mercoledì 24 settembre 2014

Soldi in nero e stipendi da fame La triste vita dei «portaborse»

Corriere della sera

di Sergio Rizzo

Ogni onorevole può disporre di 3.690 euro al mese per i collaboratori. Ma l’assenza di controlli favorisce gli abusi. Una legge di riforma attende da anni


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Per la prima volta la Camera dei deputati ha chiesto meno soldi al Tesoro. Per la prima volta è stata tagliata la spesa per gli immobili. Per la prima volta si sta affrontando il capitolo degli stipendi abnormi del personale: non senza qualche dribbling ardito, va detto, per aggirare il più possibile quel tetto dei 240 mila euro. L’impegno c’è. E sarebbe ingeneroso non riconoscerlo, anche se la strada è ancora lunga, e molti buchi neri restano ancora da esplorare. Soprattutto uno. Forse il più odioso, considerando che questo è il posto dove si fanno le leggi.

Parliamo della questione dei collaboratori di deputati e senatori, quelli che con un termine poco elegante sono stati sempre definiti «portaborse». Da anni rivendicano non soltanto un trattamento economico decente, ma anche contratti regolari che molti non hanno. Spesso retribuiti in nero con paghe da fame, non riescono a far valere questo diritto elementare. Eppure un mezzo davvero semplice ci sarebbe: basterebbe adottare le regole in vigore negli altri parlamenti, a cominciare da quello europeo. I deputati indicano all’amministrazione i nomi dei collaboratori e gli uffici delle Camere provvedono a stipulare con loro un regolare contratto a termine e a pagargli lo stipendio.

Per le mani del parlamentare non passa un solo euro di quelli destinati ai suoi assistenti. Non come in Italia. Qui ogni onorevole ha ancora a disposizione 3.690 euro mensili sopravvissuti ai tagli del 2010. Si chiama «rimborso delle spese per l’esercizio del mandato». Fino a un paio d’anni fa non era tenuto nemmeno a rendere conto di come li spendeva. Con il risultato che non era possibile sapere se quei soldi andavano effettivamente ai collaboratori, oppure se finivano al partito, o se il parlamentare se li metteva semplicemente in tasca.

Dopo le polemiche scoppiate sul caso, si è stabilito che almeno metà di quella cifra va «rendicontata». Ma l’altra metà continua a restare assolutamente discrezionale. Senza contare che la rendicontazione del 50 per cento è un pannicello caldo: non risolve il problema principale. La somma «rendicontata», pari a 1.845 euro al mese, può essere impiegata per i collaboratori, ma anche per «consulenze, ricerche, gestione dell’ufficio, utilizzo di reti pubbliche di consultazione di dati, convegni e sostegno delle attività politiche».

I numeri del resto parlano chiaro. I contratti per collaboratori parlamentari depositati alla Camera sono 508. Per 630 deputati. E i permessi di ingresso permanenti a Montecitorio, considerando che i collaboratori possono essere impiegati anche soltanto sul territorio, non sono che 385. Evidentemente qualcosa non torna. Ed è certo lo stesso motivo per cui la stragrande maggioranza dei gruppi politici continuano a opporsi all’introduzione di quella semplicissima regola adottata a Strasburgo, ma anche a Berlino e in tanti altri parlamenti nazionali.

Il bello è che non più tardi del 6 novembre 2013, in occasione del varo del bilancio interno, l’assemblea della Camera ha approvato fra l’altro un ordine del giorno con il quale si invitava l’ufficio di presidenza e il collegio dei questori, testualmente, a «disciplinare tempestivamente, in maniera completa o organica, il rapporto fra deputato e collaboratore avvalendosi delle soluzioni individuate dai principali paesi europei e dal parlamento europeo». Ma in undici mesi non si è mossa una virgola.

C’è anche un disegno di legge presentato a maggio del 2013: rimasto per 14 mesi nel congelatore, è stato tirato fuori a luglio 2014 e discusso pochi minuti in commissione. Giusto il tempo per rinviare il tutto. Impossibile non mettere in relazione la strenua difesa dell’uso discrezionale di quella cifra con i tagli al finanziamento pubblico dei partiti. Le risorse cominciano a scarseggiare e quelle somme sono preziose. La cifra non è affatto trascurabile. Perché 3.690 euro al mese per dodici mesi e per 630 fa 27 milioni 896.400 euro l’anno.

24 settembre 2014 | 07:52

La grande truffa dell’Iva in Italia per finanziare i gruppi islamici

Corriere della sera

di Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella

La Procura di Milano: 1.150 milioni di Iva rubati al Fisco. Gli 007: sono finiti ai fondamentalisti islamici per la jihad


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Cercavano Osama Bin Laden, trovarono solo un pugno di fatture. Ma per le forze alleate il blitz in un covo dei talebani al confine tra Afghanistan e Pakistan nel 2010 si è rivelato una miniera di informazioni che attraverso Europa, Medioriente e Hong Kong hanno portato sulle tracce di una colossale frode fiscale sui certificati ambientali servita a finanziare anche il terrorismo islamico. Le stesse orme seguite dalla Procura di Milano in un’indagine che, innescata dalla denuncia di una commercialista terrorizzata, con l’incriminazione di 38 indagati e il sequestro di 80 milioni di euro colpisce ora un’associazione criminale anglo-pakistana e una franco-israeliana che dal 2009 al 2012 hanno rubato all’Italia più di un miliardo di euro di Iva.

I documenti scoperti nel rifugio, non lontano dall’area dove il 2 maggio 2011 i Navy Seals americani hanno ucciso Bin Laden, conducevano ad Imran Yakub Ahmed, un pachistano di 40 anni con passaporto inglese residente a Preston (Gran Bretagna), amministratore della milanese “Sf Energy Trading spa”, sulla quale stavano indagando i pm Carlo Nocerino e Adriano Scudieri nel pool guidato dall’aggiunto Francesco Greco. I pm e la Guardia di Finanza si erano mossi dopo che a presentarsi in Procura era stata una commercialista di Milano spaventata dalla facilità con la quale guadagnava soldi a palate lavorando per alcune società intestate a prestanome cinesi e italiani, cartiere che facevano girare milioni di euro vendendo e acquistando migliaia di carbon credit .

Con l’accordo di Kyoto sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, infatti, ad ogni Stato è assegnata una quota massima di produzione di CO2. Le aziende che producono meno gas-serra del tetto assegnato possono vendere il rimanente della quota alle imprese meno virtuose emettendo appunto carbon credit , certificati ambientali che possono essere negoziati bilateralmente o in un mercato telematico, scambi sotto la supervisione di autorità pubbliche nazionali quali in Italia il «Gestore dei Mercati Energetici», una spa che fa capo al Ministero dell’Economia.

Le due organizzazioni criminali operavano sia singolarmente che insieme. Acquistavano i certificati in Gran Bretagna, Francia, Olanda e Germania attraverso società fittizie con sede in Italia, vere e proprie «cartiere» che producevano solo fatture e che erano intestate o a prestanome quasi sempre cinesi o a persone estranee ma vittime di furti d’identità. Dopo aver acquistato senza pagare l’Iva, esclusa in questo tipo di transazioni intracomunitarie, le «cartiere» aggiungevano l’Iva al 20 per cento e vendevano i certificati ad altre società, anche queste fittizie, che facevano da intermediari con gli ignari acquirenti finali.

Una volta incassata l’Iva, invece di versarla allo Stato italiano la «cartiera» chiudeva i battenti e spariva nel nulla, mentre i soldi, milioni e milioni di euro, venivano dirottati su conti correnti a Cipro e Hong Kong per finire a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Lì le rogatorie avviate dai pm milanesi a caccia di Imran Yakum Ahmed sono cadute nel nulla, mentre i soldi sottratti all’Erario italiano sono stati riciclati in diamanti ed investimenti immobiliari. C’è stato anche qualcuno che non ha resistito e ha comprato due orologi da 50mila euro ciascuno in una prestigiosa gioielleria di Roma.

Ma l’aspetto più inquietante che emerge dalle carte dell’indagine milanese è che dietro le «imponenti operazioni di riciclaggio» legate alla frode fiscale potrebbe celarsi un canale di «finanziamento al terrorismo internazionale» di matrice islamica. A lanciare l’allarme sono stati i servizi segreti americani e inglesi che hanno esaminato la documentazione trovata tra le montagne tra Pakistan e Afghanistan e hanno segnalato tutto alla «Hm Revenue & Custom di Londra», una sorta di GdF inglese, il cui ufficio stampa, contattato dal Corriere della Sera , non ha fornito ulteriori dettagli perché non può «discutere di singoli casi per ragioni legali».

Peraltro i pm milanesi non hanno prove dirette su questo profilo, né possono utilizzare le carte dell’intelligence . Questo meccanismo criminale è stato replicato per anni in centinaia di transazioni facendo impazzire le polizie di tutta Europa, fino a quando le due organizzazioni hanno trasferito gli affari in Italia dopo che altri Paesi dell’Ue erano corsi ai ripari con norme che avevano di fatto rotto il giocattolo. Un ginepraio in cui si sono mossi anche gli investigatori della «Bundeskriminalamt» tedesca, della «Service National de Douane Judiciare» francese, ma anche di Belgio e Liechtenstein, tutti coordinati da Europol e Eurojust.

La conclusione è che i mercati energetici europei sono «fortemente manipolati e comunque viziati da un numero impressionate di transazioni commerciali effettuate al precipuo scopo di realizzare rilevanti frodi agli Erari». La preoccupazione è alta, tanto che le indagini sono state estese a livello internazionale acquisendo i dati in possesso del «Citl», l’ente di Bruxelles che monitora a livello europeo gli scambi dei permessi di emissione di CO2.

Le indagini della Procura milanese, chiuse in questi giorni in vista della richiesta di processo, solo per il primo filone hanno scoperto una frode da 660 milioni, di cui 80 sequestrati. Trentotto gli indagati di cui 11 ricercati, e un centinaio le perquisizioni eseguite in società e abitazioni. Un’inchiesta parallela, ancora in corso, sta già disvelando un’altra frode del tutto analoga che ha sottratto ai contribuenti italiani altri 450 milioni.

24 settembre 2014 | 07:06

IPhone6, guai per Apple: si piega mettendolo in tasca

Libero



Ora Tim Cook avrà sicuramente qualcosa da spiegare ai parecchi fan della mela che hanno documentato epiche anomalie dell'iPhone 6, l'ultimo gioiello di Cupertino. Le foto parlano chiaro: il nuovo smartphone di Apple è così delicato e sottile che si curva come fosse un giocattolo. Nell'interesse dei loro portafogli, della loro azienda preferita, della comunità globale Apple, sono stati molti gli utenti che hanno condiviso queste insolite immagini, suscitando polemiche e chiedendo risposte immediate. Che il CEO di Apple volesse copiare il Samsung Galaxy Round? Ovviamente no, ma orà dovrà ricorrere a serie controrisposte per arginare il fenomeno.








Non conoscono decenza

La Stampa

massimo gramellini

Due senatrici e altrettanti senatori del partito senza elettori di Anonimo Alfano hanno presentato un ordine del giorno che per la sua sfacciataggine meriterebbe di essere promosso a ordine del secolo. Con una prosa strepitosamente democristiana, la banda dei quattro chiede di «valutare l’opportunità di consentire, in via eccezionale e straordinaria, con una norma di natura transitoria la possibilità…» vabbè, tagliamo corto: vogliono il vitalizio anche in caso di scioglimento anticipato della legislatura.
Il Razzi di Crozza (ma persino quello vero) al confronto è un apprendista.

Dopo lo smascheramento della furbata a opera dei Cinquestelle, il coordinatore del Ncd (Non conoscono decenza) è stato costretto a cascare dal pero e a ritirarla, con l’aria offesa di chi non ne sapeva niente. Si tratta del professor Quagliariello, uno dei «saggi» di questa Repubblica di sventati. Pare sia rimasto basito davanti a una simile esibizione di sfrontatezza, così lontana dalle abitudini parche e riservate degli alfanoidi. Deve essergli sfuggito che alla Regione Lombardia un solo partito non ha votato l’abolizione dei vitalizi ai consiglieri: il suo.

Ma torniamo al quartetto delle meraviglie – Esposito, Langella, Chiavaroli e Bianconi – due uomini e due donne, perché anche la faccia tosta ha diritto alle quote rosa. In fondo si battono per il benessere e l’avvenire dei loro seguaci: se stessi. Perché trovare qualcun altro che li voti, la prossima volta, sarà dura.