mercoledì 26 novembre 2014

Arriva Ludus, l’app gratuita per imparare il latino

La Stampa
lorenzo vendemiale

L’ideatore è un italiano: “Alle versioni prendevo sempre 3 o 4, ma a volte i traumi possono servire per far nascere cose nuove”. E nelle scuole è già caccia al software.




Latino versione 2.0: una app per smartphone e tablet trasforma l’analisi logica che è alla base di ogni traduzione in un videogioco. Per fornire agli studenti uno strumento per impratichirsi con le regole della lingua degli antichi Romani, in maniera divertente. 

Riattualizzare la lingua antica è un modello didattico tipico del nord Europa. Ma la sua più tecnologica applicazione arriva proprio dalla patria del latino, l’Italia: l’idea è venuta a Gianluca Sinibaldi, un ex studente liceale che sulle versioni ha sempre sbattuto la testa. “Prendevo 3 o 4”, ricorda. “Ma a volte i traumi non si cancellano con il tempo, restano lì in un angolo in attesa dell’occasione giusta per tornare fuori. E magari produrre qualcosa di buono”.

Infatti ora proprio quella lingua odiata potrebbe rappresentare il suo futuro. 

La app, completamente gratuita, priva di pubblicità e scaricabile dal sito ufficiale, o dalle piattaforme Apple e Android, ha subito riscontrato un grande successo: a meno di un mese dal debutto sul mercato sono già 1300 i download registrati, alcuni anche dall’estero. E tre licei di Roma (il Keplero, il Mamiami e il Montale) hanno deciso di introdurre nelle loro classi il software in fase sperimentale. Il funzionamento è molto semplice: ci si registra e si accede al gioco, in cui ogni utente deve abbinare le parole alle rispettive funzioni sintattiche nella frase. In caso di errore, il programma si comporta proprio come farebbe un insegnante, indicando l’errore e suggerendo le informazioni per correggersi e apprendere. L’obiettivo, infatti, è inculcare nei ragazzi la regola che il primo passo per una traduzione corretta è analizzare e riconoscere gli elementi fondamentali della frase. 

Il tutto, però, viene concepito e riadattato secondo le logiche dei giochi virali da smartphone: interfaccia grafica semplice e gradevole, prove a tempo con i punteggi assegnati in base ai secondi impiegati per risolvere i quesiti, livelli di difficoltà crescenti, classifiche, possibilità di sfidare i propri amici. Ed è proprio questo il segreto del successo della app. Che comunque è ancora un progetto in evoluzione: Sinibaldi, l’ideatore, ha lanciato una campagna di crowdfunding su Indiegogo per finanziare la prossima versione e continuare a far crescere il programma. Intanto, può prendersi il merito di aver restituito vita al latino, con l’aiuto della tecnologia. Dopo aver giocato a Ludus sarà difficile continuare a chiamarlo “lingua morta”. 

Vai qui per scaricare la app

Tre Tg fotocopia simbolo dello spreco Rai

Vittorio Feltri - Mer, 26/11/2014 - 15:30

La Rai è un refugium peccatorum in cui spiccano l'abilità nello spreco di denaro e l'incapacità di guadagnarne proporzionalmente al pletorico organico

Non si sono ancora placate le polemiche suscitate dalle dichiarazioni di Luisa Todini, ex consigliere d'amministrazione della Rai e presidente delle Poste italiane, rilasciate nel corso di un'intervista a Lucia Annunziata, conduttrice di In 1/2 H (Raitre).



Le parole della signora, militante di Forza Italia, non sono andate giù ai principali destinatari, cioè i giornalisti dell'ex monopolio che, in particolare, si sono offesi nell'udire la seguente frase: «Alcuni redattori amano stare seduti sulla propria poltrona a esercitare potere».

La critica di Todini a onor del vero non era rivolta all'intera categoria stipendiata dall'ente di Stato, ma a una parte di essa che si è distinta negli anni nella sponsorizzazione di questo o di quello schieramento, cosa che non si può negare essendo evidente che vari iscritti all'Ordine, e dipendenti del colosso mediatico, non sempre usano il proprio cervello nel dare e commentare le notizie, bensì quello dei loro referenti politici.

E non potrebbe essere diversamente, visto i criteri con cui lorsignori sono selezionati. Criteri ispirati al famigerato manuale Cencelli, adottato decenni orsono e di fatto mai tramontato, benché nessuno vi faccia più cenno, forse per pudore. Non è una nostra illazione malignazza, ma storia del costume italiano, a scrivere la quale contribuì in tono faceto Enzo Biagi, assai amato dalla sinistra, considerato un santone della Rai e, in genere, da chi svolge il nostro vituperato mestiere. Biagi diceva che, quando si trattava di assumere alcuni cronisti nella prima azienda culturale del Paese, la procedura era questa: mettiamo a libro paga un democristiano, un comunista, un socialista e, se avanza un posto, diamolo a uno bravo.

Non è un mistero che il reclutamento avvenga ancora nel modo descritto, anche se di recente è stato indetto un concorso formalmente aperto a tutti ma, in pratica, chiuso a chiunque non sia paraculato, per usare un linguaggio giovanile. Non fosse così, certe carriere folgoranti non si spiegherebbero.
La situazione in viale Mazzini è questa, e ciò è di dominio pubblico: per entrare nelle sacre stanze dove si compilano notiziari e si preparano servizi radiotelevisivi occorre affidarsi a un padrino politico, altrimenti si rimane fuori a girare i pollici, anziché filmati da mandare in onda. Eppure il discorso pronunciato da Luisa Todini ha sollevato scandalo e reazioni indignate. Ha protestato l'Usigrai, il sindacato interno, e ha protestato con veemenza Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine nazionale dei pennini.

Rimostranze scontate, scattate più per dovere d'ufficio che per convinzione. In effetti è universalmente noto come i redattori Rai proteggano il possesso della scrivania e i ruoli cui è collegato il potere assegnato a coloro che li ricoprono. Tant'è che alla proposta di unificare i tre attuali telegiornali (che sono mediocri e la fotocopia l'uno dell'altro), allo scopo di produrne uno solo di alta qualità, i giornalisti hanno organizzato una sollevazione, bocciando sul nascere l'intelligente piano. Perché i 1.600 colleghi (diconsi 1.600) si sono ribellati? Elementare, Watson. Ciascuno di essi si batte alla morte per conservare la posizione acquisita, con privilegi annessi. L'analisi di Todini è dunque perfetta, pertanto si capisce che sia giudicata provocatoria, inaccettabile, da rinviarsi al mittente.

E pensare che il bilancio aziendale è raggelante, specialmente se confrontato con i consuntivi di imprese del settore. Qualche esempio. La Rai ricava ogni anno 2 miliardi e 890 milioni e spende il 35 per cento del fatturato per stipendiare 13.000 dipendenti, di cui oltre 11.000 in pianta stabile. Mediaset incassa 4 miliardi e 200 milioni e investe il 13 per cento nella retribuzione di 6.120 persone. Sky introita 2 miliardi e 800 milioni sborsando il 7 per cento per compensare 3.995 lavoratori.

I numeri sono più fedeli delle fotografie, riflettono sempre la verità. Leggeteli un paio di volte e vi accorgerete che la Rai, pur con tutto il rispetto che merita, è un refugium peccatorum in cui spiccano l'abilità nello spreco di denaro e l'incapacità di guadagnarne proporzionalmente al pletorico organico. C'è un'aggravante: il portafoglio Rai oltre ai proventi della pubblicità, si avvale del canone (circa 1 miliardo e mezzo). Come si fa a prendersela con Luisa Todini?



Canone, in Italia non si scappa: nel resto d'Europa come si paga?

Giovanni Masini - Mer, 26/11/2014 - 11:05

Diversi Paesi hanno ormai abolito il canone, mentre altri impongono una tassa ma senza ospitare spot pubblicitari. In Italia invece mamma Rai continua a batter cassa...
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Il denaro, in Rai, significa anzitutto canone. Non è quindi difficile capire perché, quando tre giorni fa emerse l'idea di inserire il canone televisivo nella bolletta dell'elettricità, nell'opinione pubblica è scoppiata la rivolta. E chi non ha la televisione? Chi possiede uno smartphone ma non guarda i canali Rai? Quarantott'ore di polemiche e poi la più italiana delle marce indietro: il canone in bolletta non s'ha più da fare, almeno fino a nuovo ordine.

Ma nel resto d'Europa, si pagano le tasse sulla televisione pubblica? Diversi Paesi hanno ormai abolito il canone: Olanda, Spagna, Polonia e Turchia, per un totale di almeno una quindicina di Paesi in tutto il Vecchio Continente. Alla nascita della televisione, si creò un'alternativa tra il modello "statalista" che prevedeva il pagamento di un canone e quello "liberista" che sostituiva il pagamento di una tassa con i proventi degli introiti pubblicitari.

In Italia si preferì adottare un sistema "misto", che prevedeva la compresenza di spot pubblicitari e canone: insomma, la Rai può vendere i propri spazi pubblicitari, ma ha sempre richiesto agli Italiani la tassa annuale sulla tv. Questo sistema, con alcune varianti, è in vigore anche in diversi Paesi dell'Europa orientale e balcanica, mentre in Francia e nei Paesi scandinavi è previsto il solo canone.
Nel Regno Unito, cui spesso, a torto o a ragione, si guarda come un modello per l'autorevolezza della sua Bbc, è richiesto il pagamento della cosiddetta "licence fee", un canone di circa 175 euro all'anno richiesto alle famiglie che "guardino in diretta o registrino" i programmi dell'emittente di Stato.

L'unico canale che ospita gli spot è Bbc World, la rete trasmessa nel resto del mondo, per cui non è previsto però il pagamento di alcun canone. Il ragionamento è semplice: perché i sudditi di Sua Maestà britannica dovrebbero pagare per un servizio di cui beneficiano i cittadini di Paesi stranieri?
All'ombra del Big Ben da diversi anni è vivo il dibatttito sulla sopravvivenza del canone: in molti, alla Bbc, vedono con preoccupazione le sfide del mercato, che potrebbero mettere a rischio il rifiuto delle pubblicità che fino ad ora è sempre stato un baluardo della tv pubblica britannica.

Più di uno ritiene che questa peculiarità rappresenti l'unica assicurazione contro indebite ingerenze esterne. Le pressioni del mercato, però, non perdonano e diversi osservatori prevedono ormai una prossima introduzione degli spot. Mentre a Londra si discute, però, qui in Italia non abbiamo ancora smesso di chiederci: ma se la Rai incassa già i soldi degli spot e quelli del canone, perché dovrebbe iniziare a pagare anche chi la televisione non la vede?

I rom vivono come i maiali". Bufera sulle frasi di un consigliere vicentino

Ivan Francese - Mer, 26/11/2014 - 15:07

Claudio Cicero, consigliere comunale di Vicenza: "Come possono dire che non gli piace il nuovo campo. I maiali non stanno nel pulito ma nello sporco"

"Come possono i rom permettersi di dire che non gli piace il campo? Certo che non gli piace, avete mai provato a vedere dove stanno i maiali? Stanno bene in quello che i vicentini chiamano luamàro perché non stanno nel pulito ma nello sporco": queste le dichiarazioni-choc per cui è finito nella bufera Claudio Cicero, consigliere comunale dell'opposizione di centrodestra a Vicenza.


Le parole che hanno scatenato un putiferio politico e mediatico sono state pronunciate nel corso di una seduta del consiglio comunale cittadino dedicata al trasferimento dei nomadi di origine sinta nel campo di via Cricoli, alla periferia nord della città.

Le frasi di Cicero, racconta il Gazzettino, sono state subito oggetto di durissime critiche da parte di un ampio arco di forze politiche: Sel ha anche chiesto le dimissioni del consigliere. Il sindaco di Vicenza, Achille Variati del Pd, ha definito "inaccettabili" le dichiarazioni di Cicero, nonostante in passato abbia tenuto una linea molto dura sul fronte degli sgomberi dei campi irregolari. Reazioni furibonde sono arrivate, inoltre, dalle associazioni di rom e sinti:

"I nazisti usavano queste parole - ha commentato il presidente dell’associazione Sinti italiani, Davide Casadio -. Valuteremo eventuali azioni legali, ma Cicero non è degno di svolgere il ruolo in Consiglio."