venerdì 7 novembre 2014

La foto storica, ecco il primo uomo fotografato al mondo in uno scatto del 1838

Il Messaggero

di Emanuela Fontana

 

 

La prima traccia risaliva a una foto del 1840. Ora la presenza di un essere umano in una fotografia potrebbe essere anticipata al 1838. Sarebbe di quell’anno l’immagine del primo uomo mai fotografato al mondo. Si tratta di una persona ferma davanti a un lustrascarpe (di cui si intuiscono solo alcuni particolari), con la gamba alzata per farsi lucidare il calzare, che compare in una foto di Louis Daguerre, l’inventore del dagherrotipo, del 1838.


Lo scatto mostra il Boulevard du Temple di Parigi con le strade deserte, perché il metodo utilizzato da Daguerre prevedeva un’esposizione di sette minuti, che impediva di fermare qualsiasi immagine in movimento, e dunque le decine di carrozze e di pedoni che passava quel giorno da quelle parti, una zona già molto frequentata della capitale francese. L’uomo che si fa lustrare le scarpe, invece, era evidentemente rimasto in quella posizione, con il ginocchio sollevato e il piede poggiato, abbastanza a lungo da consentire che la sua immagine fosse registrata dalla macchina di Daguerre. E’ una sagoma molto piccola: una figura esile e scura sul marciapiede all’inizio del viale alberato.Accanto a lui, meno evidente, l'altra persona, in basso, che gli puliva le scarpe.

Il procedimento riproduceva un’immagine allo specchio, e dunque l’uomo, che nella foto compare a sinistra, nella realtà doveva essere a destra rispetto allo sguardo del fotografo.
Alcuni anni fa l’università di Rochester aveva identificato in alcuni scatti effettuati a Cincinnati i primi esseri umani immortalati da una macchina fotografica, nel 1840. Ora la presenza dell’uomo nella fotografia sarebbe retrodatata a 176 anni fa.

Giovedì 6 Novembre 2014, 14:46:00

Sentenze da godere

La Stampa
massimo gramellini

Una delle cose che non perdonerò mai a Berlusconi è di averci costretto per vent’anni a solidarizzare con una categoria, i magistrati, che era sempre stata una delle più invise ai cittadini comuni, forse con qualche ragione (fatti salvi gli eroi e le persone perbene, presenti in ogni mestiere). Quando il potere burocratico rilascia le sue caratteristiche fragranze Supponence e Arrogance produce decisioni come quella del Tribunale Supremo (Supremo!) di Lisbona, che ha drasticamente ridotto il risarcimento danni alla signora cui un errore medico – la recisione di un nervo – aveva tolto per sempre la possibilità di trarre godimento dall’attività sessuale. La motivazione dei parrucconi portoghesi è che la signora ha già avuto due figli e compiuto cinquant’anni, «età in cui la sessualità non ha più l’importanza che aveva da giovani». 

L’olezzo di queste parole è percepibile anche a migliaia di chilometri di distanza. L’allusione ai figli lascia intendere che la signora ha già svolto il compito riproduttivo per cui le femmine sono state create dalla biblica costola. Mentre il riferimento ai 50 anni, messo per iscritto da un consesso di maschi ultracinquantenni, significa che oltre le colonne d’Ercole della menopausa la donna non è più programmata per ricevere piacere e nemmeno per darne, come ben sanno i coetanei dei giudici, che infatti vanno a cercarlo nelle amanti più giovani. Perché invece il maschio gode e fa godere a tutte le età: lo ha stabilito lo stesso Tribunale (Supremo!) in un’altra sentenza che non ha ridotto il risarcimento a un sessantenne con problemi di erezione a causa di una errata operazione alla prostata. 



Filippo Facci contro Gramellini: con i giudici "paraculo" e "appecoronato"

Libero
08 novembre 2014



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Senti Massimo Gramellini, noi ti vogliamo bene: e allora dài, non farci incazzare. Se vuoi fare il Biagi del 2000 accomodati pure, no problem, ma delimita almeno la tua paraculaggine, datti un limite. Il tuo rubrichino sulla Stampa, ieri, diceva così: "Una delle cose che non perdonerò mai a Berlusconi è di averci costretto per vent’anni a solidarizzare con una categoria, i magistrati, che era sempre stata una delle più invise ai cittadini comuni".

Anzitutto, domanda: parlavi a titolo personale o a nome dei cittadini comuni? No, perché prima hai scritto "non perdonerò" e poi hai scritto "averci costretto": se il tuo è un travaglio interiore allora d’accordo, ma se cominci a fare il portavoce generale dei cittadini qualche problema c’è. Diciamo che sarebbe meglio se parlassi per te e per voi, Gramellini, perché vedi, in Italia c’è gente che aveva a cuore la giustizia addirittura prima della discesa in campo del Cavaliere, cittadini che si sono permessi, in tutti questi anni, di non forzarsi a "solidarizzare coi magistrati" soltanto perché l’aria che tirava era quella, o soltanto perché dall’altra parte, in effetti, mentre la giustizia continuava a fare schifo, c’era Berlusconi.

C’era persino gente, sai, che non era appecoronata e che semplicemente non si arrendeva all’onnipotenza della magistratura, categoria che in questi vent’anni ha pattinato alla grande sull’olio del conformismo: hai presente? E il bello è che questo conformismo paraculo oggi resiste e lotta insieme a noi, anzi, insieme a voi, e sai che cosa lo dimostra? Proprio il tuo rubrichino di ieri. A che titolo, infatti, dicevi che la magistratura ora si può criticare? Con chi ce l’avevi, con chi sei andato a prendertela? Ieri c’era l’imbarazzo della scelta. C’era quel manovale di Alcamo che è stato incarcerato ingiustamente per 22 anni (non è un refuso: 22) e che ora ha chiesto un risarcimento di 56 milioni allo Stato: ma la tua Stampa non ha neanche dato la notizia, forse l’aveva già data in precedenza, boh.

Oppure c’era il racconto allucinante di Elvo Zornitta, il falso "Unabomber" che ha impiegato 10 anni a ottenere giustizia: ne ha scritto il Corriere della Sera sempre ieri. Oppure, chessò, c’era il caso del manager Silvio Scaglia a cui persino il Fatto Quotidiano, ancora ieri, ha lodevolmente dedicato una pagina intera: un anno di detenzione, milioni di euro in spese legali, assolto in primo grado con formula piena. Poi, se avessi aspettato qualche ora, Gramellini, avresti potuto scrivere dell’assoluzione del costruttore Francesco Caltagirone, rimasto in galera per 9 mesi: insomma il materiale non manca e ieri non mancava.

C’è chi se ne occupa da vent’anni e oltre, c’è chi si è beccato, perciò, le pernacchie e lo snobismo di quei forcaioli e conformisti che Berlusconi nello stesso periodo ha "costretto" a solidarizzare sempre e comunque coi magistrati, anche controvoglia, che fatica, eh? Ma ora è finita, Berlusconi è stato infilzato: ed ecco che tu, Gramellini, non sei più ostaggio del cui prodest, sei finalmente libero di scaraventarti contro i magistrati negligenti: quelli di Lisbona. Sì. Dopo aver premesso che Berlusconi per vent’anni vi aveva rattrappito le coscienze, Gramellini, ieri te la sei presa col Tribunale Supremo di Lisbona (Portogallo) per la faccenda di una signora a cui i medici avevano reciso un nervo e insomma non poteva più godere sessualmente.

Par di capire, caro Enzo, che sui giudici italiani non avevi trovato niente: non ieri, e neppure - per colpa di Berlusconi - negli ultimi vent’anni. Ma coraggio, la ricerca continua.

di Filippo Facci

Roma, il sindaco Marino e quelle otto multe non pagate

Corriere della sera
di Ernesto Menicucci

Otto ingressi senza permesso nella zona a traffico limitato di Roma. E la vicenda finisce in Parlamento: le multe non sarebbero mai state notificate

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ROMA - Il giallo delle multe non pagate. Il sindaco di Roma, Ignazio Marino, torna nella bufera: risulta infatti entrato con un pass scaduto nella Ztl (zona a traffico limitato). Infrazioni da 80 euro ciascuna, per un totale di 640 euro. Due multe risultano pagate, otto no. Ma un sindaco, secondo il Testo unico enti locali, non può avere una «lite pendente» con il Comune che guida, pena la decadenza. Il caso è finito in Parlamento.


L’auto delle multe: ecco la Pandadi Marino  parcheggiata al Senato 
L’auto delle multe: ecco la Pandadi Marino  parcheggiata al Senato 
L’auto delle multe: ecco la Pandadi Marino  parcheggiata al Senato 
L’auto delle multe: ecco la Pandadi Marino  parcheggiata al Senato 
L’auto delle multe: ecco la Pandadi Marino  parcheggiata al Senato
L’auto delle multe: ecco la Pandadi Marino  parcheggiata al SenatoLa Panda rossa davanti al Senato
Ignazio Marino è un sindaco «ciclista», che ama girare con la sua adorata bici. Anche perché, vivendo in centro, se lo può permettere: da casa sua dietro al Pantheon all’ufficio di palazzo Senatorio sono pochi metri, tutti pianeggianti. Marino, però, possiede anche una macchina, una Panda rossa, che finora gli ha creato parecchi grattacapi. Prima la storia del parcheggio davanti a palazzo Madama, nei posti riservati ai senatori, ottenuto facendo leva su alcuni atti vandalici e su alcune minacce che lui e i suoi familiari avrebbero subito.

A distanza di un anno e mezzo dalla sua elezione a sindaco, però, l’auto era ancora lì ed è stata spostata solo dopo la raccolta di firme di trenta senatori di tutti i partiti (escluso il Pd). Ora salta fuori il «giallo» delle multe non pagate, per essere entrato nella Ztl (la zona a traffico limitato che «chiude» il centro) con un pass scaduto. Vicenda che è oggetto di un’interrogazione parlamentare firmata da Andrea Augello, senatore Ncd.
Il debito da 640 euro (più notifiche e interessi)
Risulta, infatti, che il sindaco, con la sua Panda, abbia preso otto multe ai varchi elettronici della Ztl perché, per due mesi, il suo permesso non era valido. Il periodo temporale va dal 23 giugno al 21 agosto 2014, quello che passa tra la scadenza del vecchio contrassegno e l’inizio di validità del nuovo. Infrazioni, codice alla mano, da 80 euro ciascuna, per un totale di 640 euro complessivi, più notifiche e interessi. Le contravvenzioni, dai tabulati del Dipartimento «Risorse economiche» dove sono registrate tutte le infrazioni commesse da Ignazio Roberto Maria Marino, nato a Genova il 10 marzo ‘55, risultano non pagate.

La «legenda» è chiara: due multe (3 maggio ‘13 e il 24 gennaio ‘14) sono pagate, otto - del 26 e 28 giugno, il 3, 4, 11, 21 e due il 25 luglio - no. Queste otto sono accompagnate da relativo numero di atto e sigla di accertamento. Ma, su queste, è inserito il codice che si usa se un cittadino fa ricorso al prefetto o al Giudice di pace. Ma qui scatta il primo «giallo». Un sindaco, secondo il Tuel (Testo unico enti locali), non può avere una «lite pendente» col Comune che guida, pena la sua decadenza.
Errore del Comune?
Cosa è successo? Augello, nell’interrogazione, ipotizza: «Evidentemente le contravvenzioni sono state bloccate d’ufficio dall’amministrazione comunale, sanando i due mesi di mancato rinnovo del permesso come se si trattasse di un errore del Comune e non di una ritardata richiesta del titolo del beneficiario». Ad un qualsiasi romano, in un caso del genere, non restano che due strade: pagare o fare ricorso. Marino, che con la sua giunta ha quintuplicato il prezzo dei pass per il centro (costavano 550 euro, sono schizzati a oltre 2 mila), non fa né una cosa né l’altra. Ma si fa fare una lettera da un dirigente del Dipartimento, secondo la quale la macchina del sindaco era - dal 25 giugno 2014 - in una sorta di «lista bianca», che scatterebbe «in automatico, per qualsiasi cittadino», subito dopo il mancato rinnovo. Le multe, secondo il Campidoglio, non sarebbero «mai state notificate» e la dicitura del ricorso «è solo l’attivazione del meccanismo di autotutela da parte dell’amministrazione».
Il pasticcio delle notifiche e dell’autotutela
Ricostruzione complessa, che «sbatte» con la realtà: nella «lista bianca» si entra solo alla richiesta del nuovo pass, a quel punto la targa viene «riconosciuta» dal varco elettronico e nei tabulati la multa non figura proprio. Se Marino è in «lista» dal 25 giugno, le sanzioni al varco non dovrebbero esserci. Ancora: se ci fosse l’autotutela, le multe sarebbero cancellate. A meno che non siano stati i vigili urbani a toglierle. Terzo: se le multe non sono mai state notificate, come può scattare la tutela? Domande alle quali se ne aggiunge un’altra. Risulta che, prima di diventare sindaco, Marino abbia fatto una trentina di ricorsi per altre contravvenzioni. E, quando è diventato sindaco, ha firmato la dichiarazioni di «non avere liti pendenti» con il Comune. Quei ricorsi erano tutti risolti?

7 novembre 2014 | 07:12

Questa era la banca

Corriere della sera
di Elisabetta Andreis

In piazza Gae Aulenti la mostra sulla storia degli istituti di credito. Dalle foto d’epoca ai miniassegni ai primi computer

 1Porte aperte al grattacielo più alto d’Italia: in piazza Gae Aulenti l’Unicredit Tower, coi suoi 230 metri d’altezza e la mostra in esclusiva «Radici nel futuro» sulla storia della banca, sabato e domenica accoglie tutti a braccia aperte (e gratis). Trenta secondi in ascensore per schizzare al 25° piano da dove si gode una prospettiva unica sulla città, poco sotto al tetto della torre dove si trova la nuova stazione meteo con pluviometri, anemometri e sensori di ultima generazione, i primi a essere posizionati in quota dentro ad una metropoli. E poi di nuovo giù al secondo piano dove si schiudono gli spazi della sorprendente «Tree house»che entusiasmerà tutti.

Tra le scrivanie in legno, ecologiche 100%, spuntano veri alberelli, sui muri rami con volatili intagliati e colorati ad arte; ancora la Stanza acquario, con pesci lungo le pareti, lo Stagno e i suoi murales di ranocchi. E una sala riunioni sopraelevata, a palafitta. Chi non vorrebbe lavorare in un posto così? Natura ma anche una strizzata d’occhio per la frase che campeggia su un lato, di Woody Allen: «Che c’è di più bello di un albero a primavera, a parte forse un cervo con le ghette che canta Strangers in the night al chiaro di luna?».

Custoditi tra un ambiente e l’altro, poi, gli strumenti di lavoro usati nell’arco di un secolo dalle nove banche che 15 anni fa, fondendosi, hanno dato vita a Unicredit: un’addizionatrice/sottrattrice degli anni ‘30 antenata delle calcolatrici, ad esempio, o uno dei primi computer portatili, datato 1984. La visita ai segreti del quartier generale termina al piano terra dove è allestita l’inedita mostra che ripercorre la storia del gruppo. Documenti d’archivio -i Miniassegni, i Certificati azionari grandi come un A4, un esemplare di Libretto di piccolo risparmio in lire, rosso e minuto per entrare in tasca - e decine di foto in bianco e nero che riportano indietro nel tempo. Come quella scattata nel giugno 1918 a Cordusio, davanti al palazzo del Credito Italiano: «Onoranze alle truppe francesi di passaggio».

In un continuum, nello stesso open space, la banca come è oggi, tecnologica e all’avanguardia, con enormi touch screen a disposizione di chi vorrà scoprire virtualmente le trasformazioni che la banca ha vissuto negli anni. La torre, inaugurata un anno fa e diventata simbolo della Milano che cambia, è parte del progetto Porta Nuova di Hines Italia ed è stata già visitata in occasioni speciali da 18 mila milanesi. Nel weekend è pronta ad accoglierne altri 2.500 (prenotazione obbligatoria 02.88624385 oggi, 9-13.30 e 14.30-17.30, e domani solo di mattina).

La fabbrica che in Campania non può assumere disoccupati

Corriere della sera
di Gian Antonio Stella

Ad aprile gli spot sugli incentivi di «Garanzia giovani». Per gli imprenditori che intendono assumere ragazzi l’iter è una via crucis. E intanto il progetto è fermo

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Provateci voi, ad assumere un giovane disoccupato in Campania usando il progetto «Garanzia Giovani». Mike Taurasi sta tentando da aprile, a prendere due ragazzi per la sua fabbrichetta metalmeccanica. Una via crucis. Nonostante la disoccupazione giovanile in regione sia quasi al 59%. Quindici punti più della media nazionale, che già mette spavento.

È una storia piccola piccola, quella di Mike. Ma spiega la difficoltà del progetto che avrebbe dovuto segnare una svolta per i nostri giovani, in particolare nel Mezzogiorno, più di tante pensose analisi socio-economiche. Ricordate il primo spot televisivo? Ragazzi e ragazze riccioluti, belli, allegri, sognanti con una voce fuori campo che spiegava: «Ogni grande impresa è un viaggio verso il futuro. Ogni viaggio ha bisogno di una garanzia e di un solido progetto. L’Italia, con l’Europa, propone il progetto “Garanzia Giovani” per aiutarti a intraprendere la strada giusta. Capiremo insieme chi sei, chi vuoi diventare, le tue attitudini, i tuoi sogni. Stato, Regioni, soggetti pubblici e privati, insieme per offrire ai giovani dai 15 ai 29 anni una opportunità...».

Era aprile. E dopo una lunga incubazione (il primo intervento della Ue per «incalzare i governi» ad adottare il piano risaliva addirittura al maggio 2013) pareva proprio che il piano miracoloso fosse lì lì per partire. In uno degli spot c’erano due ragazze in una stazione vuota. L’annuncio diceva: «In partenza dai primi binari sono solo stages non retribuiti. Questo non è un paese per giovani». Dopo di che una spiegava all’altra le meraviglie in arrivo con la nuova piattaforma e la voce fuori campo stavolta annunciava «l’Europa riparte dai giovani!».

Fu allora che Mike e suo fratello, che nel 2010 hanno messo su a Manocalzati, vicino ad Avellino, la «Taurasi Engineering», una fabbrica specializzata in lavorazioni meccaniche di precisione, progettazione e realizzazione di impianti di automazione e robotica, cominciarono a informarsi: «Ci fu risposto che non era ancora il momento. Sia il sito web nazionale sia quello regionale, per settimane e settimane, hanno raccolto solo i dati dei ragazzi che si offrivano».

A luglio, «appena ho potuto iscrivermi come azienda, mi son registrato a “ClickLavoroCampania” e ho inserito i profili delle prime figure professionali che cercavo, un ingegnere meccanico e un operaio. Da assumere con un contratto a tempo indeterminato». Mica precari: a tempo indeterminato. «Ho avuto un po’ di riscontri e abbiamo fatto un primo incontro con alcuni giovani. I quali subito dopo si son presentati ai Centri per l’impiego locali (Avellino e Battipaglia) per il primo colloquio d’inserimento. A quel punto abbiamo cominciato ad aspettare, aspettare, aspettare...».

Macché, attesa inutile. Finché, visto che il centro per l’impiego non aveva informazioni su come procedere, «preso dallo sconforto e dalla rabbia, ho contattato l’Arlas, l’agenzia per il lavoro regionale: l’iscrizione a “ClickLavoroCampania” non bastava, do-vevo iscrivermi pure a www. bandidg11.regione.campania.it, il sito dei bandi regionali, per accreditarmi “all’attivazione dei tirocini”». Fatto anche questo. Compresa la procedura con firma digitale.

Niente da fare. I fratelli Taurasi, che per ogni assunzione a tempo indeterminato dovrebbero ricevere dai quattro ai cinquemila euro, sono ancora lì, in attesa. E un eventuale tirocinio iniziale? «Sono ancora lì a farci l’esame del sangue. Tutto paralizzato. A un certo punto non potevamo più aspettare. E ci siamo rassegnati a fare la prima assunzione senza aspettare gli incentivi. E finirà così, probabilmente, anche con la seconda». Tanto più che del miliardo e 513 milioni di euro stanziati per l’ambizioso progetto, la quasi totalità è gestita dalle Regioni. E ognuna si è regolata a capriccio.

C’è chi come la Lombardia ha puntato quasi un terzo delle risorse (52 milioni su 178) sui bonus agli imprenditori disposti ad assumere ragazzi, chi come il Piemonte («Fior di studi ci dicono che se un’azienda vuole assumere non rinuncia se poi non ha quel piccolo incentivo», spiega Sergio Chiamparino) sulla formazione. «Quella seria, ovviamente: su misura delle richieste del mercato», precisa l’assessore al lavoro Giovanna Pentenero. Cioè non quella che forma «barman acrobatici» o «esperti di abbronzatura artificiale». Fatto sta che a Torino e dintorni, per capirci, i tirocini nelle imprese private sono partiti da mesi.

La Campania, che aveva in dote più soldi di tutti (191 milioni), ha deciso di metterne una montagna (45 e mezzo) sull’«accoglienza», distribuendo cioè una pioggia di prebende a una folla di società anche dei sindacati che fanno a pagamento lo stesso lavoro (in pratica: il primo colloquio) fatto «gratis» dai centri per l’impiego pubblici, dove i funzionari si lamentano: «Giriamo a vuoto, colloqui su colloqui senza prospettive perché è tutto bloccato».

Seguono 24 milioni sui corsi di formazione (che videro la Regione anni fa lanciare perfino un corso per veline tivù!), 39 sull’«accompagnamento» (cioè secondo colloquio anche questo in concorrenza coi Centri per l’impiego), 30 sui tirocini (tutti negli uffici pubblici, che come è noto poi non assumeranno per il blocco del turn-over), 30 sul servizio civile e zero (zero: almeno per ora) sui bonus nei quali speravano i fratelli Taurasi e altri giovani imprenditori.

Giusto? Sbagliato? Lasciamo rispondere a un titolone del Mattino : «Lavoro, fallito il piano giovani. Pochi iscritti, flop di posti offerti». Stefano Caldoro, il governatore, contesta: «Siamo partiti in ritardo, ma nessuno ha accelerato quanto noi». Il governo, per bocca di Graziano Delrio, pare pensarla diversamente. E lancia messaggi ultimativi: o le Regioni si danno una mossa o Roma potrebbe riprendersi soldi e deleghe scavalcandole...

Vada come vada, resta il tema: con l’angoscia della disoccupazione che attanaglia 44 ragazzi su cento in Italia, 59 in Campania, 60 in Puglia, 62 in Calabria e 64 in Sicilia, è mai possibile che dei giovani imprenditori debbano aspettare mesi e mesi e mesi per usare una legge che avrebbe dovuto spalancare le porte all’assunzione di decine di migliaia di ragazzi?

7 novembre 2014 | 08:27

Unabomber, caso chiuso: «Così un poliziotto mi trasformò in mostro»

Corriere della sera
di Andrea Pasqualetto

Zornitta dopo la condanna definitiva dell’agente. « Mia figlia aveva otto anni, oggi ne ha diciotto, è stata lei la mia grande sofferenza»

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Unabomber era lui, l’ineffabile ingegnere Elvo Zornitta. Classe 1957, origini venete, segni particolari: imperturbabile, ordinatissimo, preparatissimo. «Diabolico» tradussero gli inquirenti ricordando il contrasto fra il suo aspetto così normale, giacchettina maglioncino cravattina, una vita borghese da buon padre di famiglia, e la sua straordinaria capacità criminale.

Un dottor Jekyll e mister Hyde, un uomo in grado di gabbare tutti riuscendo a piazzare quattro bombe mentre era indagato, intercettato e pedinato, di mutilare bambini avendo una figlia piccola, di profanare chiese nonostante la profonda fede religiosa. Era lui il mostro. Così, almeno, fino al 2009, quando la procura di Trieste decise di archiviare tutto perché tutto era diventato dubbio e forse non era più Zornitta l’imprendibile bombarolo del Nord Est, 30 ordigni in dieci anni, dal 1994 al 2004, 6 feriti.

Qualche sospetto sull’ingegnere rimase. Mercoledì scorso la Cassazione ha però confermato la condanna del suo «persecutore», il poliziotto Ezio Zernar, che secondo la giustizia avrebbe truccato la prova regina (il lamierino di un ordigno) per incastrarlo, sancendo così la fine del caso Unabomber. Zornitta la vive come una liberazione: «Da oggi sono molto più sereno».

Cose le rimane di questa vicenda? «Un ricordo penoso. Ero diventato il mostro e la mia famiglia viveva con il mostro. Un’esperienza che mi ha toccato mentalmente, socialmente, economicamente: ho perso anche il lavoro da dirigente. Oggi faccio praticamente l’impiegato e guadagno molto meno».

Perché puntarono su di lei?
«Forse perché avevano bisogno di un colpevole: c’era troppa pressione mediatica, un pool di quaranta persone che indagavano e gli attentati sempre più frequenti. Dovevano dare una risposta rapida».

Riconoscerà comunque che il suo profilo era sospetto: ingegnere, appassionato di bricolage, un piccolo laboratorio, la casa al centro della «zona Unabomber», la frequentazione di alcuni luoghi degli ordigni... Cosa avrebbe fatto lei al posto degli inquirenti?
«Avrei forse deciso anch’io una perquisizione perché era evidente che il folle andava cercato fra gli appassionati di bricolage. E avrei anche messo una pattuglia a seguirmi, come quella che avevo alle calcagna. Ma poi mi sarei fermato perché avrei capito che Zornitta non poteva costruire quelle trappole da meccanico imbranato».

Al di là del lamierino, a casa le furono trovati 48 involucri di ovetti kinder e la fialetta della Paneangeli, come quelli delle bombe, e poi i petardi ...
«I petardi erano quelli di Capodanno, gli ovetti li raccoglieva mia figlia, la fialetta era come quelle che usavo per fare le lampadine dei miei presepi. Mi dissero: non è possibile. Ecco la tesi precostituita».

C’è anche il fatto che da quando è «scoppiato» il suo caso Unabomber non ha più colpito. Una sfortuna pazzesca, non crede?
«Lo credo sì».

Il momento più brutto?
«Il giorno in cui mi è stato detto da un giornalista che avevano trovato la prova regina contro di me. Ho pensato che avessero già deciso una sentenza e mi è venuta paura. La grande sofferenza è stata invece mia figlia. Aveva otto anni, oggi ne ha diciotto. È cresciuta con l’indagine su Unabomber, una pena. Penso sia maturata prima delle sue coetanee, più forte e grintosa e ha le idee chiare: non farà mai l’avvocato, il magistrato o il poliziotto. Dedicherà la sua vita ad aiutare gli altri nel mondo della sanità».

Chiederà un risarcimento? «A chi? Zernar risulta nullatenente. Il mio avvocato, Maurizio Paniz, che ringrazio, farà causa allo Stato per responsabilità organica del funzionario. Ma la vedo molto complicata».

Qualcuno dirà che lei è stato così diabolico da far condannare anche chi la stava per incastrare.
«Già, e correrò per il Nobel del crimine».

7 novembre 2014 | 07:34