domenica 9 novembre 2014

Via al grande trasloco: i deputati levano le tende

Sergio Rame - Dom, 09/11/2014 - 11:58

Oltre 400 onorevoli dovranno lasciare i tre Palazzi Marini. Monta l'ira di chi deve fare gli scatoloni

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Il caos è dietro l'angolo. A un passo. Potrebbe esplodere da un momento all'altro. Perché a Roma sta andando in scena il più grande trasloco della storia della Repubblica italiana. A partire dal 17 novembre i gruppi parlamentari dovranno, infatti, liberare le 405 stanze occupate nei Palazzi Marini. Tutti via. "Entro 27 giorni lavorativi e non oltre" i deputati dovranno aver completato il trasloco. La dead line è tassativa. Non si può sgarrare. E già monta il malcontento.

I tre palazzi di proprietà dell'immobiliarista Scarpellini andranno inderogabilmente restituiti alla società "Milano 90" erntro la fine del 2014. E, come spiega Claudio Marincola sul Messaggero, c'è una schera di deputati in fermento. "C'è chi invoca la privacy, chi chiede i sigilli - spiega il giornalista - chi si preoccupa perché non sa ancora in che stanza e in quale palazzo finirà. Chi minaccia di avvinghiarsi alla poltrona più di quanto già non lo sia 'se prima non verranno date precise garanzie'. 

Chi si preoccupa per il suo portaborse che nella fase transitoria dovrà inevitabilmente arrangiarsi". Le stanze da liberare sono tante. E molti sono già al lavoro. Il Pd dovrà sloggiare ben 193 vani, i grillini 67, Forza Italia 43 e così via. "La questione è stata presa sotto gamba - denuncia Pino Pisicchio, capogruppo del Misto - il trasloco coincide con la sessione di bilancio, ognuno di noi avrà una carrettata di documenti da portarsi dietro".

Pisicchio ha scritto una lettera a tutti i deputati proponendo di "poter usufruire di uno spazio di lavoro riservato" in modo da garantire "una postazione per i collaboratori" e da ricevere gli ospiti. "Non mi sembra accettabile che 400 deputati si spostino e altri 230 privilegiati restino al proprio posto - tuona il capogruppo del Misto - c'è il decoro della nostra funzione da rispettare".

A dover "sloggiare" sono anche i dipendenti della "Milano 90". Le persone che oggi gestiscono la mensa di piazza San Silvestro rischiano, infatti, di rimanere senza lavoro. Il questore della Camera Stefano Dambruoso ha proposto alla società di "rimanere in uno dei tre palazzi" e "lasciare in funzione la mensa almeno fino al termine della legislatura". I grillini, invece, hanno proposto di riassegnare il personale che lavorava nei Palazzi Marini, "tenendo conto della professionalità maturata". Il ché significhgerebbe inglobarli nel già nutrito stuolo di dipendenti della Camera.

Esselunga, i figli contro papà Caprotti: adesso si va in Cassazione

Giovanni Corato - Dom, 09/11/2014 - 17:29

Nuova puntata nell'eterna saga per il controllo di Esselunga. Due dei tre figli impugnano l'arbitrato

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Nuova puntata nell'eterna saga per il controllo di Esselunga. Adesso a passare all'attacco contro l'89enne Bernardo Caprotti sono due dei tre figli, Violetta e Giuseppe. Secondo quanto appreso dall'Ansa, infatti, i fratelli avrebbero depositato un ricorso in Cassazione nell'ambito del giudizio di arbitrato sulla proprietà delle azioni del colosso della grande distribuzione. E per l’occasione chiamano il super professore Vincenzo Roppo, quello che aveva battuto la famiglia Berlusconi nel Lodo Mondadori.

L’arbitrato, avviato negli anni scorsi dopo il blitz del 2011 con cui il padre si era intestato le azioni che gli aveva assegnato alla fine degli anni Novanta, aveva visto proprio il patron di Esselunga uscirne vincitore in appello. Oltre all’arbitrato è in corso anche una causa civile. Anche in questa sede il giudizio è stato promosso dai due figli che vogliono vedersi riconosciuti i propri diritti in Tribunale.

Molto probabilmente anche in questo ambito seguiranno ricorsi in Appello e in Cassazione. Guardando il tutto con occhio distaccato la battaglia legale in corso su vari fronti potrebbe essere letta come una strategia dei figli per bloccare, o comunque rallentare, eventuali colpi di mano del padre, che più volte, secondo indiscrezioni, avrebbe considerato la dismissione dell’impero a multinazionali della grande distribuzione.

Esselunga è un colosso composto infatti da 140 supermercati tra Lombardia, Toscana, Emilia Romagna, Piemonte, Veneto e Liguria, che genera ricavi per quasi 7 miliardi l’anno con un utile operativo che viaggia sui 300 milioni di euro (bilancio 2004). Al centro di quest’ultima impugnazione, è stato spiegato da fonti vicine giudiziarie, ci sarebbe una serie di difetti di diritto del lodo, non rilevati dalla Corte d’appello di Milano. Contattati telefonicamente dall'Ansa, entrambi i figli di Caprotti non hanno rilasciato commenti.

Secondo le stesse fonti, l’asso nella manica dei due fratelli Violetta e Giuseppe sarebbe il nuovo esperto entrato nella squadra di difesa: il professor Roppo, quello che negli scorsi anni aveva fatto vincere alla Cir di Carlo De Benedetti la causa sul Lodo Mondadori contro la Fininvest condannata a pagare 560 milioni di euro. Al momento, non è stata ancora fissata un’udienza ma secondo le previsioni potrebbe tenersi addirittura tra tre o quattro anni.

Apple, le pubblicità riportano sempre l'orario 9:41. Ecco svelato il perché

Il Mattino

ROMA - Vi siete mai domandati perché nelle pubblicità della Apple iPhone, iPad o Mac riportano sempre la stessa ora 9:41?

1Non è un caso ed è legato a un aneddoto che risale al 9 gennaio del 2007, il giorno in cui Steve Jobs annunciò il prodotto che avrebbe rivoluzionato il mondo della telefonia mobile, l’iPhone. La conferenza era iniziata puntuale, alle 9 del mattino. Dopo 42 minuti di presentazione, l’ex fondatore di Apple annunciava il momento in cui Apple avrebbe rivoluzionato la telefonia.

Da quel giorno Apple ha voluto rendere omaggio a questo simbolo, legando la creazione dell’iPhone a Steve Jobs. Ovviamente il minuto prima simbolico sta ad indicare l'attesa fino a quell'istante fatidico.

sabato 8 novembre 2014 - 22:15   Ultimo agg.: 22:21

E la Rossa più cara del mondo ma non si può guidare in strada

Pierluigi Bonora - Dom, 09/11/2014 - 09:04

Ne fanno solo 30 esemplari, si possono pilotare solo nei circuiti, costano 2 milioni. Tutte comprate. Prima ancora di uscire

Nel mondo ci sono 30 persone che vivono nella trepidante attesa che la Ferrari sforni il loro esclusivissimo e proibitivo, per i costi ma non solo, «giocattolo».



A Maranello dicono che dal 2006, da quando è stato lanciato il «ProgrammaXX», questi appassionati siano rimasti più o meno gli stessi: uomini ovviamente facoltosi, per lo più imprenditori, pronti a spendere fino a 2 milioni di euro e anche qualcosa in più, pur di guidare sui circuiti la loro Ferrari XX, modello tirato in soli 30 esemplari (quattro finora quelli proposti) e prodotto sulla speciale linea denominata Pilotino. Da Monza a Shanghai, da Silverstone ad Abu Dhabi, a dieci minuti dal maestoso Ferrari World, i 30 «paperoni» non vedono l’ora di poter girare in pista con il loro super bolide.

Questi «missili» su quattro ruote, fiore all’occhiello della tecnologia made in Maranello, possono infatti essere guidati solo sui circuiti. Non sono vetture stradali. Una volta al volante l’appassionato è libero di far sfogare il suo preziosissimo giocattolo, senza dover per questo pensare di vincere una gara. È solo un divertimento per pochissimi, l’emozione di essere, a differenza degli altri, uno dei 30 «clienti-collaudatori» di una «supercar-laboratorio».

E ora ci risiamo. Dal 3 al 6 dicembre, infatti, l’avveniristica pista di Abu Dhabi ospiterà le Finali Mondiali 2014, uno spettacolare evento a chiusura di un anno agonistico che per il Cavallino è stato in verità deludente, durante il quale dovrebbe essere presentato il primo dei 30 modelli de La Ferrari XX (il nome sarà però un altro), derivato dalla già esclusiva LaFerrari, prodotta in soli 499 esemplari, in pratica la Ferrari delle Ferrari, «la summa di tutto quello che è la nostra azienda», aveva spiegato al momento del lancio, nel 2013, l’allora presidente Luca di Montezemolo.

Del bolide da pista, le cui 30 unità sono già state acquistate prima ancora di essere realizzate (è la prassi) si sa solo che dovrebbe costare più di 2 milioni. Questa cifra, comunque, oltre al prezzo della supercar, include anche quello della partecipazione agli eventi in programma nella stagione. Tra questi 30 appassionati non c’è un italiano: a non perdersi una XX troviamo un cinese, un canadese, americani e qualche europeo.

Tutte persone che amano accomodarsi anche sulla propria monoposto di F1, magari la stessa con la quale Michael Schumacher ha vinto un titolo iridato, e pagata sempre un paio di milioncini, e sfrecciare sul rettilineo per emulare il pilota del cuore. «Un cinese -raccontano a Maranello - ha prima preso lezioni in pista, a Fiorano, da Andrea de Adamich, quindi ha voluto una Enzo (da cui è derivata la FXX, la prima di queste serie speciali, ndr) e poi ha staccato un assegno per una monoposto.

Si è divertito come un matto. Ai clienti piace avere il ruolo di “collaudatore” speciale, perché quando girano in pista sono seguiti dallo staff del Cavallino. Tutti i dati rilevati dalla telemetria serviranno infatti agli ingegneri per lo sviluppo dei futuri modelli. È vero che sul circuito cercano solo di divertirsi, ma non c’è uno di essi che non abbia un cronometro. E alla fine dell’evento si confrontano sui tempi fatti».

Manca meno di un mese, dunque, alla scoperta de LaFerrari XX, il cui modello base, con le portiere che si aprono «a farfalla», ha un motore 12 cilindri aV di 6.262cc e l’incredibile potenza di 963 cavalli complessivi. Anche questa XX si avvarrà del sistema di recupero dell’energia, che fa de LaFerrari la prima ibrida di Maranello.

Le frasi

Chiara Campo - Dom, 09/11/2014 - 07:00


Matteo Salvini lo ha eletto responsabile immigrazione della Lega Nord a inizio ottobre, sostenendo che «farà più lui in un mese che Cecile Kyenge in una vita». Stesso colore della pelle ma un concetto dell'integrazione diametralmente opposto, quello di Toni Iwoby rispetto all'ex ministro. Da 38 anni in Italia «da regolare» (è arrivato a 21 anni per motivi di studio grazie all'iscrizione all'Università di Perugia) Iwobi, nigeriano, ha 59 anni ed è militante del Carroccio da 21. Ha moglie bergamasca, due figli e due nipoti, guida un'azienda informatica, è stato assessore lumbard e ora capogruppo nel Comune di Spirano, nella Bergamasca, un anno fa si è candidato pure alle elezioni regionali.

L'insulto più frequente che gli avversari rivolgono ai leghisti è «razzisti», non si sente mai in imbarazzo?
«Anzi, credo che la gente dovrebbe svegliarsi. Quando la Lega cerca di difendere la legalità, contesta i clandestini e l'operazione Mare Nostrum non lo sta facendo solo per gli italiani, ma anche per tutti quegli stranieri che vivono qui in modo legale da tempo, pagano le tasse e hanno diritto ad essere tutelati dallo Stato. Con la crisi non riusciamo a garantire un futuro neanche a chi c'è già».

A Milano è esplosa l'emergenza abusivi negli alloggi popolari, tre volte su quattro si tratta di rom o extracomunitari. Chi esce a fare la spesa o è ricoverato in ospedale rischia di ritrovarsi la casa occupata.
«Siamo arrivati ormai al culmine dell'illegalità generale, viene da chiedersi come sia possibile che cose di questo genere possano accadere in un Paese civile del “primo mondo”, ma questo succede anche perché vengono minimizzate dalle autorità di sinistra».

La casa popolare sta diventando un miraggio anche per i milanesi o gli immigrati che come lei sono qui da lunghissimo tempo. La metà degli alloggi ormai viene assegnata a stranieri: ha ragione il centrodestra a chiedere di alzare il tetto della residenza?
«Cinque anni ormai non bastano più, e forse vanno ripensati anche gli attuali criteri di selezione, per poter assegnare gli alloggi a tanti nostri pensionati che vivono un momento di disagio inconcepibile».

La giunta Pisapia sta per mettere all'asta spazi per le moschee e la Lega raccoglie firme contro. Anche su questo è in linea con il suo partito?
«Certo, diciamo di no. La moschea che hanno in mente alcune comunità islamiche non è solo un luogo di preghiera come quelli che ho conosciuto anch'io da piccolo, nel mio Paese, ma una sede dove fare politica contro la nazione che li ospita, è un'altra cosa. E senza leggi e garanzie di sicurezza non vanno consentite».

Come giudica i controlli sugli immigrati?
«Ogni Paese civile ha il diritto di sapere dove va, dove vive, cosa fa ogni straniero che ci entra, ricordo che quando arrivai, 38 anni fa, i controlli erano massicci ed era giusto così, infondevano sicurezza. Non è più così. E Mare Nostrum è una sberla morale sia agli italiani sia a chi si è integrato con un percorso fatto prima di tutto di doveri e poi di diritti. Non porta nulla di buono se non clandestinità, e quando il Paese ospitante è in sofferenza i suoi ospiti soffriranno maggiormente, quindi si pensi prima agli italiani aiutando gli extracomunitari a casa loro».

Non è solo uno slogan?
«Le parlo per esperienza, io e un connazionale d'origine in 5 anni abbiamo creato un'associazione che, con poche risorse accumulate insieme al governo africano, ha favorito l'apertura di due cliniche in loco e la formazione di 30 infermieri e i medici. Quanto potrebbero fare istituzioni e grandi enti?».



«Da nero dico: basta stranieri»

Redazione - Dom, 09/11/2014 - 07:00

Il responsabile immigrazione del Carroccio: «E per la case popolari sono pochi 5 anni di residenza»

Matteo Salvini lo ha eletto responsabile immigrazione della Lega a inizio ottobre, sostenendo che «farà più lui in un mese che Cecile Kyenge in una vita».

Stesso colore della pelle ma un concetto dell'integrazione diametralmente opposto, quello di Toni Iwoby ( nella foto ) rispetto all'ex ministro. Da 38 anni in Italia «da regolare» Iwobi, nigeriano, ha 59 anni, guida un'azienda informatica, è stato assessore lumbard e ora capogruppo nella Bergamasca. Dice che la gente «dovrebbe svegliarsi. Quando la Lega difende la legalità, contesta i clandestini e l'operazione Mare Nostrum non lo sta facendo solo per gli italiani, ma anche per tutti gli stranieri che vivono qui in modo legale da tempo, pagano le tasse e hanno diritto ad essere tutelati dallo Stato.

E con la crisi non riusciamo a garantire un futuro neanche a chi c'è già». Sull'emergenza abusivi nelle case popolari «siamo arrivati ormai al culmine dell'illegalità, ma cose di questo genere vengono minimizzate dalle autorità di sinistra». E sulla metà delle case assegnate ormai a stranieri: «Non bastano più ormai 5 anni di residenza, vanno ripensati i criteri di per poterle assegnare a tanti nostri pensionati in difficoltà».

Vittorio Sgarbi si dice sicuro. La ricostruzione in bronzo del cavallo di Leonardo che domina l'ingresso dell'Ippodromo sarà sistemata all'interno del Padiglione Italia di Expo. La kermesse, come si sa, aprirà l'1 maggio e durerà fino al 31 ottobre.Nei mesi scorsi, intorno all'ipotesi di spostare la statua equestre si era accesa una polemica poi caduta in una fase di stallo e di attesa. Ieri, il critico d'arte che è ambasciatore per i beni artistici dell'esposizione universale, è tornato sull'argomento parlando a Fieracavalli, in corso di svolgimento a Verona.

Il bronzo leonardesco abbandonerebbe così la sua sede attuale dove viene ammirata da una fetta ridotta di turisti per acquisire una posizione di maggior prestigio nella mostra che, nelle previsioni, dovrebbe attirare in città milioni di visitatori. Sgarbi è molto sensibile sul tema equino. È di queste ultime settimane il suo libro intitolato «Il punto di vista del cavallo», dedicato al Caravaggio. Il critico è partito dalla figura equina all'interno della «Conversione di San Paolo» per poi esaminare l'animale visto da Paolo Uccello, Gauguin, De Chirico e Boccioni.

Forza Italia in Regione non scherza. Senza rimpasto tira una brutta aria. «In Regione Lombardia - ha detto la coordinatrice Mariastella Gelmini - non governa un monocolore leghista. E noi non siamo alleati di serie B. Da tempo aspettiamo un rilancio». Gli imbrattamenti sulla cattedrale hanno scatenato polemiche, il Duomo oggi non ha un presidio fisso di notte e il questore Luigi Savina rassicura: «Anche in vista di Expo il piano sicurezza è stato appena rivisto e prevede che i soldati sorveglino con noi la piazza».

Napoli secondo il sito svizzero: «Sporca e caotica dove si lotta per sopravvivere»

Il Mattino
di Gennaro Morra

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Una città sporca e caotica, dove ogni giorno riparte la lotta per la sopravvivenza. È questa l’immagine di Napoli che viene fuori da un articolo apparso giovedì sul sito svizzero Bernerzeitung.ch, un giornale on line che pubblica notizie relative soprattutto alla città di Berna. L’autore del pezzo era giunto all’ombra del Vesuvio mercoledì al seguito dello Young Boys, squadra di calcio della città elvetica, che il giorno dopo sarebbe stata impegnata al San Paolo, sfidando il Napoli nel quarto turno della fase a gironi di Europa League.

In attesa dell’evento sportivo, il giornalista svizzero ne ha approfittato per visitare Napoli, ma la prima impressione non è stata proprio delle migliori. «Si presenta ruvida, senza maschera. Per le strade c’è molto trambusto creato del suono dei clacson e dalle sirene della polizia – esordisce –. L’immagine che si dà di una Napoli povera, sporca e alle prese con la criminalità organizzata non è sbagliata, visto che in giro ci sono enormi cumuli di rifiuti, mentre la disoccupazione giovanile è spaventosa».

Secondo il giornalista, i ragazzi che non lavorano – quasi il 50 per cento – non trovano di meglio da fare che bighellonare per la stazione centrale. Più avanti nell’articolo Zeitung racconta di essere entrato in uno store del Napoli Calcio dove le commesse sono gentili, ma si rifiutano di farsi scattare una foto con lui o di esprimere opinioni sulla camorra. «La società non ce lo consente», lo liquidano.

Uscito dal negozio, l’improvvisato turista si reca a San Gregorio Armeno per ammirare i presepi. Qui annota che a far compagnia al Gesù Bambino ci sono più calciatori che santi. Infatti, sostiene che per i napoletani il calcio è una religione e che ormai Maradona ha soppiantato la vergine Maria. Non mancano poi le interviste ai tifosi, una parte dei quali maledice De Laurentiis, perché loro vorrebbero vedere al San Paolo il nuovo Maradona, mentre il presidente pensa solo a tenere in ordine i bilanci.

Il tour del giornalista svizzero prosegue tra un’intervista a Roberto Saviano, una visita alle bancarelle dei falsi e una sosta dal pizzaiolo più famoso della città dove la pizza è buona ed economica. Ma poi scende la sera e Napoli diventa un luogo senza legge dove ai tifosi ospiti è consigliabile uscire dall’albergo senza indossare le maglie della propria squadra.

I pronostici per la partita ovviamente sono tutti in favore degli uomini di Benitez, «ma anche se il Napoli dovesse perdere contro lo Young Boys, la città non sarebbe scossa nelle fondamenta e la lotta per la sopravvivenza ricomincerebbe normalmente venerdì», conclude il suo pezzo Zeitung.

sabato 8 novembre 2014 - 05:03   Ultimo agg.: domenica 9 novembre 2014 12:07

Multe al sindaco, colpo di scena «Sparito l’ok per circolare nella ztl»

Corriere della sera

Marino ha sporto denuncia ai carabinieri: «Non risulta più dai terminali il permesso della Panda fra la scadenza e il rilascio di quello nuovo. Manipolati i miei dati»

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ROMA — Ancora un colpo di scena nella vicenda delle multe ricevute dal sindaco Ignazio Marino. Sabato pomeriggio il primo cittadino si è recato nella caserma del comando provinciale dei carabinieri per sporgere denuncia «per la manipolazione e la falsificazione dei suoi dati all’interno del sistema informatico che registra i permessi ztl». Secondo quanto riferito dal Campidoglio «a distanza di due giorni infatti è sparita l’autorizzazione che ha permesso alla Fiat Panda di circolare nella Ztl nel periodo intercorso tra la scadenza e il rinnovo del permesso. Analizzata il 6 novembre la scheda personale del sindaco nel terminale riportava regolarmente il permesso a circolare. Lo stesso terminale interrogato oggi non riporta più tale evidenza».
«Vado avanti per la mia strada, le calunnie non mi spaventano»
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Un giallo dunque. «Come ho già detto non esiste alcuna pendenza e alcun ricorso da parte mia nei confronti di Roma Capitale - afferma il sindaco -. Il dato grave che ho appena denunciato ai carabinieri è la sparizione del permesso a circolare nel periodo tra giugno e agosto. Qualcuno in queste ore è entrato con dolo nel sistema per manipolare i miei dati e creare un danno alla mia credibilità. È un reato grave, previsto dall’articolo 615 ter del codice penale punibile con la reclusione sino a 8 anni. Queste cose accadono per avvelenare il clima in città. Per quanto mi riguarda vado avanti senza farmi toccare da questi atti criminali. Conto sulle mie idee e non mi faccio spaventare dalle calunnie. È ora di capire che è in corso una battaglia profonda di cambiamento. Non intendo fermarmi davanti alle intimidazioni e so di avere al mio fianco le tante persone oneste che hanno a cuore il futuro di Roma».
Marino in un video: «Contro di me un dossier elettronico falso»
«Un dossier elettronico falso» costruito da chi «vorrebbe una Capitale che funzioni sulla base dei favori e forse delle tangenti». Così in un video Ignazio Marino definisce la presunta manipolazione dei suoi dati nel sistema informativo dei permessi Ztl del Campidoglio, denunciata ai carabinieri. «Questa amministrazione sta pestando i piedi a molte persone», dice il sindaco sul caso delle presunte multe cancellate, «ma noi siamo diversi e non ci facciamo spaventare». «Qualcuno si è introdotto nel sistema informatico», dice ancora Marino nel video su Facebook. «Si è voluto creare elettronicamente un dossier falso per dimostrare che io non avessi diritto a circolare nella Zona a traffico limitato». Il sindaco mostra quindi due fogli. «Nelle due stampate è molto chiaro - afferma -. Due giorni fa il permesso esisteva e ora è scomparso». «Questa amministrazione sta pestando i piedi a molte persone che vorrebbero una capitale che funzionasse sulla base dei favori e forse anche delle tangenti - conclude Marino -. Ma noi siamo diversi e non ci facciamo spaventare da chi ha l’attitudine a costruire dossier».
Augello (Ncd): «Se il sindaco mente ha l’obbligo di dimettersi»
«La denuncia ai carabinieri annunciata dal sindaco Marino fornisce ora una quinta versione dell’impresentabile vicenda delle multe sparite. Adesso tutto sarebbe colpa di un uomo nero che gli avrebbe rubato dal Pc il permesso provvisorio». È la replica del senatore del Nuovo Centrodestra Andrea Augello. «Credo che la procura sia ormai obbligata a interessarsi a questa vicenda. Così come ritengo che, qualora non risultasse alcuna manipolazione del sistema informatico della Mobilità, il sindaco abbia l’obbligo di dimettersi - dice Augello -, chiedendo scusa ai romani per il notevole disturbo arrecato e per il ridicolo epilogo della sua carriera politica».

8 novembre 2014 | 19:47

Monza: i segreti della Corona dei Re d'Italia

La Stampa
Autore: flaminia giurato

Sacra reliquia, simbolo di potere e di regalità, la Corona Ferrea è un tesoro custodito nel Duomo della città, ricco di leggende come racconta lo storico d’arte Carlo Bertelli

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Carlo Bertelli, stimato esperto di arte medievale, ha parlato spesso dei numerosi misteri legati alla Corona Ferrea. Noto è il volume in tre tomi intitolato “La Corona Ferrea nell’Europa degli Imperi. Alla scoperta del prezioso diadema”, che raccoglie i saggi di ventidue studiosi tra cui Bertelli e che pone l’accento sulla datazione di questa opera d’arte, più antica di quel che si pensava sino allora. Stiamo parlando dell’antica e preziosa corona che venne usata dall’Alto Medioevo fino all’Ottocento per l’incoronazione dei Re d’Italia, compresi gli imperatori del Sacro Romano Impero, e che oggi si trova nel Duomo di Monza.

Lo storico monzese Bartolomeo Zucchi, vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, contò 34 incoronazioni tra cui quelle di Carlo Magno, Adruino d’Ivrea, Corrado II e Corrado III, Federico Barbarossa, Carlo IV, Carlo V d’Asburgo, Napoleone e Ferdinando d’Austria. In lega di argento e oro all’80%, la corona, di 15 centimetri di diametro e di 5, 5 centimetri di altezza, è composta da sei placche legate tra loro da cerniere verticali ed è adornata da 26 rose d’oro a sbalzo, ventidue gemme di vari colori e ventiquattro placchette floerali a smalto cloisonnè. Simbolo di regalità e di potere oltre che sacra reliquia emblema della cittadina brianzola, la Corona Ferrea è un tesoro prezioso dall’origine ignota che nel corso dei secoli si è arricchita di storie e leggende.

In base agli studi effettuati da Bertelli e da altri studiosi sembra essere più antica dell’età longobarda e magari appartenuta a Costantino: un ritratto dell’imperatore lo rappresenta con il suo elmo decorato da una serie di placche unite da cerniere e ornate da file verticali di gemme, che ricordano molto la Corona di Monza. Durante il Seicento molto diffusa era la convinzione che questo tesoro fosse stato forgiato con uno dei chiodi della Passione di Cristo ritrovato dall’imperatrice Elena: questo a testimonianza della sottile lamina di ferro che appare al suo interno.

La tradizione, infatti, vuole che Sant’Ambrogio, nell'elogio funebre per l'imperatore Teodosio tenuto a Milano nel 395, disse che Elena, madre di Costantino, cercò e trovò i chiodi della Crocifissione e con uno fece un diadema per il figlio: questo sarebbe avvenuto nel XIII anno del pontificato di san Silvestro (326 d.C.) e da allora "il Santo Chiodo è posto sul capo degli Imperatori".

Carlo Bertelli riconosce un’antica raffigurazione della Corona Ferrea nel Sant'Ambrogio di Milano, su uno dei frontoni del ciborio, dove la mano di Dio la posa sul capo di un vescovo, affiancato dagli imperatori Ottone I e Ottone II, che gli rendono omaggio. Sempre lo storico d’arte afferma che nella lunetta del portale maggiore del Duomo di Monza, la regina Teodolinda porgerebbe a san Giovanni Battista proprio la Corona ferrea. Vengono prese in considerazione anche le tesi che affermano che il diadema è tardoantico, realizzato nel V secolo probabilmente a Costantinopoli, anche se le sue origini continuano ad essere incerte.

Ciò non toglie che Monza, proprio grazie alla presenza di tale oggetto prezioso, ribadisca la propria importanza e la propria origine regale, tenendo in considerazione l’alta valenza simbolica che possiede: le corone, indossate dai re o donate alla Chiesa, rappresentano la legittimazione del potere. Per questo in numerose raffigurazioni, che siano dipinti, miniature, mosaici o sculture, ci sono santi, martiri o re che vengono incoronati: la loro gloria o il loro potere ricevono la giusta legittimazione tramite quest’oggetto. L’importanza di questo simbolo è tale che persino Hitler pretese che la Corona Imperiale fosse conservata a Vienna: per fortuna il fuhrer ne ricevette solo una copia.

I genitori donano i soldi, non l’appartamento comprato in seguito

La Stampa

Perchè ci sia la donazione indiretta di un immobile, il versamento della somma di denaro deve essere effettuato per lo scopo specifico dell’acquisto. Se invece l’elargizione del denaro avviene prima e a prescindere dall’acquisto successivo dell’immobile non si ha donazione indiretta. Lo afferma la Cassazione nella sentenza 18541/14.
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Le sorelle portano in giudizio l’altra sorella e la madre, per accertare che il contratto di compravendita con cui la sorella minore aveva acquistato un appartamento in realtà era un atto di donazione fatto in suo favore dai genitori. Secondo la tesi, in questo caso l’immobile sarebbe dovuto rientrare nell’asse ereditario del padre defunto.

La madre sosteneva, invece, che era stata una compravendita e non una donazione, poiché l’atto era stato autorizzato dal Giudice tutelare su istanza dei genitori, i quali avevano accertato che la figlia era proprietaria di una certa somma e che intendevano investirla nell’acquisto dell’immobile. Secondo la Cassazione, «per integrare la fattispecie di donazione indiretta è necessario che la dazione della somma di denaro sia effettuata quale mezzo per l’unico e specifico fine dell’acquisto dell’immobile: deve cioè sussistere incontrovertibilmente un collegamento teleologico tra elargizione del denaro e acquisto dell’immobile» (Cass., n. 3642/2004).

Sicchè, si deve distinguere l’ipotesi del caso di elargizione di denaro dei genitori a favore del figlio per l’acquisto di un immobile, dalla diversa ipotesi in cui la donazione abbia ad oggetto il denaro, che successivamente venga impegnato dal figlio per acquistare un immobile: nel primo caso il donante fornisce il denaro quale mezzo per l’acquisto dell’immobile, che costituisce il fine della donazione; nel secondo caso, invece, l’oggetto della donazione rimane il denaro.

Quindi è il collegamento tra l’elargizione del denaro da parte dei genitori e l’acquisto dell’immobile da parte del figlio che qualifica il negozio come donazione indiretta dello stesso immobile e non del denaro impiegato per l’acquisto (Cass., n. 11327/1997). Nel caso in questione la donazione del denaro alla figlia minore era avvenuta prima e a prescindere dall’acquisto successivo dell’immobile, essendo, anzi, necessario l’intervento del giudice tutelare che autorizzasse lo svincolo della somma appartenente alla minorenne per perfezionare l’acquisto.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Via le donne dalla cucina: sono più cattive dei maschi

Camillo Langone - Dom, 09/11/2014 - 08:48

Siamo il Paese con più chef femmine del mondo, ma quelle di oggi sono polemiche, arrabbiate e cattive. Fino a diventare indigeste...

Da acceso misogino qual sono quando ho letto le novità della Guida Michelin 2015 mi è preso un colpo: l'Italia è sempre seconda nella classifica mondiale dei ristoranti (dopo la Francia, ovvio) ma adesso è prima assoluta per quanto riguarda gli chef donna (se le chiami cuoche magari si offendono, e se le chiami cuochesse o cheffesse , come forse piacerebbe alla presidentessa della Camera Boldrini, a offendersi è la lingua italiana).

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Un primato positivo? Piuttosto negativo, a mio giudizio. Perché un tempo la presenza femminile nelle cucine, famigliari o professionali cambia poco, significava mitezza, accoglienza, tradizione, e capofila di questo rassicurante atteggiamento è la sempre tristellata Nadia Santini del Pescatore di Canneto sull'Oglio. Mentre oggi avanza una generazione di cuoche arrabbiate, polemiche, sfemminilizzate e devirilizzanti. Faccio dei nomi perché altrimenti che gusto c'è. Faccio il nome di Antonia Klugmann che capeggia la cucina del Venissa di Mazzorbo, uno dei più bei ristoranti del pianeta, immerso nella meraviglia della laguna fra orti, vigne e campanili.

La Klugmann vorrebbe ancora più donne al comando: «Il problema è che nel periodo in cui tutti spingono di più, le donne sono fermate da quanto c'è fuori dalla cucina. Siccome il momento chiave di una carriera è generalmente tra i 25 e i 35 anni, ecco che tante ragazze non ce la fanno e abbandonano la scalata». Quindi la cucina intesa non come servizio ma come strumento di dominio e sopraffazione. Quindi il lavoro non come missione ma come negazione della maternità e dell'amore (sarebbe questo il tanto stigmatizzato «fuori dalla cucina»). Quindi oltre al «Raviolo yogurt burro acido all'aceto balsamico brodo di funghi porcini viticci» (forse la Klugmann considera maschilista anche la punteggiatura) al Venissa si serve in tavola l'ideologia del gender: per me indigesta, ma de gustibus .

Un'altra stellata che mi mette paura è Cristina Bowerman, pure lei con un cognome da cane da guardia o da generale nazista, pur essendo nativa di Cerignola. Nelle interviste la cuoca del romano ristorante Glass dice cose che l'appetito anziché farmelo venire me lo tolgono: «Per me è importante avere dei goal, sempre». E compiaciuta dichiara di parlare col figlio Luca esclusivamente in inglese. In casa sua a Trastevere. Se queste signore feroci sono davvero così brave a cucinare come giura la Guida Rossa allora io preferisco cuoche un po' meno brave ma in compenso più rilassate e rilassanti. Sogno donne dolci e sorridenti, e pazienza se ai fornelli commettono qualche errore, sono dispostissime a perdonarle.

Ma fantasie a parte resta la cruda realtà di un'alta cucina dove i sessi si uniformano fin quasi a scomparire. Umberto Veronesi, che pure non è un bieco reazionario come me, scrive: «La donna oggi deve sviluppare aggressività, fare carriera, comandare persone, assumersi responsabilità, competere con gli uomini. Il risultato è che appare sempre meno femminile. Si sta attenuando la polarità che è all'origine del fenomeno naturale dell'attrazione: i poli opposti si attraggono, quelli uguali si respingono». Ecco spiegato perché certe stelle Michelin mi respingono: perché, nonostante il vizio della gola, sono ancora abbastanza sano e naturale.

Al problema delle virago che tradiscono la loro femminilità, fra il plauso di un pubblico di gastronomi che evidentemente alla femminilità non è più molto interessato, si aggiunge quello delle cuoche nuove o seminuove che esprimono una femminilità negativa, riduttiva. «Più donne, meno pensiero critico» dice la nostra somma antropologa Ida Magli. Più donne, più moda, aggiungerei io. Quindi la frittura diventa tempura, quindi avanza ogni sorta di ingrediente esotico. Come esiste un immigrazionismo politico, che accetta anzi favorisce la presente invasione dall'Africa, esiste un immigrazionismo gastronomico la cui quinta colonna è spesso e volentieri colorata di rosa.

La famigerata Bowerman non riesce a completare un piatto senza chorizo o tobiko o wasabi, e lo zenzero si infila ovunque, risale fiumi e valli, e nel Piacentino, insomma alla Palta di Borgonovo Val Tidone eccolo sullo storione e sulla zucca. Nella carta del ristorante di Isa Mazzocchi i tortelli sono definiti «tradizionali», che è un aggettivo avvelenato: oggi tradizionale è sinonimo di vecchio, definire qualcosa in questo modo significa indicarlo come moribondo, quasi da evitare.

In troppe cuoche constato l'accentuazione di tendenze generali: la perdità di identità, il conformismo del multietnico immediatamente segnalato dall'overdose di tofu e kamut. Al confronto quasi rivaluto la femminilità del lezioso e penso al diluvio di diminutivi di certe carte di cuciniere liguri, regione grazie a Dio non proprio all'avanguardia gastronomica: il risottino ai calamaretti con le trombette (San Giorgio di Cervo), lo scamoncino al Vermentino (Conchiglia di Arma di Taggia)... E a tutti i tortini possibili e immaginabili, gustabili un po' ovunque.

Da acceso misogino qual sono, dopo aver letto le novità delle guide mi sono chiesto: e adesso dove la trovo una cucina virile? Per fortuna di chi vuol vivere controcorrente qualche controtendenza esiste sempre. Eccone un paio: l'esplosione ormai anche televisiva di Paolo Parisi, il re dei re della griglia ossia di un regno tutto maschile («Donne fanatiche di barbecue e di brace ne ho viste poche» mi dice), e la resurrezione, dopo una lunga decadenza, dello storico Cambio di Torino, dove Matteo Baronetto propone una cucina cavourriana e neo-conservatrice culminante nella finanziera, ricetta con le frattaglie più care a noi di gusti maschi.

I neri vanno chiamati “negri" Così l'America mi dà ragione

Vittorio Feltri - Sab, 08/11/2014 - 15:29

Io l'ho sempre detto: è meglio delle alternative ipocrite. E per questo ora l'esercito Usa torna a usarlo nei documenti

Una notizia folgorante è stata pubblicata ieri dal Secolo XIX , quotidiano di Genova. Ecco il titolo: «L'esercito degli Stati Uniti riabilita la parola “negro”».
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Il testo spiega che questo termine è più gradito dai soldati di pelle scura di quelli eufemistici entrati in uso da qualche decennio in omaggio al politicamente corretto. Insomma, stando alla corrispondenza da Washington evidenziata dal giornale ligure, i militari negri preferiscono di gran lunga essere chiamati negri che non afro-americani, con una forzatura poco consona al linguaggio corrente degli statunitensi. I quali, per quieto vivere, si sono adattati al cambiamento del lessico familiare per non contravvenire alla moda imposta dai liberal, coloro che dettano legge nei costumi Usa in costante evoluzione o involuzione, cioè da gente che attribuisce maggior valore alle parole che al contenuto delle medesime.

Tale moda, come tutte le mode, è stata importata anche in Italia, sempre pronta a giudicare stolti gli yankees, ma altrettanto rapida nell'imitarne i vezzi, financo le mutazioni linguistiche. Cosicché anche dalle nostre parti, da almeno un paio di lustri, chi osi pronunciare o scrivere il vocabolo «negro» viene considerato un buzzurro, peggio, uno sporco razzista, nonostante la semantica di tale vocabolo non sia negativa né, tantomeno, offensiva. Leggere la Treccani per verificare la fondatezza della nostra asserzione.

Non importa. I soloni del nostro sistema mediatico, compresi i rappresentanti autorevoli (si fa per dire) dell'Ordine dei giornalisti, essendosi abbeverati alla fonte sapienziale degli Usa, hanno decretato che il sostantivo/aggettivo negro va bandito dal dizionario del bravo cronista. Chi eventualmente ne faccia ricorso nella stesura di un articolo, o di un titolo, sia sottoposto a procedimento disciplinare, con tutti i rischi che ciò comporta: sospensione o addirittura radiazione dall'elenco professionale.
Giuro, è così. Parlo per esperienza.

Mi pare nel 2010, commentando i fatti di Rosarno (Calabria), ovvero lo sfruttamento di extracomunitari, costretti a vivere e a lavorare in condizioni disumane, ebbi l'ardire di affermare che i «negri avevano ragione» di protestare. Non l'avessi mai fatto. Venni non solo pubblicamente contestato dai raffinati pennini dei giornaloni di lusso, ma denunciato alla corporazione non perché avessi difeso i povericristi di colore - mancava solo questo - ma perché avevo definito negri le vittime dei soprusi.

Vi rendete conto? Fui perseguito dall'Ordine, che per tre anni e più indagò per scoprire se avessi violato il codice deontologico. Roba da matti. Alcuni mesi orsono ricevetti la «sentenza di assoluzione» motivata dal fatto che il mio pezzo non era diffamatorio, bensì addirittura affettuoso nei confronti dei suddetti negri. Rimane tuttavia un problema: un redattore che non voglia avere grane, non può dare del negro a un negro.

Lo stesso vale per il sostantivo zingaro. Vietato. Se ti sfugge dalla penna sono cavoli tuoi. Finisci sotto processo. Mi domando perché Iva Zanicchi sia abilitata a cantare: «... prendi questa mano, zingara...». E perché Nicola Di Bari abbia facoltà di gorgheggiare: «... il cuore è uno zingaro e va...». Mentre uno sfigato di giornalista a 2000 euro il mese, se verga un pezzo in cui cita gli zingari, debba essere punito dagli zelanti tutori del disordine che raggruppa i giornalisti.

È difficile comprendere il senso di tutto questo: la guerra delle parole produce effetti grotteschi. Specialmente ora che gli americani hanno sdoganato, dopo averlo messo all'indice, il termine «negro» riconoscendo che si tratta di una parola innocua, per nulla spregiativa e sicuramente meno ipocrita e fasulla di afro-americano o nero o uomo di colore che, siamo sinceri, sono tentativi patetici di nascondere la vera natura e il significato autentico dell'idioma genuino.

Ciò che va criticato non è il modo di esprimere un concetto, ma lo spirito che emana dal concetto stesso. Con buona pace dei linguisti dilettanti e ignoranti che stanno in trincea nella speranza di colpire chi parla come mangia, loro che mangiano senza scrivere perché non ne sono capaci.