martedì 23 settembre 2014

Chiudere Beats o assorbirlo in iTunes? Apple alle prese con il dilemma dello streaming

La Stampa


Le cuffie Beats sono già in bella vista sull'Apple Store. Che ne sarà dell'omonimo servizio in streaming? 

Un'indiscrezione pubblicata da Techcrunch innesca il valzer delle ipotesi sul destino del servizio acquistato in primavera da Cupertino. Alcune possibilità, tra scissioni, accorpamenti e problemi di brand.

Chissà se avremo mai l'occasione di provare Beats Music in Italia. Il servizio di streaming fondato da Dr. Dre e Jimmy Iovine e acquistato in primavera da Apple assieme all'omonima linea di cuffie per una cifra superiore ai tre miliardi di dollari, è tornato prepotentemente alla ribalta nelle ultime ore, dopo che il sito Techcrunch – citando cinque fonti anonime – ne ha annunciato lo smantellamento. A stretto giro di posta è arrivata la smentita del portavoce di Apple, Tom Neumayr. Piuttosto timida e stringata però ("non è vero") e non in grado di spegnere illazioni, dubbi e ipotesi più o meno fantasiose sul futuro di Beats. 

Dal giorno in cui Dr.Dre apparve in un festoso video su YouTube, nel ruolo di primo miliardario della storia dell'hip hop, sono in molti a chiedersi quali siano le intenzioni di Apple nei confronti della sua creatura. Visti i precedenti (per esempio l'acquisizione e la chiusura di Lala) e la tendenza a seguire una filosofia di sinergia e forte razionalizzazione dei propri servizi, la direzione più prevedibile per i tecnobookmakers appare quella di un cambiamento di nome.

A scomparire potrebbe essere il brand Beats, mentre la piattaforma continuerebbe a funzionare sotto l'ombrello iTunes, aprendo così anche nell'universo Apple le porte dello streaming (in alcuni paesi è già attiva iTunes Radio, che tuttavia offre all'utente l'ascolto di stazioni radiofoniche e non di album, canzoni o playlist on demand come Spotify, Deezer e Rdio). Una mossa che Apple non può più rimandare, visti gli indicatori che segnalano il rallentamento del download (classico cavallo di battaglia di iTunes) nei confronti dello streaming.  

Diversi indizi confermerebbero questa teoria. Per esempio, l'immediato trasferimento del CEO di Beats Ian Rogers alla guida di iTunes Radio (le fonti di Techcrunch parlano di ulteriori spostamenti dalla squadra di Beats verso iTunes e altre divisioni di Apple). O alcuni evidenti segnali emersi dal recente show di San Francisco, dove Apple ha dimostrato di tenere ancora parecchio al marchio iTunes ( rilanciato dalla super operazione di marketing con gli U2), lasciando invece Beats un po' in disparte (qualcuno si aspettava una applicazione Beats precaricata sui nuovi iPhone 6, ma così non è stato). 

“Mesi dopo l'acquisto ( di Beats), i piani non sono ancora chiari”, titolava ieri il New York Times . Più probabile che lo siano, nascosti dietro la cortina di fumo che Apple riesce spesso a sollevare per proteggere le sue strategie industriali e commerciali. Anche se a questo giro c'è in effetti una voce che rende più complessa qualsiasi decisione. Cancellare il marchio Beats nello streaming in fondo appare un sacrificio sopportabile, visto che il servizio ha pochi mesi di vita e un bacino di utenti non oceanico (circa 250,000 abbonati, secondo dati ufficiosi; rispetto ai 10 milioni che pagano e agli oltre 30 milioni che usano gratis Spotify).

Il problema è l'altro ramo di Beats, il più redditizio: quello delle cuffie. "Uccidere" quel marchio potrebbe rasentare il suicidio commerciale. Allora chissà che Apple non stia accarezzando l'idea di scindere le due anime di Beats: trasferire lo streaming nel regno di iTunes e mantenere Beats (magari trasformato in “iBeats”?) per la linea di cuffie e accessori per l'ascolto. Ma la risposta ufficiale potrebbe non arrivare a breve: non prima dell'inizio 2015, secondo altre anonime fonti interne, citate questa volta da CNBC

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Pubblicità online, Facebook lancia la sfida a Google

Il Mattino

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Una nuova piattaforma pubblicitaria con cui Facebook sfiderà la leadership di Google nel campo nelle inserzioni. È questa l'indiscrezione rilanciata dal Wsj, il social aiuterà gli inserzionisti a capire quali utenti hanno visto o interagito con gli spot che compaiono sia su Facebook sia su siti e app di terze parti.

La figuraccia corre su Facebook: ecco le più comuni

Con questa novità Facebook punta a guadagnare terreno su Google, che ha chiuso il secondo trimestre con ricavi pubblicitari di 14,36 miliardi di dollari. La compagnia di Zuckerberg ne ha invece registrati 2,68 miliardi. La nuova piattaforma che dovrebbe essere presentata la prossima settimana si chiama Atlas ed è una versione riprogettata dell'Atlas Advertiser Suite che Facebook ha comprato da Microsoft nel 2013.

Tra le sue caratteristiche, ha uno strumento automatizzato volto a offrire agli inserzionisti la possibilità di comprare annunci che raggiungono gli utenti di Facebook mentre navigano sul web. Dal canto suo, Google il mese scorso ha reso noto il test di un sistema che mira a riconoscere le abitudini degli utenti di smartphone e tablet, grazie ad una tecnologia che consente di collegare i comportamenti nell'uso di applicazioni e nella navigazione online da mobile. Il sistema consente di sapere chi clicca su un'inserzione che compare nelle app e viene quindi indirizzato al sito web dell'inserzionista.

Al momento queste due attività, il clic e la visita al sito, sono monitorate separatamente, non attribuibili cioè ad uno stesso utente.

Donna di 30 anni uccisa a coltellate: caccia al marito, volato a Tunisi

Corriere della sera

Daniela Bani, 30 anni, mamma di due bimbi di 5 e 7 anni, è stata trovata morta con 20 coltellate al petto . Il coniuge di origine tunisina avrebbe già preso un volo per Tunisi

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Quando hanno bussato alla porta del suo appartamento di Palazzolo sull’Oglio per riportarle i figlioletti di 5 e 7 anni Daniela non ha risposto. Giaceva senza vita con il petto squarciato da 20 coltellate. Il marito, Mootaz Chaambi, 36enne di origini tunisine, sarebbe già nel paese nordafricano, partito la sera di lunedì 22 settembre da Milano-Linate. È lui il principale sospettato dell’omicidio della moglie, Daniela Bani, 30 anni, dipendente di una ditta di pulizie. Dopo anni di litigi (lei era ancora minorenne quando si erano fidanzati) la donna avrebbe voluto lasciarlo. I vicini riferiscono di continue liti, di un rapporto burrascoso. Sarebbe stato lui, all’ora di pranzo di lunedì a colpire a morte la moglie. Lui che nei giorni scorsi ha ritirato una somma cospicua di denaro dal conto in banca e ha comprato un biglietto aereo per Tunisi. Dettagli che fanno pensare ad un inquietante sospetto: che l’omicidio fosse premeditato.

L’uomo è già volato in Tunisia
L’uomo, con precedenti penali per spaccio di droga e che lavorava saltuariamente come giardiniere, avrebbe ucciso la moglie all’ora di pranzo. Gli inquirenti non escludono che possa aver assistito all’omicidio anche la bimba più piccola. Il padre nel pomeriggio ha portato i due figli (Youssef e la piccola Rayen) da un amico, vicino di casa, dicendo di consegnarli alla nonna materna non prima delle 19. Un lasso di tempo che gli avrebbe permesso la fuga verso il paese d’origine. L’uomo infatti nel tardo pomeriggio si sarebbe imbarcato a Milano Linate su un volo per Tunisi. A scoprire il cadavere della donna il vicino di casa: ha suonato a lungo a casa Bani. Senza ottenere risposta. Finché insospettito ha deciso di forzare la porta d’ingresso, trovandosi davanti alla drammatica scena. La donna era riversa per terra, tra la camera da letto e il soggiorno, in un lago di sangue. Al suo fianco un coltello da cucina.
Litigavano spesso, lei voleva lasciarlo
«Litigavano spesso». Spesso da quell’appartamento al terzo piano provenivano grida ed offese. Lo confermano vicini e amici di Daniela Bani, tutti sotto choc per quanto accaduto. I parenti da tempo consigliavano a Daniela di troncare definitivamente quella relazione malata. Lei recentemente sembrava decisa a farlo, dicendo basta a quella storia iniziata quando era ancora una ragazzina. Non ne ha avuto il tempo.

23 settembre 2014 | 09:07

Dalla Stasi ai centri d’accoglienza per rifugiati: la seconda vita dell’agente Wilfried Pohl

La Stampa
tonia mastrobuoni

Durante il comunismo era un alto funzionario dei servizi della Ddr e dava la caccia ai fuggiaschi della Germania est in Occidente; oggi gestisce con grande successo centri di accoglienza per profughi in tre regioni tedesche. Ma i media lo accusano per le condizioni disumane in cui vivono quei migranti, e le sue vittime ricordano: “Era uno dei peggiori”

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Può un ex ufficiale della Stasi, noto per la sua crudeltà, gestire case per rifugiati? Secondo le amministrazioni comunali di tre regioni diverse che gli hanno affidato ben otto centri, sì. Nonostante in questi anni siano emersi continui scandali per condizioni igieniche pessime, strutture fatiscenti, sovraffollamenti e problemi di sicurezza. Tramite le sue aziende Itb Dresden e S&L, Wilfried Pohl continua ad amministrare circa 1.500 migranti, spesso costretti ad attese di anni nelle sue pessime strutture. 

Quando il quotidiano “Welt” è andato a chiedere conto alle amministrazioni comunali in Assia, Sassonia e Turingia se non fosse un errore affidare ad un ex persecutore dei servizi segreti comunisti una questione delicata come l’accoglienza dei rifugiati, ha ricevuto sempre la stessa risposta. Non erano al corrente del passato di Pohl e, in ogni caso, il suo pesante curriculum non avrebbe influito sulla valutazione. In Turingia hanno anche rivelato il segreto di Pohl: offre 6,50 euro a posto letto, un prezzo imbattibile rispetto alla concorrenza. E se le conseguenze si vedono, pazienza.

Curioso che per un compito così importante non conti affatto la biografia, tanto più che Pohl aveva una funzione particolarmente disgustosa, negli anni della Ddr. Era uno di quelli incaricati a dare la caccia e perseguitare chiunque fuggisse in Occidente. E fu l’ufficiale che si occupò di uno dei casi più famosi degli anni ’80, quello di Jutta Fleck, “la donna di Checkpoint Charlie”.
Nel 1982 Fleck tentò di scappare attraverso la Romania con le due figlie piccole, ma fu catturata. Dopo mesi di interrogatori - anche da parte di Pohl - fu sbattuta in carcere per tre anni. Subito dopo la liberazione, la Germania Ovest pagò per farla andare in Occidente, ma le figlie ancora minorenni rimasero col padre, fedele alla linea. 

Lei non si perse mai d’animo: per tre anni lottò con tutte le forze per far venire le figlie a Ovest. Fece lo sciopero della fame, andò dal ministro degli Esteri, dal cancelliere, persino dal Papa. E quotidianamente si recava al famigerato Checkpoint Charlie con cartelli di protesta contro la Ddr che teneva recluse le sue bambine e che le valsero il soprannome di “la donna di Checkpoint Charlie”. Alla “Welt”, Jutta Feck ha raccontato di ricordarsi benissimo degli anni in carcere, soprattutto di Wilfried Pohl. “E’ stato uno dei peggiori”, sostiene. Ma evidentemente, lo è stato solo per lei.

La risposta dei Radiotaxi a Uber: arriva l’app IT Taxi

La Stampa
luca indemini

Il servizio è attivo in oltre 40 città, esce dalla fase di test: si prenota con un tocco, è possibile dare un voto al conducente, si paga con Paypal. E presto sarà attiva anche la funzione che permette di condividere la corsa con altri passeggeri per dividere le spese


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Mentre Uber continua a estendere i suoi servizi lungo lo Stivale, con l’immancabile strascico di polemiche, e si prepara a sfidare anche i Pony Express, l’URI – Unione Radiotaxi d’Italia non sta a guardare e risponde a colpi di app, col lancio di IT Taxi. “È naturale che l’ingresso di nuovi player abbia stuzzicato il settore e, al di là delle polemiche nate dalla necessità di operare nella legalità, è stata stimolata la competizione, creando interessanti opportunità per spingere sull’innovazione, offrendo all’utenza nuovi servizi – spiega il presidente Loreno Bittarelli – . Vista la crescente diffusione di dispositivi mobili nel nostro Paese, crediamo che offrire la possibilità di richiedere un taxi attraverso un’unica app su tutto il territorio nazionale fosse la risposta spontanea a un bisogno sempre più sentito”.

L’app IT Taxi, disponibile gratuitamente per iPhone e Android, mette in contatto tassisti e clienti in oltre 40 città italiane, per prenotare, pagare e valutare il taxi attraverso il proprio smartphone. Esce finalmente dalla fase beta e lancia il nuovo servizio Business dedicato alle aziende. “Il progetto è stato concepito nel 2012, poi abbiamo avviato una lunga fase di test per verificarne l’integrazione con il nostro sistema di gestione e assegnazione delle corse, che riceve prenotazioni anche via telefono, sms, pc; migliorare l’aspetto dei pagamenti online; informare i tassisti; raccogliere feedback sul servizio, che abbiamo esteso gradualmente a oltre 10.000 auto – racconta Bittarelli –. Il nostro core business resta quello di trasportare persone da un punto all’altro della città e possiamo dire solo ora di essere pronti ad annunciare e spingere ufficialmente il servizio, che subirà nei prossimi mesi nuove ulteriori modifiche per andare incontro sempre meglio alle esigenze di mobilità dei nostri clienti”.



Il funzionamento dell’app è semplice. Dopo essersi registrati, IT Taxi rileva la posizione dell’utente grazie alla geolocalizzazione e invia la richiesta direttamente alla Centrale Radiotaxi. Con una notifica vengono subito inviati la sigla della vettura e il tempo di attesa. Inoltre l’app permette di definire le specifiche della vettura (Station Wagon, pulmino) e del conducente (ad es. lingua inglese); consultare in tempo reale lo stato della richiesta; visualizzare la posizione del taxi in arrivo direttamente sulla mappa, e infine pagare la corsa con PayPal e ricevere in automatico la ricevuta per mail. Con IT Taxi è possibile recensire la qualità del servizio o aggiungere il taxi tra quelli indesiderati, affinché venga automaticamente escluso dalle ricerche successive. Infine i clienti business convenzionati con uno dei Radiotaxi URI possono offrire a dipendenti e clienti l’opportunità di usufruire della corsa senza doversi preoccupare del pagamento, che verrà addebitato direttamente sull’account aziendale.

Bittarelli sottolinea i due punti di forza del servizio: convenienza e sicurezza. “Il prezzo medio di una corsa in taxi è più vantaggioso perché garantito dal rispetto di tariffe stabilite da regolamenti comunali e alle quali ogni tassista è obbligato ad attenersi. Questo fa sì che non vengano ricaricati sul cliente costi aggiuntivi, al fine di pagare un intermediario, e che le corse non subiscano oscillazioni di prezzo, anche nei momenti di maggior richiesta”. Inoltre il servizio garantisce alcuni requisiti di sicurezza, trasparenza e legalità: gli autisti sono abilitati e controllati; i mezzi sono assicurati per terzi e vengono sottoposti a revisione annuale da parte della Motorizzazione Civile.

“È ancora presto per fare una stima – commenta Bittarelli –, ma se attualmente oltre la metà delle richieste ci arriva da chiamate alla centrale tramite telefono cellulare, ha senso pensare che nel giro di un anno una parte consistente di questo traffico si trasferirà su IT Taxi e che un’ulteriore fetta di clientela potrà arrivare dagli stranieri in Italia per l’Expo”. Mentre viene lanciato il nuovo servizio Business si immaginano già gli sviluppi futuri: “Punteremo all’introduzione di nuovi metodi di pagamento entro i primi mesi del 2015. Già dalle prossime settimane sulla nostra app saranno implementate nuove funzionalità, come la possibilità di calcolare e fissare in anticipo il prezzo della corsa, per assicurare la massima trasparenza del servizio.

Saranno previste anche agevolazioni per chi acquista la corsa di andata e ritorno per gli aeroporti, e la possibilità di richiedere un taxi da condividere con altri passeggeri per abbassare i costi”. Non si può certo dormire sugli allori. Anche perché quasi contemporaneamente alla diffusione massiccia di IT Taxi è stato presentato Carsh, un aggregatore di servizi car-sharing, che unisce in una sola mappa tutti gli operatori del settore presenti in Italia, con l’obiettivo di sensibilizzare gli utenti e i residenti su quante soluzioni di mobilità condivisa sono presenti nelle nostre città. 
Insomma, il futuro dei trasporti si gioca a colpi di app. 

Divieto di scivolo

La Stampa
massimo gramellini

Tra i problemi che affliggono l’umanità, la presenza di bambini rumorosi nei parchi pubblici si colloca intorno al miliardesimo posto. Eppure a San Lazzaro di Savena, provincia di Bologna, il sindaco di sinistra ha appena vietato ai pargoli di frequentare scivoli e altalene tra l’una e le quattro del pomeriggio (che d’inverno, quando fa buio presto, significa sempre), prevedendo 500 euro di ammenda per i famigerati trasgressori. Renzi la saluterà come una vittoria del riformismo: un tempo i comunisti emiliani se li mangiavano, i bambini. Adesso si accontentano di multarli. In realtà la ragione del provvedimento è meno nobile: il Comune vuole cautelarsi dal rischio dei risarcimenti reclamati da alcuni condomini anziani che, avendo le finestre affacciate sui parchi, si ritengono vittime degli schiamazzi. Ed è proprio a quei pensionati insidiati in quanto hanno di più prezioso, la pennichella, che lo scrivente si rivolge.

Avete ragione: gli strilli di un bambino possono essere persino poetici, ma non quando l’uditorio è afflitto da mal di testa. E chiunque abbia viaggiato nello stesso scompartimento con creature ostinatamente vivaci si sarà sorpreso a pianificare un intervento mirato di Erode che risparmiasse la prole e si accanisse senza pietà sui genitori. Qui però non si parla di un treno ma di un parco-giochi, cioè di un luogo concepito per consentire all’esuberanza infantile di sfogarsi. Ricordatevi, signori anziani, di quando da bambini urlavate in cortile e la vecchiaccia dell’ultimo piano vi tirava addosso un secchio di acqua ghiacciata. Quanto la odiavate. Ebbene: vorreste essere voi, adesso, quella vecchiaccia?

L’anagrafe che divide

Corriere della sera

di MICHELE AINIS

L’Italia è unita, gli italiani no. Si dividono per tifoserie politiche, per sigle sindacali, per corporazioni. Li separa la geografia economica, dato che il Pil del Mezzogiorno vale la metà rispetto al Settentrione. Sui temi etici restano in campo guelfi e ghibellini. Ma adesso s’alza un altro muro, il più invalicabile: l’anagrafe. Quella delle idee, con la crociata indetta dal premier contro ogni concezione ereditata dal passato. Dimenticando la massima di Giordano Bruno: «Non è cosa nova che non possa esser vecchia, e non è cosa vecchia che non sii stata nova». E quella, ahimè, delle persone. Distinte per i capelli bianchi, anche nel loro patrimonio di diritti.

Da qui la trovata che illumina il Jobs act : via la tutela dell’art. 18, ma solo per i nuovi assunti. Per i vecchi (6 milioni e mezzo di lavoratori) non si può: diritti quesiti, come ha precisato il leader della Uil. Curiosa, questa riforma che taglia in due il popolo della stessa azienda, mezzo di qua, mezzo di là. Riforma parziale, un po’ come una donna parzialmente incinta. Doppiamente curioso, l’appello ai diritti quesiti. A prenderlo sul serio, quando entrò in vigore la Carta repubblicana avremmo dovuto mantenere lo Statuto albertino per tutti i maggiorenni.

E a proposito della Costituzione. Nel 1970 lo Statuto dei lavoratori - di cui l’art. 18 rappresenta un caposaldo - fu salutato come il figlio legittimo dei principi costituzionali. Così, d’altronde, viene ancora definito nella letteratura giuridica corrente. Poi, certo, non ha senso discutere di garanzie quando manca il garantito: il diritto al lavoro esiste soltanto se c’è il lavoro. E a sua volta ogni Costituzione può essere applicata in varia guisa. Anche riconoscendo ai lavoratori licenziati un indennizzo, anziché il reintegro nel posto di lavoro.

Ciò che tuttavia non si può fare è d’applicare contemporaneamente la stessa norma costituzionale in due direzioni opposte. Lo vieta la logica, prima ancora del diritto. Tanto più se il criterio distintivo deriva dall’età, di cui nessuno ha colpe, però neppure meriti. Ma il Jobs act non è che l’ultimo episodio della serie. Le discriminazioni anagrafiche condiscono sempre più frequentemente la pietanza delle nostre leggi, ora a danno dei più giovani, ora degli anziani. Così, nel giugno 2013 il governo Letta decise incentivi per l’assunzione degli under 30. E i cinquantenni che perdono il lavoro?

Perdono anche il voto, o quantomeno lo dimezzano, secondo la proposta di legge depositata da Tremonti nel 2012: voto doppio per chi è sotto i quarant’anni. Invece nella primavera scorsa la ministra Madia ha tirato fuori la staffetta generazionale nella Pubblica amministrazione: tre dirigenti in pensione anticipata, un giovanotto assunto. Dagli esodati agli staffettati. Tanto peggio per i vegliardi, cui si rivolgono però in altre circostanze i favori della legge, dalle promozioni automatiche all’assegnazione degli alloggi popolari, dalle pensioni sociali al ruolo di coordinatore nell’ufficio del giudice di pace (spetta al «più anziano di età»: legge n. 374 del 1991).

No, non è con queste medicine che possiamo curare i nostri mali. Occorrerebbe semmai una medicina contro ogni discriminazione basata sul certificato di nascita. Gli americani ne sono provvisti dal 1967 (con l’Employment act ), gli inglesi dal 2006. Mentre dal 2000 una direttiva europea vieta le discriminazioni anagrafiche nel mercato del lavoro. In attesa d’adeguarci, non resta che il soccorso d’una (vecchia) massima: i diritti sono di tutti o di nessuno, perché in caso contrario diventano altrettanti privilegi.

michele.ainis@uniroma3.it
23 settembre 2014 | 07:37

Morto Mike Harari, lo 007 del Mossad Vendicò la «strage di Monaco»

Corriere della sera

di Francesco Battistini, nostro inviato a Gerusalemme

A 87 anni. Fu il fondatore dell’unità Kidon. Aveva diretto l’Operazione Ira di Dio del Mossad negli anni Settanta. Ispirò il film «Munich» di Steven Spielberg

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Nel Mossad di oggi, dove gli agenti si cercano sul sito web come se si trattasse d’offrire un lavoro normale, l’immagine di Mike Harari era diventata un mito seppiato dal tempo. «Non sapremo mai la maggior parte delle cose che ha fatto per noi» nei suoi settant’anni da spia, ha detto il ministro della Difesa, Moshe Yaalon, indicandolo a esempio. «Ho compiuto soltanto il mio dovere», ha sempre spiegato lui: «Non sono mai stato un killer. Quel che ho fatto, è sempre stato per difendere Israele».

A 87 anni, Mike Harari è morto domenica nella sua casa di Afeka, mare a Nord di Tel Aviv, dove teneva ancora esposta in bella mostra la pistola di tante missioni. Un super-agente che Steven Spielberg ha reso famoso in tutto il mondo nel 2005, quando ha girato il film «Munich» e raccontato una delle più impressionanti «vendette» mai ordite da un servizio segreto: l’operazione Ira di Dio, nella quale gl’israeliani andarono a eliminare ai quattro angoli del mondo, uno per uno, gli undici palestinesi responsabili della strage alle Olimpiadi di Monaco ’72. «Moshe Ivgy, l’attore che mi ha interpretato, è stato bravo», si limitò a commentare Mike.
La spia che correva
Cominciò a correre presto. A sedici anni, Harari era già un portaordini dell’Haganah, l’organizzazione paramilitare ebraica che nella Palestina del mandato britannico combatteva gl’inglesi e gli arabi. E quando lo Stato d’Israele non era ancora nato, già organizzava reti coperte di spionaggio a Roma, nell’Est Europa, in Africa. Una volta, raccontò, si salvò per un nulla da un tentativo d’avvelenamento del Kgb. Stupì tutti, Mossad compreso, con l’operazione «Fulmine» e il celebre blitz di Entebbe del 1976: fingendosi un affarista italiano, diede le informazioni necessarie ai corpi speciali israeliani che erano penetrati nell’aeroporto ugandese, facendo liberare quasi tutti gli ostaggi del volo Air France dirottato da un commando palestinese (nelle sparatorie, morì il fratello dell’attuale premier israeliano Netanyahu). Settembre Nero e l’Olp di Arafat sono stati i suoi obbiettivi. Non sempre centrati: nell’operazione «Lillehammer» del 1972, in Norvegia, gli capitò d’ammazzare per errore un cameriere marocchino scambiandolo per il super-ricercato palestinese Ali Hassan Salameh (che sette anni più tardi sarebbe saltato su una bomba del Mossad, a Beirut). Dopo quell’incidente, Harari presentò una lettera di dimissioni, ma Golda Meir la stracciò.
Amico di Noriega
Anche a fine carriera, invece della pensione, l’uomo di Entebbe e di Munich si trovò un’altra, chiacchierata attività: amico personale del dittatore panamense Manuel Noriega, «faccia d’ananas», instaurò rapporti d’affari fra lo Stato dello Stretto e Israele, creando problemi all’amministrazione Usa che finì per condannare Noriega per traffico di droga. La divisione Cesarea, che la superspia Mike fondò e diresse fino al 1980, esiste e opera. Ed è ancora oggi quella incaricata delle missioni specialissime. Degli assassinii mirati. Di colpire senza troppo rispetto delle regole. «Voglio dai miei uomini concentrazione assoluta e dedico a loro tutta la mia concentrazione», è sempre stata la regola di Harari: «Una volta, mi accorsi che un mio agente era così impegnato da dimenticarsi del suo anniversario di matrimonio. Lo lasciai lavorare. E ci pensai io: mandando un regalo e un mazzo di fiori alla moglie, a suo nome naturalmente. La signora non ha mai saputo».

22 settembre 2014 | 18:22

Conto alla rovescia per i Pit Bull del Venezuela: dal 2015 saranno tutti illegali

La Stampa
filippo fiorini

Dopo Inghilterra, Germania e alcune contee degli Stati Uniti, anche il Venezuela proibisce queste razze controverse. Timore e indignazione tra proprietari e allevatori: si dovrà tenere i cani in gabbia e chi verrà trovato a farli riprodurre o a portarli a spasso, sarà costretto a castrarli o a sopprimerli. Le autorità si difendono: «Hanno fatto delle vittime».

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Ci sono molti punti oscuri nella «Legge per la protezione della fauna libera o in cattività» che regola il possesso di animali domestici in Venezuela, ma l’articolo 33 parla chiaro e spaventa i cinofili locali: a partire dal primo gennaio 2015, i cani Pit Bull e i loro incroci saranno proibiti in tutto il paese. Non si potrà allevarli, farli accoppiare, venderli o regalarli. Chi ne possiede uno, dovrà tenerlo sempre in gabbia e se verrà sorpreso a infrangere la legge, potrebbe essere costretto a castrarlo o addirittura a farlo sopprimere.

Nessun cane nasce cattivo
«È un fatto vergognoso, vogliono estinguere la razza», dice indignato Luis Cardenas dalla città caraibica di Maracaibo, dove ha fondato l’Ong Fundepits, per proteggere la specie che lo appassiona da almeno 10 anni. Secondo lui, che ne alleva più di venti, i cani non nascono mai pericolosi, sono i padroni a trasformarli in minacce per la comunità, a volte maltrattandoli o perfino addestrandoli al combattimento. Ad ogni modo, però, Luis crede anche che non esistano casi irreversibili: «Ho trovato Shorty per strada all’inizio di marzo - racconta al telefono dal suo salotto - lo avevano incatenato in un terreno abbandonato, perché facesse la guardia, ma poi non sono più tornati a prenderlo». 

I vicini della zona lo alimentavano gettandogli gli avanzi oltre la rete, finché qualcuno non ha chiamato Luis. «Ringhiava, mordeva, era magro, pieno di parassiti e ferite - ricorda l’allevatore - è stato un problema anche solo avvicinarlo per mettergli la museruola». Col tempo, tuttavia, la pazienza è stata premiata. Shorty ha iniziato ad accettare che gli altri cani entrassero nel recinto in cui era stato isolato, ma continuava a ringhiare agli uomini, probabilmente ricordando il trauma di chi lo aveva picchiato. Poi, ha imparato a sopportare anche la nostra specie. «Adesso pesa 24 kg, è nella media con la sua taglia, ubbidisce agli ordini e non litiga più con nessuno».

Un’ondata di attacchi
Per questo, Fundepits e le altre 125 organizzazioni animaliste che la settimana scorsa hanno presentato una richiesta formale per cambiare la legge, credono che la soluzione al problema sia quella di istruire i proprietari dei cosiddetti «cani potenzialmente pericolosi» sul modo in cui devono trattarli e gestirli in pubblico. Obbligarli magari a usare le museruole, i guinzagli e anche limitare solo a certi spazi la possibilità di farli circolare, ma non relegarli per sempre in una gabbia o, ancor peggio, esporli alla soppressione.

Dietro una legge che gli attivisti locali hanno definito «ingiusta» in modo unanime, tuttavia, c’è stata la volontà del governo di dare una risposta a quella che tra il 2008 e il 2011 è stata considerata un’ondata di incidenti, con i pit bull come protagonisti. Spalleggiato da titoli di giornale come «Costernazione nell’Aragua per la morte di una bambina azzannata da un pit bull», oppure, «Due Pit Bull attaccano e uccidono un anziano», l’onorevole Briceño, della commissione Ambiente, ha spiegato che «non si tratta di un capriccio del parlamento, ma di una norma che si basa sull’esperienza di persone aggredite, mutilate e finanche uccise da queste razze».

Che cos’è un Pit Bull?
Il problema, ribattono ancora gli allevatori che si avviano alla chiusura forzata delle loro attività, è che con questo approccio, le specie di cani potenzialmente pericolose per l’uomo sono molte. Che dire infatti dei Rottweiler, i Dogo argentino, i Fila Brasiliano o i Tosa Giapponese, che pure vengono usati nei combattimenti e presentano caratteristiche di peso da poter sopraffare un uomo? La stessa definizione di Pit Bull, poi, può comprendere diversi tipi di cane.

In Inghilterra, per esempio, dove fu inventato questo incrocio e dove pure oggi è proibito, la legge dice che «si stabilisce se un cane è vietato in base a ciò che sembra, piuttosto che in base alla razza o al nome». In Venezuela, si parla di «Pit Bull, Terrier Americano, Bull Terrier Staffordshire, American Staffordshire Terrier e tutti i suoi meticciamenti», facendo nomi che, in meno di tre mesi, saranno giuridicamente equiparati a le marche e i calibri delle armi da fuoco.

Israele, uccisi i due presunti omicidi dei tre ragazzi ebrei

Il Messaggero

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L'esercito israeliano ha ucciso la notte scorsa i due sospettati del rapimento e dell'uccisione dei tre giovani ebrei lo scorso giugno nei pressi di Hebron. Lo ha reso noto il portavoce militare.

Il blitz I due sospettati (Amer Abu Aisha e Marwan Qawame), ricercati da mesi, sono stati uccisi a Hebron durante uno scontro a fuoco in un blitz la notte scorsa.

Il rapimento Eyal Yifrah (19 anni) Gilad Shaar (16) e Naftali Fraenkel (16) furono trovati morti nei pressi del villaggio di Halhul, in Cisgiordania, il 30 giugno scorso, 18 giorni dopo il loro rapimento.

Martedì 23 Settembre 2014, 08:14 - Ultimo aggiornamento: 08:17

Svuotate ma ancora operative: la seconda vita delle Province

La Stampa
marco bresolin

Da domenica al 12 ottobre si rinnovano le amministrazioni: voteranno solo i sindaci e i consiglieri. La formazione delle liste ha prodotto alleanze inedite e divisioni. Ma non dovevano essere abolite?

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No, non sono ancora «morte». Esistono e resistono, le Province. Svuotate (ma fino a un certo punto) delle loro competenze dalla legge Delrio approvata nell’aprile scorso, in attesa di essere cancellate definitivamente dalla riforma costituzionale (quando arriverà), continueranno ad avere un presidente e un consiglio. Solo che non saranno i cittadini ad eleggerli, ma gli amministratori locali con un’elezione indiretta. Proprio come succede con il Presidente della Repubblica e come dovrebbe succedere con il nuovo Senato. E le alleanze che si sono formate in alcune città sono l’ennesima dimostrazione che, nelle politica italiana, destra e sinistra sono due concetti sempre meno distinti.

COSA
La riforma ha ridefinito assetto e funzioni delle Province italiane. Cambiano le funzioni, che vengono ridotte. Ma gli enti continueranno ad occuparsi di questioni come pianificazione territoriale, trasporto locale, costruzione e gestione delle strade provinciali, edilizia scolastica. Dieci di queste, dal 2015 diventeranno Città Metropolitane. Per il sottosegretario Delrio, il risparmio globale sarà di 3,5 miliardi. Per l’Unione Province «solo 32 milioni».

QUANDO
Tranne alcune eccezioni, nella stragrande maggioranza delle città si voterà da domenica fino al 12 ottobre. A fare da apripista, il 28 settembre, saranno le Province di Bergamo, Lodi, Sondrio, Taranto e Vibo Valentia.

DOVE
Urne aperte in 64 Province. Non si vota nelle Regioni a statuto speciale, escluse dalla riforma, e in altre tredici province. Elezioni (ma con date diverse) anche nelle Città metropolitane Torino, Milano, Bologna, Genova, Roma, Firenze, Napoli, Bari, mentre dovranno attendere Reggio Calabria e Venezia (entrambe commissariate).

CHI
Potranno votare tutti i sindaci e i consiglieri comunali del territorio, il loro voto sarà ponderato in base all’ampiezza del Comune da cui provengono. Nelle Province, ci saranno due schede: una per eleggere il Presidente (sono candidabili tutti i sindaci più, solo in questa tornata, i consiglieri provinciali uscenti), una per eleggere i consiglieri (sono candidabili sindaci, consiglieri comunali e consiglieri provinciali uscenti). Il candidato presidente più votato viene automaticamente eletto e resta in carica 4 anni, mentre il consiglio (che viene rinnovato ogni due anni) si formerà in modo proporzionale rispetto ai consensi ottenuti dalle singole liste (che possono, ma non è obbligatorio, appoggiare un candidato presidente).

Sono previste le preferenze, in base alla quale verranno scelti i consiglieri. Nelle Città metropolitane, invece, non esiste la figura del Presidente: il sindaco metropolitano è automaticamente il sindaco del Comune capoluogo. Per il consiglio, valgono grossomodo le regole della Provincia. Il numero dei consiglieri varierà in base alla popolazione: da un minimo di 10 negli enti più piccoli a un massimo di 24 nelle Città Metropolitane più estese. Presidente e consiglieri non percepiranno un’indennità.

LITI INTERNE E STRANE INTESE
I cittadini non voteranno, ma le elezioni hanno già messo in subbuglio le segreterie locali dei partiti. Con alleanze del tutto inedite in alcune città e immancabili spaccature in altre. Prendiamo Massa Carrara o Frosinone, dove il Partito Democratico si presenterà diviso con due diversi candidati presidente in ognuna della due città. Oppure a Benevento, dove presenterà due liste diverse, una delle quali - «Il Sannio cambia verso» - fatta di fedelissimi renziani. Ma anche in Forza Italia le cose non vanno benissimo: sia a Verona che a Bergamo, gli azzurri sosterranno due candidati avversari. Nella città lombarda appoggeranno quello del Pd.

In molte province - come Asti, Brescia e Cuneo - ci saranno listoni unici che mettono insieme tutti i partiti. Il progetto «inciucio» è fallito a Parma dopo il passo indietro di Pizzarotti. Su ordine di Grillo, il M5S non presenterà liste per le provinciali (per le Città metropolitane invece sì). Unico dissidente il sindaco di Comacchio, Marco Fabbri, candidato consigliere a Ferrara. Alleanza «governativa» a Varese, con l’Ncd che corre a braccetto con il Pd. Operazione che ha suscitato molti malumori nel centrodestra perché guidata dal presidente del consiglio lombardo Raffaele Cattaneo (Ncd), che in Regione è alleato di Forza Italia e Lega.

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Quelle guerriere peshmerga che fanno paura ai jihadisti

La Stampa
maurizio molinari

Gli islamisti rinunciano alla lotta perché temono di non andare in Paradiso se uccisi da una donna. In Siria 130 mila profughi curdi in fuga verso la Turchia


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Tagliateste sanguinari, capaci di eccidi di massa e di trasformare bambini in kamikaze ma intimoriti dalla sola vista di una donna in divisa: a svelare un possibile tallone d’Achille dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico (Isis) sono i servizi d’intelligence americano e britannico che hanno rilevato una ricorrente anomalia nei movimenti delle unità fedeli al Califfo Al-Baghadadi.

Ad alzare il velo sui contenuti dei rapporti militari è Ed Royce, presidente californiano della commissione Affari Internazionali della Camera dei Rappresentanti di Washington, facendo sapere che «i soldati di Isis sembrano credere che se vengono uccisi in battaglia da un uomo vanno in Paradiso accolti da 72 vergini mentre se a ucciderli è una donna la sorte è differente perché non trovano le vergini». È stata l’osservazione dei movimenti delle unità di Isis nel Nord della Siria e soprattutto dell’Iraq a portare a tale deduzione perché in più occasioni quando i jihadisti si sono trovati di fronte unità femminili di peshmerga curde hanno preferito evitare rischi.

Le prime a notare tale anomalia nel comportamento di un nemico altrimenti spietato e apparentemente indomabile sono state proprio le donne-peshmerga, comunicando ai comandi di Erbil e Suleymania la «propria soddisfazione per essere riuscite a fermare l’avanzata di Isis» quasi senza colpo ferire. In alcuni casi, le combattenti curde hanno testimoniato di aver visto con i loro occhi «i combattenti di Isis voltare le spalle e andare via». Alla base di tali comportamenti vi sarebbero dei sermoni di imam salafiti fedeli ad Isis che avrebbero detto ai jihadisti di «non essere sicuri» sulla destinazione «in un Paradiso con 72 vergini» per «chi viene ucciso in combattimento dalle mani di una donna».

Per Usa, Gran Bretagna e Francia, impegnate ad accelerare l’invio di armamenti pesanti ai curdi iracheni, si tratta di una notizia che può avere conseguenze tattiche, ovvero portare ad addestrare e dunque schierare un maggior numero di donne-peshmerga. Al momento i jihadisti del Califfo infatti premono sulle aree controllate dai curdi tanto in Iraq quando in Siria, dove l’offensiva attorno alla città di Kobani ha portato nelle ultime 72 ore oltre 130 mila civili a cercare rifugio oltre il confine turco.

Il reggimento femminile dei peshmerga è uno dei punti di forza della difesa del Kurdistan iracheno dal 1996, quando venne creato con appena 11 reclute dall’Unione patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani per sottolineare la volontà di integrare le donne nel nascituro Stato. Ora il reggimento conta quattro battaglioni, con un comandante per brigata e un corpo ufficiali fino al grado di colonnello. Lamiah Mohammed Qadir è uno dei comandanti più popolari, tiene le sue donne-soldato schierate nella provincia di Dyala e spiega così le mansioni svolte: «Siamo in prima linea a Daquq, Jalawla e Khanaqin, partecipiamo alle battaglie e contribuiamo anche a trasportare equipaggiamenti ai reggimenti di uomini».

Finora le donne-pershmerga non hanno subito vittime e Chelan Shakhwan, una delle veterane, descrive così la formazione all’arte del combattimento: «È un addestramento duro, con esercizi su armi, resistenza fisica e preparazione intellettuale». Il soldato Shaimaa Khalil spiega alla Bbc che «la nostra motivazione contro Isis è forte, vogliamo combattere per difendere il Kurdistan e anche difendere noi stesse perché da quanto visto a Mosul i jihadisti attaccano proprio noi donne».

Non poche delle donne-pershmerga sono tiratori scelti ed hanno alle spalle la guerra del 2003 contro le truppe di Saddam. «Molte di noi hanno figli e mariti - aggiunge Shakhwan - ma sono felice di fare il mio dovere proteggendo il Kurdistan». D’altra parte le prime donne curde combattenti di cui si ha notizia risalgono al XII secolo quando fu il Saladino a volerle al suo fianco, apprezzandone dedizione e addestramento.



Il think tank Usa che dà la caccia al tesoro dell’Isis
La Stampa
claudio gallo

Presentato il Counter Extremist Project, nato con l’intento di fornire un database aggiornato sulle ricchezze del gruppo jihadista. Ma i suoi rapporti con gli ambienti americani e stranieri legati alla sicurezza sono ambigui e nessuno sa da dove provengano i finanziamenti

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Adesso che l’Isis è diventato il pericolo pubblico n.1, sull’onda dello scalpore mediatico, sollevato più dall’orrore delle decapitazioni che dai timori per le conquiste sul campo, si moltiplicano gli interventi di politici e analisti per fornire la ricetta più utile alla sua distruzione. Siccome il Califfato si è imposto come il gruppo jihadista più ricco della storia, alcuni ritengono che il modo più efficace di danneggiarlo, ben più che gli spettacolari raid aerei, sia quello di colpire il suo tesoro. Posto che ci sia davvero la volontà di farlo, la cosa si è rivelata nei fatti molto più difficile del previsto.

Gli americani, con tutta la loro forza di persuasione, non sono ancora riusciti a ottenere che la Turchia stronchi il contrabbando di greggio da cui il Califfato guadagna almeno 3 milioni di dollari al giorno. Negli Stati Uniti, un gruppo privato appena costituito, annuncia per la prossima settimana la radiografia più accurata mai fatta finora delle fonti di finanziamento dell’Isis. Il problema è che il think tank che sta per produrla è tutt’altro che trasparente e i suoi rapporti con ambienti americani e stranieri legati alla sicurezza, sono estremamente ambigui.

Il Counter Extremist Project è stato presentato oggi (lunedì) a New York, proprio con l’intento di fornire il database più aggiornato sull’Isis. Alla guida del Cep c’è un volto noto, Mark D. Wallace, avvocato ed ex diplomatico dell’amministrazione Bush. «La conoscenza delle moderne tecniche di comunicazione e finanziarie - ha detto Wallace (citato dal Washington Post) – ha dato all’Isis un grande vantaggio. In pochi finora si sono occupati di contrastarlo a questi livelli».

Il nuovo gruppo è modellato su un altro think tank, sempre guidato da Wallace, che si è distinto per le sue posizioni di destra: Unites Against Nuclear Iran. I due gruppi “nonprofit e nonpartisan” condividono diversi consiglieri, come Frances Townsend, che ha lavorato nella Homeland Security di Bush e l’ex diplomatico dell’amministrazione Obama Dennis Ross. Secondo Bloomberview.com, dall’anno di fondazione, il 2008, si sono succeduti nella direzione del gruppo ex responsabili dei servizi segreti inglesi, israeliani e tedeschi.

A unire i due think tank c’è anche che i finanziatori sono segreti (anche se Wallace esclude la partecipazioni di governi). Come scrive il Washington Post: «United Against Nuclear Iran ha stretti legami con diversi gruppi pro-Israele, ma l’ampiezza dei suoi legami non è chiara». La cosa più incredibile di tutte è però che il dipartimento della Giustizia americano è appena intervenuto in un processo per diffamazione contro Unites Against Nuclear Iran per chiedere che il processo non si faccia in nome del segreto di stato. È la prima volta che una richiesta del genere interessa un procedimento che vede protagonista un gruppo privato, senza legami ufficiali con l’Amministrazione.

La causa è stata intentata da un armatore greco, Victor Restis, accusato dall’associazione di condurre affari illeciti con l’Iran. Restis chiede che siano resi pubblici gli elenchi degli affiliati al gruppo e le informazioni finanziarie raccolte su di esso. Il giudice ha trovato la richiesta dell’Amministrazione «molto curiosa» ma ha preso tempo per decidere. Come ha scritto Noah Feldman su Bloomberview.com «se il governo può intervenire in un procedimento privato per dire al giudice di tutelare alcuni segreti, ciò provocherà implicazioni di vasto raggio».

In particolare vuol dire che sarà possibile usare un’organizzazione privata come un fronte non ufficiale e segreto per le proprie attività e poi nascondersi dietro il segreto di stato per evitare che la cosa diventi pubblica. Il governo potrebbe anche diffamare individui privati attraverso un intermediario e poi impedire alla persona diffamata di difendersi. Saremmo insomma in un mondo pienamente orwelliano.

Probiotici: spray «ai bacilli» da usare al posto del sapone

Corriere della sera

di Elena Meli

Sarebbero capaci di mantenere la pelle pulita, neutralizzare il sudore, difendere la cute. L’inventore dello spray, David Whitlock, non fa la doccia da dodici anni


(Clicca in alto a destra per ingrandire l’immagine)

Julia Scott May è una giornalista del New York Times che, qualche tempo fa, si è sottoposta a un esperimento curioso: per un mese ha eliminato shampoo, bagnoschiuma, deodorante e qualsiasi tipo di prodotto per la pelle, e ha usato per la propria “igiene” soltanto uno spray a base di Nitrosomonas eutropha, un batterio che si trova in abbondanza in acque sporche e non trattate. Una follia? No, perché, come esistono germi buoni nel nostro intestino, così ve ne sono sulla pelle: secondo i ricercatori che hanno seguito Julia e gli altri volontari su cui si sta sperimentando lo spray batterico, questi “probiotici cutanei” sarebbero capaci di mantenere la pelle pulita e profumata (si nutrono dell’azoto nel sudore e lo “neutralizzano”),

avrebbero capacità antinfiammatorie e immunomodulanti, difenderebbero la cute dagli agenti patogeni esterni. I detergenti portano via continuamente questa preziosa pellicola di “amici per la pelle”: da qui, l’addio al sapone e la colonizzazione con N. eutropha suggerita dagli autori dell’indagine, assertori del metodo. Uno di loro usa il sapone due volte a settimana, l’inventore dello spray, David Whitlock, addirittura non fa la doccia da dodici anni. Comprensibilmente, Julia ha riferito sul quotidiano statunitense di temere non poco per la sua vita sociale; invece, nessun cattivo odore («Perfino dopo la palestra», precisa lei) e la pelle man mano sarebbe diventata più morbida, chiara e liscia, con i pori meno dilatati.

Chi non volesse essere così estremo potrebbe scegliere prodotti per l’igiene personale rispettosi della flora cutanea, ma è difficile dire quali siano i migliori, come spiegano i dermatologi intervistati dalla giornalista statunitense: i saponi liquidi contengono più conservanti, ma quelli solidi sono più concentrati e alcalini; inoltre molti detergenti hanno liste di impronunciabili ingredienti i cui effetti sul microbioma cutaneo sono del tutto ignoti. Così non sorprende scoprire che, accanto ai visionari statunitensi con il loro spray al Nitrosomonas, anche alcune aziende cosmetiche stiano mettendo a punto saponi e creme a base di Lactobacilli, Bifidobatteri o loro estratti.

Ma possono funzionare davvero? «Il razionale scientifico esiste perché la flora batterica della pelle è molto importante per il benessere cutaneo: i batteri di un soggetto allergico ad esempio sono diversi da quelli di uni sano, per cui modularne la quantità potrebbe essere d’aiuto per tutti, anche per chi ha patologie specifiche - osserva Lorenzo Drago, responsabile del Laboratorio di analisi chimico-cliniche e microbiologiche dell’Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano -. Tuttavia, i batteri devono essere vivi per avere un effetto, ed è molto difficile mantenerli tali in creme o soluzioni cosmetiche per uso topico; né abbiamo prove che dimostrino l’efficacia degli estratti di probiotici».

Risultati promettenti per la salute della pelle arrivano dagli studi che seguono la via più standard di somministrazione dei probiotici, quella per bocca: Drago, ad esempio, ha verificato che il Lactobacillus salivarius riduce i sintomi della dermatite atopica negli adulti e sta ottenendo dati analoghi nei bambini. «I probiotici hanno un effetto immunomodulante, diminuiscono ad esempio le citochine che favoriscono l’infiammazione - spiega Drago -. Inoltre, sappiamo che i soggetti con dermatite allergica hanno una flora alterata e un intestino la cui funzione di barriera non è più perfetta.

Riportare il microbioma nella norma potrebbe aiutarli, perciò l’obiettivo è identificare i ceppi di probiotici utili allo scopo e le strategie per aumentarli, sia modificando la dieta per favorirne la moltiplicazione, sia somministrando i probiotici stessi. Guai però al “fai da te”, pensando che qualunque “fermento lattico” possa far bene a un allergico: alcuni ceppi possono avere effetti negativi, inoltre talvolta nelle preparazioni vengono impiegate sostanze potenzialmente allergizzanti (come lattosio, glutine, proteine della soia, ndr) che possono restare presenti in tracce e creare problemi a chi è ipersensibile.

I probiotici devono essere maneggiati con cautela, soprattutto in caso di malattie allergiche». Un campo dove, peraltro, sembrano particolarmente promettenti: «Nell’intestino si trova la maggioranza delle cellule immuni per far fronte al contatto continuo con l’esterno (tossine, residui alimentari, miceti, sostanze di ogni genere che arrivano dall’esterno attraverso l’alimentazione, ndr) - osserva Giuseppe Mele, presidente Paidòss -. Mucosa e flora batterica costituiscono la barriera principale dell’organismo, che i probiotici possono migliorare».