lunedì 27 ottobre 2014

Il marocchino del Pd: "Violenze sui bus colpa degli autisti"

Libero


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Khalid Chaouki è alla buvette della Camera, mi guarda severo: “La tua video-inchiesta sulla stazione Termini e gli immigrati fa schifo. Proprio brutta”. Immaginavo non piacesse al deputato Pd, italiano di origine marocchina che centra la sua battaglia politica sui diritti degli immigrati. Provo ad obiettare: “I problemi però sono reali. Guarda cosa è accaduto a Corcolle, in periferia di Roma con l’assalto degli immigrati ai bus dell’Atac…”.

Chaouki è ancora più perentorio: “Balle. Gli assalti sono balle!”. Ma come? Una donna che guidava il bus addirittura ha rischiato la violenza sessuale… “Balle, queste cose le denuncia quella donna sindacalista. Ma non sono vere, informati”, replica ancora Chaouki. E rincara la dose: “L’unica cosa vera che avviene è che gli autisti dell’Atac quando vedono alcuni immigrati in attesa alla fermata del bus, tirano diritto. Prova a chiedere a loro se saltano apposta qualche fermata! Poi ovvio che i poveretti restati a piedi si incazzino. Non bisogna assalire il bus, ci mancherebbe. Ma se la protesta è vivace, è solo colpa degli autisti Atac…”. Bisognerebbe provare un confronto all’americana fra il deputato Pd e gli autisti furiosi. Ma non glielo consiglio…

di Franco Bechis (tratto da L'imBECcata)

Guerra fredda, mille nazisti usati come spie dagli Usa

Orlando Sacchelli - Lun, 27/10/2014 - 13:36

A rivelarlo sono nuovi documenti declassificati e interviste realizzate dal New York Times

Nel pieno della Guerra fredda la Cia e altre agenzie d'intelligence Usa avrebbero utilizzato almeno mille nazisti come spie e informatori.

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Lo scrive il New York Times citando documenti e interviste. Edgar Hoover e Allen Dulles, capo rispettivamente di Fbi e Cia, avrebbero reclutato i nazisti come spie antisovietiche, sulla base della convinzione che la loro utilità superasse il "decadimento morale" di cui erano stati colpevoli servendo il Terzo Reich. Tra i reclutati ci sarebbe stato anche un ex ufficiale delle SS colpevole, probabilmente, di "crimini di guerra minori". Un altro dettaglio importante: nel 1994 la Cia fece pressioni per fermare le indagini su un’ex spia implicata nel massacro nazista di decine di migliaia di ebrei in Lituania.

I primi sospetti emersero negli anni ’70, ma solo oggi, grazie a migliaia di documenti declassificati (su cui è venuto meno il segreto di Stato) ed ad altri resi pubblici grazie al Freedom of Information Act e altre fonti, emerge che questo fenomeno fu molto più vasto di quanto finora creduto. Per decenni, dunque, le amministrazioni statunitensi hanno cercato di nascondere i loro legami con i nazisti. Nel 1980, l’Fbi si rifiutò di fornire informazioni ai "cacciatori di nazisti" del dipartimento della Giustizia statunitense su 16 presunti nazisti che vivevano negli Stati Uniti. Ora si apprende che quegli uomini erano tutti informatori dell’Fbi.

Tra le spie c'erano anche ex ufficiali nazisti di alto livello, come Otto von Bolschwing, consigliere di Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei. Dopo la guerra la Cia lo portò, insieme alla famiglia, a New York nel 1954, come "premio per i suoi servizi e vista la sua innocua attività per il partito nazista". Evitò però di assumerlo. Suo figlio, Gus von Bolschwing, molti anni dopo venuto a conoscenza del passato del padre, considera il rapporto tra l’agenzia di spionaggio e suo padre come una relazione di mutua convenienza forgiata dalla Guerra fredda.

"Lo hanno usato, e lui li ha usati" ha detto in un’intervista. "Non sarebbe dovuto succedere. Non avrebbe mai dovuto essere ammesso negli Stati Uniti - ha detto l’uomo, che oggi ha 75 anni - perché non in accordo con i nostri valori come Paese". Il passato nazista della spia emerse intorno al 1980; l’uomo rinunciò alla cittadinanza statunitense nel 1981, morendo pochi mesi dopo.

A "turarsi il naso" per esigenze di intelligence non furono solo gli americani. Lo scorso agosto Der Spiegel rivelò che alcuni criminali di guerra del Terzo Reich avrebbero ottenuto l'immunità giudiziaria dopo aver accettato di lavorare come agenti segreti per la Stasi, l'intelligence della Ddr. E, come sottolineava il giornale tedesco, "dietro una facciata antifascista la Germania comunista scese a patti con molti ex nazisti."

Twitter chiude il servizio per le foto Twitpic

La Stampa

Il sito funzionerà ancora, ma in modalità di «sola lettura»

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Twitpic, il servizio che dal 2008 consente di condividere le foto su Twitter, ha chiuso i battenti. A decretarne la fine, la stessa Twitter: prima, nel 2011, rendendo possibile associare direttamente foto e video ai tweet senza bisogno di usare questo servizio; e ora acquisendo Twitpic e mandandolo in pensione. Il sito funzionerà ancora, ma in modalità di «sola lettura». Gli utenti potranno cioè accedere alle numerose foto che hanno inserito nel corso degli anni, ma non potranno aggiungerne di nuove.

Twitpic consentiva di caricare le immagini su suo sito ottenendo uno «short url», un indirizzo web breve, adatto ad essere inserito nei 140 caratteri di un tweet. La società aveva annunciato la chiusura il mese scorso, a causa di una disputa legale con Twitter sulla registrazione del marchio e la difficoltà economica, dichiarata dal fondatore Noah Everett, di sostenere i costi di una causa.

Lo stesso Everett, tuttavia, nel weekend ha reso noto di aver raggiunto un accordo con Twitter, che ha rilevato il dominio Twitpic.com e tutte le immagini in esso contenute. Come conseguenza dell’intesa, gli utenti saranno ancora in grado di accedere alle loro foto, di cancellarle o di scaricarle sul computer. Il servizio, tuttavia, non sarà più in funzione. Le applicazioni per iPhone, iPad e dispositivi mobili con sistema operativo Android sono già state rimosse dai negozi digitali di Apple e Google. 

La fine del mondo: lo dice un pesce pagliaccio

Libero

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Il mondo sta finendo, me l’ha detto la rana dorata. Non sto scherzando: il Venerdì di Repubblica l’ha messa in copertina con un titolo che recitava testualmente «Cra Cra». Proprio così: la foto della rana e sotto «Cra Cra» a caratteri cubitali. Si aspettano le prossime puntate per sapere l’opinione dei gatti («Miao Miao»), dei canarini («Cip Cip») e delle mucche («Muu»), mentre quella delle capre, purtroppo, sulle pagine dei giornali è già abbondantemente rappresentata. Non a caso il catastrofismo trova sempre ampio spazio, nonostante le ripetute notizie sulla fine del mondo siano apparse sempre piuttosto esagerate.

Secondo il celebre Club di Roma degli anni Settanta, infatti, l’umanità doveva estinguersi entro il 2010, un’agenzia dell’Onu disse nel 1989 che entro il 2000 metà Terra sarebbe stata sommersa dai mari, gli esperti di Obama sostennero nel 2009 che c’erano solo quattro anni per salvare il Pianeta. Spiace contraddire tutti costoro, e i tanti che si sono accodati, ma siamo ancora qui. Inopinatamente vivi. E ora, pertanto, siamo costretti a vedercela con i nuovi messaggeri di sventura. I gufi di renziana memoria? Macché: il vero disastro («Cra Cra») è annunciato dalla rana dorata.

L’animaletto maculato, scientificamente detto Atelopus zeteki, se ne stava bellamente negli stagni di Panama, ma è stato distrutto da un fungo mai visto prima in zona. E questo basta al settimanale debenedettiano per tirar fuori sei pagine sotto una testatina degna di Savonarola («ultima chiamata»), in cui si svelano i segreti della sesta estinzione.

Dopo le estinzioni del Siluriano, del Devoniano, del Triassico, del Giurassico e del Cretaceo-Terziario, eccoci arrivati alla nuova drammatica svolta dell’umanità: la scomparsa della rana dorata. Con tanto di intervista (anzi: intervista-brivido, Cra Cra) all’esperta di turno che guarda caso ha appena scritto un libro sull’argomento. Si aggiungono inoltre al menu terroristico antipasto di numeri alla rinfusa, gran cocktail di paure assortite (global warming, Ebola, meteoriti, acidità degli oceani, etc.) e dessert di citazioni memorabili. Come quella del professore catastrofista che torna a casa e dice alla moglie: «Il lavoro va proprio bene, ci sarà la fine del mondo». Vedi a volte, la fortuna...

«Se non cambiamo siamo fottuti», continua il Venerdì di Repubblica, con un tono da angiporto che lascia spazio a dubbi. «Siamo fottuti», evviva. Però possiamo cambiare. Del resto se uno non cambia quando lo dice la rana dorata, quando diavolo lo fa? Se poi avete qualche dubbio, avete avuto cattive esperienze con il batrace, magari l’avete assaggiato fritto e vi è rimasto sullo stomaco, non preoccupatevi: i giornalisti della sinistra engagé hanno mangiato il rospo anche loro. E sanno come cavarsela: infatti nelle pagine seguenti portano a supporto dell’autorevole «Cra Cra», un’altra prova inconfutabile della fine del mondo prossima ventura: il pesce pagliaccio. Purtroppo, per ovvie ragioni, manca l’onomatopeico dell’animale marino. Ma il segreto della sesta estinzione è così terribile, che non ci si può stupire se qualcuno raccomanda «acqua in bocca».

«A Ischia», scrive il Venerdì di Repubblica, «c’è un luogo dove ciò che accadrà al Pianeta può essere visto in anticipo. Sott’acqua, dove il pesce pagliaccio è già messo male». Avete capito o no? La rana dorata è morta, il pesce pagliaccio è messo male. Dunque noi siamo spacciati. E se non vi pare una conseguenza inevitabile è soltanto perché, sciagurati, non sentite l’ennesima «ultima chiamata». Possibile? È almeno un secolo che ci lanciano ultime chiamate e voi non le sentite? Il 2 novembre del 1922 il Washigton Post scrisse: «L’oceano artico si sta scaldando, gli iceberg stanno scomparendo, è in atto un cambiamento radicale del clima, si stanno raggiungendo temperature mai viste prima…».

E nel 2007 l’autorevole Bbc comunicò che entro il 2013 il riscaldamento globale avrebbe sciolto completamente il ghiaccio del Mare Artico. Purtroppo per loro non è stato così. Tanto che nel 2013 l’agenzia dell’Onu Ipcc certificò che la calotta polare risultava cresciuta del 60 per cento. E il livello dei mari? Sta aumentando sì, ma dal 1850, l’epoca della fine della Piccola era glaciale, mentre le temperature sono ferme da 17 anni, e anche in questo sciagurato 2014 il termometro globale risulta in perfetta linea con gli anni precedenti. E allora, se il mondo si ostina a non scomparire, come si fa a dar un po’ di spazio agli amici catastrofisti? Cra Cra, per fortuna ci sono la rana dorata di Panama e tanti pagliacci. Pesci e non.

di Mario Giordano

Soffre troppo il carcere» E il boss finisce in una comunità

Corriere della sera
di Cesare Giuzzi

Giulio Lampada, 43 anni, è stato arrestato tre anni fa a Milano e condannato in Appello a 14 anni e 5 mesi per associazione mafiosa

 Giulio Lampada (a sinistra) con due persone inquisite con lui in una foto scattata dagli investigatori
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Milano Lo avevano definito il moderno rappresentante dell’alleanza tra mafia e zona grigia. Un boss in giacca, cravatta e smartphone capace di gestire a Milano i rapporti con politici, massoni e giudici (compresi i magistrati Vincenzo Giglio e Giancarlo Giusti) per conto del potente clan Condello della ‘ndrangheta.

Giulio Lampada, 43 anni, è stato arrestato tre anni fa a Milano e condannato in Appello a 14 anni e 5 mesi per associazione mafiosa. Pena che ora il boss sconterà ai domiciliari in una comunità terapeutica in provincia di Savona.

Così ha deciso il Tribunale del riesame di Milano, al termine di una lunghissima battaglia legale sostenuta dai difensori Giuseppe Nardo e Giovanni Aricò. Il motivo? Il boss è terrorizzato dalla galera. Per i giudici, Lampada ha la fobia del carcere e degli ospedali. E visto che in questi anni di detenzione ha manifestato «istinti autolesivi, depressione, stati d’ansia e rifiuto di assumere psicofarmaci», la sola struttura adatta a curarlo è una comunità terapeutica. Struttura dove, come riportato nelle dieci pagine della sentenza, «non ci sono guardie e sbarre» né «corsie, camici bianchi, giro dei medici, odore di medicinali e disinfettanti». Un luogo ideale per «far venir meno gli aspetti persecutori del carcere».

Una decisione motivata da una serie di perizie (quelle della difesa affidate alla coppia Bruno-Meluzzi) che hanno certificato «un disturbo depressivo, di conversione somatica, di evitamento a contenuto multiplo» aggravato dal fatto di trovarsi chiuso in una cella. Quando lo scorso luglio Lampada era stato ricoverato all’ospedale di Voghera, sempre su decisione del Tribunale di Milano, si era presentato allo psichiatra su una sedia a rotelle «con espressione quasi allucinata». «Il pensare all’odore dei medicinali, l’essere in mezzo ai malati mi angoscia», aveva raccontato. Poi dopo un tentativo di sciopero della fame durato solo 5 giorni, aveva smesso di lavarsi: «Il suo stato lo spingeva a rimuginare ossessivamente sulla sua vicenda giudiziaria. Il carcere stimolava l’emergere di fantasmi persecutori».

26 ottobre 2014 | 11:44

IMessage e l’eterno dubbio: arriverà?

Corriere della sera
di Martina Pennisi

Il servizio di Apple continua a presentare dei difetti dal lancio del 2011: ritardi in caso di assenza di connessione e perdita dei messaggi se si cambia piattaforma

 


Non tutte le ciambelle vengono con il buco, figuriamoci le mele. Una volta, con i vecchi sms, si passava le ore a chiedersi “L’avrà ricevuto?”. Oggi, tra notifiche e avvisi su social network e piattaforme di messaggistica istantanea, ci si ti domanda più che altro “se lo ha letto, perché non mi ha risposto?”. La tecnologia si è evoluta e, oltre ad avere numerosi modi per dialogare, sappiamo quasi sempre quando il messaggio è stato recapitato e in alcuni casi anche quando è arrivato all’attenzione del destinatario.

Quasi, appunto. A lasciare un po’ di pepe nelle nostre relazioni micro-epistolari di nuova generazione è iMessage di Apple. Chi ha o ha avuto un iPhone o un iPad lo conosce dal 2011, anno in cui è stato inserito in iOs 5 per dare la possibilità agli utenti della Mela di comunicare appoggiandosi alla Rete. Sul modello di Whatsapp, per capirci. Per distinguere i dialoghi che transitano su iMessage, e non impattano quindi sul traffico telefonico, dai tradizionali sms sono stati utilizzati i colori: tra due possessori di iOs coperti da rete wi-fi o 3G/4G il messaggino è blu, in assenza di connessione parte lo stesso ma diventa verde.

Semplice e impattante, come da tradizione di Cupertino. Peccato che, a tre anni dal lancio, non funzioni come si deve in ogni situazione e richieda interventi non sempre alla portata dell’utente medio. Dopo la risoluzione dei fastidi comparsi con iOs 7, che impedivano l’invio anche in presenza di connessione, lo scorso maggio sembrava vicina una soluzione definitiva, con l’ammissione da parte di Apple della presenza di un problema e la promessa di risolverlo con gli aggiornamenti successivi. IOs 8 alla mano, comprese le novità dedicate proprio a iMessage come la condivisione della posizione o la possibilità di chattare in gruppo, però il funzionamento a singhiozzo persiste. Ecco tre situazioni tipo.
iMessage, quando il servizio Apple non funziona 
iMessage, quando il servizio Apple non funziona 
iMessage, quando il servizio Apple non funziona iMessage, quando il servizio Apple non funziona
 
Passaggio da iPhone ad Android o Windows Phone
Il problema principale è la perdita dei messaggi inviati da iOs a chi è passato da iPhone a un telefono Android o Windows mantenendo lo stesso numero. Lo smartphone del mittente, in sostanza, può “pensare” ancora di dover iniziare una conversazione con un dispositivo agganciato a un account iCloud, che viene aperto automaticamente nel momento in cui si comincia a usare un iPhone, e conseguentemente a iMessage. Non è quindi in questo caso in grado di adeguarsi da solo alla novità e inviare un sms tradizionale. Per evitare di perdere i messaggi chi vuole cambiare smartphone deve chiudere iMessage sull’iPhone da mettere nel cassetto (Impostazioni -> iMessage) prima di passare al nuovo dispositivo con il sistema operativo del robottino verde o di Microsoft.

Altro escamotage è la modifica della password associata alla propria identità Apple (da qui), così da interrompere con la forza il legame tra numero di telefono e account della Mela, e l’invio di un messaggio dal nuovo dispositivo al numero 4836 con la scritta STOP. Il problema è che Cupertino non si rende sempre immediatamente conto dell’intervento e potrebbero volerci giorni per “liberare” il proprio numero e riprendere a ricevere in tempo reale gli sms da parte di altri iPhone e per (sperare di) recuperare quelli perduti. Come il colosso stesso ha consigliato, c’è sempre la possibilità di appellarsi all’intervento manuale del servizio clienti che confermiamo essere preparato sul tema.
Scambio in assenza di Rete
La sopracitata situazione si può presentare in modo più semplice e fastidioso se un utente Apple è in una zona sprovvista di connessione. La piattaforma di messaggistica dovrebbe essere in grado di accorgersene e chiedere a chi sta cercando di inviargli un (i)messaggio se vuole procedere con un sms tradizionale. Abbiamo fatto una serie di prove e in più della metà dei casi il tentativo blu rimane tale senza che il mittente si renda conto chiaramente del mancato recapito e il destinatario sappia del tentativo di contatto. Il testo può perdersi o essere recapitato, in blu o in verde, giorni dopo.
Conflitto fra indirizzo email e numero telefonico
Basta scorrere l’archivio dei messaggi per rendersi conto di quanti contatti usino sia l’indirizzo email sia il numero di telefono per mandare e ricevere messaggi. Blu, nel primo caso, e verdi, nel secondo. Il risultato è che ci si può rivolgere al numero di telefono pensando di scambiare un messaggio via Internet per poi rendersi conto di aver chiamato in causa il numero e di aver attinto al traffico dell’operatore di riferimento. Un motivo può essere la mancata associazione, nel momento dell’attivazione dell’iPhone, della piattaforma di messaggistica al numero della Sim posizionata nel telefono.

Ce ne si rende conto in Impostazioni->Messaggi ->Invia e ricevi: se il numero di telefono non è presente o è presente senza la spunta vicino vuol dire che l’identità Apple, e di conseguenza il famigerato iMessage, è collegato solo alla mail. Per intervenire bisogna ripristinare le impostazioni (Impostazioni->Generali->Ripristina), operazione che non tocca i contenuti, per poi collegare iMessage alla Sim. In un secondo momento si possono aggiungere anche identità Apple e indirizzo email. Di questa procedura bisogna tenere conto anche quando si passa da un operatore all’altro con eventuale periodi di transizione con numeri provvisori.

26 ottobre 2014 | 23:52

Barcellona conia gli euro indipendentisti

La Stampa
gian antonio orighi

Il governo regionale distribuisce 45 mila monete. Sul dorso lo slogan “Liberi o moriremo” e l’immagine della Catalogna staccata dalla penisola iberica


Arriva il separatismo numismatico catalano. Il governo regionale di Barcellona ha fatto coniare al Gremi de Filatèlia i Numismàtica (Corporazione di Filatelia e Numismatica) 45 mila monete che sembrano euro. Ci sono tutte le pezzature, da 1 cent a 2 euro. La nuova offensiva indipendentista, che l’ente prescelto ha fatto fare in Cina, è molto riuscita. A prima vista non si distinguono gli spiccioli falsi dagli originali del Bce: El Mundo ha provato ad usarli e 6 commercianti su 7 li hanno presi per buoni. Il pack degli “euro catalani”, 8 pezzi, costa 23 euro e vanno a ruba.

Naturalmente, le monete sono “indipendentemente corrette”. Su dorso di quella da “2 euro” c’è stampato lo slogan: “Vivremo liberi o moriremo”. In quella da “1 euro”, a fianco del numero, appare una cartina geografica d’Europa in cui la Catalogna, staccata dalla penisola iberica, sembra un’isola del Mediterraneo. Nei 5 centesimi, appare il progetto massimo dell’indipendentismo, la riunificazione dei cosiddetti PaÏsos Catalans, che comprendono non solo la regione di Barcellona, ma pure le isole Baleari e la regione di Valenzia, dove si parla più o meno la stesso vernacolo locale.

La trovata rischia di costar cara, visto che ha l’ok del governo regionale. Chiosa El Mundo:”Nel 2004, dal Consiglio Europeo, l’olandese Hans Hoogervorst avvisò che ogni Stato è garante della protezione dell’euro contro medaglie e gettoni simili. Adesso la patata bollente è nelle mani del governo di Madrid, del Ministero delle Finanze e del Banco de España, con competenze esclusive per coniare monete”

Fanfani jr lascia l’Italia per la Tunisia: «Non è più il Paese che pensò papà»

Corriere della sera
di Francesco Battistini, inviato a Tunisi

Il figlio di Amintore, Giorgio, ora vive a Tunisi: «Non ce la facevo a vedere l’Italia conciata così». Su Renzi: «Non basta essere toscano per essere accostato a mio padre»

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TUNISI – La foto di Amintore è in una cornice, appena si entra. «Qui mi trovo bene: chiamarsi Fanfani, dice ancora molto a molta gente…». D’Italia c’è poco altro, a guardarsi in giro: «A 62 anni, col mio Paese ho chiuso. Mi dispiace usare parole così amare. Ma io ho avuto la fortuna d’essere il figlio d’uno dei padri fondatori della nostra Repubblica. E a vederla così conciata, guardi, proprio non ce la facevo più».

L’uomo che fa accomodare nella sua villa con piscina sopra la Marsa, il quartiere residenziale di Tunisi che gli europei chiamano «il principato» e dove abitare costa la metà della metà che in Italia, ha un foulard al collo ed è appena uscito da un intervento alle corde vocali («c’è una sanità fantastica, medici di scuola francese e prezzi ridicoli: una visita specialistica in clinica privata, la paghi 21 euro»). Si chiama Giorgio Fanfani e fin da ragazzo, racconta, è cresciuto sentendo chiamare col suo cognome qualunque coetaneo privilegiato o viziatello: «Chi ti credi d’essere, il figlio di Fanfani?...», era una frase fatta d’allora. «Il figlio di Fanfani adesso, a 62 anni e dopo 42 di contributi, grazie alla riforma della ministra Fornero s’è ritrovato con una pensione ridicola». E per tirare avanti, per allontanarsi anche da qualche grana, è dovuto venire a vivere per sempre qui.
Vita grama
Il taglio netto, sei mesi fa. «Ho fatto due conti e non me la sono sentita di restare a Roma, a fare una vita grama». Fanfani jr ha chiuso la sua società di consulenza e in una settimana, «basta la fotocopia del passaporto», l’ha riaperta a Tunisi, dove per i primi dieci anni le tasse non si pagano: assiste chiunque voglia iniziare un’impresa qui o in Burkina Faso, in Egitto o a Dubai, «nel frattempo aiuto le nostre aziende che ancora hanno da riscuotere i crediti dai tempi di Ben Ali». L’addio al Belpaese è una scelta irrevocabile: «Nulla, di quel che c’era nell’Italia pensata da mio padre, è riscontrabile nell’Italia di oggi.

La Seconda Repubblica è stata molto peggio della Prima, i leader politici non si sono più visti». Meglio questa Tunisia «che ricorda molto i nostri anni ’50-’60, ma con più infrastrutture e più aiuti dall’estero: il tempo qui è dilatato, i ritmi sono meno forsennati. Mi sono iscritto a una palestra, studio l’arabo, cucino, ho più tempo per stare con la mia compagna Eleonora. Siamo a un’ora dall’Italia, ma è come se ci avessi messo in mezzo un continente».
Coniglio mannaro
Legge la nostra politica, naturalmente. E di Arnaldo Forlani, un secolo fa il delfino del padre, che in un’intervista ha definito «un nipotino di Fanfani» il premier Matteo Renzi: «Che oggi si debba andare a rispolverare ancora quel ‘coniglio mannaro’, come lo chiamavano, mi dà il livello del dibattito – è tagliente Giorgio Fanfani -. Uno che è stato manifestamente incapace di governare la deriva tangentizia della Dc, s’è fatto passare sopra la testa di tutto…». Il paragone Matteo-Amintore non gli piace: «Ma di che parliamo? Qualcuno crede davvero che basti essere toscano, per venire accostato a Fanfani? Il primo atto di Renzi, quando s’insediò da sindaco a Palazzo Vecchio, fu l’andare a inginocchiarsi sulla tomba di Giorgio La Pira, che di Fanfani era uno stretto collaboratore.

Ma non è sufficiente inchinarsi su una lapide, per essere un erede politico! Certo, Renzi è grintoso e iperattivo come lo era mio padre, ha bruciato la generazione dei cinquantenni ma almeno sta mettendo in mano ai nostri figli il loro destino. Uno come lui però se lo scorda, il pensiero e il disegno politico di Fanfani. Che sproletarizzò l’Italia, fece costruire le case e le diede da riscattare ai lavoratori, meccanizzò l’agricoltura, programmò le scuole, espropriò la nobiltà terriera, fece nascere l’Enel…». Fa il tifo per il premier, come no. E non gli sfugge che Renzi sia venuto proprio in Tunisia, per la sua prima missione all’estero: «E’ giusto che l’Italia diventi un punto di riferimento per gli amici del Nord Africa». Sul resto, però, sipario: «La ripresa non passerà per il Jobs Act e queste fregnacce di cui si riempie la bocca. Fanfani, stia sicuro, tante parole se le sarebbe risparmiate».

27 ottobre 2014 | 07:13