lunedì 13 ottobre 2014

Utenti Apple sotto attacco: dati a rischio con il kit “Besmellah ”

La Stampa
federico guerrini

False mail dallo store invitano a inserire le credenziali su un sito costruito per somigliare a quello originale. Ma il buonsenso e la grammatica possono impedire danni: ecco come

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Bastano pochi dollari e un minimo di conoscenze informatiche per mettere in piedi una trappola per rubare le credenziali di ignari navigatori. Si crea un sito falso - di una banca, delle poste, di un fornitore di servizi - che in qualche modo rispecchi l’originale, si chiede al malcapitato di inserire i propri dati di accesso, e da lì si risale poi ad altre informazioni importanti, come la data di nascita, patente, e gli estremi della carta di credito. 

È la classica tecnica del phishing, che però negli ultimi tempi sembra aver trovato un nuovo bersaglio: gli utenti Apple. Non che gli amanti della Mela fossero esenti da tali problemi, ma un gruppo di ricercatori italiani dell’azienda Tiger Security ha notato come gli attacchi si siano intensificati, grazie anche alla comparsa di un nuovo kit pre-installabile, da loro chiamato Besmellah che semplifica notevolmente l’operazione di furto dei dati personali. 

I ricercatori sono anche riusciti a risalire all’identità di uno degli attaccanti, un ragazzo di origine tunisina che ha lasciato un po’ troppe tracce dietro di sé. “Per attirare in trappola le vittime – spiega infatti il Ceo di Tiger Security, Emanuele Gentili – si è servito di un sito hackerato, appartenente a un professionista indiano, di cui è riuscito a prendere il controllo tramite una vulnerabilità del sistema di gestione dei contenuti Wordpress”. Dal sito, opportunamente modificato per assomigliare a quello del supporto Apple, si accedeva a un modulo in in cui veniva chiesto di inserire i propri dati per risolvere un non meglio specificato problema tecnico. 

Il cyber criminale, si è però dimenticato di rimuovere dal server il file in formato zip contenente il kit di phishing. E ai ricercatori è bastato quindi analizzarlo per scoprire l’indirizzo email al quale venivano inviati i dati inseriti dai navigatori. Inserendo poi tale indirizzo su Facebook (il social network permette di identificare profili sulla base dell’email usata al momento della registrazione), sono risaliti all’account del ragazzo tunisino, un giovanotto, dalle foto, appena entrato nell’adolescenza. 

Che si trattasse, con ogni probabilità, proprio dell’autore del furto di dati personali ai danni degli utenti Apple, trovava conferma anche osservando il tipo di pagine e di gruppi a cui era iscritto l’hacker. Gruppi dove ci si scambiava trucchi e consigli per attuare truffe informatiche, il tutto peraltro alla luce del sole. È scattata perciò la segnalazione all’azienda di Cupertino, che prenderà i provvedimenti del caso per mettere in guardia i propri utenti. 

Il migliore antidoto rimane comunque quello di controllare sempre il vero indirizzo Ip (non quello mascherato) da cui provengono questi finti messaggi dell’assistenza tecnica. Di solito nell’angolo inferiore sinistro del browser, compare l’Url completa di riferimento: qualsiasi indirizzo diverso dal dominio ufficiale dell’azienda in questione (in questo caso, Apple.com), è un chiaro indizio che ci si trova, con ogni probabilità, davanti ad una truffa.

I “nuovi poveri” di Roma costretti a vivere in roulotte

La Stampa
flavia amabile

Sono centinaia e al sindaco chiedono: trattateci almeno come i rom

I senza fissa dimora sono un problema ormai cronico. C’è chi è riuscito a crearsi un lavoro vendendo il ferro scaricato davanti alla sua roulotte.

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Antonio Terenzi è convinto mentre lo dice, la sua non è una provocazione, lo pensa davvero: «Trattateci almeno come i rom, non chiediamo una casa, dateci un campo attrezzato, è tutto quello che chiediamo. Perché a loro sì e a noi no?». Non è nemmeno uno sfogo, da tempo Antonio non chiede altro per sé e per la sua compagna e lo chiede a voce ancora più alta ora che su quelli che come lui vivono in una roulotte nelle strade della capitale pende la minaccia dello sgombero. Originario della provincia di Roma, manovale precario nei cantieri quando i cantieri davano lavoro, dopo anni di notti sul binario uno della stazione Ostiense, da qualche tempo vive in una roulotte.

C’è chi impazzirebbe, Antonio non desidera altro che restare lì con la compagna malata di diabete, il volto semiparalizzato da un ictus e le continue crisi di panico. «Non posso lasciarla mai da sola», racconta. È lui ad assisterla giorno e notte come nessun altro riuscirebbe. Persino una specie di lavoro è riuscito a crearsi vendendo il ferro che ormai vengono a scaricargli davanti alla roulotte. Tutto sarebbe perfetto se sulla sua vita non pendesse la minaccia dello sgombero: molto probabilmente vorrebbe dire finire in strada o essere separato dalla compagna. E, quindi, Antonio chiede, per favore, di essere trattato «come i rom». 

Sono centinaia a vivere cosi nelle strade della capitale: italiani, stranieri, malati, disabili, persone finite ai margini del mondo ma almeno un gradino più in su dell’abisso di chi ha solo un ponte come casa. Sono riusciti a mettere da parte duemila euro per acquistare una roulotte o hanno avuto dei volontari che li hanno aiutati a procurarsene una e a trovare un posto tranquillo dove parcheggiarla e provare a sopravvivere come possono. 

Sono una folla ed è difficile che passino inosservati: ognuno di loro stende i vestiti ad asciugare sui marciapiedi, cucina in strada e fa i propri bisogni dove capita. Sono uno dei tanti motivi di degrado della capitale, ma per anni hanno vissuto in modo pacifico con gli altri abitanti del quartiere e, pur di non affrontare il problema, le amministrazioni hanno lasciato correre. La guerra è iniziata quando la scorsa primavera un senzatetto che abitava in una roulotte, ubriaco e con precedenti penali, ha ucciso un ragazzo che aveva parcheggiato vicino a lui alle tre di notte con la musica a volume molto alto. I primi sgomberi sono partiti subito dopo. E il popolo delle roulottes trema.

«Se uno ha sbagliato, perché dobbiamo pagare noi che viviamo così da anni circondati dall’affetto e dall’aiuto di tutti?», si chiede Vincenzo, 60 anni, tre operazioni al cuore e due bypass.«Siamo noi gli aggrediti ogni notte», racconta Matteo, romeno, che non ha più le gambe per camminare. Da qualche tempo, infatti, la casella postale del sindaco si sta riempiendo di lettere firmate da decine di associazioni di volontariato e da assessori e presidenti dei Municipi della Capitale. Tutti chiedono ad Ignazio Marino di fare attenzione: sgomberi sì ma solo se ci sono le alternative. 

“Trattateci almeno come i rom” (Video)

San Giovanni, chiude la pasticceria Pompi: accuse sul cartello «razzista»

Il Messaggero

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L'annuncio è stato dato così, con un cartello affisso sul bancone del bar: «Recessione è quando il tuo vicino perde il lavoro. Depressione è quando lo perde un tuo familiare. Panico quando lo perdono tutti i tuoi dipendenti…60! Grazie a questo lungimirante Municipio, alle vie limitrofe e ai residenti, i cittadini non avranno più il loro punto di ritrovo a cui erano abituati da 54 anni! Avranno tranquillità e più tempo, per imparare il cinese…vista la prossima apertura, dopo la nostra storica attività romana, di un bazar o ristorante cinese». La storica pasticceria Pompi di via Albalonga a San Giovanni chiude i battenti. E la notizia, data da Repubblica, oltre a suscitare amarezza per gli amanti del tiramisù, solleva anche un mucchio di polemiche proprio per quel cartello scritto dal proprietario.


Al posto di Pompi, molto probabilmente, infatti aprirà un ristorante cinese. Ma nel cartello oltre ad esserci offese contro il municipio ci sono anche offese, secondo alcuni clienti cinesi, nei confronti della loro comunità. Ecco la lettera ricevuta da un italo-cinese che vive a Roma.
«Sono rimasto scioccato da quelle parole piene di insofferenza razziale nei confronti di una comunità, la cui unica colpa è quella di aver avuto successo nell’imprenditoria in Italia e che tramite il duro lavoro in questi anni ha raggiunto uno standard di vita migliore, dando la possibilità ai propri figli di studiare nelle università e quindi di renderli parte integrante della società italiana -scrive Alessio W.Chen - Sono amareggiato ed offeso; mi sento schiaffeggiato sia come cliente che come cittadino ma soprattutto in quanto italo-cinese. Nessuno deve poter offendere gratuitamente un altro gruppo etnico esponendo cartelli di questo tipo. E pensare che la mia ingenuità aveva collegato l’immagine della lanterna in quel cartello ad una promozione della cultura cinese.


Siamo consapevoli che la crisi economica abbia creato molta disoccupazione e che abbiamo una classe dirigente incapace nel fornire una soluzione concreta a questi problemi, ma è questo il modo di affrontarli? Se coloro che hanno scritto queste parole ritengono che la ricerca del capro espiatorio li renda migliori, allora spero tanto che nessun imprenditore assuma dei dipendenti tanto ignoranti, xenofobi ed incapaci.

«L’immagine del cervello in fuga con due valigie sembra voler colpevolizzare la comunità cinese e le loro attività come unica causa della disoccupazione in Italia - continua la lettera - Se i giovani capaci vanno via da questo paese è anche perché ci sono persone come gli autori del cartello, restii al cambiamento e al progresso, e che quando qualcosa va storto non pensano di poter migliorare, ma incolpano il diverso come il male assoluto, colui che ruba il lavoro e quindi un nemico da eludere.

È probabile che qualche altra persona di buon senso ci abbia già pensato a segnalare quel cartello al titolare del bar o alle autorità competenti e che forse questo sia già stato rimosso. La mia certezza è che non ci ritornerò più in quel bar fin quando non ci sarà una scusa ufficiale da parte di quei vigliacchi che hanno sporcato quel foglio in maniera così becera».

Domenica 12 Ottobre 2014, 14:39 - Ultimo aggiornamento: 16:06

Scandalo a Genova, premio ai tecnici della sicurezza

Libero

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Quattro dirigenti del Comune di Genova hanno incassato sostanziosi bonus legati al raggiungimento di obiettivi contro le alluvioni. I premi, riporta il Giornale, vanno da un minimo di 6.136 euro ad un massimo di 17.614 euro per: mitigazione del rischio degli edifici ubicati nelle aree a maggior rischio idrogeologico, monitoriaggio del territorio, drenaggio urbano, scolmatore del torrente Bisagno (proprio quello che è esondato), adeguamento idraulico del torrente Chiaravagna, riassetto idrogeologico.

A denunciare lo scandalo è Enrico Musso, ex senatore del Pdl, avversario di Marco Doria al ballottaggio per l'elezione del sindaco nel 2012. "Delle due l'una", dice, "o sono stati distribuiti premi a pioggia senza che gli obiettivi siano stati raggiunti, e sarebbe gravissimo, oppure chi ha fissato gli obiettivi è un incompetente e dovrebbe trarne le conseguenze". A percepire i bonus Laura Petacchi, Stefano Pinasco, Enrico Vincenzi e Monica Bocchiardo. Quest'ultima ha preso più di settemila euro di premio per "mitigazione del rischio degli edifici ubicati nelle aree a maggior rischio idrogeologico e a SkyTg24 si è dfesa: "Non posso conseguire un premio per fermare l'acqua con le mani. Il mio obiettivo era mitigare il rischio ed è quello che ho fatto. Sono certa che con il nuovo sistema informativo che abbiamo messo in piedi le cose andranno meglio".



Genova, il dirigente premiato era già imputato per disastro

Nuovo scandalo nella Genova flagellata dal maltempo. Quest'anno l'amministrazione ha premiato con 40mila euro quattro dirigenti per il lavoro compiuto "per la prevenzione del dissesto". Uno di questi era già stato imputato per disastro in seguito all'alluvione del 2010

Giovanni Masini - Lun, 13/10/2014 - 14:58

Non è solo meteorologica, la bufera che sta colpendo Genova in queste ore: l'amministrazione comunale è sempre più nell'occhio del ciclone dopo la notizia che uno dei quattro dirigenti comunali premiati quest'anno per il lavoro svolto per la prevenzione del dissesto idrogeologico è Stefano Pinasco, il cui nome compariva tra gli imputati nel processo per l'alluvione di Sestri Ponente del 2010.

Come racconta Il Secolo XIX, la Procura genovese imputerebbe a diversi manager pubblici e imprenditori titolari di concessioni sulle sponde del torrente Chiaravagna (uno dei corsi d'acqua esondati durante l'alluvione del 2010, ndr) di aver "barattato" la messa in sicurezza del territorio con indennizzi, pagando gli enti locali piuttosto che completare interventi risolutivi per la prevenzione del dissesto. Con Pinasco sono stati premiati anche i dirigenti Laura Petacchi, Monica Bocchiardo ed Enrico Vicenzi: quarantamila euro elargiti complessivamente a tutti e quattro, per i risultati raggiunti in sede di prevenzione.

Intervistata da Sky Tg24, la Bocchiardo si è difesa, spiegando che "non si poteva fermare l'acqua con le mani", ma rivendicando il merito di aver saputo "mitigare il rischio", rendendo comunque più sicure di prima le zone vulnerabili di Genova. "Io devo salvare le vite umane. E' quello il nostro obiettivo principale. Purtroppo una persona è mancata, questo lo sappiamo, ma sono certa che con questo nostro sistema che abbiamo messo in piedi le famiglie - ha concluso - sono più tranquille quando i loro figli vanno a scuola".

La polemica sui premi ai dirigenti comunali era partita da una denuncia del consigliere comunale d'opposizione Enrico Musso, che parla di "paradosso" e "assurdità che ci deve fare interrogare sul meccanismo di fissazione e misurazione degli obiettivi per i dirigenti da parte dell’amministrazione". E forse non solo su quello, ma anche sulle modalità con cui in Italia si valutano i parametri della protezione del suolo e della prevenzione delle catastrofi naturali.

Picchiarono un agente, nessun processo per due pugili

Il Messaggero
di Alessia Marani

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Sei anni per un’udienza, poi i continui rinvii per notifiche errate e il valzer dei giudici al tribunale di Civitavecchia: resta senza giustizia un poliziotto di Fiumicino che nell’aprile del 2007 venne massacrato di botte da due boxeur che aveva fermato per un’infrazione al codice della strada. Il processo a carico degli aggressori, S.S. e C.S., due cugini romani che all’epoca avevano 28 e 31 anni è caduto in prescrizione. «Per il mio assistito - afferma l’avvocato Annamaria Anselmi - è un duro colpo, forse anche più di quelli che incassò allora».

Corrado De Rosa, oggi 42 anni, assistente capo di Fiumicino, fu massacrato di botte davanti al commissariato solo perché fermò i due a bordo di una vettura che viaggiava contromano. Il poliziotto venne letteralmente messo kappao. Finì in ospedale con una forte commozione cerebrale. Fu costretto a nove lunghi mesi di convalescenza, con la prognosi rimasta riservata per molto tempo. «Ancora oggi - fa sapere tramite il suo legale - ho continue e improvvise cefalee, da allora la mia vita non è stata più la stessa».

Era il 28 aprile del 2007. Sette anni e mezzo fa: quanto bastato alla Procura di Civitavecchia per fare cadere in prescrizione il reato di minacce e lesioni gravi nei confronti dei due cugini che all’epoca vennero denunciati a piede libero. In quell’occasione picchiarono anche un collega di De Rosa, intervenuto per bloccarli. Per loro, in tutto questo tempo, nessun processo concluso, nessuna responsabilità. “Assolti” da una giustizia lenta, lentissima, che ha fatto scorrere inesorabilmente il tempo a loro favore, finendo per mortificare un uomo dello Stato.

«Quando sono entrato in aula all’ultima udienza - aggiunge De Rosa - mi hanno riso in faccia». L’ultima udienza era stata convocata il 22 settembre per ascoltare i due cugini e i testimoni di una parte e dell’altra: «Rimandata al 25 novembre perché nel frattempo il giudice Luigi Mazzeo ha lasciato Civitavecchia - spiega Anselmi - ma a quella data la prescrizione sarà già scattata, forse recuperiamo un mese se c’è stata sospensione. Ma il processo ormai è andato». Ci sono voluti ben sei anni solo perché il pm Laura D’Amore (succeduta nel frattempo a Corrado Fasanelli) formulasse la richiesta di rinvio a giudizio, dando il là al processo.

«Il pm - tuona Anselmi - si decise solo dopo le nostre continue richieste, per mezzo di due istanze rimaste senza risposta e a una terza inviata direttamente al Procuratore Capo Gianfranco Amendola perché prendesse in mano la situazione. Solo così, qualcosa si mosse e ottenemmo che l’udienza dal gup fosse fissata al 21 febbraio del 2013. Ma era già tardissimo».

L’AGGRESSIONE
Erano le 18,30 del 28 aprile 2007. De Rosa stava per prendere servizio al commissariato di via Portuense. Sulla strada c’è fila. A un certo punto sbuca davanti a lui un’auto contromano che supera la coda a tutta velocità. È quella dei boxeur. De Rosa si accosta, con la mano fa cenno loro di fermarsi. Quelli sì, si fermano, ma l’autista scende e urla: «Che c... vuoi?». De Rosa, che è in borghese, mostra il tesserino: «Devi andare più piano». «Se non te ne vai t’ammazzo», la risposta. Anche l’altro si avvicina ed ecco che i due sferrano contro l’agente una pioggia di colpi. «Al primo destro sono caduto a terra, non capivo più niente - continua il poliziotto - non vedevo più da un occhio, perdevo sangue. È arrivata l’ambulanza che mi ha portato in ospedale».

Sul posto accorrono i colleghi del commissariato. Per fermare i due che si accaniscono su di lui, i poliziotti esplodono anche un colpo di pistola in aria. «Si scoprirà poi che C.S. era recidivo - continua l’avvocato -. Quelle due furie non si sono placate nemmeno davanti a un poliziotto che ha fatto solo il suo dovere. Figuriamoci se avessero avuto di fronte un normale cittadino. Già mi stupisco che non siano stati arrestati subito, ma lasciarli impuniti, senza nemmeno giudicarli in un processo, è un fatto gravissimo, una condotta imperdonabile».

Domenica 12 Ottobre 2014, 21:40 - Ultimo aggiornamento: 21:41

Il sapore unico delle caramelle d’infanzia (e del perché non riusciamo a disfarcene)

Corriere della sera
di Roberta Scorranese

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Che sapore aveva la Rossana? Meraviglioso e indefinibile, un po’ nocciola, un po’ latte, un po’ mandorla. Ma non potevi dirlo con precisione, così come il sapore della Nutella non era riconducibile ad alcuna regola, gabbia, etichetta. E che gusto aveva la mou? Latte? Sì, ma. Zucchero? Certo, però. No, era il sapore di mou e basta, creato apposta per te, per quel momento, replicabile forse altrove ma senza archetipi.

Le caramelle che non riusciamo a scrostarci di dosso sono quelle nate e cresciute con noi, dalla personalità che si è silenziosamente sovrapposta alla nostra. Per capirci: la menta decisa delle Pastiglie Leone c’è, sì, ma è un ricordo preciso, netto, un po’ come ci si ricorda di quello scherzo fatto alla Laura durante la gita scolastica. Invece la Rossana non è un ricordo definito: è più una sensazione, una sorta di percezione, quella gioia zuccherina del ritorno a casa pieni di stanchezza dopo la gita, va bene, però che gorgoglio di emozioni.

Le caramelle hanno un carattere. Tanto è vero che lo chef stellato Andoni Luis Aduriz sta lavorando a «The Candy Project», una «mappa» mondiale delle caramelle, viste non solo sul piano gastronomico ma anche socio-culturale (con Slow Food International, l’Università delle Scienze Gastronomiche di Pollenzo e il sociologo Inaki Martinez de Albeniz).

Carattere. E una storia che parte da lontano, forse dall’arrivo degli Arabi in Sicilia, prima dell’anno Mille? Di qui l’origine del nome, kora (piccolo globo) e mochalla dolce)? O arrivarono con il ritorno dei primi Crociati dopo le guerre in Terra Santa? E il nome? Per qualcuno deriva da canna mellis «canna da zucchero». Ma pare che i Romani conoscessero già i confetti, usando il miele al posto dello zucchero. Poi, nel 1400, a Sulmona (Abruzzo) nascerà quella tradizione che ancora oggi profuma di mandorle.

I monaci hanno avuto un ruolo importantissimo: nelle laboriose ricerche per trovare rimedi con erbe e sciroppi, spesso si imbattevano nella creazione di inaspettate ghiottonerie, come accadde con le caramelle balsamiche Monk’s, ideate dal monaco britannico William di Doncaster mentre mescolava zucchero e estratto di eucalipto. Già nel XVIII secolo a Torino venne costituita l’Università dei Confettieri e Acquavitai per concessione di Re Carlo Emanuele III. Nell’Ottocento le caramelle si fabbricavano al torchio, mentre nascevano le grandi industrie dolciarie, anche italiane.

Quella fondata da Enea Sperlari a Cremona recita: «passione per la dolcezza dal 1863». La Rossana Perugina nacque nel 1926 e porta il nome della donna amata da Cyrano de Bergerac. Negli anni Cinquanta, in Catalogna, una grande svolta: la caramella col manico, il Chupa Chups, inventato da Eric Bernat, pasticcere di Barcellona. Il famoso logo lo ha disegnato Salvador Dalí, lo sapevate? E oggi?

Sembrerebbe che continuiamo ad apprezzare le caramelle, visto che (stando ad un recente rapporto diffuso da Food & Thought) in Italia se ne vendono quasi sei milioni di chili in bar e tabacchi. Un volume d’affari difficile da quantificare: le caramelle dure hanno un mercato diverso rispetto alle morbide e alle gomme da masticare, queste ultime sempre più spesso «convertite» in prodotti per la pulizia dei denti.

Eppure quante scene-chiave della nostra vita sono legate alle caramelle? Pensiamo a Lolita nell’omonimo film di Kubrick, con occhiali a forma di cuore e lecca lecca; pensiamo all’immagine delle «caramelle da uno sconosciuto», cosa da non accettare assolutamente, modo di dire che si diffuse in anni in cui i genitori vedevano le sostanze stupefacenti come insidie che potevano intaccare l’integrità dei ragazzi. Ma vogliamo parlare delle Morositas e di come passavamo sopra ai video espliciti con le forme di Cannelle con leggiadria avulsa da qualsiasi rivendicazione anti-sessista?

Per la verità, il richiamo sessuale è sempre stato molto presente nella pubblicità delle caramelle. Oltre alla bella ragazza mora che ancheggia voluttuosa, c’è anche il martellante «io ce l’ho profumato» (sottinteso: l’alito) nello spot di Mental. Di certo, le caramelle hanno segnato le età di un secolo, almeno quelle floride del secondo dopoguerra: negli anni Settanta c’erano le Charms e le Elah, negli Ottanta le Alpenliebe e le Golia (ovviamente c’erano anche prima, ma lo spot «Chi non mangia la Golia è un ladro o una spia» ha sancito una supremazia popolare senza pari della balsamica), negli anni Novanta ecco Fisherman’s Friend, Mental e Morositas — sempre parlando di presenza televisiva e radiofonica. A proposito di presenza, le caramelle sono spesso in prima linea nella sponsorizzazione di eventi: la svizzera Ricola, per dire, è ovunque.

Resta un quesito: i veri amanti delle caramelle appiccicose, dolcissime, rossanose, si sono mai davvero convertiti alle versioni dietetiche? O, addirittura, al chewingum?