domenica 14 settembre 2014

Il dovere di difenderci dalla violenza del Corano

Magdi Cristiano Allam - Dom, 14/09/2014 - 13:59

È Allah che ordina ai musulmani di combattere per affermare l'islam ovunque nel mondo


«Combatteteli finché non ci sia più persecuzione e il culto sia reso solo ad Allah» (Corano, 2,193).
 
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È Allah che ordina ai musulmani di combattere per affermare l'islam ovunque nel mondo. L'autoproclamato califfo Abu Bakr Al Baghdadi, che ha un dottorato di ricerca in studi islamici, da buon musulmano vuole applicare alla lettera ciò che Allah ha prescritto: «Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la Gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo e siano soggiogati» (9,29).

Ora che, per la prima volta dalla dissoluzione del Califfato Ottomano nel 1924, Al Baghdadi ha proclamato lo Stato islamico su un territorio conquistato con il terrore a cavallo tra l'Irak e la Turchia, egli ha il dovere di proseguire la sottomissione del mondo intero fino al compimento del Califfato islamico globalizzato. Nella stessa direzione vanno i terroristi islamici che hanno proclamato il Califfato islamico in Nigeria e l'«Emirato islamico» di Bengasi.

Malissimo fa Obama, da sempre filo-islamico, a sostenere che l'Isis (Stato Islamico dell'Irak e del Levante) «non è islamico, perché nessuna religione condona l'uccisione degli innocenti». Forse dimentica questo brano del Corano (8, 12-17): «Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti: colpiteli tra capo e collo, colpiteli su tutte le falangi! (...) Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi».

È certamente opportuno coinvolgere anche i Paesi musulmani nella guerra al terrorismo islamico globalizzato, ma non al costo di legittimare l'islam e di continuare a sostenere altre fazioni islamiche che solo su un piano tattico sono rivali dell'Isis o di Al Qaida. Perché ricordiamoci che il Corano è unico, come è unico Maometto. Sono i musulmani che possono differenziarsi se si attengono letteralmente a quanto ha prescritto Allah oppure se condividono i valori fondanti della nostra umanità e le regole della civile convivenza.

Ebbene, devono essere gli Stati musulmani ad aderire ad una logica laica nella guerra al terrorismo islamico globalizzato, non l'Occidente laico a sottomettersi all'islamofilia. Potremo vincere questa Terza guerra mondiale soltanto se saremo consapevoli della sua specificità e se sapremo riscattare la certezza di chi siamo: persone fiere di fede e ragione e non sottomesse alla violenza di Allah, Patria della libertà e non terra di conquista.

Dal 2050 l’uomo si evolverà: cervello più grande e vivremo fino a 120 anni

Corriere della sera
di Massimo Gaggi

Secondo lo studioso faremo meno figli e molto più tardi nella vita, ci saranno protesi anche per migliorare le attività cerebrali

 


NEW YORK – Entro il 2050 l’«homo sapiens» evolverà in qualcosa di diverso. L’impatto delle innovazioni tecnologiche e l’allungamento della vita che già sta cambiando il nostro «orologio biologico» (i tanti bimbi partoriti da 40enni e, ormai, anche 50enni) modificherà in modo radicale la nostra natura: vivremo fino a 120 anni, avremo cervelli più grossi e organi sessuali più piccoli.
Cambiamenti
Le nostre capacità intellettuali saranno estese in vari modi, dalle stimolazioni elettriche del cervello (ippocampo) alle protesi (o microchip) da inserire nella scatola cranica. Faremo meno figli e molto più tardi nella vita. Molti di noi accetteranno di dotare di protesi il loro stesso corpo: per mantenere un’autonomia nei movimenti anche in età molto avanzata, per aumentare le proprie capacità fisiche e lavorative o, addirittura, per competere meglio coi robot di nuova generazione. Vedete voi se scegliere l’aggettivo agghiacciante o quello affascinante per commentare le previsioni dell’antropologo Cadell Last, ricercatore del Global Brain Institute. «Evoluzione umana e la fine della riproduzione biologica», lo studio chi ha appena pubblicato su «Current Aging Science», una rivista scientifica universitaria di Indianapolis dedicata alle problematiche dell’invecchiamento, sta già facendo molto discutere. E sono in pochi a pensare che cambiamenti così radicali possano materializzarsi in appena 35 anni. Qualcuno, poi, taglia corto sostenendo che meno sesso e più elaborazione mentale di dati è già la regola per molti «cervelloni» dell’era digitale.
Tesi
Né le tesi di Last sono totalmente nuove. In parte ricordano lo scenario di un mondo radicalmente trasformato entro il 2045, con le menti e i corpi umani potenziati dalle alterazioni genetiche, dalle nanotecnologie e dall’intelligenza artificiale, descritto nel 2005 dal futurologo Raymond Kurzweil nel suo celebre saggio «La singolarità è vicina». L’autorevolezza accademica dell’antropologo, poi, è tutta da verificare. Ma il saggio è brillante, coglie molte tendenze che sono già in atto e alcune trasformazioni che - in un mondo nel quale nessuno è in grado di garantire il rispetto di un minimo di valori etici nello sviluppo delle tecnologie più avanzate - rischiano di portare a un utilizzo piuttosto spaventoso di alcune tecnologie sviluppate con le migliori intenzioni. Che la tecnologia sia destinata a cambiare in qualche modo la collocazione dell’essere umano nella catena evolutiva è cosa di cui gli scienziati discutono da anni: ricordo l’interessante dibattito, al Forum di Davos, qualche anno fa (di cui riferii ampiamente sul «Corriere»), sull’evoluzione dell’«homo sapiens» in «homo zappiens», incapace di concentrarsi a lungo su una questione e molto influenzabile con le impressioni visive.
Profezie
La rivisitazione di certe visioni quasi apocalittiche a qualche anno di distanza fa impressione perché ci obbliga a riflettere su quanto avvenuto dalle profezie precedenti ad oggi. L’orologio biologico galoppa: la vita media è cresciuta da 45 a 80 anni in un secolo, le donne Usa che partoriscono il primo figlio oltre i 35 anni sono passate dall’1 al 15 per cento in 40 anni. E poi le grandi opportunità e i rischi delle manipolazioni genetiche con le quali chi ha soldi potrà proteggersi meglio dalle malattie e chi è spregiudicato proverà a far nascere figli più belli e intelligenti. Per non parlare dell’uomo bionico: un fenomeno da baraccone buono per qualche film di cassetta che improvvisamente sta per diventare realtà, e con le migliori intenzioni: gli arti artificiali per i soldati mutilati in guerra, i tentativi di ridare la vista ai ciechi, i microchip da istallare vicino al cervello e le stimolazioni elettriche per far tornare la memoria ai soldati Usa che l’hanno persa in battaglia in Iraq e Afghanistan.

Terapie ora sperimentate anche sugli anziani con segni di demenza e sui malati di Alzheimer. Ma se queste tecniche funzionano, chi potrà impedire anche alle persone normali di ricorrere a queste «protesi della mente» per aumentare le proprie capacità? Probabilmente nessuno e, anzi, questa sembra essere l’evoluzione naturale delle cose per Cadell Last secondo il quale nel 2050 i lavori meglio remunerati verranno conquistati da quelli che utilizzeranno in modo più spregiudicato queste tecnologie. Più che una previsione, un monito.

13 settembre 2014 | 08:16

Una prima per 12 alunni: la scuola multietnica non raccoglie più iscritti

Corriere della sera

di Federica Cavadini

Elementare a rischio chiusura, il modello di integrazione è in crisi


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Un’unica prima elementare con dodici bambini. Così è iniziato il nuovo ciclo di scuola primaria in via Paravia. La scuola dall’integrazione difficile, dove le iscrizioni arrivano con il contagocce, è di nuovo in bilico. Nel 2011 il Ministero non aveva autorizzato una prima classe con gli stessi numeri. E adesso si riaccendono i riflettori sulla scuola multiculturale di San Siro. Il dossier è sul tavolo del Provveditorato, dell’assessore all’Istruzione, del preside (appena nominato). Lunedì il direttore dell’Ufficio scolastico di Milano, Marco Bussetti, in carica da luglio, sarà all’istituto di via Paravia. «Un sopralluogo. Prima di esprimermi vado a vedere». In arrivo anche l’assessore Francesco Cappelli, perché tocca al Comune intervenire sul dimensionamento delle scuole, considerando bacini di utenza e nuovi insediamenti. «Gli alunni sono evidentemente pochi ma la valutazione non dev’essere soltanto su numeri e costi, il punto è se le scuole hanno una rilevanza per l’utenza, se svolgono una funzione positiva sul territorio - dice Cappelli -. E il caso di via Paravia a questo punto è da rivalutare».
Rilancio
Dopo lo stop del 2011 («pochi iscritti e tutti stranieri, così non si fa integrazione», disse l’allora ministro Gelmini) a difesa della scuola era sceso in campo anche il sindaco Giuliano Pisapia, che lanciò un appello alle famiglie del quartiere: «Iscrivete i bambini in via Paravia». Furono avviati progetti per rilanciare l’istituto, per trasformarlo nella scuola laboratorio di integrazione in un quartiere sempre più multiculturale. Due anni dopo. «I progetti finanziati sono stati chiusi - dice Diana de Marchi, ex consigliere provinciale pd che ha sempre seguito il caso -. Ma la soluzione è sempre il rilancio. Anche se le iscrizioni sono ancora poche». Nelle altre elementari di zona le classi sono piene, da via don Gnocchi a via Dolci, da Monte Baldo alla civica San Giusto. Paravia non decolla. «Non possiamo “pompare” utenza in una certa scuola, le famiglie sono libere di scegliere - dice Cappelli -. Se la situazione non cambia cercheremo altre soluzioni. Valuteremo con il provveditorato».
Coabitazione
Intanto si complica la coabitazione con la scuola araba, che occupa un’ala dell’edificio, spazi concessi in affitto da Palazzo Marino. Adesso il problema è la palestra. È delle elementari ma è occupata, senza accordo, dalla scuola intitolata a Nagib Mahfuz. «La situazione sarà chiarita», assicura Cappelli. Le lezioni in via Paravia sono iniziate venerdì scorso. E se sul registro ci sono i nomi di diciotto bambini, all’appello l’altra mattina hanno risposto in dodici. «Il problema è che molti sono figli di immigrati e capita che arrivino in Italia dopo l’inizio delle lezioni», spiegano a scuola. Valutazione avviata, allora. Scuola a rischio chiusura? I pochi alunni (le scuola non arriva a cento, contando anche le due classi seconde, una terza e una quinta) potrebbero essere ridistribuiti nelle altre elementari di zona.

Ma i piani del preside, Angelo Lucio Rossi, sono diversi. «Paravia è un’opportunità, Milano deve avere luoghi di educazione al meticciato. Negli spazi della scuola faremo mostre, laboratori, collaboreremo con le università». Deciso a non arretrare di un passo il preside ha già convocato un «tavolo» per confrontarsi anche con il consiglio di zona, con le associazioni sul territorio e con gli atenei milanesi. «Abbiamo già preso accordi con la Cattolica per portare qui una mostra sull’Egitto. E apriremo una biblioteca multiculturale aperta alla città»

14 settembre 2014 | 09:44

Un milione di romeni Record in Italia

Corriere della sera
di Danilo Taino

Sono 16 le comunità di stranieri con più di centomila componenti

 
Per la prima volta nella storia, l’Italia ha una comunità nazionale di immigrati ufficiali che supera il milione di unità: sono i romeni, un milione e diecimila nel 2013 . Una crescita straordinaria: nel 2010 erano 850 mila , nel 2000 solo 120 mila e nel 1990 circa 40 mila . Si tratta - secondo la classificazione che ne fa la United Nations Population Division - di persone nate in Romania e che vivono in Italia da un anno o più. Il dato è rilevante praticamente da ogni punto di vista.

Da quello sociale, perché romeni e romene sono una presenza con la quale gli italiani entrano in relazione sempre più spesso. Da quello economico, perché gran parte di loro è inserita nel mondo del lavoro. Da quello commerciale, in quanto una comunità di un milione di persone inizia a essere seriamente interessante per chi vuole offrirle servizi, ad esempio viaggi e istruzione, o prodotti, con pubblicità annessa. Anche dal punto di vista politico, la spinta al rafforzamento di un rapporto tra Roma e Bucarest è quasi obbligata.

Questo tipo di considerazioni andrà fatto sempre più spesso nei prossimi anni. Innanzitutto perché i residenti immigrati complessivi crescono a un ritmo non indifferente: nel 1990 erano un milione e 430 mila , nel 2000 erano due milioni e 120 mila , nel 2010 erano saliti a quattro milioni e 800 mila e l’anno scorso sono arrivati a cinque milioni e 720 mila . Ma anche per il cambiamento di provenienza di questi flussi migratori, negli ultimi vent’anni fortissimo. Nel 1990 , appena caduto il Muro di Berlino e alla vigilia del crollo dell’Unione Sovietica, la comunità di immigrati più consistente era quella marocchina: 170 mila persone. Seguivano i tedeschi, circa centomila .

Tutte le altre comunità si contavano solo nell’ordine delle decine di migliaia: tunisini e filippini erano 70 mila , come i francesi; egiziani, albanesi, serbi, senegalesi erano attorno ai 40 mila ; e i cinesi 30 mila . L’immigrazione era decisamente poco visibile e poco significativa dal punto di vista sociale, del business e della politica.

Nel 2013 , oltre a quella romena, altre comunità di immigrati sono diventate importanti per numero. Gli albanesi sono diventati 450 mila , i marocchini 430 mila , gli ucraini 210 mila , i cinesi 180 mila , i moldavi 150 mila , i filippini 130 mila (ci sono anche 230 mila tedeschi, 210 mila svizzeri, 150 mila francesi, ma si tratta di immigrazione diversa). Al momento, in Italia ci sono 16 comunità di residenti nati all’estero con più di centomila componenti. (Questi dati - ordinati in forma interattiva da Pew Research per l’intero pianeta su www.pewglobal.org - non misurano la dimensione delle comunità etniche presenti in un Paese, nel senso che considerano solo i nati all’estero, non i figli degli immigrati).

I numeri e le tendenze raccontano che queste comunità sono qui per restare e per crescere. Per politica, business, media, pubblicitari, prenderne atto può essere un’opportunità.
@danilotaino

14 settembre 2014 | 09:22

La debolezza delle regole

Corriere della sera
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

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Con la presenza nelle proprie file di un numero rilevante di persone provenienti da Europa e Usa la sfida che il cosiddetto Stato Islamico e il terrorismo jihadista lanciano all’Occidente non è più solo, e tanto, una sfida di carattere militare. È una sfida diretta a quello che forse è stato negli ultimi decenni il principale luogo comune culturale che ha dominato le élite e quindi le opinioni pubbliche di questa parte del mondo.
È una sfida al multiculturalismo. All’idea cioè che debbano (e quindi possano) esistere società con una molteplicità di culture anche diversissime: basta che vi siano regole capaci di assicurarne la pacifica convivenza.

Dando così per scontati due assunti che invece non lo sono per nulla: a) che le regole (per esempio la parità dei sessi o l’habeas corpus ) siano in qualche modo neutrali, universalmente accettate e accettabili, e non siano invece, come sono, il prodotto di valori storici propri di certe culture ma non di altre; e b) che le società siano tenute insieme principalmente dalle regole, dai codici e dalle Costituzioni, piuttosto che da legami identitari profondi, dalla condivisone innanzi tutto psicologica ed emotiva dei valori storici di cui sopra. Per capirci: se ogni cittadino di questa parte del mondo ha un soprassalto di repulsa nel vedere un crocifisso fatto a pezzi o una sinagoga data alle fiamme, non è perché ci sia una legge che vieti queste cose, ma per ragioni che con ciò non hanno nulla a che fare, e che semmai sono la premessa necessaria di una tale legge. Le regole, le leggi, funzionano, per l’appunto, solamente se premesse del genere esistono.

Le società occidentali attuali, viceversa, sembrano essersi fatte un punto d’onore nel progressivo indebolimento dei loro valori identitari, del legame con la tradizione culturale, dunque con la storia, sostituiti da una vera e propria fissazione, all’opposto, sulle regole e su chi e come le amministra (dai giudici ai tribunali).

Da tempo, in tal modo, esse appaiono sempre più avviate sulla strada dell’astrattezza e del formalismo, in una parola dell’irrealtà. Non a caso: per ambire a qualche consistenza, infatti, il sogno multiculturale ha bisogno di una società senza valori e senza storia, bensì costituita e retta solo da regole universali assurte esse, in quanto tali, al rango di valori supremi. Con le conseguenze sulla dimensione stessa del «politico», nonché sulla consistenza della cultura politica e la capacità di decidere delle loro leadership , che sono sotto gli occhi di tutti.

L’intera politica dell’immigrazione e dell’accoglienza praticate dai Paesi dell’Europa occidentale - un’immigrazione proveniente in prevalenza dalla grande area della cultura islamica - si è ispirata al sogno multiculturale di cui sto dicendo. Un sogno che comporta come primo risultato la convinzione che nulla bisogna fare affinché chi giunge nei nostri Paesi sia indotto a integrarsi assimilandone i tratti culturali, cioè gli unici che possono produrre anche il rispetto delle loro regole (sì da ottenere in tal modo - ma solo in tal modo - anche la piena cittadinanza in un tempo ragionevole). Il caso limite che indica dove possa portare una prassi del genere è quello della Gran Bretagna, dove alle comunità islamiche è stata riconosciuta senza troppi problemi la cittadinanza, ma insieme, paradossalmente, anche la facoltà di auto amministrarsi dando loro la possibilità di applicare al proprio interno addirittura le regole della sharia .

Con la conseguenza, per esempio, di cui si è saputo di recente, di autorità di polizia spinte a chiudere gli occhi su una catena di crimini gravissimi (pedofilia, stupri, avviamento alla prostituzione, traffico di esseri umani), verificatisi all’interno di una di queste comunità, per il timore che perseguirli avrebbe significato tirarsi addosso l’accusa di etnocentrismo, di pregiudizio culturale, magari di islamofobia o chissà cos’altro. Come meravigliarsi allora se proprio dalla Gran Bretagna proviene il maggior numero di persone con passaporto europeo - non necessariamente di origine islamica, ci sono anche dei convertiti - accorse ad arruolarsi nelle schiere del Califfato di Al Baghdadi? Ma la Gran Bretagna è solo la parte di un tutto.

La Gran Bretagna siamo noi con le nostre società. Società che ormai credono illegittimo in qualunque ambito non dico imporre, ma neppure suggerire, criteri di comportamento sulla base di ciò che è bene e ciò che è male, e al massimo affidano questo compito solo al codice penale (seppure...); che svalutano sistematicamente qualunque cosa sia considerata parte di una tradizione (dalla fede religiosa all’eredità culturale); che sembrano sempre più convinte che neppure più la natura costituisca un limite per checchessia.

Ebbene, i combattenti europei sotto le bandiere dello Stato Islamico, in specie quelli che arrivano dalle nostre società, ci mandano a dire che, declinati a questo modo, i valori di libertà e di tolleranza che noi ci ostiniamo a credere così attraenti e desiderabili da tutti - anche da chi approda tra noi provenendo dai più lontani altrove - a una parte del mondo e alle sue culture, invece, non piacciono per nulla. Anzi, non pochi di coloro che ne fanno parte li considerano quanto di più ostile possa esistere al loro più intimo modo di essere, quanto di più contrario al modo in cui essi concepiscono una collettività umana: fino al punto di impugnare un coltello per sgozzare chi in qualche modo rappresenta quei valori che sono i nostri.

Non è allora venuto il momento di chiederci in quanti altri casi la nostra libertà produca in realtà solo odio e disprezzo? Di domandarci una buona volta perché ciò accade, se per avventura non ci sia qualcosa nel progetto multiculturale che non funziona? Non è per nulla detto, infatti, che le culture siano nate per intendersi. Forse, anzi, è tragicamente vero il contrario; così come sicuramente è vero che a cambiare le cose non bastano né i sogni né tanto meno i buoni sentimenti.

7 settembre 2014 | 09:21

Costretto a convertirmi all’Islam per non morire»

Corriere della sera

di Lorenzo Cremonesi

Il cristiano fuggito: mi hanno rinchiuso in cella, erano pronti a sgozzarmi


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Sul documento di conversione all’Islam di Naji Haddu, vergato il 28 agosto dal giudice del «Califfato» di Mosul, c’è scritto che «Gesù è schiavo di Dio», non figlio di Dio. Naji non lo può mostrare. «Me lo ha preso l’arcivescovo cattolico tre giorni fa, quando sono riuscito a raggiungere la mia famiglia tra gli sfollati cristiani di Erbil. Ma i militanti dell’Isis mi hanno già telefonato. Sono venuti a sapere che sono rimasto senza il documento, per loro vale come lasciapassare. Dicono che se torno a Mosul ne avrò uno nuovo in cui si attesta tra l’altro che ho diritto a una casa gratuita nei confini del Califfato, a cibo gratis e, se voglio, a quattro mogli musulmane. Mi esortano a tornare presto e portare mia moglie e i nostri tre figli, che per loro sono automaticamente musulmani. Aggiungono che devo stare attento. Qui ci sono tanti loro militanti pronti a farsi saltare in aria.

Presto sarà il caos nelle zone curde. Meglio vada a Mosul, i musulmani aiutano i musulmani», spiega questo 40enne nato nel villaggio cristiano di Qaraqosh (da agosto occupato dai jihadisti) e incontrato per oltre tre ore due giorni fa nella «Accademia Brasiliana», un centri di raccolta per gli sfollati a Erbil. Naji è confuso, preoccupato. «Non so che fare, diciamo che sono un cristiano-musulmano. L’unica modo per tornare ciò che ero è emigrare in Europa», dice. Le autorità cattoliche locali lo rassicurano, spiegano che la sua conversione forzata non vale. Ma gli estremisti islamici decapitano chi abiura la loro fede. E la sua storia è talmente rivelatrice del fanatismo religioso di cui sono vittime i non sunniti nelle regioni controllate dallo Stato Islamico, che è meglio lasciare la racconti lui.

Cominciamo dall’inizio. Come mai non è scappato subito con la sua famiglia a Erbil? «La sera del 5 agosto non credevo che i jihadisti sarebbero arrivati sin da noi. Ho detto ai miei di partire, sarei rimasto di guardia alla casa. Mi sono svegliato al mattino e davanti alla porta c’era una pattuglia di volontari afghani. Nessuno mi ha fatto nulla. Dicevano che dovevo convertirmi, ma intanto portavano cibo e bevande. Li rubavano dai negozi abbandonati, nelle case dei nostri vicini e li condividevano con i civili rimasti. Due giorni dopo hanno condotto da me un tedesco di circa quarant’anni con tanti tatuaggi sul corpo. Parlava un arabo stentato. Mi ha spiegato che era stato un celebre cantante pop in Germania, guadagnava sino a 25 mila euro a serata.

Poi si era convertito all’Islam e adesso era felice di combattere con i suoi compagni. Nella guerra santa aveva scoperto la vera via. Dopo di lui sono arrivati alcuni jihadisti siriani. Mi spiegavano che avrei combattuto con loro e se fossi morto saremmo andati tutti alla Jannah, il paradiso, dove c’è la felicità perfetta, scorrono fiumi di vino e ogni musulmano può avere decine di donne tutte per sé. Infine a Qaraqosh si sono insediati una cinquantina di iracheni provenienti dai villaggi sunniti vicini. Sono molto meno fanatici dei siriani. Li comanda un certo Abu Jassem del villaggio di Qarashol, è sulla cinquantina, il corpo atletico, sembra un bravo soldato. Al suo seguito ci sono però anche tanti ladroni locali, sunniti che rubano ai cristiani in nome di quello che chiamano ghanima , il bottino di guerra».

Perché si è convertito? «Dopo quattro o cinque giorni, quando hanno visto che non mi convertivo, sono venuti a dirmi che dovevo versare la jeziah , la tassa periodica. Avevano decretato dovesse ammontare a circa 130 dollari. Se i cristiani vogliono restare pagano: lo fanno gli uomini in età compresa tra i 20 e 50 anni. Donne, vecchi e bambini sono esenti. Però ero stato derubato, mi restavano in tasca solo 20 dollari. Stavo cercando di trovare altri soldi, quando verso metà agosto i guerriglieri siriani sono venuti a dirmi che ormai era troppo tardi, non avevo più scelte. Non potevo andare via e neppure pagare. Mi hanno chiuso in una cella presso l’ospedale di Qaraqosh. Vi ho incontrato una trentina di cristiani e due sciiti. Siamo stati chiusi per circa una settimana. Ogni tanto arrivavano amici e parenti di qualcuno dei prigionieri.

Si erano convertiti e cercavano di convincere i loro cari a fare altrettanto. Sono venute anche la madre e la sorella del mio amico Issam Yalda, del villaggio di Bartallah, che però vive a Qaraqosh. Erano entrambe vestite di nero, totalmente coperte al capo e al viso, da musulmane integraliste. Piangevano, lo imploravano di cambiare religione. Gli dicevano che altrimenti sarebbe stato ucciso. Ho capito che a Bartallah molti cristiani hanno accettato di collaborare, alcuni fanno gli autisti dei guerriglieri. A Mosul quelli convertiti hanno ricevuto le abitazioni di coloro che sono fuggiti. Il 21 agosto infine nella nostra cella hanno fatto irruzione quattro o cinque ragazzini siriani. Avevano il coltello in mano. È stato rapidissimo. Hanno afferrato la testa di uno sciita dicendo che era finita, ci avrebbero sgozzati tutti subito. A quel punto, è intervenuto il capo delle guardie irachene, un certo Abu Jannad, e ha chiesto altre 24 ore: se per allora non fossimo diventati musulmani saremmo morti. Io e altri quindici abbiamo accettato».

Come è stata la cerimonia?
«Una grande festa. Ci hanno condotto nel nuovo palazzo del governatorato di Mosul, che loro hanno trasformato nel tribunale islamico. Il giudice è un iracheno, ma si veste all’afghana, con la barba lunga e la tunica scura sino alle caviglie. La Shahada , la dichiarazione di fede che testimonia la conversione, è durata cinque minuti per ognuno, poi hanno portato cibo, dolci, tè zuccherato, frutta fresca, cantavano, pregavano, ringraziavano Allah, ci abbracciavano come fratelli. Qualcuno piangeva dalla gioia. Oltre all’attestazione della nostra nuova identità di musulmani, ci hanno donato circa 130 dollari a testa promettendone altri».

Cosa è avvenuto a coloro che non si sono convertiti?
«Gli sciiti non so. Forse sono morti. Una settimana fa ho rivisto in libertà alcuni dei cristiani che erano in cella. Wali Abbas, l’imam di Qaraqosh, è intervenuto per salvarli, citando il Corano dove afferma che uccidere un cristiano è come uccidere mille musulmani. Pare abbia funzionato. Ma se tornano i fanatici siriani per loro è finita. Io poi sono partito. Sembra che qualcuno da Erbil abbia pagato per garantire che potessi andarmene con un’altra dozzina».

14 settembre 2014 | 09:40

Vittorio Feltri: "Preferisco gli orsi agli uomini perché non vanno in tre in motorino"

Libero

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A La Zanzara di Giuseppe Cruciani e David Parenzo, a fare il punto sull'orso Daniza è Vittorio Feltri, animalista convinto, che si lancia in un temerario parallelismo tra il caso dell'animale ucciso in Trentino e quello di Davide Bifolco, il ragazzo ucciso a Napoli dopo che il motorino sul quale viaggiava insieme ad altri due ragazzi non si è fermato a un posto di blocco. La premessa del fondatore di Libero è che "scappare al posto di blocco è come andare a prendere i funghi vicino all'orso": insomma è pericoloso (il caso-Daniza iniziò quando un uomo fu aggredito dall'animale proprio mentre era andato a funghi).

Ma dopo le similitudini tra i due casi, Feltri spiega anche da che parte si schiera: quella degli orsi. "Preferisco gli orsi agli uomini perché non vanno in tre in motorino", spiega candidamente con chiaro riferimento al caso-Bifolco. Una presa di posizione che sul web, soprattutto il popolo di Twitter, ha fatto parecchio discutere.