mercoledì 29 ottobre 2014

La lezione italiana di Woz: «Jobs ha portato i colori nel mondo dei pc»

Corriere della sera
di Massimo Sideri

Steve Wozniak sale in cattedra a Milano per parlare ai manager. Con il suo stile naif che da sempre l’ha contrapposto all’altro fondatore di Apple : ‘Non inseguite sempre i soldi’

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Sala piena e applausi. Il vecchio @stevewoz (64 anni) funziona ancora, anche alle 9 del mattino. Ad ascoltare il cofondatore della Apple, Steve Wozniak, per tutti Woz, c’erano 2.500 manager al World Business Forum milanese. La formula, d’altra parte, non cambia. Woz sembra sempre un po’ naif, genuino, anche se ricco. E l’amarcord su quando “io, almeno, avevo un lavoro alla Hp, mentre Steve Jobs non aveva un soldo”, concetto ripetuto più volte, è inevitabile.

Ingegnere a vita
Sono passati 40 anni, un’infinità di tempo. Prima della Apple, ricorda Woz, “la rivoluzione dei computer era vissuta in maniera noiosa”. Non è un mistero, comunque, che lui stesso non credesse nel successo di massa del pc all’inizio, come ricorda Walter Isaacson nella sua biografia di Jobs (non ci credette nemmeno Hp a cui lui presentò il progetto poi sviluppato con Jobs). Le macchine erano un insieme di “input e output” e “nessuno si aspettava i colori dal pc” ha detto per rimarcare l’importanza che ha avuto nel processo Jobs. “Io pensavo a come migliorare l’Apple I, lui pensava a come fare utili da reinvestire nell’azienda per poter migliorare quello che facevamo”. Due livelli diversi che si notano ancora oggi seguendo Woz. “Io sarò un ingegnere a vita” racconta ricordando quasi con malinconia quando nel college bisognava ancora “salire su una sedia con l’antenna in mano per vedere bene la tv”.

Steve Jobs, a tre anni dalla morte  
Steve Jobs, a tre anni dalla morte  
Steve Jobs, a tre anni dalla morte  
Steve Jobs, a tre anni dalla morte  
Steve Jobs, a tre anni dalla morte
Non seguite i soldi
Migliorare la tecnologia è sempre stato il suo mantra e il suo divertimento. “Quando ero piccolo avevo una radio a un transistor, quando divennero sei i transistor pensai a come avrei potuto migliorarla, ma mio padre mi disse che i microchip costavano troppo e sarebbero rimasti una tecnologia per i militari e le grandi aziende”. Chiaramente si sbagliava. Tra le lezioni subliminari ai manager ritorna sempre quella dei soldi che non devono essere l’uva da inseguire a tutti i costi. Woz non usa mai i termini modello di business, ma preferisce working model, un modello di lavoro. È ciò che fai quello che conta. Un chiaro elogio ai maker: “Non è quando hai un’idea il momento bello, ma quando la realizzi”. Un consiglio ai “giovani ingegneri”. Ma, forse, non solo a loro.

28 ottobre 2014 | 17:25

Il secondo Snowden vive in Virginia «L’Fbi è riuscita a individuarlo»

Corriere della sera
di Massimo Gaggi

Il ministero della Giustizia è cauto sui casi delle «talpe» Eric Holder, che sta per lasciare l’incarico, non vuole passare per «liberticida»

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«È un tipo coraggioso, estremamente audace», dice un eccitato Edward Snowden, davanti ai documenti segreti ottenuti da una nuova fonte del sito The Intercept . «Certo, è stato ispirato da quello che hai fatto tu», gli risponde Glenn Greenwald, il giornalista che ha reso pubbliche le informazioni classificate sottratte dall’ex contractor agli archivi della Nsa, l’agenzia federale di intelligence.

Il dialogo, contenuto nelle scene finali di «Citizenfour», il documentario di Laura Poitras sul caso Snowden uscito di recente, ha spinto gli investigatori a raddoppiare gli sforzi per verificare, anche alla luce delle nuove rivelazioni di The Intercept , il nuovo sito indipendente di inchieste creato da Greenwald con l’aiuto del miliardario Pierre Omidyar, se effettivamente nell’intelligence Usa si era aperta un’altra falla. È bastato poco per ottenere la temuta conferma: tra i documenti utilizzati dalla nuova testata giornalistica ce ne erano alcuni che sono stati redatti dopo la fuga di Snowden, riparato prima ad Hong Kong e poi a Mosca.

Adesso - secondo la ricostruzione del giornalista Michael Isikoff, pubblicata da Yahoo! News e non smentita dal governo americano - l’Fbi ha identificato il cosiddetto «second leaker»: il secondo personaggio con accesso agli archivi segreti che ha aperto un’altra falla nel muro dell’apparato di sicurezza Usa. Non se ne conosce il nome né il ruolo, né è chiaro se sia stato arrestato. Tutto quello che si sa è che si tratta di un altro contractor che gestisce in appalto servizi per il Pentagono o le reti di intelligence. I «federali» hanno perquisito la sua casa che si trova nel nord della Virginia, cioè nei sobborghi meridionali di Washington.

Non tutto deve essere, però, filato liscio nel tentativo di individuare e catturare questo nuovo «scassinatore» di segreti governativi. Infatti non solo non ci sono notizie sulla sua detenzione, ma il giornalista autore dello scoop riferisce anche di un certo malumore dei servizi segreti perché il ministero della Giustizia, sfiancato dalle accuse di essere un persecutore della libera stampa e dei «whistleblower» (i personaggi che denunciano le malefatte delle amministrazioni nella quale lavorano), sarebbe riluttante a perseguire queste nuove fughe di notizie come gravi crimini federali.

Il portavoce del ministero della Giustizia Usa, Marc Raimondi, si è rifiutato di commentare il caso, ma si sa che Eric Holder, ministro ormai dimissionario, e già più volte messo sotto accusa della stampa, non ha alcuna voglia di chiudere la sua esperienza di governo con la fama del liberticida: è rimasto ad esempio sospeso il caso di James Risen, il giornalista del New York Times che sembrava destinato al carcere per il suo rifiuto di rendere note le fonti di notizie da lui pubblicate che, secondo il governo, hanno creato rischi per la sicurezza nazionale. Un’accusa che pende da mesi, ma non è mai stata formalizzata.

Secondo altri, il governo non ha affatto rinunciato a perseguire i «leaker»: semplicemente non dispone ancora di tutti gli elementi necessari per un’incriminazione. Il caso ha preso consistenza all’inizio di agosto quando, alla vigilia dell’uscita del film della Poitras, The Intercept ha pubblicato un servizio sulla crescita abnorme del database dei sospetti terroristi: un archivio, quello del Tide (acronimo che sta per Terrorism Identities Datamart Environment) arrivato a contenere più di un milione di nominativi, per il 99% soggetti stranieri.

Gli investigatori federali hanno accertato che le informazioni vengono da un documento del National Counterterrorism Center dell’agosto del 2013: dopo la fuga all’estero di Snowden.
Da qui la certezza dell’esistenza di un’altra fonte. Che, però, potrebbe essere di rango inferiore: fin qui il «second leaker» ha infatti tirato fuori documenti classificati «Secret» e «Noforn», cioè da non fornire a governi stranieri, ma non «Top Secret» come quelli sottratti a suo tempo da Snowden .

29 ottobre 2014 | 09:03



File segreti trafugati. C’è un nuovo Snowden?

Corriere della sera 

di Fabrizio Massaro, inviato a New York

Filtrati e pubblicati dalla stampa altri documenti super riservati.
E ora negli Stati Uniti ci si chiede se esiste una nuova «talpa»

C’è un nuovo Edward Snowden che sta trafugando documenti top secret dell’intelligence americana? Il sospetto negli Stati Uniti è forte dopo che il sito The Intercept fondato da Glen Greenwald - il giornalista che ha pubblicato le migliaia di file copiati dall’ex contractor della Nsa svelando il sistema di sorveglianza di massa antiterrorismo - ha reso noto che gli Stati Uniti hanno compilato una lista di 680 mila «potenziali terroristi», 20.800 dei quali cittadini americani o stranieri residenti nel Paese. Altre 320 mila sarebbero comprese in una più ampia lista di persone sospette, portando a circa 1 milione il numero dei potenziali terroristi.

Gli elenchi verrebbero alimentati anche con informazioni acquisite dalla Cia attraverso un programma finora sconosciuto, «Hydra», che consente di accedere segretamente ai database di Paesi stranieri. A far pensare a un nuovo caso Snowden è la circostanza che i documenti del National Counterterrorism Center pubblicati da Greenwald sono aggiornati al novembre 2013, dunque a diversi mesi di distanza dalla fuga di Snowden in Russia. Dopo aver lasciato il Guardian , il 47enne giornalista americano, ex avvocato, che vive e lavora a Rio de Janeiro, ha lanciato a febbraio la testata online The Intercept insieme al fondatore di eBay, Pierre Omidyar. Ieri Greenwald non ha voluto confermare né smentire l’esistenza di una nuova fonte. I documenti sono classificati come «segreti» e «noforn», cioè da non condividere con i Paesi alleati.

Il dato più allarmante, secondo The Intercept , è che circa il 40% dei sospetti terroristi del Terrorist Screening Database (Tsdb) non è ricondotto ad alcun gruppo terroristico. Tra le organizzazioni conosciute, Al Qaeda è la più numerosa con 73 mila sospetti affiliati in Iraq e altri 50 mila in altri Paesi. I talebani schedati sono 62 mila, gli appartenenti ad Hamas 21 mila e altrettanti quelli a Hezbollah. Ad altri gruppi terroristici non specificati appartengono quasi 93 mila soggetti. Da questi elenchi viene tratta la lista dei soggetti da porre nella «no fly list», oggi cresciuta fino a 47 mila nomi, o quelli da controllare con particolare attenzione agli imbarchi in aeroporto.

7 agosto 2014 | 08:13

Ricordi questo gioco? L'uomo che l'ha inventato oggi è povero e non ha i soldi per un intervento

La Stampa

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Forse non tutti ci avranno giocato, ma ognuno di noi avrà sentito parlare di un gioco popolarissimo in tutto il mondo come 'L'allegro chirurgo'. Per una strana ironia della sorte, uno dei suoi inventori oggi ha bisogno di un intervento ma non può permettersi l'operazione. Per questo motivo è scattata una campagna di raccolta fondi sul web.

John Spinello, di chiare discendenze italiane, oggi ha 77 anni e nel 1965 ideò, insieme a due compagni dell'università, il popolare gioco da tavolo in cui i bambini devono togliere e inserire gli organi di un paziente al posto giusto con una pinza da chirurgo. Se si sbaglia la mossa o si mette a contatto la pinza con i bordi dei fori, allora il naso del paziente si illuminerà attivando anche un segnale sonoro. Allora John era uno studente di design industriale e l'idea gli venne durante un'esercitazione in cui prese una A.

Il giovane John incontrò poi, tramite un amico di famiglia, un disegnatore di giocattoli, Marvin Glass, che rimase entusiasta del progetto e pagò tutti i diritti per 500 dollari (poco meno di 4000 in proporzione al giorno d'oggi) oltre a promettergli un posto di lavoro dopo la laurea. Quell'impiego, però, non arrivò mai, e John non godette mai, almeno dal punto di vista economico, dei benefici di un successo di proporzioni mondiali: «Se guardo indietro, però, cerco di consolarmi pensando a quante generazioni di bambini in tutto il mondo si sono divertite con la mia idea».

Il gioco ha avuto un successo straordinario, considerando anche la sua longevità. Solo in questi ultimi anni sono state create nuove versioni esclusive, come quelle di Star Wars, dei Simpson, di Cattivissimo Me, di Spiderman e di Shrek. Ora, come racconta l'edizione originale dell'Huffington Post, John ha problemi di salute e deve sottomettersi ad un intervento di chirurgia orale (non viene specificato quale). Non potendoselo permettere, si è affidato ad un'associazione che ha organizzato la raccolta fondi online e creato anche un sito web in cui viene raccontata tutta la vicenda.

martedì 28 ottobre 2014 - 17:41   Ultimo agg.: 20:07

Richieste di asilo politico, così la burocrazia aiuta chi non ne ha diritto

Corriere della sera
di Michele Focarete

Tra i migranti che arrivano sulle nostre coste c’è chi, senza titolo, cerca di sfruttare i cavilli della legge

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Madri che affrontano il mare con il figlio in grembo. Minorenni impauriti e uomini dai volti segnati dal dolore. Arrivano dalla Siria, dalla Palestina, dal Pakistan, dal Sudan, dall’Eritrea, dalla Tunisia, dalla Nigeria. Ma anche dal Bangladesh, che con la guerra c’entrano un po’ meno. Forse memori degli scontri dello scorso anno quando la folla laica era scesa nelle affollate strade di Dacca: 53 morti nel giro di un mese. Scontri scoppiati subito dopo la condanna a morte di Delawar Hossain Sayedee, l’alto dirigente del partito Jamaat-e-Islami, per crimini di guerra commessi durante il conflitto di liberazione dal Pakistan nel 1971. Anche nelle elezioni dello scorso gennaio, ci furono ancora scontri e ancora morti. Poi più nulla.
Dal Bangladesh
Eppure tra gli ultimi sbarchi di disperati di «Mare nostrum», centinaia di cittadini del Bangladesh erano in fila con gli altri stranieri scappati dalle guerre o dalla tirannide di Paesi dove la democrazia non abita lì. Non sono però sfuggiti allo sguardo attento degli addetti alla Protezione civile e quindi alle forze dell’ordine. I migranti del Bangladesh hanno chiesto asilo politico o, come si dice adesso, protezione sussidiaria. Quindi non si è potuto fare altro che smistarli nelle varie questure d’Italia per la prassi di identificazione e per il permesso di soggiorno in attesa dell’ok o meno da parte dell’apposita commissione territoriale. A Milano, negli scorsi giorni, ne sono arrivati quaranta. Hanno tutti ammesso di essere del Bangladesh, rilasciando le loro generalità per avere un permesso provvisorio. «Non sono né i primi né gli ultimi», spiega Marco Cozzi, avvocato del Foro di Milano che spesso si occupa di queste persone. «È nel loro diritto. Chiesto l’asilo politico, passerà del tempo, anche un anno, per avere una risposta sulla loro pratica di rifugiati».
Direttiva europea
Un anno e la pratica potrebbe anche essere rigettata, tenuto conto che nel Bangladesh attualmente non c’è guerra e, secondo i dati della questura, sono proprio pochi i cittadini di quello Stato che riescono ad avere un permesso per scopi umanitari, ma non perché provengono da un Paese in guerra. Infatti, il termine di rifugiato è applicabile, come recita la legge «a chiunque, nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi».

«La Direttiva europea - continua Cozzi - definisce una persona ammissibile alla protezione sussidiaria ogni cittadino di un paese terzo o apolide che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno. Così loro chiedono asilo politico. Naturalmente con il gratuito patrocinio. Se gli viene rigettato, si fa ricorso al tribunale ordinario. E passano ancora mesi. Se anche il tribunale dice no, si impugna al giudice in Appello. E passa ancora molto tempo. Fino ad arrivare in Cassazione. Insomma anche chi non scappa dalla guerra, con questo sistema resta da noi qualche anno, a spese dei contribuenti».

28 ottobre 2014 | 17:24

Area 51, scienziato svela tutti i segreti in un video: «Gli alieni lavorano lì»

La Stampa

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NEW YORK - Lo scienziato Boyd Bushman è scomparso il 7 agosto scorso, ma poco prima della sua morte ha registrato un video interessantissimo nel quale parla delle sue esperienze personali con l'Area 51, uno dei luoghi più misteriosi del mondo.​

Bushman mostra foto di Ufo, alieni e tecnologia anti-gravità. Durante la sua carriera, lo scienziato ha conquistato molti brevetti, oltre che a lavorare per aziende appaltatrici della difesa americana, come la Hughes Aircraft, General Dynamics, e Texas Instruments.
Secondo Boyd Bushman, alcuni ufo sarebbero presenti all'interno dell'Area 51, e alcuni di loro, umanoidi alti circa 1,5 metri con mani palmate, lavorano addirittura all'interno dell'Area stessa, a stretto contatto con gli esseri umani.

Gli Ufo avrebbero una tecnologia molto avanzata, che permette loro di viaggiare nello spazio ad una velocità superiore a quella della luce. Possono anche comunicare attraverso la telepatia. Inoltre, Bushman ha mostrato moltissime foto di alieni e ha ammesso che nell'Area 51 e in altri siti, ci sono due gruppi di extraterrestri in fase di studio. Gli alieni hanno dita lunghe, piedi palmati, e provengono da un pianeta noto come Quintumnia, dice Bushman.

"Ci sono due gruppi di extraterresti - ammette Bushman - Si dividono in due gruppi, come avviene in un ranch. Un gruppo sono mandriani, e gli altri sono ladri di bestiame. I mandriani sono molto più amichevole, e hanno un rapporto migliore con noi".

GUARDA IL VIDEO - CLICCA QUI

martedì 28 ottobre 2014 - 15:25   Ultimo agg.: 21:58

Le bombe erano un ultimatum Telefoni muti e tememmo il golpe»

Corriere della sera
di Giovanni Bianconi

Il Capo dello Stato sugli attentati della mafia nell’estate del 1993: fu subito chiaro che erano nuovi sussulti della fazione più violenta di Cosa Nostra

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Nella sala del Bronzino adibita ad aula di corte d’assise, i giudici sono sistemati un gradino più in alto rispetto ad avvocati e pubblici ministeri, seduti di fronte a loro. Quando il presidente Alfredo Montalto, verbalizzate presenze e assenze, invita a far entrare il capo dello Stato, si apre una porta laterale e fa ingresso Giorgio Napolitano. I corazzieri scattano sull’attenti, gli avvocati si alzano in piedi, giudici e pm restano seduti. Il capo dello Stato prende posto sullo stesso piano rialzato della corte, alla sua destra, con in mano una cartellina che raccoglie alcuni documenti. Si siede e pronuncia la formula di rito, impegnandosi a dire tutta la verità.

Alle 10,05 comincia una testimonianza da cui l’accusa incassa una frase che - nella propria visione - conferma il quadro del ricatto allo Stato portato dai mafiosi e favorito da alcuni rappresentanti delle istituzioni. Riguardo agli attentati di Firenze, Roma e Milano nella primavera-estate del 1993 Napolitano, all’epoca presidente della Camera, dice: fu subito chiaro che erano nuovi sussulti della fazione più violenta di Cosa nostra, per porre lo Stato di fronte a un aut aut ; o si alleggeriva la pressione nei confronti della mafia o si rischiava il proseguimento degli attacchi destabilizzanti.
I sospetti di D’Ambrosio
Ma l’esame dei pm comincia con una premessa del procuratore aggiunto facente funzioni di capo, Leonardo Agueci, il quale sottolinea il riguardo dell’intero ufficio per Napolitano e l’alta funzione che esercita. Subito dopo tocca all’altro procuratore aggiunto, Vittorio Teresi, che comincia dal riepilogo degli incarichi istituzionali ricoperti dal testimone, per arrivare alla conoscenza con il magistrato Loris D’Ambrosio, nel 1996, quando Napolitano era ministro dell’Interno e lui capo di gabinetto al ministero della Giustizia. Salito al Quirinale nel 2006, Napolitano lo ritrovò che era già consigliere giuridico di Ciampi, e lo confermò

nell’incarico: «Avevamo un rapporto direi quotidiano, che sfociò in affetto e stima ma sempre sul piano del lavoro, non facevamo conversazioni a ruota libera». Ed eccoci al cuore della deposizione: la lettera con cui il 18 giugno 2012, un mese prima di morire, D’Ambrosio comunicò a Napolitano le proprie dimissioni (respinte), ed espresse il timore di essere stato trattato, fra il 1989 e il 1993, da «utile scriba» e «scudo per indicibili accordi». Il pm Teresi chiede a più riprese se il capo dello Stato abbia saputo di più circa questi sospetti.

«No - è la sintesi delle risposte - D’Ambrosio mi aveva trasmesso solo ansietà e sofferenza per la strumentalizzazione delle intercettazioni tra lui e Mancino. La lettera fu per me un fulmine a ciel sereno. Non ebbi sentore o percezione delle sue inquietudini relative al 1989-’93, ma dell’indignazione per il trattamento ricevuto, dopo aver dedicato una vita alle istituzioni, a costo di minacce che ebbero effetti sui suoi familiari (il riferimento è alle indagini svolte da D’Ambrosio sul terrorismo nero e i Servizi deviati alla Procura di Roma, ndr ). Era profondamente scosso perché veniva messa in dubbio la sua fedeltà istituzionale, si sentiva ferito a morte».
Difficili interpretazioni
La riservatezza costituzionalmente garantita delle attività presidenziali, «anche informali», consentirebbe a Napolitano di non parlare delle sue conversazioni con D’Ambrosio, ma il presidente non si ferma: «Non ebbi con lui discussioni sul passato». Nessun cenno agli «indicibili accordi», che del resto erano «ipotesi prive di sostegno oggettivo, ché altrimenti da magistrato avrebbe saputo cosa fare, mentre di questi dubbi non ha parlato né nelle audizioni parlamentari né ai pubblici ministeri». E gli accenni a ciò che avrebbe scritto, e invece non compare, nel libro di Maria Falcone in ricordo del fratello trucidato dalla mafia, «rimangono righe a cui è difficilissimo dare un’interpretazione».
La scorta dei Nocs
Con le domande del pm Nino Di Matteo, alle 11,10, si passa al dibattito parlamentare del 1992 sull’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario che introdusse il «carcere duro» per i boss. Napolitano spiega che «il presidente della Camera non entra nel merito dei provvedimenti né si confronta con i gruppi parlamentari», ma si dice «convinto che la strage di via D’Amelio rappresentò un colpo di acceleratore» all’approvazione della legge. Ad altre domande su questo tema Napolitano risponde pur sottolineando più volte che «ci stiamo allontanando molto dal tema dell’esame»; lui ha buona memoria, garantisce, «ma non quella di un elefante», né può paragonarsi «a Pico della Mirandola», e il presidente della corte fa notare che certe dimenticanze, a tanti anni di distanza dai fatti, sono più che comprensibili. Ricorda bene, invece, il testimone d’eccezione, le «voci» di attentato ai danni suoi o di Giovanni Spadolini raccolte dal Sismi nell’estate del 1993; ricorda che gliene parlò l’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, affidandogli una discreta sorveglianza da parte dei Nocs durante una sua trasferta parigina; e ricorda anche di aver cambiato abitazione, trasferendosi nell’alloggio di Montecitorio, perché casa sua era in un vicolo di Roma dove sarebbero state a rischio altre persone.
Attacco allo Stato
Così come ricorda le ipotesi sulle strategie mafiose del ‘93 sebbene l’interpretazione dei fatti sia «materia opinabile», e i timori di Ciampi (all’epoca capo del governo) per un possibile colpo di Stato; la notte delle bombe ci fu un black out telefonico, tipico ingrediente del golpe come riportato in un libro degli anni Settanta citato da Napolitano. Una situazione di «fibrillazione» e attacco frontale allo Stato che però - nella ricostruzione del presidente - non impedì una prosecuzione della «lotta senza quartiere» alla mafia, non inficiata dalle minacce personali: lui e gli altri responsabili istituzionali avevano vissuto la stagione del terrorismo «quando non volavano solo minacce ma anche pallottole, e servire il Paese significa anche mettere a rischio la propria vita».

A novembre del ‘93 però il ministro Conso decise di non prorogare il «carcere duro» per oltre 300 detenuti, sulla base dell’idea che era meglio favorire la fazione mafiosa meno violenta nel rapporto con lo Stato, «ma sono analisi oggetto della pubblicistica, di cui io non seppi niente»; quanto ai «41 bis» il presidente della corte blocca la risposta: «La domanda non è ammessa, non è rilevante».

Dopo una pausa di venti minuti, alle 12,35 cominciano il controesame dei difensori e le domande dell’avvocato Cianferoni, per conto di Riina. Ci sono specificazioni e approfondimenti, e a un quesito del legale del «capo dei capi» di Cosa nostra Napolitano ribatte: «Non voglio rubare il mestiere alla pubblica accusa avventurandomi nei rapporti tra mafia e servizi segreti». Un ulteriore quesito sulle opinioni di Scalfaro viene bloccato, e alle 13,35 la deposizione finisce. Il presidente della corte Alfredo Montalto stringe la mano al capo dello Stato, che saluta gli altri presenti con un cenno del capo. L’udienza è tolta.

29 ottobre 2014 | 07:26

Impara a dire no al tuo capo e anche agli amici”

La Stampa
fabio di todaro

Disponibili e aperti sì, ma bisogna saper riconoscere il limite da non travalicare

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Quante volte avete abusato dell’eccesso di sensibilità di una persona? E quante altre, invece, non avete trovato la forza per mettere un freno alle richieste di un amico o di un superiore sul posto di lavoro? Se nel primo caso è mancato il buon senso per riconoscere il limite da non travalicare, al secondo caso si rivolge il saggio dello psicoterapeuta tedesco Rolf Sellin, intitolato «Le persone sensibili sanno dire di no» (Urra Feltrinelli). Un viaggio nell’io scritto apposta per aiutare l’esercito degli ipersensibili. La morale è chiara: disponibili e aperti sì, ma «fessi» no. 

Sellin, serve un’etichetta, innanzitutto: chi sono gli ipersensibili?
«Parliamo di una quota pari al 15-20% degli individui, alcuni dei quali inconsapevoli di appartenere a questa categoria. Tendono a guardare oltre il proprio naso e a farsi carico dei propri problemi e anche di quelli altrui: così vivono in perenne affanno e sotto stress. L’ipersensibile non dice mai di no: fa sempre favori, accetta inviti sebbene controvoglia, svolge mansioni non di sua competenza».

Lei sottolinea l’importanza dei «limiti»: cosa sono e com’è giusto porseli?
«Sono i paletti che fissano i confini dei rapporti con noi stessi, con gli altri e con la realtà. Chi sa dove sono li difende e li rende chiari, assumendo una posizione di forza. Ma i limiti non sono degli ostacoli rigidi: dipendono dal contesto, dal momento che viviamo, dalle nostre competenze, dal modo in cui si presenta l’interlocutore. Possiamo restringerli, se ci sentiamo attaccati, o ampliarli, quando vogliamo metterci alla prova. L’importante è sapere che esistono: chi lo dimentica si condanna a una vita di illusioni».

La linea di confine è un luogo di incontro e allo stesso tempo di conflitto: com’è possibile muoversi su questo filo sottile tutelando la propria salute?
«Conoscere i limiti è il primo passo per sentirsi in pace: con se stessi e con gli altri. Oggi il mondo è in continuo adattamento: ben venga la flessibilità, purché si preservino i propri valori. Elastico, d’altronde, è il concetto in sé di “limite”: chi ha mai detto che non possa essere superato?». 

Lei sostiene che sta al corpo decidere quando andare oltre: cosa significa?
«Lo spirito e la mente non conoscono i nostri limiti. È il corpo a riportarci sempre per terra. La materia è lì e i confini, per natura, appartengono a ciò che è fisico. Occorre riconsiderare il linguaggio del corpo: richiede pazienza, ma non per questo è meno efficace».

Dogmi che chi è dotato di buon cuore tende a non rispettare quasi mai: cosa succede quando questi limiti vengono violati?
«La persona vive un conflitto: c’è chi introietta tutto e chi esplode. Ma in quest’ultimo caso può seguire un atteggiamento di compensazione, in cui i sensi di colpa portano l’ipersensibile a diventare ancora più accondiscendente che in precedenza. A quel punto è meglio pensarci due volte prima di sbottare». 

Quali sono le «spie» che descrivono una situazione di malessere?
«Il corpo va ascoltato: disturbi quali l’emicrania, la tachicardia, la fame d’aria, il mal di stomaco e l’affanno denunciano il raggiungimento della soglia di sopportazione. La maggior parte delle persone ipersensibili perde il contatto con il proprio corpo, poiché l’attenzione è concentrata più sugli altri che sui propri bisogni. E, quando si avvertono dei sintomi, ci si concentra sul loro significato e non sul momento in cui compaiono: una ricorrenza, invece, va interpretata in chiave più profonda». 

Se tutto ruota attorno ai confini, com’è possibile affrontarli e, quando necessario, superarli?
«Tramite i successi e le nuove sfide, che assicurano delle ricompense e ci spingono a mobilizzare tutte le energie per superarle».

Nell’epoca del «Yes we can» quale futuro intravede per chi è crede nella gentilezza e nel savoir faire?
«Queste persone hanno un pregio, non certo un difetto: devono trattarlo come tale, impedendo che venga manomesso dalle esigenze altrui. Riconoscere e rispettare i propri limiti è una virtù: solo chi si muove su un terreno sicuro può sfruttare il proprio potenziale e accrescere i punti di forza. Viviamo in un’epoca difficilissima: e se il segreto per venirne fuori fosse nascosto nel garbo, nell’intelligenza e nell’onestà di queste persone?».

Twitter @fabioditodaro

Allarme hackers alla Casa Bianca Il dubbio: spie pilotate da Mosca?

Corriere della sera
di Guido Olimpio

I sospetti si concentrerebbero su «pirati» del cyberspazio probabilmente vicini ai servizi segreti russi. L’episodio è stato scoperto nei giorni scorsi e ha fatto mobilitare l’FBI

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Incursione degli hackers in alcuni computer della Casa Bianca. I sospetti - scrive il Washington Post - si concentrerebbero su «pirati» russi, probabilmente vicini ai servizi segreti di Mosca. L’intrusione è stata scoperta nei giorni scorsi ed ha provocato l’intervento dell’Fbi così come dell’Nsa. Secondo le indiscrezioni l’attacco di cyber spionaggio avrebbe coinvolto numerosi dipendenti, anche se non di livello elevato. Ma certamente si è trattato di una «breccia» sulla quale gli investigatori devono lavorare per prevenire altri guai. Le accuse contro Mosca non sono un fatto nuovo. Già in passato le autorità americane hanno sostenuto che russi hanno lanciato ripetute incursioni contro gli Usa o i suoi alleati. Un’attività cresciuta in concomitanza con la crisi ucraina.

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Washington spesso ha tirato in ballo anche gli hackers cinesi, tra i più aggressivi nelle operazioni contro obiettivi occidentali. E non solo negli Stati Uni. Un buon numero di partners occidentali sono stati vittime di attacchi organizzati da una speciale divisione vicina all’apparato militare di Pechino. Un “ufficio” utilizzato in qualche occasione per punire grandi giornali statunitensi per le loro rivelazioni sulla nomenklatura cinese e su comportamenti non proprio cristallini. Il Pentagono è al lavoro per potenziare il proprio apparato, per parare i colpi e portarli quando necessario. Entro il 2016 gli Usa contano di avere seimila uomini agli ordini del Cyber Command, una forza che nei piani degli strateghi deve essere in grado di lanciare offensive simili ad una campagna aerea di ampie proporzioni.

29 ottobre 2014 | 08:03