giovedì 25 settembre 2014

Manifesti abusivi, "Le Iene" sbugiardano il sindaco Pisapia

Redazione - Mer, 24/09/2014 - 09:36

La trasmissione di Italia1 incalza il primo cittadino di Milano sulle multe con lo sconto


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Tre anni fa il sindaco di Milano, intervistato dalle Iene, aveva dichiarato di aver pagato le multe che lui stesso riteneva giuste, cioè quelle per i manifesti affissi dal suo comitato elettorale, e di aver fatto ricorso, invece, per i manifesti affissi da altri partiti della coalizione che lo sostenevano. In realtà, le multe per i manifesti affissi dal suo comitato elettorale non sono state pagate, ma non è stato neanche fatto alcun ricorso per le altre che, secondo lui, non gli spettavano. Per legge, infatti, Pisapia, in quanto sindaco, non poteva fare alcun ricorso.

Allora cosa è successo? Dopo aver ricevuto l'ordinanza ingiunzione poco prima della scadenza in cui avrebbe dovuto pagare, il Comune, con una determinazione dirigenziale firmata dal capo dei vigili urbani, ha deciso la «riemissione delle ordinanze di ingiunzioni, notificate per verbali di contestazione in occasione delle consultazioni elettorali 2011, a seguito di annullamento d'ufficio, per motivi di forma». Ciò vuol dire che le multe sono state sospese, cioè che i politici, poco prima della scadenza delle ingiunzioni, all'improvviso non dovevano più pagare.

Le ordinanze-ingiunzioni che erano state notificate, invece di scadere al trentesimo giorno perché non pagate, facendo quindi scattare le penali come succede per un cittadino normale, sono state tutte annullate per motivi di forma con l'impegno di riemetterle in seguito. Quando sono state riemesse, però, le multe ai partiti e ai candidati sono state ridotte da 6 milioni di euro a due milioni e quelle dell'avvocato e sindaco Pisapia da 424.000 euro a 27.000 euro circa.

Paolo Calebresi chiede spiegazioni al Sindaco di Milano Giuliano Pisapia, di seguito uno stralcio dell'intervista realizzata:

Avvocato, mi hanno fatto questa multa. C'è un modo per farmela togliere? Almeno tre quarti di questa multa..
«Se le ha prese le paga, se ritiene che siano state multe sbagliate le impugna come prevede la legge».

Esatto, ma lei non può impugnarle, perché se è sindaco non può far ricorso. O si dimette…
«Ho già detto che le multe che riguardano la campagna elettorale del comitato per Giuliano Pisapia le pagherò tutte».

Ma tre anni fa ci ha detto che le pagava, sono passati tre anni e non le ha ancora pagate
«Non mi è stato notificato ancora niente»

Ma come non è stato notificato? Hanno fatto l'ingiunzione di pagamento. Caso strano, il 28° giorno dopo l'ingiunzione di pagamento, queste multe sono state annullate e decurtate di più del 90%. Cosa è successo?
«Semplicemente che inizialmente mi hanno contestato …l'ho già detto a lei forse…»

A noi ha detto soltanto che pagava
«Che pagavo le mie»

E le ha pagate?
«Quando mi arriverà la notifica le pagherò»

Sono passati tre anni, altro che notifica. Se le è arrivata l'ingiunzione di pagamento vuol dire che…...
«Io non lo so perché non mi è stato ancora notificato niente. Ripeto, quando mi arriverà una notifica delle multe del mio comitato elettorale, le pagherò».

Le è arrivata l'ingiunzione di pagamento
«Non mi è arrivata le ho detto. Ho già detto che quando me le notificheranno io pagherò le mie multe».

Come fa a non risultarle che gliele hanno notificate, gliele hanno notificate già da tempo
«No»

Cinque mesi fa le hanno fatto l'ingiunzione di pagamento, ma sindaco, ci fa capire bene cosa è successo? Qui c'è un documento del comune di Milano, glielo voglio solo far vedere. Questa è la remissione dell'ingiunzione di pagamento delle sue multe. Perché mi ha detto che l'ingiunzione non è arrivata?
«Basta…»

Immigrazione, l'idea del Viminale: 30 euro al giorno a chi ospita un rifugiato

Libero

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Trenta euro al giorno alle famiglie italiane che daranno ospitalità ai figli dei rifugiati. E' questa la proposta del Viminale per far fronte all'accoglienza dei tanti migranti che stanno arrivando in Italia. A proporla al sindaco di Roma Ignazio Marino è stato il sottosegretario all'Interno, Domenico Manzione, con l'obiettivo di creare un modello di "welfare più solidale" e allo stesso tempo "cercare di evitare gli assembramenti", ovvero fare in modo che non si creino più ghetti vissuti male. In pratica i romani che acceteranno di accogliere nella loro famiglia e far vivere sotto lo stesso tetto uno dei 3mila ragazzi ospiti negli ultimi due anni del Campidoglio, oppure un adulto, si vedranno girare i fondi destinati ai rifugiati: circa 30 euro a persona al giorno  Marino ha accolto la proposta con "interesse e piena sintonia":

"Sono interessato ad approfondire questo argomento e a ragionare in concreto su come si potrebbe applicare questa sperimentazione e su come la città potrebbe accogliere il nuovo modello". Ora spetterà al tavolo nazionale sull'immigrazione dare il via libera definitivo. I profughi arrivati via mare sono 136mila, 90mila dei quali soccorsi con l'operazione Mare Nostrum, che dal 1 novembre sarà affiancata dalla nuova missione FrontexPlus/Triton. Per il Viminale alla fine del 2014 arriveremo facilmente ai 150mila, anche se la tendenza ormai consolidata vede il 40% andarsene verso il Nord Europa e il resto rimanere in Italia

Antonio Esposito, il Csm manda la visita fiscale

Libero

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Non è comparso neanche oggi davanti alla sezione disciplinare del Csm il giudice di Cassazione Antonio Esposito, finito davanti al Tribunale delle toghe per l’intervista che rilasciò al quotidiano "Il Mattino" pochi giorni dopo la condanna per frode fiscale nei confronti di Silvio Berlusconi, pronunciata dal collegio della sezione seriale della Suprema Corte da lui presieduto. Esposito ha inviato un certificato medico, per spiegare di essere affetto da una lombosciatalgia e di essere dunque impossibilitato a presentarsi a palazzo dei Marescialli.

Visita medica - La sezione disciplinare del Csm, dunque, presieduta da Annibale Marini, ha disposto un accertamento medico-legale, nominando un professionista, per accertare se quello di Esposito sia effettivamente un "impedimento assoluto". Il Tribunale delle toghe, che ha quindi rinviato il processo alla nuova udienza del 10 ottobre prossimo (che sarà svolta davanti alla sezione disciplinare che verrà nominata dal nuovo Consiglio che si insedierà domani) ha anche deciso di segnalare al procuratore generale di Cassazione «l’esigenza di valutare il comportamento dei difensori di fiducia» di Esposito, i consiglieri di Cassazione Piercamillo Davigo e Sergio Beltrani. Nessun difensore si è presentato all’udienza di oggi. Il sostituto pg di Cassazione, Carlo Destro, durante l’udienza, aveva affermato che, a suo parere, non vi fosse un «assoluto impedimento a comparire» di Esposito: «L’incolpato vuole difendersi non nel processo ma dal processo».

Troll, si salvi chi può: ecco chi sono i disturbatori della Rete

La Stampa
nadia ferrigo

L’ultima vittima è stata l’attrice britannica Emma Watson. Ma tutti possono cadere nella trappola dei commenti offensivi e fuori dal contesto. La soluzione: ignorarli del tutto

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Si salvi chi può dai troll, neologismo virtuale che non ha nulla a che fare con le leggende norvegesi ma descrive chi si diletta a inviare messaggi sgarbati, volgari, offensivi e violenti. Non c’è personaggio pubblico che non sia stato «trollato»: l’ultima è l’attrice britannica Emma Watson, che dopo il discorso sulla parità di genere tenuto alle Nazioni Unite è diventata la protagonista di una campagna su Twitter e 4chan, un forum per condividere opinioni e foto. Oltre ai commenti volgari e misogeni che purtroppo si possono ben immaginare, è stato lanciato anche un sito - «Emma sarai la prossima» - con tanto di foto dell’attrice in lacrime e conto alla rovescia.

Cinici e narcisisti: come sono i troll
Missione del troll è insultare il malcapitato di turno e disturbare le discussioni online con un fiume di commenti offensivi o fuori dal contesto, così da provocare la reazione degli altri utenti. In questo modo un dialogo virtuale, per quanto interessante e costruttivo, si può trasformare in fretta in una rissa da bar, con una sola differenza: nessuno si fa mai male per davvero e non arriva la polizia, così si può andare avanti all’infinito. Ma chi sono i troll? Per la maggior parte, ragazzini sadici. Secondo lo studio condotto da alcuni ricercatori canadesi «Trolls just want to have fun», pubblicato sulla rivista di psicologia «Personality and Individual Differences», chi si diverte a insultare il prossimo protetto dall’anonimato ha una personalità machiavellica, cioè è cinico e privo di scrupoli, narcisista, portato alla psicopatia e soprattutto gode della sofferenza altrui. 

Dicono loro: «L’importante è divertirsi»
La buona notizia è che sono solo una piccola parte dei commentatori online, a loro volta meno della metà degli utenti. La ricerca, condotta su un gruppo di ragazzi e ragazze con età media di 29 anni, mostra che il 40 per cento non commenta mai nulla, il 23 per cento prende parte a discussioni solo su argomenti specifici, una altro 20 per cento preferisce chattare e solo il 5 per cento ha ammesso di intrattenersi dando fastidio agli altri. Una volta individuati, gli è stato chiesto quanto erano d’accordo con le cinque frasi: mi piace “trollare” gli utenti dei forum o commentare i siti; più una cosa è bella e pura, più rovinarla mi dà soddisfazione; mi diverto a infastidire e prendere in giro i miei avversari nei giochi online; ho mandato fuori di testa delle persone solo per divertimento. Nella ricerca l’espressione usata per divertimento è «lulz», che secondo Urban Dictionary è una parola nata come variante di «lol», con il significato di «la buona ragione per fare qualunque cosa, anche se terribile, basta spassarsela». 

La soluzione? Ignorarli
Anche se sono più maschi che femmine e in media ventenni, è difficile stabilire un identikit del troll. Le risposte al test hanno però permesso di tracciarne la psicologia, anche perché chi ha ammesso di divertirsi a trollare ha poi risposto alle domande successive con sincerità, dimostrandosi nella maggior parte dei casi «il prototipo di un sadico». Un tratto non particolarmente encomiabile dell’uomo che non nasce certo con internet, ma nel web trova terreno fertile per esprimersi. Un torturatore di lumache e uccellini dei giorni nostri, per intenderci. Con l’anonimato i comportamenti antisociali si possono esprimere più liberamente e si è incoraggiati dal trovare persone che si comportano allo stesso modo. La soluzione migliore è la stessa che si può adottare con un bambino che fa i capricci: ignorarli del tutto e non cadere nella loro trappola. Insomma, mai dimenticare la regola non scritta del web: «Don’t feed the trolls!», cioè «Non dar da mangiare ai troll!». 

Cella troppo piccola: detenuto scarcerato e risarcito

Libero

Applicato per la prima volta a Padova il "rimedio compensativo" per la detenzione disumana

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Scarcerato alcuni giorni prima della fine della pena e "risarcito" con 4.808 euro per aver trascorso 701 giorni di reclusione "in condizioni disumane". E'un albanese il primo detenuto a godere del "rimedio compensativo" introdotto con decreto legge lo scorso 26 giugno per evitare una raffica di condanne da parte dell'Unione europea, che con due sentenze del 2009 e del 2013 aveva definito "disumana e degradante", e quindi paragonabile alla tortura, la detenzione in meno di tre metri quadri di spazio. Decreto che introduce una riduzione di pena di un giorno ogni dieci da trascorrere in condizioni disumane e un risarcimento di 8 euro al giorno se la detenzione si è già conclusa.

Il caso, riportato dal Corriere della Sera, è quello di un albanese condannato a 6 anni per associazione a delinquere, prostituzione minorile, violenza privata e falsa testimonianza e detenuto a Padova. Dove la giudice di sorveglianza Linda Arata ha riconosciuto le "condizioni disumane" per 701 giorni di detenzione del condannato. Ha quindi applicato il risarcimento di 8 euro al giorno per i 601 giorni di detenzioni già trascorsi e dieci giorni di "sconto" di pena per i 100 rimanenti. Per effetto dell'intervento, l'albanese ha lasciato il carcere lo scorso 2 settembre.

La lettera che ha impiegato più di nove anni per arrivare dalla Sicilia alla Sardegna

Il Mattino



Passi che il servizio postale in Italia non sia il più efficiente del mondo, passi anche che collegare la penisola con le isole non è mai stato il nostro forte e quindi figuriamoci tra Sicilia e Sardegna, ma una lettera spedita da Agrigento a Oristano ha battuto ogni record.

Solo due giorni fa un abitante della città sarda ha infatti ricevuto una lettera che, come fa fede l'etichetta, gli era stata spedita con posta prioritaria il 6 luglio 2005 da un ufficio postale di Agrigento. Ora, dopo oltre nove anni, la missiva, perfettamente conservata e senza il timbro dell'ufficio postale di Oristano, è arrivata nella sua buca delle lettere.

Lo riporta LinkOristano.
giovedì 25 settembre 2014 - 10:58   Ultimo agg.: 11:00

Le vecchie tesi sconfitte dal terrore

La Stampa
gianni riotta

La battaglia in corso contro l’Isis, dalla Siria all’Iraq, ha chiarito, senza che ancora tutti i leader del mondo e buona parte dell’opinione pubblica se ne rendano conto appieno, la posta in gioco e le barricate del nostro tempo. Il presidente americano Barack Obama ha dovuto riconoscere che la guerra sarà lunga e l’esito incerto. La strategia di Bush padre, l’attendismo di Clinton, l’attacco di Bush figlio, sono stati in realtà, al netto delle polemiche sterili e delle propagande contrapposte di allora, solo momenti tattici, caduchi, di una lunga stagione di combattimento. Che gli europei hanno sperato di eludere, che gli americani, eleggendo Obama, hanno cercato di scongiurare, ma che ineluttabile torna a bussare al nostro destino.

Il professor Huntington con la sua tesi dello «scontro di civiltà», l’Occidente contro le insorgenze radicali – popolarizzata in Italia dalla prosa di Oriana Fallaci - non ha anticipato con precisione lo scontro. Che non oppone affatto «noi» a «loro», ma divide in una guerra civile il mondo islamico, moderati contro salafiti, sciiti contro sunniti, terroristi contro comunità pacifiche, e offre dunque ai leader dei Paesi democratici, alle Nazioni Unite, la possibilità di creare una vera coalizione, vincente, di idee, valori, armi in campo, con «noi» e «loro».

Obama ha colpito le basi in Siria con l’appoggio di varie nazioni arabe, con il sostegno dell’Egitto, con perfino il semaforo verde silente dell’arcinemico di ieri, il dittatore siriano Assad. Battere i terroristi Isis, colpire lo spin off di Al Qaeda, Khorasan, non significa solo difendere America e Europa da attentati terroristici che il network sta preparando. Significa – e il presidente Obama riconosce questa terribile necessità - accettare che c’è nel nemico fondamentalista una irriducibile volontà di battersi che nessuna mediazione, cedimento, corruzione stopperà.

È ovvio che serve rilanciare il negoziato tra israeliani e palestinesi, ridurre le ingiustizie sociali e la povertà nell’area, lavorare sulla diplomazia e lo sviluppo. Ma la vecchia tesi che «solo» la pace in Medio Oriente, lo sviluppo, gli aiuti internazionali batteranno il terrorismo è frusta. Anche se tutti questi problemi venissero risolti in 24 ore, domani, la volontà di potenza del fondamentalismo non ci darebbe tregua. È una scelta politica di dominio, il Califfato, che non si arresterà sino alla vittoria o alla sconfitta degli uomini in tuta nera. Dopo i raid aerei verrà anche l’ora delle fanterie.

Se dopo il 2001, Europa e Stati Uniti – come pochissimi leader predicarono, e tra loro in Italia Gianni Agnelli - fossero rimasti uniti, Washington e Bruxelles avrebbero meno guai. Anche Obama s’è illuso che la buona volontà bastasse e dopo i precipitosi «indietro tutta» di Baghdad e Kabul torna a battersi per la lunga lena. L’Italia – che è stata in Iraq e Afghanistan - partecipa adesso al riarmo dei peshmerga curdi. Il nostro Paese, leader in Europa, ha le forze e le idee per essere in prima linea con saggezza in una guerra che tutti ci coinvolge. È la sola, dolorosa, strada, verso una nuova era di pace.
www.riotta.it

De Magistris condannato per abuso d’ufficio: “Sconvolta la mia vita, ma rifarei tutto”

La Stampa

Un anno e tre mesi di reclusione per il sindaco di Napoli. Abuso d’ufficio quando era pm a Catanzaro per l’acquisizione di utenze telefoniche. Stessa condanna per il consulente Genchi

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L’attuale sindaco di Napoli Luigi De Magistris incassa una inattesa condanna per la vicenda delle utenze di alcuni parlamentari acquisite senza le relative autorizzazioni nel 2006, quando era pubblico ministero a Catanzaro e titolare dell’inchiesta denominata «Why Not». La sentenza di condanna, un anno e tre mesi di reclusione con sospensione condizionale, beneficio che fa decadere anche l’interdizione dai pubblici uffici per un anno, è stata emessa dalla X sezione del tribunale di Roma presieduta da Rosanna Ianniello ed è stata estesa nella stessa misura anche a Gioacchino Genchi, consulente informatico di De Magistris all’epoca dei fatti.

La condanna nei confronti dell’ex magistrato è stata emessa malgrado la richiesta di assoluzione fatta dal pm Roberto Felici, il quale aveva sollecitato la condanna solo per Genchi. I due imputati dovevano rispondere di abuso d’ufficio per aver acquisito utenze senza autorizzazioni di vari parlamentari tra i quali di Romano Prodi, Francesco Rutelli, Clemente Mastella, Marco Minniti e Antonio Gentile. Contro la sentenza tuona De Magistris: «La mia vita è sconvolta, ho subito la peggiore delle ingiustizie. Sono profondamente addolorato per aver ricevuto una condanna per fatti insussistenti. Ma rifarei tutto, e non cederò alla tentazione di perdere completamente la fiducia nello Stato».

«In Italia, credo, non esistano condanne per abuso di ufficio non patrimoniale - aggiunge il sindaco di Napoli - Sono stato condannato per avere acquisito tabulati di alcuni parlamentari, pur non essendoci alcuna prova che potessi sapere che si trattasse di utenze a loro riconducibili. Prima mi hanno strappato la toga, con un processo disciplinare assurdo e clamoroso, perché ho fatto esclusivamente il mio dovere, dedicando la mia vita alla magistratura, ed ora mi condannano, a distanza di anni, per aver svolto indagini doverose su fatti gravissimi riconducibili anche ad esponenti politici».

«Nel corso della requisitoria, il rappresentante dell’accusa aveva sostenuto che, pur essendo stato De Magistris a dare “carta bianca” al suo consulente tecnico indagando sui contatti trovati nell’agenda di un imprenditore indagato, Antonio Saladino, fu Genchi a trasformarsi in «dominus» dell’inchiesta e a disporre non solo i decreti di acquisizione degli atti, ma anche a scegliere i nominativi dei parlamentari i cui tabulati telefonici dovevano essere acquisiti. Insomma, per il pm Felici «una violazione e una indebita intrusione nella vita privata» dei parlamentari». Argomentazione, quest’ultima, accolta dal tribunale di Roma che ha ritenuto di estendere anche a De Magistris le responsabilità attribuite a Genchi.

«La sentenza emessa oggi dal tribunale di Roma rende piena giustizia agli uomini politici tra i quali Francesco Rutelli e Clemente Mastella», hanno affermato gli avvocati Titta e Nicola Madia oltre a Cristina Calamari, legali di parte civile per conto di Rutelli e di Mastella. «La grave violazione delle prerogative dei parlamentari in questione - hanno aggiunto - determinò una violentissima campagna di stampa contro il governo all’epoca in carica».

«Nulla mai potrà ripagarmi. Quell’ indagine condotta in maniera illegale è stata all’origine di tutte le mie difficoltà sul piano umano e sul piano politico», è però l’amaro commento di Mastella. Soddisfazione è stata espressa anche dal legale di Antonio Gentile. Ed ora diversi parlamentari di Forza Italia invocano le dimissioni di De Magistris da sindaco di Napoli.



Why Not, De Magistris condannato. Mastella: «Si dimetta subito e paghi i danni»

Il Mattino

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«Nulla potrà mai ripagarmi. Quella inchiesta mi travolse sul piano umano e sul piano politico», confessa Clemente Mastella, ministro della Giustizia nel 2007, quando Luigi de Magistris, allora pm a Catanzaro, sconvolse il mondo politico con l'inchiesta Why Not.

La prima reazione, quella istintiva, qual è?
«Potrei dire di essere soddisfatto, contento. Le dico invece, con profondo rammarico, che quella vicenda ha cambiato la storia politica del Paese. Fui dipinto come un mostro, lui il simbolo della legalità, io il simbolo della illegalità. Da allora tutto è precipitato».

Si può dire che dopo questa sentenza prova allo stesso tempo sentimenti di rabbia e di euforia?
«Ricordo i cortei contro di me, contro l'Udeur. Il mio partito fu trattato come un covo di delinquenti. Ricordo le trasmissioni televisive, c'era Michele Santoro, se non sbaglio con "Anno zero", che puntualmente faceva puntate contro. Ci fu una eccitazione popolare a favore di de Magistris alimentata dai media. Si volle far passare il messaggio che lui, magistrato, era una persona perbene e io, politico, ero il male assoluto. E lo dice uno che da ministro della Giustizia provò anche a dialogare con la magistratura».

Quell'inchiesta fu uno spartiacque. Nel 2007 era ministro della Giustizia del governo Prodi, governo che a gennaio dell'anno dopo sarebbe caduto anche per le sue dimissioni dovute a un'altra inchiesta, quella di Santa Maria Capua Vetere in cui fu coinvolta sua moglie. Oggi si sentirebbe di pensare a un complotto?
«Non so se ci sia stato un complotto. So, invece, che l'inchiesta di Catanzaro ha segnato un cambio di passo della democrazia. Ci fu un utilizzo illegittimo delle intercettazioni, ci fu il tentativo di delegittimare un governo e una classe politica e la successiva inchiesta di Santa Maria Capua Vetere fu la conseguenza di quella di Catanzaro. Il risultato di quelle due inchieste è che fui messo letteralmente fuori gioco».

Troppo potere della magistratura? «Se un magistrato può arrivare a disporre intercettazioni illegittime significa che si è superato ogni limite. C'è la interpretazione di un potere dello Stato come potere assoluto che va oltre qualsiasi riferimento costituzionale. È vero, oggi dopo otto anni, arriva una sentenza. Ma che ci faccio dopo otto anni?».

Lei si dimise da ministro per un avviso di garanzia, de Magistris dovrebbe dimettersi da sindaco per la condanna?
«Deve dimettersi. Subito».

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Jolla arriva nei negozi italiani

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Lo smartphone finlandese con anima italiana disponibile al prezzo (non proprio basso) di 349 euro. La scommessa “indie” contro il duopolio Apple-Google

 

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“Adesso anche Apple ha iniziato a occuparsi della necessità di gestire gli schermi grandi con il movimento del pollice: noi lo diciamo da tre anni”, esordisce così Stefano Mosconi, con il consueto sarcasmo nei confronti della più quotata concorrenza e con, questa volta, un punta di allegria in più. La sua Jolla, azienda finlandese produttrice di smartphone nata da una costola di Nokia, sta per sbarcare in Italia portando a 31 il numero di Paesi in cui è presente. Nella sua Italia: l’ingegnere 36enne è nato e cresciuto a Roma si è trasferito in Finlandia nel 2005 per cominciare a lavorare nella società attualmente di proprietà di Microsoft. Quando Nokia ha deciso di mettere da parte il sistema operativo proprietario open source Meego, Mosconi e quattro dei suoi colleghi di allora si sono messi in proprio per continuare a lavorare alla soluzione. Da allora sono passati tre anni e ne sono venuti fuori un sistema operativo, Sailfish, e uno smartphone, Jolla.

«Il movimento impartisce i comandi»
Adesso il dispositivo è disponibile anche nei negozi nostrani a 349 euro, prezzo abbastanza proibitivo se si pensa alla moltitudine di telefonini Android dai cartellini più svariati. Compresi, tanto per rimanere in Europa, quelli della francese Wiko. Come detto però, Jolla punta tutto sull’originalità del sistema operativo basato sull’immediatezza d’uso in base alla gestualità degli utenti. Ecco perché Mosconi punzecchia Cupertino, che per non venire meno al diktat di Steve Jobs sull’utilizzo con una sola mano ha introdotto la riduzione dell’area su cui si lavora per far scorrazzare il polpastrello anche sui 5,5 pollici dell’iPhone 6 Plus. “Sullo schermo di Jolla non c’è alcuna zona da raggiungere, è il movimento a impartire i comandi”, spiega Mosconi. Muovendo il dito a destra a sinistra verso l’interno dello schermo, ad esempio, si apre la pagina principale mentre spostandosi dall’alto verso il basso si chiudono le applicazioni.
Portabilità sulle app Android
Il tutto a bordo di uno smartphone da 4,5 pollici, con fotocamera posteriore da 8 megapixel, frontale da 2, 16 GB di memoria e processore Qualcomm Dual Core da 1.4 GHz. Le applicazioni native sono circa 400, ma si possono scaricare anche quelle per Android. A proposito del robottino verde, Mosconi anticipa al Corriere della Sera di essere al lavoro sulla possibilità di portare l’interfaccia di Sailfish sulle app lanciate su smartphone equipaggiati con il sistema operativo di Google. La gestualità finlandese, quindi, a bordo della soluzione mobile più diffusa in tutto il mondo. La startup si sta concentrando anche sullo sbarco di Sailfish stesso su altri dispositivi. L’idea è quella di darlo gratuitamente ai produttori. Jolla, insomma, è solo un pezzo del puzzle. In Italia è arrivato l’accordo con il distributore RCH Importazioni per portalo nei negozi fisici perché “la vendita online non è ancora molto sviluppata”. In India invece il mercato è stato aggredito attraverso il sito di e-commerce Snapdeal.
«Non raccogliamo dati»
Sui risultati raggiunti in questo primo anno scarso di attività e sulle attese per il mercato italiano Mosconi non sbilancia. Parla però di un seguito già interessante nei nostri confini: “Abbiamo migliaia di clienti (che hanno già acquistato Jolla online, nda) e speriamo di continuare a crescere”. Di sicuro c’è che se l’affezione per Nokia, attualmente secondo produttore più gettonato con il 17% del mercato italiano, dovesse coinvolgere anche la sua figliastra (illegittima) la strada sarebbe in discesa. Come detto, il tallone d’Achille è il cartellino. Anche se nella sfida con i più convenienti androidi Mosconi e soci hanno un’arma segreta: “L’applicazione più scaricata dai nostri utenti è quella per eliminare il supporto ad Android. In molti vogliono prendere le distanze dalla raccolta dei dati da parte di Google”, spiega. E chiosa: “Noi i dati, semplicemente, non li raccogliamo”.

24 settembre 2014 | 17:33

Un sito consiglia di ricaricare l'iPhone nel microonde: alcuni utenti ci cascano, bruciati migliaia di cellulari

Il Mattino
di Giulia Aubry

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Attenzione, non ricaricate il vostro iPhone nel microonde. Se questo messaggio vi sembra superfluo o paradossale, non siete rimasti vittima del fake diffusosi negli ultimi giorni nel web 2.0 e neisocial network e che indicava come, con il nuovo sistema operativo iOS8, fosse possibile ricaricare la batteria del proprio iPhone inserendolo nel forno a microonde di casa. Con la sola raccomandazione di non lasciarlo per più di 300 secondi.

Lo scherzo risale in realtà allo scorso mese di agosto e sarebbe nato all’interno del sito imageboard 4chan, già noto per la produzione di disegni anime e recentemente responsabile del macabro manga sul virus Ebola. Con un’immagine, costruita sulla falsa riga di quelle contenute nel sito e nelle comunicazioni ufficiali della Apple, veniva annunciato che il sistema operativo iOS8, rilasciato in concomitanza del lancio dell’iPhone 6 avrebbe contenuto un’importantissima novità. Grazie alla funzione “wave”, infatti, sarebbe stato possibile ricaricare completamente il proprio smartphone inserendolo nel forno a microonde per poco più di una manciata di secondi, per la precisione 60 a 700w e 70 a 800w.

Non essendo ancora il nuovo sistema operativo Apple disponibile, però, l’informazione è stata inizialmente messa da parte da quanti, per un motivo o un altro, ne sono venuti a conoscenza. E in pochi ne hanno discusso la natura o l’attendibilità. Con l’entusiasmo per il lancio del nuovo iPhone6 e la notifica, anche sulle passate versioni dello smartphone, della disponibilità di aggiornamento a iOS8 qualcuno ha ritirato fuori il messaggio che è tornato a circolare su siti, mail e social media.

Il risultato? Decine e decine (qualcuno parla addirittura di migliaia) di iPhone cotti a puntino nel forno a microonde.In realtà una campagna fake analoga era già stata creata per il lancio dell’iPhone5. Allora però la novità era l’impermeabilità dello smartphone. Il messaggio però (forse perché di minor impatto rispetto alla ricarica di batterie che, notoriamente, durano troppo poco) non aveva avuto apparentemente lo stesso “successo” e, forse, proprio questo ha spinto gli ideatori ad alzare la “posta in gioco”.

È così subito scattata la campagna anti-stupidi su twitter, che utilizza lo stesso hashtag #Applewave creato dagli autori dello scherzo per diffondere la bufala. Tra chi mette in relazione capacità intellettive e utilizzo dell’iPhone (probabilmente fruitori di Samsung e Android) e chi sottolinea l’impressionante numero di “creduloni” che rafforzano le proprie convinzioni navigando nel web, è tutto un fiorire di commenti tra l’ironico, il divertito e il preoccupato.

Va detto, per essere onesti, che le ripercussioni nazionali sembrano essere state poche. Non si registrano troppi casi di cellulari italiani andati in fumo. Resta il fatto, però, che ora non ci si interroga più solo sull’opportunità di spendere centinaia di euro per un cellulare, ma sulla capacità di spenderli per poi mandarli tanto stupidamente in fumo. In fondo, come sosteneva Einstein, solo due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, e sulla prima persistono dei dubbi. Il web e gli smartphone sembrano contribuire a un’ulteriore estensione in tal senso.

Vietato tagliare i super stipendi della Camera

Libero

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La diffida è arrivata nelle ultime ore al presidente della Camera, Laura Boldrini, al collegio dei questori e ai membri dell'ufficio di presidenza di Montecitorio. A inviarla è stata l'Osa, uno dei sindacati autonomi dei dipendenti degli organi costituzionali (ha un responsabile alla Camera e uno al Senato). Nel testo della diffida si intima ai membri dell'ufficio di presidenza di non procedere all’approvazione del documento attraverso cui si accoglie sia pure in forma diversa-anche dentro i palazzi della politica quel tetto massimo di 240 mila euro lordi annui che il governo di Matteo Renzi ha inserito nella pubblica amministrazione.

Da mesi infatti Camera e Senato si stavano accapigliando sulla necessità di inserire quel tetto anche all’interno delle loro amministrazioni. Le prime ipotesi erano state fatte a inizio estate. Quando stavano per essere approvate, è andata in scena la protesta dei dipendenti che avevano assediato con grande scalpore la Boldrini e i suoi collaboratori con ironici battimano. Una sorta di atipica manifestazione sindacale (i dipendenti degli organi costituzionali non hanno il diritto di sciopero).
Certo ha facilitato questo imprevisto la lentezza delle istituzioni: l’ufficio di presidenza della Camera doveva varare quel tetto da 240 mila euro (che in realtà è di oltre 300 mila euro lordi) lo scorso 18 settembre.

Ma non l’ha fatto, rinviando tutto a fine mese e ora rischiando uno scontro istituzionale molto delicato con la magistratura del lavoro. Anche se il tetto in sé riguarda solo qualche decina di dirigenti o funzionari avanti nella carriera, nella bozza di delibera che doveva andare in ufficio di presidenza si faceva riferimento anche a una rimodulazione degli emolumenti di tutte le altre categorie di personale. È evidente che se scendono gli stipendi apicali, anche quelli immediatamente sotto debbono essere adeguati per non avere livellamenti salariali a funzioni diverse.

In ogni caso il progetto allo studio nelle Camere è ben diverso da quello applicato al resto dei pubblici dipendenti. Innanzitutto perchè al tetto ci si arriverebbe gradualmente da qui al 2018. Poi perchè il livellamento è stato pensato come una sorta di contributo di solidarietà provvisorio: nella sostanza una volta raggiunto, l’anno successivo si tornerebbe agli attuali livelli retributivi. Terza differenza: dal tetto di 240 mila euro sarebbero esclusi i contributi previdenziali che verrebbero versati come se lo stipendio continuasse ad essere quello attuale, e quindi non mettendo a rischio gli importi pensionistici previsti anche con il regime contributivo.

Quarta differenza: dal tetto vengono escluse le indennità di funzione- legate all'incarico ricoperto-che possono arrivare al massimo a 60 mila euro l’anno, e che continuerebbero ad essere cumulate. Quindi non esisterebbe un tetto per tutti, e lo stipendio più alto comunque potrebbe essere ancora di 370 mila euro lordi annui (240 mila di base, più 70 mila euro di contributi previdenziali, più 60 mila euro di indennità di funzione), e quella cifra si arriverebbe progressivamente solo nell'arco di un triennio.
Non certo una tragedia (dopo un anno il segretario generale della Camera passerebbe da 478 mila a 453 mila euro lordi annui) , ma il semplice allineamento degli organi costituzionali a una moderazione salariale che nel pubblico impiego ormai è legge, e che comunque si è fatta sempre più strada anche nelle imprese private.



Bankitalia: aumenti fino a 20mila euro per comprarsi la cravatta

Libero
07 settembre 2014


it
Il governo di Matteo Renzi si attendeva dalla Banca d’Italia se non proprio un obbedisco, almeno un segnale sull’invito formale ad avvicinarsi al tetto di 240 mila euro messo sugli stipendi di tutti i dipendenti della pubblica amministrazione. Pur con numerose furbizie perfino Camera e Senato, che sono amministrazioni autonome e indipendenti come la banca centrale, qualche passo in quella direzione hanno pure fatto (sarà formalizzato il prossimo 18 settembre). Il segnale da via Nazionale è in effetti arrivato.

Ma in direzione diametralmente opposta, tanto da sembrare una sorta di guanto di sfida al governo. Il 25 luglio scorso il consiglio superiore della Banca d’Italia ha deciso di aumentare del 15% ad alcune categorie di dirigenti una componente retributiva fissa, come l’indennità forfettaria delle spese di rappresentanza. Le cifre non sono enormi: si tratta di circa 3-4 mila euro lordi all’anno in più per un gruppo ristrettissimo di dirigenti, qualche decina di beneficiari: funzionari generali, condirettori centrali, vice capi Dipartimento e direttori di sede.

L’indennità viene erogata su base semestrale, e l’importo non è reso pubblico nella sezione trasparenza del sito istituzionale della Banca d’Italia. Variava secondo le varie funzioni, e più volte la stampa ne ha scritto senza smentite dicendo che ammontava in circa 17 mila euro annui (8.500 a semestre). Con il nuovo aumento si dovrebbe quindi superare i 20 mila euro annui. Formalmente quella indennità dovrebbe anticipare delle spese di rappresentanza davvero sostenute, che possono comunque essere rimborsate a piè di lista separatamente con tutte le autorizzazioni e le verifiche del caso.

Negli anni si è trasformata in una vera e propria componente retributiva, che gli stessi sindacati hanno ribattezzato «indennità per vestirsi bene». La spesa di rappresentanza a cui si riferisce è infatti quella del decoro personale che debbono avere gli alti dirigenti che rappresentano fuori la banca centrale: un buon vestito adeguato alle occasioni, una cravatta che rispetti lo stile, scarpe e così via. L’indennità è corrisposta una volta al semestre proprio per quel motivo: cambiano le stagioni, e naturalmente cambiano anche gli abiti di rappresentanza.

A differenza del passato, la scelta del consiglio superiore della Banca d’Italia si selezionare solo una ristretta platea di beneficiari dell’aumento retributivo, ha scatenato qualche mal di pancia perfino all’interno del variegato mondo sindacale della banca centrale. Toni soft, ma perplessi da parte del Cida, il sindacato dei dirigenti interni, che sostiene di «non contestare la decisione in sé», ma di essere preoccupato «per un risultato a cui non si è arrivati per la via maestra che noi avevamo indicato - che peraltro implicava un confronto negoziale con il sindacato -, ma attraverso l’ennesima manifestazione di discrezionalità dell’Amministrazione, di cui ormai si faticano a scorgere i confini».

Ben più vibrante il commento di un’altra organizzazione sindacale interna, il Sibc (Sindacato indipendente della Banca centrale- Cisal), che dal suo punto di vista ovviamente contesta la platea troppo ristretta dei dirigenti a cui è stato concesso l’aumento, chiamandola «l’ennesima vergogna».
Il Sibc attacca: «Chi guida la Banca d’Italia non perde mai occasione per dimostrare di fregarsene dell’equità di trattamento del personale, trovando ogni scusa per dare soldi aggiuntivi solo ad alcuni dirigenti che appartengono al cerchio magico: promozioni ogni tre anni, aumento delle gratifiche segrete alla faccia del blocco economico per gli altri, ora auto-aumento ad personam dell’indennità di rappresentanza.

C’è davvero da chiedersi per quale misterioso motivo l’istituzione dei dipartimenti comporti la necessità di aumentare le spese per vestirsi bene...». L’indennità di rappresentanza o del bel vestito che dir si voglia è solo una delle tanti voci variabili della retribuzione di un dirigente della Banca d’Italia (in tutto sono 606 mentre i funzionari sono 1.470): ci sono infatti le indennità di rischio, quella forfettaria per maggiori prestazioni, quella di residenza, di bilinguismo, l’assegno individuale si servizio, quello di grado, il premio di presenza, la gratifica, e una sere di compensi per speciali incarichi che dipendono appunto da questi ultimi.

di Chris Bonface

La matematica dello streaming secondo Bono

La Stampa

it
Cento milioni di utenti a servizi come Spotify produrrebbero un fatturato di 12 miliardi di dollari all'anno, calcola il cantante degli U2. Ma quanti di quei soldi andrebbero agli artisti? In un'intervista concessa a Dave Fanning sulla radio irlandese RTE 2FM e riportata da Digital Music News, il cantante degli U2 Bono ha spiegato perché vede nello streaming una concreta speranza economica per il futuro degli artisti. Lo ha fatto con un ragionamento matematico molto semplice e all'apparenza inattaccabile: 

- nel mondo ci sono 7 miliardi di persone 

- consideriamo 1 miliardo di utenti Internet (Facebook vanta già circa 1,3 miliardi di iscritti) 
- supponiamo che 1 su 10 ( 100 milioni) si iscriva a un servizio streaming a pagamento 
- un abbonamento costa circa 10 dollari al mese (9,99 euro in media in Italia) 
- 100 milioni x 10 dollari = 1 miliardo di dollari al mese
- 1 miliardo x 12 mesi =  12 miliardi di dollari all'anno
- più di quanto fattura l'intera industria discografica mondiale


Come esempio, Bono cita il servizio svedese Spotify. “I'm a huge Spotify fan”, dice un po' sornione, mentre l'ultimo album degli U2 è ancora in esclusiva su Apple iTunes. Al di là di qualche imprecisione non decisiva sui valori citati (il fatturato annuale dell'industria discografica, pur in calo, è ancora superiore ai 12 miliardi di dollari: 15 miliardi di dollari nel 2013 , secondo dati IFPI), il suo discorso e i suoi calcoli non sembrano fare una grinza. 

C'è però un punto in cui il ragionamento si inceppa: l'area grigia che separa quei potenziali 12 miliardi di dollari e gli artisti. Innanzitutto c'è da togliere il profitto di Spotify (e delle altre piattaforme streaming). Poi non bisogna dimenticare che Spotify non paga direttamente nemmeno un centesimo agli artisti. I soldi vengono invece girati alle etichette discografiche e ai distributori che – a seconda dei contratti e del numero di canzoni effettivamente ascoltate sul servizio – versano una percentuale ai singoli artisti. 

Anche questo potrebbe sembrare un passaggio logico ed efficiente, ma c'è un problema: è un meccanismo sulla cui reale gestione non si sa quasi nulla (e gli artisti italiani qui potrebbero iniziare a provare una sottile sensazione di déjà vu a forma di SIAE...). Non è ben chiaro l'esatto valore che viene attribuito all'ascolto di una canzone, se è uguale per tutti o se vi sono dei criteri per cui una canzone potrebbe valere più di un'altra ( le major e le etichette più “potenti” godono di corsie e percentuali preferenziali? Se sì, di quanto preferenziali?). Inoltre, molti artisti - un po' per indifferenza, un po' per la complessità dei contratti - non sono nemmeno al corrente di quale sia la loro situazione e di quale porzione dei soldi pagati da Spotify per la loro musica finisca effettivamente nelle loro tasche: 50%? 20%? 8%? 

La matematica semplificata di Bono si perde dunque nella nebbia dell'intermediazione che avvolge oggi lo streaming, nascondendo quei passaggi che fanno sì che una torta già del valore di almeno un miliardo di dollari (Spotify ha 10 milioni di utenti paganti) si polverizzi nelle poche briciole che la maggioranza degli artisti riceve in banca. Agli idealisti e ai sognatori, Internet e i suoi numeri così chiari e all'apparenza inequivocabili promettevano un sistema più snello, più semplice, basato sulla garanzia della trasparenza. Il sistema descritto dalle ingenue moltiplicazioni del cantante degli U2. Un'illusione che si sfalda di fronte alla realtà dello streaming attuale: uno straordinario strumento d'ascolto per il pubblico sotto la cui superficie, purtroppo, per ora sembrano dominare i vecchi eccessi e gli ombrosi magheggi della cattiva intermediazione. 

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Addio obbligo cognome paterno, primo sì dell’Aula

La Stampa

Ci sarà la libertà di scelta. Ora dovrà passare all’esame del Senato per l’approvazione definitiva. Il maggiorenne può scegliere di aggiungere il cognome dell’altro genitore

it
Cade l’obbligo del cognome paterno: per quello dei figli arriva la libertà di scelta. L’Aula della Camera ha approvato a voto segreto (239 sì. 92 no e 69 astenuti) il testo unico che introduce il doppio cognome nell’ordinamento italiano, adeguandolo in materia alla sentenza con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo dello scorso 7 gennaio aveva condannato l’Italia per violazione dei diritti umani.

Il testo era approdato per la prima volta in Aula a Montecitorio nello scorso luglio, ma era stato necessario un rinvio in commissione per appianare le divergenze sulle forze politiche. Alla fine, si è arrivati al voto di oggi (tenutosi a scrutinio segreto) dopo che Forza Italia e Scelta Civica hanno lasciato libertà di voto ai deputati. Di «legge Torre di Babele» parla Alessandro Pagano di Ncd mentre Pd e Sel sottolineano come il provvedimento sia giusto. Il M5S si è astenuto sul voto finale.

Ecco, in sintesi, le novità introdotte dal testo unico, che ora approda a Palazzo Madama. 

- LIBERTÀ DI SCELTA Piena libertà nell’attribuire il cognome. Alla nascita il figlio potrà avere il cognome del padre o della madre o i due cognomi, secondo quanto decidono insieme i genitori. Se però non vi è accordo, il figlio avrà il cognome di entrambi in ordine alfabetico. Stessa regola per i figli nati fuori del matrimonio e riconosciuti dai due genitori. Ma in caso di riconoscimento tardivo da parte di un genitore, il cognome si aggiunge solo se vi è il consenso dell’altro genitore e dello stesso minore (se però ha almeno 14 anni). 

- FIGLI ADOTTIVI Il principio della libertà di scelta, con qualche aggiustamento, vale anche per i figli adottati. Il cognome (uno soltanto) da anteporre a quello originario è deciso concordemente dai coniugi, ma se manca l’accordo si segue l’ordine alfabetico. 

- TRASMISSIBILITÀ DEL COGNOME Chi ha due cognomi può trasmetterne al figlio soltanto uno, a sua scelta. 

- COGNOME DEL MAGGIORENNE. Il maggiorenne che ha il solo cognome paterno o materno, con una semplice dichiarazione all’ufficiale di stato civile, può aggiungere il cognome dell’altro genitore. Se però nato fuori del matrimonio, non può prendere il cognome del genitore che non l’ha riconosciuto. 

- ENTRATA IN VIGORE DIFFERITA. Le nuove norme non saranno immediatamente operative. L’applicazione è infatti subordinata all’entrata in vigore del regolamento (il governo dovrà adottarlo al massimo entro un anno) che deve adeguare l’ordinamento dello stato civile. Nell’attesa del regolamento, sarà però possibile (se entrambi i genitori acconsentono) aggiungere il cognome materno. 

Cisl, Bonanni lascia fra i veleni sulla sua pensione

Il Messaggero

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Visibilmente commosso, Raffaele Bonanni ha deciso di comunicare le sue dimissioni dal vertice Cisl con poche parole ai dirigenti del sindacato, in una riunione della segreteria informalmente allargataanche ai leader di tutte le categorie e del territorio. Un addio in un clima difficile in via Po, dove voci circolate nelle ultime ore parlano di sospetti e accuse che rig uarderebbero retribuzioni e trattamento pensionistico del leader.

È stata una decisione «meditata profondamente» e presa, ha detto Bonanni ai suoi, «non perché siano mancati fiducia e consenso» ma per accelerare l'avvio di «una discussione aperta» sul rinnovamento interno alla Cisl e con la designazione di Annamaria Furlan per la successione espressa nel segno di una «piena unità interna». Un intervento breve, poi nessuna replica dei presenti, nessun dibattito, solo un lungo applauso. Poche frasi e senza alcun accenno del segretario generale uscente al clima che ha accompagnato la sua uscita di scena dopo otto anni da leader, con indiscrezioni di stampa che parlano di vecchi veleni, dossier e lettere anonime.

È con poche dichiarazioni, ad una radio e a una tv, che Raffaele Bonanni replica alle voci, circolate nelle ultime ore, che riferiscono il sospetto che abbia potuto aumentarsi lo stipendio per far lievitare la pensione (quanto ha percepito negli ultimi mesi e fino a oggi ammonterebbe - secondo quanto trapela dal sindacato - a un netto mensile di 4.800 euro di pensione, più 3.600 euro di un contratto da co.co.pro.). «Dopo 47 anni di contribuzione non prenderò neanche la pensione che prende il suo caporedattore», risponde Bonanni alla domanda del giornalista di SkyTg24.

«Una pensione d'oro di 4.500 euro? Li prende anche il dirigente della più piccola azienda d'Italia. Ho versato contributi per 47 anni e ho lavorato sempre ai vertici: credo che anche io possa pretendere una pensione molto, ma molto, ma moltissimo inferiore ad altri che la possono criticare», dice ancora a Radio Capital. Nel sindacato di via Po «non ci sono incomprensioni, c'è una armonia disturbata da chi ha una cultura di dietrologie». Poi sgombera il campo dalla possibilità che la sua scelta sia legata allo scontro sull'articolo 18: «Io sono abituato a battagliare, il problema è che io le mie battaglie le ho concluse. Non lascio a causa dell'articolo 18».

Alla riunione con i vertici della Cisl Bonanni è arrivato con Annamaria Furlan, la sindacalista designata alla successione, fermandosi per qualche istante l'uno accanto all'altra a favore di telecamere e fotoreporter. Sarà quasi sicuramente l'8 ottobre (la data è ancora da formalizzare) la riunione del consiglio generale per l'elezione del nuovo segretario generale. È dello scorso giugno l'elezione di Annamaria Furlan a segretario generale aggiunto: già allora - ha sottolineato Bonanni alla riunione con i vertici Cisl - «avevo indicato lei come mio successore.

La sua elezione a larghissima maggioranza è stata la dimostrazione della grande unità della Cisl, credo che bisognerà continuare su questa strada consolidando la piena unità» interna al sindacato. La scelta delle dimissioni anticipate rispetto alla scadenza di giugno 2015, ha poi spiegato, «scaturisce dalla necessità di avviare una rimodulazione dell'assetto organizzativo della Cisl con una discussione aperta, non solo per salvaguardare la Cisl ma tutto il Paese in un momento in cui sta saltando tutto».

25 Set 2014 00:37 - Ultimo aggiornamento: 00:56