lunedì 6 ottobre 2014

I giornalisti finiscono sotto accusa: vietato parlare di rom e immigrati

Paolo Bracalini - Lun, 06/10/2014 - 18:27

L'Ordine vuol punire un cronista reo di aver criticato le politiche che favoriscono gli stranieri. Già condannato un ex vicedirettore Mediaset


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«Siamo alla boldrinizzazione del giornalismo!» sbotta Andrea Miola, ex caporedattore del quotidiano Cronaca qui , oggi disoccupato dopo la chiusura della testata nel 2012. Per alleggerirlo, l'Ordine dei giornalisti del Piemonte gli ha appena notificato l'apertura di un procedimento disciplinare nei suoi confronti, per una serie di articoli sui rom in Lombardia non confacenti, secondo l'Ordine, alle accortezze linguistiche e stilistiche che bisogna usare quando si parla di nomadi (termine che l'Odg consiglia di evitare, così come pure l'offensivo «zingari», meglio «Romanì»).

In uno degli articoli incriminati il collega, partendo dalla linea dura intrapresa dall'allora premier francese Sarkozy, dava conto di un'iniziativa opposta del Comune di Milano guidato dalla giunta Pisapia: «Mentre la Francia caccia senza tante storie gli indesiderati, l'Italia li accoglie con tanto di casa gratis. Sarà Milano ad inaugurare l'era del tetto a scrocco per le famiglie nomadi, realizzando un villaggio di circa 40 case sulle sponde del fiume Lambro. Costo dell'operazione: 5 milioni di euro. La giunta ha così deliberato: una casa gratis per tutti a spese del cittadino.

Mon dieu …». Tono, taglio, scelta di termini che per l'Ordine, dopo l'esposto dell'Osservatorio sulle discriminazioni di Mantova, puzzano di razzismo e intolleranza. Così come per un altro articolo sulla differenza nell'assegnazione di case popolari tra italiani (poveri) e immigrati (meglio «migranti», o «richiedenti asilo»). Ecco qui le righe traboccanti razzismo e meritevoli di procedimento disciplinare secondo l'organo che vigila sui giornalisti: «A Milano, se sei immigrato è più facile ottenere una casa popolare.

Alla faccia della città egoista e intollerante, per dirla col cardinale Tettamanzi. Ma tant'è. Del resto, i numeri sono numeri. Nel 2009, su mille assegnazioni, 453 sono andate a beneficio di richiedenti stranieri, i quali scalano le graduatorie dell'Aler scodellando redditi da fame e prole così numerosa da far invidia alle famiglie mormone. (...) Una discriminazione bella e buona nei confronti di chi è nato qui». Un commento, con un'opinione netta ma legittima (o no?), su un fatto preciso. Per l'Ordine, però, la libertà di critica e cronaca di un giornalista in questo caso travalica i limiti consentiti, trattando in modo irriguardoso le minoranze etniche.

Miola è deciso a non presentarsi all'udienza del suo «processo» (ha chiesto di avere l'esposto contro di lui, ma l'Ordine ha detto che non può, per la «privacy»): «Mi renderei complice di un sistema che controlla i giornalisti come nei regimi dispotici», dice. Anche perché i precedenti non promettono niente di buono. L'ex vicedirettore Mediaset , storico conduttore della rassegna stampa del Tg4 , Francesco Bozzetti, è stato appena condannato dall'Ordine per una frase, sempre sui rom.

«Avevo commentato uno sgombero, scrivendo che la Romania avrebbe fatto bene a controllare i flussi migratori prima di entrare in Europa, perché l'espansione della popolazione rom costituiva un problema sociale e anche di ordine pubblico. Per questa opinione, in un editoriale, sono stato condannato. Ormai non si possono più esprimere opinioni, quando parli di immigrati è come maneggiare delle bombe, non puoi dire minimamente nulla che sollevi un problema che gli ayatollah dell'Ordine ti mettono subito il bavaglio». Ayatollah, s'intende, detto senza offesa alcuna per le popolazioni sciite.

Nel rifugio di guerra l'alcova della prostituta. «Riceveva» i clienti sotto le bombe

Il Mattino
di Paolo Barbuto

Questo articolo nasce da una scoperta di Michele Quaranta, padre della speleologia napoletana scomparso l'altroieri. Era pronto ad essere pubblicato, Michele Quaranta però voleva che uscisse solo dopo aver attrezzato l'area per le visite turistiche. Oggi Michele non c'è più ma la sua scoperta merita di divenire pubblica, deve essere sua. I lettori ci perdoneranno se in questo articolo parliamo di lui al presente e non al passato...

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Quando la torcia illumina il muro, fiatone e stanchezza scompaiono all’improvviso, e il sorriso sboccia inevitabile: «La signorina Filomena riceve anche in questo ricovero». Nel cuore di Napoli, venti metri sotto piazzetta Augusteo, dal buio si materializza una piccola grande storia, di quelle che solo la Napoli più segreta riesce a custodire: otto parole in fila che raccontano più di un libro intero. Tu sei lì e immagini la guerra, la città che soffre, la gente che corre sottoterra per paura della pioggia di bombe che la devasterà poco a poco; pensi alle lunghissime ore trascorse qui sotto dai napoletani e poi scopri che in un angolo nascosto del ricovero c’è un’alcova nemmeno tanto segreta, in una piccola grotta, dove la signorina Filomena esercitava la sua professione incurante della paura e delle bombe.


GUARDA IL VIDEO DI MARCO PERILLO

Da settant’anni il buio nasconde questo piccolo segreto di guerra. Lo hanno riscoperto Michele Quaranta e Clemente Esposito, padri della speleologia urbana cittadina che, a dispetto dell’età, avanzano nelle viscere di Napoli con spavalderia e sicurezza: un buena vista social club in versione sotterranea, e napoletana. Michele e Clemente hanno l’età della saggezza e sanno sorridere con moderazione raccontando i particolari della storia di Filomena.

L’hanno scoperta seguendo un percorso inciso sui muri umidi e scrostati del ricovero di piazzetta Augusteo: di tanto in tanto, nel loro peregrinare alla ricerca della Napoli nascosta, intercettavano una freccia, e una scritta, Filomena, appunto. Così un giorno hanno deciso di seguire quella freccia, e hanno scoperto che nel dedalo di gallerie scavate sotto via Toledo e i quartieri Spagnoli, ad ogni incrocio tornava la freccia con la scritta: impossibile imboccare il tunnel sbagliato. E, alla fine del percorso, l’alcova con il messaggio conclusivo: obiettivo raggiunto. La signorina Filomena era lì a ricevere i suoi clienti.

Tutt’intorno alla grotta di Filomena un tazebao di messaggi, un tuffo in un passato in cui ci s’innamorava anche dopo un incontro a pagamento: è tutto un fiorire di parole d’amore, «il vostro volto resterà per sempre impresso nei miei occhi», «signorina, il vostro mistero riempirà per sempre il mio cuore». Davanti all’alcova resti di legno marcito, forse un letto; all’esterno della piccola grotta degli «incontri» un'area più ampia con sedili ricavati nella roccia: la sala d’aspetto.

Attualmente l’accesso a quel ricovero non è consentito anche se c’è un ampio progetto per renderlo visitabile. Michele Quaranta lavora con tenacia alla sua idea di portare la gente lì sotto per condividere il mistero e i segreti di uno dei ricoveri di guerra più ampi di Napoli. Camminando nel buio, dietro un angolo le torce illuminano una scala altissima che oggi si perde in un muro: «Lì dietro probabilmente c’era il palazzo di Filomena - spiegano i ciceroni del ventre di Napoli - la signorina faceva, come si dice dalle nostre parti, ”casa e bottega”: quando suonava l’allarme spostava la sua attività qui sotto».

Sembra tutto incredibile, irreale, bello e spaventoso all’unisono. È una di quelle storie che solo Napoli sa raccontare e che solo le viscere della città sanno custodire, intatte e uniche.

lunedì 6 ottobre 2014 - 10:55   Ultimo agg.: 11:08

I compensi “in nero” ai dipendenti fanno presumere maggiori ricavi

La Stampa

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Appunti contenenti importi di denaro al fianco dei nominativi dei dipendenti. Da qui, tutto il resto: la presunzione di pagamenti fuori busta, l’accertamento induttivo sulla base dell’infedeltà della dichiarazione, emersa dal confronto con gli appunti, la determinazione di maggiori ricavi non contabilizzati ai fini delle imposte dirette e indirette (di uguale importo alle cifre segnate), e ulteriori ricavi pari al 2% dei compensi elargiti. Tutto secondo una corretta procedura, come affermato dall’Appello e confermato dalla Cassazione.

Con la sentenza del 1° ottobre scorso, n. 20675, la Suprema Corte rigetta il ricorso del contribuente: la sentenza di merito, che riconosce la legittimità dell’accertamento e del relativo avviso, non contiene errori. Il ricorso all’accertamento induttivo, come chiarito dalla Corte, è, infatti, autorizzato anche in base ad “altri documenti”, “ad altre scritture contabili”, diverse da quelle “previste per legge eventualmente regolari” (art. 54, comma 1, D.P.R. n. 633/72). Che, in altre parole, vuol dire che l’infedeltà della dichiarazione dev’essere accertata mediante il confronto della completezza, esattezza e veridicità delle registrazioni sulla scorta, fra l’altro, di “altri documenti”. Nel caso, i menzionati appunti.

Fatte queste precisazioni, la Corte, ha negato l’uso di presunzioni a catena lamentato dal ricorrente, respingendo anche le accuse circa l’impossibilità di presumere dai pagamenti in nero maggiori ricavi non contabilizzati costituenti base imponibile IRAP. Ma per gli Ermellini “sarebbe stato contradditorio” riconoscerli “ai fini IVA e non ai fini IRAP”.
Fonte: Fiscopiù - Giuffrè per i Commercialisti

- www.fiscopiu.it/news/i-compensi-nero-ai-dipendenti-fanno-presumere-maggiori-ricavi

L'azienda del latte cerca hostess per la fiera. Ma solo se hanno la quarta di seno. E' polemica

Il Mattino



VERONA - E' la Acram srl di Sant'Ambrogio di Valpolicella l'azienda che cerca hostess con la quarta di reggiseno per la fiera dell'impiantistica dell'industria alimentare "Cibus tec" che si terrà a Parma a fine ottobre. L'azienda veronese produce impianti di misurazione del latte con lo slogan "per noi le misure contano". La selezione, mirata solo alle maggiorate, ovviamente ha fatto il giro del web suscitando commenti d'indignazione per la scelta sessista.

«Avevamo richiesto una ragazza con un seno in linea con il nostro slogan - racconta Maria Rosa Chesini, socia della Acram al quotidiano Arena - non ci aspettavamo che l'agenzia di selezione scegliesse uno slogan così esplicito, pensavamo attingesse dal loro database.

Latte e misure per noi sono parole chiave e l'associazione d'idee porta al seno femminile, ma non di una bomba sexy ma di una madre che allatta».

domenica 5 ottobre 2014 - 17:43   Ultimo agg.: 20:23

Via Carriera Grande, la strada è un mercato. Non ne possiamo più»

Il Mattino



Gentile redazione, vi invio questa e-mail per portare a conoscenza tutti della nostra situazione. Noi abitanti di questa zona, via Carriera Grande, abbiamo fatto anche un esposto, ma non c'è stata data risposta, perché tutti i giorni è cosi ma soprattutto la domenica mattina. Cosa possiamo fare di più, se anche quando chiamiamo la polizia municipale ci rispondono che non hanno mezzi? Visto che il nostro primo cittadino è sospeso e come ha detto vuole fare il sindaco in strada, lo invito a venire qui. Grazie da una cittadina.
(lettera firmata) 

domenica 5 ottobre 2014 - 14:10   Ultimo agg.: 14:24

Rottamato, tradito, plurindagato A Vendola resta la fuga d’amore

Libero

Pare che Nichi Vendola, stufo della vita attuale, voglia piantare tutto. Via da Terlizzi, in quel di Bari, dov’è nato e vive; stop con la politica, il tempo necessario a farne svaporare i veleni. Sogna di prendere con sé il compagno, Eddy Testa, e sparire. Chi dice abbia come meta i mari del Sud e chi, più sensatamente, il Canada, patria di Eddy, italo-canadese. In Canada, i due, che già da un decennio dividono il talamo, potrebbero convolare a festose nozze gay, accette colà da diversi anni.

.itLa brama di cambiamento del governatore pugliese è frutto di un biennio frustrante. Nichi è svanito dalla scena nazionale, insieme a Sel, il suo partitino. E anche in Puglia è malmesso. Già in luglio ha annunciato che non si ripresenterà per un terzo mandato alla Regione, lasciando così che il record lombardo di Bobby Formigoni resti imbattuto. A marzo prossimo, la guida della Puglia passerà, salvo sorprese, a Michele Emiliano, l’ex sindaco pd di Bari. L’uscente potrà così tranquillamente leccarsi le ferite.

Il declino di Nichi è cominciato nel novembre 2012, con la partecipazione alle primarie del Pd. In gioco, la leadership della sinistra in vista delle politiche del febbraio 2013. Vendola che si credeva l’unico antagonista di Pierluigi Bersani, finì invece terzo, superato di varie pertiche dal rampicante Matteo Renzi. Fu una botta per l’ego vendoliano e la svolta di un’epoca: il ragazzotto fiorentino con la verve di un buttero maremmano piaceva alle platee di sinistra più di Nichi che le aveva fin lì stregate con i voli pindarici della sua oratoria e la zeppola nella voce.

Si riebbe quando Bersani impose alla presidenza della Camera Laura Boldrini, che era stata eletta nelle liste di Sel alle politiche di febbraio. L’euforia durò, sì e no, un mese. Dopodiché, la neopresidente, che quel giorno aveva lo chignon, precisò, con la consueta aria da infermiera che ti somministra l’insulina, che lei si considerava super partes. Era stata messa in lista come indipendente e non era perciò legata all’obbedienza di partito. In altre parole: chi s’è visto, s’è visto. L’identico benservito che il povero Nichi aveva già ricevuto da Giuliano Pisapia, da lui inventato come sindaco di Milano nel 2011 e poi ripagato con l’intimazione a non ronzargli attorno.

Il fondo lo ha toccato nel maggio-giugno di quest’anno con le elezioni europee e le loro conseguenze. Consapevole di non avere forze proprie, Vendola si è intruppato nella cosiddetta lista Tsipras, dal nome del marxista greco oggidì in gran voga, riuscendo, grazie all’espediente, a superare la soglia di sbarramento. La coalizione ha così eletto tre eurodeputati nessuno dei quali, purtroppo per il nostro Nichi, era collegato con Sel. Il candidato da lui direttamente appoggiato aveva infatti avuto un tracollo.

L’altro, Marco Furfaro, era rimasto con un palmo di naso per la farsesca vicenda di Barbara Spinelli. Costei, giornalista del gruppo De Benedetti e figlia del grande europeista Altiero, aveva promesso, in caso di elezione, di cedere il seggio al secondo arrivato. «Farò solo da traino», disse sublime. Però una volta eletta, si è detta: “Ma che sono scema?!” e s’è tenuta la cadrega. Sel è rimasta a bocca asciutta e Vendola, già in ribasso agli occhi dei suoi, ha fatto la figura del generale che cade da cavallo. Ne è seguito l’inevitabile.

In giugno, con la scusa del decreto sugli 80 euro ai meno abbienti, c’è stato il fuggi fuggi dal partito. Nichi era contro il decreto, perché era un’idea di Renzi e Renzi gli fa venire le bolle. Una congrua parte di Sel era invece favorevole, non per i contenuti della legge, di cui non le interessava un tubo, ma per ingraziarsi Renzi che è il futuro. Così, tra i pro e i contro, c’è stata la spaccatura. In dodici hanno voltato le spalle a Vendola, dato per spacciato come leader, e sono finiti al gruppo Misto in attesa di entrare nel Pd renziano. Tra questi, e qui la pugnalata a Nichi divenne sbudellante, il capogruppo Gennaro Migliore e Claudio Fava, che per lustri erano stati sangue del suo sangue.

Ora, sui 37 deputati iniziali, a Sel ne restano 25. Le cose non vanno meglio in Puglia. I bilanci della Sanità sono in rosso, i tempi di ricovero secolari. Ma Nichi è uscito indenne da un paio di inchieste. Un’ipotesi di peculato è stata archiviata e l’accusa di abuso d’ufficio per avere promosso primario un amico, è caduta. L’unica ombra, è che la giudice che l’ha assolto pare sia amica di sua sorella. È, invece, ancora in piedi l’imputazione di concussione aggravata nella vicenda dell’Ilva di Taranto.

Si parla di pressioni fatte dal governatore per addolcire una relazione sui veleni dell’acciaieria. Ma qui bisogna capirsi. I giudici sono scatenati e vogliono chiudere l’Ilva. Ma l’Ilva è Taranto. Senza, non c’è lavoro e il 90 per cento dei tarantini, messo alle scelte, preferisce l’alea del cancro alla certezza della miseria. Poi, detto per inciso, ci sono più tumori a Lecce che a Taranto. Vendola tifa per la fabbrica aperta e, con questo, si è messo in urto con le toghe. Altra eccellente ragione per mollare, convolare a nozze e passare la luna di miele nell’Arcipelago della Sonda.

Non era questo l’epilogo vagheggiato dal cinquantaseienne Vendola. Dopo un’adolescenza segnata dall’omosessualità invisa alla famiglia -il padre gli disse: «Se ti ammazzassi, noi tutti potremmo riacquistare una dignità»- e una laurea tra lavoretti per sbarcare il lunario, Nichi divenne deputato di Rc a 34 anni. Passò quattro legislature a Montecitorio. Peone tra i tanti, con un paio di caratteristiche: il grazioso anellino all’orecchio e un’irruenza verbale che spaziava dalle lotte contadine nella Capitanata alla salvaguardia dello zebù nel Burundi. Fu con il ritorno a Bari nel 2005, a 47 anni, come Governatore, che Nichi acquistò, paradossalmente, fama nazionale. Pareva destinato, al termine del mandato, a un rientro trionfale in Roma come volto nuovo della sinistra.

Si è invece fossilizzato in Puglia, convinto di esserne l’idolo e di avere con i concittadini - come ripete - «un rapporto prepolitico. Nonne a e madri mi fermano. I bambini mi scrivono». Porta al dito una vera, regalo di un pescatore nel giorno della sua elezione a governatore. «Avevo giurato - gli disse l’uomo, incontrato sul lungomare barese - che se vincevi ti davo la cosa più cara: la fede di mia madre». «Simboleggia il mio matrimonio col popolo», dice Nichi ostentando l’anello, come un capotribù l’amuleto su cui fonda il comando.

Così, a furia di mescolare politica e metapsichica, Vendola ha finito per innamorarsi di se stesso e, inchiodato alla sua decrepita ideologia, ha perso il treno. Gli resta l’arte delle filastrocche di cui è maestro. La più nota suona: «C’era una volta una piccola bocca che ripeteva la filastrocca di una gattina color albicocca che mangiava in una bicocca dove viveva una fata un po’ tocca …ecc». Ora si ritira, poi chissà. I poeti sono di sette vite.

di Giancarlo Perna

La sanità degli sprechi, ecco gli ospedali che spendono di più

Corriere della sera

di Simona Ravizza

Il Cardarelli di Napoli paga per i servizi di pulizia oltre il doppio del Sant’Orsola di Bologna. Le disparità in un comparto che vale 50 miliardi all’anno

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Chissà se il Cardarelli di Napoli è davvero più pulito del Sant’Orsola di Bologna. Le camere dei pazienti, i bagni e i corridoi dovrebbero essere impeccabili. I costi per la pulizia dell’ospedale napoletano sono più del doppio rispetto a quelli emiliani e rappresentano il record a livello nazionale: 17.583 mila euro per posto letto contro i 6.518 del Sant’Orsola. La media è di 7.957 euro. Magari al De Lellis di Catanzaro salvano i malati per telefono, visto che la spesa per le utenze telefoniche è il triplo di altri ospedali italiani (2.782 euro contro 910 a posto letto).

E com’è possibile che tra il Careggi di Firenze e il Niguarda di Milano - a parità di dimensioni - ci sia una differenza di dieci volte per l’elettricità (6.737 euro contro 604 a posto letto)?
Dall’elaborazione degli ultimi dati disponibili del ministero della Salute pubblicati online sull’attività economico-sanitaria (2011) emerge una fotografia su possibili sprechi e inefficienze. Di quanti soldi ha bisogno ogni anno un ospedale per sopravvivere?

Basta dividere i costi messi a bilancio con i posti letto per avere risultati sorprendenti. Le cure mediche offerte ai malati sono le stesse, ma la spesa è enormemente differente tra un ospedale e l’altro. All’Umberto I di Roma sono necessari più di 500 mila euro per ogni letto utilizzato, mentre al San Matteo di Pavia ne bastano 380 mila. Per la spesa di medici e infermieri (tra dipendenti, universitari e precari) il Policlinico Giaccone di Palermo sopporta un costo di 182 mila euro per ciascun letto contro i 130 mila dell’ospedale universitario di Parma.

In gioco ci sono soldi pubblici. La spesa degli ospedali vale più di 50 miliardi l’anno (sui 112 complessivi). E sapere come vengono usati è fondamentale. Per il governo Renzi a caccia di 20 miliardi per la manovra 2015 i tagli alla Sanità sono l’obiettivo numero 1. Ma i governatori sono insorti dichiarando che si mette a rischio la tenuta del servizio sanitario nazionale e quindi la salute dei cittadini. Bloomberg sembra dargli ragione: per il network mondiale d’informazione finanziaria, l’Italia è il terzo sistema sanitario più efficiente al mondo (preceduta solo da Singapore e Hong Kong). Chi ha ragione? È possibile ridurre i costi senza intaccare la qualità delle cure?

Tutti i numeri sono da prendere con le molle. L’obiettivo non è stilare classifiche (sempre opinabili) tra spendaccioni e virtuosi. Le enormi disparità di spesa fanno capire, però, che troppo spesso ci sono costi non collegati strettamente alla cura dei malati. Qui dentro si nasconde un tesoretto. I risparmi possibili. E le cifre in ballo sono da capogiro. La differenza tra ospedali obbliga a una riflessione. Se fosse possibile all’Umberto I spendere per posto letto quanto il San Matteo di Pavia (entrambi storici policlinici universitari) l’ospedale romano ridurrebbe le uscite di 137 milioni di euro l’anno (un quarto del bilancio).

I dati sono stati analizzati con l’aiuto del Centro studi sanità pubblica dell’Università Bicocca di Milano, insieme al fondatore Giancarlo Cesana e al ricercatore Achille Lanzarini. Numeri, tabelle, statistiche. È un mare magnum.Anche i più consolidati luoghi comuni sull’efficienza del Nord vengono messi in dubbio. L’ospedale universitario di Udine (dov’è in corso un piano di tagli contro un buco da 10 milioni) costa 170 mila euro in più a posto letto rispetto al suo omologo di Messina. Nella stessa Sardegna il Brotzu di Cagliari spende per tecnici, amministrativi e, in generale, personale non sanitario il triplo a posto letto rispetto all’ospedale universitario di Sassari (34 mila euro contro 11 mila).

Per medici e infermieri al San Giovanni/Addolorata di Roma la spesa per posto letto è di 172 mila euro contro i 140 mila di Padova, ma lo stipendio del personale pubblico è uguale in tutt’Italia. La differenza è spiegabile, dunque, solo con un diverso numero di lavoratori in corsia: ma ne ha troppi il San Giovanni/Addolorata o troppo pochi Padova? Un interrogativo simile nasce se si butta un occhio ai giorni di ricovero: nella Chirurgia generale del San Giovanni/Addolorata la degenza media è 11 giorni contro i 7 di Padova. Un caso?

Una cosa è certa: i costi della sanità sono un caos. E per cambiare, forse, non servono tagli lineari che penalizzano tutti allo stesso modo, ma manager capaci di individuare le spese improduttive e di riorganizzare l’attività. Premiando i medici e gli infermieri più bravi. E senza investimenti è dura. I costi bassi dell’energia di Niguarda? Sono iniziati con un investimento lungimirante di 22 milioni per un cogeneratore.

6 ottobre 2014 | 07:40

Socci: "Nemmeno il Papa può dare la comunione ai divorziati"

Libero

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C’è molta confusione nella Chiesa per il Sinodo che si apre oggi e discuterà sulla comunione ai divorziati risposati. Molti credenti sono smarriti di fronte alla via «rivoluzionaria» indicata dal cardinale Kasper, che fu incaricato da papa Francesco di lanciare la novità al Concistoro di febbraio e che dice sempre di parlare a nome di papa Francesco («Io ho parlato con il Santo Padre. Ho concordato tutto con lui») . La schiacciante maggioranza dei cardinali è in totale dissenso da lui. Dunque ora cosa accadrà? Davvero il Papa può intraprendere una via che capovolge quanto la Chiesa, in base alle stesse parole di Gesù e ai testi paolini, ha costantemente insegnato per duemila anni?  È possibile mettere in discussione i comandamenti, il Vangelo e i sacramenti?

Qualcuno crede che i Papi possano farlo e i media alimentano questa aspettativa. In realtà non è affatto così, perché - come ha sempre ripetuto Benedetto XVI - la Chiesa è di Cristo e non dei papi, i quali sono temporanei amministratori e non padroni. Essi sono sottoposti alla legge di Dio e alla Parola di Dio e devono servire il Signore e custodire il «depositum fidei» loro affidato. Non possono impadronirsene o mutarlo secondo proprie idee personali. Quello che tanti - anche fra i credenti - ignorano sono i limiti strettissimi che la Chiesa da sempre ha posto ai papi, mentre riconosceva l’«infallibilità» petrina nei pronunciamenti «ex cathedra» sui temi di fede e di morale.

Proprio nella Costituzione dogmatica «Pastor Aeternus» con cui al Concilio Vaticano I si definiva l’infallibilità papale, si legge: «Lo Spirito Santo infatti, non è stato promesso ai successori di Pietro per rivelare, con la sua ispirazione, una nuova dottrina, ma per custodire con scrupolo e per far conoscere con fedeltà, con la sua assistenza, la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, cioè il deposito della fede».

Il grande Joseph Ratzinger così spiegava questo principio ignorato dalla gran parte dei credenti:
«Il papa non è il signore supremo - dall’epoca di Gregorio Magno ha assunto il titolo di “servo dei servi di Dio” - ma dovrebbe essere - amo dire - il garante dell’ubbidienza, della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, escludendo ogni arbitrio da parte sua. Il papa non può dire: La Chiesa sono io, oppure: La tradizione sono io, ma al contrario ha precisi vincoli, incarna l’obbligo della Chiesa a conformarsi alla parola di Dio. Se nella Chiesa sorgono tentazioni a fare diversamente, a scegliere la via più comoda, deve chiedersi se ciò è lecito. Il papa non è dunque un organo che possa dare vita a un’altra Chiesa, ma è un argine contro l’arbitrio».

Dopo queste chiare spiegazioni Ratzinger aggiungeva: «Faccio un esempio: dal Nuovo Testamento sappiamo che il matrimonio sacramentale è indissolubile. Ci sono correnti d’opinione che sostengono che il Papa potrebbe abrogare quest’obbligo. Ma non è così. E nel gennaio del 2000, rivolgendosi ai giudici romani, il papa (Giovanni Paolo II) ha detto che, rispetto alla tendenza a voler vedere revocato il vincolo dell’indissolubilità del matrimonio, egli non può fare tutto ciò che vuole, ma deve anzi accentuare l’obbedienza, deve proseguire anche in questo senso il gesto della lavanda dei piedi».

Anche il cardinale Caffarra, un’autorità sui temi morali già dal pontificato di Giovanni Paolo II, opponendosi alla proposta di Kasper, ha sottolineato che nemmeno i pontefici possono sciogliere il vincolo del primo matrimonio, quindi la Chiesa non può riconoscere un secondo matrimonio, né di diritto, né di fatto, come prospetta Kasper con l’ammissione all’eucarestia dei divorziati risposati. Caffarra ha anche voluto ricordare la parole di Giovanni Paolo II in un’allocuzione alla Sacra Rota:

«Emerge con chiarezza che la non estensione della potestà del romano Pontefice ai matrimoni rati e consumati, è insegnata dal magistero della Chiesa come dottrina da tenersi definitivamente anche se essa non è stata dichiarata in forma solenne mediante atto definitorio». Il cardinale di Bologna ha spiegato il peso di queste parole di papa Wojtyla: «La formula è tecnica, “dottrina da tenersi definitivamente” vuol dire che su questo non è più ammessa la discussione fra i teologi e il dubbio tra i fedeli». In pratica questa verità non può nemmeno essere messa in discussione fra i credenti. Conseguentemente non è possibile nemmeno mutare la disciplina relativa all’accesso all’eucaristia.

C’è un libro significativo dello stesso cardinale Kasper, un volume oggi introvabile e dimenticato da tutti che fu pubblicato appena dieci anni fa da Herder e Queriniana e s’intitolava «Sacramento dell’unità. Eucaristia e Chiesa». Fu scritto e pubblicato in occasione dell’anno eucaristico indetto da Giovanni Paolo II fra 2004 e 2005. Quel libro di Kasper che tocca vari punti spinosi e contestati e sembra davvero in linea col magistero di sempre della Chiesa e di papa Wojtyla. Per quanto riguarda l’accesso alla comunione sacramentale, Kasper sottolinea che non può essere per tutti: «non possiamo invitare tutti a riceverla». Non vi si può accedere in stato di peccato grave, ma solo quando - tramite la confessione - si è in grazia di Dio per «non mangiare e bere indegnamente il corpo e il sangue del Signore».

Kasper aggiunge: «L’affermazione che l’unità e la comunione sono possibili soltanto nel segno della croce ne include un’altra, e cioè che l’eucaristia non è possibile senza il sacramento del perdono.
La Chiesa antica era pienamente cosciente di questo nesso. Nella Chiesa antica la struttura visibile del sacramento della penitenza consisteva nella riammissione del peccatore alla comunione eucaristica. Communio, excommunicatio e reconciliatio costituivano tutt’uno. Dietrich Bonhoeffer, il teologo luterano giustiziato dai nazisti nel 1945, ha messo giustamente in guardia dalla grazia a buon mercato. “Grazia a buon mercato è sacramento in svendita, è la cena del Signore senza la remissione dei peccati, è l’assoluzione senza confessione personale”.

La grazia a buon mercato è per Bonhoeffer la causa della decadenza della Chiesa». La «concezione superficiale» dell’eucaristia, spiegava Kasper, «disgiunta dalla croce e dal sacramento della penitenza conduce alla banalizzazione di tali aspetti e alla crisi dell’eucaristia quale quella a cui oggi assistiamo nella vita della Chiesa». Il cardinale tedesco arrivava a scrivere giustamente: «La crisi della concezione dell’eucaristia è il nucleo stesso della crisi della Chiesa odierna».

Ognuno può facilmente valutare la contraddizione fra questo Kasper dell’altroieri e il Kasper di oggi. Gli «innovatori» del Sinodo, di cui egli è uno dei capifila, ovviamente non hanno il coraggio di mettere in discussione apertamente la dottrina, perché questo significherebbe mettere in soffitta il Vangelo stesso. Essi sostengono che non si tratta di cambiare la dottrina, ma solo la pastorale sull’accesso all’eucaristia.

Ma nella Chiesa dogma e pastorale non possono assolutamente essere separate. La ragione teologica della loro unione indissolubile l’ha spiegata ancora una volta Joseph Ratzinger: «pastorale e dogma s’intrecciano in modo indissolubile: è la verità di Colui che è a un tempo “Logos” e “pastore”, come ha profondamente compreso la primitiva arte cristiana che raffigurava il Logos come pastore e nel pastore scorgeva il Verbo eterno, che è per l’uomo la vera indicazione della via».

In sostanza Gesù Buon Pastore è anche il Logos, il Verbo eterno di Dio. Non è possibile separare la misericordia dalla verità. Ciò significa che non si può mutare l’accesso all’eucaristia per una categoria particolare di persone come i divorziati risposati (per i quali vale la legge che vale per tutti), ma vuol dire pure che verso di loro la Chiesa - come hanno ripetuto papa Wojtyla e Benedetto XVI - intende manifestare in mille altri modi la sua amorosa accoglienza di madre.

di Antonio Socci
www.antoniosocci.com

Weidmann, il falco della Bundesbank: «Il vostro guaio sono i sindacati»

Corriere del Mezzogiorno

Il banchiere, «intercettato» mentre va a scegliere le cravatte «sette pieghe», non fa sconti: «Burocrazia lenta e criminalità, ecco perché non si investe al Sud»

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NAPOLI - È soprannominato il “falco”, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann. Ha 46 anni e dal 2011 è a capo della Banca centrale tedesca. Arrivato a Napoli domenica scorsa per partecipare al vertice della Bce con Mario Draghi ed i colleghi governatori degli altri Paesi europei, dopo gli impegni istituzionali ha voluto trascorrere le ultime 12 ore di sua permanenza nel capoluogo campano per un po’ di shopping, visitare il Museo archeologico e gustare una buona pizza.
Ma prima di tutto, così come aveva fatto già un anno e mezzo fa venendo a Napoli, ha fatto visita al suo amico Salvatore Sanseverino, il “signore” delle cravatte sette pieghe, dal quale si rifornisce da anni. Ed è proprio nell’atelier Sanseverino al Centro direzionale che abbiamo incontrato il numero uno della Bundesbank.

Sappiamo che da anni acquista le cravatte made in Italy di Salvatore Sanseverino, la sua è una vera e propria passione?
«Si, ho conosciuto le cravatte Sanseverino grazie al vostro ex premier Romano Prodi che me ne regalò una bellissima. Da allora ne ho volute acquistare molte. Ed ogni volta che ritorno a Napoli vengo in questo atelier per prenderne delle altre. Mi piace molto il made in Italy e so che i sarti napoletani sono famosi in tutto il mondo, e a ragion veduta devo ammettere. Ho un sarto tedesco, ma mi piacerebbe molto indossare vestiti italiani».

.it A proposito del made in Italy ed in particolare del Mezzogiorno d’Italia, secondo lei perché la Germania dell’Est dopo l’unificazione è cresciuta velocemente tanto da mettersi in pari con l’Ovest, ed invece dopo un secolo e più il Sud qui in Italia non riesce a raggiungere i livelli del Nord, soprattutto per quanto riguarda le capacità economiche? «Dopo la riunificazione sulla Germania dell’Est sono piovuti in massa investimenti; si è fatto un gran lavoro e sono arrivati imprenditori da ogni parte dell’Ovest. Di pari passo sono state fatte le giuste riforme perché tutto ciò portasse una reale crescita e così è stato. Penso invece che la difficoltà del Sud in Italia dipenda proprio dalla mancanza di investimenti, che non sono arrivati per tutta una serie di fattori: dalla lentezza della giustizia, alla criminalità. Insomma, non si è fatto molto per renderla appetibile agli investimenti. Tutto cambierebbe facendo una serie di riforme essenziali per cambiare radicalmente le cose».

Lei sa che mai come in questi ultimi anni è ripresa una vera e propria migrazione dal Mezzogiorno d’Italia verso la Germania per cercare lavoro?
«E’ normale, perché in Germania la legislazione sul lavoro funziona molto bene. Nulla è lasciato al caso. So bene che gli italiani da noi sono tantissimi e so anche che hanno trovato terreno favorevole per poter realizzarsi, mandare avanti una famiglia. Da noi anche il rapporto tra lavoratori ed aziende, ed aziende e sindacati è diverso dall’Italia».

Ci spieghi meglio, in cosa sono diversi in particolare i vostri sindacati da quelli italiani?
«In Germania i sindacati riescono a conciliare tutela dei lavoratori e relazioni sindacali con aziende collaborative in modo da trovare sempre la migliore delle soluzioni. Ho invece l’impressione che in Italia il rapporto tra sindacati, aziende e istituzioni sia troppo conflittuale. E’ un eccessivo muro contro muro».

Sa che in questo momento c’è una grossa polemica tra sindacato e Governo sulla riforma del lavoro ed in particolare sull’articolo 18?
«So del dibattito in atto, ma so anche che così come è accaduto in Germania, anche qui sono necessarie riforme sostanziali e sicuramente anche del lavoro. Lei pensa che il Governo Renzi riuscirà a fare tutte le riforme che ha annunciato finora? Io credo che solo mettendole in atto veramente si possa davvero cambiare la situazione e venir fuori dalla crisi».

Sarebbe un giovamento anche per l’Eurozona? «Si certo, perché se non verranno create le condizioni per crescita e stabilità nei Paesi che ne hanno bisogno, più lunga sarà la debolezza dell’Eurozona e con essa le pressioni sulla politica monetaria».

Come giudica l’esito del vertice della Bce appena concluso a Napoli? «Sicuramente in modo positivo».

Come trascorrerà questa ultime ore private a Napoli?
«Dopo la visita all’atelier Sanseverino andrò al Museo archeologico e poi spero di gustare una buona pizza. Mi piace molto Napoli e sicuramente mi piacerebbe vederla in modo più approfondito, ma per ragioni di sicurezza per il momento non è possibile».

Lei sa che il cancelliere tedesco Angela Merkel trascorre ogni anno le sue vacanze nell’isola d’Ischia?
«Sì, non solo so che Ischia è bellissima, ma anche Capri. Oggi per esempio era prevista una visita turistica proprio a Capri di un gruppo di partecipanti d el vertice della Bce. Saremmo stati in tanti ed avremmo visto poco, ecco perché ho preferito restare a Napoli prima di ripartire per Francoforte. Mi piace moltissimo questa città e conto di tornarci in futuro, magari anche con la mia famiglia. Peccato che i collegamenti aerei con Francoforte non siano tantissimi, bisogna per forza di cose fare scalo a Monaco di Baviera».

(Tra una domanda e l’altra Weidmann, dopo averci anche rivelato la sua fede calcistica — tifa per l’Eintracht Francoforte — riesce finalmente a scegliere tre cravatte per sé, sotto la guida esperta del patron Salvatore Sanseverino, da cui riceve anche un omaggio per figli e moglie. Ed ovviamente prima di andar via paga il dovuto. Con i tedeschi guai a dire «è un regalo». Suonerebbe come un’offesa).