mercoledì 5 novembre 2014

In carcere 22 anni da innocente chiede 56 milioni allo Stato

Corriere della sera

I legali di Giuseppe Gulotta, il manovale condannato per l’eccidio della caserma di Acalmo, chiedono il risarcimento alla Corte d’appello di Reggio




TRAPANI - I legali di Giuseppe Gulotta, il manovale di Alcamo che ha scontato da innocente 22 anni di reclusione per l’eccidio della casermetta di Alcamo Marina il 26 gennaio 1976, dove furono uccisi due carabinieri, hanno chiesto 56 milioni di euro di risarcimento alla Corte d’appello di Reggio Calabria, formalizzando la richiesta che era stata annunciata dopo la scarcerazione, avvenuta nel 2012. Nella strage morirono l’appuntato Salvatore Falcetta e il carabiniere Carmine Apuzzo. Gulotta - come pure Vincenzo Ferrantelli, Gaetano Santangelo e Giovanni Mandala’ - confessarono, è stato appurato nei processi di revisione, perché sottoposti a torture. A scagionare i quattro (Mandala’ ha avuto giustizia solo dopo la morte) fu la testimonianza, seppur tardiva, di un brigadiere dell’Arma, che all’epoca era in servizio ad Alcamo: Renato Olino. I processi di revisione hanno stabilito che le indagini furono depistate.

05 novembre 2014




fh-4515 Novembre 2014 | 21.41
Forse si potrebbe dire qualcosa di più sul carabiniere che, prima di confessare la verità, ha atteso 34 anni. Il carabiniere disse infine al processo di revisione che "quella sera i carabinieri lasciarono il codice penale fuori da quella stanza, compiendo atroci azioni". L'arma dei carabinieri non ha MAI chiesto scusa, come se la cosa non la riguardasse.


Lettore_56633615 Novembre 2014 | 21.34
E poi i magistrati, da vergognosa SUPERCASTA, si oppone alla rsponsabilità civile per le loro malefatte, peraltro richiesta dalla UE, altrimenti gli italiani dovranno pagare di tasca lorouna penale da 230 mln di € di penale. E' una vergogna, che paghino solo i magistrati, non gli altri italiani!!!


email5 Novembre 2014 | 21.33
e lo stato a chi li prende? al cittadino? a me? devo pagare io? che vadano in galeri i giudici e gli venga requisito tutto a risarcimento degli errori che hanno fatto.


Piwisa5 Novembre 2014 | 21.33
La cifra mi sembra un po' esagerata ma in ogni caso (qualsiasi sia la somma) la dovrebbe pagare il magistratino di turno che ha fatto la cavalota ed ha rovinato la vita di quest'uomo (conoscendo il CSM e come funzionano le cose in Italia, immagino che all'autore del disastro sia stata addiritura data anche una medaglia al valore!). E poi ancora discutiamo sulla responsabilità dei magistrati che sbagliano. Italia=Repubblica delle Banane..


scandalizzato5 Novembre 2014 | 21.21
Il risarcimento è doveroso. Magari un po meno ma comunque doveroso e dopo Cucchi evidenzia come componenti marci dello Stato possano umiliare l'onorabilita' stessa della Nazione

Somchai145 Novembre 2014 | 21.19
ma siamo scemi, e lui che deve pagare per il vitto ed all' alloggio durante questi 26 anni.


Ayodele5 Novembre 2014 | 21.05
Niente può restituire 22 anni al signor Gulotta. Dovrebbero rendere suoi schiavi per 22 anni coloro che lo hanno inquisito e condannato ingiustamente, oltre al risarcimento pecuniario. Che vergogna!


Lettore_94024895 Novembre 2014 | 20.44
Ci sarebbe anche da dire che gli altri 2 imputati, minorenni all'epoca, trovarono rifugio in Brasile che, fortunatamente, NON concesse l'estradizione verso l'Italia. Altrimenti i risarcimenti milionari sarebbero stati 3, non uno soltanto. In compenso al Brasile si continua a rinfacciare il caso Battisti. Viviamo in un'epoca allucinante.


EMILIO ERRICI5 Novembre 2014 | 20.43
Se anche avesse chiesto 100 milioni sarebbero pochi... Ha buttato la parte piu' bella della vita e nessuno gliela puo' rendere.


Lettore_5180435 Novembre 2014 | 20.38
365 x 22 = 8'030 Otto miliardi e trenta milioni. Oppure gli inquirenti coinvolti si facciano 22 anni di galera.


rinetto5 Novembre 2014 | 20.32
Vergognoso! Non ci sono parole.


ECOD135 Novembre 2014 | 20.30
56 milioni sono un Euro a testa per ogni cittadino italiano. 5 euro per una famiglia di 5 persone. Lui ne avrà pur diritto, ma perchè la colpa ricade sempre sui cittadini?


didoram785 Novembre 2014 | 20.30
Troppo pochi sono per quello che hanno fatto passare a questa persona. Galera a chi l'ha condannato ingiustamente invece.

Gorizia è assediata dai profughi ma per la Boldrini sono pochi

Ivan Francese - Mer, 05/11/2014 - 11:45

La presidente della Camera: "La politica sia responsabile. I profughi possono sembrare troppi, ma Paesi come il Libano ne ospitano per un quarto della popolazione"

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Gorizia sta diventando la "Lampedusa del nord" per ammissione del suo stesso prefetto ma secondo Laura Boldrini i profughi accolti in Friuli Venezia Giulia sono ancora pochi. La Presidente della Camera ha presieduto ieri alle celebrazioni per la giornata delle Forze Armate al Sacrario militare di Redipuglia, a pochi chilometri dal capoluogo isontino. In riferimento all'emergenza che Gorizia sta vivendo ormai da settimane, la Boldrini ha richiamato la politica al "senso di responsabilità" e a non "gettare benzina sul fuoco".

"Tutto intorno a noi, anche ai confini dell'Europa, si vivono momenti di grande difficoltà - ha spiegato la terza carica dello Stato - Ad oriente come nel Mediterraneo. E noi non siamo un'isola felice, siamo in questo contesto e dobbiamo tutti farci carico di questo problema. I civili sono sempre scappati, da che mondo è mondo. Sta poi al senso di responsabilità, alla collettività riuscire a dare delle risposte".

"È chiaro che sembrano sempre troppi - ha concluso la Boldrini - ma io dico di allargare la lente, di guardare cosa sta succedendo in paesi come il Libano, la Giordania, in paesi che ospitano oltre un milione, un milione e mezzo di rifugiati siriani, su una popolazione a volte di 4 milioni come è appunto il caso del Libano. Nessuno si salva quando ci sono le guerre: le conseguenze ricadono su tutti".

A Gorizia da mesi le autorità cittadine sono alle prese con un numero sempre crescente di profughi afghani che arrivano anche da molto lontano nella speranza di farsi riconoscere l'asilo politico: il prefetto Vittorio Zappalorto aveva addirittura parlato di "furbi in cerca di benefici a cui non hanno diritto".



Gorizia, Lampedusa del nord

Ivan Francese - Sab, 01/11/2014 - 11:46

In città centinaia di afghani che arrivano da tutto il Nordest per farsi riconoscere l'asilo politico. Senza averne diritto


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Gorizia come Lampedusa? Potrebbe sembrare strano, ma da mesi la città giuliana è meta di un costante afflusso di stranieri (specificamente afghani) che puntano a farsi passare per profughi e rifugiati, nel tentativo di ottenere le garanzie connesse.

A sostenerlo è il prefetto Vittorio Zappalorto, che denuncia la situazione senza troppi giri di parole: a Gorizia arriverebbero "stranieri che provengono da altri Paesi dell'Unione Europea che non hanno diritto ad alcun tipo di assistenza. Non sono profughi, sono semplicemente furbi."

Persone che viaggiano con "carte di credito che la maggior parte della gente se le sogna - continua il prefetto parlando al Piccolo - che si spostano in aereo, atterrano a Venezia e poi vengono a Gorizia a mettersi in fila per il rilascio dell’asilo politico." Persone lontane dal Paese d'origine già da anni e quindi da anni lontane da quelle guerre da cui qualcuno sostiene che starebbero fuggendo.

Una situazione che, nelle parole di Zappalorto, autorizza a parlare di Gorizia come di una "Lampedusa del nord": "Quando arrivano i barconi laggiù tutti ne parlano, mentre su quanto accade qui non c’è analoga attenzione. È il governo centrale che deve accollarsi la gestione del caso-Gorizia, noi non reggeremo a lungo. Possiamo riempire capannoni, conventi e alberghi quanto vogliamo ma il problema deve essere risolto a livello centrale."

Un caso insomma di cattiva gestione dell'immigrazione, sostiene il prefetto, le cui responsabilità sarebbero da imputare innanzitutto alla commissione territoriale per richiedenti protezione internazionale, che "fa il gioco degli afghani con procedure e accertamenti lenti e inconcludenti". Zappalorto, ricordando che l'onere della gestione dell'emergenza per ora viene fatto ricadere esclusivamente sulla prefettura, ha richiesto un intervento diretto di Roma.

Già a inizio ottobre il sindaco Romoli, durante un vertice convocato in prefettura, aveva chiesto un alleggerimento della presenza dei profughi in città, sottolineando lo squilibrio tra la situazione della provincia goriziana e quelle di Trieste, Pordenone e Udine. Una richiesta accorata ma evidentemente non sufficiente.

Dignità

La Stampa
massimo gramellini

Per il Vaticano la scelta della malata terminale californiana Brittany Maynard di anticipare di qualche settimana una fine dolorosa e scontata è da considerarsi «priva di dignità». La Chiesa ha ovviamente tutto il diritto di fare la Chiesa e di interpretare i dettami della divinità a beneficio di coloro che le riconoscono la funzione di intermediaria. Ma definire indegna la decisione di una donna colpita da un tumore devastante al cervello significa non sapere più dove stia di casa la parola «umanità». Nelle astrazioni della dottrina si possono anche costruire scintillanti cattedrali di ghiaccio. Ma la vita, per chi la conosce e la ama, è un’altra storia e ci racconta che qualsiasi strada percorsa con coraggio conduce a destinazione. Una persona che combatte fino all’ultimo contro il dolore e l’umiliazione della malattia ha la stessa dignità di chi preferisce sottrarre il suo corpo e i propri cari a un simile strazio.

Nessun condannato a morte si avvia volentieri al patibolo, a meno che sia un martire invasato: categoria di cui da sempre abbondano soprattutto le religioni. Se sceglie di anticipare l’esecuzione, è solo perché vuole andarsene con consapevolezza. C’è molta più dignità nelle lacrime di congedo della vitalissima Brittany che in chi, ancora una volta, ha deciso di salire sull’onda di un caso mediatico per zavorrare di aggettivi infamanti la libera e drammatica scelta di un essere umano.

Pakistan, arsi vivi due cristiani da 400 musulmani inferociti: "Hanno profanato il Corano"

Sergio Rame - Mar, 04/11/2014 - 17:33

Sono stati sequestrati e tenuti in ostaggio per due giorni in una fabbrica di argilla. Poi li hanno spinti nella fornace dove si cuociono i mattoni



Un nuovo orrore sconvolge il Pakistan e il mondo intero che guarda impotente. Due giovani cristiani sono stati bruciati vivi da una folla inferocita di 400 persone. È accaduto nella zona di Lahore, la stessa città dove l’Alta Corte ha confermato qualche giorno fa la condanna a morte di un’altra cristiana accusata di blasfemia, Asia Bibi, madre di cinque figli in carcere dal 2009. E sempre dal Pakistan giunge la notizia di Sawan Masih, un altro cristiano condannato a morte, anche lui per blasfemia. Dall’aprile del 2014 si trova nel carcere di Faisalabad, ma oggi si è detto fiducioso di essere liberato.

Come riferisce l’agenzia dei missionari Fides, citando l’avvocato cristiano Sardar Mushtaq Gill, il 26enne Shahzad e la 24enne Shama sono stati bruciati da una folla di musulmani provenienti da cinque villaggi a Sud di Lahore. Li accusavano di aver commesso blasfemia. Li accusavano di aver bruciato alcune pagine del Corano. Il fatto è accaduto nel villaggio "Chak 59", non lontano della cittadina di Kot Radha Kishan. I due, che lavoravano in una fabbrica di argilla, sono stati sequestrati e tenuti in ostaggio per due giorni all'interno della fabbrica. Questa mattina sono stati spinti nella fornace dove si cuociono i mattoni.

Come spiegato a Fides dall’avvocato Gill, l’episodio incriminato, cioè la supposta blasfemia, è legato in qualche modo alla recente morte del padre di Shahzad. Due giorni fa Shama, ripulendo l’abitazione dell’uomo, aveva preso alcuni oggetti personali, carte e fogli dell’uomo che non servivano più e ne ha fatto un piccolo rogo. Secondo un musulmano che ha assistito alla scena, in quel rogo vi sarebbero state delle pagine del Corano. L’uomo ha quindi sparso la voce nei villaggi circostanti e una folla di oltre quattrocento persone ha preso in ostaggio i due giovani.

Al momento dell'intervento, la polizia si è limitata a constatare la morte dei due giovani e ad arrestare, per un primo interrogatorio, trentacinque persone. "È una vera tragedia - ha commentato l’avvocato -, un atto barbarico e disumano. Il mondo intero deve condannare fermamente questo episodio che dimostra come sia aumentata in Pakistan l’insicurezza tra i cristiani. Basta un’accusa per essere vittime di esecuzioni extragiudiziali. Vedremo se qualcuno sarà punito per questo omicidio".



Se la fede cristiana può costare la vita: è la più perseguitata

Roberto Fabbri - Mar, 04/11/2014 - 08:08

Ostacoli in 81 Paesi, proibizioni e violenze in 20, di cui 14 islamici. Papa Francesco: "Uccisi solo perché fedeli alla Chiesa"

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L'ultimo rapporto sulla libertà religiosa nel mondo conferma una verità amaramente già nota: i cristiani non sono gli unici a subire persecuzioni per la loro fede, ma sono certamente quelli che ne patiscono di più. E purtroppo questa preoccupante tendenza non fa che accentuarsi.I dati presentati dall'«Associazione Aiuto alla chiesa che soffre» sono inequivocabili. La libertà religiosa è ostacolata in 81 Paesi del mondo su 196, e in 20 essa è praticamente assente. E non è un dato marginale il fatto che di questi venti, 14 siano Paesi a maggioranza musulmana, dove intolleranza e violenza - in troppi casi anche omicida - dilagano.

L'integralismo islamico, documenta il rapporto biennale della fondazione vaticana, strangola la libertà di professare liberamente altre fedi in Paesi come l'Iran, l'Afghanistan, il Sudan, lo Yemen, la Somalia, la Libia, l'Iraq e la Siria: in alcuni di questi Paesi il fatto stesso di dirsi cristiani implica il rischio della vita. Non a caso il Papa, nella giornata di domenica dedicata al ricordo dei defunti, ha voluto ricordare «coloro che nessuno ricorda» e fra loro «i fratelli e le sorelle uccisi perché cristiani».

Ma la vita per i seguaci di Cristo (e non solo per loro) è resa dura dall'elevata intolleranza verso di loro che si manifesta anche in Paesi islamici considerati meno difficili: è il caso dell'Egitto, del, della Nigeria infestata dai fanatici di Boko Haram, del Pakistan, delle Maldive erroneamente considerate un paradiso in Terra solo per la loro eccezionale bellezza, della Repubblica Centrafricana.

In altri Paesi, sono regimi totalitari spesso di impronta comunista a soffocare la libertà di religione. È il caso della Cina - che non perseguita solo i cristiani fedeli alla Chiesa di Roma, ma anche i buddhisti tibetani leali al Dalai Lama -, della Corea del Nord dove come sanno certi turisti americani che vi sono finiti dietro le sbarre è molto pericoloso presentarsi con Bibbie al seguito, della Birmania in mano a una giunta militare paranoica, della repressiva Eritrea e di qualche altro poco raccomandabile Paese asiatico.

La Fondazione constata qualche miglioramento in Paesi come Cuba, dove il regime comunista ha allentato le maglie dell'ateismo di Stato consentendo «perfino» la costruzione di qualche chiesa, gli Emirati Arabi e il Qatar, ma anche della stessa culla dell'integralismo islamico nella sua versione moderna, l'Iran. Questi quattro Paesi, peraltro, vengono tuttora definiti «luoghi di alta repressione religiosa».

Il rapporto non manca di puntare il dito contro intolleranze verso la fede che si manifestano anche nella libera Europa occidentale. Viene menzionata la Francia, ormai più laicista che laica sotto la guida del socialista Hollande, e la «intolleranza preoccupante» che dimostra a giudizio di «Aiuto alla Chiesa che soffre» la legalizzazione del matrimonio e delle adozioni da parte di coppie omosessuali. E si ricorda pure l'aumento delle violenze nei confronti degli ebrei in Francia e in altri Paesi occidentali, «che provoca un aumento dell'emigrazione verso Israele». Anche queste, a ben vedere, da mettere in conto in prevalenza agli integralisti musulmani che pullulano nelle inquietanti periferie delle metropoli francesi e non solo.

Il Muro di Berlino? Per i comunisti era legittima difesa

Mario Cervi - Mer, 05/11/2014 - 08:06

La propaganda rossa motivò l'erezione della barriera con le possibili infiltrazioni del capitalismo. Ma la storia dimostra che fu una galera per milioni di persone

Il 9 novembre 1989 il governo della Germania Est annunciò che le visite a Berlino Ovest erano permesse. Era la fine di un incubo. Il Giornale ha deciso di celebrare i 25 anni dal ritorno alla libertà con una serie di articoli di alcune tra le sue firme più prestigiose, da oggi a domenica.


Un momento dell'erezione del Muro di Berlino, iniziata il 13 agosto del 1961


Il 13 agosto del 1961 il Muro di Berlino trasformò la Repubblica Democratica tedesca, Stato anomalo e sostanzialmente illegale di fabbricazione sovietica - ma a lungo tollerato dall'Occidente -, in una immensa prigione a cielo aperto. Nella quale furono rinchiusi diciassette milioni di tedeschi. Il «Berliner Mauer» - ma anche «antifaschistischer Schutzwall», barriera di protezione antifascista - acquisì subito una tenebrosa fama. Quel torvo vincolo - prima di filo spinato, poi, con il trascorrere del tempo, sempre più tecnologicamente avanzato - incatenava un intero popolo, incatenava la libertà, incatenava la democrazia. Una data di lutto e di dolore che sarebbe durata 28 anni, fino al 9 novembre 1989, quando il Muro fu abbattuto.

La protesta internazionale fu intensa e inutile. Invano le ciarliere cancellerie europee ricordarono che meno di due mesi prima Walter Ulbricht, leader della Ddr - dalle iniziali di Deutsche Demokratische Republik -, aveva assicurato che «nessuno ha intenzione di costruire un muro». Nessuno, forse, tranne lui e i suoi suggeritori di Mosca, primo tra tutti Nikita Kruscev. Le contraddizioni non hanno mai inquietato gli Stati totalitari. E Ulbricht aveva dalla sua parte non solo gli obbedienti mezzi d'informazione dei Paesi vassalli, ma anche i partiti comunisti «occidentali».

Tra i quali ebbe modo di distinguersi, per zelo servile, il Pci di Palmiro Togliatti. L'indomani del fattaccio, il 14 agosto, l'Unità annunciò l'imprigionamento dei tedeschi dell'Est con un titolo burocratico: «Misure di sicurezza della RDT ai confini con Berlino Ovest». Il testo della notizia spiegava che «contro le attività di spionaggio e provocazione dei revanscisti di Bonn (allora capitale della Germania federale, ndr) sono state assunte misure di sicurezza che ogni Stato sovrano applica alle proprie frontiere».

Il 17 agosto il comitato centrale del Pci ricordava il quinto anniversario della messa fuori legge dei comunisti nella Germania Ovest, rinnovando «i sentimenti della più profonda solidarietà nei confronti dei comunisti occidentali perseguitati oggi da Adenauer come ieri da Hitler». Mancava a queste attestazioni di prona ortodossia l'imprimatur a firma di Togliatti che, infatti, arrivò il 20 agosto. Il Migliore trasse spunto dall'evento berlinese per sostenere che il mondo stava assistendo a uno scontro fra il partito della guerra, capitalista, e il partito della pace, che aveva la sua guida nell'Urss.

In questo sfrontato capovolgimento della verità rientrava l'affermazione che il muro volesse impedire l'ingresso nella felice Ddr a facinorosi, complottatori, neonazisti. In realtà la Ddr si stava svuotando per l'attrazione di una Berlino «capitalista» contigua alla desolata Berlino delle fulgide sorti progressive. Due milioni e mezzo di tedeschi dell'Est - intraprendenti, ambiziosi, dotati di capacità professionali - avevano varcato il confine ancora aperto per mai più tornare nella Ddr (tranne che per le visite familiari). Invece i cultori d'una dura tetraggine tedesca avevano trovato nel comunismo la palestra perfetta per esercitare i loro talenti repressivi, spegnendo ogni capacità creativa. Nel Paese che aveva e avrebbe ancora generato modelli automobilistici ammirati dal mondo, la tecnica della Ddr riuscì a creare l'orribile Trabant. Ho avuto la sorte di viaggiarci, un'esperienza traumatica.

Il Muro di Berlino è stato il simbolo della Guerra Fredda. Il check-point Charlie, dove si lasciava la zona americana e ci si avventurava nel triste universo comunista, si è col tempo rivestito di connotati mitici. Quasi non più realtà, ma leggenda. C'è ben altro - il famoso «benaltrismo» - a cui pensare. Ma è storia recentissima e remotissima insieme. La storia di quando i vincitori della Seconda guerra mondiale - inclusa la Francia, che vincitrice non era - si spartirono le spoglie dei vinti. La Germania fu divisa in quattro zone d'occupazione - la statunitense, l'inglese, la francese, la sovietica - e la capitale Berlino, interamente circondata da territorio in mani comuniste, ebbe anch'essa la sua divisione in quattro. In uno dei distretti «comunisti», Pankow, fu insediata la presidenza della Germania Est per cui da allora in poi si parlò anche di governo di Pankow.

L'Urss voleva azzannare la Berlino occidentale, e nel 1948 si provò a isolarla. Ma un ponte aereo straordinario nutrì Berlino, e Mosca dovette rinunciare al proposito di prendersela per fame. L'Occidente si stava invece prendendo il popolo della Germania Est con i suoi allettamenti capitalisti. Da lì il muro, con le migliaia di tentativi di superarlo e con la sua ripartizione effettiva in due muri separati da uno spazio che acquisì il macabro nomignolo di «striscia della morte» per il numero dei fuggiaschi - duecento o poco meno - abbattuti dalle guardie di frontiera.

Il 26 giugno 1963 il presidente Usa John Fitzgerald Kennedy tenne a Berlino un discorso in cui si proclamò berlinese. «Ci sono molte persone - disse - che non comprendono o non sanno quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l'onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che in Europa e da altre parti possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino!». Ogni tanto, con la memoria, ci conviene andare a Berlino. La realtà d'oggi ci sembrerà meno cupa.

Ecco come l’Austria rimanda in Italia i migranti

Corriere della sera
di Jacopo Storni e Majlend Bramo

L’odissea di quanti, dopo essere sbarcati in Italia, tentano di varcare il confine ma vengono sistematicamente rimandati indietro

BRENNERO (CONFINE ITALIA – AUSTRIA) – Con la mano si tocca la pancia. Dolore forte, gastrite di paura. E’ la terza volta che sale su questo treno. Direzione Monaco, sogna la Germania. Potrebbe andare bene, stavolta. Oppure no, potrebbe andare come tutte le altre volte. Potrebbe tornare indietro, Abdullah, respinto in Italia dalla polizia austriaca. Polizei, l’incubo dei migranti, quelli che, sbarcati in Sicilia, vogliono arrivare in Germania, Olanda, Svezia, Norvegia. E che, sistematicamente, vengono bloccati al Brennero, non appena il treno della speranza supera il confine. Catturati e riportati in Italia, al punto di partenza. Decine ogni giorno, centinaia al mese.

Brennero, in viaggio con i migranti che tentano di attraversare il confine  
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Eritrei, siriani, somali. Tanti bambini. Reduci di traversate, tra le dune, tra le acque. La fatica nelle gambe, i sogni nel cuore. Un sacchetto di plastica come valigia, un futuro da costruire. Lontano dalla guerra, con una felpa e una maglietta sulla pelle, nulla più. Ma qui fa freddo, fa freddo quassù al Brennero, qualcuno trema. Non è il Sahara, non ci sono i trafficanti di uomini, ma c’è chi li respinge alle frontiere d’Europa, ai confini della nuova cortina di ferro.
Alla stazione del Brennero, Abdullah sceglie il treno delle 20 verso Monaco. Binario 7, 20 euro alla biglietteria elettronica. Viaggia insieme ad altri 17 profughi, eritrei e siriani, tutti col biglietto. Mentre salgono sul treno, perdono un dettaglio importante e non vedono che, mentre il capotreno fischia, sull’ultima carrozza salgono anche loro, due agenti della polizia austriaca. Proprio qui, alla stazione del Brennero, davanti alla nostra Polfer, inerme. Abdullah si annida nello scompartimento, mugola sofferenza, chiude la porta a vetri.
Cresce il mal di pancia, parte il treno, sferraglia sui binari. Comincia l’Austria, sale la tensione. Il treno corre, Innsbruck prossima fermata. Sguardi muti in carrozza, paure reciproche. Fuori dal finestrino i torrenti del Tirolo. Poi un rumore , improvviso, la porta che si apre, la voce inflessibile: “Polizei, passports”. Gli agenti entrano senza bussare. Abdullah mostra il biglietto del treno, ma non basta. L’Italia è il primo Paese in cui sono sbarcati e lì devono tornare. Lo dice la Convenzione di Dublino, lo impone l’Europa.

E allora su: “Stand up, stand up”. Gli agenti ordinano di alzarsi. Tutti in piedi, si alza Abdullah e si alzano gli eritrei, gli uomini, le donne, i bambini. Quattro ragazzi vengono ammanettati. Il treno rallenta, ecco Innsbruck. La polizia fa scendere gli immigrati, in stazione ci sono altri agenti come rinforzi. Fuori dalla stazione, i pulmini della polizia austriaca sono già pronti, pronti a riportare i profughi in Italia, al Commissariato del Brennero. “Ogni giorno vediamo passare pulmini pieni di immigrati che vengono riportati in Italia” dicono i commercianti del Brennero, quelli che hanno il negozio sulla strada della frontiera.

Quella dogana oggi è soltanto una linea immaginaria, dove non esistono controlli. Passano le merci e passano i cittadini europei. I profughi invece no. “I numeri sono impressionanti, vengono respinti oltre 200 immigrati a settimana – dicono i poliziotti del sindacato Coisp - Questa situazione non può ricadere sulle spalle degli agenti, lasciati soli a gestire un flusso migratorio di proporzioni mai viste”. Al Commissariato del Brennero le operazioni di accoglienza dei migranti sono incessanti.

Impronte digitali e foto segnalamento ad Abdullah e a tutti gli altri. E poi l’invito a presentarsi alla Questura di Bolzano per avviare le pratiche per la richiesta di asilo politico. Ma loro vogliono il Nord, hanno parenti e amici in Germania e Scandinavia. “Viaggiare non è un crimine” mormorano ripetutamente. Al Commissariato del Brennero, la polizia italiana offre loro un pasto caldo, talvolta un letto per trascorrere la notte. Prima che loro, eterni profughi, si rimettano ancora in viaggio. Verso Monaco, verso un sogno, su quello stesso treno.

4 novembre 2014 | 08:10

Walt Disney: accordo tra «nemici», Google e Apple insieme per i film

Corriere della sera

A partire dal 4 novembre Google e Apple consentiranno a chi compra un film Disney su iTunes o Google Play di vederli sui dispositivi digitali di entrambe le società

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Il colosso dei cartoni animati riesce dove altri hanno fallito: Walt Disney farà lavorare insieme Apple e Google. Il gigante mondiale dell’intrattenimento ha stretto un accordo senza precedenti con i due gruppi tecnologici sulla condivisione dei diritti per i contenuti digitali. A partire dal 4 novembre Google e Apple consentiranno a chi compra un film Disney su iTunes o Google Play di vederli su smartphone, tablet e dispositivi digitali di entrambe le società.

Per esempio, chi si registra sull’app Disney Movies Anywhere e compra una copia di «Frozen» su Google Play da un tablet con sistema operativo Android, potra’ poi vederlo sulla Apple Tv tramite la libreria di iTunes. Finora Apple aveva limitato la visione dei prodotti scaricati da iTunes solo ai propri dispositivi o ai personal computer Windows. La stessa cosa aveva fatto Google. Apple e Google pagheranno a Disney una quota fissa per ogni copia venduta, senza considerare quale dispositivo sara’ stato usato per acquistarla.

4 novembre 2014 | 19:00