giovedì 16 ottobre 2014

La prova interattiva: My Passport Wireless, l’hard disk pensato per lo smartphone

La Stampa
francesco zaffarano

Western Digital offre fino a 2 Tb di archiviazione e si connette via Wi-fi con dispositivi mobili grazie all’app per iOs e Android. Ideale per salvare foto e video in movimento


screenshot_2014-09-03_08.47.48-kkEI-U10303528667327lyF-640x320@LaStampa.it
Western Digital ha lanciato sul mercato il nuovo My Passport Wireless, l’hard disk potente e leggero pensato per chi ha bisogno di archiviare file in movimento. Il dispositivo si collega facilmente anche ai dispositivi mobile attraverso l’app My Cloud, disponibile per iOs e Android. 

.it
Il dispositivo sembra fatto apposta per chi lavora con file pesanti, come filmati e fotografie di grosse dimensioni. Uno strumento utile soprattutto se abbinato a smartphone e tablet con memorie interne non espandibili che, grazie alla trasmissione senza fili, possono essere velocemente svuotate per continuare a riprendere e fotografare in libertà. Ma è adatto anche per un uso domestico o in ufficio, come archivio condiviso o per accedere a documenti e presentazioni in qualsiasi momento.
My Passport Wireless è disponibile nelle versioni da 500 Gb e da 1 o 2 Tb, a un prezzo massimo di 317,99 euro. Ecco la recensione interattiva.

Ritrovato lo scheletro di un vampiro»: ha un paletto conficcato nel petto

Il Messaggero
di Federica Macagnone

.it
L'Indiana Jones della Bulgaria mette a segno un'altra scoperta: per gli appassionati di Dracula e del mito dei vampiri, il professore Nikolai Ovcharov ha scovato una tomba in cui giaceva uno scheletro con un palo conficcato nel petto. L'archeologo, che ha dedicato la sua vita a scovare i misteri delle antiche civiltà, ha annunciato di aver fatto la scoperta durante gli scavi alle rovine di Perperikon, un'antica città della Tracia a sud della Bulgaria, vicino al confine con la Grecia.

La città era abitata fin dal 5000 a.C., ma fu scoperta solo 20 anni fa: si crede che sia il luogo dove si ergeva il Tempio di Dioniso, il dio greco del vino e della fertilità. Ed è proprio tra i reperti del sito, che comprendevano una cittadella di collina, una fortezza e un santuario, che è stata trovata la “tomba di un vampiro”.

Ovcharov ha annunciato di aver trovato uno scheletro medievale, risalente al 13° secolo, straordinariamente conservato sulla cui sorte non ci sono dubbi: «Siamo di fronte a un rituale anti-vampiro - ha detto il professor Ovcharov – Il paletto conficcato nel petto del cadavere, secondo un'antica credenza, impediva all'uomo di risorgere dai morti e terrorizzare i vivi. Alcune volte lo stesso rituale veniva riservato a persone che morivano in circostanze particolari, come ad esempio un suicidio».

Lo scheletro, che dovrebbe essere di un uomo di età compresa tra 40 e 50 anni, ha un grosso vomere - un'asta di ferro utilizzato negli aratro – infilato nel petto. La gamba sinistra è staccata dal corpo e abbandonata accanto al cadavere. «Il vomere pesa quasi un chilo e quando veniva conficcato nel corpo rompeva le ossa della spalla. In questo caso, infatti, la clavicola si trova in posizione irregolare» ha continuato l'archeologo.

Per la Bulgaria è il terzo ritrovamento del genere: la scoperta ha una forte somiglianza con altre due tombe trovate nel 2012 e nel 2013 nella località balneare di Sozopol, a 300 chilometri a est di Perperikon: allora i due scheletri vennero ribattezzati "i vampiri gemelli di Sozopol" .

Camicie rosse nella Grande Guerra I garibaldini sul fronte francese

Corriere della sera

di Giulia Carrarini

All’inizio del primo conflitto mondiale circa 2000 volontari italiani, guidati dai sei nipoti dell’Eroe dei due mondi, combatterono contro i tedeschi nella Legione Straniera


.it
Stati Uniti, Cuba e Cina. Erano partiti da ogni parte del mondo, con storie, esperienze e credi differenti. Li univano una camicia e una fede comune: il grande sogno risorgimentale, la speranza di far rivivere, a più di 50 anni dall’Unità, lo spirito di Giuseppe Garibaldi. Era il 1914, in Europa era appena scoppiata la guerra. L’Italia - divisa tra pacifisti, interventisti, filo-austriaci e sostenitori delle forze alleate - aveva dichiarato la propria neutralità. Loro, invece, poco più di 2000 uomini in giubba rossa, italiani per la maggior parte emigrati, avevano deciso già da che parte stare: guidati dai fratelli Garibaldi, figli di Ricciotti e nipoti di Giuseppe, avrebbero impugnato le armi in sostegno della Francia. Da qui l’appellativo “Garibaldini del ’14”.

Storia familiare
Annita Garibaldi
Annita Garibaldi

«Fu lì, nelle Argonne, che la camicia rossa ebbe la sua ultima fiammata», racconta oggi, a cent’anni di distanza, Annita Garibaldi Jallet, figlia di Sante e presidente dell’A.N.V.R.G., l’Associazione nazionale volontari e reduci garibaldini. «In Italia questa vicenda è poco conosciuta. In Francia, curiosamente, la si ricorda un po’ di più». Forse anche per questo, per non disperdere un piccolo episodio di storia familiare - e quindi, in fondo, anche italiana - già da un anno Annita porta in giro per l’Italia e per l’Europa una mostra dedicata a questi garibaldini del secolo scorso. Dopo una tappa a Nizza a fine settembre, l’esposizione è tornata in Italia giovedì 9 ottobre. È ripartita da Mantova, dove il Centro culturale “Baratta”, grazie alla collaborazione tra l’A.N.V.R.G. e l’Istituto mantovano di storia contemporanea, ospiterà fino al prossimo 20 ottobre 40 documenti fotografici sull’impresa.
La chiamata
«Allo scoppio delle ostilità franco-tedesche, nell’agosto del 1914, migliaia di italiani emigrati in Francia avevano cominciato a combattere a fianco della patria adottiva, con la speranza, anche, che questa scelta facilitasse la loro richiesta di nazionalità francese», ricorda Annita. «Si erano arruolati, così, nella Legione straniera». Ricciotti Garibaldi, figlio ormai più che sessantenne del Generale, aveva invece il sogno di una legione tutta italiana e per realizzarlo richiamò i suoi figli dispersi nel mondo. In sei, su sette, risposero all’appello e si ritrovarono a Parigi. «I primi ad arrivare furono Peppino, dagli Stati Uniti, Bruno, da Cuba, e Ricciotti jr., che in quegli anni navigava per l’Europa. Si aggiunsero presto anche Ezio, Sante e Costante». Il settimo, l’assente, era Menotti: lavorava nella tranvia di Pechino e quando finalmente arrivò in Europa l’avventura dei suoi fratelli si era già conclusa.
Argonne
I sei fratelli garibaldi

I sei fratelli garibaldi
«Nei piani iniziali di Ricciotti padre - spiega ancora Annita - c’era la formazione, in Francia, di una legione da spedire in Dalmazia». Molti volontari, in effetti, erano già partiti per impossessarsi di quella terra che sentivano propria ma che dal 1814 era nelle mani degli austriaci. La neutralità dell’Italia rendeva però difficile un’operazione del genere e così il progetto era naufragato. I fratelli Garibaldi riuscirono a mettere insieme più di 2000 volontari. La loro avventura ebbe ufficialmente inizio tra l’ottobre e il novembre 1914, quando fu costituita la quarta unità del primo reggimento straniero in Francia. La Legione garibaldina fu portata nelle Argonne, alla guida di Peppino, il maggiore dei sei fratelli. Tutti quanti, sotto la divisa francese, indossavano la camicia rossa. E fu proprio per quella giubba - per il desiderio di indossarla di nuovo, come suo nonno - che Bruno perse la vita, aprendo la divisa al nemico e rendendosi così immediatamente visibile. Il secondo a morire fu Costante.
Perdite
La legione perse in breve tempo un terzo dei suoi soldati e nel marzo del 1915 si decise perciò di smobilitarla. Di lì a poco, però, i reduci avrebbero ripreso a combattere a fianco dell’esercito italiano. «Entrarono come semplici soldati. Peppino, che in Francia si era fatto generale, ottenne il grado di tenente colonnello. Tutti i suoi uomini, però, continuarono a chiamarlo così: “Generale”». Alla fine della Grande guerra, i destini dei fratelli Garibaldi si sono di nuovo separati. «Ezio, il più giovane, entrò nel partito fascista, ma fu l’unico a farlo». Ci tiene a sottolinearlo Annita, perché se la storia dei Garibaldini del ’14 è stata rapidamente dimenticata è stato anche a causa di questo: «La storiografia ha parlato di “camicie rosse quasi nere”, come se la loro avventura fosse in qualche modo antesignana del fascismo. Ma come avrebbe potuto, quasi un decennio prima?».
Racconti
Tutta questa storia, Annita Garibaldi non l’ha mai sentita raccontare da suo padre. Sante è morto troppo presto per parlargliene: nel 1946, dopo la seconda guerra mondiale, quando lei aveva appena quattro anni. «Un po’ di cose le ho studiate. Molte altre le conosco grazie a mia madre: non era una storica, era una passionale casalinga romagnola, ma mio padre le aveva riempito la testa con tutti questi racconti! Si erano conosciuti in Italia, poi mio padre era partito per la Francia, con la promessa di prenderla in moglie al suo ritorno. Mia madre non ce la fece ad aspettare: lo raggiunse nel 1929 e nel 1931 si sposarono».
La mostra
Camicie rosse nella Grande guerra - La Legione garibaldina del 1914 nelle collezioni dell’Associazione nazionale veterani e reduci garibaldini Mantova, Centro culturale “Baratta” Corso Garibaldi, 88 Inaugurazione giovedì 9 ottobre 2014, ore 16:30 Fino a lunedì 20 ottobre Visite nei giorni di lunedì, mercoledì e giovedì dalle 9 alle 13 e dalle 14:30 alle 18

14 ottobre 2014 | 22:29

Le paure che restano

Corriere della sera

Passata la vittoria rimangono i reduci. Anni di ritorni, ferite e rivendicazioni


Per celebrare l’inizio si rischia di non ricordare la fine. E, per quel che riguarda la Grande Guerra, anche in Italia, la fine fu molto più «grande» dell’inizio. Persino le fredde cifre riescono a impressionare, quando spiegano cosa avvenne dopo che «i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalirono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza». Dei 5 milioni di italiani chiamati alle armi durante gli anni del conflitto, 3.760.000 soldati e 150.000 ufficiali erano ancora in servizio dopo l’armistizio.

La loro smobilitazione fu comprensibilmente lenta e difficoltosa, finendo per terminare addirittura nel 1920. Questa imponente massa di reduci, dopo l’euforia di Vittorio Veneto, avrebbe per lo più sofferto inaspettate delusioni. Per molteplici cause. Internazionali, innanzitutto. La nascita del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, sostenuta a gran voce dal presidente americano Woodrow Wilson, ridimensionò le ambizioni adriatiche che avevano spinto l’Italia al cambio d’alleanze e all’entrata in guerra. Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del consiglio e capodelegazione italiano alla Conferenza di Pace di Versailles, non brillò per abilità diplomatica.

Fu in particolare la mancata annessione della città di Fiume, abitata in grande maggioranza da italiani, a diffondere nella nazione l’idea di una «vittoria mutilata» ed a spingere così Gabriele d’Annunzio ad organizzare la sua impresa che rappresenta il maggiore caso di insubordinazione di massa avvenuta tra le file del Regio esercito in tutta la sua storia. «Vittoria nostra, non sarai mutilata », aveva minacciato il Vate dalle colonne del Corriere della Sera, già il 24 ottobre del 1918, nel primo anniversario di Caporetto.

Ma la frustrazione che afflisse reduci e Paese fu anche di natura economica. Ai combattenti era stato infatti garantito che il sacrificio della trincea sarebbe stato premiato da un miglioramento generale delle loro condizioni di vita. «Bisogna mantenere e accrescere per le classi lavoratrici gli alti salari. Non si possono diminuire a coloro che durante la guerra hanno lavorato nelle officine, non si debbono a coloro che torneranno dalle trincee e dai campi della vittoria. Questi debbono trovare abbondante lavoro e largo benessere » aveva scritto il giornalista Enrico Corradini. Illusioni. Illusioni che scateneranno mesi di lotte, con un massimalismo socialista, internazionalista e antimilitarista in crescita ed una borghesia in difesa pronta a ripiegare sul fascismo.

Nel solo Veneto (regione che aveva pagato un prezzo straordinariamente alto in termini di vite umane, sofferenze, distruzioni, profughi) nel 1919 si tennero circa la metà degli scioperi agrari di tutta la nazione. Nel giugno del 1920 i manifestanti occuparono per tre giorni il centro di Treviso, ed in Provincia di Padova si registrarono sei morti e diciassette feriti. Non sono rari i casi in cui al veterano in divisa, durante qualche tumulto, venivano strappate dal petto le medaglie al valore.

Peraltro concesse con grande parsimonia, come ricordava un bersagliere: «Mi hanno decorato al valor militare, e dopo visto che a darmi la medaglia quelli là di Roma dovevano darmi 125 lire all’anno, invece della medaglia mi hanno dato la croce al valor militare che costava meno». Anche dal punto di vista sociale prevale la disillusione. Prima di tutto tra gli ufficiali, vera classe dirigente durante il conflitto, obbligati in pace a rientrare nei ranghi. Come osserva giustamente Marco Mondini nel suo recente studio sulla guerra italiana «a mancare fu poi la grande festa nazionale, un rito collettivo nella capitale che avrebbe concesso simbolicamente ai vincitori l’abbraccio e il tributo di riconoscenza di tutto il paese».

A Parigi l’abbraccio ci fu, a Londra anche. A Roma no. E così, a parte qualche «festa del ritorno» locale, il Paese dimostrò indifferenza ed ingratitudine ai suoi figli, allargando ancor di più la drammatica frattura che durante la guerra aveva diviso il popolo tra combattenti ed «imboscati». Sorprese inaccettabili di una pace inaccettabile.

Poi c’era chi dalla guerra era stato sfregiato per sempre nel corpo e nell’anima. Quella stessa Europa che ballava serenamente il valzer della Belle Epoque, dopo quattro anni di follia appariva come un immenso ospedale da campo. Milioni di invalidi, storpi, poveri mostri deturpati nel viso da qualche proiettile o granata, affollavano le vie di ogni città del vecchio continente, tremando e chiedendo l’elemosina.

Alcuni di essi in verità reagirono. Curiosamente saranno proprio i mutilati, infatti, a dar vita per primi ad un nuovo interessante soggetto politico: il combattentismo. L’associazionismo dei reduci crebbe con il dilagare delle agitazioni popolari e si istituzionalizzò con la fondazione a Milano, nell’aprile del 1919, dell’Associazione nazionale dei mutilati e degli invalidi di guerra, ente da cui ebbe origine l’Associazione nazionale combattenti (ANC), che andò ad assumere nel tempo una connotazione politica di stampo liberal-democratico. Anche i socialisti promossero un’iniziativa analoga, creando la Lega proletaria mutilati, invalidi, orfani e vedove di guerra, così come i cattolici con l’Unione nazionale reduci.

Una menzione a parte merita l’Associazione fra gli arditi d’Italia, soggetto intriso di miti palingenetici violenti, che offrì al primo fascismo ed al futuro duce un efficiente servizio d’ordine («Il nostro pugnale è fatto per uccidere i mostri esterni ed interni che insediano la nostra patria») ed alcuni dirigenti (Vecchi, Bottai), ricevendo in cambio grande visibilità ed altrettanto importante finanziamento.

Se nell’associazionismo alcuni mutilati poterono dare un senso alla loro esperienza bellica, è doveroso ora parlare di chi la guerra continuò a combatterla talvolta per tutta la vita nello stanzone di un manicomio o abbandonato al suo destino. Solo in Italia, almeno 40.000 militari durante il conflitto erano stati ricoverati negli ospedali psichiatrici.

Sono i cosiddetti «matti di guerra», esercito nell’esercito, reduci tra i reduci, cervelli che «sciaguattavano nella scatola cranica come l’acqua agitata in una bottiglia», secondo una nota immagine di Emilio Lussu. Come evidenziato dallo storico Nicola Bettiol, in un volume del 2008, furono in particolare tre i centri veneti ad ospitare questi poveretti: Padova, Treviso e Verona. A Padova, furono ricoverati tra il 1915 ed il 1917 (l’ospedale, come quello di Treviso, fu sgomberato dopo Caporetto per poi ritornare nella sede originaria a guerra finita) 1556 militari, a Treviso 1575, a Verona, sino al 1920, 858.

Circa le diagnosi, si utilizzarono più o meno una trentina di termini, di cui i più ricorrenti furono l’amenza (in forma apatica, allucinatoria, grave, lieve, in neuropatico), la demenza precoce (paranoica, ebefrenica, catatonica) e la malinconia. Quando non si sapeva cosa dire a Treviso si usava l’espressione «incompetenza», a Padova «malinconia», a Verona «stato depressivo-melanconico ».

Tra le terapie, l’elettroterapia fu considerata «un ottimo mezzo suggestivo e rieducativo, ed a dosi un po’ forti anche persuasivo». Seguivano, per numero di applicazioni, l’ipnosi (anche collettiva) «energica, tenace, senza quartiere, nelle forme con elementi di simulazione», l’idroterapia e le spugnature, abbinate a sedativi ed analgesici antisettici, come l’olio canforato o la caffeina ed eccitanti per «cuore fiacco».

Sul manicomio provinciale San Giacomo di Tomba di Verona, Maria Vittoria Adami ha compiuto nel 2007 uno studio molto approfondito che ci informa, tra il resto, che il primo paziente di guerra, ventenne, giunse ai reparti il 7 giugno 1915. Presentava «confusione mentale, agitazione, insonnia, verbigerazione incoerente, contegno strano» ed era stato giudicato «pericoloso per sé e per gli altri». Il primo di molti.

Il direttore del San Giacomo, Aleardo Salerni, inizialmente molto restio a contemplare nelle sue diagnosi la nevrosi di guerra, annotava tutto meticolosamente. Tra i suoi appunti si può così leggere di un soldato sceso dal fronte di Avio nel settembre del 1915 che «presentava allucinazioni acustiche: ha sentito scoppiare parecchie granate, una delle quali nella cella dove è rinchiuso, dimostrando di provare spavento.

Al corpo ha presentato delirio di persecuzione. Allucinazioni anche visive sempre a soggetto bellico: vede tedeschi che lo minacciano». E di un altro che aveva perso tre fratelli al fronte ed «accusa gli infermieri di volerlo avvelenare col mettergli veleno nella minestra... Dice che talora vede mascheroni spaventosi, grossi ragni, bestie mostruose, talora vede i muri semoventi che gli precipitano addosso. Ritiene che un ragno gli sia da molto tempo entrato in un orecchio e gli lavori nel capo, talora gli sembra che il ragno esca e gli scenda lungo il naso».

Avevano visto troppo, avevano udito troppo, avevano sofferto troppo. La guerra aveva trasformato il mondo mentale di tutti e distrutto quello di alcuni. La modernità, citando Rebecca West, «aveva portato orrori tali che al confronto le vecchie tragedie sembravano spettacoli da nursery. Persino gli alberi ed i fiori non furono più quelli di una volta. E anche il cielo era cambiato». Per sempre. (Ottava puntata. Le puntate precedenti sono uscite il 31 gennaio, il 22 febbraio, il 29 marzo, il 26 aprile, il 31 maggio, il 28 giugno e il 26 luglio)

Alessandro Tortato

Grande Guerra, tanti eroi senza fanfare alla prova delle trincee

Corriere della sera

Aldo CazzulloAldo Cazzullo

Il conflitto visto con gli occhi dei soldati nel nuovo libro di Cazzullo edito da Mondadori


Il nonno della guerra non parlava mai. In casa non c’erano diplomi da cavaliere di Vittorio Veneto, medaglie, cimeli. È rimasta la foto in divisa da bersagliere, con le piume di struzzo sul cappello. I ragazzi sloveni che videro arrivare i primi bersaglieri sull’Isonzo, venuti a «liberarli», corsero a chiamare i padri dicendo: «Ci sono le ballerine!». Il nonno era un ragazzo del ’99. Fu richiamato dopo Caporetto. Salì su uno dei treni di cui si cantava: «La tradotta che parte da Torino/ a Milano non si ferma più/ perché va diritta al Piave/ cimitero della gioventù».

Qualcosa però era cambiato, rispetto alle stragi dei primi anni di guerra. Non si doveva più avanzare sotto il fuoco nemico in terra slava, per conquistare città in cui nessuno era mai stato e montagne che nessuno aveva mai sentito nominare. C’era da difendere terra italiana, palmo a palmo, per impedire che gli austriaci se la riprendessero tutta. Era un’operazione che ai contadini com’era il nonno, com’erano quasi tutti i soldati italiani, risultava familiare.

Non a caso, fu la cosa che fecero meglio in tutta la guerra: difendere la loro, la nostra terra. Oggi i fanti non ci sono più. La memoria diretta della Grande guerra si è spenta per sempre. Adesso è affidata a noi. Sta a noi figli, nipoti, pronipoti recuperare le loro storie, e raccontarle ai nostri ragazzi. Forse può essere utile a loro e a tutti noi italiani, ora che abbiamo sempre meno fiducia in noi stessi e nel nostro futuro, ricordare che un secolo fa l’Italia fu sottoposta alla prima grande prova della sua giovane storia.

Poteva essere spazzata via; invece resistette. Dimostrò di non essere soltanto «un nome geografico», come credevano gli austriaci, ma una nazione.Questo non toglie nulla alle gravissime responsabilità di una classe politica, intellettuale e affaristica che trascinò in guerra un Paese che nella grande maggioranza voleva la pace. Ma aiuta a ricordarci chi siamo, su quali sofferenze si fondano la nostra indipendenza e la nostra libertà; e può essere utile ad alzare lo sguardo su un avvenire che non è segnato né nel bene né nel male, ma dipende soprattutto da noi.

Questo non vale solo per gli uomini. Vale anche, se non soprattutto, per le donne. Di solito la guerra è considerata una roba da maschi. Ma non la Grande guerra. E non soltanto perché sul fronte ci furono crocerossine, portatrici, prostitute, spie, giornaliste, persino soldatesse in incognito. Le donne rimaste a casa dimostrarono di saper fare i lavori «da uomo»: tenere il ritmo alla catena di montaggio, guidare i tram, saldare il metallo, caricare i camion, e anche frequentare l’università, scioperare, reclamare i propri diritti.

Al di là della gelata del fascismo, la Prima guerra mondiale dimostrò in tutta Europa che la donna era pronta a uscire di casa per lavorare, rendersi indipendente, costruirsi il proprio destino e contribuire a decidere il destino della nazione. Forse si deve anche a questo imponente fenomeno storico, oltre che all’amore per l’Italia e per la propria famiglia, se la memoria della Grande guerra — come confermano i racconti che mi sono arrivati via Facebook e che pubblico in fondo al libro — è custodita soprattutto dalle donne. Per questo i capitoli alternano storie di uomini e di donne. La Grande guerra non ha eroi.

Non c’è un Annibale, un Cesare, un Alessandro Magno. Altre guerre, per esempio quelle napoleoniche, portano il protagonista nel nome. Il secondo conflitto mondiale è legato al ricordo dei vincitori – Roosevelt, Churchill, Stalin – e dei vinti: Mussolini e Hitler. Oggi nessuno, tranne gli storici, si ricorda di Cadorna o di Hindenburg. Gli eroi, o meglio i protagonisti della Grande guerra, sono i nostri nonni. È la grande massa dei corpi sacrificati alle atrocità della guerra industriale.

Sono i feriti, i mutilati, gli esseri rimasti senza volto, talora non in senso metaforico: le gueules cassées, le facce deformate dalle schegge e dalle esplosioni. Raccontare la guerra con gli occhi di chi l’ha vissuta è una discesa agli inferi. I diari, le lettere, le cartoline restituiscono una sofferenza che oggi non riusciamo neanche a immaginare. Gli assalti inutili. Le decimazioni. I fanti divenuti folli. Rileggere le loro cartelle cliniche è terrificante. In manicomio c’era un soldato che passava le giornate a contare: contare i morti era l’incarico che aveva ricevuto in trincea. Altri chiamavano di continuo la mamma o il papà, vedevano austriaci dappertutto, piangevano nel timore di essere fucilati.

Gli stupri: migliaia di donne nel Friuli e nel Veneto al di là del Piave furono violentate, nell’anno in cui un milione di italiani rimase in balia dell’esercito asburgico. Nove mesi dopo Caporetto cominciarono a nascere i primi bambini; e non si sapeva dove metterli. Gli orfanotrofi li rifiutavano, perché non erano orfani. Ma i maschi di casa non volevano tenere «il piccolo tedesco». Si dovette aprire un istituto, a Portogruaro, per i figli della guerra. Cinquantanove donne convinsero i mariti a riprendere il piccolo: «Lo alleveremo come se fosse nostro».

Molti di più furono i neonati che morirono per mancanza di latte. Centinaia di madri andavano di nascosto dagli uomini all’istituto, per nutrire o rivedere i figli; fino a quando il direttore non scrisse una lettera straziante: «Non venite più, perché i bambini vogliono venire via con le mamme, e noi cosa gli diciamo?». Poi ci sono le storie a lieto fine. Che, paradossalmente, sono la maggioranza. Perché i sopravvissuti hanno avuto qualcuno a cui tramandare la loro vicenda.

I morti spesso erano ragazzi che non hanno avuto figli e nipoti cui affidare il loro ricordo. Il recupero della memoria della Grande guerra, cent’anni dopo, è un dovere nei confronti dei salvati e più ancora dei sommersi. Perché il mare grande dell’oblio talora restituisce un frammento del grande naufragio — uno scheletro, una fotografia, un racconto di famiglia, un diario di guerra — da cui si indovina la storia di un giovane che cent’anni fa era «alto, bello e ben fatto» come sono oggi i nostri ragazzi.

De Magistris: «Avanti tutta, non lascio la città ai politicanti». Il Pd: forse parla di sé

Corriere del Mezzogiorno

Tweet del sindaco sospeso. Replica dei democrat: «Il politicante è proprio chi resta attaccato alla poltrona»


.it
NAPOLI - «Avanti tutta con coraggio e schiena dritta nell’interesse di Napoli e dei napoletani, per non consegnare la città a politicanti e affaristi»: lo scrive in un tweet Luigi de Magistris, sindaco di Napoli sospeso dalle funzioni. Parole che suonano come una replica alle voci secondo cui de Magistris si starebbe muovendo per andare al voto anticipato qualora il ricorso al Tar contro il provvedimento di sospensione non dovesse essere accolto. De Magistris, già in mattinata, a margine di un’iniziativa, aveva sostenuto che si tratta di affermazioni «totalmente false».

La replica del Pd è affidata a Maria Grazia Pagano, responsabile scuola e formazione dei democrat campani. «Il sindaco sospeso ha una capacità introspettiva straordinaria. Parla di politicanti alla conquista della città e sbraita per l’ennesima volta che non si dimette. I politicanti, come li chiama De Magistris, sono per definizione coloro che restano attaccati alla poltrona nonostante tutto e nonostante tutti. È esattamente ciò che sta facendo lui. Mi piacerebbe poi sapere dal Sindaco sospeso cosa pensa del dato della differenziata al 21% in città. Io ricordo che fra i proclami pre elettorali ce ne era uno che annunciava che in pochi mesi quel dato sarebbe arrivato al 70. Un politico che non mantiene le promesse, è o non è un politicante? Aspettiamo prossimo Tweet per capirlo».

15 ottobre 2014

Il marito della Kyenge, Grispino: "Se ci separiamo non pago gli alimenti"

Libero

.it
Ancora guerra in casa Kyenge. Dopo le polemiche per l'intervista a Libero di Domenico Grispino, marito del ministro dell'Integrazione e le"minacce" di separazione di Cecile apparse su Vanity Fair, arriva un altro round della telenovela di casa Kyenge. Questa volta tocca ancora a Grispino che ai microfoni di Radio24 a La Zanzara attacca ancora la moglie anche sul lato politico: "Io Renzi l'ho votato alle prime ed anche alle seconde primarie - aggiunge Grispino - Cecile aveva votato Bersani, adesso ha cambiato idea".

Poi Grispino parla anche della moglie e di quel rapporto che sembra essersi incrinato: "A me lei non ha detto niente. Se vuole separarsi, me lo dirà. Io non voglio. E in quel caso sono favorito io, perché guadagno di meno. Ma non chiedo alimenti e non ne devo neanche dare". E ancora: "L'intervista a Vanity Fair - dice Grispino - non l'ho nemmeno letta, perché non leggo quel giornale. Ho sentito Cecile due giorni fa e non mi ha detto niente. E' immersa nella politica e col fatto che è ministro è ancora peggio.

E' in giro tutti i giorni". Infine Grispino parla anche delle sue figlie: "Lei e le figlie - prosegue Grispino - andranno a Natale a Napoli, ma la cosa era già programmata da tempo. Dovevo andarci anch'io, ma il maremmano non me lo tiene nessuno. Non mi sento abbandonato, ho questo cagnone stupendo. Ma comunque non c'è niente di tragico, l'unica disperazione è se uno non c'è più".



La Kyenge su Vanity Fair: "Da mio marito un colpo basso, passeremo il Natale separati"

Libero
17 dicembre 2013

.it
Cècile Kyenge e suo marito, Domenico Grispino, sarebbero ad un passo dalla separazione. Il casus belli che ha portato la coppia sull'orlo di una crisi di nervi è un'intervista pubblicata da Libero, dove suo marito Domenico Grispino parlava del Pd come una "macchina da soldi"  e della moglie come una donna che "non ha capacità gestionali". Così Cècile adesso si sente ferita e in un'intervista a Vanity Fair afferma: "Quello di mio marito è stato un colpo basso. Adesso si aprirà un momento di riflessione...Credo che alla fine Maisha, Giulia e io, quest'anno, passeremo un Natale diverso dal solito: andremo a servire il pranzo a una comunità che ospita senzatetto".

"Natale separati" - E il "colpo basso" a Grispino costerà caro: "Passeremo il Natale separati", ha affermato la Kyenge. Il ministro dell'Integrazione non risparmia stoccate al coniuge: "Non voglio definire le sue dichiarazioni menzogne: diciamo che ha una percezione della realtà, e delle mie scelte, che non coincide affatto con la mia. Dice di aver votato Lega, mai tenera con lei... E attacca il Pd di Matteo Renzi, che invece lei ha tanto sostenuto. E votato. Con mio marito abbiamo sempre avuto idee diverse, le discussioni erano all'ordine del giorno, ma erano tali, chiacchiere in famiglia. Sia chiaro: chi fa vera politica, in questa casa, sono io". Poi la bordata che suona come un de profundis per la coppia: "Credo sia una questione di ruoli e priorità: a volte, quando si scende in politica con tanta passione o si persegue un sogno, alcune parti di noi possono risentirne...".

"E' cambiato tutto" - Insomma sarà un Natale duro quello in casa Kyenge. A quanto pare la crisi della coppia è cominciata proprio da quando Cècile è stata nominata ministro: "Con la campagna elettorale e il trasferimento a Roma dopo la nomina al governo è cambiato tutto. Sono arrivate le difficoltà a conciliare politica e famiglia. Spesso stavo fuori quasi tutta la settimana, tornavo a Modena nel weekend. Si è formato un altro equilibrio, dentro e intorno a me. Tante volte, per gli schemi in cui viviamo, se l'uomo ha il controllo economico va tutto bene. Se invece, a un certo punto, la donna si trova col timone in mano, qualcosa nella coppia cambia. E chissà quante si riconosceranno in quello che dico...".

Le figlie - Insomma per ora prevale il rancore: "Con quello che ha detto, chiunque si sarebbe sentita ferita. Nel partner si cerca sostegno, ma per ogni donna è fondamentale prima di tutto riuscire a realizzarsi". A tenere unito ancora il matrimonio sono le figlie, Maisha e Giulia (21 e 18 anni): "Papà ha solo detto ciò che pensava. Certo, il modo in cui l'ha detto non può essere condiviso. Ma è nostro padre. E noi figlie per ora preferiamo non schierarci". La mamma però tira dritto enon ha paura di una probabile separazione: "È un momento difficile, ma ho sempre avuto una certa capacità di rigenerarmi".

Il curriculum finisce nella spazzatura? Ecco come renderlo interessante

La Stampa
di skuola.net

Ecco come renderlo interessante
 .it
Sicuramente non hanno fatto piacere a tanti giovani, le foto scattate al Job Meeting di Napoli dove i CV dei ragazzi venivano gettati nei cestini dell’immondizia. Ma perché accade? Il curriculum è il biglietto da visita e per far colpo sulle aziende bisogna saperlo valorizzare e personalizzare. Ecco, allora, i consigli giusti per non venire cestinato.Una giovane neolaureata napoletana lancia la denuncia dal sito del Corriere della Sera. Al Job Meeting di Napoli, evento organizzato proprio per permettere un reciproco incontro tra aziende e ragazzi in cerca di lavoro, i curriculum vitae appositamente preparati dai candidati vengono ritrovati nel cestino della spazzatura.

A chi si chiede perché così poca considerazione, la risposta è presto detta. Il CV, infatti, è il biglietto da visita e deve essere il più possibile valorizzato e personalizzato perché possa spiccare tra le miriadi di altrettanti file in formato europeo, tutti uguali. Skuola.net ha chiesto a Michèle Favorite, professoressa di Business & Communication, i consigli giusti da seguire per non rischiare di essere cestinato.   

METTERSI IN LUCE – Il segreto del successo è fare la differenza. Il CV, infatti, non serve a mettere in risalto soltanto le proprie esperienze professionali e formative, ma è un buon modo per tirare fuori le proprie creatività e personalità. E’ il primo strumento che hai per tirare fuori i tuoi punti di forza e spiccare. “Il ragazzo in gamba deve prima di tutto differenziarsi dalla mischia, apparire unico, diverso e migliore rispetto agli altri, accumulando esperienze e credenziali non banali, come ad esempio un’esperienza all’estero”. Spiega la professoressa Favorite. Anche la grafica e l’impaginazione, poi, sono importanti: “le competenze devono essere risaltate”, continua infatti la prof, “nel curriculum, infatti, esistono posizioni più strategiche rispetto ad altre, come per esempio l’inizio e la fine”. 

LAVORO DIVERSO, CV DIVERSI – A seconda dell’azienda e del ruolo lavorativo per il quale ci si vuole presentare è importante personalizzare il proprio curriculum. Infatti, nonostante il candidato sia sempre lo stesso e le sue esperienze lavorative ed extracurriculari non cambino, queste devono essere rappresentate in maniera diversa a seconda delle esigenze dell’azienda. Come fare per capirle e riuscire a convincere? Basta fare una ricerca sul sito dell’azienda, studiando bene alcuni settori come la mission statement, i comunicati stampa, il profilo dei senior managers, ecc. Spesso, poi, insieme all’offerta le aziende pubblicano il cosiddetto job profile, con il quale descrivono la figura lavorativa che stanno cercando: conviene studiarlo con attenzione e scrivere il CV utilizzando le stesse parole chiave, facendo risaltare le skills richieste e via dicendo.  

Agrigentino, cane muore per salvare la vita a un uomo

La Stampa

Il randagio ha affrontato due Pit Bull ma ha avuto la peggio
.it
Fedeltà estrema. Solo queste due parole possono riassumere la storia di un cane che si è immolato affrontando due Pit Bull per salvare la vita a un uomo. Ma la sua storia di fedeltà ha inizio ben prima di questo fatto.  Ogni mattina, negli ultimi due mesi, il cane si recava presso il cimitero di Palma di Montechiaro quasi a voler salutare il suo proprietario. Puntuale come un orologio, alle sette della mattina si faceva trovare di fronte al cancello. Ad aprirgli il coordinatore della struttura con cui ormai si era instaurato un rapporto fatto di amicizia, qualche coccola e qualcosa da mettere sotto i denti. 

Domenica è accaduto lo stesso. L’uomo ha aperto il cancello e il randagio si è infilato dentro per poi dirigersi verso la tomba del suo defunto proprietario. Di lì a poco, però, il responsabile del cimitero si è trovato di fronte due Pit Bull che hanno avuto sin da subito un atteggiamento molto aggressivo. È proprio in quel momento che il meticcio, probabilmente attirato dall’abbaiare minaccioso dei due cani, si è lanciato in difesa del suo nuovo amico.

L’uomo ha provato a dare una mano al cane, ma è dovuto scappare oltre il cancello sperando che il meticcio lo seguisse. Così non è stato e il cane eroe è stato praticamente fatto a pezzi. Sul posto sono intervenuti anche i responsabili del canile di Licata che hanno provveduto a catturare i due Pit Bull, uno dei quali è poi deceduto, poche ore dopo, in seguito alle ferite riportate durante lo scontro.

In arrivo la birra spalmabile: sarà concorrente della Nutella

Il Mattino

.it
Londra - La birra: corposa, fresca, dissetante. Non c'è che dire. Ma ora la bevanda diventa anche spalmabile. Come avevamo fatto a non pensarci prima? La birra spalmabile, creata dalla cioccolateria Napoleone, è qualcosa di unico e di insolito.

Contiene il 40% di birra, ha una consistenza gelatinosa in modo da poter essere spalmata al meglio su toast e pane, ed è disponibile in due sapori: birra chiara e birra scusa, ovviamente.

Niente paura: la sostanza è priva di alcol, e quindi particolarmente indicata per la vostra prima colazione.

mercoledì 15 ottobre 2014 - 16:12   Ultimo agg.: 18:52

Dopo due anni in orbita rientra lo «shuttle segreto» del Pentagono

Corriere della sera

di Giovanni Caprara

Era partito l’11 dicembre 2012. Chiuso lo spazio aereo intorno alla base spaziale militare di Vanderberg in California in vista dell’atterraggio

Tutte le indicazioni farebbero pensare che il 15 ottobre lo shuttle del Pentagono X-37B senza uomini a bordo rientri sulla Terra dopo un volo record di quasi due anni. Era infatti partito in gran segreto l’11 dicembre 2012 (codice USA-240) e altrettanto segretamente sta chiudendo la sua eccezionale esperienza. La Federal Aviation Administration ha segnalato la chiusura dello spazio aereo intorno alla base spaziale militare di Vanderberg in California dove dovrebbe appoggiare le sue ruote l’astronave robotizzata.

 

Il mini-shuttle segreto Usa Il mini-shuttle segreto Usa
Il mini-shuttle segreto Usa 
Il mini-shuttle segreto Usa 

La sigla del volo OTV-3 vuol dire Orbital Test Vehicle, ma dietro questa semplice dizione c’è l’ambizione della Difesa americana a collaudare un veicolo orbitale in grado di effettuare operazioni spaziali di grande complessità, ben oltre la ricognizione o l’ascolto elettronico che sono da decenni prerogativa dei satelliti militari. L’OTV-3, lungo nove metri e con un’apertura alare di 4,5 metri, era partito da Cape Canaveral a bordo di un vettore Atlas V e una volta giunto in orbita ha aperto il suo portellone dorsale esponendo al vuoto varie strumentazioni la cui natura è rimasta segreta. Questa terza missione seguiva la prima di 224 giorni conclusa nel 2010 e la seconda di 469 giorni finita nel giugno 2012.
Tecnologie più evolute
Lo scopo primario dell’OTV, costruito dalla Boeing, è quello di sperimentare un veicolo in grado di andare e tornare più volte dallo spazio facendo ricorso a tecnologie più evolute di quelle impiegate dalla Nasa nello shuttle concepito ancora negli anni Settanta. Quindi, soprattutto strutture di protezione più efficaci e sistemi di guida più sofisticati e soprattutto autonomi capaci di garantire operazioni prima impossibili a costi minori. Il Pentagono aveva già pensato a un veicolo del genere (però allora era abitato) ancora negli anni Sessanta, ma il progetto venne cancellato in favore di un sostegno al progetto shuttle della Nasa. Ma ora che l’ente spaziale con il ritiro della flotta di navette nel 2011 ha abbandonato la partita dei veicoli riutilizzabili l’US Air Force ha ripreso l’ardito piano.
Terzo volo
Importante è notare che il terzo volo dell’OTV rimasto in orbita per 673 giorni (nuovo record) è stato realizzato con il primo veicolo che aveva volato nel 2010. Naturalmente nulla viene detto circa il futuro dell’astronave militare, ma è difficile pensare che il Pentagono interrompa un programma che garantisce una supremazia tecnologico-militare sulle altre potenze, Russia e Cina. Entrambe, infatti, stanno pure lavorando su questa frontiera ma sono ancora ben lontane dal risultato americano.

15 ottobre 2014 | 18:46