domenica 23 novembre 2014

Condannato a governare

Corriere del Mezzogiorno

Il primo cittadino dopo la tempesta

Fortunatamente per noi (sì, proprio così, non è un refuso di stampa) il sindaco è stato confermato nel suo ruolo. Fosse avvenuto il contrario avremmo dovuto tornare a subire le litanie sui poteri forti tramanti nell’ombra, sulla giustizia sostanziale più forte di quella legale et similia. Avremmo rivisto il sindaco di strada, vociante e libero da responsabilità, vittima di carnefici annidati nelle istituzioni di garanzia.

Ora de Magistris pensi a governare Napoli, e l’opposizione pensi a fare l’opposizione, preparando la successione, allontanando l’esiziale prospettiva di una rielezione. Siamo sostanzialmente all’ultima fase della sindacatura. Lo strazio di Napoli, una città perduta, è sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che non vogliono vedere volgendo lo sguardo da un’altra parte. E anche qui lascio nella penna il doloroso elenco, ricordando solo la solitudine politica di Napoli, una città senza interlocutori nel governo, nella regione, in quella borghesia riflessiva e imprenditrice che costituisce l’ossatura di una ripresa possibile. Tutto finito in un buco nero, progetti, idee, volontà di rinnovamento. Tutto fermo in una rozza logica antagonistica, buona per aggregare un po’ di forze marginali, non per formare una nuova classe dirigente.

Che nella città si organizzino forze civili, professionali, intellettuali, popolari consapevoli del drammatico stallo cittadino, questa è comunque una speranza, un auspicio. Ma è all’opposizione politica che ci rivolgiamo ora, colpevole nella sua assenza non meno del sindaco sul fronte opposto, ed è quanto dire. Che cosa ci aspettiamo? Che cosa, soprattutto dal Pd, non foss’altro per l’egemonia politica di cui gode quasi incontrastato in Italia? Alcune cose, poste qui in breve elenco: che non giochi più ambiguamente di sponda, per nascondere le proprie debolezze e i vuoti locali; che faccia dimenticare le ambiguità imperdonabili nei

tempi dell’avvio della giunta de Magistris quando si trattava di regolare la lotta al proprio interno, e per essa si è sacrificata una città; che lanci un programma pieno di cose da fare, che sono tante intorno a una realtà dove combattere l’emergenza è già offrire una prospettiva; che individui, anche in tesa dialettica politica, persone credibilmente candidate al governo di Napoli. Tutto insieme, velocemente, uscendo da un’assenza e silenzio imperdonabili e che Napoli non perdonerà se dovesse persistere. È il minimo sindacale che si può chiedere a un partito che governa l’Italia.

22 novembre 2014

Giorgio Forattini a Perna: "Il dramma di mio figlio morto, quel pestaggio negli Anni 70. E D'Alema che mi voleva rovinare"

Libero


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L’arte di assaporare la vita è nelle corde di Giorgio Forattini. È quel che ti viene di pensare girando lo sguardo nell’appartamento dell’ottantatreenne satirista, al piano alto di una casa di ringhiera della Milano asburgica. Nelle stanze, in cui ha dato sfogo alla sua smania per quadri e busti, tutto parla di lui. Ci si muove con circospezione per non urtare preziosità.

«Sei un maniaco dell’arredo alla D’Annunzio -dico-, col pallino per il ritratto ottocentesco, anziché del Liberty». «Ho millecinquecento dipinti divisi tra questa e le altre due case di Roma e Parigi», conferma e mi conduce, tra stanze e corridoi museali, nella luminosa mansarda dove lavora. Sullo scrittoio ci sono, a mazzi o allineate, centinaia di matite e pastelli di ogni colore. «Sembra il bottino di un furto in cartoleria», osservo. «I ferri del mestiere -replica. Ogni santo giorno, disegno per me stesso una vignetta. Poi, la metto su internet». «Gratis et amore Dei?», chiedo. «Sì.

Mi basta che altri la vedano. Amo il mio lavoro», risponde e mi precede verso il salotto, raccontando che ha iniziato a collaborare (due disegni la settimana) con Affari Italiani, storico quotidiano in Rete. Aggiunge: «Mi manca però il giornale di carta. Dovunque abbia lavorato, Repubblica, Stampa, Giornale, esigevo la mia vignetta in prima pagina perché si potesse vederla anche senza comprare la copia. Tornerei volentieri a fare satira su un quotidiano. Dillo al tuo direttore. Costo poco. Mi interessa dire la mia, più dei soldi».

Forattini, identico a dieci anni fa, con la sciarpa al collo e i capelli bianchi lunghi da trovatore, si affloscia sul divano e mi mostra in anteprima la copia della sua strenna annuale per Mondadori, quella con le vignette 2013. L’uscita ufficiale è fissata il 25 novembre. «Quanto tira un tuo libro?», mi informo. «Sulle diecimila copie - risponde -. In passato, ne ho vendute fino a 130mila per edizione. In tutto, tre milioni e trecentomila volumi. Il ricavato è qua» e indica i quadri sulle pareti.

«È casuale che il 25, giorno dell’uscita, sia l’anniversario della morte di Fabio?», chiedo col pensiero all’incubo di tre anni fa quando Fabio Forattini, figlio di prime nozze di Giorgio, fu trovato senza vita, ad appena 52 anni, nella villa di famiglia sui Castelli romani. Forattini si impietrisce e passano secondi prima che parli. «Quella morte mi ha cambiato la vita - sussurra -. Sono sempre triste mentre il mio mestiere è far ridere. Se ancora ci riesco, è perché conosco il meccanismo.

Con Fabio c’era qualche incomprensione, frutto del mio primo matrimonio finito male. A 22 anni ho sposato un’attrice di prosa molto bella, di sette anni più grande, che ha poi avuto gravi turbe mentali. Quando ci separammo, i giudici mi hanno portato via i figli per darli a lei che me li ha messi contro. Ora è morta ma la zizzania era seminata. Fabio non ha digerito il mio successivo matrimonio con Ilaria, che era ed è la mia gioia. Schiavi del pregiudizio che i figli vanno alle madri, i giudici se ne sono infischiati dello stato di mia moglie. Infingardi! Mi hanno scavalcato, mandando tutto a catafascio. Ora vivo con la pena di non essermi chiarito con quel figlio che mi ha preceduto».

Per distrarlo, dico la prima che mi viene in mente: «Come fai tu romano a vivere nell’uggiosa Milano da trent’anni?» «Mi piace moltissimo, mentre a Roma, dopo Fabio, soffro troppo. Milano ha due atout: è la città dove ho conosciuto Ilaria, fiorentina ma milanesizzata, ed è piatta, ideale per chi, come me, cammina molto». Sempre con intenti lenitivi, gli chiedo quando si è scoperto il bernoccolo del vignettista. «A scuola. Andavo dai preti, al San Giuseppe di Roma. Facevo sulla lavagna la caricatura del professore, giusto prima che arrivasse. Quello, appena entrato, diceva immancabilmente: “Forattini, cancella e esci di classe. Zero in condotta”».

Hai cominciato a fare satira su giornali di sinistra, «Paese Sera», «Repubblica», «Espresso». Affinità elettive?
«Per nulla. Sempre stato liberale. Ma i giornali erano più liberi di quanto non siano oggi. Quando un direttore come Eugenio Scalfari mi diceva: “Questa vignetta non la posso pubblicare”, io rispondevo: “Non te ne faccio un’altra. Se vuoi, mettici la tua foto”. E la cosa finiva lì».

Dopo invece?
«Con la radicalizzazione degli schieramenti, i giornali che un tempo ti difendevano, anche se dicevi cose scomode, hanno smesso di farlo. Pure l’Ordine dei giornalisti non ti difende più. Quando D’Alema mi querelò per tre miliardi di lire per la vignetta in cui sbianchettava la lista Mitrokhin, Ezio Mauro, direttore di Repubblica, non mosse un dito per difendermi».

E poi?
«Rischiavo che la magistratura di sinistra mi condannasse al pagamento della somma, senza copertura del giornale. Inoltre, per avere ironizzato sull’allora premier e capo dei comunisti, cominciarono a darmi del fascista e berlusconiano».

Lasciasti Repubblica, prima per la Stampa poi per il Giornale.
«Cambiai sponda perché a sinistra mi censuravano. Agnelli mi fece un’offerta favolosa per la Stampa. Lo stesso accadde con Berlusconi anni dopo per il Giornale».

Hai accumulato più dracme di Creso.
«Ho fatto una bella vita. Campo ancora di quei guadagni. I soldi non li ho mai chiesti, me li hanno offerti».

Finché la musica è cambiata.
«Agnelli morì e Berlusconi si è dileguato. I giornali, anche a destra, si sono irreggimentati. E le mie vignette sulle alcove del Cav non sono piaciute».

Cosa sei politicamente?
«Mai votato a sinistra. La sinistra si considera democratica. Io non l’ho mai considerata tale. La lotta che mi ha fatto, l’ho vissuta sulla mia pelle».

Chi ha detto che l'Italia ha tre guai: il comunismo, i sindacati, il culto del '68?
«L’ho detto io e lo confermo. Con il ’68 e i suoi postumi è cominciato il declino del Paese. I ragazzotti degli anni ’70 mi insultarono e picchiarono. Uno si passò la mano sulla gola per dirmi che me l’avrebbe tagliata».

Giornale e giornalista preferiti? «Considero Piero Ostellino il migliore giornalista italiano. Leggo il Corriere della Sera e il Giornale. Oggi, in tuo onore ho preso Libero (lo sventola)».

Disegnavi Craxi in abiti fascisti, D’Alema con i baffetti di Hitler. Renzi?
«È Pinocchio, il bugiardo. Il Geppetto che gli ha dato vita, è Napolitano. Su Renzi non ho mai fatto vignette feroci, né gli ho dato del ladro. È uno che non conta niente e come tale lo faccio».

Hai ricevuto una ventina di querele, Craxi, Occhetto, D'Alema. La più odiosa?
«Quella di D’Alema. Ha terrorizzato giornali e editori. Mi ha attirato l’odio insensato della sinistra. Ha messo all’angolo la satira politica che io, dopo la parentesi fascista, avevo rimesso in auge preceduto da Giovannino Guareschi».

Di quale vignetta vai più orgoglioso?
«Quella su D’Alema, che mi ha dato più guai».

Di quale ti vergogni? «Quella in cui ho rappresentato Bettino Craxi appeso a testa in giù, come a Piazzale Loreto. Poi lo hanno perseguitato con ferocia e mi ripugna stare dalla parte di chi l’ha fatto.

Il Cav è agli sgoccioli?
«Assolutamente no, salvo eventualmente per l’età. Particolare però secondario se penso a come è sopravvissuto con tutte le carognate che gli hanno fatte».


Il politico preferito in questo mezzo secolo di cui sei stato testimone?

«Indubbiamente Berlusconi e proprio per la sua opposizione al dilagante sinistrismo. Anche se lo considero populista, drittone e paraculo. Ma, per come ha resistito alla persecuzione, svetta su tutti».

Cosa pensi dell’islamismo dilagante? «Il peggio possibile. Se potessi, innalzerei una barriera invalicabile tra Europa e Oriente. Da loro solo parole di morte, di invidia e di eliminazione fisica dell’avversario».

Se dovessi rappresentare l’Ue: bella come Venere, solenne come Giunone o brutta come un’Erinni?
«Una Giunone con la faccia della Merkel. No, aspetta… La Merkel in verità ci tratta come pezze da piedi. Allora meglio un’Erinni con la faccia della Merkel».

Cosa si aspetta dal futuro il nostro spiritoso vignettista? «Il vignettista è di umore nero. Molto triste per la sua tragedia personale ma anche per le cose del mondo».

di Giancarlo Perna

Thailandia, trova casa in Canada

La Stampa
fulvio cerutti (agb)

La modella l’ha trovato mentre si trascinava su una spiaggia: «Non sarebbe sopravvissuto più di un mese, non potevo lasciarlo lì»



Leo si trascinava su una di quelle spiagge che spesso vengono raccontate come “Paradisi in terra”, abbandonato al suo triste destino. Leo è un cane paraplegico, incapace di camminare. Non si sa molto del suo passato, un po’ come quei segni lasciati sulla sabbia che il vento e la pioggia cancellano poco dopo il suo passaggio. Ma anche per un caso così disperato c’è sempre una speranza. E quella speranza ha il nome di Meagan Penman, una modella canadese in vacanza proprio in Thailandia.

[Clicca qui per guardare il video di Leo in spiaggia]

«Non sarebbe sopravvissuto più di un mese se non l’avessi portato via» scrive la ragazza sul profilo Facebook dedicato al cagnolino. Però il suo gesto d’amore doveva diventare ancora più grande: nessuno voleva Leo, nessuna persona del posto o rifugio voleva prendersi cura di quel cagnolino disabile. Così Meagan ha deciso di portarlo in Canada con lei. Le foto pubblicate su Facebook (clicca qui per guardarle) mostrano le visite in una clinica veterinaria, mostrano un cagnolino che ha uno sguardo e le orecchie basse, di chi non è abituato ad avere tante attenzioni e amore. Le radiografie non lasciarono dubbi: la spina dorsale era danneggiata, Leo non avrebbe mai camminato. 



Per tre mesi il cane è rimasto nella clinica veterinaria. Un grosso sforzo economico per Meagan, superato grazie all’aiuto di amici e persone che sono venute a conoscenza della sua storia. Dopo ritardi e imprevisti, Leo è poi riuscito a volare in Canada dove ha trovato casa presso Jamie Smith, una ragazza che ha aiutato la Penman a raccogliere fondi per una comprare un carrellino al cagnolino. Una gara di solidarietà che ha raggiunto cifre tanto importanti dal spingerle le donne a chiudere la sottoscrizione: i soldi raccolti sono stati depositati su un conto per tutte le spese per prendersi cura di Leo. 

Ora lo sguardo di Leo non è più triste, ma sembra sorridere, con gli occhi ben aperti e le orecchie ben dritte. Come tutti i cani che sanno di aver trovato il vero Paradiso in terra.



twitter@fulviocerutti