domenica 5 ottobre 2014

Radio: in Italia compie 90 anni

Corriere della sera
di Paolo Virtuani

La prima trasmissione alle ore 21 del 6 ottobre 1924 con un concerto di Haydn annunciato da Ines Viviani Donarelli



«Uri, Unione Radiofonica Italiana. 1-RO: stazione di Roma. Lunghezza d’onda metri 425. A tutti coloro che sono in ascolto il nostro saluto e il nostro buonasera. Sono le ore 21 del 6 ottobre 1924. Trasmettiamo il concerto di inaugurazione della prima stazione radiofonica italiana, per il servizio delle radio audizioni circolari, il quartetto composto da Ines Viviani Donarelli, che vi sta parlando, Alberto Magalotti, Amedeo Fortunati e Alessandro Cicognani, eseguirà Haydn dal quartetto opera 7 primo e secondo tempo».
Il primo annuncio
Questo è stato l’annuncio - tra fruscii e rumori di fondo - del primo programma della storia della radio italiana, mentre Maria Luisa Boncompagni annunciava l’inizio delle trasmissioni della stazione di Roma San Filippo. L’Uri (Unione radiofonica italiana) era sorta il 27 agosto 1924 costituita dalla fusione tra Radiofono (Società italiana per le radiocomunicazioni circolari) e Sirac (Società italiana radio audizioni circolari). Nel 1927 la Uri diventa Eiar (Ente italiano audizioni radiofoniche), la quale nel 1944 si trasformerà in Rai (Radio audizioni Italia).
I programmi per i 90 anni
Per commemorare i 90 anni della radio, una targa sarà scoperta sulla facciata di Palazzo Corrodi (prima sede dell‘Uri). RadioRai celebra l’anniversario con programmi speciali in onda su tutti i suoi canali, in tutte le fasce orarie. Per esempio «Dal transistor allo smartphone» è il titolo dello speciale di Radio1 in onda dalle 10,30. Su Radio2 alle 18 lo speciale di Caterpillar in diretta dal Piccolo Teatro Grassi di Milano «La Radio fa 90!». Radio3 organizza una festa dal vivo dalle 19,30 nella storica Sala A di via Asiago a Roma, edificio che fu la prima casa della radio italiana. Alle 21 si potrà riascoltare lo storico annuncio seguito dallo stesso brano musicale che venne eseguito all’epoca, il Quartetto in la maggiore per archi op. 2 n. 1 Hob. III: 7 di Franz Joseph Haydn affidato questa volta al Quartetto Savinio.
Le date storiche
Il 31 ottobre 1924 l’agenzia giornalistica Stefani è designata con delibera governativa unica fonte delle notizie che l’Uri può trasmettere. Il 18 gennaio 1925 esce il primo numero del «Radio Orario», poi «Radiorario» l’anno successivo, settimanale ufficiale dell’Uri. Dal 16 marzo vanno in onda alle 13 e alle 19,30 le «Comunicazioni governative» mentre il resto della programmazione è prevalentemente musicale. Il 31 agosto dello stesso anno va in onda il primo segnale orario. L’8 dicembre entra in funzione la stazione radiofonica di Milano e il 14 novembre 1926 quella di Napoli.
Il mese successivo va in onda il primo collegamento in simultanea Roma-Milano-Napoli. È del 19 giugno 1927 la prima radiocronaca sportiva in diretta: è il Gran premio di galoppo da San Siro a Milano. Sempre dal capoluogo lombardo il 12 luglio dal teatro Dal Verme viene trasmessa in diretta la «Tosca» interpretata da Beniamino Gigli. Il 25 marzo 1928 data la prima diretta di una partita di calcio: Italia-Ungheria. Dal 7 gennaio 1929 va in onda il «Giornale parlato» in tre edizioni quotidiane. Il 15 giugno 1930 Milano e Torino trasmettono i primi notiziari del «Giornale Radio».


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Audio : Il primo annuncio della radio in Italia

Il 6 ottobre 1924 alle ore 21 - da Storia della radio

La Boldrini e quei vestiti griffati che si fa ritirare dai commessi

Libero

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Non ne fa una giusta Laura Boldrini per rendersi gradevole. Dopo la pioggia di insulti su Twitter che si è beccata per aver postato una foto che la ritraeva sulle scale di Montecitorio per sponsorizzare lo sport, ora girano voci che la presidente della Camera, come riporta il Giornale, mandi i commessi a ritirare i suoi tailleur firmati Armani ma infilati in buste anonime (forse si vergogna?).

Ma non solo. Le malelingue dicono anche che a spese del Viminale la Boldrini abbia fatto installare siepi artificiali attorno alla casa del fratello nelle Marche, il tutto per impedire che venga violata la sua privacy quando si reca in visita. Pare inoltre che si lamenti di tutto, dei segretari, dei collaboratori, e pure della scorta. Per questo insomma non piace proprio a nessuno, nemmeno ai colleghi con i quali non parla pro

Tim Cook ricorda Steve Jobs: “I valori sui quali ha creato Apple saranno sempre con noi”

La Stampa
bruno ruffilli

Il Ceo invia una mail ai dipendenti nell’anniversario della scomparsa del fondatore. Ma in tre anni l’azienda è molto cambiata, e si avvia ad altre trasformazioni. In serata l’omaggio delle tv italiane, con il film di Ashton Kucher e due documentari


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Steve Jobs è sepolto nel cimitero di Alta Mesa, senza una lapide, senza nemmeno il nome scritto da qualche parte a segnare la sua tomba nell’erba. E oggi, nel terzo anniversario della sua morte, forse solo qualche fedelissimo saprà trovare il posto dove far cadere un fiore per celebrarlo. 

La mail di Cook
Ma il fondatore di Apple non è stato dimenticato. «La visione di Steve va molto oltre gli anni in cui è stato in vita e i valori sui quali ha fondato Apple saranno sempre con noi. Molte delle idee e dei progetti ai quali lavoriamo oggi sono partiti dopo la sua morte, tuttavia la sua influenza su essi - e su tutti noi - è inconfondibile»: così l’attuale amministratore delegato di Apple, Tim Cook, ricorda Steve Jobs a tre anni dalla morte, avvenuta il 5 ottobre 2011. Come negli anni scorsi, Cook ha scritto una mail ai dipendenti della società di Cupertino in cui, oltre a ricordare l’anniversario, esprime il suo riconoscimento per quanto Jobs ha dato all’azienda e al mondo con le sue intuizioni.

«Sono sicuro che molti di voi penseranno a lui quel giorno, così come so che lo farò anche io - scrive Cook -. Spero vi prenderete un momento per apprezzare in quanti modi Steve ha reso il nostro mondo migliore. I bambini imparano in modi nuovi grazie ai prodotti che lui ha inventato. Le persone più creative sulla Terra usano questi prodotti per comporre sinfonie o musica pop, e scrivono di tutto, dalle novelle alle poesie fino agli sms. Il lavoro della vita di Steve ha prodotto la tela su cui gli artisti creano i propri capolavori. Grazie per il vostro aiuto nel portare l’eredità di Steve nel futuro», conclude Cook nella lettera ai dipendenti. 

L’Apple Watch
E oggi il futuro di Apple, dopo i primi tempi di incertezza, sembra finalmente tracciato, anche grazie all’Apple Watch, il primo prodotto veramente nuovo arrivato da Cupertino in tre anni. Non si sa se Jobs abbia fatto in tempo a dare il suo parere sullo smartwatch (Cook in una recente intervista ne parla come di un progetto avviato dopo la morte del fondatore, mentre Jonatahan Ive ha detto di averci lavorato per tre anni), però è innegabile che rappresenta per Apple l’apertura a un mercato nuovo e potenzialmente enorme, dove i concorrenti sono già molti e molto agguerriti. Una scelta obbligata, si potrebbe obiettare. Oppure una mossa strategica: aspettare che altri lancino i loro prodotti, poi presentare l’interpretazione di Apple, com’era successo già con iPod, iPhone, iPad. Certo è che molte delle nuove tecnologie introdotte con il Watch si vedranno prossimamente in altri prodotti Apple: dallo schermo in zaffiro al touch sensibile alla pressione, dal motore di vibrazioni di nuova concezione al connettore magnetico per la ricarica, e molto altro. 

L’iPhone 6
Poi ci sono l’iPhone 6 e il Plus: due strappi al principio più volte enunciato da Jobs secondo cui la dimensione ideale dello schermo di uno smartphone deve consentire di raggiungere ogni punto col solo pollice. Apple ha ampliato i display, ma anche inserito una funzione che permette di utilizzarli col pollice (la chiamano Reachability). Ma Steve Jobs era un acuto osservatore: prima o poi avrebbe certamente cambiato idea da solo e, da imbattibile venditore, avrebbe saputo inventarsi un modo per proporre i nuovi display come un’invenzione geniale di Apple. Con la sua capacità di distorcere la realtà avrebbe lanciato l’iPad mini da 7,9 pollici e l’atteso modello da 12,9 pollici come perfettamente coerenti con le sue idee, anche se più volte aveva argomentato che la dimensione ideale per un tablet era quella del modello standard lanciato nel 2010. 

Lo spirito
Così non è solo nei prodotti che si deve cercare l’anima del fondatore (cosa avrebbe pensato dell’obiettivo dei nuovi smartphone, che sporge dal profilo?), quanto nello spirito di Apple. L’azienda tecnologica più importante del mondo è ancora capace di pensare come una startup, lascia ancora spazio alla fantasia, ha ancora nel suo Dna i geni dell’arte e quelli della scienza, anche se è vero che con Tim Cook ha cambiato volto. Il team dirigente è tutto nuovo, con parecchi nomi che arrivano dalla moda, come Angela Ahrendts (da Burberry), Paul Deneve (Yves Saint Laurent), Patrick Pruniaux (già vicepresidente di Tag Heuer). Apple si è schierata pubblicamente sul tema dei diritti civili alle coppie gay, sull’ecologia, la diversità etnica e di genere, ha rinfrescato la sua immagine con l’acquisizione di Beats, ma è cambiata pure la comunicazione, con un nuovo responsabile per i social media e un nuovo capo dell’ufficio stampa. Ultimo, in ordine di tempo, l’annuncio dell’arrivo di Mark Newsom, uno dei più importanti designer industriali del mondo, che affiancherà Jonathan Ive su progetti specifici. 

Fine di un’era
Cook ha scelto opportunamente di aprire l’ultimo grande evento Apple con un video giocato ancora sullo slogan più famoso della Mela, quel “Think Different” nato proprio nel momento della peggiore crisi. E i rimandi al passato erano tanti: dallo stesso teatro, dove era nato l’iMac, agli U2, che con Jobs avevano presentato una versione speciale dell’iPod. Allo stesso tempo, però, si è vista la nuova Apple: che riserva un terzo dei posti ai suoi dipendenti, che è più aperta e amichevole nella relazioni pubbliche, che scommette sulla moda oltre che sulla tecnologia. E che non chiama il suo prodotto più atteso iWatch, come tutti si sarebbero aspettati, ma Apple Watch, a segnare un coraggioso stacco, un nuovo pensiero differente: perché l’era della “i” è finita con Steve Jobs. Ma il nome del fondatore, ha raccontato Cook in una recente intervista, è ancora sulla targhetta della porta del suo ufficio di Cupertino. 

In tv una serata dedicata a Steve Jobs
Da uomo comune a fondatore dell’impero Apple: è questa l’ascesa di uno dei personaggi più rivoluzionari dei nostri tempi. Per ricordarlo, Sky Cinema 1 HD dedica la prima serata al biopic JOBS, realizzato da Joshua Michael Stern e interpretato da Ashton Kutcher (Butterfly Effects, The Guardian, Appuntamento con l’amore) insieme a Josh Gad nei panni del socio fondatore della Apple Steve Wozniak. 

History HD alle 15.10 dedicherà al fondatore della Apple lo speciale documentario I signori del futuro: Steve Jobs, in cui verrà approfondita la controversa figura e i traguardi che ha raggiunto tentando di spodestare la concorrenza di Ibm e Microsoft. Mentre Discovery Science trasmetterà alle 20.10 iGenius: la rivoluzione di Steve Jobs, lo speciale condotto da Adam Savage e Jamie Hyneman, interpreti dello spirito di innovazione attraverso la curiosità intellettuale e la pop science con il loro show Mythbusters. Lo speciale è arricchito da interviste a personaggi che testimoniano come la propria vita sia stata influenzata dalle sue invenzioni. Parlano gli uomini che in prima linea hanno seguito la nascita del personal computer: non solo dirigenti Apple, ma anche giornalisti, musicisti, registi e designer. 



Il primo Mac non si scorda mai
La Stampa
Giuseppe Culicchia
09/09/2014


Più che una macchina, uno stile di vita Arrivato sul mercato trent’anni fa, apriva a tutti la Terra Promessa dei computer


“Orwell was an optimist”, c’è scritto in sottili caratteri bianchi su una spilletta color blu comprata una trentina d’anni fa al mercato di Portobello Road, Londra, quando ancora non possedevo un computer e 1984 era uno dei libri che mi ero infilato nello zaino al momento di partire per il mio primo soggiorno nella capitale britannica. Non sapevo, scendendo all’aeroporto di Heathrow, che in quello stesso momento al di là dell’Atlantico un’azienda di nome Apple stava per mettere in commercio il primo Mac, battezzato ufficialmente Macintosh 128K e figlio di un progetto inizialmente curato da Jef Raskin, l’esperto di interfacce convinto di poter realizzare un computer facile da usare e con un costo inferiore a 1.000 dollari.

E di sicuro non potevo prevedere che trent’anni più tardi avrei scritto le righe che state leggendo proprio su un Mac, ovviamente di nuova generazione e leggero, argenteo, portatile: diversissimo da quel suo antenato beige che pur elegante e kubrickiano poteva ricordare ai più cinici tra i detrattori – non mancano mai – un ibrido tra uno scatolone e un televisore, ma con lo stesso identico DNA. Però ricordo bene come all’epoca si parlasse anche nei pub dalle parti di World’s End di un futuro nemmeno tanto lontano in cui in linea di massima tutti avremmo avuto in casa un computer, e non saremmo più stati capaci di farne a meno. Il che mi pareva assai inquietante e assolutamente in linea con le tesi del romanzo distopico di George Orwell. 

Ecco: sono passate esattamente tre decadi da quando la ditta creata da Steve Jobs – che nel 1980 prese il controllo del progetto di Raskin, estromettendo quest’ultimo dalla Apple – ha immesso sul mercato il primo computer con un sistema operativo Mac OS, e di fatto ha cambiato il mondo. Non solo o non tanto perché da quel primo Macintosh si è poi arrivati ai suoi numerosissimi eredi e di conseguenza anche ai vari iMac, iPod, iPad e iPhone, alzi la mano chi non ne possiede almeno uno o comunque non ne ha mai sentito parlare, ma perché grazie alla sua interfaccia grafica quel capostipite della celeberrima stirpe di computer ha permesso a milioni di persone del tutto digiune di informatica di premere un pulsante, quello dell’accensione in alto a destra, per poi veder comparire una “scrivania”, con tanto di “icone” sullo schermo e un “cestino” sottostante.

Già. Perché quel primo Mac, basandosi su un’interfaccia WIMP – acronimo di Windows, Icons, Mouse e Pointer - aveva dalla sua un’intuizione geniale: semplificare al massimo l’uso del computer, rendendolo intuitivo proprio in seguito all’introduzione delle icone ideate dalla designer Susan Kare, autrice tra le altre cose dei font Geneva e Chicago e del famoso Mac felice, il computer sorridente che per quasi vent’anni ha accolto gli utenti Macintosh, salvo poi essere sostituito dalla mela che rappresenta il logo dell’azienda.

Grazie al nuovo sistema operativo e al talento grafico della Kare, che a dire il vero ben presto lasciò l’azienda di Cupertino, chiunque poteva avvicinarsi alla Terra Promessa dei computer senza aver mai fatto un corso di informatica: oltre alla scrivania e al cestino, altre metafore facilitavano le cose ai neofiti, a cominciare dalle finestre e dagli appunti, per tacere naturalmente del mouse, destinato tra l’altro a introdurre nel linguaggio corrente la parola “cliccare”.

Per la prima volta nella storia, quella macchina complessa che fino ad allora era stata riservata a studiosi e professionisti si rivelò in grado di farsi comprendere a colpo d’occhio, dialogando con il resto dell’umanità per mezzo di semplici elementi visivi. Elementi che bastava “trascinare” col mouse per spostarli attraverso la scrivania o volendo nel sopracitato cestino, così da cancellarli (ma non definitivamente, a meno di non “svuotare” il cestino medesimo).

Il primo Mac128K venne messo in vendita il 24 gennaio 1984, e per portarselo a casa bisognava sborsare 2.495 dollari. Il fatto che non prevedesse una ventola comportava va da sé il surriscaldamento piuttosto rapido del computer. Quanto alla velocità, beh, meglio soprassedere: il 128K disponeva di un’unica unità floppy, non aveva un hard disc interno e conteneva poca memoria, tutte cose che contribuivano a farlo somigliare a una sorta di trattore da tavolo. Non a caso, se all’inizio di quell’anno da un punto di vista commerciale la risposta fu a dir poco entusiastica, alla fine del 1984 se ne vendevano meno di 10mila esemplari al mese.

Come si è detto, tuttavia, il suo lancio aveva ormai dato inizio a un mutamento irreversibile. Per dire: è col Mac che vedono la luce programmi come Word ed Excel, pensati dalla concorrente Microsoft di Bill Gates appositamente per gli utenti della Apple. Ma non si tratta solo di prodotti specifici e segmenti di mercato. Non a caso, Steve Wozniak, co-fondatore della Apple con Steve Jobs e di fatto inventore del personal computer, ebbe a dire un giorno che “Il Macintosh è più di un computer: è uno stile di vita”. Affermazione che, oggi lo sappiamo per certo, non era affatto azzardata. 

E insomma: in quello stesso 1984, Al Bano e Romina Power vincevano il Festival di Sanremo con Ci sarà. Il governo Craxi aboliva la scala mobile e stipulava un nuovo concordato con la Santa Sede, grazie al quale la religione cattolica non sarebbe più stata considerata religione di Stato. In Canada moriva Gaetan Dugas, prima vittima dell’Aids. A Milano veniva fondata la Lega Lombarda, poi Lega Nord. Pietro Longo, segretario del PSDI, dava le dimissioni da ministro del Bilancio perché il suo nome risultava tra gli iscritti alla P2. Enrico Berlinguer invece moriva in seguito a un’emorragia cerebrale, e al suo funerale partecipavano due milioni di persone. Tra i carcerati più o meno illustri di quell’anno: Mamma Ebe e Michele Sindona.

Con un apposito decreto, Craxi consentiva alle reti televisive di Berlusconi di riprendere le trasmissioni, oscurate per pochi giorni dai pretori di Roma, Torino e Pescara. In India si verificava l’incidente di Bhopal. In Italia, la strage del Rapido 904. Tutte cose di cui in molti avremmo perso le tracce, se non fosse che nelle nostre case disponiamo di un computer. Facile da usare. Con un costo inferiore a 1.000 dollari. “Orwell was an optimist”, c’è scritto sulla mia spilletta comprata a Londra nel 1984. Jef Raskin, e con lui Steve Jobs e Steve Wozniak, sono stati invece a ben vedere solo dei realisti con i piedi ben piantati nei sogni, se mi è consentito parafrasare malamente il caro vecchio insuperabile Ennio Flaiano.

La cascata fa troppo rumore: multa al sindaco per l’Orrido di Bellano

Corriere della sera
di Paolo Marelli

I celebri «salti d’acqua» disturbano i residenti: il Comune è stato multato per inquinamento acustico. Il sindaco: «Non pagheremo, è proprietà della Regione»

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A Bellano, sulla sponda lecchese del lago di Como, c’è una cascata che fa troppo rumore. Motivo per cui il Comune è stato multato. I salti d’acqua fra i canyon di rocce all’interno dell’oasi protetta dell’Orrido, uno spettacolo naturale che calamita ogni anno migliaia di turisti (80% stranieri), sono finiti nel mirino dei controlli dell’Arpa. Ispezioni e misurazioni dei tecnici scattate dopo la denuncia di un residente che lamentava un frastuono assordante per l’abbondanza di acqua causata dall’estate piovosa. Risultato? L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ha sanzionato il Comune di Bellano per inquinamento acustico. L’amministrazione locale avrà 30 giorni di tempo per pagare il minimo della multa beffa: 1.032 euro.

L’Orrido di Bellano 
L’Orrido di Bellano 
L’Orrido di Bellano 
L’Orrido di Bellano L’Orrido di Bellano
Ma il sindaco Roberto Santalucia (centrosinistra) dice che il Comune non pagherà: «Non tireremo fuori in centesimo. Perché la cascata non è di proprietà del Comune ma della Regione. Ed è sempre la Regione che stabilisce anche la quantità di acqua rilasciata. Ecco perché ho fatto ricorso contro le violazioni riscontrate dall’Arpa. E come ho scritto al prefetto di Lecco e al premier Renzi, piuttosto che pagare la multa, sono disposto a dimettermi». Ma al di là della sanzione, su cui si è innescato un braccio di ferro burocratico fra Comune, Arpa e Pirellone, il caso della cascata dell’Orrido divide i 3.300 abitanti di Bellano fra pro e contro. C’è il partito dei contrari, soprattutto chi abita nelle vicinanze, che lamenta «un eccesso di rumore. Al punto che, se si lasciano le finestre aperte, non si riesce nemmeno ad ascoltare il televisore. Per cui andrebbe limitata la portata». E c’è lo schieramento dei favorevoli: «La vista della cascata è uno spettacolo meraviglioso. Un dono della natura che occorre tutelare. Il rumore? Un valore aggiunto».
A difendere la cascata della discordia c’è anche il sindaco Santalucia: «La cascata e i suoi canyon fra le rocce sono un’attrazione per il turismo. Più che limitata, andrebbe valorizzata. La quantità d’acqua viene costantemente monitorata dalla piccola centrale che sfrutta dei salti per ricavarne energia elettrica. E poi il rumore si sente soltanto di giorno, in quanto la notte la portata viene azzerata». Dal canto suo, l’Arpa precisa che i risultati delle misurazioni sull’inquinamento acustico dell’Orrido «sono stati inviati al Comune, ente cui spetta comminare la sanzione, unitamente alla contestazione e notifica di violazione al “soggetto responsabile” e cioè il proprietario dell’Orrido di Bellano che, in questo caso, risulta essere il Comune stesso».

5 ottobre 2014 | 12:43

Vallombrosa, dai monaci un gin d’altri tempi

Corriere della sera
di Marco Cremonesi - @M_Cremonesi

L’occasione fa l’uomo ghiotto. E così, quando nella diletta enoteca Cotti, qui a due passi dal Corriere, ho visto in bella mostra il gin dry Vallombrosa, ullallà: un brivido. Il fatto è che il gin fatto dai frati benedettini dell’abbazia vicino a Reggello è poco meno che leggendario. Rarissimo, aromatizzato con i botanicals che i monaci trovano in zona, procurarsene una bottiglia non è semplice, persino mettendosi in pellegrinaggio per l’abbazia: qualche anno fa, io non l’ho trovato nemmeno lì. Combinazione, quando ho trovato il Vallombrosa da Cotti, avevo appena letto il bel racconto di Sapo Matteucci, “Una giornata ideale per i Cocktail Martini”, in cui il protagonista rischia di farsi arrestare dalla banda Carità a causa della sua passione per il gin Vallombrosa e soprattutto per il Dolin, vermouth pochissimo autarchico. Insomma, era il momento di riassaggiarlo, e io l’ho fatto.

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Stupore: il Vallombrosa è la storia del gin. Diversissimo da qualunque altro distillato abbiate provato, è un po’  quello che si pensa dovrebbe essere l’old tom gin. Al naso il ginepro è netto, assertivo, ma dietro c’è qualcosa d’altro. Io non l’ho saputo individuare, ma fornisce il carattere alla bevanda. Un gin d’altri tempi, ombroso, dal sapore di muschio che mal tollera i compromessi. Pietroso, quasi. Eppure, è dolce. Dolce in modo sorprendente, soprattutto se assaggiato con qualche goccia d’acqua. E’ a mio parere, un “sipping” gin, un gin da sorseggiare liscio (attenzione, sono 47°) dopo cena. Volendo miscelarlo, credo che le ricette migliori siano quelle che richiedono, appunto, l’Old Tom gin: il Martinez, per esempio, più che il Tom Collins.

Qui, però, ruberò la ricetta di Sapo Matteucci contenuta nella raccolta di autori vari Martini Eden (Editore Nutrimenti)

Martini ai tre gin

(Corbis)
2 cl di gin dry Vallombrosa
2 cl di gin Fifty pounds
2 cl di Beefeater
I gin vanno conservati nel freezer
Qualche goccia di vermouth Dolin Dry

Nel mixing glass pieno di ghiaccio si aggiunge il vermouth, lo si mescola con energia, poi si aggiungono i tre gin e si ripete il vigoroso mescolamento. Infine, si filtra in una coppetta da Martini gelata. Guarnizione, scorzetta di limone “trasparente”, come dice Matteucci

Gli stenografi della Regione Sicilia guadagnano quasi come Napolitano

Gianpaolo Iacobini - Dom, 05/10/2014 - 08:00

I finti tagli alla Regione Siciliana

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È dura la vita dello stenografo. In Sicilia praticamente un inferno. Presa dalla frenesia del risparmio, l'assemblea regionale ha messo nel mirino i suoi dipendenti, inaugurando la stagione dei tagli. Lacrime e sangue. E risate. Perché fino al 2017 i poveri (si fa per dire) scrittori tachigrafici che sulla punta delle dita veloci fanno viaggiare nel mondo il racconto delle epiche gesta dei parlamentari siculi per la prima volta guadagneranno un po' meno del presidente Napolitano.

Al capo dello Stato è riconosciuto un appannaggio annuo di 240.000 euro. Loro, che sin qui ogni anno di euro ne prendevano 235.000 (ma al lordo, per carità), dal 2015 dovranno accontentarsi di 204.000 euro, carichi di trattenute da scomputare. Ancor peggio andrà a segretari (193.000), coadiutori (148.000), tecnici (132.200) ed assistenti (tradotto dal burocratese, i commessi), ultimi della graduatoria con 122.500 euro. I più sfortunati colleghi del Senato riceveranno paghe più basse rispetto ai parigrado siciliani? Il paragone non regge.

«Contrariamente a quel che avviene a Palazzo Madama, qui all'Ars non saranno riconosciute indennità fisse e incentivi di produttive. Le nostre sono cifre chiare e non esistono sotterfugi», spiega orgoglioso il deputato questore Paolo Ruggirello, tra i fautori della sofferta intesa coi sindacati. Portatori, aggiunge grato, «di un grande senso di responsabilità», esplicitato col voto favorevole alla proposta anche se i rappresentanti di coadiutori e parlamentari si sono astenuti. Manca adesso il sì del Consiglio di presidenza, già convocato per mercoledì. Sarà una decisione difficile: tagli così sanguinosi non s'erano mai visti, in Sicilia.

Se per il giudice l'esproprio proletario è legale

Fabrizio Boschi - Dom, 05/10/2014 - 08:10

Assolti dieci antagonisti per l'occupazione. Le motivazioni choc: "Immobile restituito alla collettività"

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Pistoia - L'esproprio proletario entra a far parte dell'ordinamento italiano. Nella rossa Pistoia un giudice ha assolto 10 persone che nel 2008 avevano occupato uno stabile pubblico, trasformandolo in un centro sociale dove poter fare anche attività politica.

Per il tribunale toscano quell'occupazione è assolutamente legittima. La bizzarra assoluzione, si legge nelle motivazioni, scaturisce dall'aver «consentito all'immobile di spiegare la funzione pubblica tipica, riconsegnando alla collettività locali da molto tempo sottratti all'uso pubblico». Insomma, oltre ad essere stati assolti si sono presi pure gli elogi della corte. A questo punto il sindaco Samuele Bertinelli (fondatore del Pd pistoiese) potrebbe anche dedicargli una piazza. Così, tanto per chiudere in bellezza questa assurda storia.

Una storia cominciata nell'aprile 2008, in seguito all'occupazione della cosiddetta «palazzina effe», un immobile fatiscente all'ex Breda est. Un'occupazione che tre mesi dopo quella data, grazie all'accordo con la Spes (società pistoiese di edilizia sociale che opera per conto del Comune e che gestisce tutti gli alloggi di edilizia residenziale pubblica della provincia), portò alla nascita ufficiale dello «Spazio liberato», concesso dalla Spes in comodato d'uso per farne un luogo di musica, informazione, performance artistiche, mostre, impegno politico.

Pur invadendo quell'edificio pubblico, non ne avevano alterato la prevista destinazione economico-sociale. Anzi, la loro condotta era orientata proprio all'esecuzione di quelle opere di interesse generale necessarie affinché quella vecchia palazzina potesse essere utilizzata per i fini che la stessa amministrazione comunale si era preposta. Quindi nessun reato, in linea con la più recente e condivisa giurisprudenza.

Il giudice monocratico di Pistoia, Luciano Costantini, ha assolto i dieci imputati (studenti, operai, professionisti, insegnanti, esponenti di associazioni) dall'accusa di invasione di edifici pubblici, «perché il fatto non sussiste». Oddio, il fatto sussiste eccome, ma non per la legge interpretata da quel giudice. Quella specifica occupazione, messa in opera da bravi e volenterosi ragazzi con l'intento di far rinascere, a forza di olio di gomito, quei locali dallo stato di abbandono in cui versavano, è sacrosanta. Il giudice sottolinea anche come la destinazione a finalità pubbliche del fabbricato fosse stata confermata dal contratto con cui, il 4 luglio 2008, la Spes aveva concesso l'immobile in comodato d'uso gratuito proprio al «Gruppo per gli spazi sociali autogestiti».

«L'intenzione degli imputati - spiega il giudice nelle motivazioni della sentenza - non era quella di esercitare sul bene pubblico diritti di signoria, ma quella di consentire all'immobile di spiegare la funzione pubblica. Ciò trova un riscontro oggettivo nel manifesto appeso alle pareti con cui si pubblicizzava l'assemblea del 19 aprile 2008, seguita da una cena e da una festa, per celebrare la restituzione alla città dell'immobile». Allora tutt'apposto. Da domani chiunque voglia occupare qualcosa che il Comune non usa, potrà tranquillamente farlo. A patto che fuori dalla porta appenda un manifesto. Che bella l'Italia.

Il sindaco arruola gli investigatori per stanare i fannulloni in Comune

Gianpaolo Iacobini - Dom, 05/10/2014 - 08:00

Nessun giallo da risolvere, né assassini da assicurare alla giustizia. Ma nel paese che regalò la prima vittoria a Garibaldi ed ai Mille l'assenteismo è vissuto come un'onta da cancellare al più presto.
 
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A Vito Sciortino sono bastati una penna ed un foglio. Quelli con i quali il sindaco di Calatafimi ha dichiarato guerra ai presunti fannulloni del Municipio, annunciando l'intenzione di schierare sul campo di battaglia una squadra di investigatori privati. Tutto nero su bianco, su un manifesto affisso all'ingresso del Comune. Per ora solo un'idea. «Vorremmo capire che costi abbia questo servizio - puntualizza Sciortino - considerato che gli impiegati sono 125». E tutti dovrebbero finire sotto l'occhio di un'agenzia investigativa.

Ai detective da assoldare sarebbe richiesto di verificare «i permessi di uscita e rientro sul posto di lavoro durante le ore di ufficio, per accertare se il dipendente sia stato autorizzato a strisciare il badge». Gli Sherlock Holmes alla siciliana dovrebbero vagliare le modalità con le quali vengono condotti da operai e funzionari municipali i servizi esterni «con orario diversificato, anche nei giorni festivi, utilizzando veicoli comunali». E confidando magari su uno sconto, ci si affiderà loro pure per valutare «il reale utilizzo dei benefici previsti dalla legge 104 sull'assistenza ai familiari disabili, se di tali permessi ci si avvalga per scopi diversi rispetto a quanto prevede la legge». «È una scelta scellerata: ci sono altri mezzi per garantire il giusto rispetto dell'orario di lavoro, peraltro senza spendere male i soldi pubblici», tuona già la Cgil. Sciortino però non molla. D'altra parte, è noto: a Calatafimi si fa l'Italia. O si muore.

Quando il diritto di recesso configura un’ipotesi di reato

La Stampa

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In tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, anche l’esercizio di facoltà astrattamente legittime, come il diritto di recesso, può costituire una modalità di realizzazione del distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore, quando effettuato al solo scopo di consentire all’imprenditore fallito di sottrarre una parte del suo patrimonio al soddisfacimento dei creditori. Lo ha affermato la Cassazione, con la sentenza 30830/14.

Il procuratore della Repubblica proponeva ricorso avverso l’ordinanza del Tribunale del riesame che annullava il provvedimento di sequestro preventivo emesso dal G.i.p., avente ad oggetto il 90% della quote di una società, in relazione al delitto di cui agli artt. 110 c.p. e 216, comma 2, l.f. (bancarotta fraudolenta), per cui si procedeva nei confronti dell’indagata.

Secondo l’ipotesi accusatoria la donna, nella sua qualità di socio amministratore della società, concorreva nel delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione con il marito, imprenditore titolare di una ditta individuale, dichiarato fallito, il quale nel corso di un’assemblea ordinaria della predetta società, aveva fraudolentemente esercitato il diritto di recesso da tale società, di cui deteneva il 90% delle quote sociali, che, in tal modo, erano state così sottratte alla procedura fallimentare riguardante la sua ditta individuale, in quanto, la relativa titolarità, in conseguenza all’avvenuto recesso, si era trasferita in capo alla moglie.

Il Tribunale del riesame aveva, invero, evidenziato come l’uomo avesse legittimamente esercitato, ai sensi dell’art. 2743 c.c., il diritto di recesso di cui era titolare, in virtù del quale il rimborso della quota di socio era avvenuto senza riduzione del capitale sociale. Il ricorrente contesta, in particolare, le legittimità dell’avvenuto esercizio del diritto di recesso, peraltro avvenuto appena due giorni prima della dichiarazione di fallimento del marito dell’indagata. Il recesso dell’uomo, secondo la prospettazione del procuratore della Repubblica, è stato effettuato proprio allo scopo di consentire all’indagato, una volta dichiarato fallito come imprenditore individuale, di sottrarre, con il concorso della moglie, una parte del suo patrimonio al soddisfacimento dei suoi creditori.

La Cassazione riporta, sul punto, i principi da tempo consolidati nella giurisprudenza di legittimità in sede di interpretazione dell’art. 216 l.f., secondo cui, in tema di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione, il distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore poi fallito, in cui si concreta l’elemento oggettivo del reato, può realizzarsi in qualsiasi forma e con qualsiasi modalità, non avendo incidenza su di esso la natura dell’atto negoziale con cui tale distacco si compie, né la possibilità di recupero del bene attraverso l’esperimento delle azioni apprestate a favore della curatela (Cass., Sez. V, n. 44891/08; Cass., Sez. V, n. 4739/99).

Conseguentemente, anche l’esercizio di facoltà astrattamente legittime può costituire uno strumento in frode ai creditori, in quanto la liceità di ogni operazione che incide sul patrimonio dell’imprenditore dichiarato fallito è un valore che va accertato in concreto (Cass., Sez. V, n. 9430/96). Secondo l’interpretazione della Cassazione, il Tribunale del riesame ha fatto discendere l’impossibilità di attribuire natura distrattiva al recesso dell’imprenditore esclusivamente dal mero riconoscimento di tale diritto in capo al socio di una s.r.l. da parte dell’art. 2734 c.c., omettendo qualsiasi accertamento in concreto sulla liceità di tale azione. Ma ciò, non appare sufficiente ad escludere la natura distrattiva dell’operazione compiuta. Per tali motivi, la Corte di Cassazione accoglie il ricorso e annulla con rinvio l’ordinanza impugnata.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Avellino. L'eredità nascosta in un libro: trova un vecchio Bot del valore di 27mila euro

Il Mattino
di Bianca Bianco

BAIANO - Un tesoro in soffitta. In un antico testo ereditato dal nonno scoprono un piccolo tesoro dimenticato. Tutto inizia due mesi fa quando il signor Nicola, cinquantenne dipendente del ministero della pubblica istruzione, sposato e residente a Baiano, decide con la moglie di mettere in ordine quella vecchia libreria carica di volumi ereditati dal nonno.

“Stavamo spolverando - racconta il fortunato Nicola - quando ci siamo soffermati su un testo antico, un libro che apparteneva a mio nonno e che custodiamo insieme agli altri. Nel maneggiare quello scritto è sbucato un foglio di carta”. I coniugi si sono resi conto che non si trattava di un appunto ma di un documento ufficiale risalente al periodo fascista. La scoperta spuntata dal volume impolverato altro non era che un Buono del Tesoro risalente al 1939, emesso dal Regno d’Italia e del valore nominale di 500 lire, al portatore.

Incuriosito, Nicola ha iniziato a scandagliare la Rete, inesauribile fonte di informazioni, per verificare se quello trovato fosse un titolo di valore. In soccorso è giunta una associazione che si chiama Agitalia a cui si rivolgono persone che vengono in possesso di titoli di stato antichi e che, non sapendo se e come riscuoterli, cercano una mediazione con la Banca d’Italia.

Nel caso dell’impiegato di Baiano, Agitalia ha già fatto compiere una prima valutazione da un consulente contabile. Il risultato della stima ha riservato belle sorprese, il valore monetario attuale del Buono del Tesoro, tra interessi, rivalutazione e capitalizzazione, per circa 76 anni di giacenza nelle casse dello Stato è pari a circa 27mila euro.

Sarà ora l’ufficio legale dell’associazione attraverso il proprio ufficio legale ad agire per il recupero della somma presso Bankitalia ed il Ministero delle Finanze.

sabato 4 ottobre 2014 - 18:07   Ultimo agg.: 21:50