mercoledì 8 ottobre 2014

C'è vita dopo la morte: ecco cosa succede quando il cuore non batte più

Libero

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Quando si muore si sente qualcosa? Si esce dal proprio corpo? O ancora, cosa si prova? Ora a queste domande risponde una ricerca scientifica che ha raccolto i racconti delle persone che hanno vissuto un'esperienza di premorte e poi sono tornate a vivere. Lo studio, pubblicato su Resuscitation, è stato condotto dall'Università di Southampton. Sono stati sentite oltre 2mila persone che hanno subìto un arresto cardiaco in 15 ospedali britannici, americani e austriaci e le analisi hanno rivelato l'esistenza di una "finestra di consapevolezza" di alcuni minuti dopo che il cuore ha smesso di battere. Quasi il 40% dei sopravvissuti a un arresto cardiaco, infatti, descrive un qualche tipo di coscienza nel periodo di tempo in cui erano clinicamente morti, prima che il cuore ripartisse.

Le esperienze - Un uomo addirittura ha ricordato di aver lasciato il suo corpo e di aver assistito alle manovre di rianimazione da un angolo della stanza. Nonostante sia rimasto "morto" per tre minuti, il 57enne di Southampton coinvolto nella ricerca ha ricordato le azioni degli infermieri nel dettaglio, descrivendo persino il suono dei macchinari. "Sappiamo che il cervello non può funzionare quando il cuore smette di battere" spiega al Telegraph il coordinatore del lavoro, Sam Parnia, ricercatore un tempo alla Southampton University e oggi alla State University di New York.

"Ma in questo caso la consapevolezza cosciente è continuata per più di 3 minuti nel periodo in cui il cuore non batteva, nonostante il cervello si disattivi 20-30 secondi dopo che il cuore si è fermato". E non si tratta di immaginazione o autosuggestione. "L'uomo - prosegue Parnia - ha descritto tutto quello che è accaduto nella stanza. Ma cosa ancor più importante, ha udito due beep di un macchinario che fa un rumore a intervalli di 3 minuti. Così possiamo misurare la durata della sua esperienza. Ci è apparso molto credibile: tutto quello che ci ha detto gli era davvero accaduto".

Resuscitati - Dei 2.060 pazienti in arresto cardiaco studiati, 330 sono sopravvissuti e 140 hanno avuto esperienza di un qualche tipo di consapevolezza mentre venivano rianimati. I racconti, però, non sono tutti uguali. Alcuni pazienti infatti non ricordano dettagli specifici, ma sembrano emergere dei temi comuni. Un "resuscitato" su cinque ha sentito un insolito senso di pace e quasi un terzo ha avuto la sensazione che il tempo rallentasse o accelerasse. Alcuni hanno ricordato una luce intensa, un flash dorato o un grande sole luminoso. Altri ricordano paura o una sensazione come di annegamento. Il 13% si è sentito separato dal corpo e altri hanno percepito un affinarsi dei sensi.



Viaggio nell'Aldilà. Il bambino tornato dal Paradiso: "Sono stato tra le braccia di Gesù"

Libero
14 luglio 2014


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È il 2003. Il 4 luglio - festa nazionale negli Stati Uniti - una normale famiglia americana che vive nel Nebraska, a Imperial, paesino agricolo che ha appena «duemila anime e neanche un semaforo», sta stipando di bagagli una Ford Expedition blu. I Burpo partono verso Nord per andare a trovare lo zio Steve, che vive con la famiglia a Sioux Falls, nel South Dakota (hanno appena avuto un bambino e vogliono farlo vedere ai parenti).

L’auto blu imbocca la Highway 61. Alla guida c’è il capofamiglia Todd Burpo, accanto a lui la moglie Sonja e sul sedile posteriore il figlio Colton, di quattro anni, con la sorellina Cassie. Fanno rifornimento a una stazione di servizio nel paese dove nacque il celebre Buffalo Bill prima di affrontare immense distese di campi di granoturco. È la prima volta in quattro mesi che i Burpo si concedono qualche giorno di ferie dopo la scioccante vicenda che hanno vissuto il 3 marzo di quell’anno.

Il piccolo Colton quel giorno aveva cominciato ad avere un forte mal di pancia. Poi il vomito. Stava sempre peggio, finché i medici fecero la loro diagnosi: appendice perforata. Fu operato d’urgenza a Greeley, in Colorado. Durante l’operazione la situazione sembrò precipitare: «Lo stiamo perdendo! Lo stiamo perdendo!». Il bambino era messo molto male e passò qualche minuto assai critico. Poi però si era ripreso. Per il babbo e la mamma era stata un’esperienza terribile. Lacrime e preghiere in gran quantità, come sanno tutti coloro che son passati da questi drammi.

Dunque, quattro mesi dopo, il 4 luglio, la macchina giunge a un incrocio. Il padre Todd si ricorda che girando a sinistra, a quel semaforo, si arriva al Great Plains Regional Medical Center, il luogo dove avevano vissuto la scioccante esperienza. Come per esorcizzare un brutto ricordo passato il padre dice scherzosamente al figlio: «Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?». Il bambino fa capire che ne fa volentieri a meno. La madre sorridendo gli dice: «Te lo ricordi l’ospedale?». Risposta pronta di Colton: «Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli».

Gli angeli? I genitori si guardano interdetti. Dopo un po’ indagano. Il bimbo racconta con naturalezza i particolari: «Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio». «Quindi», domanda il padre all’uscita del fast food, «c’era anche Gesù?». Il bimbo fa di sì con la testa «come se stesse confermando la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. “Sì, c’era Gesù”».

«E dov’era di preciso?» domanda ancora il signor Burpo. Il figlio lo guarda dritto negli occhi e risponde: «Mi teneva in braccio». I due genitori allibiti pensano che abbia fatto un sogno nel periodo d’incoscienza. Ma poi vacillano quando Colton aggiunge: «Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono». Alla richiesta di capire come fa lui, che in quei minuti era in sala operatoria in stato d’incoscienza, a sapere cosa stavano facendo i genitori, il bambino risponde tranquillamente: «Perché vi vedevo. Sono salito su in alto, fuori dal mio corpo, poi ho guardato giù e ho visto il dottore che mi stava aggiustando.

E ho visto te e la mamma. Tu stavi in una stanzetta da solo e pregavi; la mamma era da un’altra parte, stava pregando e parlava al telefono». Era tutto vero. Così come era vero che la mamma di Colton aveva perduto una figlia durante una gravidanza precedente. Colton, che era nato dopo, non l’aveva mai saputo, ma quella sorellina lui l’aveva incontrata in cielo e lei gli aveva spiegato tutto. Sconvolgendo i genitori: «Non preoccuparti, mamma. La sorellina sta bene. L’ha adottata Dio». Di lei il ragazzo dice: «Non la finiva più di abbracciarmi».

Comincia così, con la tipica semplicità dei bambini che raccontano cose eccezionali come fossero normali, una storia formidabile che poi il padre ha raccontato in un libro scritto con Lynn Vincent, Heaven is for Real (tradotto dalla Rizzoli col titolo Il Paradiso per davvero). È da questo libro - bestseller negli Stati Uniti - che vengono queste notizie. All’uscita, nel 2010, conquistò la prima posizione nella top ten del New York Times, e subito dopo dalla storia di Colton è stato tratto un film che è appena arrivato in Italia (dal 10 luglio), sempre col titolo Il Paradiso per davvero.

Il film, col marchio Tristar, è diretto da Randall Wallace (lo sceneggiatore di Braveheart) e negli Usa ha avuto un grande successo. Può anche essere che da noi sia un flop, perché gli americani hanno una sensibilità religiosa molto più profonda di quella europea (il caso americano smentisce il paradigma della sociologia moderna, secondo cui la religiosità declinerebbe quanto più aumenta la modernizzazione).

La storia (vera) del piccolo Colton, peraltro, è una tipica esperienza di pre-morte, cioè un fenomeno che l’editoria e la cinematografia statunitense in questi anni hanno scoperto e raccontato molto. Anche perché i maggiori istituti di sondaggio Usa hanno scoperto che si tratta di un’esperienza estremamente diffusa. Ne ho parlato nel mio ultimo libro, Tornati dall’Aldilà (Rizzoli), perché negli ultimi quindici anni la stessa medicina ha studiato approfonditamente questi fenomeni, scoprendo che non sono affatto da considerarsi allucinazioni, ma sono esperienze reali, vissute da persone in stato di morte clinica.

Gli studiosi (io ho citato specialmente i risultati di un’équipe olandese) si sono trovati a dover constatare che la coscienza (anzi una coscienza allargata, più capace di capire) continua a vivere fuori dal corpo anche dopo che le funzioni vitali del corpo e del cervello sono cessate. È quella che - con linguaggio giornalistico - ho chiamato «la prova scientifica dell’esistenza dell’anima». Questi stessi studiosi, con le loro analisi scientifiche, concludono che non si possono spiegare queste esperienze se non ricorrendo alla trascendenza.

Mi sono imbattuto personalmente in questo mistero con la vicenda di mia figlia e mi sono reso conto, dopo aver pubblicato il mio libro, che tanto grande è l’interesse popolare, della gente comune, quanto impossibile è in Italia una discussione sui giornali (o in altre sedi) fra intellettuali e studiosi, su questi fenomeni. C’è letteralmente paura di guardare la realtà. La nostra è la cultura dello struzzo, quello che mette la testa dentro la sabbia per non vedere qualcosa che non vuole vedere. C’è come una censura sull’Aldilà e - in fondo - sul nostro destino eterno: «Tutto cospira a tacere di noi/ un po’ come si tace un’onta/ forse un po’ come si tace/ una speranza ineffabile» (Rilke).

Ma paradossalmente la censura sull’Aldilà (e specialmente sull’Inferno) c’è anche in un certo mondo cattolico che ha adottato «la sociologia come criterio principale e determinante del pensiero teologico e dell’azione pastorale» (Paolo VI). Così accade che, paradossalmente, la scienza è arrivata a constatare il soprannaturale, in questi fenomeni, prima del mondo ecclesiastico e teologico. Eppure la Vita oltre la vita sarebbe l’unica cosa davvero importante. La sola degna di meditazione. È il grande conforto nel dolore della vita. È stata la grande meta dei santi.Forse bisogna aver assaporato proprio il dolore della vita e della morte per capire. Per avere questo sguardo e questa saggezza. Per lasciarsi consolare dalla Realtà di quell’abbraccio di felicità.

Eric Clapton, alla tragica morte del suo bimbo, scrisse una canzone struggente, Tears in Heaven, dove fra l’altro diceva: «Oltre la porta c’è pace, ne sono sicuro/ E lo so: non ci saranno più lacrime in Paradiso».

di Antonio Socci





Socci racconta: "Mia figlia Caterina era morta, poi è risorta"

Libero
08 aprile 2014

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Era una sera come tante. Caterina stava decidendo con le sue amiche se andare a mangiare una pizza o cucinare un piatto di spaghetti in casa. In un attimo la sua vita è cambiata, solo il tempo di dire: "Oddio, mi sento male", poi il buio. Le amiche tutt'intorno la stringono per evitare che cadendo batta la testa. La disperazione, il panico davanti al pallore e al silenzio di Caterina.  Lei è Caterina Socci. Il 12 settembre 2009 era morta.

Aveva 24 anni, Suo padre Antonio, giornalista, scrittore, direttore della scuola di giornalismo di Perugia (e penna di Libero) fu avvisato dopo un'ora e mezza. Da Siena a Firenze, in auto con la moglie andava incontro a un dolore che è un buco nel petto. Credeva di dover fare quel viaggio da Siena a Firenze dodici giorni più tardi quando Caterina avrebbe discusso la sua tesi per diventare architetto.

Le preghiere - La diagnosi fu di quelle che lasciano senza parole e neanche senza fiato per respirare. "Aritmia fatale". Due parole tombali. Quel fatale che non spiega nulla e dice tutto. Basta, finito.  I soccorritori usarono ripetutamente il defibrillatore ma più passava il tempo, più le possibilità di riportare in vita Caterina diminuivano. Oltre ai soccorsi, arrivò anche don Andrea Bellandi l'assistente spirituale degli studenti di Comunione e Liberazione che cominciò a pregare sotto lo sguardo scettico dei medici che lo guardavano con l'espressione di chi pensa "stai solo perdendo tempo". Ma le preghiere continuavano, incessanti. E ostinato contro quell'aritmia fatale che le aveva bloccato il cuore.

La resurrezione - Al terzo rosario il cuore di Caterina riprese a battere di nuovo. Regolare. Caterina era tornata in vita. Era risorta. Da quest' esperienza Antonio Socci è partito per il suo saggio Tornati dall'Aldilà (pubblicato da Rizzoli). Circa il 5 per cento della popolazione mondiale ha avuto un'esperienza di ritorno alla vita, tre milioni solo in Italia. Caterina adesso si sta lentamente riprendendo, sta riannodando il filo della sua esistenza dove si era spezzato. E' cosciente, vivace. Ha recuperato la memoria, ha ricominciato a dire "mamma" e "papà". Sta recuperando con la logopedia e la fisioterapia.

Procura di Milano, indagato Bruti Liberati

Libero

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Prima la lunga sequela di accuse e controaccuse tra il capo della procura Edmondo Bruti Liberati e il pm Alfredo Robledo, con tanto di indagine del Csm. Poi la rimozione di Robledo dalla guida del pool reati contro la pubblica aamministrazione e il suo trasferimento all'ufficio esecuzione pene. E ora l'ennesimo "caso" che getta più di un'ombra sull'operato della procura milanese: l'apertura di un fascicolo d'indagine a carico di Bruti Liberati, che la procura di Brescia accusa di omissione di atti d'ufficio.

La vicenda cui fanno riferimento i magistrati bresciani, competetenti a indagare e giudicare l'operato dei colleghi milanesi, è quella dell'asta bandita dal Comune di Milano (sindaco Giuliano Pisapia) il 16 dicembre 2011 per vendere il 29,75% della Sea, la società che gestisce Linate e Malpensa, al fine di far cassa e far quadrare il bilancio di Palazzo Marino. L'ipotesi è quella di una turbativa che avrebbe favorito Vito Gamberale e il suo fondo "F2i".

Il 25 ottobre di quell'anno la procura di Firenze trasmise per competenza ai colleghi milanesi una intercettazione di pochi mesi prima nella quale Gamberale e un suo manager parevano prefigurare il tentativo di farsi cucire addosso il capitolato del bando del Comune. Bruti Liberati, come riporta il Corriere della Sera, mise l'intercettazione tra gli atti "non costituenti notizie di reato" e il 2 novembre la consegnò al pm Eugenio Fusco.

Il 6 dicembre, dieci giorni prima dell'asta, Fusco segnalò a Bruti l'opportunità di riassegnare il fascicolo a Robledo per competenza del pool reati contro la pubblica amministrazione. Ma a Robledo il fascicolo arrivò soltanto il 16 marzo 2012, tre mesi dopo l'asta, nel frattempo andata deserta con l'offerta fuori tempo di una società indiana e l'aggiudicazione delle azioni Sea a Gamberale a 1 euro più della base d'asta di 385 milioni.



Bruti Liberati, il Pd prepara la legge su misura per confermarlo capo della procura di Milano

Libero
17 luglio 2014



  trovato il suo uovo di Colombo per togliere le castagne dal fuoco al Consiglio superiore della magistratura premiando pure il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati. L’idea è venuta a Donatella Ferranti, presidente della commissione giustizia della Camera, che ha proposto una norma ponte per consentire a tutti quelli nelle condizioni di Bruti Liberati (scaduto nell’incarico a giugno e con massimo due anni ancora prima di andare in pensione) di avere prorogato l’incarico direttivo fino al 31 dicembre 2015 senza dovere seguire la consueta procedura di passaggio al Csm, che nel caso di Milano potrebbe avere qualche rischio, viste le recenti vicende del braccio di ferro fra il procuratore e alcuni suoi aggiunti fra cui Alfredo Robledo.


La Ferranti ha fatto inserire e votare dalla commissione un parere in cui si chiede al governo proprio quel salvagente per Bruti Liberati. Il testo inserito è questo: «Sempre in via transitoria e fino al 31 dicembre 2015 potrebbe essere utile prevedere una norma che preveda, per i dirigenti degli uffici giudiziari in servizio prossimi al collocamento a riposo, la prosecuzione nell’incarico direttivo e semidirettivo senza la necessità di attivare una apposito procedura di conferma.

Ciò al fine di evitare l’aggravio di lavoro del Consiglio superiore della magistratura che altrimenti dovrebbe provvedere quasi contestualmente per uno stesso posto alla procedura di conferma del dirigente in servizio prossimo alla pensione e alla tempestiva nomina del successore». Un suggerimento che certo scioglie il caso Milano, ma rischia di stravolgere non poco la ratio delle varie riforme degli incarichi direttivi introdotte con le poche leggi che hanno cambiato in questi anni regole ataviche di amministrazione della giustizia.

Attualmente infatti ogni incarico direttivo viene deciso dall’organo di autogoverno della magistratura- il Csm - e ha un periodo massimo di 4 anni. Nel caso di Bruti Liberati la guida della procura di Milano è stata assegnata dal Csm nel giugno del 2010. I quattro anni sono scaduti, e proprio ai primi di luglio il procuratore del capoluogo lombardo ha annunciato in una lettera ai suoi pubblici ministeri che avrebbe chiesto la riconferma al Csm per altri quattro, secondo le procedure di legge. Sulla decisione pesa naturalmente l’istruttoria sulla lite con i procuratori aggiunti che ha occupato in questi mesi il Csm fra mille imbarazzi e difficoltà.

Non solo: Bruti Liberati compirà 70 anni il prossimo 10 ottobre e in teoria raggiungerebbe il termine massimo per la pensione due anni dopo. La Ferranti con la sua proposta- fatta propria dall’intera commissione- riuscirebbe a salvare capra e cavoli, perché il procuratore capo riuscirebbe a restare in servizio fino quasi alla soglia della pensione senza avere bisogno del sì del Csm.

di Chris Bonface

Microsoft, gli utili volano grazie ad Android

La Stampa
antonino caffo

Tra le aziende che hanno pagato di più per utilizzare i brevetti di Redmond c’è Samsung: tra il 2012 e il 2013 avrebbe sborsato oltre un miliardo di dollari. Windows Phone, Xbox e Skype nello stesso periodo hanno incassato 848 milioni


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Microsoft possiede circa 200 brevetti necessari allo sviluppo di smartphone e tablet Android la cui lista era stata svelata lo scorso giugno dal Ministero del commercio cinese (Mofcom). Grazie ad un documento pubblicato qualche giorno fa ora si conoscono le cifre che permettono alla compagnia di Satya Nadella di riempire le casse aziendali senza muovere nemmeno un dito nella vendita di hardware e software.

La maggior parte degli accordi sui brevetti riguardano licenze fondamentali per realizzare prodotti che usano Android e Chrome OS, il sistema operativo che gira sui portatili della serie Chromebook. A quanto pare, il grosso delle entrate di Microsoft, provenienti dallo sfruttamento dei diritti sui brevetti, è maggiore del guadagno che arriva dalle vendite totali di telefoni Windows Phone e di console Xbox (tutte le generazioni). 

Tra le aziende che hanno pagato di più per ottenere il permesso di utilizzare i brevetti di Microsoft c’è Samsung che tra il 2012 e il 2013 avrebbe sborsato circa 1 miliardo di dollari per poter costruire i propri modelli di punta nel settore mobile. Ma oltre gli accordi economici c’è di più. Secondo quanto rivela il documento pubblicato su Scribd, Microsoft avrebbe offerto a Samsung la possibilità di ridurre l’indennizzo per le licenze qualora avesse deciso di sviluppare prodotti con sistema operativo Windows al fianco di quelli con Android. 

Una possibilità che finora Samsung non ha preso in considerazione anche se non è troppo tardi. Secondo fonti vicine all’azienda infatti, il produttore sudcoreano avrebbe firmato nel 2011 un accordo di sette anni , in cui ha accettato di pagare a Microsoft i diritti sui brevetti utilizzati (e solo su quelli utilizzati). Da qui al 2018 quindi potremmo vedere un telefono o una tavoletta Galaxy con sistema operativo Windows/Windows Phone invece che Android. Ma, a quanto pare, Samsung non è quel cliente zelante che Microsoft si aspettava. Dopo il pagamento di 1 miliardo di dollari per i primi introiti derivanti dalla vendita di dispositivi Android, Samsung avrebbe bloccato i pagamenti, a seguito dell’acquisto del comparto mobile di Nokia da parte di Microsoft.

Un’acquisizione che, secondo la sudcoreana, avrebbe invalidato il contratto firmato nel 2011; un motivo sufficiente per bloccare tutti i pagamenti, sia quelli che avrebbe già dovuto estinguere che i futuri. Samsung si appella ad una clausola presente nell’accordo secondo cui Microsoft si impegnava ad utilizzare tecnologie della concorrente per i propri prodotti, all’interno di ciò che si potrebbe definire come uno scambio di favori in ambito tecnologico.

Il problema è che con l’ingresso di Nokia, Microsoft non avrebbe più questa urgenza nel pescare nel sapere di Samsung, potendo contare sulle tecnologie introdotte dall’acquisizione finlandese. Inoltre, nel caso in cui Microsoft dovesse chiedere aiuto a Samsung per lo sviluppo di alcuni dispositivi, la compagnia di Nadella potrebbe condividere i brevetti con Nokia (ne avrebbe diritto, vista l’acquisizione), eventualità che evidentemente non è ben accetta dall’altra parte dell’oceano. 

Al di là di Samsung ci sono altre 25 compagnie che hanno permesso a Microsoft di guadagnare dalla concessione dei suoi brevetti. Da HTC ad Acer, passando per Barnes & Noble. Una serie di accordi grazie ai quali l’azienda di Redmond riceve entrate sull’80% dei telefoni Android venduti negli Stati Uniti. Come riporta il sito Quartz, l’utile che deriva da tali licenze supera gli 848 milioni di dollari realizzati dalla divisione Entertainment and Devices di Microsoft, che include Xbox, Windows Phone e Skype.

Riduzione orario: necessario il consenso scritto del lavoratore

La Stampa

E’ necessario il consenso scritto del lavoratore per la modifica del rapporto di lavoro in riferimento alla modifica dell’orario, quale elemento essenziale del suddetto rapporto. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 16089/14.
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La Corte d’appello di Milano, confermando la sentenza di primo grado, respingeva le domande dei lavoratori dirette all’accertamento del diritto al mantenimento dell’orario di lavoro che veniva applicato dal precedente datore di lavoro. I soccombenti ricorrevano in Cassazione, contestando la decisione della Corte milanese che aveva ritenuto valida l’accettazione tacita, per comportamenti concludenti, della modifica dell’orario di lavoro imposta dal nuovo datore.

La Cassazione, nell’affrontare il caso in esame, riporta il principio generale secondo cui «alla contrattazione collettiva non è consentito incidere su posizioni già consolidate o su diritti già entrati nel patrimonio dei lavoratori in assenza di una specifico mandato od una successiva ratifica da parte degli stessi» (Cass., n. 6845/1994). E’ pacifico, d'altronde, in sede di legittimità, che quando vi sia una trasformazione dell’orario, questa non potrà avvenire sulla base della decisione unilaterale del datore, ma risulterà necessario il consenso dei lavoratori.

Tale consenso deve però essere manifesto e scritto, non essendo sufficiente il consenso tacito, deducibile da un comportamento concludente, quale quello di continuare a prestare l’opera lavorativa, senza pretendere l’adempimento del patto originario. D’altra parte, il rifiuto a suddetta trasformazione del rapporto di lavoro non costituisce giustificato motivo di licenziamento, come affermato in precedenti pronunce dalla Corte Suprema (Cass., n. 16169/2006).

Nelle ipotesi di trasformazione del rapporto di lavoro, in riferimento alla diminuzione dell’orario, non si applica, quindi, la regola secondo cui i contratti o gli accordi collettivi aziendali sono applicabili a tutti i lavoratori, anche se non iscritti alle organizzazioni sindacali stipulanti (con l’eccezione di quei dipendenti che, aderendo ad un’altra organizzazione, ne condividono il dissenso rispetto all’accordo e ai quali potrebbe essere applicata una diversa intesa). Il ricorso va quindi rigettato e rinviato alla Corte d’appello, chiarendo di doversi attenere ai principi sopraindicati.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Corea del Nord, il governo ammette: «I campi di lavoro esistono»

Corriere della sera

Un ministro del governo di Pyongyang per la prima volta riconosce di fronte alla comunità internazionale l’esistenza di «campi per la rieducazione tramite il lavoro»


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Un’ammissione storica. Per la prima volta un rappresentante del governo di Pyongyang ha riconosciuto di fronte alla comunità internazionale l’esistenza in Corea del Nord di «campi per la rieducazione tramite il lavoro». Sono le parole di Choe Myong Nam, ministro degli Esteri nordcoreano con delega alle relazioni con l’Ue e ai diritti umani, intervenuto in conferenza stampa. Nel suo Paese non ci sarebbero campi di prigionia, «nessun lager o cose simili - ha chiarito - ma «campi di rieducazione tramite il lavoro», in pratica «campi di prigionia dove la rieducazione passa dal lavoro, dove le persone migliorano riflettendo sulle loro azioni».
I campi
Campi di «rieducazione» destinati a delinquenti comuni e prigionieri politici. Anche se è noto che la maggior parte dei prigionieri politici sono condannati a pene molto dure in veri e propri lager. Come tra l’altro ha raccontato al Corriere, Shin Dong-hyuk, l’unica persona nata, cresciuta e poi riuscita a fuggire da un campo di internamento della Corea del Nord. Campi dove, secondo il governo sudcoreano, sono rinchiuse oltre 150 mila persone. La cifra sale a 200 mila per il Dipartimento di Stato americano. Chi è dentro spesso non ha nessuna «colpa». Visto che «la fetta più grande della popolazione carceraria è composta dai figli o dai nipoti di detenuti», spiega David Hawk. Perché in Corea del Nord – unico Paese al mondo – esiste una legge che prevede la «Punizione per tre generazioni», istituita nel 1972 dal Grande leader e Presidente Eterno Kim Il Sung.

8 ottobre 2014 | 10:13

Dare del "negro" è reato: lo dice la Cassazione

Ivan Francese - Mar, 07/10/2014 - 11:14

Un imprenditore marchigiano condannato per aver offeso uno straniero con le espressioni "negro, perditempo..."

La Cassazione non ha dubbi: dare del "negro" a una persona di colore costituisce reato.

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Lo stabilisce la sentenza con cui la Suprema Corte ha condannato un imprenditore marchigiano, Maurizio V., reo di aver colpito uno straniero, Mohamed F.B., con un pugno e di averlo apostrofato come "negro, perditempo...". L'uomo, condannato per ingiuria e lesioni aggravate, aveva tentato di difendersi sostenendo che nelle sue parole non c'era traccia di razzismo e che anzi la sua tolleranza era attestata dal fatto che nella sua impresa si serviva regolarmente di "manodopera multietnica".

Nel motivare la propria decisione, i giudici del Palazzaccio ricordano inoltre precedenti sentenze secondo cui "integra gli estremi della aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, l'espressione "sporco negro", in quanto idonea a coinvolgere un giudizio di disvalore sulla razza della persona offesa".

L'imprenditore è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali e a versare mille euro alla Cassa delle Ammende.



Più rispetto per il negro

Marcello Veneziani - Dom, 05/05/2013 - 15:00

Dedicato al neoministro Cécile Kyenge. Ieri mi ha fermato un africano per vendermi qualcosa e mi ha detto "fratello bianco"

Dedicato al neoministro Cécile Kyenge. Ieri mi ha fermato un africano per vendermi qualcosa e mi ha detto «fratello bianco».



Io gli ho risposto: «Ma come ti permetti?». Lui è rimasto allibito, pensando che ce l'avessi col fratello, invece ho proseguito: «A me bianco non me l'ha mai detto nessuno», alludendo alla mia carnagione. Lui ha sorriso e mi ha detto: «Io però sono negro, tu sei solo scuro». Negro. Detesto la retorica di dire nero anziché negro, sapendo che l'insulto è nell'aggettivo che può accompagnarlo o nel tono, non certo nella parola negro. E mi piace che sia stato lui a dirlo.

Ma si rendono conto, i retori dell'integrazione, che nero è sempre stata - salvo per i fascisti, i preti e la nobiltà nera - una connotazione negativa? Nera è la morte, il lutto e la sfortuna. Nero - anzi, noir - è l'horror, nera è la cronaca dei delitti, nero è il lavoro sfruttato e l'evasione (ma il rosso in bilancio è peggio). Nero è il buio, nero è l'uomo cattivo dell'infanzia, nera è la giornata disastrosa. Nero è il tempo brutto, il gatto che porta male, il corvo funesto e l'abito dello iettatore. Nero è il futuro negativo, nera è la maglia della vergogna, nero è il volto dell'incazzatura, nera è la minaccia: ti faccio nero. Nera è l'anima del malvagio.

Possibile che con questi precedenti si celebri come un progresso la promozione del negro a nero? Peggio di nero, è vero, c'è solo la definizione di uomo di colore, come se lui fosse un pagliaccio variopinto e noi degli esseri incolori. Più rispetto per i negri, i chiari e i chiaroscuri.