mercoledì 12 novembre 2014

Il consulente di Cossiga deve essere processato per concorso nell’omicidio di Aldo Moro”

La Stampa
raphaël zanotti

La richiesta del pg Luigi Ciampoli contro Steve Pieczenik, l’ex funzionario del Dipartimento di Stato americano coinvolto nell’unità di crisi durante il rapimento

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La richiesta è di quelle shock: il pg Luigi Ciampoli chiede che la procura generale proceda nei confronti di Steve Pieczenik, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano e superconsulente di Francesco Cossiga, per concorso nell’omicidio dell’onorevole Aldo Moro avvenuta in Roma il 9 maggio 1978. Secondo il pg sarebbero emersi gravi indizi nei suoi confronti in merito all’istigazione o perlomeno nel rafforzamento del proposito criminale delle Br di uccidere lo statista italiano.

Elementi contenuti nelle oltre cento pagine di richiesta d’archiviazione che il pg ha consegnato al tribunale per quanto riguarda le rivelazioni dell’ex ispettore di polizia Enrico Rossi che aveva ipotizzato la presenza di agenti dei Servizi Segreti, a bordo di una moto Honda, in via Fani la mattina del rapimento. Nessuna prova concreta di quella presenza, ma altre ne sono emerse.

D’altra parte un ruolo centrale nel drammatico sviluppo di quei giorni se l’era ritagliato lo stesso Pieczenik, psicologo, in un libro confessione (edito in Italia da Cooper nel 2008 con il titolo «Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo 30 anni un protagonista esce dall’ombra» e passato sotto silenzio) nel quale raccontava: «Ho messo in atto una manipolazione strategica che ha portato alla morte di Aldo Moro». Nel libro, Pieczenik racconta come sia riuscito a portare i comitati dell’unità di crisi dalla sua parte sostenendo di essere l’unico ad avere a cuore la sorte di Aldo Moro visto che non lo conosceva personalmente. In realtà, rivelava qualche anno fa, l’obiettivo era la sua eliminazione: lo si voleva uccidere ma a farne le spese sarebbero state le Br.

Sempre secondo il superconsulente scelto dall’allora ministro Cossiga, l’operazione sarebbe stata condotta in modo tale da far crescere la tensione in modo spasmodico, in modo da mettere le Br con le spalle al muro e a non lasciare loro alcuna via d’uscita se non uccidendo l’allora presidente del consiglio rapito. «Mi aspettavo che si rendessero conto del loro errore e che lo liberassero - racconta ancora Pieczenik - facendo fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che lo liberassero. Per loro sarebbe stata una grande vittoria». Tutti sappiamo come andò.

Pieczenik venne mandato dagli Stati Uniti a Roma come super esperto di terrorismo. «La sua autoreferenzialità era esasperata e quasi schizofrenica - ha detto ancora il pg Ciampoli - In un’intervista a Giovanni Minoli su Rai Storia raccontò che Moro doveva morire perché in questo modo si sarebbero destabilizzate le Brigate Rosse. Noi abbiamo acquisito il cd di quell’intervista televisiva e tutto il girato completo e siamo convinti che la sua posizione meriti un approfondimento da parte della Procura».

Nell’intervista televisiva di Minoli, Pieczenik aveva spiegato anche i motivi della sua azione: «Quando sono arrivato in Italia c’era una situazione di disordine pubblico: c’erano manifestazioni e morti in continuazione. Se i comunisti fossero arrivati al potere e la Democrazia Cristiana avesse perso, si sarebbe verificato un effetto valanga. Gli italiani non avrebbero più controllato la situazione e gli americani avevano un preciso interesse in merito alla sicurezza nazionale. Mi domandai qual era il centro di gravità che al di là di tutto fosse necessario per stabilizzare l’Italia. A mio giudizio quel centro di gravità si sarebbe creato sacrificando Aldo Moro».

I due agenti sulla Honda
Impossibile risalire all’identità delle due persone a bordo della Honda, quella mattina in via Fani, segnalati da una lettera anonima arrivata nel 2010 alla questura di Torino. Non erano sicuramente Peppo e Peppa (i due agenti dei Servizi il cui coinvolgimento era già stato escluso dalla polizia). E nemmeno Antonio Fissore, il fotografo piemontese morto nel 2012 in Toscana che l’anonimo dichiarava essere un agente segreto sotto il comando del colonnello Camillo Guglielmi dei Servizi. In realtà i magistrati hanno appurato che quella mattina Fissore era su un volo Levaldigi-Varese con rientro su Levaldigi alle 17.15.

I magistrati hanno anche risentito l’ingegner Alessandro Marini, l’uomo che quella mattina in via Fani per un miracolo non venne colpito dai proiettili sparati dall’uomo sul sellino posteriore della Honda e che s’infransero sul parabrezza del suo motorino. La Procura generale ha appurato che in quei giorni Marini aveva denunciato di aver ricevuto minacce (senza però saper spiegare quali) e che per questo motivo venne montato nel suo appartamento un baracchino per intercettare le chiamate in entrata al suo telefono. Incredibile ma vero, a 36 anni di distanza quel baracchino non era mai stato smontato e la Procura generale lo ha acquisito.

Il misterioso colonnello Guglielmi
Figura centrale nell’inchiesta, il colonnello Camillo Guglielmi, in servizio all’ufficio “R” della VII divisione del Sismi nonché istruttore abba base Gladio di Capo Marrangiu dove gli agenti venivano addestrati anche alla strategia della tensione. Il pg Ciampoli, alla commissione d’inchiesta parlamentare che ieri l’ha audito, ha riferito che nei suoi confronti si potrebbe ipotizzare un’accusa per concorso nel rapimento di Aldo Moro e nell’omicidio degli uomini della scorta, ma è impossibile procedere perché il colonnello è nel frattempo morto.

L’unica cosa certa, però, è che quella mattina intorno alle 9 il colonnello si trovava in via Fani senza un motivo ragionevole. Alla Corte d’assise ha riferito che era lì per caso, perché doveva andare a pranzo con un collega che viveva nelle vicinanze. Una versione ritenuta «risibile» dal pg Ciampoli, nonché smentita dallo stesso collega. Il suo ruolo nel rapimento, tuttavia, non è stato possibile chiarirlo.



Moro, le rivelazioni di un artificiere “Quando arrivò la chiamata delle Br avevamo già scoperto il cadavere”
La Stampa
29/06/2013

Vitantonio Raso fu il primo a recarsi in via Caetani: «Cossiga e gli altri sembrava che sapessero già tutto»

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La morte di Aldo Moro non è ancora una questione per gli storici. Vitantonio Raso, il giovane antisabotatore che arrivò per primo in Via Caetani, rivela all’Ansa e al sito vuotoaperdere.org che la sua opera fu richiesta ben prima delle 11 del 9 di maggio e che arrivò davanti alla R4 amaranto in via Caetani poco dopo quell’ora.

In un suo recente libro («La bomba umana») Raso aveva lasciato indeterminata la questione degli orari che ora chiarisce dopo 35 anni. La questione è rilevante perché la telefonata delle Br (Morucci e Faranda) che avvertiva dell’uomo chiuso nel bagagliaio della macchina è delle 12.13. Non solo: Francesco Cossiga e un certo numero di alti funzionari assistettero, ben prima delle famose riprese di Gbr che sono state girate a cavallo delle 14, alla prima identificazione del corpo fatta proprio da Raso.

Cossiga si recò quindi due volte in via Caetani. La R4 fu ripetutamente aperta dai due sportelli laterali come testimoniano le foto a corredo di questa inchiesta. «Quando dissi a Cossiga, tremando, che in quella macchina c’era il cadavere di Aldo Moro, Cossiga e i suoi non mi apparvero né depressi, né sorpresi come se sapessero o fossero già a conoscenza di tutto», dice Raso. «Ricordo bene che il sangue sulle ferite di Moro era fresco. Più fresco di quello che vidi sui corpi in Via Fani, dove giunsi mezz’ora dopo la sparatoria’’.

Raso fornisce la prova che le cose il 9 di maggio non andarono come finora si è raccontato: «Sono ben consapevole. La telefonata delle Br delle 12.13 fu assolutamente inutile. Moro era in via Caetani da almeno due ore quando questa arrivò. Chi doveva sapere, sapeva. Ne parlo oggi per la prima volta, dopo averne accennato nel libro, perché spero sempre che le mie parole possano servire a fare un po’ di luce su una vicenda che per me rappresenta ancora un forte choc. Con la quale ancora non so convivere’’. Raso non è mai stato interrogato. 



Aldo Moro, aperta una nuova inchiesta
La Stampa
03/07/2013

Secondo due artificieri la Renault 4 con il cadavere dello statista fu individuata in via Caetani prima della telefonata delle Brigate Rosse

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Il corpo senza vita di Aldo Moro è stato ritrovato un’ora e mezza prima di quando le Brigate rosse chiamarono un collaboratore dello statista? Per chiarire questo interrogativo la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine relativo alle dichiarazioni di due artificieri che spostano alle 11 l’ora del ritrovamento della Renault 4 con il cadavere di Aldo Moro e la presenza dell’allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga, in via Caetani. 

Nei giorni scorsi le parole rese dai due artificieri al blog e libro “Vuoto a perdere” dei giornalisti Paolo Cucchiarelli e Manlio Castronuovo, hanno riacceso la luce rispetto a quanto avvenuto la mattina del 9 maggio ’78. Secondo quanto si è appreso a piazzale Clodio gli accertamenti saranno coordinati dal pm Luca Palamara, lo stesso magistrato che ha aperto un fascicolo sulla base di un esposto presentato dall’ex giudice Ferdinando Imposimato, in base al quale l’omicidio dello statista della Dc poteva essere evitata. I magistrati non escludono che a breve possano esser messi in calendario una serie di atti istruttori, a partire dalla convocazione dei due antisabotatori. La versione di questi è stata messa in dubbio da quanto afferma Franco Alfano, cronista di Gbr che per primo arrivò in via Caetani e realizzò in esclusiva le immagini del cadavere di Moro dentro il baule della R4. 



“Quel giorno ero in via Montalcini e arrivò l’ordine di non intervenire”
La Stampa
carlo bologna
05/12/2013


L’ex brigadiere della Finanza finito sotto accusa per le clamorose dichiarazioni sul caso Moro racconta per la prima volta la sua verità: «Con altri militari presidiavamo il palazzo adiacente la prigione di Moro. Quando tutti finì ci venne ordinato di dimenticare quello che era successo»
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Giovanni Ladu, ex brigadiere della Finanza in pensione da un anno e mezzo, vive a Novara. Il suo nome è venuto alla ribalta in occasione della pubblicazione del libro dell’ex giudice Ferdinando Imposimato al quale Ladu si era rivolto anche con un’altra identità, quella di un fantomatico Oscar Puddu, per rafforzare la tesi del mancato blitz nel covo delle Brigate Rosse in cui era prigioniero Moro. L’ex magistrato, dopo la pubblicazione del libro, si è rivolto alla Procura di Roma sollecitando nuove indagini. C’è voluto poco per scoprire che Ladu e Puddu sono la stessa persona. Ora l’ex finanziere è indagato per calunnia. Per la prima volta ha deciso di rilasciare a La Stampa un’intervista sulla sua versione dei fatti.

Respinge l’etichetta di «calunniatore». Giovanni Ladu, ex brigadiere della Guardia di Finanza, parla per la prima volta accanto ai suoi difensori, gli avvocati Gianni Correnti e Giorgio Legnazzi. Nel 1978, nei giorni del sequestro Moro, era un bersagliere di leva. È indagato dalla Procura di Roma perché sostiene che lo Stato era a conoscenza della prigione dello statista ed ha fatto un passo indietro due giorni prima che venisse ritrovato nella Renault rossa in via Caetani. Lui, con altri gruppi pronti al blitz per liberare il leader Dc, garantisce che il 7 maggio era in via Montalcini. Dall’«alto» arrivò l’ordine che l’ex giudice Imposimato, nel libro «I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia» traduce in una denuncia-bomba: la liberazione fu impedita da Cossiga e Andreotti. Imposimato solo a libro stampato si è affidato alla Procura.

Ladu, la sua è una verità contestata.
«Le e-mail a Imposimato sono state mandate dal 2012 a maggio di quest’anno però quei fatti del ’78 sono stati resi noti ai miei superiori, inizialmente a voce al mio comandante Alessandro Falorni. Dopo le opportune verifiche è stato contattato il giudice che si era occupato del caso Moro».

Lei ha iniziato a raccontare questi fatti nel 2008, perché solo allora? Temeva una rappresaglia?
«Sì, anche perché quando finì tutto, ci era stato detto di dimenticare quello che era successo».

Ma lei chi era in quei giorni?
«Avevo 19 anni, l’anno primo avevo finito il diploma. Ero in servizio di leva obbligatoria ai bersaglieri della caserma Valbella, ad Avellino».

Vi avevano preparato a questa missione?
«No. Ci hanno imbarcato su un pullman “dovete andare a Roma”. Sulle prime ci portano alla caserma dei carabinieri vicino all’hotel Ergife». 

Sapevate che c’erano altri gruppi pronti a intervenire in quella che sarebbe risultata la prigione di Moro?
«Inizialmente no. Poi prendiamo possesso di un appartamento adiacente allo stabile dove, scopriremo poi, c’era Moro. Eravamo dieci militari, non in divisa. Non avevamo attrezzature di ascolto (queste attrezzature sono state poi messe in una cascina abbandonata che era di fronte al palazzo, lì c’era una postazione di controllo già predisposta prima che arrivassimo. Noi dovevamo solo verificare chi entrava e usciva, se c’erano persone sospette».

Quando avete intuito che poteva essere il covo?
«Ci avevano detto che c’era un noto personaggio in quell’appartamento, messo in condizione di non uscire. Moro era stato rapito il 16 marzo , in Italia si parlava solo di quello».

E arriva il 7 maggio 1978, con l’ordine di smobilitare senza liberare il «personaggio». In seguito scoprirete che là dentro c’era proprio il presidente della Dc.
«Certo, leggendo i giornali. Io mi sono anche strizzato sotto. Rientrato ad Avellino sono stato destinato subito al reggimento, alla caserma dei bersaglieri di Persano (Salerno)».

I dieci commilitoni non li ha più sentiti?
«No, non so nemmeno che fine abbiamo fatto. Nessun contatto».

Dopo trent’anni, nel 2008, decide di parlare. Perché?
«Ogni anno, in occasione dell’anniversario dell’uccisione di Moro, venivano riferite falsità». 

Non ha mai cercato di «vendere» la sua verità?
«Assolutamente no, all’epoca ero ancora in servizio. Non ho avuto, né cerco compensi. Ho fatto i miei passaggi rivolgendomi ai miei superiori gerarchici, loro hanno poi informato il procuratore di Novara Francesco Saluzzo al quale ho fornito un memoriale di tre pagine. Non ho fatto alcun nome, nessun riferimento ai vertici dello Stato. Ho soltanto indicato i fatti di cui sono a conoscenza. E non sono state ravvisate ipotesi di calunnia perché nel 2011 questo procedimento è stato archiviato».

Lei, in questa prima fase, è Giovanni Ladu. Poi nel 2012 si ripresenta con il nome fittizio di Oscar Puddu. Al punto che Imposimato ci casca, pensa che Ladu e Puddu siano due persone distinte. Perché questo espediente?
«Volevo che si riaprisse il caso, per venire a capo di questa vicenda. L’ex giudice faceva delle domande, io rispondevo. Ci siamo scambiati 84 mail, da privato a privato. Io ero in pensione dalla Finanza, Imposimato dalla magistratura».

Imposimato, anche sulla base della sue rivelazioni, arriva a scrivere che «Moro fu vittima della ferocia delle Br ma anche di un complotto ordito da Andreotti e Cossiga».
«Mai fatti quei nomi, sono conclusioni di Imposimato.. Lui mi chiese se erano al corrente dell’ipotesi di un blitz e della decisione di fermarlo».

Il figlio di Cossiga ha definito le sue ricostruzioni da «trattamento sanitario obbligatorio».
«Non sono matto, né mitomane. E non ho mai detto che Cossiga ha ordinato quel delitto».

E a chi parla di depistaggio, cosa risponde?
«Nessuna intenzione di alzare polveroni o coprire qualcuno, chiedo l’opposto: che si arrivi alla verità. Non volevo nemmeno tutto questo clamore. Quando ho visto il mio nome nel libro di Imposimato mi sono pure arrabbiato. Ho fatto tutto questo anche contro il volere della mia famiglia ma sentivo che dovevo togliermi un peso. Tutti gli altri hanno seguito l’ordine di dimenticare, io non ci sono riuscito».

Quando Marino fu cacciato da Pittsburgh per falsi rimborsi

Patricia Tagliaferri - Mer, 12/11/2014 - 08:28

Roma - Il pasticciaccio delle multe del sindaco di Roma non è il primo incidente di percorso in cui incappa Marino.
 
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Anche quando non si era ancora dato alla politica il chirurgo aveva fatto parlare di sé in toni non proprio lusinghieri, come documentato dal Foglio nell'estate del 2009. Alla luce di quanto sta accadendo in queste ore vale la pena raccontarla di nuovo quella storia, arrivata al giornale diretto da Giuliano Ferrara direttamente dagli States . Questa volta non si tratta di multe, ma di rimborsi spese truccati. Una brutta vicenda, nel 2002, che ha costretto Marino, allora un luminare nell'ambito della cardiochirurgia, a dimettersi senza condizioni da tutti gli incarichi legati alla prestigiosa University of Pittsburgh Medical Center, compreso quello di direttore dell'Ismet, il centro di trapianti di fama internazionale nato a Palermo in collaborazione con l'università americana.

Anche in quel caso, come oggi con la questione del permesso scaduto, Marino si distinse per i salti mortali con cui cercò di allontanare da sè l'accusa di aver intascato negli anni ottomila dollari di rimborsi spese ritenuti irregolari perché ottenuti presentandoli in copia alla stessa amministrazione sia in Italia che negli Usa. Durissimi i termini della lettera con cui il direttore dell'Upmc, Jeffrey A. Romoff, affrettò il congedo dalla sua università del chirurgo, poi candidato alla segreteria del Pd nel 2009, inciampato in una banale e squallida storia di note spese truccate.

«Come restituzione dei rimborsi spese doppi da lei ricevuti - si legge nella lettera - accetta di rinunciare a qualsiasi pagamento erogato dall'Upmc o dall'Upmc Italia ai quali avrebbe altrimenti diritto, compreso lo stipendio per il mese di settembre 2002». A Marino venne concessa una settimana per liberare l'ufficio di Palermo e gli venne intimato di non fare nemmeno ritorno nell'ufficio di Pittsburgh.

Per l'università americana quelle compiute da Marino furono «una serie di irregolarità intenzionali e deliberate». «Riteniamo di aver scoperto dozzine di originali duplicati di ricevute con note scritte da lei a mano - continua la lettera - e sebbene le ricevute siano per gli stessi enti, i nomi degli ospiti scritti a mano sulle ricevute presentate a Pittsburgh non sono gli stessi di quelli presentati all'Upmc Italia». Il tutto sottoscritto da Marino.

Il quale, quando la storia finì sui giornali, fornì la sua versione affermando di averle segnalate lui per primo all'amministrazione le discrepanze nelle note spese. E anche allora, come oggi, parlò di un piano per farlo fuori.

App di messaggistica? Le più usate falliscono il test su privacy e sicurezza

La Stampa
carlo lavalle

La maggior parte di quelle esaminate da Electronic Frontier Foundation rischia di compromettere la vita digitale degli utenti

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Quanto sono sicure le app di messaggistica che usiamo ogni giorno? SnapChat o WhatsApp riescono a garantire la privacy degli utenti? Secondo la valutazione di Electronic Frontier Foundation la maggioranza delle applicazioni è molto distante dall’essere uno strumento in grado di proteggere in modo adeguato la conversazione privata di chi le utilizza. 
Solo sei, delle 39 esaminate nel rapporto “Secure Messaging Scorecard ”, hanno passato il test a punteggio pieno. Sono ChatSecure, CryptoCat, Signal/Redphone, Silent Phone, Silent Text, e TextSecure, per lo più sconosciute al grande pubblico. Sette sono, invece, i criteri in base ai quali è stato analizzato il livello di sicurezza delle varie app, dalle più popolari alle meno note. 

Le prove hanno incluso la capacità di assicurare la crittografia dei dati in transito, e la cifratura end-to-end, così che i messaggi inviati non vengano letti dal provider. Inoltre, è stata verificata la possibilità che l’utente possa verificare l’identità dell’interlocutore, anche in caso di compromissione del canale, la presenza di un sistema di forward-secrecy , se il codice sia documentato e accessibile ad una revisione per eventuali problemi e bug, e sia stato sottoposto ad un controllo di sicurezza da parte di un organismo terzo indipendente.

I risultati, alla fine, non sono molto incoraggianti. Peggio di tutti, fanno Mxit e QQ , che si sono dimostrate inidonee a qualunque parametro tra quelli considerati. Ma anche BlackBerryMessenger, Facebook chat, Google Hangouts, Yahoo Messenger, Skype, Snapchat, WhatsApp e Viber forniscono poche garanzie. Migliore è, invece, il grado di sicurezza assicurato da iMessage, il servizio di messaggistica di Apple, che supera cinque prove su sette.

Electronic Frontier Foundation auspica che il suo esame critico possa favorire una corsa virtuosa all’innovazione verso una migliore forma di protezione della privacy delle app. L’attività di sorveglianza, sempre più diffusa su Internet e su mobile, mette a rischio la vita digitale delle persone che hanno bisogno di mezzi più sicuri e usabili. 

“Le rivelazioni di Edward Snowden hanno mostrato la forza dello spionaggio governativo e la vulnerabilità delle comunicazioni non protette dalla crittografia – commenta Peter Eckersley , Technology Projects Director di EFF. “Molti nuovi strumenti – sottolinea – sostengono di proteggere l’utente ma non comprendono né crittografia end-to-end né cancellazione sicura. La valutazione di EFF fornisce le informazione di cui l’utenza ha bisogno per scegliere la più appropriata tecnologia di messaggistica”.

Il rapporto “Secure Messaging Scorecard” rientra nell’ambito di una nuova campagna più generale portata avanti da Electronic Frontier Foundation - in collaborazione con Julia Angwin di ProPublica e Joseph Bonneau del Princeton Center for Information Technology - per diffondere sistemi di crittografia più avanzati, usabili e sicuri.

Le quaranta mogli del profeta mormone

Stampa
francesco semprini

Rivelata dagli stessi leader mormoni la vera storia di Joseph Smith, fondatore della religione, da sempre ritratto come un esempio di integrità affettiva nei confronti «dell’unica sposa amata»...

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Ha avuto quaranta mogli, di cui una di appena quattordici anni. I leader mormoni levano i veli alla vera storia di Joseph Smith, fondatore e profeta della religione, da sempre ritratto come un esempio di integrità affettiva nei confronti «dell’unica sposa amata», Emma, nei cui confronti sembrava nutrisse un amore leale e unico. Questo secondo quanto si è detto sino ad oggi, perché in realtà Smith di mogli ne ha avute forse una quarantina, secondo quanto hanno pubblicamente affermato alti esponenti mormoni. 

Una verità scomoda, specie dinanzi alle critiche mosse nei confronti di alcuni importanti personaggi della chiesa accusati di poligamia selvaggia, ma un atto dovuto per dimostrare l’assoluta svolta ispirata alla trasparenza impressa dalla chiesa mormone. Il fatto che il successore di Smith, Brugham Young, fosse poligamo ai tempi in cui guidò la sua gente a Salt Lake City, in Utah, era cosa nota ai più, ma quasi nessuno conosceva la verità sulle abitudini matrimoniali del padre fondatore. «Joseph Smith era presentato come il profeta perfetto, e questa per molti di noi era l’unica verità a cui credere», spiega Emily Jensen, blogger e scrittrice di Farmington, in Utah, che sovente si occupa di questioni riguardanti i mormoni. 

La vera immagine di Smith, messa a nudo su Internet dagli stessi leader della chiesa, ha creato reazioni viscerali da parte dei fedeli, dapprima di incredulità e poi di rabbia. «Questa non è la chiesa in cui sono cresciuto, questo non è il profeta in cui ho creduto», hanno scritto in molti su blog e siti, come spiega Jensen. Secondo le recenti rivelazioni, Smith ha sposato tra le 30 e le 40 donne di età compresa principalmente tra i 20 e i 40 anni, ma non sono mancate eccezioni. Come le nozze con Helen Mar Kimball, figlia di due cari amici che ancora doveva compiere 15 anni.

Non con tutte avrebbe avuto rapporti sessuali, secondo il racconto rivelatore pubblicato dalla Chiesa mormone, anche perchèé alcune mogli si erano unite a lui in vista di «una prossima vita». Ma uno degli aspetti che più hanno creato sconcerto nel racconto, è che alcune delle donne con cui Smith convolò a nozze, erano a loro volta già sposate, talvolta con buoni amici dello stesso profeta. 

Sket Ti-Noh

La Stampa
massimo gramellini

Alla fine che cosa ci colpisce della sentenza sudcoreana che ha condannato a 36 anni di carcere il comandante di un traghetto colato a picco con il suo allegro carico di studenti in gita? La durezza della pena, certo, specie se rapportata all’età di un imputato quasi settantenne, e benché giustificata agli occhi dell’opinione pubblica dal suo comportamento vile. Il capitano abbandonò la nave in incognito, mentre con atto abominevole i suoi sottoposti invitavano i passeggeri ad andare sotto coperta e nel frattempo calavano in acqua le scialuppe per mettersi in salvo. Poi ci sconvolge l’efficienza a noi ignota della giustizia asiatica, capace di concludere un processo di questa complessità ad appena sette mesi dagli eventi. 

Eppure l’aspetto che, almeno a me, sorprende di più è la faccia del comandante Lee Jun-Seok. Il suo sguardo colmo di imbarazzo e di vergogna. Perché forse ce lo siamo dimenticati, ma altrove può ancora succedere che un condannato si senta colpevole. Da Totò Riina all’ultimo ladro di polli, qui tutti si considerano innocenti. Anche e soprattutto dopo la sentenza definitiva, quando cominciano a chiedere la revisione del processo e, se non più per la verità giudiziaria, si battono per la verità storica, cioè per l’assoluzione alla memoria, indossando i panni della vittima incompresa e del capro espiatorio. Lo sdoppiamento dell’italiano davanti al naturale esito dei suoi gesti irresponsabili è un fenomeno che affascina da sempre la psicanalisi, come non mancherà di spiegarci in una delle sue prossime lezioni universitarie a piede libero il professore emerito Francesco Schettino. 

Gorrini, quel «top gun» (di Salò) che terrorizzava le Fortezze volanti

Corriere della sera
di Alessandro Fulloni

È morto all’età di 97 anni l’ultimo «asso» dell’Aeronautica. Aderì alla Rsi:
«Volevo proteggere le città del Nord Italia dai bombardamenti indiscriminati»

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Nell’Aeronautica militare italiana era una specie di leggenda: l’ultimo degli «assi» - e a detta di tanti il migliore - del cielo. Luigi Gorrini, questo il suo nome, si è spento a Piacenza, all’età di 97 anni. Durante la seconda guerra mondiale abbattè 24 aerei, fu abbattuto 5 volte, 2 volte fu ferito, lanciandosi con il paracadute e restando vivo grazie a circostanze che ebbero del miracoloso. Meglio chiarirlo subito: gli aerei abbattuti erano tutti inglesi e americani, Spitfire, Mustang, Fortezze volanti. Perché dopo l’8 settembre Gorrini, senza esitazioni, lasciò la Regia Aeronautica per volare sui caccia della Repubblica Sociale di Salò. Un’adesione spiegata così: «Dopo aver volato per tre anni fianco a fianco con i piloti tedeschi, sulla Manica, in Nord Africa, Grecia, Egitto, Tunisia e - infine - sulla mia patria, avevo fatto amicizia con alcuni di loro... non volevo fare la banderuola, per dire così, e forse sparare sui miei amici tedeschi. Inoltre, volevo proteggere le città del Nord Italia dai bombardamenti indiscriminati, per quanto possibile».
Ufficiale solo dopo la pensione
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Gorrini entrò in Aeronautica giovanissimo. Pilota sottufficiale. Ufficiale lo diventò soltanto dopo la pensione, nel 1979. Finita la guerra, era rientrato nei ranghi dell’Aeronautica militare nonostante l’opposizione iniziale del comando alleato, che non aveva dimenticato come l’aviatore italiano pareva aver fatto quasi un fatto personale di quei duelli in cielo contro i caccia di Raf e Air Force. Volando con le insegne di Salò, Gorrini abbattè diversi bombardieri in missione nel Nord Italia. «Inventò» una tecnica di attacco che gli valse l’ammirazione della Luftwaffe dalla quale ricevette anche due croci di guerra. In sostanza, superava la quota di volo dello stormo avversario per poi buttarsi giù in picchiata a tutta velocità, quasi come un kamikaze, individuando il bersaglio che cercava di colpire avendo a disposizione solo una manciata di secondi. Manovra che terrorizzava i mitraglieri avversari ma che per il pilota era rischiosissima, aumentando il rischio collisione con i bombardieri.
Medaglia d’oro nel 1958
Nel 1958, conflitto finito, dall’Aeronautica - che oggi in una nota «esprime il cordoglio per la morte dell’ultimo grande Asso» - ricevette una medaglia d’oro al valor militare, unica decorazione concessa a un militare di Salò.