lunedì 15 settembre 2014

Controlliamoli tutti!

Nino Spirlì
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Minacciano da lontano? Alzano i toni e cercano di fare la voce grossa? L’Occidente risponda aprendo le porte. Degli arsenali.

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Senza indugio e senza ipocriti tentennamenti religiosi. Qui, a porgere l’evangelica altra guancia, ci rimetteremmo interamente il capo. Mi indigno nel leggere note di politici e “pensatori” all’acqua di rose che, ancora, si arrampicano su pareti di specchio unto di grasso per cercare una possibilità di dialogo con le frange estreme dell’Islam. Non è più tempo di accoglienza. Ma di controlli, rigidissimi. Di barconi rimandati indietro. Di aerei militari che recuperino sbarcati e li riportino di filato nei loro Paesi. Perché ci stanno dicendo nella loro lingua e in tutte le lingue del mondo che la riconoscenza è una virtù che non conoscono.

Li abbiamo accolti (Ah! Se solo avessimo preso le parole della mistica Oriana Fallaci!), vestiti, nutriti. Abbiamo dato lavoro (e non mi si dica che abbiano avuto ciò che gli italiani disdegnavano, perché non è vero!), casa, istruzione garantita (e fin troppo accondiscendente), assistenza sanitaria.

Abbiamo anche rinunciato a parte della nostra tradizione e messo in discussione il nostro D*O, per accogliere il loro sempre più esigente.

Abbiamo alzato minareti, permesso chilometri di tappeti sulle nostre strade. Incoraggiato i matrimoni misti e la comunione della tavola. Quasi, ci siamo vergognati del nostro Crocifisso e del Presepe, simbolo di Pace e Fratellanza.

Risultato?
I folli tra loro minacciano e chi abita in casa nostra continua a tacere.
Allora, sorge il dubbio. Quale testa italiana, europea, dovrà cadere per prima? La mia? Quella di mio fratello? O quella, più appetibile, del papa di Roma? O quella di qualche ragazzino all’uscita della scuola?

Quale metropolitana, mercato, piazza, stadio, centro commerciale, scuola, chiesa, salterà in aria per aprire la loro guerra santa?
Quale terrorista si stringerà la cintura intorno alla vita e si farà esplodere in nome di un dio che, probabilmente, bestemmia ogni giorno?
No! Basta così, Fratelli e Amici, Connazionali ed Europei! Ne abbiamo piene le palle di questo orrendo stillicidio.

Qui si lavora a fatica, si vive a fatica, si spera a fatica. Non abbiamo tempo per avere anche paura.

Controlli rigidissimi per tutti gli stranieri sul Suolo Italiano. Al sospetto, via! A casa!
Pausa di riflessione di cento anni. Poi, ci rivediamo. Eventualmente.
Restino con noi solo coloro che hanno imparato ad amarci e a farsi amare. Coloro che vivono nell’amore e non conoscono odio.
Sono pochi? Meglio!
Ma, così, dico così arroganti, non li vogliamo. Mai più!

Viva Atene. Viva Roma. Viva la Bastiglia! Viva la Legge, la Cultura, l’Arte, la Scienza, la Filosofia di questo nostro meraviglioso e potente Occidente.
Fra me e me. Pensando a Lepanto…

La scuola dell'integrazione è vuota

Michelangelo Bonessa - Lun, 15/09/2014 - 07:00

Un altro laboratorio arancione sbatte contro un clamoroso fallimento. Mentre la sinistra parla di temi e lancia campagne per l'integrazione, i milanesi prendono decisioni pratiche. Come non iscrivere i figli in una scuola in cui imparare anche solo l'italiano potrebbe diventare più difficile che in altre.

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É l'altra faccia di Milano quella della elementare di via Paravia: dove l'integrazione diventa imposizione per una questione numerica e sono gli italiani a sentirsi in minoranza. E oggi si torna a parlarne ancora perché quest'anno scolastico ha collezionato soltanto 18 iscrizioni, ma all'appello della prima elementare si sono presentati soltanto in dodici. L'istituto conta ormai meno di cento alunni, pur calcolando tutte le classi insieme, e sembra destinato a rappresentare un altro laboratorio fallimentare della giunta Pisapia: esattamente come via Padova, anche la scuola di via Paravia è inflazionata dalla presenza di immigrati. Tanto che gli italiani preferiscono iscrivere i figli altrove: le altre scuole della zona infatti sono piene.

É come via Padova, zona dove non vive nessun assessore arancione, che doveva diventare laboratorio dell'integrazione e invece è diventata un posto dove l'Amsa non può nemmeno pulire senza il permesso degli immigrati. Lo schema si ripete: c'è un problema di integrazione, la sinistra ne fa un caso politico, ma poi i cittadini che vivono quella realtà agiscono in altra maniera.

Anche in via Paravia Pisapia fu protagonista nel 2011 di uno scontro con l'allora ministro dell'Istruzione Gelmini. Secondo il primo cittadino, all'ora si esprimeva così, la chiusura «è una discriminazione» e «non si risolve così l'integrazione». Ed esortava poi i genitori della zona a «iscrivere i loro bimbi in quella scuola per superare il problema dal punto di vista tecnico, anche se» ha sottolineato lui per primo, «credo che il problema sia di natura politica». I genitori italiani hanno però preferito agire in maniera diversa, visto che poi sono i loro figli, e non quelli degli arancioni, a essere in classe con bambini che parlano solo arabo.

Le istituzioni comunque prendono tempo e oggi il provveditore visiterà l'istituto, seguito dall'assessore Francesco Cappelli, per valutare la situazione. Non sanno bene come agire.
Non c'è però molto da valutare: la situazione è la stessa da anni. I quartieri intorno sono abitati principalmente da pensionati, immigrati regolari e abusivi. E nel mezzo la scuola elementare. Un piccolo presidio, dove gli italiani sono sempre di più l'eccezione. Un processo che va avanti da anni e non risolvibile buttandola in politica: la questione è pratica come dimostrano le scelte dei milanesi.

E come dimostra la scuola araba che, stando al Corriere, occupa abusivamente una parte dell'edificio. Cacciare gli occupanti non sarà possibile per la giunta arancione, sarà più facile che accada il contrario e che resti solo la scuola araba. D'altronde anche in questo caso la risposta dell'assessore Cappelli è rimandare. E intanto il preside Angelo Lucio Rossi rilancia la teoria del meticciato: «Paravia è un'opportunità, Milano deve avere luoghi di educazione al meticciato». Ogni due o tre anni ci riprovano, ma i milanesi prendono altre vie.

Gerard Depardieu: «Bevo 14 bottiglie di vino al giorno, ma non sono un alcolista»

Il Mattino

PARIGI - Gerard Depardieu ha una passione smisurata per l'alcol, tanto che la prima bottiglia la apre alla mattina: solitamente champagne o vino rosso. L'attore francese consumerebbe una quantità davvero significativa di alcolici di tutti i tipi (birra, vino rosso e bianco, pastis, vodka, whisky, champagne) distribuiti e ingurgitati con minuziosa cura nell'arco della sua giornata.

1"Non sono mai totalmente sbronzo - ammette Depardieu - giusto un tantino rompic….Ma mi bastano un pisolino di 10 minuti e un sorso di rosè per sentirmi fresco come una rosa - racconta durante un'intervista al magazine So Film UK - Quando sono annoiato, bevo e se inizio a bere, non posso farlo come una persona normale, ma arrivo a scolarmi 12, 13, 14 bottiglie al giorno, anche se dopo l’intervento e per via del colesterolo e di tutta quella roba lì, so che devo stare attento. Comunque non ho intenzione di morire. Non adesso, almeno, perché ho ancora tanta energia".

Secondo quanto ammesso dallo stesso Depardieu, la sua rimane una vera e propria passione per l'alcol, lontana anni luce da una 'dipendenza': "Gli alcolisti si nascondono e si vergognano. Io non lo sono, come vedete racconto tutto. Il vino che produco io non è da collezionare, ma da aprire e bere con gli amici giocando a carte. Quello che mi piace dell’essere sbronzo è l’euforia che mi dà, quel momento in cui ti senti vivo ed entusiasta. Quando però lo sei stato 10, 15, 20 o anche 30 volte, allora cominci a perdere il conto, ma c’è molto altro nella vita che essere ubriachi".

Bufera sull'Apple Watch: «Non è per i mancini». La Mela smentisce: «Basta configurarlo»

Il Mattino

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ROMA - Apple attenta anche ai suoi utenti mancini. Il nuovo iWatch, che tarderà ad arrivare per mettere a punto la batteria, sarà adatto anche a chi usa normalmente la mano sinistra al posto della destra. Inizialemente sembrava non fosse studiato per i mancini, ma dopo una valanga di polemiche in rete, l'azienda di Cupertino ha tenuto a precisare che le impostazioni sul tipo di mano da utilizzare verranno date in fase di configurazione.

Virus sul pc, la nuova minaccia arriva dalle chiavette Usb

Il Mattino

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L'allarme arriva dai ricercatori del Berlin Security Research Labs (SRLabs). In pratica le chiavette Usb, quelle che tutti i giorni usiamo per spostare i nostri files da un pc all'altro, potrebbero nascondere dei virus molto pericolosi. Tutti i sistemi antivirus esistenti effettuano una scansione dei dispositivi Usb, proteggendoci dai malware più diffusi, eppure i ricercatori berlinesi hanno fatto una scoperta che sta rimbalzando sui forum di tutto il mondo.

La scoperta è questa: gli hacker utilizzano un nuovo metodo di attacco che sfrutta la modifica del firmware (il programa integrato) del dispositivo USB. Con questo stratagemma, ad esempio, la chiavetta modificata potrebbe essere in grado di "spacciarsi" per smartphone, macchina fotografica o stampante, ingannando il nostro computer per poi infettarlo.

Al momento non si hanno notizie di attacchi del genere ma i ricercatori avvertono: «Se il firware viene sovrascritto, ogni dispositivo USB può trasformarsi in una potenziale fonte di pericolo. Nel peggiore dei casi si possono creare virus USB». Questo nuovo tipo di attacco è stato dimostrato alla Black Hat Hacker Conference di Las Vegas all'inizio di agosto.

Gli esperti di sicurezza di G DATA hanno perciò sviluppato G DATA USB Keyboard Guard, un tool gratuito di protezione contro dispositivi USB che si spacciano per tastiere.

Cina, casi di leucemia nella fabbrica degli iPhone

Giovanni Masini - Lun, 15/09/2014 - 12:22

Le famiglie dei lavoratori ammalati: "Sono stati esposti a sostanze chimiche pericolose ed ora ci negano un'assistenza sanitaria adeguata"


Una concentrazione preoccupante di casi di leucemia in una fabbrica cinese dove vengono prodotti milioni e milioni di prodotti Apple: questa la rivelazione del quotidiano britannico Daily Mail, che racconta come nell'impianto industriale di Shenzhen, nella provincia sudorientale del Guangdong, almeno cinque lavoratori siano morti e tredici si siano ammalati di leucemia dal 2010 ad oggi.
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Un dato inquietante soprattutto in considerazione dell'età degli operai, tutti tra i sedici e i venticinque anni. Secondo le famiglie e le associazioni di categoria, i casi di malattia sarebbero dovuti ad un'eccessiva esposizione ad elementi chimici impiegati nella pulizia dei pannelli elettrici; dalle famiglie, inoltre, si lamenta anche il fatto che i lavoratori siano stati allontanati dal posto di lavoro e che sarebbe stata negata loro un'assistenza medica continuativa. Molti altri, avvertono, potrebbero ammalarsi.

Dal canto suo, il colosso californiano dell'informatica fa sapere di prendere molto seriamente le accuse e di stare conducendo accertamenti sulla fabbrica di Shenzen, dove lavorano 230.000 persone e ogni settimana vengono prodotti due milioni di iPhone. La Foxconn invece - azienda taiwanese produttrice di componenti elettronici per numerose multinazionali tra cui Apple - ha inviato dei funzionari ma avrebbe anche aggiunto che non sembrano esserci collegamenti diretti e certi tra le morti sul lavoro e i casi di leucemia.

Il mese scorso Apple aveva annunciato il bando all'utilizzo di due sostanze potenzialmente tossiche, il benzene e l'n-esano, nelle fasi finali di assemblaggio di iPhone e iPad, dando il via ai primi rumors sui casi di leucemia "sospetti". Da Foxconn però fanno sapere di non avere utilizzato le due sostanze da molti anni e fanno notare come il tasso di casi di leucemia rilevati nei loro stabilimenti sia "notevolmente più basso" della media.

Intervistata dal Daily Mail, la madre di uno dei lavoratori colpiti dalla leucemia racconta: "Per il primo mese, mio figlio Yi Long pulì i macchinari con componenti chimici. Non sapeva di cosa si trattasse, diceva che gli veniva semplicemente dato un secchio di liquido per pulire. Dopo, ha cambiato di lavoro ogni due mesi circa, sempre all'interno della fabbrica, ma si trovava alla catena di montaggio quando si è ammalato. Ha iniziato a sanguinare irrefrenabilmente dalle gengive, tanto che i suoi colleghi hanno dovuto accompagnarlo in ospedale."

"All'ospedale -  prosegue la donna - un medico mi ha detto che alla Foxconn c'era un'alta concentrazione di casi simili".In una mail ad Action Labour China sui casi di leucemia, un portavoce di Apple ha assicurato che l'azienda sta lavorando in stretto contatto con Foxconn per chiarire questi casi e ha specificato che nel corso di un'indagine su 22 fabbriche non sono stati trovati casi di danni portati da agenti chimici ai 500.000 lavoratori esaminati.

Pisapia fa il decisionista per nascondere il vuoto

di Carlo Maria Lomartire

Il primo cittadino insofferente se la prende con «ricorsite» e opposizione Se l'avessero fatto i predecessori li avrebbero accusati di autoritarismo

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Ed ecco a voi Giuliano Piaspia in versione decisionista. Ultima improbabile configurazione del sindaco che, vedendo avvicinarsi pericolosamente la scadenza del mandato e accorgendosi di non aver combinato un granché, cerca di guadagnare tempo cambiando i regolamenti del Consiglio, legando le mani e tagliando la lingua alle opposizioni, criticando la burocrazia lazzarona e i sindacati che la difendono sempre e comunque, la giustizia amministrativa paralizzante e perfino quella che ha chiamato la «ricorsite».

Trascura un dettaglio, Pisapia: e cioè che per prendere più in fretta delle decisioni bisogna avere qualcosa su cui decidere. Delle idee, dei programmi, dei progetti. Insomma una visione della città e del suo destino. Proprio tutto quello che è mancato alla giunta arancione e che certamente non si riuscirà a concretizzare nella ventina di mesi che mancano alle prossime elezioni, per non parlare della imminente città metropolitana che richiede un'orizzonte programmatico ancora più ampio e meno provinciale.

Ma provate a immaginare cosa sarebbe successo se i predecessori di centrodestra avessero tentato di ridimensionare il ruolo e i poteri dell'opposizione, se Gabriele Albertini o Letizia Moratti avessero criticato il Tar, la burocrazia e il sindacato. Basilio Rizzo, che oggi presiede il Consiglio, avrebbe parlato per ore scagliando frecce infuocate contro i banchi della giunta; i consiglieri dell'opposizione di allora si sarebbero incatenati ai banchi mentre militanti di sinistra, sindacalisti, centri sociali e comitati vari avrebbero stazionato in piazza Scala minacciando di occupare Palazzo Marino al grido di «libertà», «democrazia» e, naturalmente, «fascisti».

Giacché, è noto, per chi ha la maggioranza l'accusa più infamante è di voler ridurre gli spazi di manovra dell'opposizione e ridimensionare i vari contropoteri, giudiziari, burocratici e sindacali. Per la sinistra, anche per le diverse componenti del minestrone arancione che ha eletto Pisapia, avere la possibilità concreta di prendere delle decisioni e quindi di governare è sempre stato sinonimo di autoritarismo se non di fascismo. Sempre tranne quando, come in questo caso, al potere ci sono loro. Il perché è ovvio: essi sono il bene e devono poter fare il bene, gli altri sono il male e bisogna impedire loro di farlo.

Francamente ridicolo è poi il lamento di Pisapia contro la «ricorsite», l'eccesso di ricorsi e controricorsi in varie sedi e ad opera di diversi soggetti, che tende a ritardare e spesso bloccare qualsiasi decisione, considerando l'uso spropositato che tante componenti della maggioranza ne hanno fatto in passato. Una recriminazione che non tiene conto che la «ricorsite» è spesso figlia della «comitatite». Cioè della proliferazione e indefessa attività di decine di comitati, sorti ovunque come funghi, contro tutto e tutti: box, vie d'acqua, movida selvaggia, abbattimento di un albero ammalato, contro certe pedonalizzazioni ma non tutte, per le piste ciclabili ma non sempre.

Tutti comitati che andavano assolutamente ascoltati e magari anche accontentati quando a governare Milano era il centrodestra. Ma ora che a Palazzo Marino c'è la sinistra, quelle fastidiose congreghe producono solo la deleteria «ricorsite». Forse, a pensarci bene, a un centrodestra molto più spregiudicato e cinico di quello che ora siede sui banchi dell'opposizione converrebbe non contrastare il neo-decisionismo di Pisapia, giacché potrebbe tornare utile quando all'opposizione sarà la sinistra e a governare Milano tornerà il centrodestra.

G-SHOCK, ecco il primo orologio che riceve sia il segnale GPS che il segnale radio

Il Mattino





















G-SHOCK, ecco il modello hi-tech GPW-1000



Studiato per qualsiasi uso: sia che ci si trovi in città oppure all’interno di un fitto bosco, tra le dune del deserto, o ambienti marini. G-SHOCK lancia la nuova serie GPW-1000 e presenta il primo orologio al mondo a incorporare un sistema ibrido per la ricezione di segnali GPS e segnali radio trasmessi da sei stazioni dislocate in tutto il mondo.

Partendo dalla tecnologia di Casio, la serie GPW-1000 è stata realizzata per offrire il massimo grado di robustezza, raffinatezza e durevolezza e sono stati studiati per tutti: sia che ci si trovi in città oppure all’interno di un fitto bosco, tra le dune del deserto, o ambienti marini. L'orologio GPW-1000 mantiene l'ora esatta sempre e ovunque, grazie alla ricezione combinata di segnali GPS e onde radio trasmesse da sei stazioni sparse in tutto il mondo.

Disponibili in Italia - nei negozi premium dealer della rete G-SHOCK - a partire da dicembre 2014, al prezzo di €800.

Bolletta elettrica: il 20% non è per l'elettricità

Corriere della sera

di Luca Chianca

Negli ultimi 5 anni la quota annuale che ogni cliente paga per avere l’energia elettrica nelle proprie abitazioni è triplicata, colpa degli oneri di sistema che pesano 13,7 miliardi.


Quando paghiamo la bolletta elettrica, oltre ai servizi di vendita, di rete e alle imposte, ci sono anche gli oneri di sistema. Voci di spesa, introdotti per legge, per il finanziamento di politiche pubbliche di varia natura che vanno dalla messa in sicurezza delle centrali nucleari, agli sconti per la rete ferroviaria italiana. Parliamo di una vera e propria manovra finanziaria pagata ogni anno dai cittadini: 13,7 miliardi di euro solo nel 2013. Una quota così alta da costringere il Governo a porvi un freno. Ad agosto, infatti, dopo anni di aumenti nelle bollette, grazie alla conversione in legge del decreto competitività, sono stati ridotti.

Sono stati cancellati gli sconti, circa 20 milioni, che le società del settore elettrico facevano ai propri dipendenti e che poi venivano pagati da tutti gli altri clienti. Aboliti gli sconti al Vaticano e a San Marino, fra i 10 e i 20 milioni l’anno e, tra le novità più rilevanti, c’è stata la spalmatura degli incentivi alle fonti rinnovabili che nel 2013 erano arrivati ad oltre 11 miliardi di euro.

Ma l’intervento che ha fatto più discutere all’interno della maggioranza è stato la riduzione di 80 milioni di euro agli sconti per la Rete ferroviaria Italiana che fino adesso erano di circa 400 milioni. Il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi, in una intervista a La Stampa, è intervenuto nella polemica parlando di “pesanti ricadute su tutti gli operatori del trasporto ferroviario passeggeri e il conseguente aumento dei biglietti per i viaggiatori”. Insomma si toglie da una parte e si aumenta dall’altra, ma almeno paga chi utilizza il servizio.

Tra gli interventi mancanti, invece, c’è la componente A2 che dovrebbe servire per la messa in sicurezza delle centrali nucleari. Dal 2005, però, oltre 100 milioni di euro vanno al bilancio dello Stato e spesi in altri capitoli. Lo scorso anno il Governo Letta, attraverso il decreto del fare, aveva previsto un sistema per ridurre questa componente, attraverso la Robin Hood Tax. Ma c’era bisogno di un decreto attuativo dei ministeri competenti che, ad oggi, ancora non è stato adottato.

14 settembre 2014 | 21:43

Milioni di euro sprecati con i farmaci che troppo spesso buttiamo via

Corriere della sera

di Maria Giovanna Faiella

Secondo l’Oms in Europa i costi della non aderenza alle terapie farmacologiche si aggirano intorno ai 125 miliardi di euro l’anno. Ecco i motivi degli sprechi



Farmaci di cui si fa uso eccessivo, o al contrario lasciati inutilizzati nell’armadietto anche se il dottore li ha prescritti; medicine non assunte nel modo giusto perché possano dare benefici - abusandone, o viceversa, in dosi insufficienti - o, ancora, terapie interrotte non appena si sta un po’ meglio, anche se la malattia è cronica e va tenuta sotto controllo. Tutti errori che si pagano, non solo in termini di salute, ma anche in termini di soldi “buttati via”, in un modo o nell’altro. In Europa i costi della non aderenza alle terapie farmacologiche, secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità, si aggirano intorno ai 125 miliardi di euro l’anno.

E se le condizioni di salute peggiorano, bisogna fare ricorso nel migliore dei casi ad altre medicine, ma aumentano anche gli accessi al pronto soccorso, i ricoveri, le morti premature.Ma questa è solo una delle due facce della «appropriatezza delle cure farmacologiche»: l’altra è la prescrizione adeguata, ed è compito dei medici. Nel suoi due aspetti l’appropriatezza delle cure è, specie in un periodo di scarse risorse e in cui aumentano popolazione anziana e malattie croniche, una sfida per tutti i Servizi sanitari, compreso il nostro.
L’uso inappropriato degli antibiotici
Ma quali farmaci “sprechiamo”? Ce lo dice il “Rapporto OsMed 2013”, elaborato dall’Osservatorio nazionale sull’impiego dei Medicinali, istituito presso l’Aifa-Agenzia italiana del farmaco. Il Rapporto, per esempio, segnala ancora una volta l’annosa questione degli antibiotici: l’anno scorso il loro consumo è cresciuto del 3,5% rispetto al 2012. Se ne assumono di più, indicano i dati OsMed, in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. L’impiego non appropriato di antibiotici supera il 20% in tutte le condizioni cliniche, ma si arriva al 49,3% per la laringotracheite e al 36,3% per la cistite non complicata. E a poco sono serviti finora i moniti degli esperti, che ripetono, come fa una volta di più il direttore dell’Aifa, Luca Pani: «L’uso inappropriato degli antibiotici non rappresenta solo un problema di costi a carico del Servizio sanitario, ma soprattutto un problema di salute pubblica, poiché favorisce l’insorgenza di resistenze batteriche con una progressiva perdita di efficacia di questi farmaci».
Minore aderenza alle terapie
Dall’analisi dei dati delle Aziende sanitarie locali, poi, emergono bassi livelli di aderenza alle prescrizioni principalmente per i medicinali utilizzati nei disturbi ostruttivi delle vie respiratorie, per gli antidepressivi e i farmaci per la prevenzione del rischio cardiovascolare. In quest’ultimo caso, secondo il Rapporto OsMed, pur essendo circa 16 milioni gli italiani che soffrono di ipertensione (uno dei più importanti fattori di rischio per malattie cardiovascolari, ictus e insufficienza renale), ad assumere antipertensivi sono in meno di 8 milioni, sebbene abbiano ricevuto la diagnosi e quindi la prescrizione. A causare una minore aderenza alle terapie ci si mettono anche, stando almeno ad alcuni studi, i costi dei ticket.

«L’aumento dei ticket sui medicinali in fascia A (a carico del Servizio sanitario), soprattutto in alcune Regioni con piani di rientro, è un “ostacolo” nell’accesso alle cure segnalato sempre più dai cittadini - sottolinea Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva, che ha promosso la campagna “I due volti della sanità: sprechi e buone pratiche” -. Per esempio, il Rapporto OsMed rileva i bassi livelli di aderenza ai farmaci di chi soffre di bpco, la broncopneumopatia cronica ostruttiva. Perché? Forse perché, pur essendo una malattia cronica, non è ancora riconosciuta come tale dalla nostra Sanità, per cui il malato non ha diritto all’esenzione e deve pagare i ticket, per molti troppo onerosi. E così si rinuncia ai farmaci prescritti».
Inappropriatezza delle prescrizioni
C’è poi, come si è detto, il fattore “inappropriatezza delle prescrizioni”. Per esempio, in base agli indicatori di appropriatezza utilizzati nel Rapporto, per il 46,5% dei pazienti che assumono inibitori di pompa per il trattamento dell’ulcera e dell’esofagite (a carico del Servizio sanitario) non ci sono i requisiti di rimborsabilità fissati dalle note Aifa, ovvero si tratta di «consumi altamente inappropriati». La stessa Associazione italiana gastroenterologi ed endoscopisti ospedalieri (Aigo) pensa che siano troppi, per citare un caso, i 20 milioni di euro spesi in un anno nel solo Lazio per farmaci contro il bruciore di stomaco e il reflusso gastrico. «Spesso si prescrivono gli “inibitori di pompa” come “copertura” quando il paziente deve assumere antinfiammatori o antibiotici: lo fanno anche otorini, dentisti, ortopedici - dice il presidente di Aigo, Antonio Balzano -. In molti casi potrebbe bastare un semplice sciroppo. Per migliorare l’appropriatezza delle prescrizioni abbiamo avviato uno specifico studio, prendendo come riferimento proprio il caso del Lazio».
Registri di monitoraggio e linee d’indirizzo
E i medici di famiglia? «Tutto sta nel rapporto di fiducia tra il medico - che non è un semplice “prescrittore” - e l’assistito - sottolinea Fiorenzo Corti della Federazione italiana medici di medicina generale -. Se ogni specialista prescrive farmaci, per esempio per il glaucoma, l’artrosi e la bronchite, spetta poi al medico di famiglia fare la sintesi, perché conosce le condizioni cliniche generali del paziente e può verificare anche se i farmaci interagiscono tra loro». Strumenti per assicurare l’appropriatezza d’impiego dei farmaci, ma anche per contenere la spesa farmaceutica, già esistono: dalle “Note Aifa”, al “Documento programmatico per la valutazione dell’uso dei farmaci nelle cure primarie” predisposto dall’Agenzia insieme ai medici di famiglia; dai registri di monitoraggio, ai piani terapeutici. Alcune Regioni hanno redatto anche proprie linee d’indirizzo per l’uso di specifici farmaci, altre hanno avviato report mensili della spesa farmaceutica. «Le linee guida vanno applicate - ricorda Corti -. In alcune Regioni, nell’ambito della “medicina di iniziativa”, i medici di famiglia in collaborazione con le Asl hanno attivato meccanismi di controllo sull’appropriatezza delle terapie, coinvolgendo i pazienti. Ma servono interventi più strutturati anche in altre realtà del Paese».
Le differenze tra Regioni
Nel consumo e nella spesa per farmaci pesano anche le differenze tra Regioni, che «non sempre sono spiegabili alla luce delle evidenze epidemiologiche» segnala il Rapporto OsMed. «A spendere meno in assistenza farmaceutica territoriale sono proprio le Regioni che garantiscono anche gli altri livelli essenziali di assistenza - commenta Giovanni Bissoni, presidente uscente di Agenas -. Ridurre le inefficienze in quelle meno “virtuose”, quindi, non significa tagliare la spesa sanitaria, ma ridistribuire i risparmi in altri servizi per i cittadini, come indica anche il nuovo Patto per la Salute 2014-2016, approvato in Conferenza Stato-Regioni nel luglio scorso». «Gli sprechi - incalza Aceti - andrebbero individuati anche nella burocrazia, in inutili doppioni di centri decisionali, come le Commissioni territoriali per i prontuari farmaceutici».
Gli sprechi «banali»
Ci sono poi sprechi più “banali”, dai quali si può recuperare non poco. Secondo le stime di Assosalute, Associazione nazionale dei produttori dei farmaci di automedicazione, ogni anno si distruggono circa 12 milioni di confezioni di farmaci da banco, per un valore di circa 30 milioni di euro. Le cause? Diverse, e riguardano anche gli altri medicinali. «Per esempio - spiega il presidente Gaetano Colabucci - si riscontra un difetto del packaging, per cui le scatole non vengono messe in commercio; altri farmaci sono ritirati dal mercato perché prossimi alla scadenza. Ma soprattutto, fino a pochi mesi fa, migliaia di confezioni integre venivano ritirate per aggiornare i foglietti illustrativi». Solo nel 2013 sono state circa 5 mila le variazioni dei “bugiardini”. Da giugno, però, la specifica delle modifiche approvate viene consegnata in farmacia al momento dell’acquisto del medicinale. Fino all’esaurimento delle scorte delle “vecchie” confezioni. Che così non finiscono buttate vie.

15 settembre 2014 | 10:23

Kaspersky: “Il Datagate ha cambiato le cose, ma c’è ancora poca attenzione alla sicurezza sul web”

La Stampa

federico guerrini

Il fondatore della famosa azienda di antivirus: “Non credo nella privacy online. Se caricate qualsiasi cosa sul Web, dalle credenziali della carta di credito alle lettere d'amore, qualcun altro può accedervi”

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Non c'è più un posto dove nascondersi. "Nowhere to hide, nowhere to go", per citare il verso di una canzone di Springsteen. Che non ci siano angoli bui dove rifugiarsi, online, è vero già da tempo, ma ce ne siamo resi conto soltanto di recente: è passato poco più di un anno, da quando il Guardian e il Washington post hanno iniziato a pubblicare le indiscrezioni di un informatore chiamato Edward Snowden, ma sembra che sia trascorso un secolo; le rivelazioni hanno completamente scardinato la percezione che istituzioni e gente comune ha delle Rete, ed è cambiata anche molta della retorica associata ad essa.

Da luogo associato soltanto, in maniera forse troppo acritica a innovazione, creatività e libertà di espressione, Internet è diventato anche strumento di sorveglianza, schedatura e repressione del dissenso. Che cosa resta di quello che una volta era definito il "free Web", e come conservare quel poco di libertà e riservatezza che è possibile difendere dall'assalto di hacker, governi e cyber criminali? Ne abbiamo parlato con un protagonista di eccezione, Eugene Kaspersky, fondatore dell'azienda di sicurezza informatica che porta il suo nome.

Signor Kaspersky, come valuta l'impatto che lo scandalo Datagate ha avuto sull'approccio alla sicurezza online?
“Questi eventi sono stati come un terremoto, e ne stiamo ancora sentendo le scosse di assestamento. Benché la maggior parte degli utenti non abbia modificato il proprio comportamento e sia ancora piuttosto sconsiderata nel condividere i propri dati privati e i documenti online, si sono verificati alcuni cambiamenti. È aumentato, ad esempio, l'utilizzo di servizi per la privacy come il browser Tor . E anche l'industria ha reagito. Grandi società Internet come Yahoo e Google hanno annunciato che tutte le email e tutte le connessioni ai loro data center verranno criptate.

C'è molta più attenzione al tema della privacy e della protezione dei dati,oggi. Quella della sicurezza informatica è una di quelle industrie in cui la fiducia è assolutamente necessaria a un business di successo. Per quest'aspetto, è simile a quella bancaria, o a quella sanitaria. E le rivelazioni di Edward Snowden hanno portato a un innalzamento nel livello di paranoia da parte dei governi, delle aziende e del pubblico in generale e a un calo della fiducia nelle società IT. Ed ora tali società devono lavorare assai duramente per recuperare questa fiducia e convincere i consumatori che sono affidabili”.

Kaspersky Lab non è più fra i fornitori della pubblica amministrazione cinese. Lo si deve al nuovo clima politico seguito alle rivelazioni di Snowden?
“Le rivelazioni di Snowden hanno senz'altro contribuito a un deterioramento della fiducia nell'industria della sicurezza informatica, questo è certo. Personalmente, credo che i prodotti dovrebbero essere giudicati per le loro qualità, caratteristiche e vantaggi competitivi, e per il valore che forniscono ai consumatori, a seconda della loro nazione di origine. Siamo molto trasparenti, e stiamo lavorando duramente per convincere i consumatori che siamo degni di fiducia. Siamo pronti ad aprire il codice sorgente dei nostri prodotti per ottenere la certificazione statale che provi che sono privi di backdoor o funzionalità nascoste; in effetti, lo abbiamo già fatto. Speriamo di convincere le autorità cinesi a modificare le loro posizioni, ma fino ad ora ci sono soltanto aziende locali nell'elenco dei fornitori approvati dal governo centrale e, naturalmente, rispettiamo le loro decisioni”. 

Da dove giunge oggi, la maggiore minaccia per la sicurezza online?
“Questo dipende dal tipo di sicurezza di cui stiamo parlando. La minaccia principale per l'utente comune viene dal crimine informatico, che è enorme – globale – e continua a crescere ed espandersi in nuove aree come quella del mobile. Questi gruppi di malviventi vogliono i soldi: rubano i dati delle carte di credito e dati personali che possono avere un valore; infettano computer e fanno girare botnet per infettare ancor più computer e effettuare attacchi DdoS.

In effetti, il crimine informatico, oggi, possiede delle catene di valore complesse, e dei mercati sotterranei in cui beni ottenuti in modo illecito e servizi illegali possono essere scambiati. Alcuni hacker sviluppano malware e lo vendono ad altre bande che creano delle botnet e li vendono a dei gruppi che li usano per condurre attacchi cyber. Alcune di tali gang sono molto grandi e operano come dei business veri e propri: hanno un servizio clienti, supporto tecnico, programmi di fidelizzazione e perfino conferenze per i partner”.

E per governi e aziende?
“Per un governo la preoccupazione principale è lo spionaggio cibernetico, operato da altri governi. E le posso assicurare che oggi è un grosso problema. Vediamo come le APT (acronimo di Advanced Persistent Threats, le minacce informatiche più recenti e avanzate, ndr) stanno diventando sempre più numerose e sofisticate. Il problema è che all'interno dei governi ci sono persone che si occupano della difesa, e per loro lo spionaggio e la guerra informatico sono delle immense noie. Ma quelli che hanno la responsabilità delle operazioni offensive vedono il cyberspazio come una miniera d'oro e un'opportunità.

Purtroppo, molte nazioni con sufficienti abilità in campo IT sono potenzialmente in grado di sviluppare strumenti per il cyber spionaggio, così come armi cibernetiche capaci di attaccare le infrastrutture del mondo reale. Queste ultime possono essere letali, e Dio ci scampi dal vedere i terroristi avere accesso a un tale tipo di malware. Se sei un'azienda, puoi diventare il bersaglio di un APT operata da un governo (se si possiedono dati, know-how o tecnologie ambite a livello internazionale) o da un concorrente. Lo spionaggio commerciale passa sempre di più per il cyberspazio, in maniera simile a quello governativo”. 

Si parla parecchio di guerre cibernetiche, e gli scontri nel cyber spazio fra hacker di diversi stati sembrano più frequenti. Pensa che assisteremo in futuro a un'ulteriore escalation di questo genere di battaglie o arriveremo a dei trattati di “non proliferazione” come è successo con le armi tradizionali?
“Abbiamo assistito a un'escalation nelle campagne di cyber spionaggio negli ultimi anni. Sono abbastanza certo che tutte le nazioni con un forte potenziale ingegneristico nell'IT sono coinvolte nello sviluppo di armi cibernetiche. Che nel caso vengano usate contro infrastrutture critiche, potrebbero avere effetti devastanti. La nostra dipendenza dai sistemi computerizzati è molto ampia, e continua a crescere. I computer sono dappertutto – nelle reti energetiche, nelle centrali nucleari, nei sistemi di controllo del traffico aereo, ecc. E molti di questi sistemi sono vulnerabili, e possono essere violati. Penso che le armi cibernetiche siano l'innovazione peggiore del nostro tempo, e sto invitando I leader mondiali a concordare un trattato per bandirne l'uso. Possono essere usate in maniera nascosta ed è possibile condurre attacchi sotto falsa bandiera; potenzialmente sono letali.

Ma, realisticamente, non mi aspetto che un tale trattato venga adottato presto. In primis, c'è troppa poca pressione da parte dell'opinione pubbliche sui politici, affinché adottino tale decisione. Temo che questo argomento diventerà un tema importante nel dibattito pubblico solo dopo che ci sarà stato un grosso incidente di sicurezza in cui siano coinvolte le armi cibernetiche. In secondo luogo, qualsiasi trattato del genere solleverebbe vari problemi riguardanti il rispetto dello stesso. È praticamente impossibile nascondere una fabbrica di produzione di ordigni nucleari o missili intercontinentali. Ma una fabbrica di armi cibernetiche assomiglierebbe a qualsiasi altro edificio. In terzo luogo, molte nazioni vedono nelle armi cibernetiche un possibile vantaggio tattico o strategico per le guerre future”.

Anche strumenti che sembrano assicurare la sicurezza online, come Tor e Tails, sono ora sotto attacco da parte di governi che offrono denaro a coloro che saranno in grado di trovarvi delle falle, e di esperti di computer che annunciano su Twitter di esserci riusciti. Si può fare qualcosa per evitare la sorveglianza capillare delle comunicazioni elettroniche ed evitare la totale assenza di privacy on e offline?
“C'è una lotta fra coloro che promuovono la privacy e quelli che vogliono aver accesso a quante più informazioni private possibili. Per esempio, i servizi segreti stanno cercando di de-anonimizzare gli utenti di Tor, ma si sente anche dire che gli sviluppatori di Tor stesso ricevono dritte su vulnerabilità e difetti del codice - da persone all'interno degli stessi servizi segreti! - per mantenere Tor sicuro e permettere agli utenti di restare anonimi.

Comunque, le posso assicurare che offline ci sono ancora un sacco di posti con un mucchio di privacy! Ce ne sono parecchi nell'Antartico, per esempio, o in Siberia. Il problema è che le condizioni di vita in quei posti non sono di solito esattamente le migliori del mondo. Il progresso tecnologico rende le nostre vite molto più confortevoli e convenienti, ma molto spesso questo comporta delle concessioni altre aree, compresa quella della privacy”.

Le piace il fatto che oggigiorno ci siano telecamere di sorveglianza dovunque?
“Rendono la nostra vita più sicura? Mi va bene che mi risparmino di essere rapinato. Ma non mi piace la sensazione di essere costantemente spiato. Non credo nella privacy online. Se caricate qualsiasi cosa sul Web, dalle credenziali della carta di credito alle lettere d'amore, qualcun altro può accedervi. Credo che sia meglio dare per scontato che questo accada, e regolarsi di conseguenza. 
Allo stesso tempo, non mi preoccupo se un servizio segreto legge le mie comunicazioni online che riguardano le mie faccende di famiglia. Non c'è valore in tali informazioni. E non penso che i Grandi Fratelli del mondo abbiano le risorse sufficienti a monitorare tutto il traffico e i dati di ogni utente Internet”. 

Gli utenti sono ora abbastanza consapevoli dei rischi connessi all'IT? E cosa si può fare per aumentare tale consapevolezza?
“La consapevolezza delle minacce cibernetiche varia a seconda delle regioni e dei settori. C'è anche un fattore culturale, dato che in alcuni paesi la gente sembra più imprudente nel proprio comportamento su Internet e diventa più facilmente vittima di attacchi informatici di chi vive altrove. Aziende che operano in industrie che hanno subito perdite significative per via di tali attacchi sono come prevedibile, più attente.

Per esempio, nel settore energetico c'è molta preoccupazione, specie dopo che ne è stata vittima Saudi Aramco. In altre industrie ce n'è molta meno. Penso che aumentare la consapevolezza generale, sia un obiettivo comune che deve unire noi società di sicurezza, i governi, le scuole, università e naturalmente i media. Purtroppo, le brutte esperienze, sono il modo più efficace di promuovere tale consapevolezza. Molta gente inizia a pensare alla sicurezza solo dopo che le è successo qualcosa. L'unico altro metodo è uno sforzo sistematico per educare il pubblico in generale, le aziende e i governi. Spero che la nostra conversazione sia un contributo in questo senso”.

Licenziato, ma comunque messo meglio dell’ex moglie: assegno divorzile confermato

La Stampa

Durissimo colpo per l’uomo, che perde il lavoro. Nonostante ciò, egli deve comunque far fronte all’obbligo di versare il previsto contributo mensile in favore dell’ex moglie. Unica concessione, da parte dei giudici, la riduzione dell’assegno, passato da 600 euro a 450 euro (Cassazione, ordinanza 14501/14).



ge
Procedura conclusa: viene ufficializzata la «cessazione degli effetti civili del matrimonio». E sulle spalle dell’uomo viene caricato l’onere di versare un «contributo mensile di 600 euro» in favore della ex moglie e uno di «400 euro in favore della figlia, convivente con la madre e non ancora indipendente economicamente». Secondo l’uomo, però, è stato ignorato un fatto decisivo: il «licenziamento dal suo posto di lavoro», con conseguente peggioramento delle proprie «condizioni economiche». Allo stesso tempo, ancora l’uomo sostiene che l’ex moglie «non aveva diritto all’assegno divorzile, in considerazione del suo patrimonio immobiliare, delle sue condizioni economiche e della durata estremamente breve del matrimonio, durato solo alcuni mesi».

Tali obiezioni, però, permettono all’uomo solo di ottenere una riduzione dell’«assegno divorzile», portato a «450 euro mensili». E tale cifra viene ‘cristallizzata’, ora, dai giudici del ‘Palazzaccio’, i quali ritengono prevalente, rispetto al «licenziamento» subito dall’uomo, la precaria posizione patrimoniale dell’ex moglie. Quest’ultima, difatti, è impossibilitata a «procurarsi, con i propri mezzi economici, non solo un tenore di vita tendenzialmente corrispondente a quello goduto in costanza di matrimonio», ma anche, addirittura, «un tenore di vita dignitoso». Inoltre, concludono i giudici, la «forte sproporzione dei redditi dei due ex coniugi» non può certo essere riequilibrata dalle «condizioni patrimoniali» della donna.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Proteggeva i cristiani, ora è il macellaio di Nazareth

Corriere della sera
di Francesco Battistini

Rabia Shedade, 26 anni, arabo israeliano, dopo essere partito per la Siria è riapparso in un video su Facebook in cui grida: «Berremo il vostro sangue!»

ge
DAL NOSTRO INVIATO GERUSALEMME – Il Macellaio di Nazareth è scomparso nel nulla otto mesi fa. «Rabia Shedade era un bravo ragazzo», lo descrive un suo compagno del corso d’ingegneria: «Un atleta, un mezzo genio, il migliore in tutte le materie. Uno pacifico, amico di tutti, anche degli ebrei. Non l’ho mai sentito parlare di jihad o dei ribelli in Siria, dire che bisogna colpire qualcuno. Se c’era un problema, era il primo a dare una mano». Niente a che fare con gli ammazzacristiani:
«Ricordo che nel 2006, quando ci fu la guerra del Libano, qualcuno uscì dalla moschea e tentò d’entrare nella Basilica dell’Annunciazione: buttò dei petardi proprio dove c’è la Grotta di Maria, spaventò i pellegrini.

Rabia allora si mise di guardia, organizzò il servizio d’ordine. Diceva che bisognava garantire la pace a tutti, anche a chi veniva per pregare Gesù». Un giorno Rabia Shedade, 26 anni, arabo israeliano di Nazareth, s’è fatto crescere la barba. Ha smesso di frequentare le lezioni all’università Illit-Jezril. Ha lasciato la moglie incinta, sposata quattro mesi prima. Ed è riapparso su Facebook, in un video con la bandiera del Califfato: «Berremo il vostro sangue!», grida con una lama in mano e in bocca messaggi di morte. «Guardatelo bene – tuona subito dopo un compagno barbuto, alle sue spalle -: lui è Rabia Shedade, il macellaio venuto da Nazareth!».
L’orgoglio dei Nazareni
Di tutti gli arruolati, è forse quello che più inorgoglisce l’Isis. Perché Rabia Shedade non è solo uno dei (pochi) palestinesi che hanno lasciato Israele per costruire lo Stato islamico. E’ il primo pescato in Galilea, nella città simbolo dei cristiani. Qualcosa che sul fronte iracheno e siriano va propagandato per bene: a Mosul, i miliziani islamici passano casa per casa a segnare le porte degl’infedeli con una “n” (ن), la “nun” dell’alfabeto arabo. “N” come “nasrani”, nazareno, ovvero seguace di Cristo. Da uccidere sul posto. Questa parola è un insulto, quand’è pronunciata dai tagliagole dell’Isis. Ma nelle ultime settimane è diventata un simbolo d’identità e di resistenza, adottato anche da chi non è cristiano: una giornalista della tv libanese Lbci, Dima Sadeq, è andata in onda ai primi d’agosto indossando una maglietta nera e una grande “ن” gialla sul petto, «siamo tutti del popolo di Nazareth».
«Pregate per me»
Nessuno sa spiegare come e quando il Macellaio abbia maturato la scelta. «Negli ultimi tempi era solo più taciturno…». In giugno è nato suo figlio, che porta lo stesso nome, ma lui non l’ha visto: «Ho provato a contattarlo sul web – dice un amico -, mi ha risposto che si trova in Siria, nella zona di Aleppo, e che è felice d’aver scelto di combattere Bashar Assad. Ha detto di pregare per lui». Significato simbolico a parte, la storia di Rabia somiglia a quella di centinaia di volontari del jihad partiti da tutto il mondo. Non sono molti i simpatizzanti dell’Isis in Cisgiordania o a Gaza: su YouTube, si trova la satira sul Califfato recitata da attori palestinesi, con tagliagole imbranati e ignoranti.

Però c’è un’area di consenso: uno sheik è stato fermato dalla polizia, dopo un discorso pubblico a sostegno di Al Baghdadi, e sui social network vengono postate bandiere nere sullo sfondo di Akko e di Umm al-Fahm, città arabe israeliane. «Non ci sono cose del genere nella nostra città – aveva garantito il sindaco di Nazareth, Ali Salem, a un giornalista tv che gli mostrava immagini di tifosi dell’Isis -, chi lo dice è un bugiardo e un provocatore». Pochi giorni, e il Macellaio gli ha risposto.

14 settembre 2014 | 16:30

Tobias Smollet, lo scrittore scozzese dimenticato a Livorno

Corriere della sera

di Marco Gasperetti

Medico, poeta, scrittore morto nel 1773. Oggi riscoperto alla viglia del referendum per l’indipendenza. Sepolto nel cimitero (sempre chiuso) degli inglesi a Livorno


ge
LIVORNO – Qui giace Tobias Smollett, medico chirurgo e navigatore, poeta e scrittore, giornalista e polemista, tra i massimi romanzieri del Settecento britannico, protagonista e simbolo della rinata identità scozzese. Spirito libero e moderno. Davanti a quella tomba in pietra serena, trascurata e offesa, scalfita appena da una scritta in latino che ricorda il dolore degli amici nel giorno della morte, il 16 settembre del 1773, il pensiero vola e immagina un altro epitaffio o una targa, posta in età contemporanea, per ricordare questo intellettuale così atipico, rappresentato e osannato in Scozia e in tutto il Regno Unito, e dimenticato a Livorno dove riposa. Il sepolcro del grande scrittore e poeta, un Vittorio Alfieri anglosassone, se vogliamo azzardare una similitudine, si trova nell’antico camposanto monumentale degli Inglesi in via Verdi, nel centro della città. Il cimitero, trasandato, è quasi sempre chiuso alle visite e oltraggiato da una strada che lo costeggia e conduce auto e motorette a un orribile parcheggio blu a più piani costruito pochi anni fa dopo aver distrutto con le ruspe il cinema Odeon, uno dei pochi esempi di architettura razionalista d’Italia.
La riscoperta prima del referendum
Per capire l’importanza di Smollett, amatissimo da Voltaire, giudicato da George Orwell un genio e amatissimo dal grande critico letterario e accademico italiano Giancarlo Mazzacurati, basta sfogliare qualche libro di testo scolastico inglese. Oppure fare un tour su uno degli autobus scoperti di Edimburgo: alcune delle tappe, dove sono accompagnati i turisti di tutto il mondo, sono proprio dedicate a Tobias, il medico e scrittore, l’uomo che con «Tears of Scotland» (Lacrime di Scozia) dedicato ai moti giacobiti e al terribile massacro di Culloden (1745) risvegliò il sentimento nazionalistico scozzese. E oggi nella Scozia del referendum sull’indipendenza dall’Inghilterra, Tobias sta ancor di più diventando un simbolo. «Smollett è sempre stato legatissimo alle sue origini scozzesi – spiega Flavio Gregori, docente di Letteratura inglese all’università Ca’ Foscari di Venezia e tra i massimi esperti della lettura britannica del Settecento -, e anche se non ha mai rivendicato pubblicamente il separatismo, può essere considerato uno dei simboli della rinata identità scozzese. E in Scozia, proprio oggi, c’è una forte riappropriazione dei propri autori».
Le opere e l’Italia
Smollett, famoso soprattutto per alcuni romanzi d’ispirazione picaresca (tra i quali «Adventure of Roderick Random» e di «The Adventures of Peregrine Pickle», i suoi capolavori) era anche un cronista dalla penna caustica. Nel memorabile «Viaggio attraverso l’ Italia», tradotto in italiano nel 2003 e pubblicato da Mondadori, il Nostro si rivela come il più spietato dei cronisti. Descrive gli italiani (toscani compresi) come cialtroni disonesti affamati d’imbrogli, descrive sporco e disorganizzato il Belpaese. Ma, nonostante fosse amico intimo dell’allora premier britannico, si scaglia anche contro gli inglesi all’estero (che a quei tempi in Toscana popolavano soprattutto Firenze e Livorno) con audace coraggio usando la penna non come una spada ma come un machete. E allora proviamo ancora una volta a pensare che cosa avrebbe scritto, a posteriori, immaginando quali onori gli avrebbero riservato i posteri livornesi?

 
La scelta di Livorno
Livorno, Smollett, l’aveva scelta insieme alla moglie (anche lei sepolta e abbandonata nel solito cimitero) per curarsi ma Villa Gamba, sontuosa villa settecentesca tra Antignano e Monteburrone (periferia sud di Livorno), diventò la sua casa e qui scrisse molte opere. «Il suo carattere corrosivo Smollett lo aveva già mostrato in molte altre occasioni – sottolinea il professor Gregori – tanto che lo scrittore inglese Laurence Sterne lo aveva definito “smellfungus” fungo velenoso».
«Tobias chi?»
Smollett era indubbiamente un talento, uno scrittore di primo piano capace di scrivere capolavori, come sono considerati ancora oggi non solo in Scozia ma in tutto il mondo anglosassone i suoi romanzi picareschi. E oggi, a due secoli e 41 anni dalla morte, con il referendum scozzese assumendo nuovi significati. A Livorno c’è un piccolo bus turistico, spesso pieno di crocieristi britannici, che si muove tra il lungomare e l’antico quartiere della Venezia. L’antico cimitero di via Verdi resta chiuso e chi chiede di visitare la tomba di Tobias Smollett si sente rispondere sempre nello stesso modo: Tobias chi? E’ l’ultimo oltraggio al grande scozzese che scelse Livorno come ultima tappa della sua vita terrena e da Livorno fu misconosciuto.

14 settembre 2014 | 16:11

Scozia, che cosa succede se vince il sì

La Stampa


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Elisabetta resterà regina?
Gli indipendentisti vogliono mantenere la monarchia, e un voto favorevole non comporterebbe un decadimento della regina: l’unione delle corone risale al 1603, quella delle nazioni al 1707. Ma nel futuro potrebbe esserci un referendum per decidere se la Scozia sovrana debba essere una repubblica o una monarchia. Elisabetta, neutrale per dovere costituzionale anche se legata alla Scozia, non si pronuncia.

La moneta sarà la sterlina?
Gli indipendentisti si sono impegnati a mantenere la sterlina, sebbene i tre principali partiti di Londra abbiano dichiarato che una Scozia indipendente non potrebbe continuare a condividere la moneta con il resto del Regno Unito. Il governatore della Banca d’Inghilterra Mark Carney ha affermato che «un’unione monetaria è incompatibile con la sovranità». Altre opzioni sono l’euro o una nuova moneta.

C’è il rischio di un crac?
Gli economisti prevedono un periodo di incertezza e il «Financial Times» si è schierato contro l’indipendenza. La Royal Bank of Scotland e LLoyds hanno preparato piani per trasferire la sede dalla Scozia a Londra. Alcuni analisti prevedono un calo della sterlina e la banca d’affari Goldman Sachs parla di «conseguenze negative» per entrambe le economie. Ma gli indipendentisti parlano di «intimidazioni».

Chi controllerà il petrolio?
Secondo una stima accettata da entrambe le parti, circa il 90% del petrolio del Mare del Nord sarebbe in acque territoriali scozzesi, e dunque sotto il controllo di Edimburgo. Per i nazionalisti, il petrolio garantirà entrate fiscali pari a 57 miliardi di sterline entro il 2018 e sarà estraibile per altri 30-40 anni. Il «fracking» potrebbe aumentare la quantità di greggio recuperabile. Ma gli unionisti notano che i prezzi sono volatili.

Cosa cambierà a Londra?
I 59 deputati «scozzesi» dovrebbero abbandonare Westminster. Il voto scozzese è tradizionalmente laburista (attualmente solo uno dei seggi è dei Tories), e dunque i conservatori sarebbero avvantaggiati nelle future elezioni. Secondo elaborazioni della stampa inglese, alle politiche del 2010, senza il voto scozzese David Cameron avrebbe preso la maggioranza e non avrebbe dovuto creare un governo di coalizione.

Che sarà delle armi nucleari?
Gli indipendentisti vogliono la rimozione delle armi nucleari dalla base di Faslane, dove sono stanziati i sottomarini che compongono il deterrente nucleare britannico, e ritengono che debba essere una delle prime questioni da affrontare in una Scozia sovrana. Ma secondo Londra i costi di uno spostamento sarebbero elevatissimi e la ricollocazione in un luogo adatto richiederebbe molto tempo.



Referendum in Scozia, l’attesa sui social network
La Stampa


  • Meanwhile in Scotland …

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    I know I have a few English friends and followers on here and I would like to make one thing clear #scottishindependence is nothing to do about being against England , is about #Scotland having a population of 5 million but the rest of the UK 70-75 million get to choose who runs us . No thanks #voteyes
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    Gareth Brown


  • Loch Ness monster to leave Scotland if there's a Yes vote. Full statement here http://t.co/dQm7sGyyFl
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  • The vote on the 18th September affects more than just the peoples of these isle. Open your eyes @YesScotland #VoteNo http://t.co/Xhb2IPoMyw
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  • Today in Glasgow:huge crowds campaign in Scotland's #indyref under the watch of the late Donald Dewar's statue. http://t.co/sEl2HZUVpV
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  • This was Glasgow today...the place is in ferment. It's like 1930s soap-box politics in Scotland. #indyref
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    @788WAQAS: Good @georgegalloway #scottishindependence & the destruction of UK: http http://www.independent.co.uk/voices/comment/scottish-independence-the-political-class-is-doing-what-hitler-couldnt--destroying-britain-9730260.html … httppic.twitter.com/aL0I75SZqk
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