venerdì 19 settembre 2014

La memoria perduta di Totò

Corriere del Mezzogiorno

di RAFFAELE LA CAPRIA

Principe del palcoscenico, la sua casa natale oggi è desolata

 

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Ho capito la grandezza di Totò un giorno in cui camminavo per le vie della vecchia Napoli. In quel groviglio degradato di palazzetti fatiscenti e di vicoli senza speranza, a un certo punto mi indicano una di quelle case più desolate delle altre e una targa che dice che lì è nato Totò. Come avrà fatto chi è nato lì in quella casa e in quell’ambiente, che più misero non potrebbe essere, a diventare Totò, principe per discendenza caparbiamente rivendicata e principe del teatro?

Qui, in questi vicoli e tra queste mura, ho immaginato infanzia e adolescenza del futuro Totò di cui nulla so e poco è stato raccontato. Ho immaginato le sue esperienze, le sue difficoltà, i suoi incontri e la scoperta della sua vocazione, ma come nasce e si forma un genio è stato sempre misterioso. Certo che lì in quella Napoli antichissima è nato un attore modernissimo, un attore diverso da tutti gli altri che lo avevano preceduto nella tradizione teatrale napoletana, pur così ricca di volti e di caratteri. Non c’è mai stato uno come lui, attore sì, ma anche vivente marionetta, maestro dell’ammicco e della contorsione esilarante, della gestualità disarticolata, istrione e macchiettista, saltimbanco, mimo delle atellane e figura futurista, maestro del linguaggio del corpo e della parola, insomma unico.

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C’è chi lo ha paragonato a Charlot, ma solo per la sua grandezza e la sua popolarità. Eduardo De Filippo, che lo incontrò e conobbe quando Totò era appena agli inizi, scrisse di lui giovanissimo un ritratto che ne fa risaltare l’umiltà e la fatica dell’apprendistato. Allora, al tempo della giovinezza di Eduardo, il lavoro dell’attore era più faticoso e più dure le condizioni di vita. A parte le tournée sfibranti, fatte con poca paga e brutti alberghi, a volte addirittura saltando i pasti, il ritmo era questo: prova dalle dieci a mezzogiorno.

All’una si iniziavano le recite, tre spettacoli al giorno, quattro nei festivi. Si usciva dal teatro a notte inoltrata. Fu questa la vita di Eduardo quando era scritturato dai teatri più popolari, il San Ferdinando, il Trianon, l’Orfeo. Qui la mattina alle dieci, in un bugigattolo di camerino dalle pareti gonfie di umidità, Eduardo andava spesso a far quattro chiacchiere con un amico appena più grande, un attore che a 16 anni già entusiasmava il suo pubblico, Totò. Nel camerino di Totò, sulla sua tavoletta del trucco, avvolta in un pacchetto, la colazione di Totò, pane e frittata.

Non sapevo che Eduardo e Totò si conoscessero sin da ragazzi, e non sapevo che in occasione della morte di Totò, avvenuta nel 1967, Eduardo, rievocando quell’amicizia, aveva scritto che lui vedeva Totò «non come una curiosità di teatro ma come una luce che miracolosamente assume fattezze di una creatura irreale, che ha la facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo,e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla luna da dove è disceso».

Ed ecco ancora un altro ricordo di Eduardo, che è andato a trovare Totò alla fine dello spettacolo e lo aspetta nel suo camerino. Ormai Totò è diventato un attore importante, amato dal pubblico, ed ha un successo incontrastato: «Ora sono travolgenti gli applausi e le grida di entusiasmo di quel pubblico. Il numero di Totò è finito. Un rumore di passi lenti e stanchi si avvicina, la porticina del bugigattolo viene spinta dall’esterno. Totò deve aprire e chiudere più volte le palpebre, e sbatterle per liberarle dalle gocce di sudore che gli scorrono giù dalla fronte per potermi vedere e riconoscere e finalmente dirmi: Eduà, stai ‘ccà ».

Quelle palpebre che sbattono per liberarsi dal sudore rimangono impresse nella memoria. Si poteva in modo più eloquente e insieme poetico far capire di cosa è fatta la fatica dell’attore? Sono passati ormai molti anni dalla morte di Totò, ed è sempre viva la sua figura nel nostro ricordo, si staglia sul palcoscenico o ci viene incontro dai numerosi film di cui fu protagonista, molti dei quali si reggono solo per la sua irresistibile presenza. Chi potrà mai dimenticare le sue trionfali marcette dei bersaglieri sulla passerella tra lo scrosciare degli applausi?

O nei film la sua lezione su come si apre una cassaforte (I soliti ignoti ) i suoi battibecchi con il grande Peppino De Filippo, l’unico che gli poteva stare accanto, i suoi dialoghi surreali con l’onorevole Trombetta portati avanti fino a un delirante parossismo? E chi potrà mai dimenticare le sue battute, i suoi «chicche e sia», i suoi equivoci verbali e le sue esitazioni sulla lingua italiana (come quando lui chiede informazioni a un vigile urbano) che lui sembra scoprire ogni volta come una lingua straniera, i suoi paradossali e sorprendenti rovesciamenti delle frasi fatte.

Lui è sempre l’unico, colui che esce da tutti gli schemi, non c’è nessuno che gli si possa paragonare, neppure Pulcinella, alla cui famiglia pur appartiene. Più che un attore lui è una maschera, un archetipo, un’astrazione, che per una fatale congiunzione degli astri ha trasmesso subito, con l’immediatezza tutta inventata di una sconnessa gestualità, a volte meccanica come quella di un automa, e solo sua, il senso di una comicità universale che nessuno a Napoli ha mai raggiunto.

La sua fine iniziò in modo tragico sulle tavole di un palcoscenico con Totò nelle vesti di Napoleone, come racconta Franca Faldini, compagna della seconda parte della sua vita. Franca era anche lei sul palcoscenico a pochi passi da lui, quando lo sentì sussurrare: «Non ci vedo più: è buio». Lo aveva detto con voce pacata, «poi si scaricò in una mimica frenetica che fece delirare il pubblico, e tra le ovazioni di un teatro impazzito che urlava: Totò, si’ ‘na muntagna ‘e zuccaro! si avviò a intuito verso le quinte».

18 settembre 2014

Datagate, svolta di Apple e Android: “Mai più smartphone sbloccati su richiesta della polizia”

La Stanpa

La Mela e Google in campo dopo lo scandalo del Datagate: i dati resteranno criptati. Niente più favori alla polizia: Apple ha annunciato che non sbloccherà più iPhone e iPad criptati su richiesta delle forze dell’ordine o dei servizi di intelligence.

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In pratica, sugli smartphone e i tablet su cui funzionerà il nuovo sistema operativo iOs 8 - ha spiegato il gigante di Cupertino - «i dati personali come foto, messaggi, email, allegati, contatti, la storia delle chiamate, i contenuti di iTunes, gli appunti e i promemoria sono posti sotto la protezione di codici personali. Così, a differenza dei nostri concorrenti, Apple non potrà più bypassare questi codici e perciò non potrà accedere più ai dati personali». Ancora per poco però, perché anche Google ha annunciato un’iniziativa simile con il nuovo sistema operativo Android, che verrà installato sugli smartphone di nuova generazione.

Insomma, vita dura per gli investigatori. La casa di Cupertino ha spiegato come con l’introduzione di iOs 8 non si potrà più “forzare” i sistemi di sicurezza inseriti dall’utente, anche in presenza di un mandato del giudice. L’unica possibilità sarà quella di sperare che il possessore del dispositivo abbia attivato iCloud. In quel solo e unico caso si potrà far fronte alle richieste investigative.

Per i media americani l’annuncio dell’azienda riflette la decisione di adottare una «linea dura» di fronte alle accuse mosse a tutti i big di internet e della comunicazione: quelle di aver partecipato, senza opporre molta resistenza, ai programmi governativi tesi a raccogliere dati degli utenti, in nome alla lotta al terrorismo e alla criminalità. Programmi come quello della National Security Agency (Nsa) denominato Prism, la cui rivelazione da parte della “talpa” Edward Snowden ha fatto esplodere lo scandalo del Datagate.

«I cittadini vogliono che le aziende mettano la privacy al primo posto e la Apple ha ascoltato», ha detto Christopher Soghoian, tecnico del sindacato americano per le libertà civili. L’annuncio Apple è comparso sulla pagina del sito ufficiale con una lettera scritta dall’amministratore delegato dell’azienda, Timothy D. Cook. «Al contrario dei nostri concorrenti, la Apple non potrà bypassare le vostre password e quindi non potra accedere ai vostri dati», si legge. «Non sarà quindi tecnicamente fattibile rispondere ai mandati del governo per avere questi dati da apparecchi che hanno il sistema operativo iOs 8».

La pagina web include anche una spiegazione su quale tipo di informazione la Apple raccoglie e perché. Elenca, inoltre, i cosiddetti «rapporti di trasparenza» della Apple, come, quando e perché gestisce le richieste provenienti dalla polizia o gli enti governativi che cercano informazioni sui clienti. Ma insegna anche ai consumatori come attivare importanti funzioni di sicurezza, come la verifica in due passaggi, per proteggersi dagli hacker.

La capacità della Apple di proteggere le informazioni dei clienti è stata messa in discussione dopo che diverse celebrità di Hollywood hanno scoperto che gli hacker hanno avuto accesso ai loro account, riuscendo a rubare foto di nudi per poi pubblicarle su internet. Dopo quell’episodio, Cook ha detto che la società avrebbe rafforzato alcune misure di sicurezza per iCloud, e lavorato di più per educare i consumatori a proteggere gli account. 

Star N9500, lo smartphone col malware incorporato

La Stampa

bruno ruffilli
18/06/2014


Analizzando un popolare clone cinese del Samsung Galaxy S4, G Data avrebbe scoperto che viene venduto con programma in grado di copiare i dati personali e inviarli a un server remoto

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Lo smartphone si chiama ”N9500” ed è prodotto dall’azienda cinese Star; esteriormente assomiglia molto al Samsung Galaxy S4. Ma online (anche su Amazon ed Ebay) il prezzo varia tra i 130 e 165 euro, un affare, considerando l’elevato standard tecnologico dell’apparecchio: processore quad-core, ottima fotocamera, una seconda batteria in dotazione, oltre ad adattatore per automobile e una seconda cover. 

Dopo aver ricevuto diverse segnalazioni dai propri clienti, gli esperti di sicurezza di G Data lo analizzato, scoprendo che il firmware contiene il Trojan Android.Trojan.Uupay.D mascherato nel Google Play Store. Questa funzione spia invisibile agli utenti consente un accesso totale allo smartphone e a tutti i dati personali, anche perché i i log che potrebbero rendere un accesso visibile agli utenti vengono immediatamente cancellati. Il programma inoltre blocca anche l’installazione di aggiornamenti per la sicurezza. 

“L’unica cosa che gli utenti possono vedere è un’app con l’icona del Google Play Store nei processi attivi; oltre a ciò l’applicazione è completamente nascosta”, precisa Christian Geschkat, Product Manager Mobile Solutions di G Data. “Sfortunatamente non è possibile rimuovere il Trojan perché fa parte del firmware dello smartphone è le app che rientrano in tale categoria non possono essere eliminate. Questo include anche l’app Google play Store dell’N9500.”

Gli utenti possono usare G Data Internet Security per Android per scoprire se è presente il programma, che è solo uno tra 1.2 milioni di malware per Android censiti lo scorso anno. In caso affermativo, meglio contattare i rispettivi negozi online per chiedere la sostituzione dello smartphone.
Lo smartphone infetto, secondo G Data, rappresenterebbe infatti un serio rischio per chi lo usa.

Il programma consente ai criminali di installare segretamente delle applicazioni che consentono un ampio ventaglio di abusi possibili: localizzazione, intercettazione e registrazione, acquisti, frodi bancarie, invio di SMS a pagamento con tariffe premium, controllo da remoto di videocamera e microfono. “Le opzioni di utilizzo di questo programma spia sono praticamente illimitate. I criminali online hanno un accesso totale allo smartphone”, dichiara Geschkat. 

È impossibile scoprire dove i dati vengono inviati. “I dati intercettati sono inviati a un server anonimo situato in Cina”, prosegue. “Non è possibile al momento scoprire chi riceve e come utilizza questi dati.” 

Gli esperti di G Data pensano che il prezzo conveniente sia reso possibile dalla successiva vendita dei dati rubati ai proprietari dello smartphone: sul mercato esistono in effetti altri apparecchi quad core molto economici, a cominciare dal Nokia Lumia 630 e dallo ZTE Blade Apex2, ma nessuno nel complesso offre una dotazione di livello paragonabile a quella dello Star N9500. 

G Data, da cui proviene la notizia, è un’azienda tedesca che produce software antivirus. Non è dato sapere su quanti esemplari ha effettuato la ricerca, ma la versione di prova di G Data Internet Security per Android è gratuita, per cui ci pare opportuno consigliare ai possessori dello smartphone Star N9500 di controllare subito se il loro apparecchio è infetto. 

Usa, cagnolina scomparsa ritrovata a 5mila km di distanza

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

Gidget mancava da casa dalla scorsa Pasqua. Mistero su come sia arrivata in Oregon dalla Pennsylvania. Solidarietà sul web per aiutare la proprietaria a sostenere le spese di viaggio.


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Gidget è tornata nella sua Pennsylvania. A quattro mesi dalla sua scomparsa, una cagnolina è stata ritrovata in Oregon, a quasi cinquemila km di distanza dalla famiglia che la stava cercando. È l’incredibile storia a lieto fine di una femmina di Terrier di sette anni che mancava da casa dalla scorsa Pasqua. Gidget è stata vista vagabondare per la periferia di Portland e, per sua fortuna, un passante l’ha presa con sé e portata ad un rifugio per animali. 

La cagnetta fortunatamente aveva un microchip che ha rivelato che la sua proprietaria era in Pennsylvania. Contattata la donna ha detto che Gidget era scomparsa due giorni dopo la scorsa Pasqua, il 22 aprile scorso. «Non abbiamo idea di come sia arrivata in Oregon dalla Pennsylvania - dice la manager del rifugio per cani -, ma siamo contenti che possa tornare a casa sua sana e salva». Dunque un viaggio avvolto nel mistero, anche se l’ipotesi più probabile è che qualcuno deve avercela portata.

La cagnetta è leggermente sotto peso ma in buona salute. Ora si deve cercare il modo di farla fisicamente tornare a casa perché la padrona non ha i soldi per permettersi il viaggio aereo. Ma il problema dovrebbe risolversi facilmente: appena i responsabili del rifugio hanno raccontato la sua storia su Facebook, molte persone si sono proposte di sostenere le spese per il viaggio di ritorno.

twitter@fulviocerutti

Cani poliziotto “in pensione”, Rocky e Querry cercano casa

La Stampa

Sul sito della Polizia di Stato le procedure per adottarli

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Rocky e Querry sono due bellissimi pastori tedeschi che hanno svolto il loro servizio nella Squadra cinofili della Polizia di Stato di Reggio Calabria e adesso, ormai in “pensione”, cercano una famiglia che li accolga amorevolmente. 

Querry - si legge su www.poliziadistato.it - ha un manto grigio ed è nato nel 2006 ed è stato riformato per problemi sanitari. È stato addestrato all’ordine pubblico e quindi per lui è consigliabile un padrone capace di trattare con cani dal carattere dominante. Per Querry (vedi scheda) si cerca una famiglia senza bambini.

Rocky a differenza di Querry è un cane docile e affettuoso ma un po’ diffidente con gli estranei, ha il manto nero ed è nato nel 2004. Va in pensione per limiti di età. È stato addestrato per scovare la droga e nella sua lunga carriera vanta più di un ritrovamento. Anche per Rocky (vedi scheda) è consigliabile una famiglia senza figli piccoli.

Chiunque fosse interessato ad accogliere Rocky e Querry nella propria famiglia può consultare la pagina del sito Poliziadistato.it dedicata alle adozioni e seguire la procedura indicata.

(Fonte: AdnKronos)
twitter@fulviocerutti

Quanto invidio gli scozzesi

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Maria del Vigo


Lo so è un brutto sentimento, ed è pure un vizio capitale. Ma devo ammetterlo sono molto invidioso di quello che sta accadendo nel Regno Unito. Tra poche ore gli scozzesi decideranno con un referendum se separarsi da Londra e iniziare un nuovo percorso politico e storico staccato dai destini di Sua Maestà o restare all’ombra della corona. Una scelta epocale che ridisegnerebbe la cartina geografica di una parte importante del Vecchio Continente, ma anche un salto nel buio dal punto vista economico.

Ma io, gli scozzesi, li invidio: perché l’incertezza, il bivio e la decisione sono libertà. Non sono un cultore del secessionismo e credo che in Italia abbia poco senso, ma credo che ogni popolo abbia il diritto di scriversi da solo la propria storia. Anche sbagliando, ma comunque nel nome della libertà di scelta. Ho scomodato una parola enorme, ma basterebbe anche fermarsi alla D di democrazia. In questo momento in Scozia hanno in mano i fili del loro destino, sono artefici del loro futuro politico e delle loro vite. E per farlo gli basta infilare una scheda all’interno di un’urna. Mentre noi siamo a un passo dal commissariamento e non riusciamo nemmeno a eleggere i giudici della Consulta (dei quali, per altro, ai cittadini non so quanto interessi).

Viviamo da anni un’apnea democratica nella quale si succedono primi ministri e governi che non hanno mai conosciuto alcuna benedizione elettorale. Loro parlano di autodeterminazione, da noi si discute solo di “cessione di sovranità”. E ci stiamo abituando a essere sudditi, più che elettori. Ci stiamo rassegnando all’idea che votare sia inutile, perché alla fine dei conti l’Italia è il paese gattopardesco in cui cambia tutto per non cambiare nulla. Insomma questo maestoso esercizio di libertà col kilt mi affascina e al tempo stesso mi rattrista. Perché la democrazia mi manca e non mi vergogno di essere invidioso degli scozzesi.

Murdoch all'Antitrust: «Strapotere di Google online». La replica: ci accusa di aver mangiato il suo criceto

Il Mattino

.itLa News Corp di Rupert Murdoch ha scritto all'Antitrust Ue per denunciare lo "strapotere" di Google sul mercato della ricerca online. In una lettera, resa nota ieri e inviata una decina di giorni fa, la News Corp, attraverso il suo amministratore delegato, ha scritto al commissario Ue alla Concorrenza, Joaquin Almunia, per indicare come, nella ricerca online, Google 'soffoca la concorrenzà. La missiva della News Corp si inserisce nell'ambito dell'indagine Antitrust aperta da Bruxelles per sospetto abuso di posizione dominante da parte di Google sul mercato della ricerca sul web.

La replica di Google. «Incredibile! Murdoch accusa Google di aver mangiato il suo criceto». Google, attraverso un portavoce, replica con originalità e ironia, usando il linguaggio del Sun, giornale di proprietà di Murdoch, alla lettera che la News Corp del magnate australiano ha inviato al commissario Ue per la concorrenza, Joaquin Almunia, per denunciare lo 'strapoterè di Google sul mercato della ricerca online.

Invece di rispondere con le argomentazioni, punto per punto, alle critiche di News Corp, Google ha scelto di rispondere ironicamente citando una copertina del Sun, molto famosa in Inghilterra nel maggio 1986, sul comico Freddie Star con il titolo «Freddie Starr si è mangiato il mio criceto».

Rapinata da clandestino, moldava chiede i danni all'Italia

Giovanni Masini - Ven, 19/09/2014 - 10:15

Una donna picchiata e derubata da un tunisino nullatenente chiede di citare in giudizio la presidenza del Consiglio


Il 22 febbraio scorso, a Padova, la quarantenne moldava M.P. venne aggredita da un immigrato clandestino, picchiata e derubata della sua Opel Corsa: la donna, addetta alle pulizie in diversi studi legali della città euganea, è stata solo una delle sette vittime di Taoufik Souilah, il tunisino 28enne nullatentente che nell'inverno scorso si è reso responsabile di diversi stupri e rapine nella Regione.
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Delle sette, però, la donna moldava è stata l'unica a scegliere di costituirsi parte civile e chiedere i danni allo Stato italiano  - e più precisamente alla Presidenza del Consiglio. Il suo avvocato Evita Della Riccia ha infatti chiesto al giudice per le indagini preliminari Domenica Gambardella di citare in giudizio il Governo.

Come ricostruito da Il Gazzettino, il legale della vittima si è visto inzialmente respingere la richiesta, che il giudice aveva valutato essere applicabile solo ai reati transfrontalieri. Il rappresentante di parte civile, però, si è opposto a questa tesi definendola una "discriminazione al contrario".

Napoli fa un monumento a chi non rispetta la legge

Carmine Spadafora - Ven, 19/09/2014 - 09:00

De Magistris vuole istituire "un luogo della memoria" per il ragazzo ucciso dopo aver forzato un posto di blocco


Napoli - Il forte caldo settembrino (con annesso elevato tasso di umidità), sta nuocendo moltissimo al sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che ieri ha annunciato la istituzione di «un luogo della memoria» in onore di Davide Bifolco, ucciso quindici giorni fa dal proiettile esploso, non intenzionalmente, da un appuntato dei carabinieri (indagato per omicidio colposo).
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Appare inspiegabile la metamorfosi di Giggino, passato da spietato pm di assalto a uomo docile e comprensivo, che decide di prodigarsi in prima persona «per fare una cosa molto giusta e vicina alle esigenze dei familiari (con un fratello agli arresti domiciliari, ndr ) e degli amici» di Bifolco che, lo ricordiamo, era fuggito all'alt dei carabinieri, mentre si trovava in moto e senza casco insieme al latitante, Arturo Equabile e il pregiudicato Salvatore Triunfo. Scenario di questa tragedia il Rione Traiano, uno dei luoghi a più alta concentrazione camorristica di Napoli, degradati e abbandonati dalle istituzioni (Comune compreso).

La decisione del giustizialista pentito è uno schiaffo alle tante vittime della camorra o della cosiddetta delinquenza comune che, un monumento non lo hanno mai avuto ma, anche nei confronti di chi è stato ricordato con una targa o una scalinata. Si staranno rivoltando nelle loro tombe bravi ragazzi, donne, madri coraggio, uomini anticamorra, il cui identikit sicuramente non corrisponde con quello di Bifolco. Pensiamo alla madre coraggio Teresa Buonocore, uccisa per vendetta dai sicari, a settembre di 4 anni fa nel Porto.

Teresa fu punita per essersi costituita parte civile nel processo contro la belva che aveva abusato sessualmente di una delle sue due figlie. Per lei nessun monumento alla memoria. Ironia della sorte, mentre il disinvolto sindaco di Napoli si dedica a Bifolco, un suo assessore domani parteciperà alle iniziative per ricordare proprio Teresa. L'assessore Alessandra Clemente, figlia di Silvia Ruotolo, la madre uccisa da un proiettile della camorra mentre era in corso una sparatoria tra killer di clan opposti al Vomero. Chissà, in cuor suo, la giovane Alessandra che cosa ne pensa del suo sindaco che decide di istituire un luogo della memoria per un ragazzo che, se non fosse avvenuta la disgrazia, probabilmente qualche problemino con la giustizia lo avrebbe avuto.

Ma lo spazio per ricordare Bifolco è anche uno schiaffo alla Procura, che due giorni fa ha sequestrato un'area sulla quale abusivamente gli amici di Davide volevano erigere una cappella in sua memoria. È l'ultima passione di Giggino: consegnare (frettolosamente) medaglie e spazi della memoria. Come nel caso di Ciro Esposito, alla cui famiglia il 25 luglio scorso, l'ex pm ha consegnato la medaglia d'oro della città. Una sorta di beatificazione laica smentita successivamente dallo sviluppo delle indagini dei carabinieri. Un'altra storia che non ha né eroi né tantomeno martiri.

Caccia ai domini web: Amazon compra .buy, Google a mani vuote

La Stampa
luca castelli

L’ente ICANN inizia ad assegnare i nuovi indirizzi di primo livello. Per 4,5 milioni di dollari, Amazon si assicura la gestione di .buy. Assegno record da 6,7 milioni staccato da Dot Tech LLC per .tech

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C’è gran fermento attorno ai nuovi domini generici di primo livello che l’ICANN, l’associazione internazionale che gestisce gli indirizzi su Internet, sta assegnando in questi giorni. In costante e ribollente espansione, il web si arricchisce costantemente di siti, app, destinazioni e il suo indirizzario tende a farsi sempre più sofisticato (e appetitoso da un punto di vista commerciale): alle vecchie sigle come .org, .com, .net e ai suffissi nazionali (.it, .fr, .de) che eravamo abituati a vedere alla fine di ogni indirizzo, ICANN ha deciso di affiancare decine di nuovi domini.

La gestione dei singoli domini viene assegnata con un’asta pubblica a cui – senza far troppo rumore – stanno partecipando molte delle principali aziende della Silicon Valley. In particolare Amazon e Google, che a quanto riporta il sito Domain Name Ware sono state tra le principali protagoniste delle aste appena concluse, che hanno assegnato tre domini dietro l’esborso di una cifra complessiva di poco inferiore ai 15 milioni di dollari.

Il gigante dell’e-commerce, in queste ore mediaticamente impegnato soprattutto nel lancio dei nuovi modelli della linea Kindle , ha pagato 4,5 milioni di dollari per assicurarsi la gestione del nuovo dominio .buy. Chi vorrà registrare un indirizzo web che termina con quelle tre lettere, dovrà dunque bussare alla porta di Jeff Bezos. Amazon l’ha spuntata su tre rivali, tra cui Google. Proprio Mountain View è la grande sconfitta di questa tornata: ha partecipato a tutte le aste, ma è rimasta a bocca asciutta. Il dominio .vip è andato per poco più di 3 milioni di dollari a Minds+Machines, mentre la sfida più infuocata si è accesa attorno a .tech, conquistato da Dot Tech LLC con un esborso di 6,7 milioni di dollari.

Il mercato dei nuovi indirizzi non finisce qui. La lista è chilometrica e comprende sia domini generici (tra cui .app, .baby, .blog, .cloud, .free, .game, .movie, .news, .online, .shop) che molto specifici e mirati (.barcelona, .bbc, .cern, .cipriani, .deutschepost, .ferrero, .fiat, .loreal, .nba, .transformers...). Amazon si è registrata a settantasei aste (attraverso il braccio lussemburghese Amazon EU), Google a centouno (tramite la controllata Charleston Road Registry). 

Entrambe concorreranno anche per l’assegnazione di uno dei domini più ambiti, quel .music attorno a cui si è già innescata l’ennesima polemica tra industria musicale e Silicon Valley.

Un mito in vendita: la moto del film cult Easy Rider va all'asta in California

Il Mattino
di Anna Guaita

L'esemplare, cavalcato nella storia dal mitico Captain American interpretato da Peter Fonda, andrà all'asta a metà ottobre con una base di un milione i dollari. Appassionati di tutto il mondo in agitazione.


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LOS ANGELES - Negli anni Sessanta, il film Easy Rider divenne un “cult”, una bandiera del movimento hippy, della cultura alternativa.

La storia dei due giovani che attraversano gli Stati Uniti a cavallo di due moticiclette colpì l’immaginazione di una generazione e dette una scossa salutare all’industria del cinema di Hollywood. Il film era di fatto già famoso prima ancora che venisse distribuito nelle sale, tant’è che tre delle speciali motociclette che erano state create per girarlo vennero rubate e mai più ritrovate. L’unica rimasta fu quella a bordo della quale viaggiava proprio “Captain America”, cioé Wyatt, impersonato da Peter Fonda.

La moto era stata disegnata su precise indicazioni di Fonda stesso: fu lui a volere che il serbatoio fosse colorato come la bandiera americana. E quella moto, accompagnata da tre certificati di garanzia, verrà messa all’asta il 18 ottobre, in California. La casa d’aste che l’ha in consegna prevede che il chopper batterà un minimo di un milione e un massimo di 1 milione d 200 mila dollari.

La vendita di una moto di un film “cult” a cifre così alte non deve stupire. Gli esperti di finanza riconoscono che si registra nel mondo un crescente interesse per forme alternative di investimento. Sempre più spesso chi ha soldi a disposizione non si accontenta di comprare oro, titoli, appartamenti, quadri sculture, libri antichi.

Nuove possibilità si sono affacciate alla luce. Le case d’asta hanno fatto razzia nei garage, nelle cantine e negli armadi dei grandi dello sport, dello schermo e del rock, e organizzano appuntamenti che fruttano immancabilmente più del previsto. Hanno tirato fuori automobili, chitarre e pianoforti, abiti, lettere, cappelli e valigie, una quantità di “oggettistica vip” destinata a passare di mano al suono di migliaia di dollari. Gli esperti però raccomandano agli investitori di puntare su nomi indimenticabili, grandi sportivi o artisti o attori destinati a resistere nella memoria di varie generazioni, e Easy Rider risponde proprio a questo requisito.

Per il suo valore culturale e storico, il film è dal 1998 incluso nel National Film Register della Biblioteca del Congresso a Washington. Il Register è stato ideato “per proteggere e far conoscere l’eredità cinematografica statunitense”. Il chopper che verrà messo in vendita dalla casa d’aste “Profiles in History” di Calabasas, ha ricevuto la moto dal suo ultimo proprietario, Michael Eisenberg, un uomo d’affari californiano.

Eisenberg era stato socio di Peter Fonda e Dennis Hopper, l’altro motociclista del film, nonché suo regista. Insieme a loro aveva gestito un ristorante sul tema proprio delle motociclette, a Hollywood. Il ristorante, “Thunder Road House”, fu distrutto da un incendio nel 1997.

Adolf Hitler, parla l'assaggiatrice: "Ogni giorno piangevo terrorizzata"

libero

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"Molte delle ragazze cominciavano a piangere non appena mettevano il primo boccone in bocca". A parlare è la 96enne Margot Wolk, una delle 15 assaggiatrici di Adolf Hitler nella Tana del Lupo (rifugio del Fuhrer dopo che il suo appartamento di Berlino venne bombardato) che intervistata alla tv berlinese RBB ha confessato: "Avevamo paura, dovevamo finire tutto quello che ci mettevano nel piatto, quindi aspettare un’ora e ogni volta eravamo terrorizzate che potessimo cominciare a stare male, perché girava voce che gli inglesi volessero avvelenare Hitler. Passato il termine, scoppiavamo a piangere, felici di essere sopravvissute".

Terrore - Figlia di un ferroviere, aveva 25 anni Margot quando fu prelevata con la forza dal sindaco di Partsch e obbligata a diventare l'assaggiatrice ufficiale delle pietanze del Fuhrer: tutti i giorni degli ufficiali delle SS andavano a prenderla a casa della madre e la portavano in un edificio scolastico, dove lei e le altre 14 ragazze dovevano assaggiare i pasti destinati ad Hitler, sperando di non morire avvelenate. A seguito dell'attentato del 20 luglio 1944 i controlli vennero pure intensificati, tanto che come afferma la Wolk "la sicurezza era talmente stretta che non ho mai visto Hitler di persona, ma solo il suo cane alsaziano Blondi".

L'incubo senza fine - Dopo l'avanzata dell'Armata Rossa per la giovane Margot si mise addirittura peggio: aiutata nella fuga da un alto ufficiale tedesco, la città infine capitolò nel 1945, ma per Margot fu l'inizio di un altro incubo. "Io e le altre ragazze giovani cercavamo di vestirci come delle vecchie per non farci notare, ma i russi ci presero lo stesso, ci tagliarono gli abiti e ci chiusero nella casa di un medico, dove ci violentarono per 14 giorni di fila". A causa delle violenze subite nel corso della liberazione della città la signora Wolk perse l'opportunità di avere dei figli. Morto anche il marito Karl, Margot ha continuato a vivere da sola cercando di dimenticare le disgrazie che era stata costretta a sperimentare, senza mai assaporare la gioia di un figlio ("avrei tanto voluto una bambina", ammette la donna) e col tentativo disperato e incompiuto di sfuggire a quel passato che tornava costantemente a farle visita.

Niente carne ai bimbi poveri", bufera sulla scuola di Gallarate

Giovanni Masini - Gio, 18/09/2014 - 17:49

La giunta di centrosinistra pubblica un bando che prevede due menu differenti a seconda delle disponibilità economiche delle famiglie


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La scena sembra tratta da Oliver Twist: i figli dei ricchi mangiano un pasto abbondante, completo di secondo e contorno, mentre ai bimbi poveri è riservato un pranzo "semplificato", privo di due portate. La storia, raccontata da La Prealpina, non arriva però dalla Londra Vittoriana, ma da Gallarate, nel Varesotto, dove la giunta di centrosinistra guidata da Edoardo Guenzani ha pubblicato sul sito del Comune un bando di gara che introduce i due menu differenziati, per più e meno abbienti.

Il quotidiano varesino ha raccolto la dichiarazione dell'assessore gallaratese alla Pubblica Istruzione, Sebastiano Nicosia: "Molte famiglie fanno fatica a pagare le rette. Non è una nostra percezione, bensì un problema manifestato. Quindi, ci sarà anche un menù a un costo minore". Nicosia spiega poi che più di una famiglia, tra quelle in difficoltà economiche, aveva chiesto di esonerare i propri figli dal servizio di refezione: "Purtroppo, però, - spiega l'assessore - è un obbligo, come un'ora di lezione. Non si può dare l'autorizzazione a saltarla."

Di qui l'idea di introdurre due menu - e due costi - differenti, per venire incontro "alle esigenze sia della scuola sia dei nuclei famigliari che possono spendere meno. D'altronde è un esperimento". Fino al 10 ottobre è aperto il termine per presentare le proprie candidature, poi si conoscerà il nome del vincitore dell'appalto, che interessa la refezione per la mensa di materne, elementari e medie, e scadrà solo nel 2019.

L'uomo è mammone? Le nozze sono nulle

Giovanni Neve - Gio, 18/09/2014 - 18:05

Lo dice la Corte di Cassazione che ha annullato il matrimonio di una coppia di Mantova: "Legame patologico"


Uno dei luoghi comuni più noti in italia è che l'uomo è un "mammone". Questo forte legame tra madre e figlio, spesso, non va giù alla moglie-nuora.
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E adesso è intervenuta anche la Corte di Cassazione. Il tribunale ha accolto la richiesta del Tribunale eclesiastico che aveva annullato il matrimonio di una coppia di Mantova. Il rapporto del marito con la propria è stato definito "patologico" dalla moglie, che si era opposta alla nullità del matrimonio perché chiedeva che le venisse riconosciuta la colpa dell'uomo per poter ottenere l'indennizzo.

Nella sentenza la Suprema Corte scrive che l'uomo era affetto da una patologia "manifestatasi, dopo le nozze, in note marcate di dipendenza dalla figura materna, con incapacità ad assumere l'obbligo di quella minima integrazione psico-sessuale che il matrimonio richiede, mostrandosi anaffettivo e indifferente nei confronti della moglie". "Non esistono ostacoli - aggiunge la Corte - al riconoscimento nell'ordinamento italiano dell'efficacia della sentenza emessa dal tribunale ecclesiastico". Il matrimonio era stato celebrato nel 2007, e nel 2010 era già terminato. Il Tribunale ecclesiastico ha esaminato i due sposi con test e perizie.

La conclusione a cui era giunto è che il marito, a causa del rapporto con la madre, aveva sviluppato una "patologia produttiva dell' incapacità ad assumere l'obbligo di quella minima integrazione psico-sessuale che il matrimonio richiede con la conseguenza di un comportamento anaffettivo e indifferente nei confronti" della moglie. "In un caso come quello in esame - conclude la Suprema Corte -, in cui l'altro coniuge ha determinato con la sua incapacità derivante da una patologia psichica, l'invalidità del matrimonio concordatario si pone, sia pure ex post, una questione di effettività e validità del consenso che prevale sulla tutela dell'affidamento riposto dal coniuge inconsapevole al momento della celebrazione del matrimonio".

Teramo, brevettato l'apparecchio contro le orecchie a sventola

Giovanni Masini - Gio, 18/09/2014 - 18:08

Una signora abruzzese ha ottenuto il riconoscimento dal ministero per lo Sviluppo Economico: "Ma l'idea è nata senza scopo di lucro"


Sono forse uno tra i complessi fisici più diffusi, le orecchie a sventola: a quanti bambini e adolescenti sarà capitato di essere presi in giro, a scuola, per questa piccola particolarità anatomica?
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Bene, da oggi esiste un dispositivo che potrà "correggere", se così vogliamo dire, questo tipo di caratteristica. A brevettarlo è stata una donna di Teramo, la signora Giuliana Franchi: "Si tratta di un oggetto che ha la forma di una V in corsivo con due curvature - spiega con orgoglio a Il Centro - la prima abbraccia l'asticella, l'altra va dietro l'orecchio e le parte metallica, anima del dispositivo che tra l’altro funge da molla sorreggendo le due asticelle. Ed è totalmente nascosta dietro all'orecchio"

Al quotidiano abruzzese la signora spiega di aver sofferto per il complesso delle orecchie a sventola - o "ad ansa", secondo una denominazione meno nota ma più corretta - sin da quando era ragazzina. Ora la sua invenzione è stata riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico, che le ha inviato a casa il brevetto per modello di utilità. Un riconoscimento ufficiale per un'idea nata "senza scopo di lucro".

Ora però è facile immaginare che più di un'azienda sarà disposta a commercializzare il prodotto, nella speranza di risolvere quello che in moltissimi non riescono a smettere di vivere come un problema.

Carlotta Sami, la nuova Laura Boldrini: ama gli immigrati e odia i nostri ragazzi

Libero


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Piccole Boldrini crescono. Come se non bastasse l’originale, adesso c’è la sua perfetta imitazione: si chiama Carlotta Sami, ha 43 anni, e da gennaio è la portavoce dell’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu, guarda caso la stessa carica che ricopriva la nostra Signora degli Oppressi prima di assurgere alla comoda poltrona di presidente (o presidenta) della Camera. Anche le dichiarazioni sono più o meno le stesse: una sequenza di banalità che s’interrompe solo all’ora della scemenza.

Circostanza preoccupante anche perché Carlotta come Laura, passato un breve periodo di apprendistato, ha cominciato a parlare a raffica. Dichiarazioni, interventi e interviste. E ogni volta che uno l’ascolta o la legge è combattuto tra la speranza che la smetta con le frasi fatte. E la consapevolezza che, appena smette con le frasi fatte, spara una bestialità sesquipedale. Insomma: una tortura. Roba che la Sami, da ex direttore di Amnesty International, dovrebbe mettere al bando. E invece sta distribuendo, ormai, con urticante generosità.

Ieri per esempio ha concesso una doppia intervista a Repubblica e alla Stampa. Manciate abbondanti della solita retorica da salotto bene: «Dietro i numeri ci sono storie di uomini e donne», «Confidiamo in uno sforzo integrato», «È un palazzo in fiamme», «L’Europa può e deve fare di più», «Bisogna attivarsi al più presto per evitare altre stragi del mare», «Per noi è una battaglia quotidiana», etc etc. Il tutto corredato da foto (la stessa, sui due giornali, accuratamente scelta dall’ufficio stampa evidentemente) che la ritrae in perfetta mise boldriniana: tailleur, camicetta con lustrini, il trucco al punto giusto e la messa in piega appena fatta. La “battaglia quotidiana” è importante, si capisce, ma non bisogna mica trascurare il coiffeur.

Poi ecco: la sequenza di frasi fatte si interrompe all’improvviso e, come da copione, la vice-Boldrini spara due bombe. La prima: siccome ci sono tre milioni di profughi in fuga verso l’Europa bisogna dare «visti umanitari» a tutti. E la seconda: per aiutare l’inserimento degli stranieri, «sponsorizziamo» il loro ingresso in università e creiamo «visti specifici» per il lavoro. Non è meraviglioso? In pratica si tratta di un bel programma di annullamento dell’Italia, una specie di invasione autorizzata, un suicidio collettivo con l’approvazione dell’Alto Commissariato Onu.

Carlotta Sami lo spiega bene: «Quando in un giorno arrivano 5 mila migranti e in maggioranza rifiutano di lasciare le impronte, le autorità italiane sono in seria difficoltà». E siccome sono in seria difficoltà che facciamo noi con quelli che rifiutano di lasciare le impronte? Semplice: diamo loro il «visto umanitario». Così poi se, umanitariamente, ce li troviamo per le vie di Milano con un piccone in mano a sfasciare la testa ai pensionati, sappiamo chi ringraziare.

Vi invito però in particolare a riflettere sulle «sponsorizzazioni» per le università e per il mondo del lavoro. In pratica, se ho capito bene, la nostra nuova madonnina del Rifugiato, propone una specie di “quota profughi” per accedere negli atenei e per avere l’agognata occupazione. Una corsia preferenziale, insomma, un numero ad accesso riservato, lo sky priority del barcone.

Ora, non so se nel salotto dove la signora Sami esibisce la messa in piega è arrivata la notizia, ma ci sono proprio in questo momento migliaia di ragazzi italiani che si stanno contendo un posto per entrare nelle università a suon di test, prove d’ammissione e graduatorie varie. Molti di loro dovranno rinunciare ai loro sogni perché non c’è posto in facoltà.

E dovrebbero vedersi scavalcati da un clandestino mascherato, che neppure dovrebbe stare in Italia? E perché mai? E allo stesso modo perché i disoccupati italiani, con la difficoltà a trovare occupazione vera che c’è oggi, dovrebbero per far posto agli amici di Carlotta con il «visto umanitario» in gentile offerta? Solo per permetterle di far bella figura nel prossimo summit internazionale dell’Onu, fra ottime tartine e commoventi slide?

Suvvia, non scherziamo: l’invasione che l’Italia sta subendo, al di fuori di ogni regola e di ogni controllo, è un problema troppo serio per essere lasciato alle ambizioni delle aspiranti Boldrini.
L’invasione brucia sulla pelle di un Paese in ginocchio, scuote le città e la provincia, fa esplodere tragedie e paure: non può essere affrontato solo con il solito carico di retorica buonista. E tanto meno con proposte indecenti che non farebbero altro che spargere sale sulle ferite aperte.

Per cui, meglio non esagerare: se Carlotta vuol proprio giocare a fare la Laura, allora si faccia dare anche la sua poltrona alla Camera, l’auto blu, la scorta e il filo di perle al collo, che un po’ le manca. La sostituisca in tutto e per tutto, insomma, perché una che parla come la Boldrini, con un po’ di fatica, la possiamo sopportare. Ma due sono troppe. Due cominciano a farci temere che esista qualcosa persino peggio della devastante invasione dell’Italia: la devastante boldrinizzazione dell’Italia. Chissà quale ci distruggerà prim

Greta e Vanessa, l'Italia ha deciso: pagherà il riscatto per le due ragazze italiane

Libero

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I contatti sono avvenuti discretamente durante l’estate. Colloqui riservati su cosa stava avvenendo in Iraq e Siria e le prime informazioni sulla situazione degli ostaggi italiani. Da una parte alti ufficiali dell’Aise guidato da Alberto Manenti, dall’altra esponenti del Movimento 5 stelle che siedono nel comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, il Copasir. Nel comitato guidato dal leghista Giacomo Stucchi ci sono ben tre parlamentari del movimento di Beppe Grillo. Bito Crimi, Bruno Marton e Angelo Tofalo.

Ce ne sono poi tre del Pd (Felice Casson, Roberto Speranza e l’ex dipendente dei servizi segreti italiani Maria Rosa Villecco Calipari), uno di Ncd (Giuseppe Esposito, vicepresidente), uno di Sel (Francesco Ferrara) e uno di Scelta civica (Paolo Vitelli). Ne è clamorosamente escluso invece Forza Italia. I contatti fra gli esponenti a 5 stelle e i vertici dell’Aise sono stati ovviamente riservati. Ma hanno prodotto la prima conseguenza politica: proprio su insistenza dei grillini questa mattina il Copasir ascolterà in seduta segreta il gran capo dell’Aise. Ufficialmente si parlerà di tutto.

Ma il tema vero del confronto con i parlamentari è uno solo: l’esposizione della situazione degli ostaggi italiani in mano all’Isis o a bande siriane, e le possibili soluzioni per giungere alla loro liberazione. L’Aise cercherà di comprendere quale copertura politica c’è per la linea già emersa negli incontri con i 5 stelle: quella sul pagamento dei riscatti per ottenere la liberazione degli ostaggi. Sostanzialmente oggi verrà chiesto in seduta segreta al parlamento un via libera a operazioni che sono già in corso. I servizi segreti italiani sono infatti sicuri di avere trovato i canali giusti per arrivare alla soluzione. In mezzo però c’è quell’ostacolo non da poco: il pagamento dei riscatti richiesti, che ammonterebbero complessivamente ad alcuni milioni di euro.

Un tema sollevato quest’estate proprio da Libero, con il direttore Maurizio Belpietro che ha messo in guardia dai rischi di questa forma umanitaria di finanziamento al terrorismo: pagare il riscatto diventerebbe un incentivo a ripetere il crimine, trasformando l’Italia in ventre molle dell’Occidente, determinando quella che tecnicamente gli esperti di intelligence chiamano pull-effect, effetto spinta. Una sorta di invito a rifarlo. Lo stesso dibattito sta agitando altri paesi e la comunità internazionale, visto che alcuni di loro (la Francia) hanno proceduto con i pagamenti consentendo la liberazione di alcuni ostaggi, e altri (Stati Uniti e Gran Bretagna) no, con le conseguenze che abbiamo tragicamente visto nei filmati dell’orrore dei tagliagole iracheni.

Perplessità sul pagamento esistono anche nella politica italiana. C’è chi pensa sia difficile spiegare l’uso di quelle risorse dello Stato per fare liberare giornalisti e volontari di Ong rapiti all’estero, quando lo stesso criterio non è stato utilizzato (ad esempio) per la salvezza di un cittadino sequestrato sull’Aspromonte. Il governo Renzi sembra orientato a pagare quei riscatti, ma non darebbe il via libera senza coperture politiche molto larghe. Quella dei 5 stelle c’è, dopo che l’Aise li ha convinti che non ci sia altra strada percorribile.

Il movimento di Grillo non ha nemmeno fatto mistero di questo ruolo- chiave che si è intestato nella vicenda iracheno-siriana. E in un comunicato ieri ha spiegato: «Abbiamo chiesto l’audizione del direttore dell’Aise Alberto Manenti al Copasir per seguire con attenzione i progressi e gli sviluppi sugli ostaggi italiani. Potremo quindi capire bene le criticità e le azioni poste in essere per salvaguardare l’incolumità dei nostri connazionali. L’esperienza del direttore Manenti è una garanzia di impegno».

Perfino una lode esplicita al capo dei servizi italiani, cosa piuttosto rara in casa 5 stelle. Manenti è capo del servizio solo da luglio, ma già nei mesi precedenti ne era di fatto il reggente operativo insieme al capo delle operazioni Boeri. Sono stati loro a condurre a maggio un’operazione conclusasi felicemente: quella della liberazione di Federico Motka, prigioniero insieme all’inglese David Haines, che poi è stato decapitato dai tagliagole perché David Cameron non ha voluto pagare il riscatto. Molte voci sono circolate su quell’operazione, e la principale è stata proprio quella di un pagamento di riscatto che oscillava fra i 5 e i 6 milioni di euro. Voci rinfocolate dal viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli, con le dichiarazioni in cui non ha escluso quei pagamenti.

Il Copasir di oggi potrebbe suggellare quella linea politica che sta a cuore ai 5 stelle e che sembra prediletta anche dai vertici dei servizi italiani. In fondo i più contrari albergano nelle fila di Forza Italia, che in quel consesso non ha rappresentanti formali. Anche all’interno dell’Aise la linea del pagamento del riscatto è ormai prevalente. Quelli più dubbiosi su questa strada sono stati in questi mesi allontanati dal servizio (nove generali dell’esercito e uno della Guardia di Finanza).

Tutti e dieci i generali erano stati aggiunti ai servizi all’epoca dei governi di Silvio Berlusconi. Il loro allontanamento pare legato anche alle perplessità avanzate sul ruolo di un ufficiale Aise ex colonnello dei carabinieri inviato in Turchia ad addestrare militanti jihaddisti «buoni», e sull’ospitaòlità concessa ad ufficiali dei servizi segreti degli Emirati Arabi (che hanno avuto un ruolo non secondario nella crescita dell’Isis) in una base militare di Alghero.

di Franco Bechis