giovedì 2 ottobre 2014

Computer, tablet, smartphone, Xbox: i mille volti di Windows 10

La Stampa
bruno ruffilli

Il nuovo sistema operativo di Microsoft si adatta all’apparecchio su cui viene installato e cambia interfaccia quando viene usato con mouse e tastiera. Ma in fondo ha un’anima sola


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Niente streaming, pochissimi invitati, molte promesse: così ieri Microsoft ha presentato la nuova versione di Windows, il sistema operativo per computer più diffuso al mondo. “Quello di ieri – spiega Claudia Bonatti, direttore divisione Windows di Microsoft Italia - è il primo annuncio dedicato alle aziende, tra gennaio e febbraio avremo un momento consumer e poi un focus per gli sviluppatori, nella conferenza Builder”. 

L’uscita di Windows 10 è annunciata per la metà del 2015. Come mai tanto anticipo?
“Le aziende hanno bisogno di tempo per valutare un nuovo sistema operativo, devono testarlo e valutare ogni caratteristica. E poi con loro volevamo avviare un dialogo che permettesse di ricevere feedback e che desse a noi la possibilità di valutarli e incorporarli. 

Nel nuovo sistema operativo coesistono l’interfaccia di Windows 7 e la più recente Modern, con i tile, ma ridimensionati. Non c’è il rischio di confondere la gente?
“Era più vero forse per Windows 8 che per Windows 10. Oltre quello che è stato mostrato in conferenza stampa, l’idea è questa: siamo partiti da Windows 7, che era diffusissimo e apprezzato ma non pensato veramente per il touch. Con Windows 8 siamo saltati a piè pari nel mondo del touch, è lì che coesistono le interfacce e quello può aver creato delle difficoltà. Abbiamo ascoltato le richieste degli utenti e con Windows 10 abbiamo cercato di ridurre questa differenza. Chi ha usato sempre Windows 7 con mouse e tastiera passando a Windows 10 nell’interfaccia ritroverà molti elementi rassicuranti, a partire dal tasto start. Non eliminiamo i live tile ma li integriamo col desktop. Vogliamo avere un sistema operativo comune su tutti i dispositivi, ma l’interfaccia utente sarà ottimizzata a secondo dell’apparecchio usato”.

Che fine ha fatto Windows 9?
“L’interfaccia è solo un piccolo tassello del puzzle.Questo nuovo sistema operativo unifica le piattaforme come mai prima: c’è un solo ambiente di sviluppo che va dal chip per Internet of Things fino al server, è un salto importante, per questo non c’è il 9, proprio a segnare uno stacco”. 

Così quando uno sviluppatore crea un’app per Windows ha delle parti di codice in comune?
“Certo, come ci sono differenze, non foss’altro per l’hardware e la dimensione degli schermi, ad esempio”. 

E anche per distribuirle avrete un unico store...
“Gli utenti potranno accedere con un solo login e un solo nome utente, poi lo store proporrà automaticamente le applicazioni compatibili col dispositivo che stanno utilizzando; sullo smartphone non mostrerà le app per Xbox, ad esempio. Anche per gli sviluppatori di soluzioni aziendali che devono raggiungere dispositivi diversi tra loro è un vantaggio: possono proporre soluzioni integrate su tutte le piattaforme”.

Come mai una prova pubblica?
“Microsoft ha sempre condiviso con gli utenti il software in fase preliminare, ma stavolta l’approccio è più radicale. Con l’Insider Program vogliamo coinvolgere tutti, ci sarà un’app per riportare il feedback e per noi è un processo importante, chi scarica la preview riceverà aggiornamenti costanti, quasi giornalieri. Ricordiamo comunque che si tratta di una versione da non usare su macchine in produzione o lasciare in mano a utenti inesperti”. 

Arriverà anche Cortana?
“Non abbiamo detto nulla nello specifico è però vero che è uno degli elementi chiavi dello sviluppo dei servizi Microsoft per gli utenti”.

Ma quanto costa Windows 10?
“Non abbiano parlato ancora di licenze né di prezzi, ma ci saranno versioni diverse, almeno per aziende e utente privato”.

Abbiamo davvero bisogno di un nuovo sistema operativo?
“Sistemi operativi e software sono usati solo in minima parte rispetto alle loro potenzialità.Da Windows 8 in poi per noi è diventato fondamentale il tema della mobilità. Con i dispositivi come tablet e laptop è possibile lavorare anche al di fuori dall’ufficio in maniera rapida ed efficiente: se poi l’azienda mi mette a disposizione anche altri sistemi e servizi come la chat interna a o altro, ecco che migliora tutta l’esperienza. Questo sistema operativo consente di lavorare in maniera flessibile e far convivere al meglio la vita personale con quella professionale”. 

Ecco, però nella vita personale smartphone e tablet Windows sono poco diffusi, al contrario di quanto succede nel mondo professionale. Come pensate di unificarli?
“Alcuni nostri servizi sono disponibili su tutte le piattaforme mobili, garantendo la compatibilità delle app e dei documenti. Continueremo a operare in questa direzione”.

E l’accordo tra Apple e Ibm non vi taglia fuori?
“Microsoft ha una relazione storicamente molto forte con le aziende, non ci serve un accordo con Ibm per entrare in questo mondo. Nei tablet non abbiamo una quota di mercato rilevante ma pensiamo che possa crescere. La nostra idea è portare la scrivania, le cartelle, i file anche sul tablet. Non servono due dispositivi, ne basta uno che offre il meglio del computer tradizionale e insieme anche le app per mobile. Il desktop non sta morendo, si evolve”.

Ecco Windows 10, il nuovo sistema operativo di Microsoft



Liberarsi da Windows è possibile (ma non è facile)
La Stampa
francesco zaffarano
18/09/2014


La Cassazione ha stabilito che si può chiedere il rimborso del sistema operativo e dei programmi di Microsoft installati su quasi tutti i computer. Ecco chi può farlo e in che modo

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Chi ha acquistato un computer con un sistema operativo preinstallato ma vuole rinunciarvi per usarne un altro può chiedere un rimborso al produttore. A deciderlo è la Cassazione che, con la sentenza 19161/2014, ha sancito il principio di non correlazione tra hardware e software (sistemi operativi ma anche pacchetti di applicazioni, come Office). Anzi, secondo i giudici «l’impacchettamento alla fonte di hardware e sistema operativo Windows-Microsoft (così come per qualsiasi altro sistema operativo a pagamento) risponderebbe [...] a una politica commerciale finalizzata alla diffusione forzosa di quest’ultimo». 

La vicenda
La decisione della Cassazione arriva dopo un contenzioso cominciato nel 2005, quando un consumatore denunciò Hewlett-Packard per il mancato rimborso del sistema operativo Windows Xp Home Edition, installato su un computer da lui acquistato. Nel 2007 il Giudice di Pace di Firenze gli dà ragione e Hp ricorre prima in Appello e poi in Cassazione. Nel frattempo l’Associazione per i diritti degli utenti e consumatori segnala il fatto all’Antitrust, che nel 2006 conferma il diritto dei consumatori a farsi rimborsare le spese per i sistemi operativi non richiesti.

Chi ci rimette
La sentenza della Cassazione è un duro colpo per Microsoft. Anche se ad avere torto è Hp, chi rischia di subirne le conseguenze è chi i sistemi operativi li ha sempre prodotti e su di essi ha costruito un business. Per evitare un’ondata di richieste di rimborso cui far fronte, infatti, alcuni produttori potrebbero allargare l’offerta software alle tante alternative open source, che non comportano costi aggiuntivi e sono più vantaggiose per i consumatori. È anche per questo motivo che Microsoft ha già cominciato ad abbassare drasticamente (in qualche caso addirittura ad azzerare) i costi dei sistemi operativi per alcuni dispositivi, tablet in testa. Ma se non dovesse bastare Microsoft dovrà trovare una terza via. Una soluzione potrebbe essere seguire l’esempio di Apple, che sviluppa in parallelo hardware e software, li vende assieme ma fa pagare solamente il primo, offrendo il secondo gratuitamente ai suoi clienti.

Come fare per avere il rimborso
Per chiedere il rimborso, intanto, l’utente deve inviare una richiesta all’azienda entro 30 giorni dall’acquisto del prodotto, e soprattutto senza aver accettato le condizioni di licenza Microsoft. Così si legge sul sito di Acer, l’unica che ha aperto una sezione dedicata alle richieste di rimborso. Una volta approvata la richiesta dall’azienda, l’acquirente dovrà provvedere alla spedizione del computer a un centro di assistenza assieme ai cd di installazione del sistema operativo (se presenti al momento dell’acquisto). Dopo la disinstallazione del software il prodotto sarà rispedito all’utente. Il tutto a spese del consumatore e per un rimborso massimo di 90 euro (la Cassazione ha quantificato il rimborso in 140 euro, ma la cifra può variare in base al tipo di software presente sul computer). 

La lettera di diffida
Come ha scritto l’Aduc in un comunicato, «la sentenza non ha conseguenze immediate e dirette sul comportamento dei produttori» ed è per questo che l’associazione consiglia di «continuare a fare causa a chi non si comporta “secondo buona fede” nel tentativo di dissuadere il consumatore a ottenere il giusto rimborso». Per questo l’Aduc ha già pubblicato sul suo sito un modulo per la “Messa in mora e diffida ad adempiere per il rimborso della licenza d’uso Microsoft Windows non accettata”. Insomma, la sentenza è stata depositata ma la battaglia dei consumatori sembra essere lontana dalla fine. L’obiettivo è fissato: «fino a quando le denunce non raggiungeranno un costo significativo per i produttori, le cose non cambieranno» ma, aggiunge l’Aduc, «se i numeri dovessero diventare importanti è probabile che potremmo ottenere un cambio di rotta sulla strada di un rimborso possibile e facile».

Le alternative
Esistono numerose alternative gratuite a Windows, realizzate con tecnologie e grafiche molto diverse tra loro. Le più comuni, però, restano i sistemi operativi della famiglia Linux, come Ubuntu (il più diffuso grazie all’ampio numero di programmi gratuiti), Linux Mint (adatto per chi cerca un’interfaccia user-friendly ma non vuole passare a Mac OS X) e Fedora. Il passaggio a un sistema open source può spaventare un utente inesperto: c’è da scaricare un file di dimensioni importanti, masterizzarlo su cd o dvd o copiarlo su chiavetta usb, poi riavviare il computer e installare il software. Non tutto funzionerà, all’inizio, bisognerà scaricare driver, estensioni e aggiornamenti, ma la sensazione di libertà arriverà subito, cliccando “Sostituisci Windows”. E insieme il panico: dando l’ok si cancellerà tutto quello che c’è sul computer, meglio quindi informarsi bene prima di procedere.

La posizione di Microsoft
Da Microsoft Italia arriva questa dichiarazione: «I consumatori sono liberi di acquistare PC con un sistema operativo diverso da Microsoft, o senza alcun sistema operativo. In ogni caso gli utenti possono trarre beneficio dalla pre-installazione di Windows sui PC, che offre la migliore user experience e consente di ottimizzare tempi e risorse legate all’installazione di un sistema operativo che funzioni correttamente. I produttori di computer sono liberi di vendere i PC con un altro sistema operativo pre-installato o senza sistema operativo. È importante precisare anche che gli accordi di Microsoft con i produttori non sono in esclusiva. I clienti che acquistano un PC con Windows pre-installato e poi vogliono restituire il PC e/o il software pre-installato devono fare riferimento alle clausole di recesso/rimborso dei vari produttori».

Apple produrrà anche un iPad d'oro: l'idea è per aumentare le vendite

Il Mattino

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Apple farà l'iPad d'oro: nel tentativo di rilanciare le vendite Cupertino aggiungerà il color oro per il nuovo iPad, che dovrebbe essere presentato a breve. Lo riporta la stampa americana citando alcune fonti. le vendite di iPad sono calate negli ultimi due trimestri.


mercoledì 1 ottobre 2014 - 19:09   Ultimo agg.: 22:39

L'articolo 18 piace ai sindacati: guadagnano su ogni causa

Paolo Bracalini - Gio, 02/10/2014 - 08:23

Solo nel Lazio l'ufficio vertenze della Cgil ha recuperato un milione. Un giro d'affari di decine di milioni (esentasse)


Scrive la Cgil: «L'iscrizione alla Cgil è il presupposto per potersi avvalere dell'assistenza del nostro ufficio vertenze e legale. Al lavoratore si chiede il versamento di un contributo di solidarietà calcolato sulle somme incassate grazie all'intervento del nostro ufficio.

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Le percentuali applicate differiscono anche in relazione alla data di iscrizione alla Cgil». Ti comunicano il licenziamento, che fai? Chiedi aiuto a un patronato sindacale, o a un ufficio vertenze di un sindacato per cercare un accordo con l'azienda, o per portarla in tribunale. Il sindacato, come prima cosa, chiede l'iscrizione. Nel caso della Cgil il «costo tessera all'apertura della pratica» consiste in 100 euro. Poi le percentuali per la consulenza, che nel caso di un nuovo iscritto sono del 10% per vertenze fino a 10mila euro di valore, e scendono al 4% se l'indennizzo al lavoratore supera i 20mila euro. Queste le tariffe praticate dai sindacati più grossi, che già contano su altre (e notevoli) entrate. Ma i più piccoli possono arrivare a chiedere anche il 25% di commissione su una causa di lavoro.

Un ottimo incentivo a promuoverle, a spingere il lavoratore a fare ricorso, e a chiuderla con un accordo-risarcimento in sede stragiudiziale, cioè con una conciliazione che evita di andare in tribunale, e quindi senza appoggiarsi a studi legali e avvocati che a loro volta chiederebbero una parcella.Un enorme giro di denaro, dunque, anche attorno all'articolo 18, se si conta che l'Istat in un'indagine del 2013 ha contato più di un milione di italiani coinvolti in cause di lavoro, in corso o passate. «Parliamo di diverse decine di milioni di euro l'anno di incassi per i sindacati - stima la dottoressa Loredana Fossaceca, dell'associazione Assofamiglie -. Tutti esentasse, tra l'altro, poiché contabilizzate come dazioni dei soci, non come un'entrata sottoposta a tassazione».

Cioè faccio causa, l'azienda mi propone un indennizzo di 10mila euro, al sindacato giro il contributo di mille euro per la consulenza, che figurano come una mia donazione, da socio, all'associazione sindacale. Quindi mille euro netti, puliti, esentasse. Secondo l'Espresso soltanto l'ufficio vertenze della Cgil-Lazio avrebbe incassato in un anno circa un milione di euro. La Cisl, in Lombardia, dal 2009 al 2013 ha recuperato 200 milioni di euro dalle vertenze, mentre a Bergamo e provincia le tre sigle (Cgil, Cisl e Uil) hanno assistito 6.400 persone nel 2013 recuperando 27 milioni di euro tra diritti al risarcimento, riconoscimento dei diritti lesi e mancati pagamenti. Se prendiamo una media del 5% di contributo, ai sindacati sono andati 1,35 milioni di euro, solo in provincia di Bergamo. Un settore, insomma, che non conosce crisi, anzi lievita con le crisi aziendali.

E i tribunali del lavoro si ingolfano. Nei procedimenti relativi all'articolo 18 la durata media dei processi - dall'iscrizione al ruolo alla sentenza o alla conciliazione - è di 266 giorni a Milano, 429 a Roma e 200 a Torino. I casi di licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo iscritti a ruolo nei tribunali di Milano, Roma e Torino nel 2003-2005 erano rispettivamente 3.419, 6.444 e 1.736. Una montagna di cause che - spiegano in una ricerca pubblicata da lavoce.info Andrea Ichino e Paolo Pinotti - si trasformano in una roulette russa, perché l'esito e i tempi non sono affatto prevedibili. Non solo, dall'analisi delle sentenze in diversi tribunali emerge che «giudici diversi decidono diversamente casi molto simili a seconda della regione in cui il rapporto di lavoro ha luogo e in funzione del tasso di disoccupazione locale».

In altri termini un giudice del lavoro, in una zona dove la disoccupazione è alta, tenderà a dare ragione più spesso al lavoratore. Come se fosse il tribunale a dover combattere la disoccupazione. Di questa mole enorme di ricorsi beneficiano gli avvocati, e poi i sindacati. Che hanno un altro vantaggio. Dal 2002 è stato introdotto un «contributo unificato» per proporre un giudizio in materia civile, amministrativa o tributaria, con importi a seconda del valore della controversia. Una tassa che a ogni legge di Stabilità è stata aumentata. Nel 2013 però il ministero della Giustizia ha chiarito, con una circolare, quali sono i casi e i soggetti esentati dal contributo unificato. Chi? I sindacati.

L’italiano che sta rivoluzionando il mercato delle armi negli Stati Uniti

Corriere della sera
di Andrea Marinelli

illustrazione di Enrica De Natale



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St. Petersburg, Florida – In una limpida mattina di inizio ottobre del 2012, Alex Bosco si è recato in un poligono di St. Petersburg, in Florida, insieme al suo amico Rick Cicero, un veterano di guerra italoamericano di 45 anni, che cinque anni prima aveva perso il braccio e la gamba destri in Afghanistan, mentre provava a disinnescare una bomba assieme al suo cane.
Nato a Milano nel 1972 da padre italiano e madre americana, cresciuto nel New Jersey, arruolatosi nei marines dopo l’università e tornato a vivere a Vicenza prima di compiere 26 anni, Bosco si era da poco trasferito in Florida con la moglie e i due figli appena nati.

Tre anni prima era stato costretto a chiudere la propria azienda di computer in Italia a causa di un’indagine della Guardia di Finanza, conclusa senza rinvio a giudizio. L’unica conseguenza era stata la chiusura forzata dell’azienda, che aveva lasciato Bosco senza soldi e lo aveva spinto a tornare negli Stati Uniti. Quella mattina il sole di St. Petersburg batteva sulle linee di tiro all’aperto del Wyoming Antelope Club. Mentre i due ex marines si divertivano sparando alle sagome con un AR-15 – l’arma più venduta d’America –, il direttore del poligono si avvicinò a Cicero chiedendogli, per motivi di sicurezza, di appoggiare il fucile su un sostegno. Il rinculo e il peso dell’arma, infatti, erano tali da non permettergli di sparare bene e rischiava di mettere in pericolo gli altri clienti.


L’AR-15, l’arma più diffusa negli Stati Uniti. Secondo Slate ce ne sono oltre 3,5 milioni in circolazione in tutto il Paese.

È stato in quel momento che Bosco – appassionato di armi e veterano della guerra in Iraq – ha pensato di voler risolvere il problema dell’amico, creando un tutore che permettesse a lui e agli altri reduci nelle sue condizioni di poter impugnare armi e sparare meglio, senza correre rischi. Dopo aver acquistato una confezione di gomma in un negozio di hobbistica, nell’arco di un weekend ha costruito artigianalmente in garage un prototipo da attaccare alla parte posteriore del fucile e al braccio, che potesse allo stesso tempo assorbire il rinculo dello sparo e distribuire il peso dell’arma sull’avambraccio. «Volevo dare ai veterani di guerra la possibilità di utilizzare questi fucili con un braccio solo», spiega Bosco al Corriere della Sera, seduto nello studio della sua casa affacciata sulla baia di St. Petersburg. «In tanti stanno tornando a casa senza arti e hanno problemi di mobilità. Il mio tutore permette loro di usare con un braccio solo un fucile su cui sono stati addestrati».

Il prodotto, chiamato Stabilizing Brace, si inserisce sul retro del fucile sfruttando la canna su cui andrebbe montato il calcio, che ricorda nella forma. Negli Stati Uniti, però, i fucili con una canna inferiore ai 16 pollici e un calcio sono considerati armi da guerra e sono vietati dal National Firearms Act. Secondo la legge, approvata nel 1934 poco dopo la fine del proibizionismo, questo tipo di arma può essere acquistato esclusivamente senza calcio, perché deve essere utilizzato con una mano sola. Per questo motivo, dopo aver messo a punto il tutore, Bosco ha inviato una lettera all’Atf – il Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives, l’ente governativo che regola la vendita di armi – chiedendo di valutare la sua invenzione. A novembre, venti giorni più tardi, ha ritrovato nella cassetta della posta la risposta dell’agenzia federale, che definiva il tutore “non un calcio” e lo autorizzava a metterlo in commercio.

Convinto di aver trovato una soluzione per aiutare i veterani, Bosco ha inviato una foto e una descrizione dello Stabilizing Brace a thetruthaboutguns.com, il blog di armi più letto al mondo, sperando che venisse pubblicato. Quello che non si aspettava, però, era che nel giro di poche ore il suo post diventasse virale fra gli amanti delle armi di tutto il Paese. Secondo gli appassionati, infatti, l’assenza del calcio crea al fucile un enorme danno estetico e pratico. «Nessuno vorrebbe un fucile così, sembra incompleto», afferma Bosco accarezzando con le dita la lunga canna spoglia sul retro del fucile. Inserendo su quella stessa canna lo Stabilizing Brace, però, si ottiene un’arma molto simile nella forma e nel funzionamento a quelle illegali: un fucile con la canna inferiore 16 pollici e un calcio.


Lo Stabilizing Brace montato sul calcio di un fucile

Quella che era nata come un’invenzione per i veterani con mobilità limitata, comincia così a riscuotere un enorme successo soprattutto fra i proprietari di armi normodotati, che in quell’oggetto intravedono la possibilità di aggiungere un calcio al proprio fucile senza tuttavia violare la legge. Spinto dall’entusiasmo dei potenziali acquirenti, il 15 gennaio 2013 Bosco – con in valigia i dieci prototipi messi a punto artigianalmente e la lettera dell’Atf – è partito per lo Shot Show di Las Vegas, la più grande fiera delle armi d’America, organizzata ogni anno dal 1979 dalla National Shooting Sports Foundation e aperta solamente ai membri dell’industria e alla stampa.

All’evento erano attese circa 65.000 persone, ma soprattutto sarebbero stati presenti tutti i produttori e i mercanti del Paese, ai quali Bosco voleva presentare la sua invenzione. «A causa del post, molti conoscevano già la lo Stabilizing Brace», ricorda l’ex marine. Sono bastate poche parole e la lettera dell’Atf per convincere i dirigenti della Century e della Sig Sauer – due delle più importanti aziende produttrici di armi degli Stati Uniti – a trovare un accordo per l’esclusiva sul prodotto.

Un mese più tardi, a febbraio, Bosco si è recato con un aereo privato a Exeter, in New Hampshire, sede della Sig Sauer, e a Georgia, in Vermont, dove si trova il quartier generale della Century, per firmare il contratto: le due aziende si sono impegnate a vendere 160.000 pezzi nell’arco di tre anni e, soprattutto, hanno assicurato all’imprenditore italiano che la sua invenzione avrebbe avuto un successo enorme. «A Exeter, alcuni ingegneri di lungo corso della Sig Sauer mi hanno detto che il tutore rivoluzionerà il mercato delle armi», spiega Bosco.

Ideato per aiutare i veterani invalidi di guerra – categoria estremamente rispettata negli Stati Uniti –, lo Stabilizing Brace ha trovato un mercato molto più vasto: secondo il General Social Survey del 2012, il 34 per cento delle famiglie americane possiede almeno un’arma, mentre in tutto il Paese ce ne sono fra i 280 e i 320 milioni in circolazione. Si tratta di potenziali acquirenti fortemente interessati al prodotto ideato da Bosco: con 139 dollari possono infatti acquistare lo Stabilizing Brace e avere un’arma molto simile a una illegale.


La tecnica del “bump fire”, con il fucile tenuto all’altezza dell’anca

Quello dell’imprenditore italiano non è l’unico caso. Negli Stati Uniti i mitragliatori automatici sono illegali per i cittadini, fatta eccezione per alcune licenze speciali e molto costose. Formando però un anello con le dita per tenere fermo il grilletto e sfruttando il rinculo del fucile si può facilmente sparare a raffica dall’altezza dell’anca e simulare il funzionamento di un’arma automatica. Questa tecnica, definita “bump fire”, è usata per divertimento, ma causa un forte calo nella precisione e un grande spreco di munizioni, oltre a essere difficilmente attuabile per chi ha scarsa mobilità.

Per questo Jeremy Cottle – un veterano di Moran, cittadina rurale di 270 persone nel centro del Texas – ha inventato lo Slide Fire, il più diffuso e controverso fra i dispositivi che puntano sui veterani di guerra invalidi per modificare armi legali e renderle simili a quelle vietate dalla legge. Lo Slide Fire modifica il grilletto e il calcio dei fucili, in particolare gli AR-15, con due pezzi di plastica in vendita a un prezzo compreso fra i 229 dollari e i 369 dollari a seconda dei modelli, che simulano il “bump fire” e consentono anche agli invalidi e a coloro che hanno una mobilità limitata di sparare a raffica dall’altezza della spalla.

«A differenza del “bump fire” tradizionale, il prodotto permette a chi spara di tenere l’arma da fuoco nel modo giusto e di mantenerne il totale controllo in ogni momento», si legge sul sito dell’azienda produttrice. La tecnologia dello Slide Fire sfrutta il rinculo, aumentando la frequenza dei colpi sparati senza tuttavia cambiare la classificazione dell’arma da semiautomatica, secondo la quale ogni volta che viene premuto il grilletto può essere sparato un solo colpo, ad automatica, ovvero in grado di sparare a raffica. Nel caso dell’AR-15, con lo Slide Fire si può arrivare a sparare fino a 100 colpi in 7 secondi.

Anche in questo caso, il 7 giugno del 2010 l’Atf ha stabilito che l’invenzione di Cottle – non avendo parti meccaniche e non trasformando l’arma in automatica – non può essere regolata dal National Firearms Act. La legge prende infatti in considerazione solamente le armi che «sparano automaticamente più di un colpo, senza essere ricaricate manualmente», mentre lo Slide Fire rende solo più semplice la tecnica del “bump fire”. «Non avendo parti meccaniche, strumenti come questi non sono regolati dall’Atf. In questi casi andiamo avanti nel nostro lavoro e ci concentriamo nel perseguire altre attività illegali», ha commentato Ginger Colbrun, portavoce dell’agenzia governativa, contattata dal Corriere della Sera.

Forte di questa decisione dell’Atf, lo scorso anno Slide Fire Solutions ha cominciato a mettere sul mercato armi semiautomatiche e già modificate con il proprio calcio. Sul sito dell’azienda fondata da Cottle si può acquistare un AR-15 modificato con lo Slide Fire a 4.595 dollari, un CRX-14.5 della Colt a 1.199 dollari, un M&P15-22 della Smith & Wesson a 849 dollari e un Ruger 10/22 a 629 dollari. Tutti fucili semiautomatici che, modificati con il calcio inventato per gli invalidi dal veterano texano, sparano come se fossero automatici. «Nessuno può predire quello che farà l’Atf in futuro, ma dal nostro punto di vista abbiamo rispettato tutte le regole», ha affermato Cottle sul blog GunsAmerica.com.


L’Angled Fore Grip ideato da Magpul

Un’altra decisione simile dell’Atf riguarda l’Angled Fore Grip, un’impugnatura ad angolo creata da Magpul che va montata sulla canna del fucile. Secondo la legge americana, installare un’impugnatura verticale sulla canna di una pistola è illegale. La pistola, per definizione, deve essere usata con una mano sola, altrimenti diventa un’arma illegale. Aggiungere la seconda impugnatura implica invece l’intenzione di usarla con due mani. L’Atf ha stabilito però che è legale aggiungere un Angled Fore Grip, perché non essendo verticale può essere usato per appoggiare l’arma e non come seconda impugnatura. In realtà gli appassionati pagano 34 dollari per poter usufruire legalmente di una seconda impugnatura. In questo caso, tuttavia, l’azienda produttrice non ha fatto ricorso ai veterani per modificare l’arma.

Bosco, invece, ha strutturato tutta la SB Tactical – l’azienda con cui produce lo Stabilizing Brace – attorno all’aiuto dei veterani. «Uno dei più grossi produttori di armi degli Stati Uniti ci aveva fatto un’offerta molto migliore di quella della Sig Sauer, ma non ho accettato», racconta Bosco mostrando una scritta che compare sulla scatola dello Stabilizing Brace, che superando ogni previsione ha venduto 150.000 pezzi già nel primo anno. «Io volevo infatti che parte del ricavato andasse ai veterani di guerra, mentre loro pensavano solo a quanti pezzi vendere. Oggi per ogni prodotto venduto versiamo una percentuale alla Honored American Veterans Afield, un’associazione che aiuta i veterani di guerra. Per me andava bene fare soldi, ma volevo che si capisse che questo tutore è stato inventato proprio per i veterani, anche perché altrimenti l’Atf avrebbe potuto cambiare idea, prima o poi».

Twitter @AndreaMarinelli

Non è Francesco": Il libro di Socci sul Papa che agita il Vaticano

Libero

«A Joseph Ratzinger, un gigante di speranza». Inizia con questa dichiarazione di appartenenza e di fede il libro dell’intellettuale cattolico e collaboratore di Libero Antonio Socci “Non è Francesco”, edito da Mondadori e in libreria dal 3 ottobre. Dedicato anche «ai cristiani perseguitati in Iraq», il volume ha fatto discutere prima ancora di arrivare sugli scaffali. Niente che Socci non volesse. Lo scopo, scrive lui stesso, è indagare su domande «così destabilizzanti e “proibite” dal mainstream che tutti evitano di dirle in pubblico». 

Non sono parole esagerate. «Quali sono», chiede infatti Socci, «i motivi tuttora sconosciuti della storica rinuncia al Papato di Benedetto XVI? Qualcuno lo ha indotto a ritirarsi? Ma soprattutto: è stata una vera rinuncia? Perché non è tornato cardinale, ma è rimasto “Papa emerito”?». Socci affronta pure un’altra questione dirompente: se durante il Conclave che elesse Bergoglio siano state violate - come a lui pare - le norme della Costituzione apostolica Universi Dominici Gregis. 

La giornalista argentina Elisabetta Piqué ha infatti svelato che Bergoglio fu eletto nella quinta votazione del 13 marzo (la sesta in totale), con una serie di procedure che avrebbero trasgredito quanto previsto dalla Costituzione apostolica, rendendo così «nulla e invalida l’elezione stessa». Questioni gravi, che meritano chiarimenti approfonditi. Qui i lettori di Libero troveranno ampi stralci tratti dalla premessa del libro, laddove Socci racconta la propria delusione per un papa, Francesco, che pure aveva accolto «a braccia spalancate, come era giusto fare ritenendolo il Papa legittimamente eletto». (F.C.)


Ammetto di essere uno dei tanti che hanno accolto Bergoglio - il 13 marzo 2013 - a braccia spalancate, come era giusto fare ritenendolo il Papa legittimamente eletto. E anche per una serie di amicizie comuni (a me molto care), che mi avevano indotto a nutrire benevole speranze nel nuovo Pontefice. Gli comunicai perfino (e convintamente) che - fra tanti altri - poteva contare pure sulla preghiera mia e della mia famiglia, e sull’offerta delle nostre croci per il compimento della sua alta missione.

Mi piaceva quel suo stile dimesso. I giornali lo rappresentavano come il vescovo che girava per Buenos Aires con i mezzi pubblici, che abitava in un modesto appartamento anziché nel palazzo vescovile, che frequentava i miseri quartieri delle periferie come un padre buono, desideroso di portare ai più infelici la carezza del Nazareno. Tutto questo poteva essere una formidabile ventata di aria fresca per il Vaticano e per l’intera Chiesa.

Ho sostenuto papa Francesco come potevo, per mesi, da giornalista, sulla stampa. Mi sembrava un apostolo del confessionale, devoto della Madonna. L’ho difeso dalle critiche affrettate di alcuni tradizionalisti e continuo a trovare ancora oggi assurde le polemiche di coloro che prendono a pretesto le dichiarazioni di papa Francesco per attaccare in realtà il Concilio Vaticano II, Joseph Ratzinger e Giovanni Paolo II, (...) che nessuna responsabilità hanno nelle scelte di Bergoglio. Da questo punto di vista sono ben contento di essere fra coloro che Roberto De Mattei considera «i difensori più accaniti del Vaticano II».

Sono infatti convinto, con Benedetto XVI (con Giovanni Paolo II e con Paolo VI), che il Concilio è un evento molto prezioso. Ma il vero Concilio, quello che sta nei documenti e fa parte del magistero della Chiesa. Ben altra cosa (opposta) è quello «virtuale» costruito dai mass media, quello che per esempio si trova teorizzato dalla storiografia progressista. (...) Sostenere oggi che le dichiarazioni di Bergoglio a Scalfari (per fare un esempio) in fin dei conti sono in continuità con Benedetto XVI, con Giovanni Paolo II e con Paolo VI, ovvero che Bergoglio «incarna l’essenza del Vaticano II» (De Mattei), è assurdo. (…).

Purtroppo, oggi io sono uno dei tantissimi delusi (un sentimento che dilaga sempre più tra i cattolici, seppure non raccontato dai giornali). (…). Diversi cardinali avevano votato Bergoglio con la speranza che egli continuasse l’opera di rinnovamento e purificazione intrapresa da Benedetto XVI, che irrompesse nella Curia vaticana e (metaforicamente) la rovesciasse come un calzino, quasi col fuoco di Giovanni Battista. Invece bisogna amaramente riconoscere che poco o nulla è stato fatto (solo qualche rimozione, in certi casi anche ingiusta).

Va bene andare a vivere nel residence di «Santa Marta», può essere anch’esso un segnale positivo, anche se non è proprio una povera cella monastica. Io, in un mio libro avevo addirittura sognato un Papa che andava a vivere in una parrocchia di borgata. In ogni caso apprezzo il messaggio. Ma poi il problema è il governo di quella cosa complessa che è il Vaticano e - per esempio - dello Ior, che qualcuno ha pure prospettato di chiudere, non essendo chiara la sua utilità per la Chiesa, ma che Bergoglio non ha chiuso affatto. Al contrario, dicono gli osservatori più informati, Bergoglio ha moltiplicato commissioni, burocrazie e spese. (…)

Ci si aspettava una ventata di rigore morale nei confronti della «sporcizia» (anche del ceto ecclesiastico) denunciata e combattuta dal grande Joseph Ratzinger. Ma come dobbiamo interpretare il segnale dato al mondo di lassismo e di resa nei confronti dei nuovi costumi sessuali della società e dello sfascio dei principi morali e delle famiglie? Come interpretare il rifiuto di papa Bergoglio di opporsi alle questioni etiche, come hanno fatto eroicamente i suoi predecessori, o anche solo di «giudicarle», cioè di contrastare culturalmente quella rivoluzione dei rapporti affettivi che distrugge ogni serio legame e ha lasciato tutti più soli e infelici, schiavi dell’istinto? San Paolo affermava «l’uomo spirituale giudica ogni cosa» (1Cor 2,15) e non «chi sono io per giudicare?».

E perché non opporsi a quella cultura della morte che non riconosce più nessuna sacralità all’essere umano o a quell’ondata di anticristianesimo e antiumanesimo che, sotto diverse bandiere, pervade ormai il mondo? (...). C’erano da confutare coloro che, nella Chiesa, buttano alle ortiche la retta dottrina cattolica e che - pure da cattedre potenti - demoliscono il cuore della fede, invece si sono visti «bastonare» i buoni cattolici, quelli ortodossi che vivevano veramente la povertà, la castità, la preghiera e la carità.

Anzi, papa Bergoglio si scaglia proprio su chi usa «un linguaggio completamente ortodosso» perché così non corrisponderebbe al Vangelo (Evangelii Gaudium n. 41). Cosa mai vista e mai sentita in tutta la storia della Chiesa. Per non dire di quando lo stesso Bergoglio si avventura nelle sue sconcertanti affermazioni, tipo «se uno non pecca non è uomo», una tesi sorprendente che nemmeno si avvede così di negare di fatto l’umanità di Gesù e Maria, i quali furono esenti dal peccato e proprio per questo sono il modello ideale supremo dell’uomo e della donna.

O quando ha attribuito erroneamente a san Paolo la frase «mi vanto dei miei peccati» (Omelia di Santa Marta del 4 settembre 2014), un’enormità su cui il sito vaticano www.news.va ha ritenuto addirittura di fare il titolo «Perché vantarsi dei peccati». Evidentemente in Vaticano, e in particolare a Santa Marta, non si conosce quanto afferma san Tommaso d’Aquino: «È peccato mortale quando uno si vanta di cose che offendono la gloria di Dio».

Si sperava davvero che si soccorressero le vittime più indifese e inermi nelle periferie più sperdute del mondo, invece - lo ricordo con dolore - papa Bergoglio ha ostinatamente evitato di alzare la sua voce, nell’estate 2014, in soccorso dei cristiani massacrati nel Califfato islamico del Nord Iraq, limitandosi a poche dichiarazioni, senza mai pronunciare una vibrata invettiva (come quelle che ha fatto su argomenti politically correct) o un vigoroso appello alla comunità internazionale perché intervenisse a disarmare i carnefici e difendere gli inermi massacrati.

Mai si è rivolto verso un mondo islamico che in genere umilia ogni minoranza, mai una sferzata contro il terrorismo islamista, mai ha chiesto esplicitamente quell’«ingerenza umanitaria» (concepita specialmente da Giovanni Paolo II) che disarmasse, anche con la forza, i carnefici e impedisse massacri come pure imploravano i vescovi dell’Iraq. I quali patriarchi hanno gridato a gran voce che le proprie comunità venissero difese, con la forza, dal massacro incombente e hanno mosso una critica esplicita alla reticenza del Papa chiedendogli «un uso più audace della propria influenza per la causa dei cristiani iracheni».

Ma Bergoglio è stato cauto e reticente, barcamenandosi senza esporsi. Siamo sicuri che di fronte alla tragedia dei cristiani (e delle altre minoranze) in Iraq non potesse assumere un atteggiamento più deciso come quello dei suoi predecessori o come il suo su altri temi? (…).  Non si è vista nemmeno un’opera di vera sensibilizzazione della Chiesa intera, che mobilitasse la preghiera di tutti, che sollecitasse veglie, novene, digiuni (sono queste le armi dei cristiani) e un grande aiuto umanitario. Che controindicazioni c’erano su questo? Non se ne vedono davvero.

C’era bisogno di dare conforto e aiuto concreto ai tanti cristiani perseguitati, umiliati, incarcerati, massacrati, ma papa Bergoglio invece ha continuato a confidare in un dialogo senza condizioni e senza precauzioni, esponendosi a dolorosi incidenti come quello dell’8 giugno 2014, quando ha chiamato a pregare in Vaticano, fra gli altri, un imam che, lì sul suolo bagnato dal sangue di tanti martiri cristiani, infischiandosene dei discorsi concordati, ha invocato Allah perché aiuti i musulmani a schiacciare gli infedeli («dacci la vittoria sui miscredenti»). (...).

C’era bisogno di dire almeno una parola in difesa di giovani madri - come Meriam o Asia Bibi - condannate a morte nei regimi islamici per la loro fede cristiana o almeno si poteva chiedere di pregare per loro, ma papa Francesco non lo ha mai fatto, non ha nemmeno risposto all’appello mandatogli da Asia Bibi, mentre ha scritto personalmente un lungo messaggio di auguri agli islamici che digiunano per il Ramadan auspicando che esso porti loro «abbondanti frutti spirituali». (...).

Si è venuti a scoprire peraltro che al tempo del discorso di Ratisbona di Benedetto XVI (quello che è passato alla storia per aver fatto infuriare i musulmani), il portavoce dell’allora cardinale Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, criticò pubblicamente papa Ratzinger. Newsweek pubblicò le sue parole sotto il titolo «L’Arcidiocesi di Buenos Aires contro Benedetto XVI». Il portavoce dopo qualche tempo fu sollevato dall'incarico, ma molti si sono chiesti se e quando vi sia stata una sconfessione pubblica da parte del vescovo Bergoglio e un suo appoggio aperto al discorso pronunciato da Ratzinger a Ratisbona. (...).

Alla luce di questi fatti si spiega l’atteggiamento attuale di papa Francesco nei confronti dell’Islam e degli islamisti del Califfato iracheno (carnefici di cristiani e di altre minoranze). Bergoglio, sempre così critico con i cattolici, non si contrappone mai nemmeno alle lobby laiciste sui temi della vita, del gender, dei principi non negoziabili che papa Benedetto individuò come pilastri della «dittatura del relativismo». (...).

C’era (e c’è) bisogno di far accendere una luce per una generazione che è stata gettata nelle tenebre del nichilismo, che non sa più nemmeno distinguere il Bene dal Male perché le hanno insegnato che non esistono e che ognuno può fare quello che gli pare. Purtroppo papa Bergoglio rischia di assecondare proprio questa tragica deriva dicendo anch’egli che «ciascuno ha una sua idea di bene e di male» e «noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il bene».

C’era e c’è bisogno di annunciare Cristo, nostra speranza e vera felicità della vita, a una generazione che non sa nemmeno più chi è Gesù e non sa che farsene della propria giovinezza e dell'esistenza. E rischia di essere fuorviante sentir dire da papa Bergoglio che «il proselitismo è una solenne sciocchezza» e che lui non ha «nessuna intenzione» di convertire i suoi interlocutori.

Certo, ha ragione quando ricorda che il cristianesimo si comunica «per attrazione», ma l’ardore missionario ci è stato testimoniato dai santi e «fare proselitismo» è il comandamento di Gesù ai suoi apostoli: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).

Non si può dimenticare questo precetto evangelico, che indica il vero, grande compito della vita, per avere il plauso dei ricchi e potenti salotti snob e anticattolici della Repubblica. Dove tutti ora esultano ritenendo di avere finalmente un Papa «scalfariano».

C’è un gran bisogno di portare la carezza del Nazareno a chi è solo, malato, sofferente o disperato ed è molto doloroso veder «saltare» all’ultimo momento la visita del Papa all’ospedale Gemelli con i malati in attesa sotto il sole (loro, le cui piaghe sono le piaghe di Cristo), mentre si trovano facilmente ore da dedicare a Scalfari, o si trova il tempo per telefonare a Marco Pannella o a Maradona e andare di persona a Caserta solo per incontrare l’amico pastore protestante. (…)

Bergoglio - secondo i suoi fan più sfegatati - sarebbe un rivoluzionario che intende sovvertire la Chiesa cattolica, eliminando i dogmi della fede e buttando alle ortiche secoli di magistero.
Cosa significherebbe e cosa comporterebbe tutto questo? Se fosse vero la Chiesa sarebbe alla vigilia di una drammatica esplosione. È così? Vorrà scongiurarlo, padre Bergoglio? Vorrà tornare sulla strada dove un giorno, da giovane (lo ha raccontato una volta e mi ha commosso), incontrò gli occhi di Gesù? Vorrà ricercare quel suo sguardo e in Lui ritrovare tutti noi?

di Antonio Socci





Socci: il miracolo delle Ostie di Siena contro ogni legge di natura

Libero
29 settembre 2014



Tutto si è svolto riservatamente, attorno al 10 settembre scorso. Ma la notizia più importante, quella sul risultato della ricognizione, è trapelata e ve la proponiamo. A cent’anni dall'ultima analisi c'è la conferma che le Sacre Particole conservate nella basilica di San Francesco, a Siena, si stanno ancora mantenendo miracolosamente intatte, contro ogni legge naturale. Nel contenitore sono state rinvenute - com’era prevedibile - muffe e batteri, ma incredibilmente nessuna ostia è stata intaccata. Un fenomeno inspiegabile, perché per la loro composizione (come derivati del grano) le particole sono deperibilissime, molto vulnerabili da microrganismi e muffe.


Sembra che su queste 233 ostie conservate a Siena le leggi di natura non possano nulla. Molti decenni fa un arcivescovo di Siena, Tiberio Borghese, volle fare una sorta di controprova: fece sigillare alcune particole non consacrate in un contenitore. Dopo dieci anni una Commissione scientifica andò a vedere il loro stato e trovò solo frammenti decomposti e vermi. Questo è infatti l’iter naturale delle materie organiche. Tutto si corrompe e si decompone. Ma sfuggono a questa inesorabile legge fisica e chimica quelle ostie consacrate che si conservano nella Basilica di san Francesco, nella città di Santa Caterina, mirabile punto d’incontro dei due patroni d’Italia.

Era il 1730 - Nei diversi miracoli eucaristici, avvenuti soprattutto in Italia, solitamente si è verificata una trasformazione delle particole in carne (spesso del miocardio) e in sangue, quello di Siena si caratterizza perché il miracolo sono le stesse ostie che misteriosamente sfidano il tempo e le leggi naturali, rendendo così evidente la presenza permanente di Colui che è Signore della storia e dell’eternità. Il grande Thomas S. Eliot cantava il «punto di intersezione del senza tempo col tempo». Eccolo qua. Un altro poeta, Eugenio Montale, nella sua laica queste della salvezza, cercava «il varco» nella prigione della quotidianità, «la smagliatura nella rete» dell’esistenza, «l’anello che non tiene» nella concatenazione delle circostanze… Ecco dunque, nell’evento di Siena, il segno del grande varco che spalanca l’eternità qui nel tempo.

Tutto comincia nell’anno 1730. Era il 14 agosto, la vigilia dell’Assunta. Tutto il popolo senese era accorso in Cattedrale per i primi vespri e l’offerta del cero votivo in onore della Madre di Dio. Per questo dei ladri poterono entrare indisturbati nella Basilica di San Francesco e rubare la pisside d’argento piena di particole consacrate. Per la città fu uno choc. Furono fatte preghiere e processioni per riparare l’atto sacrilego. Probabilmente gli stessi ladri restarono colpiti. Fatto sta che tre giorni dopo, il 17 agosto, le particole furono rinvenute nel vicino Santuario di Santa Maria in Provenzano, dentro una cassetta delle elemosine. La città fece festa.

Processioni solenni e atti di adorazione si susseguirono anche nelle parrocchie, ripetutamente. Per questo al momento era stato deciso di non consumare quelle ostie. Finché ci si rese conto che, con il tempo, queste particole non subivano alcuna alterazione. Devotamente custodite continuavano a restare incorrotte. Dunque si cominciò a constatare che un miracolo era in corso. Le ostie, oltre ad essere esposte al deperimento organico e agli agenti atmosferici, avevano subito travasi di contenitori, contatti fisici per i periodici conteggi, scuotimenti. Eppure quando le Sacre Particole vengono analizzate si trovano sempre «fresche, intatte, fisicamente incorrotte, chimicamente pure e non presentano alcun principio di corruzione».

Fatto unico - Erano passati quasi due secoli. Così, nel 1914, si decise di sottoporle all’analisi scientifica. Alla fine il verbale degli scienziati reciterà: «Le Sante Particole di Siena sono un classico esempio della perfetta conservazione di particole di pane azzimo consacrate nell’anno 1730, e costituiscono un fenomeno singolare, palpitante di attualità che inverte le leggi naturali della conservazione della materia organica. È un fatto unico consacrato negli annali della scienza». Nel corso degli anni seguirono poi nuovi trasferimenti di contenitori e un altro tentativo di furto nel 1951. Ma il miracolo è continuato. Lo scrittore danese Joergensen, convertito al cattolicesimo, lo definì «una delle più grande meraviglie di Cristo sulla terra».

Circa vent’anni fa mi trovai ad accompagnare io stesso l’allora cardinale Ratzinger alla Basilica di San Francesco e ricordo il suo stupore e la sua commozione per queste Sacre Particole. Anche Giovanni Paolo II, in visita a Siena il 14 settembre 1980, aveva voluto sostare in adorazione davanti ad esse e alla fine, commosso, aveva sussurrato: «È la Presenza!». In effetti, la caratteristica del miracolo eucaristico di Siena è la sua continuità nel tempo, un segno che chiaramente rende evidente la permanenza della presenza di Cristo nell’ostia consacrata.

È la conferma soprannaturale e straordinaria di una verità che il cattolicesimo proclama. Ha scritto don Divo Barsotti: «Alcune confessioni protestanti non negano la presenza reale del Cristo nell’Eucarestia, ma negano che questa Presenza reale sia permanente: Gesù è presente nell’istante in cui si dona (…). La differenza sostanziale, si direbbe, con la dottrina eucaristica così come il Cattolicesimo l’ha sempre insegnata è precisamente questa: la presenza del Cristo nell'Eucarestia è permanente».

Solenne adorazione - Negli ultimi decenni il pensiero protestante si è infiltrato nella Chiesa cattolica. Infatti Paolo VI, già nell’enciclica «Mysterium fidei» del 1965, metteva in guardia da queste false dottrine sull’eucarestia che stavano circolando nella Chiesa. Una di queste sosteneva proprio che Cristo non sarebbe più presente nelle Ostie consacrate e rimaste dopo la celebrazione della Messa. Idea fatta propria da un cattoprogressismo sociologico, tutto centrato sulla dimensione orizzontale. Idea falsissima. Non a caso il Concilio di Trento insiste nell’esortare all’adorazione eucaristica anche al di fuori della liturgia.

E Paolo VI in quella sua enciclica - sottolineava il cardinale Dulles - «ha parlato chiaramente e decisamente in favore della custodia del Santissimo Sacramento in un posto d’onore in chiesa» e poi «ha esortato i pastori a esporre il Sacramento per la solenne adorazione e a fare processioni eucaristiche». Così come «Giovanni Paolo II ha cercato di promuovere la devozione dell’Eucarestia al di fuori della Messa» perché è «di valore inestimabile per la vita della Chiesa». Lo stesso papa Wojtyla dedicava molte ore all’adorazione e «molte delle sue migliori intuizioni scaturivano da questi momenti di preghiera». Benedetto XVI ha proseguito sulla stessa linea e il popolo cristiano ha riscoperto la bellezza e la ricchezza dell’adorazione eucaristica.

Magistero parallelo - Eppure se questo è sempre stato il magistero della Chiesa, poi una sorta di magistero parallelo (e abusivo) ha seminato la sua zizzania. E oggi tornano gli errori degli anni Sessanta, quando - scriveva il cardinale Dulles - «ai fedeli veniva ripetuto, da educatori all’avanguardia in fatto di religione, che lo scopo del Santissimo Sacramento era di essere ricevuto nella comunione e non di essere adorato, come se le due cose si escludessero a vicenda». Un riflesso di queste idee lo si ritrova oggi in quelle chiese cattoliche dove il tabernacolo con il Santissimo Sacramento non è più nel luogo nobile e importante della casa di Dio, ma in qualche sgabuzzino marginale e talora addirittura è stato estromesso fuori dalla chiesa.

Eppure è solo quel tabernacolo che caratterizza una chiesa cattolica. Edith Stein, filosofa ebrea tedesca, si convertì al cattolicesimo proprio perché - dopo aver visitato dei templi protestanti - un giorno entrò in una Chiesa cattolica e si rese conto che «qui c'è Qualcuno». Divenne suora carmelitana e poi - uccisa ad Auschwitz - fu proclamata santa. Perché si era innamorata di quella Presenza.

di Antonio Socci

Storia dell'homo sovieticus e di tutti i sopravvissuti al crollo del comunismo

Matteo Sacchi - Gio, 02/10/2014 - 09:24

La giornalista (in odore di Nobel) Svetlana Aleksievic ha raccolto le voci di centinaia di persone comuni che hanno attraversato la triste parabola dell'Urss

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Guardare la Russia seduti sulle rovine dell'Urss. Materiali e immateriali che siano. Farsela raccontare da centinaia di voci. A volte autorevoli, a volte origliate per la strada, in una di quelle code tristi che non sempre il capitalismo è riuscito a far sparire dalla Russia e dalle altre repubbliche e republichette nate dal crollo dell'«impero» sovietico. Questa è la radice profonda del libro della giornalista Svetlana Aleksievic: Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (Bompiani, pagg. 778, euro 24). La Aleksievic, classe 1948, testimone diretta delle guerre afghane, della perestrojka, e della frammentazione che l'ha seguita, costruisce pagina dopo pagina una narrazione corale, un gigantesco affresco della sconfitta.

A parlare, infondo, non è mai un singolo ma una categoria umana declinata in infinite forme: l' homo sovieticus . Come spiega la Aleksievic in uno dei rari casi in cui “parla” direttamente mettendo la sua voce fuori dal coro: «Attualmente viviamo in diverse nazioni, parliamo lingue diverse ma restiamo inconfondibili. Ci facciamo subito riconoscere! Noi tutti, gente del socialismo, siamo simili all'altra gente ma al tempo stesso ce ne distinguiamo; abbiamo un nostro vocabolario, idee nostre del bene e del male, degli eroi e dei martiri. Anche il nostro rapporto con la morte è tutto speciale. Nei racconti che vado annotando ricorrono spesso parole che feriscono l'orecchio: “sparare”, “liquidare”, “mettere al muro” o versioni sovietiche dello “scomparire senza traccia” quali “arresto”, “dieci anni senza diritto alla corrispondenza”, “emigrazione”... Siamo pieni di odio e pregiudizi. Veniamo tutti da laggiù, dal gulag e da una guerra atroce».

E così, nel libro, si parte dal terrore staliniano, le denunce fatte dai vicini. Spiega tutto una voce anonima, qualunque, sovietica: «Perché non abbiamo fatto il processo a Stalin? Glielo spiego subito... Per giudicare Stalin bisognava chiamare a giudizio i nostri congiunti, i nostri conoscenti... Papà l'hanno arrestato nel '37. A denunciare papà era stato un nostro vicino, zio Jura. Per una sciocchezza sosteneva mamma. Io avevo sette anni. Quando andava a pesca coi suoi bambini portava anche me, mi faceva montare a cavallo. Più di una volta ha riparato la nostra recinzione. Non proprio l'immagine del carnefice...».

Poi arrivarono le piccole cucine delle case popolari costruite da Chruscev. Un rifugio di libertà in un Paese asfittico: «Nel XIX secolo l'intera cultura russa viveva nelle tenute nobiliari e nel XX secolo nelle cucine. Anche la perestrojka». Chiusi in quei bugigattoli, per sovietica ergonomia delle tubazioni sempre contigui al bagno, si discuteva di tutto. Si sognava che il Che cambiasse il comunismo, si ascoltava di nascosto la Bbc, si tremava per paura che qualcuno avesse messo una cimice...

Ma quelle rivolte sognate tra il lavandino e il tinello non decollarono. Alla fine il cambiamento arrivò dall'alto. Altra voce anonima: «Non è stato il popolo a fare la perestojka, l'ha fatta un solo uomo: Gorbacev. Gorbacev e un pugno di intellettuali...». E lì pagine e pagine di chi grida all'intrigo, «Gorbacev spia della Cia», assassino della Patria. Oppure di chi è sceso in piazza contro il golpe dei militari: «Sono andato alla Casa Bianca coi miei genitori. Papà aveva detto: andiamo, altrimenti non avremo mai del salame decente e dei buoni libri. Si smontavano i cubetti del selciato e si erigevano le barricate». Ma attraversando il sogno-incubo degli anni Novanta, la narrazione si sposta velocemente all'oggi.

Un oggi dove la democrazia l'hanno capita in pochi, però la roba - per usare un termine di Verga che però compare spesso anche nella narrazione della Aleksievic - l'hanno capita tutti. E qualche volta il business funziona, qualche volta no. E per i russi la battaglia (ancora in corso), tra capitalismo sì, capitalismo no, fa sempre riferimento a Egor Timurovic Gajdar, l'economista che andò in televisione a dire che era arrivato il momento di avere il coraggio di vendere e comprare... In Occidente l'abbiamo dimenticato. A Mosca e dintorni, invece, o è un santo o è un demone. Poi ci sono ovviamente le campagne sterminate. Nelle pianure infinite stentarono a capire che lo zar non c'era più. Ora stentano a capire la differenza con il comunismo.

A chiudere il libro sono le osservazioni di una donna comune: «In inverno siamo sommersi dalla neve... a volte per settimane non circolano gli autobus. Che cosa succede nella capitale? Da qui a Mosca ci sono mille chilometri. Qui continuiamo a vivere come abbiamo sempre vissuto».
Leggendo però tra le righe delle centinaia di testimonianze, messe a mosaico da Svetlana Aleksievic, quello che più balza all'occhio non è tanto il rimpianto (di una minoranza) per il comunismo o il desiderio (di una maggioranza) per una democrazia che non c'è ancora sino in fondo. Piuttosto il fatto che ci sia un'identità perduta, comune a quasi tutti. Un vuoto che fa paura. Perché è molto difficile passare dal gulag alla libertà assoluta. Dall'impero alla frantumazione. È un salto mortale che dà le vertigini. E l' homo sovieticus spera solo di atterrare in piedi, ed è in volo da più di un ventennio.

Il nomade arrestato per rapine nell'auto che uccise un ragazzo

Paola Fucilieri - Gio, 02/10/2014 - 07:00

Per fuggire dalla polizia, la banda di Pierino Levacovich travolse un 27enne I giudici non gli contestarono l'omicidio. E dopo pochi mesi uscì dal carcere


Le vicende processuali del rom 25enne Pierino Levacovich potrebbe dirimere una volta per tutte il dibattito sull'utilità o meno della pena detentiva in carcere, il suo reale valore rieducativo. È anche vero che questo malvivente nomade in cella finora c'è rimasto davvero poco. E probabilmente solo adesso che gli investigatori della squadra mobile di Mobile lo hanno arrestato insieme ad altri cinque complici accusandoli di almeno una decina di violenti colpi in supermercati e negozi di vario genere tra la città e l'hinterland, ora che è accusato di concorso in rapina aggravata, porto abusivo d'armi e ricettazione di auto rubate, il «soggiorno» in carcere di Pierino dovrebbe essere più lungo dei soliti 3-4 mesi.

Se lo augura senza dubbio Salvatore Mazzarra, padre di Pietro, ucciso all'alba del 9 giugno del 2011 ad appena 27 anni in un incidente stradale a un incrocio nel quartiere Comasina. Pierino Levacovich, che all'epoca aveva 21 anni, era a bordo della Bmw 320 D (alla guida il fratello maggiore Angelo, allora 23enne) che travolse la Citroen C3 di Mazzarra nel momento in cui il ragazzo stava rincasando.

Con i fratelli Levacovich altri due complici: stavano tutti fuggendo da due volanti della polizia che li inseguivano dopo che avevano messo a segno un furto in un bar-tabaccheria di Quarto Oggiaro.

Angelo Levacovich, dopo aver spento i fari della Bmw e senza frenare all'incrocio tra via Arsia e via Cogne (quindi accettando di ammazzare qualcuno pur di scappare, ndr), si scontrò alla velocità di 110 chilometri orari contro la vettura di Mazzarra. Nell'urto, devastante, il povero Pietro venne sbalzato fuori dalla sua Citroen con grande violenza al punto che sfondò un finestrino posteriore, atterrando sull'asfalto dopo un volo di venti metri e morì sul colpo. I fratelli Angelo e Pierino, uscirono dalla Bmw e fuggirono (come testimonia un agghiacciante filmato ripreso dalla telecamera di una pensilina dell'Atm che registrò con chiarezza tutte le fasi dell'incidente) senza nemmeno curarsi di Pietro.

Sulla vettura pirata rimasero, guarda caso, due minorenni feriti: un rom 17enne del campo nomadi di via Negrotto e un amico 16enne di origine maghrebina che abita in zona. Angelo Levacovich venne arrestato nel settembre di quello stesso anno nel campo nomadi di Muggiano, dove si era nascosto, dagli agenti delle «Volanti»; Pierino qualche mese dopo, a marzo 2012, sempre a Muggiano, dagli investigatori del commissariato di Quarto Oggiaro e i poliziotti vennero colpiti da una violenta sassaiola nel momento in cui il rom veniva caricato in macchina per essere portato via.

Nel maggio 2012, la resa dei conti. Nonostante un'informativa dettagliata redatta al commissariato Quarto Oggiaro e inviata all'autorità giudiziaria, che stabiliva con fior fior di argomentazioni che si era trattato di omicidio volontario e dopo che i Levacovich chiesero di essere giudicati con il rito abbreviato (che li portava a beneficiare quindi già di uno sconto della pena), arrivò la singolare sentenza di primo grado: Angelo venne ritenuto responsabile di omicidio colposo e condannato a 8 anni e 8 mesi, una pena che comprendeva anche il furto e la ricettazione della Bmw; i due minorenni, seduti dietro, furono condannati invece per concorso in «omicidio volontario» con dolo eventuale a 8 anni (poi furono prosciolti in secondo grado).

Il fatto più sconvolgente fu la pena inflitta proprio a Pierino, passeggero a lato del conducente: appena due anni e due mesi per furto e ricettazione (scontò qualche mese). I magistrati non ritennero di contestargli alcun concorso nell'omicidio, né colposo né tantomeno doloso. Per questa ragione il padre di Pietro Mazzarra s'incatenò per protesta davanti al tribunale. Ora uno degli assassini di suo figlio rischia tra gli 8 e i 10 anni di carcere per concorso in rapina: vedremo come finirà il processo.

Lega, l’addio del primo sindaco nero d’Italia: “Sto per lasciare il Carroccio, mi hanno usata”

La Stampa
davide lessi (nexta)

Sandy Cane scaricata dal partito: «Finito il mio mandato non mi ha cercata nessuno». L’annuncio nel giorno in cui Salvini nomina Tony Iwobi responsabile all’immigrazione

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Era il 2009. A Viggiù, paese di 5000 abitanti in alta Valceresio, si eleggeva il primo sindaco nero della storia d’Italia. Con una particolarità non da poco: Sandy Cane, padre americano del Massachusetts, madre italiana del Varesotto, era la candidata della Lega Nord. I titoli si sprecarono. Anche The Indipendent dedicò un articolo al “primo cittadino di colore e anti-immigrati”. Oggi, cinque anni dopo, la piccola Obama italian-padana sta per lasciare il Carroccio. «Da quando ho finito il mandato, lo scorso maggio, non mi hanno più contattata dal partito», dice a La Stampa. E aggiunge: «Al 90 per cento restituirò la tessera: sono troppo delusa». 

Una decisione «maturata nel tempo», spiega la 53enne Cane. Ma che arriva proprio nel giorno in cui il segretario Matteo Salvini ha presentato il nuovo responsabile per l’immigrazione del partito: Tony Iwobi, origini nigeriane e militante della Lega Nord dal 1993. «Sono contenta per lui, lo conosco ed è una brava persona», spiega Cane. Che però, a denti stretti e sollecitata sul tempismo del messaggio d’addio su Facebook, ammette: «Sì, la sua nomina può essere la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma ripeto: non ce l’ho con lui, che è un amico, gli auguro il meglio».

Il vaso, secondo l’ex sindaco, era già colmo. E racconta: «A Viggiù sono stati cinque anni infernali: i consiglieri leghisti hanno fatto di tutto per farmi dimettere. Mi hanno massacrato. Poi, nel 2013, sono stata candidata al Senato in Valle d’Aosta e ho aumentato di oltre un punto percentuale i voti della Lega. Nonostante tutto questo mi hanno tenuto fuori dal listino per le Regionali». Solo una questione di poltrone, insomma. «No - controbatte lei- volevo un po’ più di riconoscenza. Ho dedicato tutto al partito: di giorno facevo il sindaco e alla sera tornavo in Valle d’Aosta a fare la militante. E nemmeno un ringraziamento: mi sono sentita usata». 

Ed è proprio la Valle d’Aosta, la terra d’esilio scelta dall’ex sindaco. Alla Viggiù dello scrittore Aldo Nove ha preferito Gressoney-La-Trinité, il comune di 300 anime della Valle del Lys. Lo stesso dove ha intenzione di candidarsi il prossimo anno alle elezioni comunali. «Ci sto pensando - conferma - ma lo farei con una lista civica, senza simboli del Carroccio». Un addio sofferto, quello alla Lega. «Continuerò a votarli perché sono gli unici che rappresentano gli interessi degli italiani del Nord». E conclude con una confidenza: «Ma sa come si chiama il mio cane? Bobo». Inutile dire in onore di chi. 

Rai, cala il canone la rata massima sarà di 65 euro

Il Messaggero
di Claudio Marincola

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Rivoluzione in arrivo per il canone Rai. A cominciare dall’abbonamento in scadenza nel prossimo gennaio 2015. La rata slitterà di qualche mese. Il governo è intenzionato infatti a presentare entro ottobre un decreto con l’obiettivo di convertirlo in legge entro l’anno. Il modello, al quale hanno lavorato lo staff del sottosegretario allo Sviluppo Antonello Giacomelli e il Tesoro, prevede un criterio di calcolo innovativo. Non sarà uguale per tutti - attualmente è di 113,50 euro - e non dipenderà più dal possesso dell’apparecchio. Oscillerà fra 35 e 65 euro in base a reddito e consumi.

Il governo mira ad eliminare quasi del tutto l’evasione che si aggira intorno al 27%, con punte del 50% in Campania, Sicilia e Calabria. L’importo sarà più basso anche grazie agli introiti di Giochi e Lotterie. In Italia i ricavi del canone tv sono inferiori che in altri Paesi europei, ad esempio Francia e Inghilterra, compensati in parte dai ricavi pubblicitari superiori. Nel decreto-canone potrebbe confluire anche un emendamento per bloccare lo sconto a Rai e Mediaset. Un regalino da circa 140 milioni di euro in 7 anni dovuto al ricalcolo delle frequenze. Il sottosegretario Giacomelli sta concordando infatti con la presidenza del Consiglio le modalità per far scattare lo stop.

I CRITERI
I nuovi criteri fissati da una delibera votata ad agosto dall’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, non troveranno applicazione. Il ricalcolo già nel 2014 avrebbe fatto risparmiare alla Rai una decina di milioni e a Mediaset poco meno. L’applicazione del nuovo canone sulle frequenze nasce dall’esigenza di rivedere il quadro normativo. Con il passaggio dall’analogico al digitale i contributi graveranno sugli operatori di Rete, non più legati dunque come prima al fatturato.

Il ministero allo Sviluppo Economico aveva chiesto un ripensamento. Lo stesso Giacomelli aveva scritto all’Agcom, evidenziando i minori introiti che le nuove regole avrebbe comportato per lo Stato, vanificando o quasi gli effetti salutari della spending review. E comunque un nuovo assist a favore del duopolio, una costante del sistema italiano che ha garantito per anni la spartizione dei ricavi provenienti da canone e pubblicità a danno delle piccole emittenti (che ora sono sul piede di guerra).

L’Agcom è andato avanti, ritenendo fondate le osservazioni formulate dalla Commissione europea e lo fatto nonostante l’opposizione del presidente Angelo Cardani, lasciando al governo la decisione sull’adozione progressiva del provvedimento. L’approvazione è stata preceduta da una audizione del sottosegretario Giacomelli e da una consultazione pubblica. Tre commissari hanno votato a favore dello sconto, Antonio Nicita (Pd) si è astenuto nonostante il capogruppo in Vigilanza Rai, il dem Vinicio Peluffo, avesse giudicato la delibera «una grave forzatura».

Michele Anzaldi, segretario della Commissione Vigilanza, anche lui esponente Pd, ha annunciato un esposto in Procura. E ora commenta: «Trovo, per usare un eufemismo, molto singolare che consiglieri che fanno riferimento al centrosinistra non abbiano tenuto conto delle posizioni del capogruppo Peluffo e di un esponente del governo...». Sarà scontro?

Come i Big Data ci cambiano la vita

La Stampa
antonino caffo

La massa enorme di informazioni che produciamo ogni giorno può essere usata per risparmiare tempo e facilitarci le scelte. Negli aeroporti e nei negozi, ma anche allo stadio

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Cosa pensereste se fosse il distributore automatico a indicarvi che la vostra bevanda preferita è in promozione? Oppure se il commesso della catena di abbigliamento preferita vi precedesse portandovi già il jeans che cercavate? Non sarebbero solo coincidenze ma il risultato di complesse analisi, fatte da software che lavorano su una parola magica: i Big Data. L’altra faccia della medaglia del mondo social e iperconnesso è infatti la possibilità che aziende e privati imparino tanto su di noi, leggendo quello che facciamo su Facebook, i temi che seguiamo su Twitter e i posti che visitiamo su Swarm e Foursquare. 

Tutto assolutamente legale (niente spionaggio alla NSA per intenderci) ma anche tutto troppo disponibile e facilmente accessibile ai soggetti interessati. Non che sia un male sotto tutti i punti di vista. I Big Data, ovvero la massa di informazioni che si possono ottenere su un individuo mettendo assieme dati provenienti da diverse fonti (social network, forum, blog, siti web), possono facilitare di molto la vita, a patto di regalare un po’ dei propri segreti, già liberamente spifferati su internet, alle aziende che propongono beni di consumo e servizi a livello commerciale.

Si tratta di un panorama che è già realtà, come ci spiega SAP, multinazionale europea che produce software e molto attiva nel campo dei Big Data. Già lo scorso luglio i suoi tecnici avevano spiegato come con “Match Insight”, software calcistico adottato da diverse squadre, la Germania era riuscita a studiare alla perfezione le mosse del Brasile e a vincere clamorosamente per 7-1 la partita valida per i quarti di finale dei Mondiali. Sappiamo tutti come è andata a finire la kermesse calcistica e oggi, col senno di poi, possiamo dire che anche i Big Data hanno svolto un ruolo chiave per la vittoria degli uomini di Joachim Löw in Brasile. Il software sviluppato da SAP usa una sorta di analisi predittiva, la stessa che può essere applicata ad ambiti diversi, più vicini al cittadino comune.

Ma i Big Data hanno utilizzi interessanti anche in altri campi, come il marketing. . Un esempio è il vecchio distributore automatico che, in versione moderna, si arricchisce di schermo touch e videocamera. Quando una persona accetta di condividere i suoi dati con l’azienda che gestisce i distributori, riceve una carta fedeltà da avvicinare alla macchinetta prima di ogni acquisto. In questo modo il sistema sa chi si trova di fronte (potenzialmente anche solo guardandolo in faccia senza necessità di leggere la carta) e può mostrare la lista degli alimenti e bevande preferite, grazie alla visualizzazione dello storico di acquisto.

Macchine del genere sono già presenti, come test, in varie zone della penisola e presto approderanno nei principali aeroporti, per rendere più veloci gli acquisti. Se oggi, grazie ad internet, i metodi con cui gli altri possono imparare qualcosa sul nostro conto sono già tanti, nel prossimo futuro diventeranno ancora di più. Come sottolinea Zoran Radumilo, Innovation Sales Director di SAP Italia: “L’internet delle cose aumenterà l’esposizione dei dati sensibili attraverso vari strumenti. Se prima c’erano solo i computer, ora abbiamo smartphone, tablet e smartwatch ma presto ci saranno anche i Google Glass, le auto connesse e tanti oggetti in casa, capaci di collegarsi alla rete, che daranno vita alla nuova era della domotica. 

Abbiamo dinanzi tante opportunità per migliorare la vita degli individui ma bisogna tenere alto il livello di attenzione su come vengono gestiti e conservati i dati personali. Basterebbe che un solo dispositivo venga rubato o intercettato per raccontare tanto, troppo, di un’intera vita”. Difendersi è possibile? In realtà è molto difficile, perché la naturalezza con cui condividiamo le nostre esperienze sul web permette agli occhi indiscreti di poter spiare “legalmente” e senza troppi problemi. 

L’invito di SAP è di imparare ad essere più discreti, considerando bene ciò che viene postato e scritto sul proprio conto in rete. Forse un domani aumenteranno le possibilità per scambiare i propri dati con sconti e facilitazioni, ma il rischio è di perdere la libertà di scegliere ciò che si vuole al distributore o al negozio di abbigliamento, visto che ci sarà sempre qualcuno (o qualcosa) che anticiperà le nostre mosse.

Niente ludoteca per i bimbi se la mamma perde il lavorote ludoteca per i bimbi se la mamma perde il lavoro

La Stampa
nicola pinna

Succede a Oristano, dove i figli dei disoccupati non possono accedere al servizio: il nuovo regolamento del Comune dà la priorità alle famiglie in cui entrambi i genitori hanno un impiego fisso

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«E adesso come posso spiegare a mia figlia che non può andare a giocare con le amichette solo perché la mamma è stata licenziata?». Papà Paolo, oltre che gli inaspettati problemi economici, ora ha da affrontare un altro guaio: raccontare alla sua Eleonora (nome di fantasia) che i figli dei disoccupati non possono accedere alla ludoteca comunale della città. Sembra un paradosso ma è davvero così: la priorità, secondo il regolamento stilato dal Comune di Oristano, è riservata alle famiglie in cui entrambi i genitori hanno un lavoro fisso.

E la bambina di Paolo, educatore e insegnante pure lui, quest’anno non potrà più partecipare perché la mamma è stata licenziata. «Ogni persona di buon senso si aspetterebbe il contrario: chi ha difficoltà economiche dovrebbe avere una corsia preferenziale – si sfoga il papà di Eleonora – Invece qui si penalizzano proprio le famiglie che non si possono permettere una baby sitter e magari neanche i giocattoli per i propri bambini». Nella Sardegna della crisi economica anche l’assistenza sociale va in tilt.

E dopo il caso della bambina di Sestu che viveva da sola perché la madre lavorava lontano da casa, ora scoppia la polemica per la ludoteca di Oristano vietata ai bambini con un genitore disoccupato. «Nostra figlia ha frequentato la ludoteca per due anni: un’esperienza che per lei è stata molto positiva e formativa – racconta il padre – L’esclusione è una doccia fredda e anche un trauma, perché con le compagnette si erano creati rapporti di amicizia e di complicità. Ora tutto viene interrotto bruscamente. Non possiamo accettare che il licenziamento della madre costituisca una penalizzazione per la bambina. Tra l’altro il nostro non è l’unico caso».

D’accordo con le proteste anche la dirigente dei Servizi sociali del Comune di Oristano, Maria Grazia Zoccheddu: «Questa scelta l’ha fatta il Consiglio comunale a maggio con l’intenzione di regolamentare l’accesso alle ludoteche. Lo staff dell’assessorato aveva subito evidenziato che le nuove regole avrebbero creato problemi e proteste, ma di certo non è compito nostro contrastare le scelte politiche. Spero che questo regolamento venga modificato». L’assessore alle Politiche sociali prende già l’impegno: «Oggi ho incontrato un bambino che piangeva e ho capito che abbiamo commesso un grave errore: non è accettabile escludere chi ha già avviato un percorso all’interno delle ludoteche - ammette Maria Obinu - Valuteremo se sarà il caso di modificare il regolamento anche dal punto di vista dei punteggi dando priorità ai disoccupati».

Le mamme delle bambine escluse organizzano un blitz in Comune ma anche gli educatori contestano le scelte del Comune di Oristano. «Il gioco per i bambini è un importante processo di apprendimento e interromperlo provoca un grave danno – spiega il pedagogista Pino Tilocca – In una ludoteca si creano percorsi di socializzazione e di crescita e prima di stilare qualunque regolamento bisognerebbe tenerne conto. In questo caso si è fatta una scelta politica che non ha rispettato le esigenze dei bambini. Di certo non si può far pagare a una bambina la colpa di avere una madre disoccupata».

Distributori di carburante, al Comune l’ultima parola su aperture e riposi

La Stampa

it
Il Comune può emanare sicuramente un’ordinanza con la quale fissa gli orari di apertura e chiusura nonché i turni di riposo relativi alla giornata del sabato e alle giornate festive, dei distributori di carburanti presenti all’interno del territorio comunale. È di questo avviso il Ministero dello Sviluppo Economico nella Risoluzione n. 108679/2014 che pure chiarisce il quadro normativo di riferimento.

La richiesta di chiarimenti arrivava direttamente da un’amministrazione locale calabrese. I dubbi nascevamo della recente liberalizzazione degli orari di apertura e chiusura delle attività commerciali ad opera dell’art. 31, D.L. n. 201/2011 e delle numerose norme di liberalizzazione delle attività economiche che si sono succedute dal 2011 in poi.

Il Comune può stabilire l’orario di apertura e di chiusura oppure deve limitarsi a stabilire delle fasce orarie di apertura lasciando ai gestori una maggiore flessibilità? E in caso di orario flessibile, il gestore deve rispettare un orario massimo di apertura settimanale o giornaliero? Secondo i tecnici del Ministero, in assenza di specifica regolamentazione regionale, il Comune può disciplinare la materia emanando un’ordinanza che tenga conto dei criteri indicati dalle normative statali di riferimento (D.P.R. 13 dicembre 1996, n. 309200 e D.Lgs. 11 febbraio 1998, n. 32), il tutto anche alla luce della necessità di garantire una corretta fruizione del servizio da parte della cittadinanza.

Fonte: Fiscopiù - Giuffrè per i Commercialisti - www.fiscopiu.it/news/al-comune-l-ultima- parola-su-aperture-e-riposi

La parabola del maratoneta: dal podio alla vita di strada

La Stampa
niccolò zancan

Nel 2011 primo in piazza Castello, arrestato per uno scippo a Genova

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Il marocchino El Idrissi al traguardo della Turin Marathon il 13 novembre del 2011, quando la sua carriera era all’apice. A un certo punto correvano tutti. Il venditore di rose, rincorso dal brigadiere, con dietro una pattuglia dei vigili urbani e un cittadino inferocito: «Al ladro! Al ladro!». Genova, pieno centro storico, via XX Settembre, mezzogiorno di lunedì. E insomma, il carabiniere con uno scatto ha raggiunto il venditore di rose in mezzo al traffico: placcato, bloccato, portato in caserma. Solo a quel punto si è scoperto che il venditore di rose, in realtà, è un campione. 
Abdel Aziz el Idrissi, 27 anni, marocchino, un maratoneta. Undicesimo alle Olimpiadi di Pechino. Primo alla Turin Marathon nel 2011, con il secondo miglior tempo della storia della manifestazione.

La giustificazione
Quello che è successo l’ha raccontato lui stesso ieri mattina, difeso dall’avvocato Laura Crispoldi, al processo per direttissima: «Signor Giudice, io so correre. Corro e resisto alla fatica. Ma con la corsa non si vive. Ho vinto tante gare, i soldi sono pochi, non bastano. E allora, per cercare di fare la cosa più onesta possibile, arrotondo vendendo le rose per strada. Che male faccio?». Gli hanno dovuto spiegare ancora una volta perché si trovasse lì: «Lei è accusato di aver cercato di sottrarre con due dita, il telefono cellulare infilato nella tasca della giacca del signor B.C. Che si trovava in sosta al semaforo, in sella alla scooter....». Il campione era quasi sul punto di trasalire, ha un carattere non facile. «Non è vero - ha risposto Abdel Aziz el Idrissi - le cose sono andate in un altro modo. Io mi sono avvicinato per offrire i fiori. Quel signore mi ha risposto male. Mi ha urlato contro: “Vattene. Lasciami perdere. Tornatene al tuo paese!”. Allora ci siamo messi a litigare, questo sì. Ma non è vero che volevo rubargli il telefonino».

La condanna
Il giudice non gli ha creduto. Anche per colpa di alcuni precedenti che risalgono a quando era ancora minorenne. Insomma: il campione dalla vita difficile, è stato condannato a 5 mesi e 200 euro di multa con sospensione della condizionale. «Non è giusto» ha ripetuto camminando verso casa. Ovvero un basso di via Croce Bianca, nei carruggi del centro storico di Genova. Di sicuro non naviga nell’oro. Resta da chiarire se sia lo sport ad essersi dimenticato di lui o viceversa. 

Carattere in chiaroscuro
Alla Turin Marathon hanno un ricordo controverso: «Un grande maratoneta, ma anche un ragazzo sfuggente. Dopo la vittoria, l’avevamo cercato più volte, ma non eravamo più riusciti a rintracciarlo». L’ultima gara ad alto livello nel 2012 in Core: quarto alla maratona internazionale di Daegu. E poi cosa è successo?

Mauro Nasciuti, presidente del Cus Genova, forse ha una spiegazione: «È venuto a trovarmi questo pomeriggio. Era molto abbattuto. Mi ha detto che vuole andare in Marocco dalla moglie. L’ho visto anche grassoccio. Non sarebbe in grado di correre, ora. Di sicuro era uno straordinario talento. Vederlo correre era impressionante». Quanto aveva incassato con la Turin Marathon? «Circa 6 mila euro, dopo sei mesi, dopo i controlli antidoping. Ma mi aveva detto: “Tu mi conosci, Mauro. Me li sono spesi tutti subito”». Ecco perché il presidente ne parla già al passato. E infatti si scopre che l’ex campione è stato rincorso e fermato dal brigadiere Sergio Scupola, maratoneta amatoriale. 

Il cemento nella testa

Corriere del Mezzogiorno
di ADOLFO SCOTTO DI LUZIO

L’ossessione edilizia dei politici

Cemento e condono edilizio sono un modo tradizionale di esprimersi della rappresentanza politica campana, tanto a livello locale quanto sul piano nazionale. All’ inizio dell’anno, la lobby politica regionale, Forza Italia e Pd messi insieme tanto per essere chiari, a dispetto di tutti i piagnistei neo-sudisti, ha avuto modo di farsi valere in Senato sostenendo un disegno di legge sulle demolizioni delle costruzioni abusive che di fatto imbriglia ulteriormente la mano del giudice, elaborando in maniera tartufesca un elenco di priorità cui le singole procure devono sottomettersi prima di autorizzare qualsiasi intervento.

Un vero e proprio onere burocratico che dice che se si vuole tutelare una determinata area demolendo le sue costruzioni abusive, lo si può fare certo, a patto però che prima siano state abbattute altre opere in cima alle quali, per carità, ci devono essere le proprietà della mafia. Come si sa i problemi nel nostro Paese sono sempre altri e questo principio viene ora applicato alla lotta all’abusivismo.
Siccome in Italia c’è la mafia prima si sconfigge questa e poi si passa al resto.

Un alibi, che varrà come un freno alle già riluttanti Procure meridionali sempre molto attente alle condizioni di contesto sociale quando si tratta di buttare giù una casa. Da ultimo è ora arrivata la notizia, data ieri con grande rilievo su questo giornale, che il ministro dell’ Ambiente ha deciso di impugnare davanti al Governo un provvedimento della Regione Campania la quale, approfittando di un collegato alla legge finanziaria regionale, il 31 luglio (il 31 luglio!) ha trasferito di fatto alla propria autorità il potere di stabilire in materia di abusi edilizi i limiti del vincolo e di conseguenza la «portata» del condono.

Questo significa infatti il criterio della «inedificabilità assoluta» adottato dal provvedimento regionale il quale, con l’aggiunta di quell’ ag-gettivo, assoluto, interpreta in forma molto permissiva una precedente legge regionale del 2004, e l’ articolo 33 della legge del 1985 n.47 cui rimandava, che definisce le opere non sanabili. Che cosa vuol dire, per l’ appunto, assoluto e, soprattutto, chi ha il potere di definirne il significato?

Questa vicenda rivela molte cose circa il funzionamento dell’ istituto regionale, la qualità della sua azione legislativa (è bene ripeterlo, il provvedimento in questione è stato approvato il 31 di luglio con un testo fatto di un solo articolo e di ben 240 commi per un totale di 50 pagine), la natura predatoria del federalismo italiano e la verità ancora una volta del principio per il quale laddove si dà a qualcuno la possibilità di esercitare un potere quale che sia di sicuro questo qualcuno lo farà nel modo a lui più conveniente.

Ora il Governo è intervenuto e c’è da sperare che vada fino in fondo. Ma possiamo fare finta di non accorgerci che è proprio il contenzioso alimentato da questo tipo di conflitto istituzionale a generare spazi di confusione interpretativa e di latenza della norma dentro i quali si intrufolano i mille gesti di vandalismo territoriale che hanno reso irriconoscibili ormai ampi tratti del paesaggio meridionale? Facendosi bloccare dal Governo, la Regione Campania ha dato comunque il proprio contributo a questo vandalismo. Si pone qui un aspetto ulteriore di questa vicenda che riguarda il rapporto che il Mezzogiorno d’Italia e la nostra regione, in modo particolare, hanno con il proprio paesaggio, il che significa con la propria storia e con la propria identità.

Vale la pena ricordare che in questa faccenda della inedificabilità assoluta sono in gioco soprattutto i vincoli urbanistici a tutela delle aree protette nella Penisola Sorrentina e nella Costiera Amalfitana e i siti della cosiddetta zona rossa del Vesuvio. Nel primo caso, la Regione sostiene che ci sono stati errori di valutazione che vanno corretti; di fatto, aree vincolate e che non lo meritavano. Nel secondo, e in questo caso siamo veramente di fronte alle più impudiche delle foglie di fico, gli incrementi volumetrici possono pretendere a una qualche legittimità purché siano rispettosi dell’ ambiente e della sicurezza, perché finalizzati al risparmio energetico e alla stabilità sismica.

Tutto questo, si noti bene, a proposito del Vesuvio. Il paesaggio è patrimonio della Nazione e come tale tutelato dalla Costituzione. La Regione Campania invece lo considera una sua pertinenza e ritiene di poterne fare quello che gli pare. Di fatto, un provvedimento come quello approvato nel giorno in cui tutta Italia andava in ferie pretende di mettere definitivamente a disposizione della rappresentanza politica degli interessi locali di volta in volta prevalenti quello che è un bene culturale di tutti, perché di tutti noi possiede la chiave della storia e dell’ identità.

È singolare notare a questo proposito lo scarto tra il rilievo che nel discorso pubblico napoletano e nazionale hanno vicende, pure drammatiche, come quelle della Terra dei Fuochi e la scarsa attenzione riservata ormai ai monumenti del paesaggio campano. Sara forse che in questo caso i responsabili dello scempio sono i napoletani stessi, mentre nell’altro se ne possono attribuire le responsabilità a poteri «esterni», le fameliche industrie del Nord, le sovrastanti ecomafie? Il punto è che la bellezza non è politica e si presta male ad essere usata nella lotta politica mentre invece la politica è il modo di esistere ossessivo di Napoli e del Sud.

01 ottobre 2014

Google non può usare i dati personali, la diffida del garante tedesco

Il Mattino
di Chiara Graziani

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E' un diritto usare il web senza consegnare la propria vita privata a Google. Lo ha stabilito l'autorità per la protezione dei dati e libertà di informazione di Amburgo che ha ordinato al grande fratello di Mountain View di raccogliere dati personali senza infrangere le leggi nazionali. Si tratta di un ordine amministrativo inoltrato la settimana scorsa e che elenca tutte le leggi federali tedesche che la compagnia sta violando e viola ogni volta che un utente tedesco invia una mail, consulta un sito, clicca un «mi piace», compra il cibo per il gatto o posta foto e video sue e di terzi ignari.

Tutte azioni quotidiane che concorrono a formare un poderoso fascicolo personale della persona che Google usa, come dichiara, per la pubblicità su misura, quella che ti segue passo passo. Uno spaventoso accumulo di dossier che, comunque uno la pensi, sarebbe scandaloso ed inaccettabile se prodotto dal controllo statale o di un'impresa privata «tradizionale». E' il frutto, invece, dei servizi gratis on-line offerti da Google. Il primo dossieraggio volontario ed inconsapevole, per di più planetario.

L'opinione pubblica tedesca, al contrario di quella italiana, è molto sensibile all'argomento che riempie spesso di sè anche le analisi sulla vecchia, e non sottovalutata, informazione cartacea. Ed il garante tedesco (in sigla HmbBfDI) sta duellando da anni con Google, già diffidato nel 2011 per la pratica delle tag sui volti: ossia quella pratica di richiedere a chi scatta foto con uno smartphone di indicare il nome delle persone ritratte. Anche in quel caso gli americani (se ha più un senso dare una nazionalità a Google) furono diffidati. E non è accaduto nulla. Ma in Germania la pratica dei diritti civili versus il web è avviata. E a Mountain View nessuno la sottovaluta.