venerdì 26 settembre 2014

De Magistris, Grasso: la Legge Severino va applicata

La Stampa

Il presidente del Senato: ci sarà comunque un provvedimento. Il sindaco non molla: vado avanti,si dimettano i giudici di Why Not


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La condanna del sindaco di Napoli Luigi De Magistris per abuso di ufficio continua a far discutere. «La legge Severino è una legge che va applicata, è stata già applicata anche ad altri sindaci. Penso sia inevitabile che sia applicata». Così il presidente del Senato, Pietro Grasso commenta il caso . «Poi naturalmente ci sarà il seguito dell’appello, dell’impugnazione che potrà eventualmente dare un contorno definitivo alla vicenda». 

«Dimissioni del sindaco de Magistris? Non ho un’ opinione in proposito, certamente valuterà al meglio la situazione», ha detto Grasso. «Sa benissimo che se non lo dovesse fare ci sarebbe comunque un provvedimento da parte del prefetto non appena si renderà esecutiva oppure si depositerà la motivazione», ha aggiunto. Il sindaco non molla e parlando in Consiglio comunale attacca«Vorrebbero applicare per me la sospensione breve, in base alla legge Severino, un ex ministro della Giustizia che guarda caso è difensore della mia controparte nel processo a Roma. E la norma è stata approvata mentre il processo era in corso». 



Legge Severino e crisi politica, doppio incubo per De Magistris
La Stampa
giuseppe salvaggiulo

“Non mollo”. Ma dopo la condanna il sindaco di Napoli può essere sospeso


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Dopo la condanna in primo grado per abuso d’ufficio, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha due problemi. Il primo è giuridico: la legge Severino, varata nel 2013, prevede in questi casi la sospensione dalla carica. Il secondo è politico: la condanna, ancorché riferita alla sua carriera di magistrato, chiusa per entrare in politica - lo indebolisce ulteriormente in un quadro di instabilità amministrativa.

La questione giuridica è nella mani del prefetto, cui la legge attribuisce il potere di accertare l’esistenza della «causa di sospensione». L’interpretazione prevalente tra i giuristi, confermata dai primi casi di applicazione (Latina, Fasano), è sfavorevole a De Magistris: sospensione senza se e senza ma. Gli avvocati del sindaco stanno ragionando e potrebbero opporsi al prefetto con un ricorso al Tar. La sospensione «congelerebbe» De Magistris, ma non farebbe cadere la giunta, che resterebbe in vita «decapitata» e con il fiato corto.

La legge Severino è la stessa che ha fatto decadere Berlusconi dopo la condanna definitiva per frode fiscale. Un anno fa, per salvare il leader, il centrodestra sosteneva un’interpretazione restrittiva della legge. Oggi, per chiedere la testa di De Magistris, ne invoca un’applicazione draconiana. Al contrario lo stesso De Magistris, un tempo irremovibile nel chiedere dimissioni di politici indagati, ora annuncia via twitter: «Non mollo, resisto». L’Italia dei Valori, il partito con cui l’ex pm si diede alla politica, tace. No comment da Antonio Di Pietro, pure lui ex pm che teorizzò (e praticò) le dimissioni in attesa di chiarimento giudiziario.

Un sindaco popolare e politicamente solido avrebbe buoni argomenti per approntare uno scudo efficace: la vicenda giudiziaria non c’entra con il ruolo di sindaco né con la città; la sentenza è tutt’altro che granitica, sia a livello di prove che di configurazione del reato, tanto che la Procura aveva chiesto l’assoluzione, quindi non è escluso un esito favorevole in appello. Ma De Magistris da tempo ha smarrito popolarità (un anno fa, la lista Rivoluzione Civile da lui sostenuta prese a Napoli un misero 3,7%) e solidità politica. In tre anni, ha perso dieci assessori sui dodici della prima «giunta arancione» e otto consiglieri comunali di una maggioranza ormai risicatissima (25 voti su 49). Inoltre De Magistris è politicamente «apolide»: lasciata l’Idv, s’è imbarcato nella fallimentare avventura della lista Ingroia, quindi ha ammiccato a Renzi ma senza stabilire un rapporto con il Pd.

Oggi il Consiglio si riunisce per votare il bilancio. Mercoledì era mancato il numero legale, un bis sarebbe un altro colpo per il sindaco, che per puntellare la maggioranza sta offrendo un accordo a Sel. Un solo voto in più, ma prezioso.



De Magistris, il giustizialista che non accetta le sentenze
La Stampa
cesare martinetti

Le parole resistere o resistenza vanno maneggiate con molta cura. Ora, che il sindaco di Napoli parli di «resistenza» e di «lotta per la giustizia» per difendere la sua poltrona, è inaccettabile. 

È stato eletto sulla spinta di una popolarità ottenuta su inchieste costruite su abusi che sono stati accertati dal tribunale. È stato condannato a un anno e tre mesi. Le richieste di dimissioni sono più che legittime. Si potrà discutere all’infinito sull’effettiva decadenza legale della sua carica. Egli ha naturalmente diritto al giudizio di appello e alla sospensione della pena. Potrà fare tutti i ricorsi che vuole. Ma questo riguarda il suo destino personale.

Dal punto di vista dell’interesse generale questa vicenda richiede invece una soluzione immediata. Per buon gusto, per estetica, per coerenza. Basta con capziosità e furbizie giuridiche. Abbiamo trascorso anni - non i migliori - in balia di leggi ad personam e conflitti di interesse che hanno cambiato il discorso pubblico del Paese. In Italia è ora in corso un tentativo di riforma importante, difficile, contraddittorio e naturalmente discutibile. Ma che il cambio di stagione sia completo, anche nel rapporto tra politica e giustizia.

Luigi De Magistris è uno di quei personaggi la cui popolarità si deve a una distorsione tutta italiana che nasce dalla sensazione diffusa di vivere in un Paese con un tasso di ingiustizia insanabile dalla naturale fisiologia istituzionale e che richiede l’intervento di attori eccezionali che rompano la crosta dell’impunità. De Magistris questo ha fatto da pm a Catanzaro mettendo sotto inchiesta mezzo mondo politico grazie ad intercettazioni illegali ottenute con la consulenza dell’informatico Gioacchino Genchi.

Una vicenda scoperta e denunciata da Guido Ruotolo su La Stampa nell’ottobre del 2007. Milioni di tabulati telefonici acquisiti illegalmente. Tra questi quelli di politici di primo piano come Prodi, Rutelli, Gozi, Pittella, Mastella. Indagini poi finite in calderoni ingestibili e inconcludenti, che però hanno lasciato tracce pesanti nelle vite e nei destini delle persone ed hanno cambiato il corso della politica.

Qual è il punto? Che chi - come De Magistris - si è legittimato come giustiziere grazie alla toga di magistrato ed è poi transitato in politica beneficiando di un consenso fondato su quell’immagine, nel momento in cui un tribunale lo condanna non può proclamare la sua «resistenza» in nome della «giustizia» perché così facendo genera altra ingiustizia.

Quando il procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli fece il suo appello alla «resistenza» intendeva difendere la stagione di Mani Pulite, non il suo ruolo o disconoscere una sentenza del tribunale. Apriva un conflitto con la politica, ma questa è un’altra cosa. Le sentenze dei tribunali non valgono a comando. Alla politica oggi è chiesto un vero cambio: se in Emilia anche la semplice attesa di un’inchiesta cambia i connotati delle primarie, a Napoli un condannato per abuso d’ufficio non può fare il sindaco. 

@cesmartinetti

Le buone notizie | Sul New York Magazine la dichiarazione d'amore per Napoli: «Andateci, scoprirete calore e passione»

Il Mattino
di Paolo Barbuto



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Leggetelo in lingua originale l'articolo di Amanda Ruggeri pubblicato sul New York Magazine, se potete fatelo: è l'unica maniera per comprendere l'amore e la passione verso Napoli, verso la nostra città. Amanda ha un nome italiano che ne tradisce le origini, ma ha costruito la sua vita studiando a Yale e perfezionandosi a Cambridge, prima di volare in America per seguire la sua passione, il giornalismo. Freelance, pubblica sul New York Times, Guardian, manda servizi alla BBC. L'articolo è stato pubblicato sull'ultimo numero del settimanale ed è disponibile anche online. Parla della nostra Napoli in una maniera alla quale non siamo più abituati da anni. Amanda è capace di dire tutto, il male e il bene di Napoli, e di mescolarlo arrivando a una conclusione: Napoli si ama perché è così, perché è Napoli.

itSe cercate alla consueta cartolina banale fatta di immondizia e degrado o, al contrario costruita su mandolini, pizze e scugnizzi, non troverete quel che cercate. In questa "dichiarazione d'amore" troverete le sensazioni che chiunque prova in questa città: "La prima volta che l'ho visitata ero terrorizzata, mi sembrava che i cassonetti dell'immondizia esplodessero come il Vesuvio, il traffico pareva impazzito...".

Poi Amanda spiega d'essere tornata qui a Napoli, di aver scoperto che l'immondizia non è più un problema ("Ce n'è meno di quella che vedo a Manhattan la domenica sera"), ma soprattutto di aver scoperto Napoli. Arte e bellezza dietro ogni angolo, scugnizzi che escono da uno scatolone per metterti paura, ma poi ridono con te, non di te. Musei nei quali perdersi e strade piene di gente "vera", vigili che ti consigliano di prendere una strada contromano e "panarielli" calati per comprare sigarette di contrabbando.

Amanda, se avrete la pazienza di leggere il suo incredibile reportage, spiega ai suoi connazionali che questa città è diversa dalle altre, che non è vero che certe cose succedono in tutte le grandi città, che certe cose succedono solo a Napoli e, per la maggior parte sono "cose belle", ricche d'amore e di calore coma la gente di questa città.

Una boccata d'ossigeno per chi legge, da anni, che Napoli è solo spazzatura e violenza. La Napoli che racconta Amanda Ruggeri è quella vera, spetta a noi napoletani dimostrare che è così...

giovedì 25 settembre 2014 - 12:48   Ultimo agg.: 12:51



Napoli, metropolitana violenta: botte, insulti, sputi, umiliazioni. Ecco il dossier della vergogna con i racconti dei lettori
Il Mattino

Dieci storie selezionate fra quelle che avete mandato all'indirizzo sosmattino@ilmattino.it Racconti drammatici, imbarazzanti, eppure tutti reali

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Leggere questi racconti è roba da brividi. Aggressioni, sputi, botte, insulti, umiliazioni. Tutto nei vagoni della metropolitana di Napoli, bella e premiata per le stazioni dell'arte, pericolosa e degradata per colpa dei teppisti che la frequentano. Si parla di babygang, meglio sarebbe parlare di violenti gradassi che pensano (e troppo spesso a giusta ragione) di restare impuniti quando si accaniscono sugli indifesi.

Leggete le storie che trovate qui sotto, leggetele una di fila all'altra. Scoprirete eventi che pensavate riservati solo ai film splatter e violenti. Ma qui non è finzione, è tutta realtà, realtà napoletana. Purtroppo








In balia di teppisti che insultano e spingono solo per divertirsi
Mi hanno puntato, mi sono difeso. Ma perché devo fare a botte nella metro?
Accerchiata e trascinata per i capelli dai bulli. Io ragazzina umiliata
Mi hanno lanciato addosso pezzi di ferro. RIdevano del mio dolore
Pestato senza motivo guardate come sono ridotto
C'è troppa omertà, se tutti ci ribellassimo sarebbe più facile
Ho detto "smettetela". Mi hanno spaccato la faccia con una pallonata
Picchiato nel vagone senza motivo. Stazione deserta, io abbandonato
Bloccano le scale mobili e si divertono a vedere gli anziani in difficoltà
Presa in giro, e mentre uscivo mi hanno sputato sulla faccia
Oscurano le telecamere per sentirsi liberi di fare ciò che vogliono

giovedì 25 settembre 2014 - 17:17   Ultimo agg.: 21:24



Napoli, assalto a turista americano per un orologio di 17mila dollari: fermato un 27enne
Il Mattino

Napoli - La rapina è stata messa a segno una settimana fa. Vittima un facoltoaso turista americano che girava in città con un prezioso orologio del valore di circa 17mila dollari. A piazza Dante l'assalto dei rapinatori.


itLe indagini condotte dagli agenti della squadra mobile di Napoli hanno portato al fermo di polizia giudiziaria E.F., 27 anni, ritenuto gravemente indiziato del reato di rapina aggravata e lesioni.Il 27enne, dopo aver strappato l'orologio al turista è fuggito facendo perdere le proprie tracce mentre la vittima ha riportato una ferita al polso medicata in ospedale.
I poliziotti, con una serie di elementi raccolti tra cui una dettagliata descrizione del rapinatore, lo hanno individuato e rintracciato in un appartamento di vico Figurelle a Montecalvario. L'uomo ha cercato di sfuggire alla cattura scagliandosi contro gli agenti.

giovedì 25 settembre 2014 - 11:02   Ultimo agg.: 12:17

Ecco Shellshock, il bug "peggiore di sempre" per gli utenti della Apple

Giovanni Masini - Ven, 26/09/2014 - 11:09

Dall'Inghilterra avvertono: "Acquisti e operazioni bancarie online potrebbero essere a rischio"

Si chiama Shellshock e potrebbe essere il bug peggiore di sempre, per chi usa Mac e Linux.

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Un bug, scoperto dalla società di sviluppo software Red Hat, che potrebbe colpire milioni di server, governi e servizi segreti di mezzo mondo, mettendo gli hacker in condizione di entrare in possesso di informazioni delicate e segrete.

La falla nei sistemi di sicurezza è stata scoperta in una parte di software (quella che in informatica è nota come "shell") chiamata "Bash", una delle componenti più utilizzate nei sistemi operativi più diffusi al mondo, come quelli di Apple e Linux. Come spiega il sito Hardware Upgrade, Shellshock sarebbe un bug particolarmente infido, perché utilizza tre sole linee di codice per attaccare un sistema vulnerabile, permettendo al codice dell'attaccante di venir eseguito non appena la shell viene invocata, aprendo le porte a una vasta gamma di possibili attacchi.

Mentre gli addetti ai lavori cercano con ogni mezzo di contrastare il panico, nel Regno Unito diversi esperti di informatica suggeriscono di sospendere gli acquisti online con carta di credito sino a quando il problema non verrà risolto. Da Cert-Uk, il centro britannico per la sicurezza e le emergenze informatiche, avvertono che Shellshock è stato classificato con il massimo livello di allerta, "per impatto e riproducibilità"; negli Usa, la Divisione nazionale per la cyber-sicurezza ha assegnato al bug un livello di pericolosità di 10/10, sottolineando la facilità con cui potrebbe venire sfruttato dagli hacker.

Gli analisti esortano le autorità a prendere al più presto le necessarie contromisure, denunciando come a poche ore dalla scoperta del bug (che pure è stato a lungo presente nel software enterprise di Linux) gli hacker abbiano già iniziato ad approfittare della "falla".

Parlando con The Independent, l'esperto di sicurezza informatica David Jacoby ha dichiarato: "Nel mirino non ci sono i singoli, ma i server. Se la vostra banca online o i siti di e-commerce a cui vi rivolgete, per esempio, dovessero essere a rischio, gli attaccanti potrebbero, in teoria, compromettere la sicurezza del server ed avere accesso alle vostre informazioni personali. Dire quali obiettivi potrebbero essere colpiti e quali no è estremamente difficile, ma per i prossimi giorni raccomanderei di non usare la carta di credito e di non condividere informazioni sensibili, almeno finchè non se ne sa qualcosa in più".

Sempre al foglio inglese altri esperti di cyber-sicurezza hanno confermato che Shellshock potrebbe rappresentare un rischio anche maggiore di quello di Heartbleed, il bug che aveva spaventato gli utenti del Web nello scorso aprile.

Scattare selfie con gli auricolari o con un fischio. L'app sviluppata in Campania

Il Mattino

Un gruppo di sviluppatori campani della società Techmade ha inventato un'app per scattare selfie utilizzando i comandi degli auricolari o anche un semplice fischio.

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L'idea è tanto semplice quanto rivoluzionara per gli amanti delle foto «fai da te». Fare un buon selfie è senza dubbio una cosa non da tutti. Bisogna avere una certa abilità nel centrare l'inquadratura, saper orientare la foto in modo da avere una buona illuminazione e, soprattutto, toccare il pulsante giusto evitando di muovere lo smartphone durante lo scatto.Con l'app TechmadeSelfie si possono scattare selfie e riprese video utilizzando le cuffie e gli auricolari del telefono.

Ecco come funziona. Dopo aver avviato l'App è sufficiente premere il tasto di risposta dell'auricolare o il tasto del volume dello smartphone e la fotocamera integrata scatterà automaticamente la foto.Ma c'è di più: per una maggiore autonomia e comodità si può  attivare lo scatto anche con un fischio.

CLICCA QUI PER IL DOWNLOAD DELL'APP

Lo strano caso del sindaco giudice

Corriere della sera

di Marco Demarco

Luigi de Magistris, il magistrato che voleva «scassare e rimontare» Napoli, si trova ora al centro di un garbuglio politico-istituzionale senza precedenti


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Il caso di un sindaco condannato non è raro. Purtroppo. Ma il caso di un sindaco pluricommissariato su singoli aspetti amministrativi, privo di una maggioranza stabile, isolato politicamente, perché ormai senza un movimento o un partito di riferimento, e per giunta condannato e con un vicesindaco condannato a sua volta, più che raro è unico. E questo è appunto il caso di Luigi de Magistris, sindaco di Napoli e in procinto di diventare, per automatismo legislativo, anche sindaco della più grande area metropolitana dopo quella di Milano.

Un sindaco così messo, che per responsabilità proprie e vicende politiche nazionali che ha contribuito a determinare (l’inchiesta Why not, le dimissioni di Mastella, la caduta del governo Prodi) si trova ora al centro di un garbuglio politico-istituzionale senza precedenti. Difficile venirne fuori senza fare i conti con se stesso e con la propria cultura politica. Destra e sinistra dovrebbero invece autoflagellarsi per il troppo spazio lasciato a simili avventure.
Un giudice condannato da altri giudici
De Magistris, eletto sindaco proprio perché destra e sinistra si sono di colpo liquefatte, era un magistrato, credeva nella moralizzazione per via giudiziaria dei poteri, apparteneva al cosiddetto partito dei giudici, ed ora è stato condannato da altri giudici proprio perché ha fatto abuso dei propri poteri. Un mondo che si rovescia. Ora il sindaco condannato si appella alla Giustizia con la g maiuscola, rinnega il formalismo processuale e contrappone lo stato della persona, l’intima convinzione della propria innocenza, allo Stato di diritto. Ma questo è l’esatto opposto di ciò che diceva quando era pm, quando era convinto che sarebbero state le sentenze a riscrivere la storia.
L’agonia di Napoli
Il garantismo e la considerazione per un eletto dal popolo qui non c’entrano, perché ora c’è una legge, la stessa già applicata con Berlusconi, che prevede per i condannati, anche se solo in primo grado, l’abbandono dei pubblici uffici. Chi come de Magistris ha costruito la propria carriera politica contro l’indecenza di un Parlamento degli inquisiti, non può accampare scuse di fronte a quello che di fatto è diventato un Comune dei condannati. Ma poi c’è la città, quella Napoli che de Magistris voleva «scassare» e rimontare: impensabile prolungarne l’agonia con la deindustrializzazione che avanza e la popolazione che decresce anche per il limitarsi di ogni prospettiva. Non tenerne conto prima del varo, ormai prossimo, dell’area metropolitana sarebbe paradossale. «Che colpa abbiamo noi?» potrebbero dire gli altri, quelli che de Magistris non l’hanno mai votato .

26 settembre 2014 | 08:21

Cina, per i corrotti divieto di suicidio «Vi puniremo anche da morti»

Corriere della sera

di Guido Santevecchi, corrispondente a Pechino

La grande epurazione di Xi: indagati 182 mila membri del partito comunista. Un editoriale feroce invoca: «La morte non dev’essere una via di scampo»


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Il titolo dell’editoriale è feroce: «La morte non dev’essere una via di scampo». L’articolista comincia osservando che il mestiere di funzionario pubblico in Cina è diventato rischioso e subito cita il caso dell’ex segretario del partito in un distretto di Nanchino che il 18 settembre si è impiccato a casa; l’8 settembre il vice capo del Pcc di Hohhot, capitale della regione autonoma della Mongolia Interna, si era chiuso in ufficio, seduto alla scrivania e si era tagliato i polsi. I due politici erano indagati per corruzione. Sono almeno trenta i suicidi di funzionari cinesi finiti nelle pagine di cronaca dall’inizio dell’anno per essersi tolti la vita mentre gli uomini della Commissione di disciplina chiudevano il cerchio intorno a loro. Un tasso che secondo studi locali è superiore del 30% almeno alla media nazionale dei suicidi in Cina.

Ed ecco l’editoriale che invoca: «Bisogna adottare misure per bloccare le vie di fuga giudiziarie per i corrotti che cercano di evitare la punizione con il suicidio».
La firma è della professoressa Lin Zhe della Scuola centrale del partito comunista: il pensiero del regime. Il ragionamento è clinico: i suicidi dei dirigenti corrotti causano gravi perdite agli sforzi contro la corruzione, perché una larga parte dei guadagni illeciti non vengono recuperati con la confisca. Quindi, il suicidio può essere un sotterfugio per lasciare in eredità alla famiglia le tangenti e le ruberie. La signora Lin Zhe ricorda come la legge cinese preveda la fine del procedimento in caso di morte dell’indagato e aggiunge che nella cultura cinese c’è quella sorta di rispetto per i morti che impedisce di parlare delle loro colpe. La richiesta dunque: una drastica correzione della procedura: se non si riesce a prevenire il suicidio, i corrotti vanno puniti anche nella tomba.

Sul piano pratico, per evitare i suicidi, la Commissione disciplina ha appena ordinato che le «stanze per le discussioni», come vengono chiamati gli ambienti per gli interrogatori (e le torture spesso), vengano ricoperti di pannelli imbottiti per evitare che i sospetti commettano atti autolesionistici.

La battaglia contro la corruzione è stata lanciata dal presidente Xi Jinping alla fine del 2012, quando è entrato in carica. Nel 2013 l’Università di Pechino ha calcolato che siano stati messi sotto inchiesta 182 mila membri del partito comunista: l’anno prima erano stati solo 10-20 mila. Non sono solo «mosche», come Xi chiama i piccoli burocrati, ma anche «tigri»: la media quest’anno è di 32 alti funzionari a settimana. L’uomo che coordina la campagna è Wang Qishan, 66 anni, capo della Commissione centrale di disciplina del partito. Ai suoi ordini c’è un esercito di 800 mila investigatori. Dicono che sia uno spettatore appassionato di House of Cards , la serie tv Usa che racconta le trame per il potere e la corruzione all’ombra della Casa Bianca.

L’editoriale che chiede di non fermarsi nemmeno davanti alla morte fa capire che a Pechino è in corso la battaglia finale per la lotta alla corruzione.
Il Quotidiano del Popolo giorni fa ha avvertito che «le grandi tigri si riuniscono in bande per cercare di andare al contrattacco». Qualcuno ha invocato l’amnistia per i reati commessi prima del 2012, perché si teme che la vastità dell’operazione, le decine di migliaia di arresti e condanne, destabilizzino il partito e il Paese. Davanti al Politburo Xi Jinping avrebbe detto: «Nessun compromesso, a costo della vita, preparate cento bare e lasciatene una per me, sono pronto a morire in questa battaglia per il futuro».

26 settembre 2014 | 08:32

Enpa: dolore per la tragedia della bimba uccisa dal pastore tedesco, ma non abbattete il cane

La Stampa

L’esperto: «Quel tipo di cane non è adatto alle famiglie». Il veterinario: «Quando in casa convivono bimbi e cani, l’attenzione dei genitori deve essere sempre massima. È buon senso»

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«Proviamo dolore e sgomento per la tragedia accaduta a Fiano Romano. Esprimiamo tutto il nostro cordoglio alla famiglia della piccola». A dirlo è il presidente nazionale dell’Enpa, Carla Rocchi, commentando la notizia del pastore tedesco che ha azzannato e ucciso la bambina di tre anni. «Siamo fiduciosi - ha aggiunto Rocchi - che la procura di Rieti, che come atto dovuto ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e omessa vigilanza di minore, chiarisca la dinamica di questo terribile incidente».
L’Enpa, inoltre, «respinge ogni ipotesi di abbattimento dell’animale», e si è resa «disponibile ad offrire il proprio supporto e la propria collaborazione per la gestione del pastore tedesco».

L’esperto: il pastore tedesco non è adatto alle famiglie
Un pastore tedesco, come quello che protagonista della storia, «non è sempre un buon cane di famiglia, perché ha forti istinti di guardia, controllo e anche predatori, insieme a una grande vitalità che necessità di essere sfogata. Per questo va inserito nelle famiglie in modo lento e graduale, con l’aiuto di un addestratore esperto». Ad affermarlo, interpellato dall’Ansa, è Salvatore Montemurro, presidente dell’Osservatorio italiano cani mordaci, che sottolinea l’importanza della scelta del cane soprattutto se in famiglia ci sono bambini.

«Il pastore tedesco è il più apprezzato dagli eserciti per la sua capacità di azione e intervento, è un cane selezionato per il lavoro di controllo e quindi mantiene intatti i suoi istinti. Ha bisogno di un padrone che lo sappia far sfogare attraverso l’attività sportiva», spiega Montemurro.

Far socializzare il cane e il bambino è fondamentale, perché senza un corretto inserimento «il bimbo, per il cane, resta un estraneo», prosegue Montemurro. I bambini, inoltre, «sono incapaci di leggere i segnali che danno fastidio al cane, per cui vanno educati. Devono sapere che mentre il cane mangia, dorme o gioca col suo osso, non va infastidito. E nel gioco tra cane e bimbo deve essere sempre presente un adulto».

Più in generale, evidenzia l’esperto, «esistono cani da compagnia e cani da utilità. Chi non ha bisogno di un cane da utilità, ad esempio per la guardia, o non ha tempo per far socializzare il cane con il bimbo, è bene che scelga un cane da compagnia come un barboncino o uno yorkshire», che hanno anche il vantaggio di una taglia medio piccola: «pure un cane docile ma di grossa taglia, come un labrador o un terranova, nelle fasi di festeggiamento può far male a un bimbo». 

Il veterinario: servono corsi per i proprietari
«Quando in casa convivono bimbi e cani, è bene che l’attenzione dei genitori sia sempre massima. È una regola di buon senso. Così commenta all’Adnkronos Salute Franco Fassola, veterinario e presidente della Società italiana scienze comportamentali (Sisca)». Ma oltre al “buon senso”, il veterinario ritiene anche che «sarebbe necessario organizzare dei corsi ad hoc per i proprietari di cani, con tutte le informazioni per sapere bene come comportarsi».

Codacons: serve un patentino per razze aggressive
«La questione dei cani aggressivi e potenzialmente pericolosi per la salute dell’uomo deve essere affrontata seriamente». E quanto chiede il Codacons commentando il caso di Roma: «Al di là del caso specifico, è indubbio che esistono razze di cani potenzialmente pericolosi - afferma il presidente Carlo Rienzi - indipendentemente dall’educazione che si dà al proprio animale, è riconosciuto che esistono razze che per caratteristiche proprie possono provocare ferite letali». Per questo il Codacons ricorda che «da tempo chiede un patentino obbligatorio per chi possiede cani particolarmente potenti e potenzialmente pericolosi» e sottolinea come «l’aver eliminato la lista delle 17 razze di cani a rischio introdotte dall’ex ministro Sirchia ha di fatto cancellato qualsiasi obbligo per i loro proprietari, con conseguenze negative sul fronte della sicurezza». 

twitter@fulviocerutti

La riscossa dei Navajo:550 milioni di dollari da Obama per «sfruttamento»

Corriere della sera

di Matteo Cruccu

La tribù da noi celebre per le avventure di Tex Willer li ha ottenuti per «la cattiva gestione delle nostre risorse». Ora verranno costruite strade, rete idrica e infrastrutture


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Non c’è stato bisogno di un Tex Willer per ottenere giustizia a Washington: no, nel 2014, si difendono bene da soli i navajo, depositari della più grande riserva d’America, tra il nord est dell’Arizona, il Nuovo Messico e l’Utah, (più estesa di dieci stati Usa) per la più grande comunità di nativi del Paese, 250.000 persone. Ben lontana dunque dall’epopea raccontata nel fumetto bonelliano, solida e organizzatissima realtà invece -basti vedere gli alberghi, i casinò, i negozi tutt’intorno alla Monument Valley- , la Navajo Nation ha riscosso ben 554 milioni di dollari dall’amministrazione Obama, il risarcimento più ingente di sempre ottenuto da una tribù indiana per mettere fine alla serie di cause e sfide legali intentate dai nativi contro il governo americano.
Risorse malgestite
I Navajo sostengono da decenni che Washington abbia mal gestito i terreni e le risorse naturali esistenti nelle riserve abitate dalla tribù. Che possiede direttamente le infrastrutture turistiche di cui sopra, ma molti acri ha affittato al governo per attività agricole , estrazione di petrolio, gas e minerali. Da queste attività, i navajo non avrebbero ricevuto equi profitti, tutti sbilanciati a favore delle organizzazioni statali : di qui il conflitto con il Governo centrale . Che si dice soddisfatto dell’accordo raggiunto: «Questa risoluzione storica pone fine ad una disputa lunghissima e pesante - ha detto il titolare del dipartimento della giustizia (dimissionario) Eric Holder - e dimostra il fermo impegno del dipartimento a rafforzare la nostra collaborazione con le nazioni tribali».
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Il destino del megarimborso? Fra due mesi
A sua volta Ben Shelly, attuale presidente della Navajo Nation, si è detto molto contento: «Abbiamo lavorato incessantemente per anni per raggiungere questa risoluzione e dopo un processo lungo ed arduo sono soddisfatto che finalmente riceveremo una giusta compensazione», ha commentato. Come verrà utilizzato questo fiume di denaro? Fra due mesi si deciderà il suo destino per tramite di un assemblea pubblica, dove gli abitanti della riserva potranno sottoporre le loro idee: «Strade, acqua, infrastrutture- conclude Shelly- ne abbiamo tanto bisogno». Tex avrebbe approvato.

@ilcruccu
25 settembre 2014 | 17:59

Dopo Heartbleed arriva Shellshock: un nuovo bug minaccia la sicurezza in Rete

La Stampa
andrea nepori

Trovata una falla nei sistemi che fanno uso di Bash, la shell di comando più diffusa in ambiente Unix e Linux: a rischio anche il sistema operativo OS X di Apple e molti dispositivi connessi, come router, NAS o telecamere IP. Per i computer desktop il pericolo c’è, ma è basso. E per una volta Windows è al sicuro

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E’ già stato rinominato Shellshock bug, con un gioco di parole che richiama il trauma da bombardamento dei soldati durante la Prima Guerra Mondiale o, a scelta, l'omonima serie di videogiochi di guerra. La portata distruttiva del bug della shell Bash su server e macchine connesse e vulnerabili, del resto, potrebbe essere l'equivalente informatico di un raid aereo su vasta scala: milioni di dispositivi su cui girano sistemi basati su UNIX sono potenzialmente a rischio. 

Peggio di Heartbleed
La falla scoperta dai ricercatori di Red Hat , casa di sviluppo di una delle più famose distribuzioni di Linux, riguarda la Bourne Again Shell (nota come Bash), storica interfaccia di comando testuale utilizzata da Linux e OS X. Il bug nasce dalle modalità di processamento delle cosiddette variabili d'ambiente da parte della shell e permette a chi conduce un attacco di eseguire codice potenzialmente malevolo all'interno della riga di comando del sistema attaccato, al fine di ottenere un accesso privilegiato o di rubare informazioni private. Gli addetti ai lavori non hanno dubbi: Shellshock è un bug peggiore di Heartbleed, la grave vulnerabilità della diffusa libreria crittografica OpenSSL scoperta nella primavera dello scorso anno.

Il motivo è che, a differenza di OpenSSL, la shell Bash interagisce con altri software in maniera non sempre prevedibile e moltissimi software fanno uso della shell per impartire comandi al sistema. "Per questo motivo," scrive l'esperto di sicurezza Robert Graham sul suo blog , "non saremo mai davvero in grado di catalogare tutto il software vulnerabile al bug di Bash". La natura del bug e il fatto che sia diffuso anche su versioni molto vecchie di Bash lo rendono inoltre particolarmente adatto allo sviluppo e alla diffusione di un worm, vale a dire un malware che può sfruttare la shell per auto-replicarsi e infettare in automatico altre macchine vulnerabili. 

Quali sistemi sono a rischio
Il pericolo reale e imminente riguarda soprattutto i server Linux e le versioni server di OS X. Sistemisti e tecnici che gestiscono le macchine di network più o meno grandi devono agire velocemente per assicurarsi che la falla non sia presente sui propri server o, in caso contrario, procedere a chiuderla tramite l'installazione di una più recente versione della shell Bash. Nel caso dei router, dei sistemi di archiviazione di rete (NAS), delle telecamere IP o di altri dispositivi sempre connessi che utilizzino Bash, il problema si complica.

Il bug è saltato fuori solo adesso ma è presente su versioni molto vecchie della shell. Per i dispositivi più recenti i produttori forniranno probabilmente un aggiornamento del firmware che chiuderà la falla, mentre dispositivi più datati ma ancora funzionanti, comunque vulnerabili, difficilmente riceveranno un aggiornamento perché fuori produzione e privi di supporto tecnico. Per i PC Linux e i Mac dell'utente medio il rischio reale di un attacco rimane basso, soprattutto se sul computer non sono attivi server web raggiungibili pubblicamente o altri servizi avanzati che si interfacciano con il mondo esterno. 

L'unico modo per mettere al sicuro in maniera definitiva il proprio Mac o il proprio PC Linux, però, è installare un aggiornamento della shell o del sistema operativo che provveda a chiudere la falla, non ancora disponibile nel momento in cui scriviamo. A meno di operazioni avanzate di aggiornamento di Bash condotte in autonomia dall’utente, i Mac su cui gira la versione più aggiornata di OS X Mavericks, la 10.9.5, risultano vulnerabili. Apple non ha ancora risposto ad una richiesta di commento sulle tempistiche per la distribuzione di un aggiornamento di sicurezza. 

Gli utenti di OS X più esperti possono verificare personalmente la vulnerabilità del proprio sistema seguendo quanto spiegato in questa discussione su StackExchange (in inglese), dove si forniscono ulteriori indicazioni sull'aggiornamento di Bash. Attenzione: l'argomento non è adatto a tutti. Chi non abbia buona familiarità con la riga di comando (il "Terminale") e i tecnicismi del proprio sistema operativo farà meglio ad attendere l'aggiornamento ufficiale, da installare non appena disponibile.

Anche gli utenti con PC Linux possono fare lo stesso, utilizzando il medesimo comando testuale suggerito nella discussione su Stack Exchange ed eventualmente installando una versione aggiornata della shell Bash.

Il bancomat che distribuisce moneta virtuale e il futuro di Bitcoin

La Stampa
flavio alivernini

Oggi a Roma in un incontro alla Social Media Week si è parlato di «Bitcoin – Il futuro delle criptovalute in Italia»


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Per chi non lo sapesse già, un’agevole porta di ingresso al mondo dei Bitcoin, la moneta elettronica creata nel 2009 da Satoshi Nakamoto , si trova a Roma, al secondo piano della centralissima stazione Termini. Qui un bancomat di nuova generazione offre profili di livello bancario per ogni cliente e prova inconfutabilmente che la persona registrata sia quella di fronte al “kiosk”: le transazioni sono istantanee e automatiche e la scansione della vena vascolare palmare garantisce all’utente che abbia la migliore password al mondo “Robocoin – dice Federico Pecoraro, CEO , Robocoin Italia – è la migliore soluzione per inviare soldi all’estero con costi di commissione bassissimi rispetto alla concorrenza: in sei minuti entri in possesso del denaro”.

Per ora il bancomat viaggia a una media di 5 utenti al giorno e 1 Bitcoin (che corrisponde a 340 euro) di transazione. “Ma se noi avessimo la possibilità di essere regolamentati – aggiunge Pecoraro – probabilmente ci allineeremmo all’espansione che Robocoin sta avendo negli Stati Uniti”. 
Oggi nel mondo circolano 13 milioni di Bitcoin per una capitalizzazione totale di 7,8 miliardi di dollari. La moneta elettronica è già una realtà che ogni giorno interessa fino a 60 mila transazioni di compravendita di beni, per un controvalore stimato intorno ai 15 milioni di dollari.

Sono circa 5 milioni le persone che hanno “scaricato” il proprio portafoglio online e colossi come eBay, Apple, Paypal e Amazon offriranno a breve meccanismi per includere il Bitcoin nei sistemi di pagamento elettronico. Ma il vero tema emerso oggi nell’incontro “Bitcoin – Il futuro delle criptovalute in Italia”, svoltosi nell’ambito della Social Media Week e ospitato nella sede di Italia Camp, è proprio quello della necessaria e difficile strada verso la regolamentazione di un fenomeno ancora poco esplorato. Ai temi entusiastici di Stefano Pepe, Business Development Manager, IQUII “Bitcoin non è duplicabile, siamo vicini a un oggetto fisico.

Nell’era della smaterializzazione dei nostri beni è la chiave che può decretare il successo della criptomoneta. Può essere usato una sola volta, può essere trasferito una sola volta”, è seguita una risposta molto meno ottimistica sul futuro della cyber-moneta da parte dell’avvocato Lodovico Artoni, secondo il quale “Ci troviamo a parlare di qualcosa che ancora non esiste. C’è un’assenza regolamentare assoluta.

È una pseudo moneta, non tiene conto delle implicazioni di natura fiscale, anti-riciclaggio che una valuta deve considerare per esistere. Va garantita la sicurezza del traffico, nell’interesse degli operatori del Bitcoin”. D’altronde come non pensare al fallimento della Mt.Gox , il gruppo finito in bancarotta dopo aver «smarrito» l’equivalente di circa 350 milioni di dollari?

“La missione di MasterCard – ha detto Piero Crivellaro, Vice President Public Policy - Southern Europe, MasterCard - è combattere il contante e, siccome in Italia l’82% delle transazioni si effettua tramite contante, siamo più vicini di quanto si possa pensare all’idea dei Bitcoin. Guardiamo con attenzione l’evoluzione delle criptomonete e da poco abbiamo ottenuto una licenza per analizzare l’utilizzo di questi strumenti di pagamento attraverso le carte di credito. Però ci fermiamo qui perché non c’è legge; Bitcoin non è trasparente, non è user-friendly”.

“Ma anche il mercato finanziario regolamentato ha fallito - ha obiettato Andrea Medri, CFO, The Rock Trading Ltd -, basti pensare a quello che è successo a Cipro o in Argentina. Coi Bitcoin non va fatto un copia e incolla delle normative esistenti per trasferirle su un protocollo che è assolutamente innovativo, perché altrimenti il mercato si indebolisce. Ricordiamoci che il Bitcoin è un enorme investimento, molti l’hanno acquistato a due dollari; ora ne vale 400. La sua vera forza sarà il risparmio nelle transazioni: solo negli Usa le frodi sulle carte di credito sono 20 miliardi all’anno. Questi costi ora li paga il consumatore mentre andranno a diminuire con l’uso delle tecnologie.”

Trattativa Stato-mafia: le cinque cose da sapere sul processo di Palermo e il ruolo di Napolitano

La Stampa
riccardo arena

L’ipotesi investigativa, il procedimento penale davanti alla corte d’Assise, i testimoni chiave, il conflitto tra la procura del capoluogo e quella di Caltanissetta, il coinvolgimento del presidente della Repubblica. La «Trattativa» spiegata in breve


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1) L’IPOTESI INVESTIGATIVA - Secondo l’accusa, all’inizio degli Anni Novanta ci sarebbe stata una trattativa tra Mafia e Stato italiano, per raggiungere un accordo sulla fine degli attentati stragisti, in cambio dell’attenuazione delle misure detentive. Tutto partirebbe all’indomani della sentenza del Maxi-processo del gennaio 1992, quando Cosa Nostra decide di eliminare gli amici traditori e i grandi nemici. Nel giro di pochi mesi cadono Salvo Lima, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Ignazio Salvo. Ma per i magistrati, oltre alla vendetta, nelle intenzioni di Cosa Nostra ci sarebbe anche quella di ricattare lo Stato: una serie di attentati per mettere in ginocchio le istituzioni.

Calogero Mannino, uno dei politici finiti nel mirino dei mafiosi, si rivolge al generale Subranni (comandante dei Ros) per essere protetto. E qui partirebbe per iniziativa dei Carabinieri una lunga negoziazione. Borsellino sarebbe stato ammazzato anche per la sua volontà di ostacolare questi contatti. A detta dell’accusa, la trattativa prosegue anche oltre l’arresto di Totò Riina nel ’93, e vive uno dei suoi momenti più drammatici col fallito attentato dello stadio Olimpico nel novembre dello stesso anno (per cui verranno arrestati i fratelli Graviano). In quel periodo, la mancata proroga di circa 300 regimi di 41 bis a detenuti mafiosi (ma non a personaggi di spicco) rappresenterebbe una prova del cedimento da parte dello Stato. Stesso discorso per la fuga di Provenzano nel ’95. 

2) IL PROCESSO - Sono dieci gli imputati davanti alla corte d’Assise di Palermo. Quattro capi mafia: Totò Riina, Bernardo Provenzano (stralciato per motivi di salute), Antonino Cinà e Leoluca Bagarella. Un pentito, Giovanni Brusca. Tre carabinieri: il generale Antonio Subranni, il capitano Giuseppe De Donno, il colonnello Mario Mori. E due politici, Calogero Mannino (processato a parte col rito abbreviato) e Marcello Dell’Utri. Su di loro pendono vari capi d’accusa, tra cui quello di attentato con violenza o minaccia al corpo dello Stato. A questi si aggiungono Massimo Ciancimino, uno dei teste principali dell’accusa che risponde anche di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia, e Nicola Mancino, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti e accusato di falsa testimonianza. Il processo si trova attualmente alla fase dibattimentale, e per arrivare a sentenza ci vorranno non meno di due anni. Si parla di una trattativa fino alle porte degli Anni Duemila, ma il periodo circoscritto nel procedimento è quello tra il 1992 e il 1993.

3) I TESTIMONI CHIAVE - L’impianto accusatorio si basa per gran parte sulle testimonianze di Massimo Ciancimino (figlio di Vito) e Giovanni Brusca. Ciancimino ricostruisce tutti gli incontri fra i carabinieri e il padre: secondo i militari solo per ottenere collaborazione nella cattura dei latitanti, secondo l’accusa per mettere in piedi una trattativa a 360 gradi. Brusca invece è il primo a parlare del cosiddetto «Papello», la lista di richieste di Totò Riina allo Stato; ed è sempre Brusca ad avere indicato il ministro Mancino come terminale ultimo degli accordi. 
I limiti di queste testimonianze sono nel fatto che Ciancimino, nell’ambito dello stesso processo, risponde dell’imputazione di calunnia per aver falsificato un documento sull’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Mentre i ricordi di Brusca sono «progressivi»: la sua storia si è evoluta nel corso degli anni e degli interrogatori. 

4) IL CONFLITTO FRA LE PROCURE - Il processo sulla «Trattativa» è di competenza di Palermo, mentre Caltanissetta indaga sulle stragi di Capaci e via D’Amelio. Fra le due procure, però, non corre buon sangue e non c’è una linea comune. Proprio da Caltanissetta arrivano alcune delle obiezioni principali all’impianto accusatorio: secondo questa Procura, infatti, i politici non sarebbero stati coinvolti nei contatti, iniziativa personale dei Carabinieri. E Massimo Ciancimino, teste chiave per i magistrati palermitani, sarebbe invece del tutto inattendibile. Su questo conflitto cercherà di fare leva Nicola Mancino per evitare di essere coinvolto nel procedimento. 

5) IL RUOLO DI NAPOLITANO - Nicola Mancino era all’epoca dei fatti ministro dell’Interno. Preoccupato di essere tirato in ballo nel processo, l’ex Guardasigilli fra il novembre del 2011 e il dicembre del 2012 tempesta di telefonate Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Napolitano, per cercare di far attivare il coordinamento dell’antimafia nazionale (diretta da Pietro Grasso, oggi presidente del Senato) sulle due procure siciliane. Nell’ambito di questi contatti ci sono anche delle telefonate dirette fra Mancino e il presidente della Repubblica. La procura chiede di depositare agli atti le intercettazioni, ma trova l’opposizione del Quirinale, che chiede (e ottiene dalla Consulta) il conflitto istituzionale. 

I magistrati palermitani tornano però alla carica perché in una lettera D’Ambrosio (intanto deceduto nel 2012) scrive di aver paura di essere stato «scriba di accordi indicibili». La Procura vuole sapere se Napolitano ha avuto modo in quei contatti di apprendere qualcosa sulla trattativa. E nonostante abbia più volte affermato di non essere a conoscenza di nulla, il presidente della Repubblica adesso dovrà testimoniare. Salvo ulteriori colpi di scena giuridici. 

Transgender dall'asilo nido

La Stampa
gianluca nicoletti


Il racconto della mamma di un bambino di 5 anni nato bambina. In California  la legge tutela la scelta precoce del transito di genere

Che fareste se il vostro bambino decidesse di essere di genere diverso rispetto a quello della nascita? Non il banale caso in cui un ragazzino chiede bambole come giocattolo, o una bimba si comporta da maschiaccio. La circostanza è proprio quella in cui un pargolo, dai primi anni di vita, inizia a manifestare gusti e comportamenti tipici del sesso opposto a quello che avreste giurato appartenesse dalla nascita.

La maggior parte dei genitori probabilmente cercherebbe, almeno all’inizio, di modificare questo comportamento, come tradizionalmente è stato con probabilità sempre fatto. Fino a che punto però sarà possibile contrastare una tendenza di genere quando questa è profondamente connaturata nel bambino, al punto di non fargli avere nessun dubbio sulla sua identità? Soprattutto è giusto contrastare? 

E' difficile parlarne giudicando l’esperienza altrui, ancora più difficile è farsi un’idea su questo tema con spirito libero da ogni pregiudizio culturale. Sarebbe inutile  tentare di  scalfire radicate convinzioni sulla irreversibilità del genere di un essere umano, rispetto a quello che sanciscono i suoi organi genitali. 

E' altrettanto vero che  a parole è facile mostrare aperture mentali smisurate, più impegnativo  è affrontare concretamente un caso del genere,  pur dando per scontato che la serenità del proprio figlio sia lo scopo primario di ogni genitore.Nel sito web di notizie “Salon” è stata pubblicata la testimonianza di una madre che racconta, con estrema naturalezza, la storia del proprio figlio transgender. La donna si firma con lo pseudonimo T. Bisterfeldt per proteggere l’identità della sua bambina Lola, che dopo i tre anni di vita ha voluto essere un bambino e ora si chiama Sam. 

Quando nacque nell’ autunno del 2009 la creatura fu accolta in un batuffoloso tripudio di pizzi rosa e bambolotti di ogni tipo. Presto però quella bambina dai capelli rossi pretendeva giocattoli come automobiline e dinosauri  e preferiva scegliere gli abiti nello scaffale  dedicato ai maschietti. Lola già a due anni e mezzo  si era impuntata di fronte a una confezione di biancheria con stampigliato Spider Man. La madre, che aveva letto i libri del maggior divulgatore sulle problematiche LGBT Andrew Solomon, sapeva che la scelta di costumi da bagno e biancheria intima sono uno dei cinque principali indicatori di genere non conforme, ovvero di bambino transgender e certo di essere di sesso diverso rispetto quello che gli è stato attribuito dalla nascita. 

Poco prima di compiere il terzo anno d’età Lola ha infatti iniziato a dire con insistenza: "Voglio essere un ragazzo." Ben presto i familiari si sono resi conto che non era un capriccio o un vago volersi atteggiare, Lola senza l’ombra di sfumature si stava identificando in un maschio. Un programma in tv dedicato ai bambini transgender convince definitivamente i genitori di che ogni forma di repressione della vera identità della figlia avrebbe creato traumi profondi nella sua esistenza. Inizia così a piccoli passi la transizione da Lola a Sam.

Per prima cosa viene assecondato il desiderio di un taglio di capelli maschile, cadono le ciocche della ex bambina e in famiglia cominciano ad abituarsi al cambio di pronomi per una lei che è diventato un lui. Un trasferimento al sud della California impone l’iscrizione di Sam alla scuola materna locale, ne scelgono una d’ispirazione cristiana e cercano di spiegare ai dirigenti scolastici la loro situazione. Nessuno aveva mai sentito parlare di bambini transgender e la questione viene posta al pastore della chiesa locale, che esordisce con la frase "Noi crediamo che Dio creò l'uomo e la donna," facendo seguire una reprimenda sugli impulsi che vanno controllati e paragoni sulla sregolatezza che produce adulteri e omicidi. 

Nell’agosto 2013 fortunatamente per Sam, il governatore della California Jerry Brown ha firmato la legge che tutela i diritti e il benessere degli studenti transgender in quello stato (Opportunity Act AB1266). Possono scegliere lo sport di squadra che preferiscono, usare i bagni a loro più consoni, soprattutto le famiglie non devono più dissimularli come fossero una vergogna. 

La madre di Sam a questo punto sa che quando si avvicinerà l’età di 8/10 anni inizieranno le scelte più difficili, se la condizione persiste bisognerà iniziare trattamenti con ormoni che blocchino la pubertà, serve a prendere tempo per evitare il trauma del menarca. Solo verso i 15 anni il ragazzo potrà scegliere se riprendere a  svilupparsi come femmina, o iniziare un trattamento ormonale che attribuirà a lui in maniera permanente i caratteri esteriori di un maschio. 

Al compiere dei 18 anni la scelta definitiva e irreversibile del cambio chirurgico del sesso. Sam già scalpita e chiede quando potrà fare la pipì come suo padre. 

IPhone 6, non finiscono i problemi: Apple ritira l'aggiornamento iOS 8.0.1

Il Mattino
di Costanza Ignazzi

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Dall’uscita dell’iPhone 6 sembra che Apple non riesca proprio a trovare pace. Dopo le polemiche sulla «piega» che il nuovo smartphone prende se lo si tiene troppo a lungo nella tasca dei jeans, la compagnia ha dovuto ritirare dall’Apple store l’aggiornamento iOS 8.0.1, colpevole di rendere totalmente inutilizzabile l’ultimo arrivato della casa tecnologica.

Migliaia di utenti si sono infatti lamentati sui social di non poter più accedere alla rete telefonica né utilizzare il touch Id Apple. Su Twitter in particolare il panico è rimbalzato di cinquettio in cinguettio: «Ma perché non ho aspettato a installare l’aggiornamento», «Rimpiango i tempi in cui il mio telefono era davvero un telefono» e «Rip iOS» sono sono alcuni dei tweet sconsolati degli utenti.

Risultato, Apple ha ritirato l’aggiornamento e fatto sapere di stare lavorando a ritmi serrati per iOS 8.0.2, che dovrebbe risolvere i problemi causati dal suo predecessore.Intanto, a chi si è ritrovato con lo smartphone bloccato è stato raccomandato di resettarlo attraverso iTunes.  Eppure,l’aggiornamento non ha causato problemi su iPad o modelli di iPhone precedenti all’iPhone 6. Che sia proprio l’ultimo melafonino il vero problema?