giovedì 13 novembre 2014

Fotografa l’impostore”

Corriere della sera
di Franco Bomprezzi


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E’ nata per insofferenza, per frustrazione, per indignazione. Come spesso accade nel web, il passaparola ha fatto il resto. La constatazione impotente che molto spesso, se non quasi sempre, i posti destinati a garantire la sosta alle persone disabili sono occupati abusivamente da vetture sprovviste di qualsiasi contrassegno. Frecce d’emergenza accese, oppure niente. Un malcostume diffuso e dilagante, nonostante gli appelli, i cartelli che sono chiarissimi, gli spazi che quasi sempre sono ben segnati sul terreno. Simona Zanella e Massimo Vettoretti, presidente dell’Unione Ciechi e ipovedenti di Treviso, hanno deciso pochi giorni fa di lanciare un gruppo aperto su Facebook: “Fotografa l’impostore”.

Un appello esplicito a tutti, disabili o meno, a fotografare con il cellulare qualsiasi auto beccata in sosta senza alcun contrassegno in evidenza sul cruscotto. Una foto davanti e una dietro, da inviare via mail ai promotori della campagna di dissuasione. Le foto saranno pubblicate sul web, con la targa oscurata per rispettare le norme sulle privacy, ma gli originali, targa compresa, saranno poi inviati ai sindaci e ai comandanti della polizia urbana delle rispettive città. In tal modo starà a loro verificare con maggiore attenzione il rispetto delle norme sulla sosta, magari cominciando seriamente a fare le multe, che prevedono anche due punti di meno sulla patente.

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In pochi giorni il gruppo ha raggiunto oltre 250 iscritti, non solo a Nord-Est ma anche in varie città italiane, perché il fenomeno, inutile dirlo, è diffuso ovunque con le medesime caratteristiche di insensibilità e di ignoranza, di mancanza di rispetto spesso ai limiti della strafottenza. Ne sono prova le scuse barbine che di volta in volta vengono accampate quando si fa notare l’abuso: “Solo cinque minuti”. “Sono le sette di sera, a quest’ora i disabili vanno ancora in giro?”. “Sta piovendo forte, come devo fare?”. E via elencando. I telegiornali della zona hanno dedicato subito servizi ben documentati e adesso anche i quotidiani. Il risultato più importante, dunque, quello della sensibilizzazione dell’opinione pubblica, sembra raggiunto.

Le prime foto postate su Facebook testimoniano di una grande varietà di vetture: il fenomeno è trasversale, ci sono Suv ma anche utilitarie, furgoncini di artigiani, macchine vecchie e nuove. Quei posti segnati in arancione fanno gola, sono spesso gli unici a disposizione per di più gratis, visto che le vicine strisce blu prevedono sempre un pagamento. E chi se ne importa se si toglie un diritto fondamentale alla mobilità alle persone con disabilità. Persone che spesso guidano in autonomia, oppure vengono accompagnate. Gli spazi per la sosta, previsti per legge, hanno anche dimensioni studiate per favorire la salita e la discesa con un sufficiente margine per l’accostamento di carrozzine o per l’uscita di una pedana. Non sono un privilegio, ma semplicemente una dovuta attenzione al diritto alla mobilità di tutti.

Significativo poi come l’abuso, se possibile, aumenti nei pressi dei centri commerciali e dei supermercati, dove c’è la sicurezza dell’impunità, trattandosi di aree private spesso senza custodia. In queste situazioni la protervia è diffusa, e accomuna uomini e donne. Farsi giustizia da soli non solo non si deve, ma soprattutto non è possibile. Una foto è comunque un’azione non violenta e di denuncia che può diventare virale. Chiunque voglia condividere e collaborare può dunque iscriversi al gruppo, inviare le foto via mail rispettando i criteri indicati dai promotori. Gli indirizzi di posta elettronica sono massimo.vettoretti@gmail.com, adaorsatti@virgilio.it, zanmaxx@libero.it, info@valpolicellasenzabarriere.it . Ma naturalmente sono graditi e richiesti i vostri commenti, le vostre esperienze, in questo blog.

Vigile uccise ladro per sbaglio, dovrà risarcire: «Era fuori servizio»

Corriere della sera

di Claudio Del Frate

Vincenzo Calliego è stato condannato a pagare di tasca sua 500mila euro ai familiari di Roberto Vailatti, il giovane morto


C’era un ladro in fuga e c’era un vigile che ne incrociò la strada. Partì un colpo, quella disgraziata mattina a Binago, in provincia di Como, che centrò accidentalmente alla schiena il fuggiasco uccidendolo. A distanza di otto anni e dopo un lungo iter giudiziario, Vincenzo Calliego, il vigile che uccise senza volere, è stato condannato a risarcire di tasca sua i familiari della vittima sulla base di un elemento preciso: quando intervenne spontaneamente quella mattina era fuori servizio. La Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza civile che obbliga l’agente a pagare 500mila euro ai familiari di Roberto Vailatti, il giovane morto e ha contemporaneamente sollevato da ogni responsabilità l’amministrazione comunale di Binago, nella quale ancora oggi Calliego presta servizio.

Un atto di coraggio e compiuto con spirito di servizio, dunque, si è trasformato in un boomerang per il vigile, il cui caso nel 2006 fu al centro anche di interventi in sede politica. «Purtroppo la legge non ci lasciava grandi margini di manovra, abbiamo soltanto potuto puntare a limitare i danni», dice l’avvocato Francesco Curioni, che ha assistito il vigile in tutte le fasi di giudizio.

Era l’ottobre del 2006 quando dalla recinzione di una villetta alla periferia di Binago Calliego vide balzar fuori un giovane dalla recinzione di una villetta. Capì subito quel che era appena successo e si mise a inseguire a piedi quella persona. Questi fece in tempo a salire sull’auto di alcuni complici che lo attendevano; fu in quell’istante che Calliego prese la pistola che aveva con sé e sparò due colpi, uno dei quali raggiunse il fuggitivo alla schiena.

I complici scaricarono poi Vailatti ormai moribondo davanti all’ospedale di Tradate (Varese). Le perizie balistiche che furono eseguite nell’ambito dell’inchiesta chiarirono senza dubbi un particolare: Calliego aveva mirato alle gomme dell’auto ma la carrozzeria dell’auto aveva deviato la traiettoria del proiettile. In sede penale, del resto, lo sparatore era stato ritenuto responsabile di omicidio colposo, la meno grave tra le ipotesi di reato.

L’ultima coda della vicenda ha riguardato il problema del risarcimento. In giudizio civile si sono costituiti la moglie, i figli, la madre e altri parenti della vittima avanzando una richiesta di 1 milione e 100 mila euro tanto al Comune di Binago quanto al vigile; alcuni dei ricorrenti sono stati esclusi dalla causa in quanto non è stata dimostrata l’effettiva parentela con il defunto ma alla fine i giudici, tanto in primo quanto in secondo grado hanno imputato l’intero onere economico al solo Calliego.

«È una vicenda molto amara ma davvero non sussistevano le condizioni per cui l’agente potesse essere considerato in servizio», precisa l’avvocato Marco Franzini, per conto dell’amministrazione comasca. Le discriminanti secondo la sentenza, sono state due: il fatto che l’agente fosse fuori servizio e che l’arma impugnata per sparare, benché detenuta legalmente per ragioni sportive, non era quella d’ordinanza. «Tralascio ogni commento passionale e non giuridico – conclude l’avvocato di Calliego – ma potevamo solo puntare a limitare le pretese risarcitorie che sono state avanzate».

13 novembre 2014 | 15:57

E’ italiano il dominio .cloud, Aruba batte Google e Amazon

Corriere della sera
di Marta Serafini


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Hanno battuto Google, Amazon e Symantec. E si sono portati a casa uno dei domini più richiesti del momento, .cloud. A vincerlo è un’azienda italiana, Aruba, fornitore di web hosting, Pec e registrazione di domini, appunto, fondata nel 1994. “È la vittoria di Davide contro Golia”, ha scritto la stampa internazionale per sottolineare la sorpresa di questo risultato che ha lasciato a bocca aperta tutta la comunità tech.

Il dominio in questione è infatti molto ambito dato il successo dei servizi di clouding. Soltanto in Italia il mercato della nuvola in Italia vale, secondo l’osservatorio Cloud & ICT as a Service della School of Management del Politecnico di Milano, circa 493 milioni di euro, con incrementi di spesa delle grandi imprese del 13 per cento e del 16 per le Pmi.

“Con un network europeo di data center e sedi in Inghilterra, Germania, Francia, Italia, Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, la nostra offerta Aruba Cloud guarda sempre più ad un’espansione mondiale: in Aruba pensiamo al cloud sempre meno come a un prodotto e sempre più come a una vision di lungo periodo”, ha dichiarato Stefano Cecconi, a.d. di Aruba.

Ora la società di Arezzo dovrà creare un registro, l’authority dei domini.cloud, che diventerà operativa e stabilirà il contratto da stipulare con le società che vorranno offrire il dominio ai loro utenti. “Lasceremo due mesi di tempo ai marchi registrati nel quale potranno fare richiesta. Finito il periodo si entra nella fase in cui chiunque può chiedere il dominio e diventerà aperto. Per la prima fase il prezzo sarà di qualche centinaio di euro, per gli altri  si aggiudica al migliore offerente”, spiega Stefano Sordi, direttore marketing di Aruba.

Per vincere Aruba ha dovuto offrire più denaro. Ma il team di Arezzo ha anche messo in campo tanta determinazione. “È l’unico dominio che abbiamo chiesto perché crediamo che il cloud sia sinonimo di web. Siamo l’unica società italiana che ha corso per un dominio pubblico, ma siamo anche orgogliosi del fatto che il cloud ha a che fare con il nostro core business. E in questo modo ci auguriamo di diventare un player mondiale sul mercato”, conclude Sordi.

E se mistero aleggia sulla cifra sborsata dall’azienda italiana per aggiudicarsi la nuvola, basti sapere che nella stessa occasione Amazon per il dominio .book ha vinto tra i 5 e i 10 milioni di dollari. Amazon, che di recente ha pagato 4,6 milioni di dollari per il dominio .buy, ha battuto in questa ultima asta privata altri sette concorrenti tra cui Google. Come dire dunque che Davide deve aver sborsato non poco per battere Golia. E secondo i ben informati la cifra si aggirerebbe intorno ai 10 milioni di dollari. Settimana scorsa sono stati aggiudicati anche i domini .chat , .dog , .earth , .film , .hot , .latino , .live , .online , .site , .sucks e .tennis . Questo lascia solo libere solo due delle 16 estensioni: .dot e .apartaments che andranno all’asta entro il 19 novembre.

Chiamate private dal telefono dell’ufficio: quando è reato?

La Stampa

E' peculato d’uso quando le tante telefonate, compiute attraverso il telefono fisso del proprio alloggio di servizio, sono state compiute nello stesso giorno o in un arco temporale ristretto o ancora se, pur in un intervallo più ampio, l’utilizzo del telefono è stato intenso e senza soluzioni di continuità da poter considerare le diverse chiamate, in quanto così ravvicinate nel tempo, espressione di una condotta unitaria. Lo ha deciso la Cassazione nella sentenza 46282 del 10 novembre 2014.

1La Corte d’appello aveva cambiato la sentenza di primo grado con la quale il Tribunale aveva condannato l’imputata per il reato di peculato, per aver utilizzato il telefono fisso del proprio alloggio di servizio per effettuare numerose telefonate ai propri familiari. La donna ricorreva per cassazione perchè le telefonate avevano un modestissimo valore economico, sicché non era stato cagionato un apprezzabile danno alla pubblica amministrazione.

E’ pacifico che «in tema di peculato, la condotta del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio che utilizzi il telefono d’ufficio per fini personali al di fuori dei casi di urgenza o di specifiche e legittime autorizzazioni, integra il reato di peculato d’uso se produce un danno apprezzabile al patrimonio della P.A. o di terzi, ovvero una lesione concreta alla funzionalità dell’ufficio, mentre deve ritenersi penalmente irrilevante se non presenta conseguenze economicamente e funzionalmente significative» (Cass., n. 19054/2012).

E’ quindi necessario il raggiungimento della soglia della rilevanza penale che, nel caso del peculato d’uso, si realizza con la produzione di un apprezzabile danno al patrimonio della P.A. o di terzi, ossia con una concreta lesione della funzionalità dell’ufficio. La Corte d’appello, nel caso in esame – spiega la Suprema Corte – non ha proceduto ad una commisurazione puntuale del danno economico causato alla pubblica amministrazione, così da poter affermare che la condotta abbia superato la soglia di rilevanza penale. Non era stato verificato se l’utilizzo da parte dell’imputata del telefono presente nel suo alloggio di servizio abbia cagionato apprezzabile danno al patrimonio della P.A., non ricorrendo nel caso i presupposti per ravvisare una concreta lesione della funzionalità dell’ufficio.

In conclusione, è peculato d’uso quando le telefonate siano state compiute nello stesso giorno o in un arco temporale ristretto o ancora se, pur in un intervallo più ampio, l’utilizzo dell’apparecchio di servizio da parte dell’agente sia così intenso e senza soluzioni di continuità da poter considerare le diverse chiamate, in quanto così ravvicinate nel tempo, espressione di una condotta unitaria. Nel caso di specie i Giudici di merito non hanno assolto l’onere argomentativo rispetto alle risultanze obiettive del traffico telefonico fornito dal gestore, ossia, avrebbero dovuto argomentare sul perché stimare le diverse chiamate effettuate dalla donna come unica e inscindibile condotta. Sulla base di tali argomenti, la Cassazione accoglie il ricorso.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Marino sindaco in fuga, beccato con la Panda in pieno divieto di sosta

Andrea Cuomo - Gio, 13/11/2014 - 08:46

Nuovo scivolone dopo il caso multe, l'auto fotografata nei pressi del Pantheon. Il sindaco tace ma diserta una manifestazione. E ora il Pd prende le distanze

Roma - In uno spot della Fiat Panda Piero Chiambretti scandiva sornione: «Panda, auto ufficiale per fare quello che ti pare». Ignazio Marino, il Forrest Gump del Campidoglio, deve aver preso alla lettera quel claim .


E con la sua Panda rossa fa quello che gli pare. E pure qualcosa in più.
L'ha tenuta in sosta per un anno e mezzo al Senato malgrado non fosse più senatore, ci è poi entrato varie volte nella Ztl pur senza permesso, e oggi continua a parcheggiarla dove capita.
Era dai tempi di Herbie (il Maggiolino tutto matto) che un'auto non ne combinava di così buffe. Eppure in una città sterminata come Roma non sembra esserci posto per un'auto così piccina. Martedì sera un'altra gag, speriamo l'ultima: la Panda rossa viene avvistata da Fabrizio Santori, consigliere regionale del gruppo misto, da Emiliano Corsi del comitato DifendiAmo Roma e dall'avvocato Francesco Figliomeni. L'auto è parcheggiata in via di Santa Chiara, nei pressi del Pantheon, a pochi metri da un evidente segnale di divieto permanente di sosta, e inoltre a bloccare la vetrina di un locale.

Nessun dubbio, la targa è proprio quella. E quel parcheggio selvaggio non è un abuso di poche ore notturne: un sito ( lultimaribattuta.it ) pubblicherà poi le foto scattate dai cittadini dell'area che ritraggono quell'auto in quella stessa posizione in diverse ore del giorno, a dimostrare uno sgarro prolungato. Santori e gli altri chiamano i vigili, ma prima dei pizzardoni arriva un tizio, probabilmente inviato dal sindaco stesso, a spostare l'auto. La scena viene anche ripresa dalla troupe delle Iene . Resta lì invece, parcheggiata nello stallo disabili della vicina piazza dei Caprettari, un'altra auto bianca che, secondo i tre, sarebbe sempre nella disponibilità del sindaco.

Tra le conseguenze del Pandagate c'è che Marino ha iniziato a nascondersi. Ieri, dopo che martedì il senatore Ncd Andrea Augello lo aveva sbugiardato sulla questione del presunto hackeraggio che avrebbe fatto sparire dal sistema informatico del Campidoglio il suo permesso temporaneo per entrare nel centro storico causando la raffica di multe non pagate, dapprima affettava olimpica indifferenza: «Sono serenissimo, mi sto preparando a ricevere il presidente della Repubblica dell'Austria», come se il rango del suo ospite valesse come salvacondotto.

Ma poi disertava la manifestazione per i caduti militari in occasione dell'undicesimo anniversario di Nassiriya, suscitando le ire di Ignazio La Russa: «Il sindaco Marino evidentemente tra i suoi tanti impegni pubblici quali le trascrizioni dei cosiddetti matrimoni gay, non ha trovato il tempo per partecipare alla commemorazione, è riuscito a fare guai anche con la sua assenza». Ma forse il sindaco non voleva spostare l'auto dal parcheggio.

La domanda che tutti i romani di buon senso si fanno è: ma Marino non poteva pagare quelle multe e amen? E non poteva procurarsi un garage? I maligni ricordano le origini genovesi del sindaco, ma quanto rischia di costare quella Panda all'uomo che è riuscito nell'impresa di far rimpiangere ai romani Gianni Alemanno? Ieri da ogni punto cardinale dell'opposizione capitolina si chiedeva la sua testa e anche il Pd ha iniziato a prendere le distanze: «Marino doveva pagare le multe prima e tutto questo non sarebbe successo.

Io le multe le pago, a volte pure con la mora», la punturina di Luciano Nobili, vicesegretario renziano del Pd romano a La Zanzara su Radio 24. Intanto la procura di Roma ha disposto nuovi accertamenti a carico della sezione reati informatici del Nucleo Investigativo dei Carabinieri. Gli esperti dovranno ricostruire tutti i passaggi della presunta intrusione nel sistema informatico denunciata dal sindaco.



Noi obbligati a pagare ogni multa. Marino invece scappa (e ci ricasca)

Vittorio Macioce - Gio, 13/11/2014 - 07:00

Il primo cittadino come tutti prende le multe (a Roma le multe sono come le buche, impossibile non prenderle), solo che lui non le paga

Ignazio Marino di mestiere fa il primo cittadino. E questo spiega tutto. Dicono: ma che mestiere è? Che fa il primo cittadino a Roma? Quello che fanno gli altri, solo che lui lo fa meglio.



Qui, però, su questo meglio bisogna capirsi. Meglio non vuol dire che è più bravo. Meglio vuol dire che la fatica costa meno. Meglio significa che se sbaglia non paga dazio. Meglio è la prova che lui è più furbo. Meglio è fare il finto tonto per non andare alla guerra, quella quotidiana, quella di chi si muove in una città che è un campo minato: buca, buca semplice, buca con acqua, buca con fango. Meglio è sopravvivere sorridendo a una città come Roma. Il segreto è semplice. Il primo cittadino come tutti prende le multe (a Roma le multe sono come le buche, impossibile non prenderle), solo che lui non le paga. E per questo sorride. Non è semplicemente felice. È perfido.

Quel sorriso è una maschera della romanità. Dicono: non è romano. No, ma ha imparato in fretta. È il miles vanaglorioso di Plauto. È Don Pasquale de' Bisognosi. È il peggior Meo Patacca. È un Marchese del Grillo che non ti fa simpatia, perché finge di essere buono, ma il principio attivo è lo stesso. Il Marino che va a caccia di hacker e s'inventa macchinazioni informatiche sotto sotto va sussurrando urbi et orbi: «perché io so' io e voi non siete...». Allora meglio il Grillo, che è carogna dentro e fuori, carogna manifesta. Ride e non sorride.

Marino disegna trappole sulla città, ribalta di notte i sensi unici, spande a macchia d'olio isole pedonali, dipinge di blu le ultime strisce bianche, manda in giro orde affamate di ausiliari della sosta, gioca con la Ztl dei varchi attivi o non attivi, tanto a lui « che gli frega »: il primo cittadino passa e va. E parcheggia dove vuole. Il primo cittadino è al di sopra di ogni contravvenzione. E la consorte idem, spettegolano. È un gioco di finzioni. Marino con il suo passo stralunato e la stretta di mano da uomo della strada sembra uno di noi. È goffo. Si finge goffo. S'inventa burino.

È il povero carbonaio con la faccia di Sordi, ma quando è il momento di pagare, zac, scatta il Marchese. È questo l'inganno del primo cittadino. Non uno come noi. Ma uno prima, sopra, di noi. Marino ti dice: figliolo fai come me, vai in bicicletta. Vai in bicicletta sui sette colli che almeno dimagrisci. Vai in bicicletta partendo da Tor Sapienza. Vai in bicicletta aspettando la linea C. Solo che poi si scopre che la bicicletta di Ignazio primo cittadino è «assistita». È una bicicletta a motore, una bicicletta oltretutto con la scorta e costa almeno 2000 euro. Furbo, lui.

Tu hai preso più multe di Ignazio Marino e te le ricordi una a una, pagate con il sudore della fronte, senza perdono, senza la possibilità di sfuggire allo sguardo onnisciente dello Stato burocrate. I bollettini non si possono dimenticare o nascondere. Le cartelle esattoriali ti inseguono come un vecchio frac sulla riva di un fiume. C'è chi chiede prestiti settennali in banca per scontare i suoi peccati nel traffico. Se non paghi ti fermano l'auto, ti pignorano la vita, ti sbattono l'ipoteca sulla casa con la stessa facilità con cui si gioca a Monopoli.

Ti multano in auto, ti multano in motorino, ti multano con le multe degli altri, ti multano con le multe fantasma. La religione della multa fa della tua vita un purgatorio da scontare in terra. Peccatore, certo. Ma peccatore di una religione che se cammini o se respiri rischi comunque il peccato. Il consiglio è stare fermi, immobili, come un semaforo, ma forse ti multano anche così. E il sommo sacerdote di questa religione è proprio lui, Ignazio Marino il primo cittadino. Ma se il sindaco non paga allora tutti liberi. Esattore, stai lontano da questa porta.

Il magistrato anti Tortora diventa il massimo giudice

Anna Maria Greco - Gio, 13/11/2014 - 08:57

Il nuovo presidente della Consulta, Alessandro Criscuolo, da capo dell'Anm si schierò con i pm del processo al presentatore, poi difese De Magistris al Csm

Alessandro Criscuolo è il nuovo presidente di una Corte costituzionale spaccata: nel plenum (ancora incompleto perché il parlamento deve eleggere il quindicesimo giudice) lo hanno votato in 8, mentre gli altri 6 avrebbero preferito Paolo Maria Napolitano, con più anzianità di lui ma con l'handicap di essere stato indicato dal centrodestra in Parlamento.


Alessandro Criscuolo, presidente Corte costituzionale

Una minima differenza di voti, che potrebbe accentuare divisioni e tensioni nel palazzo della Consulta. Anche perché Napolitano, che si è sentito «sfiduciato», ha rinunciato alla vicepresidenza e Criscuolo, ignorando il criterio di anzianità che avrebbe indicato Giuseppe Frigo (eletto dal Parlamento anche lui per il centrodestra), ha scelto due vicepresidenti tra i suoi elettori: Marta Cartabia e Giorgio Lattanzi. Questo, poco prima di sottolineare l'importanza della «collegialità».

Napoletano, classe 1937, il presidente numero 39 della Consulta la guiderà a lungo, per tre anni. Tre e mezzo ha trascorso al vertice dell'Anm negli anni '80, quando difendeva a spada tratta gli accusatori in toga di Enzo Tortora, parlando di «campagna diffamatoria» nei loro confronti in infuocati contraddittori con Marco Pannella. Quattro anni al Csm, negli anni '90, da esponente storico della corrente di Unità per la costituzione. Una lunga carriera «sindacale» alle spalle.

A Palazzo de' Marescialli Criscuolo è tornato nel 2008, come difensore di Luigi De Magistris, nel processo disciplinare per le sue inchieste, finito con la condanna e il trasferimento dell'allora pm. «De Magistris non ha arrestato nessuno ingiustamente, ma è stato molto attento alla gestione dei suoi provvedimenti», disse allora Criscuolo. Poi smentito dai fatti e dalle sentenze.

Oggi De Magistris, che ha lasciato la toga per darsi alla politica, forte della sua vittoria al Tar rivendica proprio davanti all'Alta corte la sua fascia da sindaco di Napoli, contestando la sospensione dettata dalla legge Severino, dopo la condanna in primo grado ad 1 anno e 3 mesi per abuso di ufficio.

Questione delicatissima, perché riguarda anche la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi nel 2013, in seguito alla condanna definitiva per frode fiscale. I giudici costituzionali affronteranno entro i prossimi 6 mesi la legittimità della retroattività della legge. E il nuovo presidente (sembra che il suo sponsor sia stato Sabino Cassese) nelle prime dichiarazioni si è subito sbilanciato troppo, dando per scontato un errore da correggere. «Una questione di legittimità costituzionale - ha detto, commentando l'appello alle Camere già fatto dal suo predecessore Giuseppe Tesauro - è indice di un difetto di una norma di legge. Quindi, è meglio che il Parlamento intervenga prima del giudice». Ed è andato oltre, ricordando che «sui limiti della retroattività esiste una ricca giurisprudenza della Corte».

I penalisti hanno subito applaudito il suo «giusto richiamo» ai «dubbi» e le «interpretazioni opinabili» della legge. Altri due segnali Criscuolo ha lanciato alle Camere: perché elegga al più presto il giudice costituzionale mancante e perché vari la nuova legge elettorale. «Sui tempi - ha detto - non sono un profeta. Certo è che è necessaria e si deve fare». Poi, sulle riforme in generale: «Credo che il Paese sia largamente maturo per riforme costituzionali importanti e auspico che il Parlamento riesca in tempi abbastanza brevi a dare al Paese un assetto conforme agli auspici».

Entrato in magistratura nel 1964, Criscuolo è diventato giudice costituzionale il 28 ottobre 2008 e terminerà il suo mandato nel 2017. Alla Consulta è stato relatore, tra l'altro, della sentenza del 2010 che disse no ai matrimoni gay, ma aprì la strada al riconoscimento delle unioni civili. Oltre alla novità di una presidenza lunga dopo molti anni e dei due vice, c'è quella di una donna al vertice, la costituzionalista Cartabia.

Il figlio di Caprotti a processo per aver diffamato il padre (sul suo blog)

Corriere della sera

Sotto accusa l’intervista rilasciata da Giuseppe Caprotti. Titolo: «Tutto su mio padre». I figli Giuseppe e Violetta avevano già denunciato il padre Bernardo per stalking

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Andrà in scena al Tribunale di Milano, un altro capitolo della «saga» che vede come protagonista la famiglia di Bernardo Caprotti, il patron di Esselunga. La nuova «puntata» non riguarda, però, il controllo delle azioni della nota catena di supermercati, ma una intervista rilasciata a un periodico dal primogenito dell’imprenditore Caprotti, Giuseppe, intervista che lo stesso Giuseppe ha poi linkato nel suo blog e nella quale avrebbe diffamato il padre Bernardo.
Diffamazione a mezzo internet
Giuseppe Caprotti è così stato rinviato a giudizio con citazione diretta dal pm milanese Luca Gaglio. L’accusa è di diffamazione a mezzo internet nei confronti del genitore. Il processo si aprirà il prossimo 8 giugno davanti alla quarta sezione penale. Secondo il capo di imputazione il figlio del patron del colosso della grande distribuzione, nel giugno del 2013, ha riportato sul proprio blog un’intervista da lui rilasciata qualche mese prima a un settimanale intitolata: «Tutto su mio padre».

Nell’articolo - per il giornalista non si è proceduto in quanto non è stato querelato - l’erede Caprotti aveva raccontato, attribuendoli a Bernardo, due episodi ora giudicati non veri e «altamente lesivi della sua dignità personale». In particolare, si legge sempre nel capo di imputazione, «affermava che il padre, dopo la sua assunzione in Esselunga, lo aveva fatto sottoporre a una perizia psichiatrica» e che «in occasione di un dissidio tra i suoi fratelli Guido e Claudio e la madre Marianne, “iniziò” a spingere» sua nonna «per le spalle e la buttò letteralmente fuori casa, nonostante lei cercasse di resistere. Il clima diventò pesantissimo e lei fu costretta a trasferirsi da alcuni conoscenti».
Denuncia per stalking
Oltre a questo episodio, il pm Gaglio ha chiesto l’archiviazione di un procedimento aperto in seguito alle denunce presentate dai figli Giuseppe e Violetta e nel quale Bernardo Caprotti e uno dei responsabili della sicurezza di Esselunga sono indagati, come atto dovuto, per stalking. Vicenda non ancora chiusa e che verrà discussa il prossimo 4 febbraio davanti al gip Laura Marchiondelli, in quanto Violetta ha presentato opposizione alla richiesta di archiviazione.

12 novembre 2014 | 19:23

La nuova Sky vuol cambiare il mercato tv

La Stampa

francesco manacorda


Da ieri sera l’Europa delle tv ha un nuovo gigante in casa. Un gigante dai natali australiani, con il passaporto britannico, ma che parlerà - e penserà, si spera - anche in italiano. Con l’acquisizione appena completata da parte della britannica BSkyB del 100% di Sky Italia e dell’89,7% di Sky Deutschland nasce infatti il primo operatore di pay tv europea, con attività integrate in cinque Paesi - Gran Bretagna, Irlanda, Germania, Austria e Italia - e un totale di 20 milioni di abbonati.

È una fusione tutta sotto il segno di Rupert Murdoch: BSkyB, di cui il magnate australiano è maggior azionista attraverso la 21st Century Fox, ha infatti comprato le quote delle altre due tv dalla stessa Fox. Non cambia nulla, dunque, visto che in fondo Murdoch ha comprato e venduto? Al contrario, cambia moltissimo. La scommessa delle tre Sky, o della nuova Sky, come preferiscono chiamarla tra Londra e Milano, è innanzitutto quella di puntare dritto sulle sinergie industriali che finora le società accomunate dal nome non hanno potuto sfruttare perché con azionisti diversi: dai decoder ai sistemi di gestione dei clienti, alle piattaforme con cui accontentare un pubblico sempre più esigente che vuole la partita anche quando è in treno o il film che cominci appena messi a letto i bambini.

E poi c’è una questione di taglia: operatore più grosso - è l’equazione facile da fare - uguale più forza nel contrattare i diritti, che siano per eventi sportivi, film o altri programmi, anche a livello europeo; e dunque una migliore offerta per i suoi spettatori. Questa, a dire il vero, è al momento più una speranza che una previsione: la Commissione europea, nel dare il suo via libera all’operazione, ha notato infatti che sebbene ci siano già degli operatori televisivi che operano in diversi Paesi europei chi detiene i diritti non ha finora accettato, tranne limitatissime eccezioni, di venderli assieme per più mercati nazionali.

Vista dall’Italia, la nuova Sky potrebbe dare una spinta al settore delle produzioni televisive. La serie Gomorra, prodotta da Sky Italia e venduta in decine e decine di Paesi è ovviamente il caso di scuola per chi pensa che proprio per via televisiva ci possa essere una rinascita delle fiction italiane, anche grazie al fatto che il nuovo soggetto dovrebbe avere quasi 6 miliardi di euro da investire ogni anno per la programmazione. In Italia Sky sta già producendo «The Young Pope», una serie in otto puntate diretta dal premio Oscar Paolo Sorrentino su un Papa immaginario, e una serie su Diabolik, entrambe già studiate per essere esportate al massimo. Resta ovviamente da capire se oltre all’accoppiata criminali e Vaticano la creatività italiana sarà in grado di farsi apprezzare anche su altri temi. 

Vista dalla Gran Bretagna, invece, la nuova Sky, è anche una grande scommessa. La scommessa di passare da un territorio già abbondantemente presidiato dalla pay-tv - dove si fa sentire anche la concorrenza di operatori un tempo confinati alle telecomunicazioni come la Bt - ad altre parti d’Europa dove il tasso di penetrazione è inferiore e dove si pensa evidentemente di poter crescere ancora entrando nelle abitudini degli spettatori. 

Se infine ci si allontana un po’ dai singoli Paesi e si cerca di guardare l’operazione e il suo impatto in Europa, è facile prevedere che alla mossa di Sky potrebbero seguire altre contromosse. Operatori di pay-tv, gruppi delle telecomunicazioni e soggetti ibridi come quella Netflix che ha spopolato negli Usa e adesso sta prendendo piede in Europa sono tutti contendenti nella stessa arena, con l’obiettivo di portare nelle nostre case contenuti anche e soprattutto attraverso la banda larga. In Gran Bretagna, cioè nel mercato oggi più avanzato - dicono i dati dell’e-Media Institute -, proprio il combinato di offerta telefono-Internet-Tv ha in mano il 90% del mercato della banda larga.

La stessa Sky Italia, non a caso, ha stretto accordi con Fastweb e con Telecom - dal prossimo febbraio - per portare i suoi programmi agli abbonati delle due compagnie. Ma anche Mediaset ha annunciato di puntare a un’alleanza per portare la sua pay-tv sulle linee Telecom. Non è che l’inizio, e non solo in Italia, di un nuovo grande valzer tra tv e tlc.