lunedì 22 settembre 2014

Venduti 10 milioni di iPhone 6: “Nuovo record”

La Stampa

Boom di acquisti nella prima settimana. L’ad Tim Cook: «Superate le nostre attese. Con scorte maggiori avremmo potuto venderne di più». Dal 26 settembre sbarcherà in Italia

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Apple ha venduto più di 10 milioni di iPhone e iPhone 6 Plus nel primo fine settimana di vendite. Lo afferma Apple, sottolineando che si tratta di un «nuovo record». In totale sono nove i Paesi in cui è stato venduto: oltre a Stati Uniti e Porto Rico ci sono Australia, Canada, Hong Kong, Giappone, Singapore, Francia, Germania e il Regno Unito. Per l’Italia si parte invece il 26 settembre, insieme ad altre 20 nazioni.

I nuovi iPhone saranno disponibili in 115 nazioni entro la fine dell’anno.
«Le vendite di iPhone 6 e iPhone 6 Plus hanno superato le nostre attese, e non potremmo essere più soddisfatti. Ringraziamo i nostri clienti che hanno reso questo il miglior lancio di sempre. Avremmo potuto vendere più iPhone con scorte maggiori e stiamo lavorando per eseguire tutti gli ordini il più possibile». Lo afferma l’amministratore delegato di Apple, Tim Cook.



iPhone, la corsa al nuovo modello alimenta il mercato dell’usato
La Stampa

francesco zaffarano
21/09/2014

Molti appassionati vendono il vecchio smartphone per acquistare quello di ultima generazione che arriva venerdì nei negozi italiani. E sul sito Buydifferent, che li compra, il numero di iPhone 5s ritirati è quintuplicato rispetto alla media dei 2 mesi precedenti

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L’attesa per l’arrivo di iPhone 6 nei negozi italiani è quasi giunta al termine. In Italia l’iPhone 6 e il 6Plus arriveranno il 26 settembre e su internet si fa sempre più frenetica la corsa per vendere il vecchio modello e attutire la nuova spesa. Sulle pagine di Subito.it, ad esempio, sono stati pubblicati 10mila nuovi annunci per la vendita di iPhone 5 e 5s, con un aumento del 100% rispetto alla settimana precedente.

Di questi oltre 2.000 sono stati pubblicati nei due giorni che hanno preceduto il lancio. Non cambia il panorama su Kijiji. Qui, dove al momento si contano 44mila annunci di smartphone di seconda mano (di cui il 26% riguarda prodotti Apple e il 38% Android), dopo la presentazione dell’iPhone 6 lo staff ha registrato un incremento del 6% da una settimana con l’altra: 1900 offerte create da utenti che dichiarano di voler vendere il proprio telefono per poter fare l’upgrade al nuovo modello. Anche in questo caso la maggior parte dei telefoni in vendita sono iPhone 5, venduti in media a 400 euro l’uno. 

Forse anche a causa di un’offerta così ampia, però, non tutti riescono a piazzare il proprio smartphone con un semplice annuncio online, ed è per venire incontro a chi ha fretta di disfarsene che il sito di e-commerce BuyDifferent ha dato vita a un servizio dedicato proprio al ritiro e valutazione dei prodotti Apple usati.

Sul sito di BuyDifferent, nella sezione “iPhone e iPad usati” gli utenti possono valutare il proprio smartphone o tablet scegliendo tra i modelli disponibili e specificandone la capacità di archiviazione, il livello di usura e la presenza o meno della confezione originale. Stabilito il valore del prodotto, l’utente può decidere se proseguire con il ritiro del telefono, che avviene a spese di BuyDifferent: se tutto fila liscio e le condizioni del prodotto corrispondono a quelle dichiarate, il pagamento viene effettuato entro sette giorni tramite bonifico bancario.

«Tutti gli iPhone e iPad ritirati sono sottoposti a una trentina di test in laboratorio, vengono eventualmente aggiustati e poi venduti sul nostro sito con una formula di usato garantito per dodici mesi dall’acquisto» spiega Alessandro Palmisano, uno dei fondatori di BuyDifferent. «Ogni prodotto che rivendiamo sul sito viene affiancato da una scheda realizzata su misura, dove sono riportati dettagli sulle caratteristiche del dispositivo ed eventuali difetti estetici presenti, con fotografie realizzate apposta da noi per ogni singolo prodotto», per fare in modo che i clienti sappiano esattamente cosa comprano.

«Le vendite da parte degli utenti sono in continuo aumento dal lancio del servizio, nell’autunno del 2013» spiega Alessandro. A vendere è un’utenza trasversale ma, secondo un sondaggio realizzato dalla stessa azienda, «quasi due terzi hanno risposto che l’intento è di liquidare il “vecchio” telefono per passare al nuovo iPhone 6». Tra loro si trovano dai giovanissimi che vogliono stare al passo con i nuovi prodotti fino alle aziende che vendono i vecchi telefoni a pacchetti di cinquanta o cento unità per rinnovare le dotazioni dei propri dipendenti.

«Adesso che si avvicina l’uscita del nuovo modello il numero di iPhone 5s ritirati è aumentato del 500% rispetto alla media dei 2 mesi precedenti, mentre per gli iPhone 5 abbiamo registrato un incremento di oltre il 700%», un dato che secondo quanto dichiarano i clienti di BuyDifferent è legato alla speranza che, rispetto al suo predecessore, il nuovo iPhone riesca a risolvere sensibilmente i problemi di durata della batteria, giudicata unanimemente troppo scarsa.

Nonostante le cifre siano decisamente inferiori, poi, BuyDifferent continua ad acquistare anche alcuni dei vecchi prodotti Apple: «la percentuale di ritiri è ferma al 2,5% per l’iPhone 3Gs e al 5% per l’iPad 1, che però continuano ad avere un loro mercato nell’usato». Se il vecchio iPhone, infatti, viene acquistato «come smartphone “muletto”, utile per mandare e ricevere email o per usare WhatsApp», cosa che non può fare il modello precedente, nel caso del primogenito della famiglia iPad «gli acquirenti tipo sono mamme con figli sotto i 10 anni che utilizza il tablet Apple con custodie robuste come strumento di apprendimento e divertimento per i piccoli. Un iPad 1 Wi-Fi senza connessione 3G è acquistabile oggi con una spesa di circa 90 euro ed è ancora un valido strumento per questo tipo di utilizzi». 

Con buona pace dei modelli più recenti e costosi, quindi, le vecchie glorie della Mela continueranno a tenersi la propria fetta di mercato, senza costringere chi li compra a file estenuanti e nottate passate davanti alle serrande abbassate dei negozi. O almeno sarà così fino a quando i nuovi arrivati non diventeranno improvvisamente obsoleti a loro volta.

Roma, autista aggredita da 40 immigrati La rivolta dei residenti

Il Meassaggero

di Laura Bogliolo e Riccardo Tagliapietra


ROMA Rabbia e follia in una storia fatta di violenza, vendette e insofferenza consumate a Corcolle, un quadrante all'estrema periferia est. Sabato un bus condotto da una giovane autista dell'Atac viene preso d'assalto da una quarantina di immigrati ubriachi. «Avevo paura che mi violentassero» racconterà Elisa Di Bianco, 33 anni. Ieri pomeriggio, la vendetta. Una vera e propria caccia all'immigrato innescata da qualche balordo dopo che nel quartiere sono cominciate a girare voci su un'altra presunta aggressione a un'altra conducente, della linea 508, da parte di alcuni africani. «Abbiamo preso quattro stranieri», grida qualcuno tra le strade del quartiere chiamando a raccolta altre persone. Un gruppo di aggressori, intanto, ha fermato i bus, le linee 042 (quella guidata da Elisa) e la 508. Gli immigrati vengono fatti scendere, insultati e aggrediti. Si parla di almeno tre feriti (anche se molti stranieri dopo le botte sono fuggiti), tutto questo in un quartiere dove due settimane fa sono arrivati un centinaio di rifugiati politici in cerca di un futuro migliore.

«LE RONDE»
Almeno duecento le persone che ieri poco dopo le 19 hanno bloccato via Polense, la strada che attraversa il paese, la stessa via dove Elisa ha vissuto attimi di panico il giorno prima. «Ero terrorizzata» racconta la giovane autista che ha provato a fuggire, ma è stata bloccata due volte nel giro di pochi metri: lanci di bottiglie e sassi, un finestrino in frantumi e la minaccia «apri o t'ammazziamo». Elisa, originaria di Olevano Romano, alla fine è riuscita a fuggire, ma ieri ha passato la giornata all'ospedale di Subiaco.Il sindaco Ignazio Marino ha espresso solidarietà all'autista, i sindacati hanno chiesto maggiore sicurezza.

Intanto a Corcolle esplodeva la violenza, mentre i residenti manifestavano contro il nuovo centro di accoglienza per rifugiati politici aperto due settimana fa in via Novafeltria. I picchiatori hanno iniziato a bloccare i bus in transito. Hanno fermato gli autisti dell'Atac che percorrevano via Fermignano, via Polense e poi via Prenestina, che scandiscono il percorso delle linee di trasporto pubblico, ed è scattata la violenza. «Scendi!» hanno intimato agli immigrati e poi giù, calci e pugni. Un vero e proprio pestaggio a sfondo razziale. C'è anche chi dice che l'aggressione sia scattata quando i bus con a bordo i migranti hanno incrociato la protesta dei residenti: sono volati insulti tra manifestanti e stranieri, poi alcuni hanno aggredito gli immigrati.

Sul posto sono subito arrivati le volanti della polizia, il reparto prevenzione crimine e i carabinieri, che hanno cercato di sedare la protesta violenta, mentre quella più civile dei residenti sfilava per le strade. «Non siamo razzisti - dice Roberto Ignagni del comitato di quartiere I giardini di Corcolle - manifestiamo perché siamo stanchi di avere paura: due settimane fa hanno ospitato un centinaio di profughi in una struttura in via Novafeltria, vorremmo solo più sicurezza e non avere il timore di mandare i nostri figli a scuola sui bus».

LE VIOLENZE
La manifestazione e le violenze sono durate fino a tarda sera, quando le forze dell'ordine, arrivate in massa, hanno completato il presidio del territorio. «Siamo stanchi del degrado», «vogliamo più sicurezza» le frasi ricorrenti dei manifestanti. La zona teatro delle aggressioni di ieri fa parte del VI municipio che ospita già 15 centri di accoglienza. A fine luglio a Torre Angela era esplosa la psicosi con presidi e manifestazioni dei cittadini: girava voce che dovessero arrivare 3.000 migranti in un ex centro commerciale. «La gente è esasperata, siamo il territorio a Roma che ospita più rifugiati», ha ribadito in serata Marco Scipioni, presidente del VI Municipio, accusando il prefetto, Giuseppe Pecoraro, di «non aver comunicato l'arrivo di altri migranti». Il livello di tensione sociale, ribadisce, è ormai al massimo, con il rischio concreto di una nuova escalation di violenza.

Lunedì 22 Settembre 2014, 06:24 - Ultimo aggiornamento: 13:50

Cosa si lancia a uno zingaro che sta affogando?". Polemiche per il post leghista

Sergio Rame - Lun, 22/09/2014 - 13:17

Bufera nel Trevigiano per il post del segretario Andrea Della Puppa. Ventilata l'ipotesi di presentare un esposto

"Cosa si lancia ad uno zingaro che sta affogando?". La provocazione arriva via Facebook.

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Ed è firmata dal segretario della Lega Nord di Maserada, in provincia di Treviso, Andrea Della Puppa. La risposta alla domanda: "La moglie e i figli". Il post, pur raccogliendo qualche "mi piace", ha subito scatenato pesantissime polemiche nel trevigiano, anche perché queste parole sono affidate all’effige di un papero con in bocca una sigaretta.

I nomadi sono sicuramente uno dei cavalli di battaglia di Della Puppa che in un post di qualche giorno fa se l'era prende con i carabinieri di Spresiano, rei di non aver tenuto nella giusta considerazione le sue rimostranze per un accampamento di rom che "vivono e bivaccano in un parcheggio pubblico con vari camper". La sparata contro lo "zingaro che affoga", però, è stata considerata troppo anche dagli stessi leghisti. Tanto che il governatore del Veneto Luca Zaia ha duramente criticato il post.

Della Puppa non è nuovo a questo tipo di "uscite" sul social network. Non più di un paio di giorni fa il segretario leghista di Maserada aveva, infatti, citato l'esortazione dell’ex ministro all'Integrazione Cecile Kyenge ad accogliere gli immigrati accompagnandola con una foto di Adolf Hitler che imbraccia un lanciafiamme. "E allora diamogliela, per Dio!", aveva commentato sotto lo scatto. Dopo l'ennesima gaffe sui rom da più parti è stata ventilata l'ipotesi di presentare un esposto affinché sia applicata la legge Mancino che sanziona l’istigazione, in particolare, a gesti ispirati al nazifascismo.

Roma, sassi e bottiglie contro autobus di linea. L’autista terrorizzata da 40 immigrati inferociti

La Stampa

È accaduto sabato sera alla periferia della capitale. Gli extracomunitari, innervositi dal ritardo del mezzo, hanno gridato insulti e minacciato la conducente che è poi riuscita a raggiungere il capolinea facendosi largo con il veicolo stesso tra la folla di violenti. Oggi si è recata al pronto soccorso per lo choc subito. Ieri sera altro episodio di aggressione ai danni di un mezzo pubblico con minacce di stupro alla conducente. L’Atac sporgerà denuncia contro ignoti.
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Un bus preso d’assalto a Roma a colpi di sassi e bottiglie. E l’autista, una giovane donna che, in preda al panico, riesce a scappare all’aggressione di 40 immigrati, forse ubriachi e stanchi di dover attendere alla fermata all’ estrema periferia della capitale i Roma. 

È accaduto sabato sera e a raccontare l’accaduto è Elisa, 33 anni, da quasi 8 autista dei bus Atac, l’azienda che gestisce il trasporto pubblico della Capitale, ancora terrorizzata per quello che ha vissuto. «Me li sono trovati davanti, erano una quarantina. Erano alla fermata dell’ autobus sulla via Polense e aspettavano quello che stavo guidando. Mi sono fermata - ricorda ancora sotto choc - e quando stavo per aprire le porte uno di loro ha tirato una bottiglia di birra nella vettura rompendo il vetro, forse perché irritati dall’attesa. Per fortuna non c’era nessuno a bordo. A quel punto ho inserito la marcia e sono scappata». Ma non è finita lì. L’aggressione si è ripetuta anche più tardi.

Elisa era alla guida del bus della linea 042, che collega Lunghezza a Corcolle, alla periferia est di Roma: «Erano le 19.30 - racconta - e dopo aver chiamato il mio ispettore, mi sono recata d’accordo con lui al capolinea, non facendo quindi più fermate. Lui mi ha chiesto se me la sentivo di portare la vettura in rimessa, e ho risposto di sì. Mentre percorrevo la strada, me li sono ritrovati nuovamente davanti. Mi hanno insultato, mi hanno detto che mi avrebbero ammazzato se non avessi aperto le porte. Nel frattempo tiravano sassi e bottiglie e hanno finito di spaccare il vetro già rotto in precedenza con la bottiglia di birra. Ero disperata e così ho chiamato un collega che mi ha tenuto compagnia. Loro, un gruppo di immigrati, quando mi hanno visto al telefono hanno aperto un piccolo varco e io ho approfittato per scappare».

L’autista si è recata al pronto soccorso e ancora non si dà pace: «Me la sono vista brutta, ho avuto paura perché non avevo una vettura blindata considerata la zona e l’ora?». Emilio, il collega che è rimasto al telefono con Elisa tutto il tempo racconta l’ansia con la quale la sua amica parlava al telefono con lui in quei lunghi minuti di paura. «Mi ha chiamato in lacrime, era spaventata, io ho cercato di tranquillizzarla mentre uscivo di casa per raggiungerla. Ma mentre le parlavo sentivo gli insulti che le venivano rivolti e soprattutto i colpi sulla vettura. È stato terribile». E un altro autobus è stato preso d’assalto ieri notte. Anche in questo caso l’autista era una donna, conducente della vettura numero 508, sempre nel quartiere Corcolle. Nessun danno in questa occasione, ma molta paura per l’autista che è stata minacciata di stupro, anche stavolta da un gruppo di stranieri. 

L’Atac, pronta a sporgere denuncia contro ignoti perché quanto accaduto «non è tollerabile», sottolinea di aver «inviato mesi fa una lettera alle forze dell’ordine in cui venivano rappresentate le criticità di alcune zone sul fronte sicurezza, specie in periferia». Il sindaco di Roma Ignazio Marino, esprimendo vicinanza all’autista aggredita, chiede che sia chiarito al più presto quanto accaduto «punendo veramente i responsabili di questo vile gesto».

Ora so chi sono i miei compagni”. Così Internet ha cambiato i Paesi post-comunisti

La Stampa
ilaria maria sala

Intervista a Emily Parker, membro della New America Foundation dove si occupa di diplomazia digitale e autrice del libro “Now I Know Who My Comrades Are”: « Ho analizzato la situazione della censura in Cina, Russia, Cuba. la situazione più difficile? Quella cubana»

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“Now I Know Who My Comrades Are” (“Ora so chi sono i miei compagni”), da poco uscito negli Usa, è un volume scritto da Emily Parker, ex-giornalista ora membro della New America Foundation dove si occupa di diplomazia digitale. Il libro racconta le storie degli internauti – la loro vita, le loro esperienze sul web, il modo in cui quest’incontro ha cambiato le loro opinioni sulla realtà che li circonda e il loro Paese stesso – appartenenti a tre nazioni fra le meno aperte alla libertà online: la Cina, la Russia, e Cuba. L’abbiamo incontrata all’Università di Yale, dove ha tenuto una conferenza all’interno del Dipartimento di Legge, per farle alcune domande sul suo lavoro e in particolare sulle lezioni apprese nel corso delle ricerche svolte.

Come è nata l’idea di questo libro?
«Nel 2004, quando lavoravo a Hong Kong per il Wall Street Journal, non era ancora del tutto chiaro che Internet sarebbe divenuto così importante in Cina. Il “Muro di Fuoco” della censura era infatti già attivo dagli anni Novanta, e sembrava molto efficace. La storia con cui inizio il libro, che è anche quella da cui ho tratto il titolo, racconta di come Michael Anti, oggi uno dei blogger e attivisti online più noti, era fino al 1999 un forte sostenitore del Partito Comunista Cinese, che si era perfino infuriato contro la stampa straniera dieci anni prima, in occasione dei fatti di Tiananmen. Anti aveva creduto alla versione data dalla televisione, l’unica a lui accessibile all’epoca, quando abitava in periferia di Nanchino. Poi, dieci anni dopo, riuscendo a scaricare una newsletter di un gruppo dissidente dall’estero, si è reso conto di quello che era successo, ed ha cominciato a utilizzare Internet con determinazione, trovando per l’appunto chi erano davvero i suoi “compagni”, e provando un forte senso di tradimento e delusione».

Come funziona la censura in Cina?
«Quello che Internet consente è la libertà di riunione virtuale. E questo è quanto di più temuto ci sia per le autorità cinesi. Sulle varie piattaforme social, i post critici nei confronti del governo sono spesso lasciati stare, quelli che vengono invece immediatamente cancellati sono quelli che chiamano all’azione, all’assembramento. Ci sono quattro livelli diversi di censura: il primo, il più noto, riguarda il Grande Muro di Fuoco. Poi c’è quello invece che si basa sulle parole chiave filtrate automaticamente. Poi quello che viene gestito da censori umani, che sono diverse decine di migliaia, molti dei quali sono laureati, e lavorano per dei gruppi che si occupano di Internet, e magari desidererebbero un Internet più libero.

Poi, l’ultimo livello, che ha un enorme potere ed è pervasivo, è quello dell’autocensura. Ci sono casi in cui tutto questo non è sufficiente, come successe nel 2011 con l’incidente di treno nella città di Wenzhou (che portò alla morte di almeno 40 persone, fra cui anche Assunta Liguori, studentessa italiana, ndr). I commenti erano divenuti troppi, e troppo rapidi, e i censori hanno visto che era meglio lasciare che le persone si sfogassero».
 
La situazione è molto diversa negli altri Paesi presi in esame?
«Si, per diversi motivi. In Russia, per esempio, i censori sono molto più lenti, ma in generale bisogna anche considerare che, entro certi limiti, la situazione che si trova per la strada, per così dire, è simile a quella che si vede sul web. Dunque in Russia mi ero molto stupita: perché Internet è così poco censurato, mi chiedevo? E mi sono resa conto che lo è perché è uno strumento ancora marginale. Oggi le cose stanno cominciando a cambiare, ma fino a poco tempo fa se c’era un appello a manifestare che passava da Internet, ad andarci erano poi al massimo cento persone: le manifestazioni non hanno impatto, c’è un forte senso di apatia. Di nuovo questo sta iniziando a cambiare ma fino a pochissimo tempo fa circa l’85% dei russi aveva la sensazione di non aver nessun potere sulla situazione politica nazionale.

Il blogger Alexei Navalny ora è divenuto famoso, negli anni in cui stavo scrivendo il mio libro lo era molto meno, dato che Internet importava molto meno. Oggi Putin sta censurando con maggior impeto e rapidità: segno che Internet comincia a essere più influente ed importante. Se parliamo di Cuba, poi, la situazione è di nuovo completamente diversa. Rispetto agli altri Paesi, è quello dove le mie ricerche sono state più difficili. Qui l’accesso a Internet è molto limitato, solo il 5% dei cubani riescono ad andare online, e anche per loro resta molto costoso. In questo modo è chiaro che il controllo sia facile. Per i blogger che decidono di scrivere online i rischi sono numerosi, ma riescono ad entrare in contatto anche con la massiccia diaspora cubana, e riescono ad avere accesso ad informazioni preziose. L’effetto che Internet ha avuto su questo piccolo gruppo di persone è fortissimo». 

Come mai ha scelto questi tre Paesi?
«Volevo fare un lavoro comparativo perché quello che sto descrivendo è un fenomeno globale. Ovvio che la Cina, la Russia e Cuba siano molto diverse fra loro, ma hanno anche alcuni aspetti in comune. In tutte e tre, infatti, Internet offre uno spazio di espressione che non può essere trovato in media più “tradizionali”. E poi tutti e tre i Paesi condividono una storia comunista , anche se Cuba è stato decisamente il Paese in cui ho avuto maggiori difficoltà ad ottenere accesso.Una comunanza sta nel fatto che su Internet le persone sviluppano abilità e fanno esperienze che poi portano con sé nel mondo “reale”, per cui l’impatto continua anche dopo l’essersi staccati da Internet.

Le persone di cui parlo nel mio libro mi hanno detto che Internet li ha aiutati a superare sentimenti di paura, apatia e isolamento. Internet li ha aiutati a trovare una voce, e li ha anche aiutati a trovare altre persone con idee e obiettivi simili. Non che questo porti automaticamente a una rivoluzione, certo. Però questi individui sono non di meno trasformati, e la loro trasformazione modella i loro comportamento offline». 

La banconota più usata cambia volto: da domani in circolazione i nuovi 10 euro

Il Mattino

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ROMA - Le 10 euro cambiano volto e a partire da domani, 23 settembre 2014, saranno in circolazione le nuove banconote.
Delle nuove banconote la Banca d'Italia ha realizzato 500 milioni di pezzi ma il loro ingresso sarà graduale. Ovviamente in questi primi mesi sarà ancora possibile utilizzare le ormai vecchie 10 euro.

Lo scopo dell'introduzione della nuova moneta è di limitare l'uso della contraffazione.
Come grafica, la banconota è molto simile alla vecchia, ma ci sono piccoli cambiamenti estetici e una nuova filigrana. L'urgenza di nuove misure di sicurezza emerge anche dagli ultimi numeri pubblicati dall'Eurotower sulla contraffazione del contante. Il numero delle banconote in euro contraffatte è aumentato nel secondo semestre dell'anno scorso dell'11,4% su base annua a un totale di 353mila.

lunedì 22 settembre 2014 - 09:57   Ultimo agg.: 09:58

Lega, il processo da rifare dopo 18 anni

Libero


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Scusate, ci siamo sbagliati. Il Procuratore di Verona Guido Papalia aveva diritto di indagare sulle Camicie Verdi più o meno quanto il sottoscritto ha diritto di presiedere l’assemblea dell’Onu. Cioè, nulla. Per fortuna ce ne siamo accorti in fretta: ci abbiamo messo solo 18 anni. L’inchiesta sui leghisti responsabili di «associazione militare con scopi politici»,infatti, era nata il 1996. Al Quirinale, tanto per dire, c'era Scalfaro. Nel 1996 si disputavano le Olimpiadi di Atlanta, l’inventore di Facebook Mark Zuckenberg era appena uscito dall’asilo, gli sms erano scambiati solo da pochi adepti e i telefoni cellulari erano così poco diffusi che le intercettazioni di quell’inchiesta vennero fatte tutte su telefoni fissi.

Uno degli indagati, Matteo Bragantini, a quel tempo era un giovane studentello con i capelli lunghi. Oggi è un parlamentare di lungo corso con i primi segni dell’incanutimento e un po’ di pancetta. Però gli è andata meglio che a un altro dei 36 indagati, classe 1925, che nel frattempo è morto, senza nemmeno aver potuto scoprire che Papalia non aveva alcun diritto di perseguitarlo.

Però adesso non prendetevela con la giustizia: per capire se un procuratore può indagare o no su un fatto ci vorrà il suo tempo, no? Bisogna esaminare le carte con attenzione, magari serve anche un sussidiario di geografia per capire i confini delle province di Verona e Bergamo. Non è che si possa far tutto semplice.

E poi che volete? Diciotto anni e ci arrivano anche loro. Non lo fanno apposta a tirarla per le lunghe: lo dimostra il fatto che, appena si sono accorti che le Camicie Verdi erano state costituite a Pontida e accertato che Pontida non è provincia di Verona (promossi!), hanno predisposto il trasferimento «immediato» del fascicolo a Bergamo. Immediato, proprio così. 18 anni dopo, ma immediato. Nei tribunali mica si perde tempo.

Peccato solo che in questi 18 anni, nel frattempo, sia successo di tutto. Ricorderete: udienze, ispezioni della Digos in via Bellerio, scontri con la polizia, Maroni in barella, dibattiti in Parlamento, giornali scatenati. Sull’inchiesta di Papalia (che non doveva nemmeno cominciare) è stata scritta la qualunque, compresi gli indimenticabili titoli sui «Terroristi in Camicia Verde», «Secessione a Padania armata», «Organizzazioni militari leghiste», «Verde scuro tendente al nero» intere trasmissioni di Santoro, paginate indignate dei commentatori intelligenti. Ecco: scusate, ma ci siamo sbagliati. È nato tutto da un equivoco. Anzi, da un errore. Non se n’è accorta nemmeno la Corte Costituzionale: coinvolta per cinque volte nella vicenda, per cinque volte ha rimandato il fascicolo a Verona. Cioè nel posto sbagliato. Anche alla Consulta, evidentemente, ci sono problemi con la geografia.

Adesso ricomincia tutto da Bergamo. E ricomincia da zero. Dispiace un po’ per Papalia, che tutte le inchieste si porta via: nel frattempo è andato in pensione, ma il suo lavoro è stato inutile. O meglio: è stato utile solo a lui. Gli è servito a farsi un po’ di pubblicità, che fa sempre bene, e forse un po’ di carriera, arrivando a farsi nominare Procuratore Capo a Brescia. «Terun de la madonna, vuol arrestare il Va’ Pensiero», lo apostrofò Bossi.

Del resto la giustizia italiana è fatta così: il procuratore di Trani mette sotto inchiesta Moody’s e Standard's&Poor, Henry John Woodcock fa sfilare a Potenza Savoia e showgirl, Raffaele Guariniello convocherebbe a Torino pure San Gennaro se solo potesse. Basta che un magistrato intravveda la possibilità di avere l’attenzione dell’opinione pubblica e zac, l’inchiesta è aperta. Tanto che problema c’è? Al massimo finisce tutto in nulla. O peggio: 18 anni dopo si scopre che l’indagine non doveva nemmeno cominciare perché Bergamo non è Verona. Che importa? Le telecamere ormai sono lontane. E gli errori della giustizia, si sa, non li paga nessuno.

Mario Giordano

Tratta di schiavi, l'Europa accusa l'Italia «Da voi i mercanti la fanno franca»

Il Messaggero

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In Italia c'è «insufficiente attenzione» alla tratta di esseri umani. Tra il 2011 e il 2013 ufficialmente sono state assistite 4.530 persone, ma è solo la punta dell'iceberg. È una bocciatura per indifferenza verso i nuovi schiavi quella che arriva all'Italia dal primo rapporto del Greta, organismo di monitoraggio e anti-tratta del Consiglio d'Europa.Nel rapporto sull'Italia si afferma che «i dati forniti non rivelano la vera ampiezza del fenomeno» del commercio di nuovi schiavi perché in Italia non ci sono meccanismi adeguati a individuare le vittime, per raccogliere i dati e, appunto, si presta «insufficiente attenzione alle tratte che non hanno come scopo lo sfruttamento sessuale».

Restano cioè fuori dal radar delle autorità gli sfruttati dal caporalato agricolo, le badanti, le collaboratrici domestiche e i minori avviati all'accattonaggio. Il rapporto del Greta osserva inoltre che l'Italia non ha un piano d'azione nazionale sulla tratta di esseri umani, nè si è dotata di molti degli strumenti di cui si sono dotati altri Stati che sono, come l'Italia, Paesi di arrivo e transito di vittime del traffico. Così il Consiglio d'Europa chiede alle autorità italiane di «adottare con urgenza un piano d'azione nazionale che definisca priorità, obiettivi, attività concrete e responsabili per la loro attuazione».

«In Italia i mercanti di schiavi la fanno franca». Greta punta il dito anche sulla lentezza della giustizia in Italia, dove dal 1999 sono state assistite 29mila vittime della tratta. Tra il 2009 e il 2012 migliaia di mercanti di schiavi sono andati sotto processo, ma ci sono state solo 14 condanne nel 2010 e 9 nel 2011.Greta afferma di essere «preoccupato» dal basso numero di condanne per tratta di esseri umani pronunciate nel nostro Paese. Greta sottolinea che le autorità italiane non sono state in grado di dimostrare che le leggi italiane, per come sono formulate, permettano di mettere dietro le sbarre tutti i mercanti di schiavi.

Inoltre vengono sottolineati problemi per quanto riguarda la cooperazione giudiziaria con i Paesi al di fuori dell'Unione europea, quelli da dove vengono tanto la maggior parte delle vittime della tratta quanto i loro sfruttatori. Il rapporto, quindi, richiama l'Italia a «rafforzare gli sforzi per assicurare che i crimini inerenti alla tratta, qualsiasi sia il tipo di sfruttamento, vengano investigati e processati velocemente ed efficacemente, e che questo porti a sanzioni proporzionate e dissuasive».

Lunedì 22 Settembre 2014, 09:00 - Ultimo aggiornamento: 09:01

Goodbye Lenin, Berlino ora va a caccia della statua perduta

La Stampa

tonia mastrobuoni

Fino al 1991 stava nel quartiere di Friedrichshain. Poi fu abbattuta. Ora la città vorrebbe esporla in un museo, ma non si trova.

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C’era una volta piazza Lenin. Nei primi giorni di novembre del 1991, una gru si fermò davanti alla grande statua del rivoluzionario, nel cuore del quartiere berlinese di Friedrichshain, è la decapitò. Nella frenesia di quegli anni, in cui si stavano abbattendo ovunque e senza grandi distinguo tutti i simboli del comunismo dietro la Cortina di ferro, la testa fu portata in un bosco e buttata fra gli alberi. Nei giorni successivi, gli zelanti decapitatori portarono nello stesso posto anche le altre parti della statua, le braccia, il busto, le gambe. Poi, l’oblio.

Negli ultimi anni, tuttavia, qualcuno si è ricordato di quella statua alta quasi 20 metri e ha cercato di riportarla alla luce per esporla in un museo. E gli organizzatori della mostra di Spandau “Berlino e i suoi monumenti” hanno avuto la meglio su chi ha cercato di opporsi. All’inizio del 2015 la mostra sarà inaugurata e la grande statua di Lenin sarà uno dei pezzi forti. Peccato che nessuno si ricordi più dov’è sepolta.

Oltretutto, nel frattempo sono passati vent’anni e molta erba è cresciuta sul cumulo di terra che nasconde la statua del rivoluzionario. Però gli organizzatori della mostra si mostrano fiduciosi. Ora che i dubbi storici e gli ostacoli burocratici sono superati, stanno preparando un’avventurosa caccia al tesoro per rinvenire i 129 pezzi del colosso di Leninplatz - nel frattempo ribattezzata da molti anni piazza delle Nazioni Unite - sepolte nella Seddiner Heide. Nessuno sa dove, sarà una spedizione delirante, e l’inverno è lungo, soprattutto a queste latitudini. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire.