giovedì 27 novembre 2014

Polenta e osei» vietata per legge Il caso finisce in Parlamento

Corriere della sera
di Matteo Trebeschi e redazione online Brescia

Interrogazione di Borghesi (Lega). L’Ira della Beccalossi (FdI): Romele (Forza Italia): «Una tradizione degna di Expo, gravi danni economici al territorio». Esulta il Wwf: «così si tutela la fauna»

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La legge che vieta l’import di uccellini anche da paesi extraeuropei nel Bresciano è già stata ribattezzata legge anti «polenta e osei». Dando vita ad una sollevazione popolare. I ristoratori (mille le trattorie che servono il piatto tipico) sono sul piede di guerra. E diversi parlamentari si stanno muovendo per chiedere una tardiva modifica alla normativa (approvata a settembre). La modifica all’ articolo 21 della legge sulla Caccia (la 157/1992) ha recepito una normativa europea: da un mese passeri e altri piccoli volatili non sono acquistabili, né commercializzabili, nemmeno se provengono da Cina, Thailandia o Nord Africa. Sono esclusi dai divieti il germano reale, pernice rossa, pernice di Sardegna, starna, fagiano, colombaccio, specie che non appartengono alla tradizione culinaria bresciana e bergamasca. Le conseguenze? I cacciatori potranno mangiare le loro prede solo in casa propria, nei pranzi con amici e famigliari. E se un ristorante venisse pizzicato a servire polenta e osei, rischia multe salatissime.
Interrogazione della Lega al ministro Galletti
«La legge così scritta mette di fatto a rischio di chiusura l’attività commerciale di moltissimi esercenti e di conseguenza il licenziamento di migliaia di dipendenti — scrive al ministro per l’Ambiente Galletti il deputato bresciano della Lega Stefano Borghesi—.Tenuto conto che le modifiche alla legge sono state effettuate senza che nessuna sentenza o normativa europea o internazionale lo chiedesse» e constatando il momento di crisi economica, si chiedono «soluzioni a breve per ovviare al problema». Il deputato di Forza Italia Giuseppe Romele annuncia un emendamento alla legge 157 e parla di un «grave danno all’economia agroalimentare bresciana». Accusa lo stesso Matteo Renzi di non aver «considerato una tradizione» della provincia lombarda «che rientra a pieno titolo tra le eccellenze enogastronomiche da presentare in occasione di Expo 2015».
La Beccalossi: «ci vietano Polenta e osei e trionfa il kebab»
Viva “polenta e osei”. Con questo slogan Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale di Brescia inizia una raccolta di firme per modificare la legge nazionale sulla caccia. Viviana Beccalossi, assessore regionale della Lombardia e dirigente FdI, non usa mezzi termini: «La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il via libera, da parte del nostro Paese, a norme che, recependo le indicazioni di Bruxelles, vietano di vendere e acquistare uccelli vivi o morti appartenenti alle specie viventi naturalmente allo stato selvatico, tranne alcune eccezioni. Il tutto mentre nelle nostre città proliferano kebab e ristoranti cinesi spesso al limite del decoro urbano e del rispetto delle condizioni igienico-sanitarie».
Galperti: fare chiarezza sul divieto all’import di uccellini
Il deputato democratico Guido Galperti invita a fare alcune distinzioni. «Di fatto la norma, che nulla ha a che vedere con la caccia, aggiunge ai divieti già esistenti l’interdizione all’acquisto del passero cinese piuttosto che thailandese. Specie - spiega - che nulla hanno a che fare con prodotti a denominazione locale e tradizionale meritevoli di tutela». Galperti suggerisce a Regione Lombardia e al ministero dell’Agricoltura di fare chiarezza su una legge che già oggi, di fatto, vieta ai ristoratori di comprare uccellini dai cacciatori del posto. L’escamotage, infatti, era quello di importare i passeri dall’estero - in primis dalla Tunisia - ma oggi le nuove regole vietano di comprare piccoli uccelli anche con paesi extra-Ue.

Cavalli a dondolo e banane storte: i falsi miti che imbarazzano l’Ue FOTO

Na Bce

La Stampa
massimo gramellini

La notizia è di quelle che massaggiano il cuore: il novanta per cento della produzione mondiale di euro fasulli è fabbricato in Italia, per la precisione in una stamperia di Napoli e in una zecca nei pressi di Roma. Perché sulle cose serie il Made in Italy non delocalizza. Anzi, si appoggia a una manodopera altamente specializzata, nel solco di una tradizione manifatturiera che discende da Totò e Peppino. Novanta per cento. Un monopolio conquistato sul campo che restituisce al nostro Paese quel ruolo di guida continentale che ci era stato ingiustamente scippato dai tedeschi.

Ci davano per spacciati, loro. E invece siamo stati noi a spacciare in Germania una banconota da trecento euro, mai esistita prima. Abbiamo saputo costruire una Bce alternativa, molto più creativa e ramificata dell’originale, grazie all’apertura di filiali in tutta Europa. Una sorta di Erasmus parallelo in cui i migliori esperti del settore vanno a tenere lezioni di contraffazione.

I soliti gufi che amano parlare male dell’Italia rimarranno stupiti dall’efficienza della filiera produttiva, composta da undici associazioni a delinquere, ciascuna delle quali dedita armonicamente a un singolo aspetto della lavorazione: lo stoccaggio, il trasporto, la vendita al dettaglio. Anche noi, quando serve, sappiamo fare squadra. La nobile funzione sociale dell’impresa - aumentare le dosi di denaro in circolazione per stimolare la crescita - ha lasciato insensibili i carabinieri, che ieri hanno arrestato cinquantasei liberi professionisti. Il patriota Salvini potrebbe liberarli al più presto per riconvertire la produzione dai falsi euro alle false lire. 

La città degli abusivi

Paola Fucilieri - Gio, 27/11/2014 - 07:00

«Ma a chi la vanno a raccontare quelli dell'Aler? Vogliono far credere di essere tutti dei santarelli? Per 1.200 euro o anche per mille c'è non solo chi ti segnala l'appartamento libero e tira giù la porta in lamiera con la quale i vertici Aler fanno credere di aver sigillato l'alloggio popolare rendendolo a prova di abusivo, ma ti arreda persino la casa!

Non scopriamo l'acqua calda quando diciamo che è scandalosa la connivenza tra certi personaggi che sostengono di essere lì a “controllare” gli stabili di edilizia popolare e alcuni portinai. Fanno business con la povera gente! Poi a pagarne le spese sono solo gli abusivi. Questa divisione mi fa schifo. Ed è per questo che non riesco a schierarmi dalla parte delle istituzioni o di chi sgombera, soprattutto chi manda via abusivi solo di religione musulmana. Gli anarchici? Non posso odiarli. Anzi, sì, li odio, ma solo perché sporcano questo quartiere rendendolo più letamaio di quello che è già».

Il ragazzo si chiama Abu, è somalo, ha una trentina d'anni e il sorriso della persona perbene, perfettamente integrata e infatti non solo ha modi ineccepibili ma parla perfettamente l'italiano. Ha un lavoro e 4 figli Abu, è nato qui e non occupa abusivamente, ma paga un regolare affitto in zona. Cammina per via Odazio al Lorenteggio insieme alla cugina Haua, una 40enne sorridente dall'aspetto di una ragazzina, musulmana con il velo. Sempre con la felicità stampata sul volto la signora ammette senza problemi di occupare una casa Aler poco distante, in via Segneri.

Guardano sconsolati le strade del quartiere dove sono nati, a Milano, reduce dall'assalto degli anarchici che l'altra mattina si sono scontrati con la polizia per impedire lo sgombero di una famiglia di tre adulti e un bimbo marocchino in via degli Apuli 6 e poi si sono allungati verso gli estremi confini di questa area a Sud ovest della città che non sembra nemmeno Milano, in piazza Tirana, per creare un gazebo di protesta, un presidio di rabbia. Alla fine lo sgombero è riuscito, nonostante lanci d'immondizia, sassi, pietre, uova e schegge di vetro. Nonostante un poliziotto del reparto mobile sia rimasto contuso al viso per il lancio di qualcosa, di un oggetto che, sembra, nessuno abbia ancora capito cosa sia.

Nel delirio totale di gente che fuggiva, riparandosi in casa o correva a nascondere la macchina perché non facesse la fine di quella a cui gli anarchici avevano spaccato i vetri in via Odazio, il traffico nelle zone limitrofe è stato bloccato, le strade si sono svuotate di colpo e l'atmosfera tesa ha reso la giornata ancora più plumbea e tetra di quel che era in partenza, il quartiere più sporco e degradato, gli odori fetidi miasmi.

«Tutti occupano abusivamente qui e a peggiorare la situazione sono arrivati gli zingari - continua Abu - Lo so che non è giusto, ma allora perché Aler non assegna gli alloggi sfitti?». «Sì - gli fa eco Haua - ce ne sono centinaia vuoti. E poi perché sgomberare solo noi musulmani? O tutti dentro o tutti fuori. Anche perché basta pagare e qualcuno che ti butta giù una porta e ti fa entrare, com'è successo a me, lo trovi sempre».

Le portinaie in via Segneri negano tutte. Nella vicina via dei Giaggioli, invece, un'inquilina di origini orientali, anche lei residente in uno stabile Aler dove sono in molti a non pagare l'affitto, ammette che, quando era andata a vivere lì, qualche anno fa, si erano fatti avanti non solo per farla entrare in casa buttando giù la porta di un appartamento libero, ma procurarle i mobili e rinfrescarle le pareti. «Sì, il portinaio dell'epoca era disponibile per 200mila lire - spiega la donna -. Io, però, i soldi per l'affitto li ho e lo pago. Punto».

Spedire un pacco in Italia? Come mandarlo a Gaza

La Stampa
ugo magri

Le poste giapponesi diffondono una nota in cui ci paragonano, quanto a ritardi, a Haiti o alla Striscia. E avvisano i clienti: «Aspettatevi ritardi»

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L’Italia come Haiti, che ancora non si riprende dal terremoto. Oppure come la Striscia di Gaza, dove però (diversamente da noi) si vive in uno stato di perenne conflitto con i vicini israeliani. Secondo le Poste giapponesi, mandare un pacco a un indirizzo italiano è esattamente come spedirlo in uno di quei due sfortunati paesi: “aspettatevi ritardi”, è l’avviso premuroso che viene recapitato via mail in lingua inglese ai destinatari. Nella short-list, insieme con Italia Haiti e Gaza, vengono inseriti pure Paraguay, Colombia, Georgia e Russia.

Una nota illustra le turbolenze geopolitiche per cui da quelle parti un pacco, dopo il trasporto aereo, impiega settimane prima di essere recapitato a destinazione. In qualche caso, per la verità, non ci sarebbe nemmeno bisogno della spiegazione, chiunque sarebbe in grado di arrivarci da sé. A proposito dell’Italia invece, senza alcuna pretesa di ironia, le poste nipponiche sentono la necessità di chiarire che la causa dei possibili ritardi va ricercata nelle “pratiche doganali più rigide”. Più rigide rispetto alle abitudini parecchio lasche del passato, forse, ma anche nel confronto con tutto il resto d’Europa.

Nel continente siamo gli unici dove lo sdoganamento dei pacchi e delle merci prevede tempi paragonabili a chi si trova in guerra o è vittima di catastrofi naturali. Niente di nuovo sotto il sole, in fondo: gli operatori commerciali sanno perfettamente che alle volte passano mesi prima di recuperare un pacco fermo in dogana, dunque sono rassegnati in partenza. Fatto sta che non ci facciamo una buona figura. 

I "non giornalisti" sfuggiti all'Inquisizione dell'Ordine

Maurizio Caverzan - Gio, 27/11/2014 - 09:08

Il presidente nazionale denuncia la D'Urso, ma la tv è piena di interviste fatte da personaggi non iscritti all'Albo, da Fabio Volo a Barbara De Rossi a Ilaria Cucchi

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Quante Barbare D'Urso ci sono in giro? Quante o quanti protagonisti di «giornalismo abusivo» popolano i palinsesti televisivi? Quante autrici e quanti autori di interviste, «un'attività individuata come specifica della professione giornalistica» (parola di Enzo Iacopino, presidente dell'Ordine dei giornalisti), pongono liberamente domande nelle trasmissioni del mattino, del pomeriggio e della notte delle italiche televisioni? Mai più. Questa libertà inaudita deve cessare, ha intimato il primo rappresentante dei giornalisti. «Basta soubrette, ora le denunciamo», ha postato su Facebook in tono vagamente spregiativo.

Secondo il vocabolario Treccani, soubrette è termine francese che indica la «servetta brillante in commedia» e, nel linguaggio televisivo, la «prima attrice, ballerina e cantante di uno spettacolo di varietà». Tutte professioni nelle quali la signora D'Urso non risulta essersi cimentata. Ma tant'è, la caccia è iniziata e il già citato autore dell'esposto a carico della conduttrice di Domenica Live presso le procure di Roma e Milano, nonché l'Agcom, il Garante per la protezione dei dati personali e il Comitato media e minori, avrà il suo bel da fare per non agire, come assicura, solo nei suoi confronti. «Barbara D'Urso la capisco benissimo, anch'io in passato sono stata crocifissa dai giornalisti», ha detto ieri Mara Venier, già titolare di Domenica In e bersaglio dell'inquisizione dell'Ordine quando intervistava i politici. Nel caso della D'Urso, invece, il bersaglio è la tv del dolore e la sua intervista a un amico di Elena Ceste.

Tuttavia, un qualche sentore di essersi infilato in un tortuoso labirinto, forse Iacopino comincia ad averlo. «Arrivano già le prime segnalazioni e ci vuole il tempo per verificarle», reclama pazienza. Ma, siate fiduciosi, presto la scure del Gran Custode del Giornalismo si abbatterà su mezza tivù italiana facendo piazza pulita di tutti gli intervistatori abusivi. Che, stando al suo inflessibile metro, non dovrebbero mancare. Che dire, per esempio, di Paola Perego, concorrente proprio della D'Urso sul primo canale Rai con Domenica In? O di Eleonora Daniele, conduttrice sempre sull'ammiraglia pubblica di Storie vere che tutte le mattine indaga tra cronaca nera e delitti di famiglia?

E ancora, restando alle Questioni di famiglia, programma appena partito su Raitre, Iacopino riterrà abusiva o no la qualifica di «inviata» attribuita a Ilaria Cucchi (che ha tutta la nostra solidarietà) dagli autori? E a proposito di inviati, è tutto in regola con Fabio Volo che firma reportage dall'Italia e dall'Europa per conto del pubblicista Fabio Fazio? Infine: il tribunale di Iacopino come considererà le interviste privatissime di Barbara De Rossi in Amore criminale, tutti i lunedì su Raitre? Dite che si salvano perché vogliono denunciare il femminicidio? Obiettivo nobilissimo. Tuttavia, se dobbiamo stare ai titoli professionali, sembra di capire che anche da quelle parti non ci siano iscrizioni all'Albo o patentini di garanzia.

Insomma, la lista dei non giornalisti che fanno interviste è lunga e potrebbe continuare con altre «soubrette», presentarici, comici vari. Lungi da noi volerli sanzionare, tutt'altro. Chiunque ha diritto alla curiosità e a far domande. Anzi, a volte, l'intermediazione, come si dice con termine di moda, è più efficace quando chi interroga lo fa senza troppe sovrastrutture, come fosse l'uomo della strada. «Tra Barbara D'Urso e l'Ordine dei giornalisti di conio fascistico, mille volte Barbara D'Urso», ha sintetizzato con un tweet la questione Pierluigi Battista. Cioè, mille volte la veracità e il dilettantismo naif della conduttrice rispetto al puntiglio occhiuto e inquisitorio del glorioso OdG.

La tecnologia che ci spia

La Stampa
claudio leonardi

Gadget e apparecchi pensati per essere utili minacciano la privacy. Videosorveglianza, app di messaggistica, webcam di una tv: così ci sorvegliano

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Tra un’arma da offesa e una da difesa, la differenza coincide spesso con l’uso che se ne fa. Il banale principio si applica anche alle più sofisticate tecnologie: software e strumenti pensati per la sicurezza, o per migliorare la nostra vita, si possono tradurre in pericoli per la privacy o, peggio, per la libertà. Chi frequenta la Rete regala molte informazioni su di sé, più o meno consapevolmente, ma esistono tecnologie che passano con disinvoltura al “nemico”. E quel che è peggio è che siamo talvolta noi stessi a metterle a disposizione.

Si è molto parlato dello scandalo che ha coinvolto la National Security Agency negli Usa, una forma di spionaggio a tappeto con la implicita complicità dei grandi protagonisti della Rete, da Google a Microsoft, da Apple a Facebook. Ma sono sempre di più gli esperti che ci avvertono che Il Grande Fratello, previsto nel romanzo di Orwell, “1984”, non è il governo: siamo noi.

I nostri peggiori amici
Sono molti gli esempi, più o meno vicini, praticati temporaneamente all’estero o già visibili nelle case italiane. È improbabile, per esempio, che abbiate sentito parlare di iDair e del suo dispositivo airPrint, in grado di eseguire la scansione e identificare le impronte digitali da quasi 20 metri di distanza.

Inutile dire che l’esercito americano è il cliente più interessato al prodotto, ma il mercato è libero. Non si parla di un bazooka, ma di un oggetto grande come una piccola torcia elettrica. In un’azienda un datore di lavoro può acquisire e stampare le impronte di tutti i dipendenti, e magari di qualche candidato e perfino di clienti, senza dare nell’occhio. Può darsi che non sia la prima preoccupazione di un capo del personale e di un imprenditore, oggi e in Italia più che mai. Forse sarebbero più tentati dalla possibilità di spiare i dipendenti e gli spyware usati dai criminali informatici possono trasformarsi in mezzi di controllo del lavoro. 

In America si registra il caso della Food and Drug Administration, che avrebbe installato Spector360, creato per combattere il furto di proprietà intellettuale e le violazioni dei dati, ma utilizzabile anche per intercettare la digitazione sulla tastiera di un gruppo di scienziati della FDA, in particolare email spedite alle autorità su dispositivi medici ritenuti pericolosi. Gli scienziati sono attualmente in causa e anche altre due agenzie governative, la TSA e la Federal Maritime Commission, sono indagate per il monitoraggio dei dipendenti.

Mutatis mutandis, è di questi giorni la notizia che le società telefoniche, Ericsson e Wind, potranno sfruttare i dati di localizzazione geografica rilevati da una app attiva sugli smartphone dei loro dipendenti, con benedizione del Garante “purché i gruppi adottino adeguate cautele a protezione della loro vita privata.

Il “nemico” sul cellulare

Abbiamo scritto che le app usate sui cellulari per scambiare file e messaggi (la più famosa: WhatsApp) soffrono quasi tutte di lacune per la privacy. Delle 39 esaminate nel rapporto “Secure Messaging Scorecard ”, solamente sei hanno passato il test a punteggio pieno, guarda caso le meno note al grande pubblico (ChatSecure, CryptoCat, Signal/Redphone, Silent Phone, Silent Text e TextSecure).

WhatsApp, strumento di massa, è stata chiamata a rispondere di questi limiti da diverse autorità per la privacy, in Europa e in Italia . Anche il servizio di cloud di DropBox, che accoglie foto, documenti e informazioni di milioni di persone nel mondo, è stato messo sotto accusa da Ewdard Snowden, già noto per avere aperto il vaso di pandora dello spionaggio digitale della Nsa e oggi in esilio forzato. Secondo Snowden, l’uso di DropBox mette a serio rischio la nostra vita privata e l’azienda sarebbe ostile a politiche di garanzia da questo punto di vista.

Se la spia non abita sul palmo della nostra mano, magari è in casa, su un elettrodomestico che da tempo sostituisce il focolare casalingo. Ebbene sì, un consulente IT in Inghilterra, Jason Huntley è stato tradito perfino dal televisore. Quando la sua Smart TV LG ha iniziato a mostrare pubblicità stranamente connesse ai programmi appena visti, ha usato il suo computer portatile per monitorare il traffico wireless tra TV e ricevitore Wi-Fi, e avrebbe scoperto che ogni spettacolo e ogni tasto premuto sul suo telecomando erano inviati in Corea del Sud, nel centro di “comando” della LG. Sui telecomandi, oggi, si possono anche digitare pin personali e, caso più che mai raro (per ora) dati di carta di credito. Dati che potrebbero essere intercettati da male intenzionati.

In strada
Se in casa vi sentite relativamente sicuri, la “spia” digitale è forse sotto casa, o in metropolitana. In alcune stazioni della metro di San Francisco sono attive telecamere prodotte dalla BRS Labs , specializzata in sistemi di riconoscimento comportamentali. Che significa? L’azienda dei trasporti installerà 288 telecamere, capaci di analizzare 150 cittadini per volta. Un database e un software collegati permettono di distinguere gesti “normali” da comportamenti strani, classificati come sospetti e segnalati al servizio di guardia per prevenire reati e vandalismi. Chi abbia visitato le strade di San Francisco sa quanto l’aggettivo “normale” non sia tra i più utilizzabili...
 
Nulla di simile c’è nelle nostre strade, o quasi. Giusto un anno fa la città di Varese vinse allo Smau nella categoria Smart City con un esperimento di sicurezza urbana che ha qualche vaga affinità con quello di san Francisco. Si tratta di videocamere di controllo che consentono ai cittadini di parlare con le autorità via Bluetooth, ma anche, in via sperimentale, di un’app che registra e segnala rumori sospetti: vetri infranti, spari, grida scomposte. La sicurezza è un bene condivisibile, soprattutto in alcune zone delle nostre città, ma sapere che i controlli della polizia potrebbero, oggi o domani, dipendere dal fatto che ho uno strano atteggiamento o parlo a voce troppo alta, un po’ di inquietudine la dà.

Prospettive perfino più preoccupanti possono suggerire i cosiddetti Scanner molecolari, con un raggio d’azione che copre fino a 164 metri di distanza. La società Genia Photonics produce un laser scanner che sarebbe in grado di “penetrare abbigliamento e molti altri materiali organici e produrre informazioni spettroscopiche, in particolare di materiali con impatto sulla sicurezza, come gli esplosivi e sostanze farmacologiche”. Come negarne la triste utilità in tempi in cui donne e bambini si fanno esplodere, complicando e talvolta annullando l’efficacia di perquisizioni e posti di blocco? Genia afferma addirittura di poter identificare cellule tumorali singole in una scansione in tempo reale o di rilevare tracce di sostanze chimiche nocive nei processi produttivi. Il che renderebbe più sicuri i lavoratori di aziende che manipolano prodotti pericolosi.

Tutto bene, dunque. Chissà: il Department of Homeland Security e qualunque autorità metta le mani su questa tecnologia potranno cercare tracce di droghe o esplosivi sui vostri vestiti, ma anche cambiamenti nella vostra biochimica. Per esempio, troppa adrenalina è sospetta, e se soffrite d’ansia (e certo con questo articolo abbiamo un po’ contribuito), in qualche aeroporto internazionale questo potrebbe bastare a fare scattare un controllo di polizia. Magari innocuo, probabilmente non gradevole.

Di allarmi, in questi giorni, se ne sono sentiti fin troppi, e non vogliamo esagerare. Si tratta di scenari parzialmente lontani, ma certo la tecnologia ha accorciato molto i tempi tra quello che sembra possibile e ciò che si realizza concretamente. Il fatto è che le immagini rubate sotto un lampione o in una stazione metropolitana, le voci registrate, le scansioni, le impronte digitali, i dati che lasciamo volontariamente in Rete sono un rebus di facile soluzione per alcuni software già attivi. La Palantir Technologies si è fatta notare con la lotta alle frodi su PayPal, per poi farsi arruolare da FBI, CIA e altri organi di sicurezza. Tra i suoi consulenti si trovano l’ex segretario di Stato Condoleezza Rice e l’ex direttore della CIA George Tenet.

Oggi, Palantir identifica parti correlate di informazioni in decine o centinaia di database e mette tutto insieme in un amen. Per i truffatori la vita è più difficile e la leggenda vuole che ci sia lo zampino del software nella caccia a Osama Bin Laden, ma in questo reticolo di bit ci sono anche pezzi consistenti della nostra vita: transazioni con carte di credito, prenotazione di biglietti, eccessi di velocità e molto altro.

Il volume enorme di dati dentro cui si nasconde tutto ciò costituisce una cortina di fumo sempre più leggera. E gli scandali più recenti hanno dimostrato che non sono solo i cittadini americani sotto la lente. La sicurezza, non da oggi, chiede un prezzo. Resta da capire quanto sarà alto per la nostra privacy, concetto in declino e forse da molti archiviato accanto alle macchine per scrivere e i gettoni per telefonare.

Il social web di Verrua Savoia: Internet a costo (quasi) zero per tutti

La Stampa
andrea rossi

Primo caso in Italia: un gruppo di cittadini fonda un’associazione no profit con lo scopo di gestire la rete senza bisogno dei tradizionali provider. Il ministero approva: costerà 4 euro al mese

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Cinque anni fa era una sfida: portare Internet là dove i provider non arrivano perché non conviene, c’è troppo poco da guadagnare. Oggi è ben più di un esperimento. È una breccia, una strada aperta che migliaia di comuni potranno replicare.
Tra due giorni Verrua Savoia, paese di 1.477 abitanti a 60 chilometri da Torino, sarà il primo comune italiano a essere considerato un provider, ovvero un fornitore di servizi Internet, sul modello delle compagnie telefoniche cui tutti noi siamo abbonati. Meglio, il provider non sarà il Comune (la legge lo vieta) ma un’associazione di cittadini creata ad hoc.

L’hanno chiamata «Senza Fili, Senza confini», progetto culturale senza fini di lucro con un unico scopo: «sostenere la crescita e il rafforzamento della cultura locale e il sostegno di Internet come strumento di promozione e tutela delle identità culturali». Fornirà una connessione Internet a 20 Mb/s a qualunque abitante di Verrua Savoia lo richieda. Non più gratuitamente, come avveniva finora, ma in cambio della quota d’iscrizione annuale all’associazione: 50 euro, ovvero 4 al mese, prezzo imbattibile per una connessione che nessuna compagnia telefonica riuscirebbe a garantire in un comune di montagna.

A capo di questo esperimento dirompente c’è Daniele Trinchero, professore del Politecnico di Torino e fondatore del laboratorio i-Xem. L’hanno soprannominato «mister Wireless» perché da qualche anno si è fissato con un’idea che persegue tenacemente: portare i collegamenti Internet nei luoghi più remoti che, proprio perché isolati, sono poco convenienti. Lui ci riesce. Spendendo pochissimo. Ha portato Internet a Capanna Margherita, sul Monte Rosa, il rifugio più alto d’Europa. L’ha portato nella foresta amazzonica,

in Ecuador; e l’ha portato alle isole Comore. Poi ha deciso di portarlo a casa sua, a Verrua Savoia. «Un giorno, nel 2009, incontro il sindaco, mi racconta di aver ricevuto un preventivo di 30 mila euro per portare l’adsl. Uno sproposito». Trinchero riunisce i ragazzi di i-Xem e cerca un’alternativa. Quale? Recuperare vecchi pc, schede radio come quelle montate nei router e alcune antenne recuperate da un vecchio provider che faceva comunicazioni radio fm. Tanto basta per creare due ponti radio da quaranta chilometri ciascuno portando la banda larga nel 97% del territorio comunale. Il tutto spendendo quasi nulla.

Il progetto funziona, il Politecnico lo sostiene, il Comune ovviamente anche: in pochi mesi 260 famiglie di Verrua si garantiscono una connessione veloce alla rete che altrimenti non avrebbero avuto. Ora, però, l’esperimento si è esaurito. «Ma noi non potevamo chiudere questa storia con un bollo ministeriale apposto su una relazione tecnico-accademica. Volevamo trovare il modo di dargli continuità mantenendo inalterate, anzi rafforzando, tutte le caratteristiche sociali e comunitarie che hanno animato la sua esistenza», racconta Trinchero. 

Nei mesi scorsi raduna un team: i suoi collaboratori, un esperto di Internet e di tutte le sue implicazioni come Juan Carlos De Martin, co-direttore del Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino, l’avvocato Marco Ciurcina e Tiziana Sorriento, vicepresidente del Codacons: Cercano una soluzione. La trovano: trasformare l’esperimento in un’associazione di cittadini e registrarla come provider. Nessuno l’ha mai fatto in Italia. Ma il ministero dello Sviluppo economico accoglie la richiesta e concede tutte le autorizzazioni. Venerdì si parte.

Con tecnologie commerciali, non più quelle fai da te di cinque anni fa, ma con la stessa vocazione sociale: un gruppo di cittadini (l’associazione ha 29 soci) si unisce facendosi carico degli investimenti per accedere alla banda larga, acquistandola in gruppo con costi più accessibili ed evitando agli operatori tradizionali investimenti dedicati. «Può diventare un modello dirompente, soprattutto nelle zone rurali», ragiona Trinchero. Per portare il web - e, con esso, informazioni, cultura, opportunità - a chi vive isolato dai grandi centri. Se si pensa che 3.521 degli 8.092 comuni italiani hanno meno di 2 mila abitanti, la portata di quanto sta per accadere a Verrua Savoia diventa subito lampante

Ustica, se fosse stata una bomba e non un missile?

La Stampa
francesco grignetti

Giovanardi: «Basta bufale,c’è una sola verità. Ed è quella dell’esplosione a bordo»


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Un carabiniere osserva il relitto dell’aereo di linea DC9 della compagnia aerea italiana Itavia (precipitato vicino all’isola di Ustica, il 27 giugno 1980, facendo 81 vittime) ricostruito nell’hangar di Pratica Di Mare.

E se fosse stata una bomba e non un missile ad abbattere il Dc9 di Ustica? L’opinione pubblica e buona parte della pubblicistica sono convinti del contrario. Eppure la materia è assolutamente controversa. Intanto perché, per paradosso tutto italiano, ci sono due verità giudiziarie che si fronteggiano: le sentenze penali (Cassazione 2007) dicono che non ci fu battaglia aerea, o quantomeno ridimensionano grandemente ogni certezza; le sentenze civili (Cassazione 2013) affermano il contrario. Anche il mondo dei periti non ha mai raggiunto una visione unica.

L’ultima commissione tecnica, però, presieduta dall’allora preside della facoltà di Ingegneria della Sapienza, Aurelio Misiti, all’unanimità scartò la tesi del missile e sostenne quella della bomba interna: l’aereo Itavia - sostennero - sarebbe caduto per un’esplosione dovuta a un ordigno sistemato nella toilette posteriore. Un’azione di terrorismo, quindi. Che se fosse confermata porterebbe inevitabilmente a rileggere anche la strage della stazione di Bologna: l’aereo, decollato proprio dall’aeroporto del capoluogo emiliano, precipita il 27 giugno 1980; la stazione salta in aria il 2 agosto 1980. 

«Tutto il resto sono bufale», sostiene l’indomito Carlo Giovanardi, senatore Ncd, supporter da sempre della tesi della bomba. Ma le cose non sono poi così chiare. Magari. Scrisse la magistratura romana che accolse quella relazione tecnica: «Il lavoro dei periti d’ufficio è affetto da tali e tanti vizi di carattere logico, da molteplici contraddizioni e distorsioni del materiale probatorio da renderlo inutilizzabile». Per meglio sostenere la verità della bomba, è arrivato ora un libro (“Ustica. Il mistero e la realtà dei fatti”, LoGisma editore) scritto da uno dei periti della commissione Misiti, l’ingegnere svedese Goran Lilja.

«Ho deciso di scrivere questo libro - spiega Lilja - perché i risultati della nostra commissione sono poco conosciuti, persino nell’ambiente degli addetti ai lavori, e del tutto misconosciuto dall’opinione pubblica italiana. Tutti parlano dell’incidente di Ustica come di “un aereo abbattuto da un missile”. Invece no. E i responsabili dell’abbattimento sono ancora liberi. Io capisco il fattore umano: tragedie come questa creano lutti immensi, diventa naturale cercare un colpevole, ma così si rischia di trovare solo dei capri espiatori.

Ustica ne è un esempio». «Per me - sostiene un altro superperito di quella commissione, Frank Taylor, che firmò anche le conclusioni sull’incidente di Lockerbie, quando un aereo civile fu abbattuto con una bomba di mano libica - è un mistero perché la magistratura non abbia seguito le logiche conclusioni del nostro lavoro di periti. Nessuno in Italia ha mai cercato di capire perché e chi ha messo una bomba su quell’aereo». 

La cagnolina aspetta in ospedale il padrone morto due anni prima. Il web si commuove

Il Mattino
di Simone Pierini

Masha è una cagnolina così fedele al proprio padrone da non aver perso le speranze di un suo ritorno.

1Purtroppo però il suo amico per la vita è morto in ospedale due anni fa. Ed è proprio lì che la piccola Masha lo aspetta, al fianco dei clienti in fila per l'accettazione. Era l'unica a far visita all'anziano morto di vecchiaia. Ogni mattina da quel giorno si presenta in ospedale, in Siberia. Il personale sta cercando una nuova famiglia per Masha, contagiati dalla tristezza dei suoi occhi. "Speriamo che qualcuno possa addottarla e prendersi cura di lei, regalandole lo stesso amore che le ha sempre dato il suo padrone", le parole commosse delle infermiere.

mercoledì 26 novembre 2014 - 17:55   Ultimo agg.: 18:19