sabato 4 ottobre 2014

Le 7 tecniche di combattimento quando chiama un call center

La Stampa
gianluca nicoletti

Il Garante per la Privacy ha stabilito che le chiamate telefoniche per offerte commerciali  causano ansia nell'utente

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Niente più "telefonate mute", i call center saranno obbligati  a rispettare le regole fissate dal Garante della Privacy  per limitare il fenomeno dell' attacco invasivo ai telefoni da parte di operatori che propongono offerte commerciali.

Spesso il telefono  squilla e resta muto alla risposta perché per eliminare i tempi morti tra una telefonata e l' altra il sistema automatizzato genera più telefonate di quanti operatori siano disponibili a parlare, per il Garante questo causa nell'utente "particolari ansietà, allarme, sospetto, fastidio e disappunto, oltre alla frustrazione connessa al senso di impotenza e all'incapacità di reagire all'evento".

In ogni caso quando nel display del telefono appare quel numero con tanti zeri oramai tutti sappiamo di cosa si tratti: è un operatore che ci chiama da qualche parte del mondo per proporci una favolosa offerta che riguarda la telefonia, la connettività o l’ energia. Possiamo pure farlo squillare a vuoto, ma non servirà certo a scoraggiare l’ essere umano che ci attende dall’ altra parte, che ha molto tempo e molta pazienza. 

Soprattutto quella persona sconosciuta che ci chiama ha molto bisogno di tenerci attaccati a quel telefono nella speranza di venderci qualcosa. Quando ci apprestiamo a rispondere in media ci comportiamo secondo sette livelli oppositivi. 

Sia chiaro che qualunque sia il nostro livello di reazione, non riuscirà a evitare successivi attacchi. 

Livello 1: LO STRANGOLATORE
Con un semplice movimento del pollice soffoca sul nascere la telefonata. Se si tratta del telefono di casa alza e rimette giù. Senza rimpianto, senza compassione, senza la minima fiducia che comunque quell’offerta potrebbe essere interessante. Nella sua filosofia spicciola nessuno ti cerca per farti un favore. 

Livello 2: IL PAROLACCIARO
E’ colui (più raramente colei) che approfitta della condizione di anonimo remoto dell’ operatore di call center per investirlo, prima ancora che presenti l’ offerta, di una raffica indistinta d’ insulti di natura prevalentemente sessuale o, in subordine, riferibili al disordine morale di parenti o affini. Nulla di personale verso l’ incolpevole telefonista remoto, ma solo un necessario smaltimento d’insulti repressi da giorni e giorni.

Livello 3: IL GARANTISTA
Snocciola articoli e codicilli secondo i quali quella telefonata sarebbe un attacco indebito alla sua sacrosanta privacy. Tenta d’intimorire l’ impassibile operatore con minacce di denuncia e intimazioni di cancellazione dei suoi preziosi dati personali dal data base dell’ azienda. Quello solitamente dice di si, ma poi lo richiama una settimana dopo.

Livello 4: IL POSSIBILISTA
Non riesce a tagliare subito, ma compie lo sbaglio di ascoltare l’offerta nel dettaglio. E’ già compromesso, inutile tentare scuse del genere…”Devo sentire mio marito/moglie/socio ecc. Otterrà solo un successivo appuntamento telefonico a cui sarà ancora più difficile sottrarsi.

Livello 5: L’EQUO E SOLIDALE
Non può fare a meno di colpevolizzarsi per le condizioni di disagio sociale della persona che si sta guadagnando il pane in ragione della sua disponibilità a cedere. Tenta giustificazioni del tipo: “ho tanti amici che per bisogno fanno il tuo lavoro…Ti sono vicino, ma…” Diventa facile preda di ricatti emotivi su bimbi piccoli e fame.

Livello 6: LO SPAVENTATO
Di solito ha già una genetica ritrosia al conflitto, nel caso di attacco telefonico è totalmente disarmato. Risponde a tutte le domande che gli vengono poste, rimpingua così senza alcuna resistenza il bottino d’ informazioni che già su di lui stanno circolando. La sua incertezza apre voragini incolmabili nel budget delle sue future bollette. 

Livello 7: Il FIDUCIOSO
Il suo numero telefonico è accompagnato da ben cinque stellette nei data base che si scambiano i call center. Per un innato ottimismo verso il genere umano è portato a credere che quelle persone, che così gentilmente lo chiamano a casa sua, siano realmente spinte da un generoso altruismo e vogliano farlo risparmiare. Accetta tutto, arriva pure a fare il/la provolone/a con chi chiama e da cui lo separano miglia marine, catene montuoso e steppe sconfinate. Tanta è la gioia che qualcuno si occupi di lui/lei che quasi quasi ci farebbe un pensierino.

L’epitaffio dello scontrino ai tempi del bancomat

Corriere della sera
di Beppe Severgnini

Considerato inefficace, il Parlamento studia il suo abbandono. Il pagamento elettronico saprà però creare un nuovo rapporto tra fisco e cittadini?

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Prima di scrivere un epitaffio è sempre bene attendere il decesso: e lo scontrino ha la pelle dura. Ma nel «rapporto sulla realizzazione delle strategie di contrasto all’evasione fiscale», presentato in Parlamento in questi giorni, la prognosi è chiara. «In prospettiva, gli sviluppi sul fronte della tracciabilità potranno comportare l’abbandono di alcuni strumenti risultati inefficaci (come i misuratori fiscali e le ricevute fiscali), con minori oneri per le imprese ed il progressivo abbandono di controlli massivi sul territorio da parte dell’Amministrazione finanziaria».
In italiano corrente vuol dire: un giorno (imprecisato) faremo a meno dello scontrino. Sempre più persone pagano con Bancomat e carta di credito, anche nella versione «senza contatto» («contacless», in milanese moderno): per effettuare un acquisto, basta avvicinare la carta all’apposito lettore. «Pos» è ormai un’espressione di uso corrente. Quasi nessuno sa che significa «Point Of Sale», punto di vendita. Ma tutti si rendono conto di due cose: non è gratis per gli esercenti (da €25 a €180 l’anno, più il costo delle singole transazioni); e rende superfluo lo scontrino. Non lo rimpiangeremo.

Lo scontrino è il simbolo leggero della sfiducia profonda: del fisco nei confronti di commercianti, ristoratori e clienti; di commercianti, ristoratori e clienti nei confronti del fisco; di clienti, ristoratori e commercianti tra loro. Intorno allo scontrino, o all’assenza del medesimo, si è sviluppata negli anni un’abbondante letteratura. Ai giornali arrivano continue segnalazioni in proposito: ogni località turistica sembra aver elaborato variazioni sul tema. Una delle più popolari è consegnare un «pre-conto». Identico, nell’aspetto e nella ritualità, al conto vero e proprio; ma fiscalmente nullo. Una piccola, spettacolare ipocrisia.

L’equivalente moderno del conto scarabocchiato sulla tovaglia di carta. L’idiosincrasia nazionale verso scontrini e affini ha raggiunto vette comiche sublimi. Nel film «Qualunquemente», opera iperrealista di Antonio Albanese, il tenente Cavallaro, al termine di un pranzo di famiglia, chiede la ricevuta fiscale: i clienti del ristorante, gli anziani nel vicino caffè, i bagnanti sulla spiaggia ammutoliscono. Ricevuta fiscale?! Cetto La Qualunque deve reggersi forte, prima di convincere la cassiera incredula a estrarre l’apposito blocchetto, e soffiar via la polvere depositatasi negli anni.

Sarebbe bello se l’abitudine al pagamento elettronico portasse nuovi rapporti tra fisco e cittadini: ma non è detto. Lo scontrino, in questi anni economicamente burrascosi, non viene odiato solo perché costituisce una forma di controllo, in Italia storicamente e antropologicamente inviso. Viene odiato anche perché ci ricorda tutto quello che non va nel Paese: l’astuzia inutile, il sospetto metodico, la slealtà come abitudine. Certo, si potrebbe ricominciare, in una società senza furbastri e senza scontrini: pagare meno, pagare tutti. Ma questo, ci rendiamo conto, è un sogno. Come ottenere spontaneamente uno scontrino in certi caffé all’aperto frequentati da stranieri.

3 ottobre 2014 | 11:15

Privacy, colpi bassi tra Apple e Google

Corriere della sera

di Martina Pennisi

Al ceo di Cupertino Tim Cook che accusava Mountain View di vendere i profili dei navigatori, Eric Schmidt risponde: «I vostri sistemi sono meno sicuri. Ma migliorate»

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Tim Cook scrive ed Eric Schmidt risponde. Rispettivamente Ceo di Apple e presidente di Google, sono accomunati dall’avvicendamento ai vertici di due dei colossi più ricchi della Silicon Valley. Il primo è stato alla guida di Mountain View per 10 anni, portandolo alle dimensioni odierne, e ha poi lasciato il timone al fondatore Larry Page. Il secondo ha affiancato Steve Jobs durante l’esplosione di Cupertino per poi prenderne il timone ufficiosamente durante la malattia del Ceo e fondatore e ufficialmente alla sua morte. Oggi sono protagonisti di un botta e risposta sulla privacy che conferma come si tratti del tema centrale per il futuro dei “mostri” del digitale. Apple o Google ma anche Facebook e Amazon. La partita si gioca e si giocherà anche e soprattutto sulla sicurezza che sapranno trasmettere agli utenti, puntando a gestire le loro identità, i loro contenuti personali, le loro preferenze su servizi e prodotti e i loro portafogli elettronici, sia online sia offline.

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La falla d iCloud e la denuncia a Google
Cook ha sentito il bisogno di chiarire l’approccio di Apple dopo il lancio di Apple Pay, piattaforma di pagamento e portafoglio elettronico, e soprattutto in seguito alla falla di iCloud che ha messo a nudo decine di star di Hollywood. Il problema, fra l’altro, è costato a Google una denuncia da 100 milioni di dollari per non aver cancellato il materiale incriminato. “Abbiamo rimosso decine di migliaia di foto - nell’arco di ore dalla richiesta - e abbiamo chiuso centinaia di account, Internet viene usato in moltissimi modi positivi: rubare le foto private della gente non è certo uno di questi”, ha subito commentato un portavoce di Mountain View.
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Cook: «Noi vendiamo prodotti, non profili»
Tornando a Cook, è con una lettera aperta che ha spiegato la sua posizione: “Qualche anno fa, gli utenti dei servizi Internet hanno iniziato a capire che se un servizio online è gratuito tu non sei il cliente. Tu sei il prodotto. Alla Apple siamo invece convinti di come un’esperienza grandiosa per il cliente non debba andare a scapito della sua privacy. Il nostro modello di business è molto semplice: vendiamo prodotti. Noi non costruiamo un profilo sulla base di contenuti di posta elettronica o abitudini di navigazione da vendere agli inserzionisti. Noi non monetizziamo le informazioni memorizzate sul vostro iPhone o in iCloud. […] I nostri servizi sono costruiti per rendere i dispositivi più performanti. Chiaro e semplice”. La stoccata al rivale giurato è chiara agli occhi di chiunque conosca il settore: Google ha inaugurato il modello di business del tutto gratis e della pubblicità super profilata a cui Facebook si è adeguato volentieri.
Schmidt: «I nostri sistemi sono i più sicuri»
Schmidt, però, non ci sta e ha affidato a CNN Money una reazione ancor più diretta: “Qualcuno non lo ha aggiornato correttamente sulle politiche di Google, è un vero peccato per lui”. Da abile comunicatore quale è, il presidente di Mountain View ha però spostato il discorso verso la protezione del dato dalle incursioni di malintenzionati, forze dell’ordine o dei governi. Due argomenti i cui confini si intrecciano spesso ma non sono sovrapponibili del tutto. A Cook che scriveva “non abbiamo mai lavorato con alcuna azienda governativa di alcun Paese” e alla recente introduzione del sistema criptato per rendere l’iPhone inviolabile ha risposto definendo “i nostri sistemi molto più sicuri e criptati di quelli di qualunque altro, Apple compresa.

Adesso stanno recuperano terreno, il che è fantastico”. Schmidt rivendica l’attenzione di Google sul tema: il criptaggio end-to-end (quello più sicuro) di Gmail mediante un’estensione del browser Chrome è stato annunciato in luglio e la nuova versione di Android, in arrivo entro fine anno, renderà automatica e predefinita la cifratura presente su alcuni dispositivi del robottino verde come opzione dal 2011. “Stiamo lavorando molto per mantenere private le informazioni che date a Google e per lasciarvi il controllo delle stesse”, ha aggiunto. Come sappiamo, però, la situazione è delicata : sia l’Europa sia gli Stati Uniti, che hanno rifilato a BigG nel 2012 una multa da 22,5 milioni di dollari per aver aggirato la privacy proprio del browser di Apple Safari, e anche il Garante italiano per la protezione dei dati personali la tengono in cima alla lista delle priorità.

3 ottobre 2014 | 17:20

La moschea ultrà di Milano "L'Isis? Un problema vostro"

Gian Micalessin - Sab, 04/10/2014 - 08:19

Nel centro di culto di viale Jenner, un tempo infiltrato da Al Qaida, liquidano la faccenda. E l'Ucoii: "Criminali, non spetta a noi criticarli"


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«Dell'Isis a noi non interessa un bel niente. È un problema vostro. A noi - spiega la voce al telefono - interessano i 40mila musulmani di Milano senza una moschea ....L'Isis invece sono affari vostri». Per loro i massacri dell'Isis non sono un problema. E oggi di certo, non perderanno tempo a condannarli davanti ai fedeli. Eppure per i buoni musulmani quella di oggi non è una ricorrenza come le altre. Oggi si celebra «Id al-nahr», la festa dello sgozzamento.

Oggi le moschee sono piene come le chiese a Pasqua e Natale. E dal pulpito gli imam ricordano il Dio che fermò Abramo, pronto a sacrificare il figlio Ismaele, per fargli sgozzare un montone. Una festa durante la quale imam e predicatori non perdono l'occasione di consigliare i propri fedeli. Così alla vigilia di un «Id al nahr» segnato da decapitazioni e massacri Il Giornale ha chiesto ai responsabili di alcune comunità islamiche italiane se approfitteranno dell'odierno sermone per denunciare gli orrori del Califfato e chiedere ai fedeli di tenersene alla larga. Con risultati non sempre incoraggianti.

Izzedin Elzir, presidente dell'Ucoii (Unione delle comunità islamiche italiane) - la versione italiana della Fratellanza Musulmana - pur sottolineando l'importanza di una festa in cui si celebra «il rispetto e la sacralità della vita umana» ammette che «non ci addentreremo in discorsi politici». Nelle moschee dell'Ucoii non si ascolteranno insomma prese di distanza dall'Isis o condanne esplicite del Califfato. Sull'argomento è sufficiente - a dar retta a Izzedin - il comunicato di condanna dell'Isis firmato dall'Ucoii settimane fa.

«L'abbiamo già fatto e abbiamo chiesto agli imam di condannare in maniera chiara.....questa è una festa in cui si parla di etica e morale, non di politica». Poi non pago s'addentra in una spiegazione perlomeno bizzarra. «Quelli dell'Isis non sono islamici, ma criminali, dunque non sono un problema dell'Islam. Altrimenti sarebbe come dire che le migliaia di delinquenti rinchiusi nelle prigioni italiane sono un problema dello Stato».

Tra i più convinti dell'inutilità di riflettere sulla minaccia dello stato islamico c'è Hamza Piccardo, il convertito di Imperia, già presidente e attuale dirigente dell'Ucoii. «Abbiamo chiesto ai nostri imam di dedicarvi qualche minuto già tre settimane fa, quindi non credo sia il caso di continuare a parlarne... ne parlate già abbastanza voi giornalisti... non possiamo diventare paranoici». Un po' sofferta, ma sicuramente più netta la presa di distanza dello scrittore indiano Zahoor Ahmad Zargoor, presidente della Comunità Islamica della Liguria.

«Non devo aspettare una festa per condannare chi commette crimini contro l'umanità. Non potete metterci sempre sul banco degli imputati anche in casi che non ci riguardano o contro cui abbiamo già manifestato in passato. Siamo contro il terrorismo, ma non possiamo scendere in piazza in ogni occasione». Un inatteso barlume di disponibilità e riflessione arriva invece dall'Imam del centro Rahman di Segrate, la moschea alla periferia di Milano finita in passato nel mirino dell'antiterrorismo.

Ali Abu Shwaima, un giordano spesso accusato di estremismo, stavolta non esita a condannare. «Durante questa festa spiegheremo che l'immagine vera dell'Islam è quella di una religione di pace e dialogo e diremo ai fratelli di stare attenti a chi sostiene di parlare nel nome dell'Islam ma invece predica l'estremismo». Segnali incoraggianti anche da Verona dove l'algerino Mohammed Guerfi presidente del Consiglio Islamico cittadino sottolinea che la condanna dell'Isis «deve essere netta e chiara...lo abbiamo ribadito già nelle preghiere del venerdì e lo ribadiremo durante la preghiera del sacrificio».



"È come con i brigatisti: non vogliono attaccare i compagni che sbagliano"

Gian Micalessin - Sab, 04/10/2014 - 08:16

La denuncia di Paolo Branca: "Le comunità islamiche italiane mantengono un'ambiguità di fondo"

«Su Isis e Califfato le comunità islamiche italiane mantengono un'ambiguità di fondo. Dicono “non c'entra con noi” o lo definiscono questione “politica”, ma in verità non prendono posizione.
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Da una parte temono l'“islamofobia”, dall'altra sanno di muoversi in ambienti disastrati dove qualcuno sogna veramente un governo islamico». Per il professor Paolo Branca, autorevole studioso dell'Islam dell'Università Cattolica di Milano, l'atteggiamento dei musulmani italiani di fronte al terrorismo islamico non è diverso da quello di chi negli anni '70 definiva «compagni che sbagliano» i brigatisti rossi. «Come nell'estrema sinistra del tempo - spiega a il Giornale - in molte moschee italiane si annidano radicali che pur non condividendo i metodi dell'Isis ne condividono il mito del Califfato e l'idea della legge religiosa».

A Milano sono scesi in piazza contro l'Isis...
«Ma erano pochi....Il Caim (Coordinamento associazioni islamiche di Milano) pretende di coordinare una trentina di moschee. Se ognuna mandava cento persone dovevano essere tremila. Invece non erano neanche trecento. Probabilmente fanno fatica a prendere posizione su questi temi».

Le condanne sono sincere?
«Non sono mai assolute. Le contestualizzano all'interno di altri problemi irrisolti come Gaza e lo scontro arabo israeliano. Certo aver lasciato irrisolta la questione palestinese per oltre 60 anni è grave... Loro però dimenticano di ricordare che Hamas ha peggiorato la situazione trasformando un conflitto nazionale in scontro religioso».

Come spiega questo atteggiamento?
«Da una parte non sono consapevoli dei rischi che corre una religione strumentalizzata per fini politici, dall'altra sono senza difese perché privi di gerarchie ecclesiastiche. Non hanno un “Papa” capace di dire una parola chiara e sono in balia dei ministeri per gli affari religiosi dei vari regimi arabi».

Di chi possiamo fidarci?
«Quelli della Coreis (Comunità religiosa islamica) di 'Abd al-Wahid Pallavicini, sono i più attenti. Dagli altri arrivano dichiarazioni spesso tardive e dettate più da necessità che convinzione».

Caccia alle streghe e abbagli: "Noi rovinati da De Magistris"

Nino Materi - Sab, 04/10/2014 - 08:04

Parlano gli innocenti finiti nelle inchieste flop dell'ex pm: un'insegnante incarcerata per "traffico di esseri umani" e un imprenditore che poi è fallito


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Rosa e Michele sono i nomi di due persone normali. Che vivevano tranquillamente finché la loro esistenza non ha incrociato quella del pm De Magistris. Fino al giorno prima che Rosa Felicetti e Michele Mastrosimone inciampassero in una delle tante - troppe - inchieste flop di «Giggino», Rosa era una stimata professoressa e Michele un apprezzato imprenditore.

Un giorno i poliziotti bussarono alla porta di casa della professoressa e dissero: «Signora Felicetti, lei è in arresto». Un giorno i poliziotti bussarono alla porta di casa dell'imprenditore e dissero: «Signor Mastrosimone, lei deve seguirci in caserma». A firmare l' «ordine di fermo» è il pm De Magistris, impegnato su vari - forse troppi - fronti giudiziari. La professoressa Felicetti viene fermata perché accusata di essere complice di una banda di 28 persone «arrestate per associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, traffico di esseri umani». Assurdo. Ma come, un'integerrima docente di lettere di Catanzaro coinvolta in affari tanto loschi? Infatti l'insegnate non c'entra nulla.

Ad accorgersene, dopo essere rimasta per 6 interminabili giorni chiusa in cella a Reggio Calabria, è il gip che ne dispone la scarcerazione con tanto di scuse. Ma allora da dove era nato l'«abbaglio» di De Magistris, datato 21 giugno 2005?. «Non ne voglio parlare, il solo ricordo di quella vicenda mi fa stare male - spiega con molta amarezza al Giornale la professoressa Felicetti - De Magistris è stato il mio carnefice. Mi ha devastato l'esistenza. Vederlo ora in televisione atteggiarsi a vittima mi sembra paradossale. Lui è il riflesso di un'Italia indecente, dove se sei ricco e hai buoni avvocati ti salvi dalla malagiustizia.

Ma se sei un povero cristo, vieni schiacciato senza pietà». Esattamente come è stata schiacciata lei. Ma quale fu la sua «colpa»? Pare incredibile, ma fu quella di «aver assunto una badante bulgara per la madre malata di Alzheimer». La docente era in procinto di «metterla in regola dopo che il suo nome mi era stato segnalato da un uomo indagato da De Magistris». Il «coinvolgimento» della professoressa nacque probabilmente da quel contatto, ma sarebbe bastato un semplice verifica per capire che lei non c'entrava nulla. E invece...

Rosa Felicetti, ora che De Magistris è in disgrazia, non gioisce, non è animata da sentimenti di vendetta. Ma non può fare a meno di ricordare quei momenti terribili, raccontati anche nel libro De Magistris, il pubblico mistero , scritto da Gian Marco Chiocci e Simone Di Meo: «Nel carcere di Reggio Calabria ho subìto le più profonde mortificazioni: dalla nudità, e ciò che questa significa, alla cella, alle ingiurie. Da dietro le sbarre ho visto la mia foto “delinquenziale” su tutti i Tg. Il quinto giorno, quando sono stata trasferita al carcere di Catanzaro per l'interrogatorio di garanzia con il gip, mi hanno messa in un furgone cellulare, dentro una gabbia, con le manette e sorvegliata a vista.

Forse per questo soffro da allora di crisi di panico e claustrofobia. Il giorno successivo, finalmente, mi hanno fatta uscire: provai vergogna. Mia madre è morta sei mesi dopo, ma nell'ultimo periodo, forse per quanto è accaduto, non ho potuto starle davvero vicino». Un incubo solo in parte stemperato dalla «soddisfazione» di aver ascoltato la formula con cui il gip le restituì la libertà: «Totale inesistenza di prove». Sentenza definitiva, ovviamente.

Con tanto anche di risarcimento danni per ingiusta detenzione; dagli atti risultò infatti che la misura precautelare del fermo ordinato da De Magistris venne applicato sulla base di dati «infondati, equivoci, generici e comunque non concludenti». «Quel risarcimento lo attendo da anni - conclude la telefonata col Giornale la professoressa Felicetti - Ho il sospetto che De Magistris sia riuscito anche nell'impresa di bloccare la somma che mi spetta. Ma di questo le voglio parlare di persona. Venga a trovarmi a Catanzaro. Ho tante cose da dirle».

E «tante cose da dire» ne ha pure un altro presunto «stritolato» dal - definiamolo così - modus operandi «disinvolto» dell'ex pm De Magistris: l'imprenditore lucano Michele Mastrosimone che, addirittura, presiede l' «Associazione vittime di De Magistris». Mastrosimone ci rimise le penne nel corso dell'inchiesta sul centro turistico di Marinagri da cui venne completamente scagionato. Intanto però la sua attività imprenditoriale era andata a farsi benedire, e forse per questo Michele continua ad avere il dente avvelenato contro chi - a suo dire - non solo ha «massacrato» lui ma anche altre «migliaia di persone».

Un concetto che il battagliero (e un po' controverso) imprenditore lucano non manca di ribadire al Giornale : «Luigi De Magistris non ha azzeccato un'inchiesta e ha rovinato migliaia di persone innocenti. Quando intuì che per lui la vita in magistratura si metteva male, decise di usare la toga per ritagliarsi un ruolo politico garantendosi l'immunità. Ora i suoi ex colleghi lo hanno condannato. Altre condanne verranno in futuro. Sperando che sia fatta giustizia. Quella vera. Finalmente».

La livella

La Stampa
massimo gramellini

L’ex governatore della Federal Reserve (il Draghi d’America) si è visto negare il rifinanziamento del mutuo dalla sua banca. Ci pare di vederlo, il diversamente povero Ben Bernanke, mentre balbetta scuse davanti al funzionario che gli chiede una fotocopia della busta paga: sì, certo, le mie entrate restano alte ma sono saltuarie, perché da quando ho lasciato la poltrona di banchiere più potente del pianeta non ho più uno stipendio fisso… Niente da fare, Ben. Per essere considerati solvibili in questa società di precari servono entrate stabili. Avresti potuto chiedere un prestito ai venditori di nuvole della Lehman Brothers, se non fosse che proprio tu l’hai fatta fallire, trascinando il mondo intero dentro un pateracchio da cui non accenna a riprendersi, nonostante le interviste in inglese di Renzi alla Cnn offrano all’umanità squarci sottovalutati di speranza.

Oppure avresti dovuto farti regalare la casa a tua insaputa da qualche manutengolo smanioso di appalti e raccomandazioni, ma hai palesemente sbagliato Paese in cui nascere. Non ti resta che tornare in sala d’attesa, a confonderti tra i disperati che cercano di rinegoziare mutui infinitamente meno costosi del tuo, ma con le stesse probabilità di riuscita: vicine allo zero. Pensaci, Ben, è il livellamento che i nemici del tuo caro capitalismo hanno sempre teorizzato. C’erano due modi di realizzarlo: mettere tutti nelle condizioni di diventare ricchi oppure di diventare poveri. Si è scelta la seconda ipotesi, di più facile realizzazione e particolarmente apprezzata dagli invidiosi.

OpenStreetMap, la geografia fai da te

La Stampa
lorenza castagneri

Da dieci anni un gruppo di appassionati sta realizzando una mappa del mondo, cui tutti possono contribuire con dati e immagini, come su Wikipedia. In Italia sono 150 mila e fino a domani si riuniscono a Matera




Alcuni di loro si definiscono “neogeografi”. Alla base di tutto c’è la mappa. Non più la cartina piatta che stava appesa nell’aula delle elementari e nemmeno le Maps di Google coperte da copyright. Una mappa continuamente modificata, arricchita di nuovi dettagli, aggiornata. «In continua evoluzione come il mondo che deve rappresentare» dicono. Eccola qui la filosofia dei Mercatore del terzo millennio. Che hanno sostituito le carte con OpenStreetMap (Osm): una grande carta di tutto il pianeta liberamente modificabile da chiunque. Un approccio collaborativo, come quello che anima Wikipedia. Il metodo è lo stesso. Perché anche la cartografia ha deciso di ribellarsi alle rigide leggi del diritto d’autore.

La community è nata dieci anni fa, fondata dall’inglese Steve Coast. Oggi i suoi membri sono due milioni e mezzo nel mondo. In Italia si contano 150mila iscritti. I più attivi di loro si riuniscono fino a domenica, a Matera, per il raduno annuale. «Il momento in cui facciamo il punto della situazione sui progetti completato e quelli nuovi da intraprendere» spiega Simone Cortesi, vicepresidente di Wikimedia Italia, associazione che afferisce direttamente alla Wikimedia Foundation di Wikipedia e tra i fondatori di Osm.

Nel passato c’è, per esempio, “Mappiamo Milano”, uno dei primi progetti italiani di questo tipo. In che cosa consiste esattamente? Innanzitutto ci si iscrive al sito. Dopodiché la scelta è libera. Si può decidere di scattare delle fotografie di un luogo e caricarle sul sistema, così sapremo esattamente come era un certo luogo in un certo momento, continuamente aggiornabile. A Genova, per esempio, c’è chi ha disegnato una mappa di quel labirinto rappresentato dai caruggi.

Oppure si procede “per temi”. «Io, per esempio, amando andare in giro a piedi ho creato una mappa che segnala tutte le fontane di Trento, la mia città» spiega Cortesi. Si può indicare la posizione dei cassonetti della differenziata oppure i punti di accesso al wifi cittadino. «Visto che spesso le amministrazioni ci forniscono dati che da quel momento in poi diventano aperti a tutti ci piacerebbe far sì che il nostro lavoro di volontari potesse servire sempre di più in qualche modo alla collettività» auspica Cortesi. Gli esempi non mancano.

A Castel Fiorentino, in Toscana, OpenStreetMap è stato utilizzato per segnalare le barriere architettoniche della città ponendo le basi per il loro abbattimento. «Sono mappe personalizzate, dove indichiamo dettagli che nelle carte tradizionali non ci sono. L’obiettivo finale? Si possono creare delle app a tema oppure, mappando un monumento, dar vita a tour virtuali. A Matera, per esempio, il nostro lavoro di mappatura del colore e dell’altezza dei palazzi è ora sfruttato da un simulatore di volo che permette di vedere la città dall’alto.Ma prima ancora si crea partecipazione, consapevolezza, comunità» aggiunge. Come durante l’alluvione in Sardegna, l’anno scorso, quando lo stesso sistema fu impiegato per indicare punti critici e campi di soccorso per gli sfollati.

Tra gli ospiti della tre giorni in Basilicata c’è Mark Iliffe che ha mappato parte di Nairobi, in Kenya, evidenziando che lì dove il Governo locale insisteva nell’indicare un parco c’era, in realtà, un’enorme discarica, sfuggita agli altri moderni sistemi di cartografia. «Uno dei prossimi progetti di Osm Italia è, invece, quello di intensificare l’opera per indicare i numeri civici di tutte le vie del Paese».



Google, Apple, Nokia: la guerra delle mappe
La Stampa
dario marchetti

La prossima sfida dell’hi-tech è il mercato dei servizi di localizzazione. Dove c’è spazio per grandi nomi, vecchie glorie ma anche iniziative open source

Per i servizi di localizzazione c’è spazio per i grandi nomi, ma anche per iniziative nuove e open source

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Dove vuoi andare? Ogni giorno milioni di persone rispondono a questa domanda sul display del proprio pc, smartphone o navigatore satellitare, ricevendo in cambio un itinerario (quasi) perfetto per arrivare a destinazione nel più breve tempo possibile. Da quando Google ha avviato il progetto Maps, i sistemi di mappatura e navigazione sono diventati un business su scala mondiale, grazie soprattutto ai guadagni pubblicitari derivanti dalla pubblicità geo-localizzata: secondo una ricerca Gartner nel 2014 si spenderanno circa 18 miliardi di dollari in pubblicità per smartphone e tablet, cifra destinata a superare i 40 miliardi entro il 2017. Così non stupisce che Google, Apple, Nokia e altri giganti siano pronti a tutto pur di accaparrarsi fette di mercato sempre più ampie.

Google
Partito a Mountain View nel 2005, in pochi anni il progetto Maps si è allargato a dismisura grazie a nuove funzioni come le fotografie a 360 gradi di Street View, il monitoraggio del traffico e l’esplorazione della Terra con Google Earth: dalle profondità dell’oceano fino alla superficie lunare, non c’è luogo dove gli occhi di Google Maps non siano arrivati. Ma il successo delle mappe di Google non è dovuto solo alla facilità d’uso e alla larga diffusione dei dispositivi Android, bensì anche agli sforzi dei tanti addetti, volontari e non, che armati di avanzatissime fotocamere arricchiscono quotidianamente le carte con nuovi dati. 

Il resto del lavoro lo fanno i dati forniti, consapevolmente o meno, dagli utenti: ad esempio ogni volta che utilizziamo Maps dal nostro smartphone il sensore Gps trasmette dati anonimi che Mountain View utilizza per monitorare il traffico, magari incrociandoli con quelli ottenuti da Waze, l’app israeliana di “social mapping” comprata da Google a giugno dell’anno scorso. E con l’ultimo aggiornamento dell’app, insieme alla possibilità di salvare gli itinerari offline è arrivata anche l’integrazione con Uber, l’applicazione di noleggio auto con conducente tanto odiata dai tassisti di tutto il mondo.

Nokia
Dopo la cessione del settore telefonia a Microsoft, arrivata a conclusione lo scorso aprile per la cifra di 7,5 miliardi di dollari, in quel di Nokia hanno deciso di puntare tutto sul sistema di navigazione HERE. Già disponibile sui dispositivi Lumia, HERE viene utilizzato su licenza da molti colossi della Rete, tra cui le Bing Maps di Microsoft, i tablet Kindle Fire di Amazon, Flickr di Yahoo! e le consegne espresso di FedEx.

Ma se sul campo degli smartphone Nokia non può competere con Google, con appena 100 milioni di utenti contro il miliardo di Google Maps, è nel settore dell’automotive che la compagnia svedese sta giocando la sua vera partita, con un investimento da 100 milioni di dollari annunciato a maggio dal nuovo Ceo Rajeev Suri. Grazie agli stretti rapporti con produttori come Toyota e Volkswagen, oltre che recenti collaborazioni con Mercedes-Benz, Nokia oggi è la regina delle mappe di navigazione satellitare per automobili, soprattutto per i navigatori integrati nel sistema centrale del veicolo. E anche se nell’ultimo anno HERE ha generato solo 1,2 miliardi di dollari di ricavi, il 7 per cento del totale della compagnia, secondo gli analisti il suo valore si aggirerebbe attorno ai sei miliardi di dollari, facendo a gola a chi, come Samsung, sta cercando di ridurre la propria dipendenza da Android e Google.

Apple
Arrivata a settembre del 2012 insieme al nuovo sistema operativo iOS 6, l’applicazione Maps ha debuttato in maniera non troppo brillante: dopo che Apple aveva escluso le mappe di Google dal proprio ecosistema, gli utenti si sono ritrovati tra le mani un sistema di navigazione ricco di bug, malfunzionamenti e informazioni poco precise, che confondeva ospedali con aeroporti, intrappolando i guidatori in strade senza uscita. Il fallimento era stato così grande da costringere Tim Cook a pubblicare una lettera di pubbliche scuse e rimuovere Scott Forstall dalla sua posizione di senior vice president del settore iOS.

A più di un anno di distanza dallo scivolone però, Apple ha dimostrato di aver imparato la lezione, migliorando costantemente la propria applicazione anche grazie ai contributi di terze parti come TomTom, OpenStreetMaps e la cinese AutoNavi, recentemente acquisita per 1,5 miliardi di dollari da AliBaba, l’equivalente cinese di Amazon. Una ripresa confermata dai numeri: a fine 2013, nei soli Stati Uniti, ben 35 milioni di utenti iPhone hanno utilizzato le mappe di Cupertino, contro gli appena 6 di Google Maps, che mantiene comunque il dominio su scala mondiale.

E per non sfigurare rispetto ai concorrenti, anche l’azienda californiana sta lavorando al proprio ingresso nel mondo dell’automobile: a marzo è stato ufficialmente svelato CarPlay, un sistema di bordo basato su iPhone e Siri grazie al quale effettuare chiamate, ascoltare musica e, soprattutto, utilizzare l’applicazione Maps. Presentato in anteprima su modelli di Ferrari, Volvo e Mercedes-Benz, presto sarà disponibile sui veicoli di una quindicina di case da Ford e BMW a Honda e Hyundai.

Open Street Map
Tra tanti giganti della Rete però, c’è un piccolo avversario che pian piano è riuscito a guadagnarsi il suo spazio. Si chiama Open Street Map, ed è un servizio di mappatura libera e open-source, una sorta di Wikipedia per mappe. Così come con Google Maps, ogni utente può creare le proprie mappe o contribuire a migliorare quelle altrui. La differenza sta nella proprietà dei dati: mentre Google li utilizza come struttura di base per le proprie pubblicità, Open Street Maps li mette a disposizione di tutti, anche di aziende che decidono di sfruttarli per i loro servizi, come ad esempio Apple, Foursquare e Craigslist. Inoltre le mappe costruite dagli utenti si rivelano spesso molto più precise rispetto alle altre, grazie agli aggiornamenti effettuati ogni giorno.

Non a caso Telenav, azienda californiana leader nel settore, ha recentemente speso 24 milioni di dollari per comprare Skobbler, una startup specializzata nell’uso di dati geografici open-source: l’obiettivo è integrare l’enorme mole di dati offerti da Open Street Map in un’app di navigazione, nel tentativo di sfidare Google Maps sul suo stesso terreno. Nel frattempo Big G ha già lanciato la sua contromossa con Maps Gallery, una raccolta di mappe tematiche interattive di ogni tipo, dalla deforestazione mondiale agli sviluppi della guerra civile americana, tutte realizzate sulla base di dati pubblici.

Ma qualcosa si muove anche sul fronte orientale, soprattutto quello cinese: dopo l’acquisizione di AutoNavi da parte del gigante dell’e-commerce asiatico AliBaba, la Tencent, azienda cinese proprietaria di WeChat, ha recentemente comprato più del 10 per cento di NavInfo, leader mondiale nel settore navigazione, con l’obiettivo di integrare i suoi servizi nell’app di messagistica istantanea. La guerra è ufficialmente aperta.

Il 30% dei certificati medici viene presentato di lunedì. I calabresi i più "cagionevoli"

Angelo Scarano - Sab, 04/10/2014 - 09:39

Secondo i dati della Cgia di Mestre, oltre il 30% dei certificati medici viene presentato di lunedì


Oltre il 30% dei certificati medici dei lavoratori dipendenti viene presentato di lunedì.
E la Calabria detiene il record di giorni medi di malattia all’anno: 34,6, che salgono addirittura a 41,8 nel settore privato. I dati emergono da una ricerca effettuata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre nel 2012 (ultimo anno in cui i dati sono a disposizione), nel quale sono stati 6 milioni i lavoratori dipendenti italiani che hanno registrato almeno una malattia.

Secondo la Cgia, ciascun lavoratore dipendente italiano si è ammalato 2,23 volte ed è rimasto a casa 17,71 giorni; complessivamente sono stati quasi 106 milioni i giorni di malattia persi durante tutto l’anno. Nel pubblico ci si ammala più spesso, ma mediamente si perdono meno giorni di lavoro che nel settore privato. Sempre nel 2012, i giorni di malattia medi registrati tra i lavoratori del pubblico impiego sono stati 16,72 (con 2,62 casi per lavoratore), nel settore privato, invece, le assenze per malattia hanno toccato i 18,11 giorni (con un numero medio di casi per lavoratore uguale a 2,08).

Tra i lavoratori dipendenti più "cagionevoli" troviamo anche i siciliani (con 19,9 giorni medi di malattia all’anno), i campani (con 19,4) e i pugliesi (con 18,8). Gli operai e gli impiegati più "robusti", invece, li troviamo a Nordest. Se i lavoratori dipendenti dell’Emilia Romagna rimangono a casa mediamente 16,3 giorni all’anno, in Veneto le assenze per malattia scendono a 15,5 per toccare il punto più basso nel Trentino Alto Adige, con 15,3 giorni.

L’imprenditore che vuole assumere ma non trova operai

La Stampa
marcello giordani

La rubinetteria IVR di Boca è in difficoltà ad ampliare l’organico: cerca tornitori

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«AAA operai meccanici specializzati cercansi»: l’appello arriva da Boca, dalla IVR, un’azienda specializzata nella produzione di rubinetteria di alta gamma, con 80 dipendenti e un mercato in forte espansione. L’impresa esporta in oltre sessanta Paesi del mondo (erano solo ventuno nel 2002), vanta trenta certificazioni ed è considerata fra le aziende leader del comparto. Adesso intende ampliare le linee produttive e quindi l’organico: ha bisogno di operai specializzati ma non ne trova, a dispetto della crisi e della disoccupazione dilagante. 

«In passato - dice Graziano Giacomini, amministratore delegato e responsabile delle attività internazionali IVR - non passava un giorno senza che in azienda arrivasse un nuovo curriculum. Ultimamente ciò non accade più, non riceviamo più candidature via e-mail ed è diventato difficile trovare personale qualificato anche attraverso i normali canali di ricerca di personale». 

Un fenomeno singolare se si pensa alla mancanza di lavoro che c’è in questo momento in Italia e nel Novarese in particolare: «Forse la spiegazione sta nel pessimismo dilagante - prosegue il manager Graziano Giacomini - che finisce per sfiduciare le persone a tal punto da immobilizzarle e far pensare loro che anche l’invio di un curriculum sia un gesto inutile, perché tanto le aziende sono in crisi. Si finisce per perdere delle opportunità. Nel nostro caso, pur nella difficoltà degli ultimi anni, siamo riusciti a crescere e abbiamo buone prospettive».

L’azienda di Boca, come aggiunge Giacomini, è alla ricerca di figure professionali specifiche come i tornitori: «Speriamo di ricevere presto nuove candidature, perché in questo periodo in particolare stiamo cercando operai meccanici specializzati e, considerato il trend di crescita e i nostri progetti di ulteriore sviluppo, le assunzioni continueranno anche nei prossimi anni. Al momento la nostra ricerca è tarata su cinque-sei unità, ma non escludiamo presto di avere anche ulteriori necessità di reclutamento».

Vigilessa sorpresa a rubare cacciata ma con buonuscita

Matteo Basile - Sab, 04/10/2014 - 08:08

Grazie all'articolo 18 intascherà un anno e mezzo di stipendio anche se colpevole. Solo per merito della legge Fornero del 2002 non è stata reintegrata in servizio


Un diritto da preservare per alcuni. Un totem vecchio di 40 anni da abbattere per altri. Un business per molti.

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Si scrive «Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori», si legge «Articolo 18». Altro che tutelare i poveri lavoratori indifesi. Spesso, troppo spesso, diventa una scusa per quei furbetti che vogliono approfittarsi delle pieghe della legge e, quando ci sono, di giudici compiacenti per trarne profitto. Ma quanto accaduto a Genova va oltre.

Scordiamoci discriminazioni e comportamenti fuori legge di capi cattivoni, contratti farsa, dimissioni in bianco e ricatti assortiti. Succede che una vigilessa, in servizio nel capoluogo ligure, venga sorpresa a rubare. Nessuna calunnia: era in locale ed è stata immortalata dalle telecamere di sorveglianza mentre frugava dentro una borsa non sua e portava via dei soldi. Immagini che la inchiodano ma in un primo momento i vertici del corpo di polizia municipale non fanno nulla. Fino a che la notizia diventa di dominio pubblico e allora ecco il cambio di rotta: sospensione immediata dal servizio e ritiro dell'arma cui fa seguito il licenziamento in tronco. Ma lei non ci sta, fa ricorso e, udite udite, trova un giudice che le dà ragione. Almeno in parte.

È colpevole ma, in base all'articolo 18, la causa non è infondata. Ma è colpevole, quindi reintegrarla proprio non si può. Allora il giudice decide così: ok al licenziamento ma con una mega buonuscita equivalente a 18 mensilità. Hai rubato? Si. Sei colpevole? Si. Ti cacciano a pedate perché non degna di rappresentare la divisa che indossi? Ni. Perché comunque puoi incassare un anno e mezzo di stipendio senza colpo ferire. E tante grazie all'articolo 18. Nella sua assurdità l'ordinanza emessa dal Tribunale parla chiaro. «I fatti contestati non sono idonei a integrare giusta causa o giustificato motivo, con conseguente illegittimità del licenziamento».

Il che significherebbe il reintegro sul posto di lavoro che avrebbe del clamoroso. Ma il dispositivo va avanti e specifica: «Per poter applicare le sanzioni previste in caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo occorre tener conto delle modifiche apportate dalla legge 92 del 2012», vale a dire la legge Fornero che rimodula alcuni aspetti dell'articolo 18. E allora? Ci ha provato e le andata male, arrivederci e grazie? No, ecco la beffa. Niente reintegro sul posto di lavoro ma mega contentino. Diciotto mensilità da corrispondere alla vigilessa dalla mano lesta. Che, per inciso, saranno elargiti dalla collettività in quanto la polizia municipale è sotto diretta giurisdizione del Comune, in questo caso quello di Genova.

Storture da articolo 18 avallate, ovviamente, dai sindacati che in questa causa di lavoro che rasenta il paradosso sono stati in prima fila a sostegno della «povera» lavoratrice. E via con i cattivi pensieri dato che proprio loro, i paladini dei lavoratori bistrattati, per ogni causa di lavoro che va a buon fine (come nel caso in questione) si intascano una bella percentuale di quanto incassato dal lavoratore. Con buona pace di tutti quei lavoratori, privi di ogni tutela contrattuale e ovviamente di articolo 18, che anche se realmente cacciati a pedate senza alcun valido motivo dal proprio datore di lavoro, presentandosi presso un ufficio sindacale si sono sentiti rispondere: «Eh, ci dispiace, ma non possiamo fare nulla». Che strano.

Gaza, le ragioni di un conflitto infinito

La Stampa
enrico caporale

Nuovo capitolo nello scontro Israele-Palestina: ma perché da oltre 60 anni vince la guerra?

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L’8 luglio 2014, quando Israele lancia nella Striscia di Gaza l’operazione “Margine Protettivo” con l’obiettivo di eliminare i tunnel di Hamas e di porre fine al lancio di razzi che minacciano i suoi cittadini, nessuno immagina che è appena esploso uno tra i più sanguinosi conflitti israelo-palestinesi della storia recente. La campagna militare del premier Netanyahu scatta dopo che i cadaveri di tre ragazzi israeliani, rapiti a giugno nel sud della Cisgiordania, vengono ritrovati nei pressi della città palestinese di Halhul. 

I giorni precedenti erano stato caratterizzati da accuse incrociate tra Hamas e Israele e dall’arresto di numerosi leader palestinesi. A Gerusalemme, come rappresaglia per la morte dei tre israeliani, un giovane palestinese viene rapito e arso vivo. A quel punto dalla Striscia di Gaza partono razzi contro Israele e Netanyahu ordina raid mirati per eliminare Hamas. Qualche giorno più tardi le truppe israeliane invadono Gaza, provocando in poche settimane quasi 2 mila morti (la maggior parte civili e bambini). Ma l’odio tra israeliani e palestinesi ha origini profonde: per comprenderlo bisogna tornare indietro di oltre 60 anni. 

“La creazione di una striscia costiera intorno alla città di Gaza – ricorda su “La Stampa” Abraham Yehoshua, scrittore e drammaturgo israeliano - risale alla fine della guerra del 1948”. Il conflitto scoppiò subito dopo l’approvazione della risoluzione Onu che sanciva la nascita di due Stati nell’allora Palestina, uno ebraico e l’altro arabo, di dimensioni pressoché uguali. La creazione di una nazione ebraica, oltre a essere un tentativo di risarcire moralmente i sopravvissuti della Shoah, intendeva neutralizzare il terribile e pericoloso virus dell’antisemitismo, che aveva portato allo sterminio di sei milioni di ebrei. Ciononostante, i palestinesi e gli Stati arabi non accettarono la risoluzione e si prepararono a distruggere il neonato Stato ebraico.

Il 15 maggio 1948, gli eserciti di tre Paesi arabi invasero la Palestina (quello giordano a Est, il siriano a Nord e l’egiziano a Sud) per cercare di annientare lo Stato di Israele. “Dopo aspre battaglie – racconta Yehoshua - gli israeliani riuscirono a respingere l’attacco giordano (che aveva messo sotto assedio Gerusalemme), a cacciare quello siriano dalla Galilea e a fermare quello egiziano a soli 78 chilometri da Tel Aviv”. Al termine degli scontri, nelle mani dei palestinesi rimase solo metà del territorio loro assegnato dall’Onu. Tuttavia, qui non venne fondato un nuovo Stato palestinese, ma governarono due Paesi: la Giordania in Cisgiordania, e l’Egitto nella Striscia di Gaza.

“I giordani – spiega Yehoshua – mantennero buoni rapporti con i palestinesi, ma gli egiziani trattarono con durezza gli abitanti della Striscia, isolati dai loro fratelli e dal loro popolo in Cisgiordania”. Gaza rimase sotto il controllo dell’Egitto fino al giugno del 1967, a eccezione di un breve periodo dopo la campagna del Sinai, nel 1956, quando Israele sconfisse l’esercito egiziano conquistando l’intero deserto del Sinai e, in un solo giorno, anche la Striscia di Gaza. Al termine di quella guerra, alla quale presero parte anche Francia e Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica imposero a Israele di arretrare entro le linee dell’armistizio del 1948. 

Ma nel 1967 scoppiò un altro conflitto (la “Guerra dei Sei Giorni”) a causa della provocazione del dittatore egiziano Abdul Nasser. Per sei giorni Israele combatté con successo su tre fronti: a nord, contro i siriani, dove conquistò le alture del Golan, a est, contro i giordani, dove conquistò la Cisgiordania, e a sud, contro gli egiziani, dove occupò il deserto del Sinai, riconquistando ancora una volta la Striscia di Gaza. Nel 1973 una nuova crisi portò alla IV guerra arabo-israeliana, detta anche del “Kippur” (da una festività religiosa ebraica).

In questa occasione furono gli eserciti dell’Egitto e della Siria ad attaccare Israele, che perse il controllo del Canale di Suez. Nel 1979, dopo lunghe trattative, Israele ed Egitto firmarono un trattato di pace (il primo tra Israele e uno Stato arabo) che comportò la restituzione all’Egitto della penisola del Sinai e il riconoscimento dello Stato di Israele. “Non è un caso – sottolinea Yehoshua - che nel trattato di pace gli egiziani rifiutarono di riprendersi la Striscia, lasciando questa problematica regione nelle mani di Israele”. 

Nel 1967 i quattrocentomila abitanti e rifugiati della Striscia di Gaza erano infatti diventati un milione e ottocentomila. “I profughi - spiega Yehoshua - rimasero fedeli alla loro madrepatria e, con ostinata e pericolosa ingenuità, ancora sognavano di ritornare ai villaggi e alle città dai quali erano stati espulsi o erano fuggiti durante la guerra del 1948”. Tuttavia, nel 1973, Israele decise di confiscare un terzo del territorio della povera e affollata Striscia di Gaza per insediarvi, proprio accanto ai campi profughi, ottomila ebrei. “Mai decisione fu più sbagliata e mai azione fu più stupida e immorale - commenta Yehoshua -. Una parte dell’audacia degli odierni combattenti di Hamas deriva dalla rivolta contro quegli insediamenti”.

Nel 1987, infatti, esplose la prima intifada (una sommossa contro la presenza israeliana in Palestina che si concluderà con gli accordi di Oslo del 1993 e la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese), a cui ne seguirà una seconda tra il 2000 e il 2005, anno del ritiro di Israele da Gaza. Da allora l’esercito di Tel Aviv lanciò diverse campagne militari (le più famose “Pioggia d’estate” e “Piombo fuso”, fino a “Margine protettivo”) per cercare di neutralizzare Hamas che, dal 2001, continuò a bersagliare le città israeliane con i razzi. Sempre con l’obiettivo di garantire la sicurezza dei propri confini, nel 2006 Israele decise di invadere il Libano dove operavano le milizie armate di Hezbollah. 

“Alla radice dell’integralismo di Hamas – conclude Yehoshua - c’è una storia di emarginazione, di repressione, di blocco economico (iniziato durante il governo egiziano della Striscia), di profughi senza speranze e dell’errore degli insediamenti israeliani”. Ecco perché, “dopo la distruzione e le morti, a Gaza e in Israele, lo Stato ebraico non deve accontentarsi di accordi provvisori o di intese parziali, come al termine di scontri precedenti, ma deve prendere l’iniziativa e, con l’aiuto dell’Egitto e di altri Stati, ricostruire Gaza - il figliastro amareggiato e incollerito -, smantellarne i missili, distruggerne i tunnel ma, al tempo stesso, interromperne l’isolamento e ripristinare i legami col suo popolo mediante un corridoio sicuro che colleghi la Striscia alla Cisgiordania, come previsto negli accordi di Oslo”. 

Twitter @EnricoCaporale

Avvisi ai sindacati e indennizzi All’estero si licenzia così

Corriere della sera

di FABIO SAVELLI

In Cina il datore di lavoro dà un preavviso di 30 giorni. Negli Stati Uniti conviene avere un contratto a termine perché il recesso è inibito fino a scadenza

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In Cina basta una lettera ai sindacati per dare il preavviso. Trenta giorni, poi il licenziamento individuale è cosa fatta con un indennizzo concesso a chi ha maturato almeno sei mesi di anzianità lavorativa. Gli Stati Uniti sono ancor più liberali e liberisti se - per paradosso - conviene avere il contratto a termine, perché almeno la libertà di recesso da parte del datore di lavoro è inibita fino a scadenza. Con il tempo indeterminato invece sei fuori dalla porta il giorno stesso, a meno che il licenziamento sia discriminatorio (ma occorre dimostrarlo). Ecco il quadro comparato relativo alla disciplina dei licenziamenti redatto da Adapt, l’associazione fondata da Marco Biagi e guidata ora dal giuslavorista Michele Tiraboschi (guarda nel dettaglio le normative per Paesi).
Dalla flexisecurity danese al modello francese
Nella patria della flexi-security, la Danimarca, il licenziamento individuale è invece legittimo per motivi di ordine economico ed organizzativo e per ragioni soggettivi, riferibili al lavoratore stesso (tra i quali anche la mancanza di competenze per svolgere una determinata mansione). Sono tuttavia previsti da diversi contratti collettivi veri e propri programmi di outplacement, cioè atti a ricollocare il lavoratori con misure formative. In Francia chi ha un contratto a tempo indeterminato può essere licenziato soltanto se sussiste una causa seria e reale basata su motivi personali ed economici. L’indennizzo - secondo uno schema analogo al contratto a tutele crescenti - è in relazione alla durata del rapporto di lavoro, ma bisogna aver maturato almeno un anno di anzianità lavorativa.
Le tutele tedesche e l’obbligo di preavviso
La Germania, poi, apertamente descritta come la best-practice europea per il giusto equilibrio tra tutele e flessibilità, qualifica il licenziamento come una misura da ultima istanza. Può essere, certo, legittimo, ma deve essere «socialmente giustificato» per ragioni personali (viene meno il rapporto di fiducia con il lavoratore) oppure per esubero di personale a seguito di riorganizzazioni aziendali. Questa normativa si applica a tutti i contratti di lavoro nel settore privato e nella maggior parte dei contratti nel settore pubblico. Esiste però l’obbligo di preavviso da parte del datore di lavoro, che deve informare il comitato aziendale per iscritto sui motivi dei licenziamenti che intende promuovere, prima di comunicarlo al lavoratore. In Giappone invece non solo il licenziamento è ammesso per giustificato motivo oggettivo, ma non è necessaria neanche una corresponsione di alcun indennizzo, tanto meno sono previsti specifici programmi di ricollocazione.
Il modello inglese e la liberalizzazione spagnola
Nel Regno Unito la normativa è assimilabile per certi versi a quella anglosassone di derivazione americana, tuttavia l’influenza di matrice europea fa sì che è previsto un indennizzo monetario per il lavoratore nel caso di crisi aziendale che ha natura crescente: più è alta l’anzianità lavorativa, più è alto l’assegno. In Spagna la normativa è invece appena cambiata anche per venire incontro ai desiderata di Bruxelles che auspicavano una maggiore flessibilità in uscita. Ora il licenziamento è possibile per quattro categorie definite come cause oggettive: 1) incapacità del dipendente; 2) difficoltà del dipendente ad adattarsi alle modifiche tecniche del lavoro; 3) motivi economici, produttivi e tecnologici; 4) assenza dal lavoro (oltre il 20% dei giorni lavorativi per due mesi consecutivi). La legge ha però introdotto un indennizzo per il lavoratore in uscita, previsto anche per chi aveva un contratto a termine. Modelli del tutto diversi dallo Statuto dei Lavoratori in vigore da quarant’anni. Ne va della nostra produttività?

fabiosavelli
2 ottobre 2014 | 22:43

La Cassazione: «Augurarsi la morte di qualcuno non è reato»

Corriere della sera

Assolti un uomo e una donna che avevano pronunciato l’augurio di vedere morire in un incidente il proprio avversario processuale

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Gran parte della popolazione italiana potrà tirare un sospiro di sollievo. Non rischia infatti alcuna condanna chi si augura la morte di un’altra persona: «il precetto evangelico di amare il prossimo come se stessi non ha sanzione penale» e la «sua violazione è penalmente irrilevante». A scriverlo è la quinta sezione penale della Cassazione, assolvendo «perché il fatto non sussiste» due imputati finiti sotto processo per ingiuria e minaccia nei confronti di un «avversario» (la loro famiglia era in lite giudiziaria con la parte offesa), che erano invece stati condannati dai giudici di merito.
La vicenda
Al centro della vicenda, due frasi pronunciate dagli imputati - un uomo e una donna - contro l’avversario: «ogni volta che vedo la tua macchina ripartire per Roma la domenica sera, il giorno dopo compro il giornale, sperando di leggere della tua morte in uno di quegli spaventosi incidenti sull’autostrada...spero di incontrarti uno di questi giorni disteso e morente lungo la strada...ti prometto che non mi fermerò mai per soccorrerti», aveva detto uno degli imputati alla parte offesa. «Augurarsi la morte di un’altra persona - si legge nella sentenza depositata oggi - è certamente manifestazione di astio, forse di odio», ma non costituisce ingiuria, «perché desiderare la morte altrui non sta necessariamente a significare che si intenda offenderne l’onore e il decoro».

Quanto al reato di minaccia, «è noto - osservano gli alti giudici - che il male ingiusto e futuro che si prospetta alla persona offesa deve essere rappresentato come conseguente ad un’azione dell’offensore»: le frasi incriminate «rappresentano certamente manifestazioni di scarso affetto», e « di evidente mancanza di fair play tra avversari processuali», rileva la Corte, ma né l’uno né altro imputato «hanno manifestato l’intenzione di fare alcunché per determinare, anticipare o propiziare la morte» della parte offesa. Dall’episodio, dunque, si evince di certo l’«animo malevolo», ma di «assoluta irrilevanza penale», conclude la sentenza.

3 ottobre 2014 | 15:59