sabato 22 novembre 2014

Gli ex consiglieri regionali: i vitalizi di lusso sono «diritti acquisiti»

Corriere della sera
di Sergio Rizzo

La battaglia legale contro i tagli parte dalla Lombardia. Ma ovunque sono pronti i ricorsi Buona parte dei costi delle associazioni di ex eletti è sostenuta dalle Regioni

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Al grido «i diritti acquisiti non si toccano!», gli ex consiglieri regionali che ogni mese incassano i vitalizi, hanno dissotterrato l’ascia di guerra. La valanga dei ricorsi per sommergere ogni tentativo di limitare certi trattamenti ormai scandalosi e inaccettabili, per un Paese incapace di crescere e devastato dalla disoccupazione, non si arresta. La slavina è partita dalla Lombardia, dove sono scattati i ricorsi al Tar contro il taglio del 10 per cento degli assegni. Poi il fenomeno si è esteso al Trentino-Alto Adige, dove ben 51 ex consiglieri hanno avviato una battaglia giudiziaria contro la richiesta di restituire parte delle somme incassate la scorsa estate come bonus per aver accettato il taglio dei vitalizi in pagamento: li assiste l’ex presidente della Consulta Giovanni Maria Flick.

Le cifre, in qualche caso superiori al milione, si erano rivelate troppo generose e la Regione voleva indietro la differenza. In media il 28 per cento. Loro però si sono opposti, rivendicando come sempre accade il rispetto dei diritti acquisiti. Adesso è la volta degli ex consiglieri della Regione Lazio, che in base alle vecchie norme potevano riscuotere il vitalizio a cinquant’anni di età e dopo il versamento di appena cinque anni di contributi. La settimana scorsa, alle due di notte, i loro successori hanno approvato all’unanimità, Movimento 5 Stelle compreso, una legge che innalza da 50 a 60 (e non 65 come era parso di capire all’inizio...) l’età minima per intascare l’assegno, introducendo un contributo di solidarietà per chi già lo incassa.

E gli ex non l’hanno mandata giù. Alcuni di loro, ancor prima che quel provvedimento venga pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, hanno preannunciato ricorsi a raffica contro tutto ciò che osi mettere in discussione il dogma dei «diritti acquisiti». Com’è stato già sottolineato su queste pagine, quel provvedimento è ancora lontano dal rappresentare la vera soluzione del problema, che potrà arrivare soltanto con una legge nazionale.

Su tanti aspetti di quelle norme varate nottetempo dai consiglieri laziali ci sarebbe anzi da discutere: per esempio, quel passaggio che consente a chi ha il diritto al doppio vitalizio di rinunciare all’assegno regionale ma a patto che gli vengano resi i contributi versati, intende la restituzione al lordo o al netto di quanto già incassato? Perché se si intendesse al lordo, assisteremmo al paradosso di persone che hanno già incassato tutto, o magari anche più di quanto versato, ai quali verrebbe concesso un bonus supplementare.

Ma quelle norme almeno hanno il merito di mettere in discussione per la prima volta il tabù dei diritti acquisiti dei politici. Diritti finora intangibili, a differenza per esempio di quelli delle centinaia di migliaia di esodati o degli alti dirigenti statali ai quali è stato tagliato lo stipendio, nonostante la loro particolarità: perché parliamo di diritti che i titolari hanno garantito a se stessi con leggi votate da lor signori.

Fatti incontrovertibili, incapaci tuttavia di scalfire le convinzioni del «Coordinamento nazionale delle associazioni di consiglieri ed ex consiglieri regionali e di ex deputati delle assemblee regionali» guidato dall’ex consigliere della Regione Calabria Stefano Arturo Priolo. Il quale, una decina di giorni fa, ha spedito al presidente della Conferenza delle Regioni, Sergio Chiamparino, e a tutti i governatori una lettera al fulmicotone, preannunciando un diluvio di carte bollate «per resistere in giudizio ovunque contro l’attacco a giusti e legittimi diritti acquisiti». Vedremo. L’unica cosa che però non vorremmo è che le munizioni per sostenere quelle battaglie legali venissero fornite ancora una volta dai contribuenti.

In ogni Regione esiste un’associazione degli ex consiglieri, che non si mantiene soltanto con le quote dei soci, ma pure con i contributi dei consigli regionali a cui vorrebbero fare causa nel caso di «attacco ai diritti acquisiti». E che oltre ai soldi mettono a disposizione di quelle associazioni strutture, spazi e personale. Un esempio per tutti? L’associazione degli ex consiglieri del Lazio che tuonano contro la legge appena approvata ha avuto a dicembre 2013 l’ultimo contributo di 10 mila euro, e occupa attualmente alcuni locali negli uffici che ospitano il centro studi Arturo Carlo Jemolo della Regione. Con tanto di segretaria: dipendente e ovviamente stipendiata dal consiglio regionale.

22 novembre 2014 | 07:56

Landini si autoproclama «megafono nazionale»ma serve saper dialogare

Corriere della sera

di Dario Di Vico

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Maurizio Landini deve la sua carriera da leader agli anni del megafono, alla dura pratica delle assemblee nelle mense aziendali e dei cortei dello sciopero, tutti momenti in cui l’amplificatore è l’amico più fidato del sindacalista. Nel tempo però Landini ha capito che la sua voce stentorea lo metteva in grado di autonomizzarsi dal megafono e proprio grazie a questa scoperta gli è stato possibile sfondare nei talk show, dove si rivela praticamente inarrestabile.

Chiunque, ospite o conduttore, si azzardi minimamente a contraddirlo viene asfaltato a colpi di decibel. Tanta perizia dei tempi televisivi deve avergli però dato alla testa e così si è messo a distribuire dal palco dei comizi patenti di onestà e di disonestà ai suoi concittadini. Per farla breve si è autoconvinto di essere diventato il Megafono del Paese. La verità è che Landini non vuole rinunciare mai a distinguersi, ora che la Fiom e la Cgil di Susanna Camusso la pensano allo stesso modo sul Jobs act e sulla legge di Stabilità il segretario vuole di nuovo ribadire il primato dei metalmeccanici.

Al punto da aver indetto per la sua categoria una doppia razione di scioperi rispetto a chimici, tessili, alimentaristi e lavoratori del commercio. Insomma dentro lo scontro con il governo sopravvive comunque una competizione per la leadership del maggiore sindacato italiano e questo alla fine pesa nel conto della conflittualità e nei toni del confronto. In tv poi Landini ripete sempre di essere stato il padre dell’accordo Electrolux ovvero di saper diventare, al momento giusto, un pragmatico.
Ascoltandolo e vedendolo gesticolare viene difficile credergli, dovrebbe mettere giù il megafono e dedicare un po’ del suo tempo ad ascoltare gli altri. Saper dialogare con gli altri sindacati (con Fim e Uilm i rapporti sono quasi allo zero) non è un reato e anche costruire un’analisi della crisi industriale meno propagandistica non sarebbe una cattiva idea.

22 novembre 2014 | 09:54

Ciotola per cani non in regola. Al barista multa di 168 euro

La Stampa
fabio poletti

Per i vigili si tratta di occupazione di suolo pubblico

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Il monolite dello scandalo, come da verbale della solerte vigilessa di Vigevano con fischietto di acciaio e inossidabile senso del rigore, è «una struttura a base circolare, di 30 centimetri di diametro e 30 di altezza, con annessa bacinella contenente acqua». Per i titolari del Bar Grecale in Corso Vittorio Emanuele, Massimiliano e Sonia, era solo «una ciotola per abbeverare i cani fuori dal nostro locale».

Suddetto manufatto è rimasto per oltre otto mesi - e pare incredibile - accanto all’ingresso del locale.
Impossibile non vederlo. Per fortuna l’oggetto in non meglio precisata plastica, il verbale ahinoi non approfondisce, avvolto in un cesto di vimini per evitare che qualcuno ci inciampasse, è stato notato dalla indefessa vigilessa con inappuntabile divisa di ordinanza che domenica 9 novembre ha imposto che venisse tolto dal marciapiede per «indebita occupazione di suolo pubblico». Sembrava finita lì, ma poichè ad ogni violazione si deve accompagnare inflessibile sanzione è arrivato pure il verbale, con tanto di timbro della Polizia municipale del paesone in provincia di Pavia, per un importo di 168 euro, bolli e diritti di segreteria inclusi.

La sanzione - come rivela La Provincia Pavese - è già stata pagata dal sindaco Andrea Sala che ha fatto colletta tra i suoi amministratori e poi è andato prima in posta col bollettino e poi al bar. Il sindaco è un filo indispettito per l’eccesso di zelo della vigilessa e ha fatto aprire un’indagine: «Ritengo che la polizia locale abbia ben altre priorità, quali garantire la sicurezza e il decoro della città. Mi sarei augurato un po’ più di buon senso».

Sul profilo Facebook del Bar Grecale ci sono oltre cento commenti. Per domenica si prevede una manifestazione si spera autorizzata a sostegno dei baristi e dei proprietari di cani. Massimiliano, il titolare della caffetteria, l’ha presa sul serio: «Non pensavo di violare il Codice della Strada. Il nostro voleva solo essere un gesto di cortesia. Appena c’è stato fatto notare che la ciotola non era regolamentare l’abbiamo tolta. Non ci aspettavamo la sanzione. Ora stiamo studiando il regolamento del Comune per metterci in regola».

Un atteggiamento che sarà citato ad esempio dal tutore dell’ordine che avrebbe affascinato pure lo scrittore Lucio Mastronardi, autore de Il calzolaio di Vigevano, Il maestro di Vigevano e purtroppo non de La vigilessa di Vigevano. Perchè la legge è legge e questo è il paese del Diritto, non sia mai che qualcuno non righi dritto.

Il mistero dell'antico robot alla corte del re di Francia

Il Messaggero
di Laura Larcan

Sembra uscito da una scenografia di Dante Ferretti. A guardarlo, il primo pensiero vola alle atmosfere di “Hugo Cabret”, bestseller di Brian Selznick portato al cinema da Martin Scorsese. Eccolo l'automa, un sofisticato manichino robot di tre secoli fa riaffiorato nei depositi del Museo delle Arti e tradizioni popolari.
 




Il robot francese del 1700 al Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma (Foto di Paolo Caprioli - Toiati)

Dopo essere entrato a far parte delle collezioni nel 2007, è rimasto sotto chiave fino ad oggi, quando la direttrice Maura Picciau ha avviato uno studio certosino sull'opera, con l'obiettivo di svelarla al pubblico. Un esemplare rarissimo in Italia. Il volto scolpito e dipinto nel legno sembra recitare. Ha un'espressione rassegnata, con quegli occhi liquidi che sembrano sussurrare «perchè nessuno mi capisce?».

Il corpo, non a caso, è un conturbante oggetto di supposizioni: manichino di raffinata fattura, assemblato con parti modellate in legno, con uno scheletro saldato da fini giunture metalliche. Tutto appare mobile e snodabile, in questo manufatto, e ogni tassello dell'anatomia sembra avere una combinazione che lo lega ad un nervo centrale.

Definirlo manichino è riduttivo, perché questa creatura è un automa meccanizzato, costruito nel 1700 in Francia, a grandezza naturale. La storia degli automi ha radici che affondano nell'antichità, anche se la svolta è arrivata con Leonardo. Ma è nel XVIII secolo che l'automa raggiunge il suo apice, soprattutto in Francia, con meccanismi a ricarica sempre più virtuosi. E la chiave dei suoi ingranaggi è stata una vera rivelazione per l'équipe di tecnici guidata da Stefania Baldinotti.

L'ENIGMA DEL DADO


Il segreto è nella testa, rimasto celato fino ad oggi da uno sportellino che sembrava impossibile da aprire. «Abbiamo scoperto che al centro della calotta c'è un dado di trazione che governa tutto il movimento del corpo - racconta Maura Picciau - Questo lo rende diverso dagli altri manichini snodabili. Nello stile degli automi dai meccanismi a ricarica, cioè dotati di un dinamismo propulsivo che consentiva loro di svolgere una serie di azioni protratte nel tempo, il nostro automa ha un sistema di tiranti governato dal meccanismo del cranio. Poteva così muoversi e mantenere una postura perfetta».

Il suo ruolo nella società del secolo dei Lumi era a teatro. Un performer di talento per la gioia del pubblico delle corte del re. «Il suo scopo sembra essere quello di un personaggio silenzioso, che non ha battute sulla scena», riflette Picciau. Poteva essere acconciato con costumi per “recitare” al fianco di attori. Dall'esame delle sue parti snodabili, sembra che potesse anche essere modificato per assumere connotati maschili o femminili. La sua storia biografica è nota solo per capitoli. La difficoltà a ricostruirla è dovuta all'assenza di una denominazione d'origine.

In Italia è arrivato col mercato antiquario, reperito poi da una Casa d'aste per venderlo all'estero. Nel 2007 venne esaminato dall'Ufficio della Commissione esportazioni di Milano che lo segnalò ai funzionari del Museo per una valutazione (si occupò del fascicolo Francesco Floccia). Le foto non lasciarono dubbi che fosse un oggetto di prestigio. Venne acquisito per 30mila euro. «Ad oggi non dovrebbero esserci altri esemplari come questo in Italia - azzarda con cautela Picciau - ma chissà che in Francia non esista una collezione di suoi compagni».

I rom denunciano Buonanno, lui replica: "Avranno rubato anche la marca da bollo"

Giovanni Masini - Ven, 21/11/2014 - 18:50

L'europarlamentare leghista denunciato dall'associazione "Nazione Rom" per odio razziale. Lui non ci sta e attacca furibondo: "Dico solo quel che pensa la gente"

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"Se mi i rom mi denunciano io gli rispondono: hanno rubato pure la marca da bollo". È un Gianluca Buonanno furioso, quello che raggiungiamo al telefono pochi minuti dopo la notizia della denuncia intentatagli dall'associazione rom "Nazione Rom" per odio razziale. Come spiega lo stesso Buonanno, a denunciarlo è stato il legale rappresentante dell'associazione, Marcello Zuinisi, a cui proprio non sono andate giù le dichiarazioni rilasciate dall'europarlamentare leghista nel corso di una puntata della trasmissione radiofonica La Zanzara di Radio 24, quando aveva sostenuto che molti rom sono "portati a delinquere".

Adesso che i Rom hanno annunciato di volerlo trascinare in Tribunale, Buonanno non ci sta e contrattacca a testa bassa. E parte tirando fuori la fedina penale di chi lo ha denunciato: "Lo stesso rappresentante Rom che mi ha denunciato - scrive Buonanno - è stato condannato, a quanto pubblicato dal quotidiano "La Repubblica" in data 11/04/2014, per appropriazione indebita e falso!!! Da che pulpito."

Ma non finisce qui: Buonanno si difende, sostenendo di aver solo detto quello che pensa e ribadendo di essere "pronto a ripeterlo".
"I Rom sono portati a delinquere perché sin da piccolissimi chi li alleva li porta a delinquere - ci spiega al telefono - non tutti sono così, ma la maggior parte purtroppo sì. I Rom sono un problema serio per il nostro Paese e per tutte le persone che si comportano bene."

"Se la gente ha paura, non è mica perché Buonanno dice queste cose: io dico quello che pensa la gente e continuerò a dirlo, nonostante le denunce. Ma è ridicolo che mi denuncia gente che si professa superonesta ma di onesto, a quanto pare ha ben poco. La denuncia è un tentativo di intimidazione, ma hanno trovato la persona sbagliata: da settimana prossima visiterò un campo rom a settimana."

"Ovviamente non sono tutti così, ma la maggior parte non fanno mai autocritica. Sono andato a Roma, scrivete anche questo - aggiunge l'eurodeputato - e in metropolitana hanno detto di fare attenzione ai borseggiatori. C'erano dei rom in metropolitana, tutti si toccavano il portafoglio. Si può andare avanti così?"

La Spagna concede la nazionalità ai discendenti degli ebrei sefarditi

La Stampa
gian antonio orighi

Nel 1492 l’espulsione di massa da parte dei re Cattolici, oggi la riparazione del governo Rajoy. Ma l’opposizione solleva il caso dei “moriscos”: «Anche i musulmani furono obbligati a convertirsi, perché a loro nessun riconoscimento?»

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La Camera di Madrid, dove il governo conservatore del premier popolare Rajoy ha la maggioranza assoluta come al Senato, ha approvato ieri una legge in cui si sancisce che i discendenti degli ebrei sefarditi ( Sefarad, nella lingua del popolo di Israele, vuol dire Spagna ) potranno avere la nazionalità spagnola anche senza risiedere nel Paese da due anni, come accadeva finora. La ragione l’ha spiegata il ministro alla Giustizia, Rafael Catalá: “La legge cerca di riparare all’offesa storica recata ai discendenti di chi fu espulso 502 anni fa dai Re Cattolici”.

Per diventare anche spagnoli, poiché la legge prevede che possano mantenere la nazionalità attuale, ai sefarditi basterà presentare la documentazione necessaria online in un periodo di 3 anni . Quanti sono i possibili beneficiari, oggi sparsi in tutto il mondo? Il quotidiano madrileno Abc ha fatto i conti e stima che siano circa 3 milioni.

Ma se la Spagna rende finalmente giustizia all’espulsione di Isabella La Cattolica e di Fernando d’Aragona (150 mila furono gli ebrei buttati fuori), rimane ancora un’ombra su quella del 1609 dei moriscos, i musulmani obbligati a convertirsi al cristianesimo dopo la Reconquista culminata nel 1492, che furono il doppio degli ebrei, 300 mila). I comunisti di Sinistra Unita l’avevano richiesta anche per loro, come aveva promesso l’ex premier socialista Zapatero. Ma la mozione non è stata accolta. “Due pesi e due misure”, ha protestato Llamazares di Iu.

Yahoo!, smacco a Google: è il nuovo motore di ricerca di Firefox

Il Messaggero

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Yahoo! assesta un duro colpo a Google. La compagnia californiana prosegue nella strategia aggressiva di rilancio sotto la guida di Marissa Mayer, ex figura chiave proprio di Google, siglando un accordo con Firefox per diventare il motore di ricerca predefinito sul browser della Mozilla Foundation al posto del rivale.

La mossa punta a far crescere le ricerche su Internet fatte attraverso Yahoo!, e di conseguenza i ricavi delle inserzioni pubblicitarie ad esse legati. In base all'intesa, che riguarda gli Stati Uniti e ha una durata di cinque anni, gli utenti di Firefox che faranno ricerche nell'apposita barra del browser verranno indirizzati ai risultati forniti dal sito di Yahoo!. I numeri non sono di poco conto: da Firefox passano 100 miliardi di ricerche all'anno, e alle ricerche si sposano i ricavi della pubblicità.

Secondo gli ultimi dati di comScore, Yahoo! ha il 10% del mercato delle ricerche fatte da computer negli Stati Uniti, contro il 67% di Google. L'intesa riguarda anche le ricerche fatte su Firefox in mobilità, cioè da smartphone e tablet. Considerando i Pc e i dispositivi mobili insieme, Firefox secondo StatCounter ha il 10,4% del mercato dei browser, mentre il rivale Chrome di Google detiene il 33,5%. In sostanza, sia Yahoo! che Firefox competono con Big G, e almeno per ora il colosso di Mountain View ha la meglio.

Sempre per ora, tuttavia, Google rappresenta la gran parte delle entrate di Firefox, che riceve una quota dei ricavi pubblicitari legati alle ricerche. Nel 2012, secondo quanto dichiarato allora dalla presidente di Mozilla, Mitchell Baker, il 90% dei ricavi della compagnia è venuto proprio da Google grazie all'accordo sulle inserzioni. Il 2012 è però anche l'anno in cui Chrome ha superato Firefox diventando il browser più usato nel mondo, e creando di fatto un conflitto tra partnership e rivalità che adesso Mozilla, almeno in parte, risolve riducendo la sua dipendenza da Google.

E il 2012 è fondamentale pure per Yahoo!: ha affidato le redini a Marissa Mayer e ha messo in atto un'operazione espansiva, di rilancio, per uscire da un periodo di conti non brillanti e da un susseguirsi di amministratori delegati. Sotto la guida di Mayer, Yahoo! ha acquistato una decina di start up, incluso il microblog Tumblr, e ha risollevato le sue finanze, chiudendo il terzo trimestre 2014 con un risultato sopra le attese degli analisti.

Vilipendio, Storace condannato per le critiche a Re Giorgio

Andrea Indini - Ven, 21/11/2014 - 19:20

Guai a criticare il capo dello Stato. Storace condannato a sei mesi di carcere per vilipendio: "Napolitano sarà contento..."

Guai a toccare Giorgio Napolitano. Guai a dir male di lui. Almeno finché sarà protetto dal blasone di presidente della Repubblica. Poi, va da sé, ci sono critiche di serie A e critiche di serie B. O meglio: ci sono critici di serie A e critici di serie B. Sebbene Beppe Grillo e i suoi parlamentari stellati non perdano un sol giorno per apostrofare l'uomo del Colle, finisce che a pagare per tutti sia Francesco Storace.
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Il giudice del tribunale di Roma, Laura D’Alessandro, ha infatti condannato il leader della Destra a sei mesi di reclusione (come chiesto dal pm) per il reato di offesa all'onore e al prestigio del presidente della Repubblica in relazione alle dichiarazioni rese il 13 ottobre del 2007. Per il leader della Destra, cui sono state concesse le attenuanti generiche, è stata disposta la sospensione della pena e la non menzione nel casellario giudiziale.

Vilipendio. Una condanna fuori dal mondo che si accanisce su una parola di troppo che, a conti fatti, altro non era che un fallo di reazione. Perché tutto era partito dallo stesso Re Giorgio che aveva bollato "indegno" l'attacco di Storace ai senatori a vita. Il leader della Destra li aveva definiti "stampelle del governo". Alla reprimenda di Napolitano, Storace aveva replicato definendo, a sua volta, indegno il capo dello Stato. A stretto giro erano arrivate pure le scuse. Ma la giustizia italiana, che qualche settimana fa ha trascinato il più alta carica dello Stato a testimoniare sul rapporto tra mafia e istituzioni, si accanisce contro Storace accusandolo di aver ferito con le sue parole la Repubblica intera.

Un tantino eccessivo. "Sono l’unico italiano condannato per questo reato - sbotta, a caldo, l'ex governatore della Regione Lazio - questa è una sentenza su commissione". Anche perché l'imperativo di tutelare l'uomo del Colle viene rispolverato da quegli stessi giudici che non ci mettono né uno né due a infangare qualsiasi carica, istituzione o politica pur di portare avanti il proprio disegno politico. Storace paga per tutti. Ma soltanto per oggi. "Ieri il Pd ha bloccato per voce della Finocchiaro al Senato ogni possibilità sull’abrogazione o modifica di questo reato anacronistico - denuncia il leader della Destra - sarà contento Napolitano...".

La vicenda inizia nel 2007. Dal sito web della Destra Storace sferra un attacco a Rita Levi Montalcini accusandola di aiutare col suo voto a Palazzo Madama l'allora governo Prodi. Il Quirinale accusa l'ex governatore di "mancare di rispetto, infastidire, tentare di intimidire" la Montalcini che "fa e ha fatto tanto onore all’Italia è semplicemente".

E per questo gli dà dell'indegno.
"Napolitano non ha «alcun titolo per distribuire patenti etiche per disdicevole storia personale, per palese e nepotistica condizione famigliare, per evidente faziosità istituzionale - la replica - è indegno di una carica usurpata a maggioranza".

In quei giorni al ministero della Giustizia c'è Clemente Mastella. È lui che dà il via libera a procedere in 48 ore. Non importa che Storace abbia scritto una lettera la capo dello Stato ammettendo di aver alzato troppo i toni, la giustizia è andata fino in fondo. E, ancora una volta, non si è fatta mancare una condanna "indegna".

Renzi taglia il tetto al bonus bebè: scende da 90mila a 25mila euro

Sergio Rame - Ven, 21/11/2014 - 17:48

Nuove sorprese nella legge di Stabilità. Il governo conferma la social card da 40 euro al mese a tutti gli extracomunitari e taglia il bonus bebè agli italiani


Mentre infiamma la polemica sull'estensione della social card agli immigrati, dal cilindro della legge di Stabilità ecco spuntare un taglio netto al tetto per accedere al bonus bebè.
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Come previsto da un emendamento del governo alla legge di Stabilità, il bonus bebè sarà legato all'indicatore Isee: 80 euro al mese per le famiglie con un indicatore fino a 25mila euro all'anno, che arriva a 160 euro se l’indicatore si ferma sotto settemila euro.

Il tetto dei 90mila euro di reddito annuo della famiglia che il prossimo anno avrà un figlio, fissato dalla norma contenuta dalla legge di Stabilità per poter percepire il bonus, viene quindi sostituito con l’Isee. La proposta di modifica presentata dal relatore stabilisce che gli 80 euro potranno essere assegnati "a condizione che il nucleo familiare di appartenenza del genitore richiedente l’assegno sia in una condizione economica equivalente non superiore a 25mila euro annui". Qualora il nucleo familiare sia in una condizione corrispondente a un valore Isee non superiore a settemila euro annui l’importo dell’assegno è raddoppiato.

"La social card estesa agli immigrati è una provocazione inaccettabile", tuona Maurizio Gasparri accusando apertamente il premier Matteo Renzi di "gettare benzina sul fuoco" mentre "il clima di intolleranza e di esasperazione" è già alle stellle. "Il regalo agli immigrati Renzi non può farlo sulla pelle degli italiani - tuona l'esponente di Forza Italia - perché invece non estende la platea degli 80 euro, perché non pensa ai pensionati che hanno la retribuzione minima, ai quali non ha dato nulla ma ha aumentato le tasse a cominciare da quelle sulla casa?". E ricorda: "Renzi aveva venduto in diretta tv come cosa approvata il bonus bebè e invece si conferma il solito bugiardo e sotto banco vuol far passare un’assurdità come questa". Secondo il vice presidente di palazzo Madama, "invece di distendere il clima", il governo Renzi "fomenta l’odio. Sono degli irresponsabili che vanno fermati".