sabato 25 ottobre 2014

Combattenti e reduci: sono la rovina del Paese

Vittorio Feltri - Sab, 25/10/2014 - 20:16

Ne abbiamo viste talmente tante di manifestazioni, specialmente quelle caratterizzate da sventolio di bandiere rosse, che una più una meno non impressiona, ma fa tenerezza. Quella in calendario oggi a Roma, organizzata - manco a dirlo - dalla signora Camusso in Cgil è finalizzata, pare, a contestare le politiche di Matteo Renzi, accusato di intelligenza col nemico-amico Silvio Berlusconi e di confinare la minoranza archeologica del Pd in un recesso sotto tutela del Wwf.
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L'antico e inglorioso sindacato paleolitico è libero di radunare in piazza, quando e come desidera, i suoi numerosi pensionati e i suoi pochissimi giovani iscritti, strumentalizzando a piacimento la loro fede ingenua allo scopo di esibire i propri muscoli, ormai flaccidi, al padroncino di Palazzo Chigi. Ci mancherebbe altro.

Tuttavia siamo stupiti nel constatare che la liturgia piazzaiola, nonostante la propria vuotezza, continui ad essere praticata dai vertici imbolsiti della Camera del lavoro dove spiccano personaggi da museo delle cere, come Landini, uno che addirittura ambisce a occupare le fabbriche senza rendersi conto che le fabbriche medesime sono dismesse. Costui è ancora persuaso di essere stato investito da una missione: difendere i lavoratori. Non si è nemmeno accorto, accecato com'è dalla presunzione, che gli operai sono una minoranza in via di estinzione, in attesa di essere collocata a riposo e, come gli indiani, costretta a vivere nelle riserve. Fanno pena, gli operai, poveracci, e Landini pure, quasi quanto la Camusso.

Lo spettacolo cui assisteranno oggi nella capitale, già provata da orde di borgatari e immigrati di vario colore avvezzi a lordare i sampietrini e a ridurli a pattumiere, ci infonderà un senso di tristezza. La Cgil ha alle spalle una storia non banale che, però, si ferma agli anni Sessanta, quando la classe operaia conquistò al cinema il paradiso grazie a conquiste ottenute col ricatto dei picchetti e la violenza contro i cosiddetti crumiri, poi rivelatesi deleterie per le aziende: un mese di ferie, la settimana corta (cinque giorni di attività), assenteismo impunito (il più alto dell'occidente), Cassa integrazione illimitata, depenalizzazione de facto del boicottaggio, azzeramento della disciplina delle imprese, illicenziabilità dei farabutti coadiuvati da pretori d'assalto criptomarxisti. E ci fermiamo qui per non farvi crescere la barba.

Da oltre quarant'anni, il sindacato campa di rendita, avendo ingessato gli opifici con regole parasovietiche, tra le quali una sorta di obbligo a trattenere sulla busta paga le quote da devolvere al sindacato stesso (vera e propria casta), sollevato dalla necessità di presentare bilanci e di pagare le tasse. C'è gente che per decenni si è nutrita nella greppia sindacale e non ha fatto neppure finta di lavorare.

Era così anche nei giornali. I membri del comitato di redazione del Corriere della Sera (cinque soggetti) dal momento della loro elezione a rappresentanti dei colleghi, avevano la facoltà di grattarsi il ventre da mane a sera e di disertare l'ufficio senza giustificazione. Una pacchia rafforzata dal fatto che, alla scadenza del mandato, essi ottenevano in automatico una promozione e un congruo aumento di stipendio che i comuni mortali si sognavano.

Non parliamo per sentito dire. La decadenza della stampa e il declino dei giornali recano la firma dei sindacalisti. I quali hanno gonfiato di amici gli organici in cambio della pace sociale nelle redazioni, bruciando risorse e infoltendo la schiera degli imbecilli ubbidienti ai loro mentori per gratitudine.
Ma torniamo ai volontari che oggi si ammassano a Roma rammentandoci che la Cgil non è stata relegata in una bacheca, ma è ancora qui a tentare di fare danni, non paga di quelli provocati in passato.

Ci chiediamo: chi li induce a sobbarcarsi una trasferta tanto faticosa? I quiescenti, è noto, hanno tempo libero in abbondanza. A casa si annoiano, le partite a scopa nelle osterie non riempiono la giornata. Pertanto, se il sindacato offre l'opportunità di una gita in torpedone - gratis - nella Città eterna, perché rifiutarla? Si mangia al sacco a spese della Cgil, si sta tutti insieme, si fanno quattro risate e l'impegno in piazza non è gravoso: si tratta di battere le mani a comando.

Date le premesse, ovvio che centomila umani da assiepare sotto il palco dei tribuni incaricati di concionare si reclutano facilmente. I servizi televisivi sono assicurati, qualche titolo sui giornali, pure. E Renzi, che se ne infischia delle proteste inconcludenti del gruppetto sparuto dei suoi oppositori, si farà una risata, pensando che ogni attacco ricevuto dai cavernicoli di Botteghe Oscure si tradurrà in consensi a iosa a suo favore espressi da italiani che ne hanno le balle piene di tardocomunisti.

La Cgil in effetti non intimidisce più nessuno. È come l'Associazione combattenti reduci. La guardi e ti fa sorridere; un sorriso di compatimento, malinconico. È l'immagine di un mondo remoto che non si rassegna a coricarsi e a concedere spazio all'inevitabile avanzata della modernità.Una conclusiva nota di colore. Ieri mattina sono stato ospite di un programma televisivo condotto magistralmente da Myrta Merlino su La7: L'aria che tira . C'era in studio un tipetto, tale Alfredo D'Attore, del Pd, abbastanza giovane, il quale ha reagito eroicamente quando ho paragonato la Cgil all'Associazione combattenti reduci. Egli ha sostenuto che il sindacato è una forza inestinguibile del nostro Paese. Qui ha ragione: per noi italiani il culto dei morti (Foscolo docet) è più importante di quello dei vivi.

Di fronte alle mie argomentazioni circa l'incapacità del sindacato di stare al passo coi tempi, ha sbroccato: mi ha dato del berlusconiano con lo stesso spirito con cui mi avrebbe potuto dare del cornuto. Secondo lui inoltre il reduce sarebbe Silvio. E dimentica che il segretario Pd e presidente del Consiglio ha stretto un patto con l'ex Cavaliere, non fidandosi dei compagni come D'Attore. Compagni ai quali, se togli la possibilità di strapazzare Berlusconi, non resta un appiglio a cui aggrapparsi, eccetto il tram.

Il Comune: «Gli ultrà paghino» Ma i no global liberi di sfasciare

Chiara Campo - Sab, 25/10/2014 - 07:00

La giunta chiede i danni alle società dopo Inter-Saint Etienne mentre agli autonomi in corteo è permesso devastare tutto


Hanno lanciato petardi, bottiglie e fumogeni in piazza Duomo e in metropolitana. Un passeggero che aspettava il treno alla fermata Cadorna è stato ferito da un oggetto in volo. Un altro trentenne è finito all'ospedale con il naso fratturato dopo una rissa. Circa tremila tifosi del Saint Etienne due giorni fa hanno creato disordini e danni in città prima della partita contro l'Inter a San Siro, otto ultrà francesi e un supporter nerazzurro sono stati identificati e arrestati. Ieri nel processo per direttissima sono stati tutti scarcerati, ma nei loro confronti il giudice ha disposto un anno di Daspo in tutti gli stadi europei. La giunta comunale ha giustamente condannato gli ultrà, e ha chiamato in causa società e tifosi per il risarcimento danni.

«La polizia locale - ha fatto presente l'assessore alla Sicurezza Marco Granelli nel pomeriggio violento e ad alto tasso alcolico degli hooligans - sta aiutando le forze dell'ordine per gestire i tifosi. Sono impegnati almeno 50 vigili. Io penso che questi interventi debbano non essere a carico dei cittadini ma pagati dalle società». Dalle spese per garantire l'ordine pubblico al metrò danneggiato. L'assessore alla Mobilità Pierfrancesco Maran ha attaccato duramente: «Una vergogna l'inciviltà di questi teppisti. Spiace per i tanti milanesi che hanno dovuto subire disagi per colpa loro. Sarebbe da capire chi paga ora per i danni che hanno causato ai treni Atm».

É facile alzare la voce mentre il governo Renzi, giusto qualche settimana fa, ha aperto la via ad una tassa sulla sicurezza negli stadi a carico dei club. Ma spiace che manchi la stessa voce grossa dopo i postumi di un corteo dei centri sociali. Almeno 125 scritte sono state contate dai residenti solo in via Vittor Pisani dopo la manifestazione dei No Expo due settimane fa. Lungo tutto il tragitto hanno danneggiato vetrine e palazzi per un conto che secondo il consigliere Fdi Riccardo De Corato, ex vicesindaco, si aggira intorno al milione di euro. Eppure mai in tre anni si è sentito il sindaco Giuliano Pisapia rilanciare una proposta di modifica della legge più volte sostenuta in passato dallo stesso De Corato: il versamento di una cauzione da parte degli organizzatori di cortei, che siano sindacati o movimenti antagonisti.

Occorre una modifica di legge, Milano potrebbe condurre da capofila la battaglia per evitare che la pulizia dei muri coperti da slogan e scarabocchi finisca sempre a carico dei cittadini. E ben più dei 50 agenti che sguinzagliati per una giornata dietro ai tifosi tra il centro e lo stadio sono stati usati negli ultimi mesi per seguire da un'occupazione all'altra dei palazzi pubblici gli antagonisti dello Zam o del Lambretta. Mentre sollecita il contributo da parte dei club di calcio potrebbe sostenere il bisogno di una cauzione a carico di chi deposita in prefettura la richiesta di autorizzazione per manifestazioni a rischio.

Senza la famosa legge ad hoc è impossibile ottenere risarcimenti? A De Corato «piacerebbe sapere - stuzzica - se la giunta applica lo stesso metodo usato da noi per recuperare le spese di pulizia. I vigili riprendevano con webcam il percorso prima e dopo il corteo dei centri sociali per provare la “differenza“ e Amsa addebitava i costi a chi aveva chiesto l'autorizzazione. Usavamo anche le telecamere di Area C. Come si comporta la giunta?».

Facebook, svolta vintage: arriva 'Rooms', chat anonima come negli anni '90

Il Mattino

ROMA - Facebook si fa Vintage e introduce, come era negli anni '90, la chat anonima e lancia Rooms, un'app che consente di aprire 'stanzè, spazi di dibattito in cui si può interagire anche in forma anonima.

.itLa novità era stata anticipata qualche settimana fa dal New York Times, e ora è ufficiale. Il progetto è stato portato avanti dal 24enne Josh Miller, il cui sito di discussione online Branch è stato acquistato a gennaio da Facebook. Rooms è uno spazio in cui si possono creare spazi di discussione e discutere di temi diversi, notizie, viaggi, interessi comuni. Le conversazioni sono pubbliche, l'amministratore della 'stanzà, come un moderatore, può decidere chi ammettere alla discussione. Altro dato interessante, viste le recenti diatribe sull'identità degli iscritti al social network, è che Facebook permetterà di usare pseudonimi. All'interno di Rooms, sarà possibile pubblicare anche foto e video.

Al momento l'app è esterna, cioè totalmente scollegata al social network ed è disponibile solo sull'App Store Usa. Rooms è un ulteriore rafforzamento della società di Mark Zuckerberg nel redditizio settore delle app: quest'anno ci ha già provato con Paper, un aggregatore di notizie, l'app usa e getta Slingshot (in scia di Snapchat) e il rilancio di Messenger. Senza contare le rodate Instagram e WhatsApp.

La fine delle app come le conosciamo

La Stampa
giuseppe granieri (@gg)

Cosa sta covando nel segreto mondo delle idee degli sviluppatori. E perché per noi è importante
 
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La prima cosa che impara chi produce contenuti (e oggi tutti, più o meno inconsapevolmente produciamo e distribuiamo contenuti) è che ormai qualsiasi atomo di informazione deve essere destinato e progettato per finire in un flusso che può arrivare ai lettori in mille modi diversi. Può essere una notifica di Twitter, una segnalazione su Facebook, un’elegante impaginazione grafica -da rivista patinata- su Flipboard. O persino una condivisione su Whatsapp. L’aspetto più interessante su cui riflettere è la velocità di di adattamento che questa nuovo ecosistema della cultura ci impone. Nessuno di noi è stato educato per pensare in questo modo la circolazione della conoscenza (e ancora non educhiamo i ragazzi a farlo).

La continua rincorsa
Venendo da secoli di carta e da qualche decennio di mass-media moderni (radio, televisione), stavamo appena cominciando a imparare a usare il web, e a smettere di pensarlo come gli strumenti che già conoscevamo. Agli inizi degli anni 2000 iniziammo a chiamarlo web 2.0 non perché fosse un web nuovo, ma perché avevamo cominciato a comprendere come si usava. Poi abbiamo cominciato a chiamarli «social media» perché ci siamo resi conto che non potevano funzionare senza le persone.

Le persone, che di fatto sono la «distribuzione dei contenuti» nel mondo digitale. Poi Apple, probabilmente senza immaginare fino in fondo le conseguenze, ha ridisegnato e imposto un modello di telefono che serve solo in maniera residuale per telefonare. Gli smartphone, con la loro interfaccia facie da usare, hanno avvicinato a Internet milioni di persone, anche le fasce meno predisposte (anziani, o individui con background socioeconomici svantaggiati).

Ma gli smartphone hanno anche completamente modificato il nostro rapporto con le informazioni che consumiamo. E in solo sette anni stanno diventando uno dei principali accessi alla conoscenza che abbiamo. In molti casi quello che usiamo in maniera più costante.

Il futuro delle app
Abbiamo spesso analizzato il modo in cui le app ci rapportano a quello che per noi è interessante, guardandola dal punto di vista dei lettori o da quello dei produttori di contenuto. Ma data la velocità con cui cambiano le cose, è assai utile osservare anche cosa sta covando nel segreto mondo delle idee degli sviluppatori. Al momento, racconta Paul Adams, i nostri telefoni sono dei magazzini di app spesso scollegate tra loro.  E le app sono in qualche modo pensate con la stessa logica del web, come «destinazioni». Ma le innovazioni recenti, negli ultimi sistemi operativi, hanno reso sempre più importanti le notifiche.

Che spesso diventano di per sé la nostra esperienza dell’informazione. Leggiamo la notifica di Whatsapp, ma non accediamo all’app. Vediamo il retweet, ma non accediamo a Twitter. Secondo Paul il futuro delle app potrebbe essere un modello diverso da quello delle app come le conosciamo. Potremmo avere dei sistemi operativi che integrano il sistema di notifiche rendendo le app trasparenti e -forse- integrandole senza neanche renderci necessario installarle. 

Per dirla con le sue parole, potremmo iniziare ad avere «un sistema e non delle destinazioni».
È un futuro facile da immaginare: un telefono (o uno smartwatch o diosacosa) che impara dai nostri comportamenti e ci dice ciò che per noi è rilevante, indipendentemente da cosa noi scegliamo di seguire o di installare

È già dietro la curva
Queste tecnologie non sono lontane (e già il fatto che gli sviluppatori mettano il tema in agenda la dice lunga), perché le capacità hardware e gli sviluppi del software consentono di elaborare sempre più dati in modo sempre più intelligente. E questo significa un’ulteriore accelerazione nel modo in cui cambia la nostra relazione con gli strumenti che usiamo, con le informazioni, con le nostre relazioni. Il post di Paul è molto dettagliato e molto tecnico, ma ben divulgativo. Quindi se ti interessa per lavoro (magari sei un giornalista, un editore, un blogger, un brand), dagli un’occhiata. E anche se sei solo un lettore curioso, vale la pena:  The End Of Apps As We Know Them

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