dai cinesi, che c'è di strano? Vivono, lavorano e pagano le tasse (si spera) qui in Italia. In tempi di crisi, meglio non disdegnare nulla: se c'è lavoro, è giusto acchiapparlo al volo, non importa se il tuo titolare è di Busto Garolfo o arriva dalla Giamaica.
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Ma ho scoperto che ai cinesi da dove vieni importa eccome: se sei italiano, non c'è posto per te. È una discriminazione strisciante che ho imparato ad avvertire dagli sguardi interrogativi, da come fissano un punto imprecisato per trovare una risposta che non vuole essere scortese ma nemmeno amichevole, dal dondolare nevrotico della testa. Siamo a Milano, qui abbiamo ripetuto l'esperimento già intrapreso dai colleghi genovesi del Secolo XIX .

Via Paolo Sarpi, Chinatown: su questa strada elegante e chiusa al traffico, i negozi gestiti da italiani si contano sulle dita di una mano. È tutto un proliferare di insegne in ideogrammi, di lanterne e oggetti caratteristici. Decine e decine di negozi. E altre decine. E altre ancora. La mia richiesta non deve essere molto comune. Anzi, per niente: la maggior parte di loro mi guarda enigmatica, si chiede perché mai un italiano si presenta in quelle vesti da un cinese. C'è una barriera invisibile che non si può abbattere: tu, italiano, sei il benvenuto solo da cliente. Non c'è nessun modo di stare tutti dalla stessa parte. Molti sorridono imbarazzati, come se la mia proposta celasse un qualcosa di sconcio.

C'è chi invece cerca di congedarmi in fretta e furia, o indirizzandomi al negozio da cui ero appena uscito, o propinandomi indicazioni dal sapore di supercazzola: «Andate avanti a destra dopo semaforo». Molti li trovo in pausa pranzo: cibo cinese, è la regola. «Cerco lavoro, magari qui avete bisogno di una mano…». In un negozio c'è un tipo seduto che mi squadra di tanto in tanto mentre parlo: non apre nemmeno bocca, si limita a scuotere la testa. È il suo modo di darmi il benservito. Proseguo, via Sarpi scorre sotto le mie scarpe: entro in un negozio di abbigliamento arioso. Ma nemmeno qui hanno bisogno di me: in compenso guadagno un'occhiata compassionevole di un cliente italiano.

Più avanti, in una bigiotteria e in una trattoria mi dicono che assumono solo cinesi per comodità linguistica. Qualcuno mi lascia un bigliettino per inviare il curriculum, ma sembra più un modo per disfarsi della mia presenza. Da un'altra parte, in mezzo a otto cinesi, i miei interlocutori si pietrificano. È una scena da film thriller, c'è quasi tensione: solo che non si capisce bene chi impugna la pistola. Mi sento dannatamente fuori luogo, proprio nel cuore di Milano. Però non mi arrendo: anzi, mi fingo esperto in riparazione di cellulari e computer. Ma nemmeno con la raccomandazione di Bill Gates riusciresti a quagliare qualcosa.

E allora passo ai negozi di scarpe, chissà, magari il mio 46 di piede diventa un ottimo requisito. Macché, non appena la signora che ho di fronte capisce cosa voglio dire, distoglie lo sguardo da me e passa alle sue cose. Forse barista? Proviamo. «Deve chiedere al capo». «Va bene, chiediamoglielo». «È in Cina. Ma non ci serve nessuno». «Ma se un minuto fa non ne era sicura…». La ragazza perde il controllo, dice che non vuole più parlare con me e inizia a sproloquiare in mandarino. Tutte frasi gentili, I suppose.

Anche spostandosi di zona, in via Padova, raccolgo solo «no». Provo da un parrucchiere, ma la ragazza mi piazza un «parlo poco italiano» e si trincera dietro il silenzio. C'è una signora italiana a farsi fare la piega, le tocca consolarmi: «Guardi che io qua a lavorare ho visto solo cinesi…». In un negozio di vestiario il venditore mi guarda a metà tra l'atterrito e lo scioccato, come se la mia richiesta avesse infranto chissà quale tabù millenario. I cinesi con i cinesi, e stop. Bell'esempio di integrazione. Da qualche parte me lo spiattellano pure in faccia «qui solo cinesi», in un bar le due ragazze dietro il bancone scoppiano a ridere.

Così ho imparato che proporsi da italiano in un negozio cinese desta o scandalo o derisione. Alla fine qualcuno mi dice sì: un ottico che ha bisogno di aiutanti e a cui non importa se non sei cinese. Poi mi confida che è nato a Milano e che si sente italiano. Come non detto.

Bici rubate? Esiste un sito per ritrovarle in tempo reale

Giovanni Masini - Mer, 10/09/2014 - 18:35

RuBBici.it raccoglie segnalazioni di furti e ritrovamenti di biciclette in tutta Italia. Un sistema che spesso è più efficace delle denunce vere e proprie


I ladri di biciclette? Hanno le ore contate: o almeno questa è la speranza. Creare una rete di cittadini che condividano su Internet tutte le informazioni necessarie per risolvere un problema comune: ritrovare la propria bici rubata. È così che nasce ruBBici.it, il sito dedicato a chi - e purtroppo capita sempre più spesso - è vittima di questo tipo di furti.

A differenza di automobili e motociclette, per le bici non esiste un registro nazionale, e questo rende molto più difficile l'identificazione dei velocipedi rubati: è partendo da questa osservazione che uno studente milanese, nell'autunno 2011, ha fondato ruBBici.it.

Sul gruppo Facebook compaiono infatti denunce di questo tenore: "Mi sono rivolto ai carabinieri per segnalare il furto della mia bicicletta ma mi è stato risposto che la bici potrebbe essere dovunque e poiché non esiste un registro nazionale l'unica soluzione è chiamare uno per uno tutti i singoli comandi dove potrebbe essere stata ritrovata".

Il sito, il cui utilizzo è gratuito, funziona come un archivio in cui denunciare i furti - naturalmente solo dopo averlo già fatto presso le forze dell'ordine - e dove segnalare i ritrovamenti di bici "sospette" o ritrovate. Le segnalazioni continuano a crescere in numero e frequenza (quasi una decina al giorno, per 4900 segnalazioni totali), con descrizioni molto dettagliate sul luogo e le modalità della scomparsa dei veicoli: c'è chi offre ricompense per il ritrovamento, con cifre che arrivano anche a mille euro, e chi racconta di essere stato assalito da un rapinatore armato.

Gli annunci arrivano da tutta Italia e l'elenco dei luoghi sospetti - compilato dagli stessi amministratori del sito - comprende città dei quattro angoli dello Stivale. Con tanto di consigli per chi crede di aver individuato la propria bici rubata: "non recatevi nei luoghi che elenchiamo solo la volta successiva al furto, le bici vengono messe in vendita anche a distanza di tempo e inoltre cambiano continuamente durante la giornata, è bene non demordere subito".

Non mancano poi suggerimenti su come prevenire i furti e una rassegna stampa molto aggiornata con tutte le notizie relative. Ma il servizio più importante, naturalmente, è quello dei ritrovamenti: un obiettivo che con molta buona volontà - esistono addirittura dei "gruppi di ricerca" che si accordano per girare nei mercatini "sospetti" alla caccia di questa o quella bici - e un po' di fortuna riesce a raccogliere molti successi.