lunedì 1 dicembre 2014

Massimo Cataldo, sottosegretario Ncd: "Nichi Vendola? Pensa solo alla manicure"

Libero


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Una frase, un terremoto. "Signor Vendola, la vera differenza tra me e lei sta nelle mani. Le sue sono fresche di continue ripassate dalla manicure, le mie hanno i calli che distinguono nelle periferie diroccate delle nostre città del Sud, mondo a lei sconosciuto". Nei giorni in cui impazza lo stile ladylike di Alessandra Moretti, in giorni in cui insomma la manicure è di stringente attualità, con queste parole il sottosegretario al Lavoro, Massimo Cassano di Ncd, ha attaccato il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Pronta, domenica sera, è arrivata la prima replica del segretario regionale di Sel, Gano Cataldo, che ha bollato le dichiarazioni del sottosegretario come "omofobe". Tutta colpa di quella "manicure", che unita all'omosessualità di Vendola ha fatto scattare l'accusa. E non solo. Già, perché lunedì mattina è sceso in campo lo stesso Vendola, invocando le "dimissioni" di Cassano dall'incarico di governo: "Di professione - ha detto il leader di Sel - è omofobo, marito e bigotto".

Le dichiarazioni - La polemica era sorta dopo alcune dichiarazioni di sabato mattina, quando Vendola, nel corso di una conferenza stampa, aveva definito la possibilità di ritrovarsi "in coalizione con Massimo Cassano una roba da Stephen King". Il governatore pugliese dibatteva con i giornalisti sulla possibilità di allearsi con l'Udc, alla quale Sel si è opposta in particolare perché i centristi, a livello nazionale, hanno aderito con Ncd alla Costituente popolare. Come detto, la prima replica è stata quella di Cataldo: "La polemica sul merito - ha sottolineato - è sempre possibile e legittima. Diventa inaccettabile quando allude e insinua sulle persone. La risposta articolata da Massimo Cassano a Nichi Vendola ha esattamente queste caratteristiche: parte del merito ma sfocia in considerazioni omofobe". Cataldo ha aggiunto: "Questo è inaccettabile soprattutto se proviene da un esponente che ricopre ruolo di governo. Sarebbe auspicabile che il sottosegretario Cassano valuti attentamente come fare un passo indietro".

"Dimissioni, dimissioni" - Nel dettaglio, Cassano, in un lungo comunicato stampa ha scritto: "Lei Vendola in realtà di me non sa nulla. Non sa cosa sia la fatica, quella fisica e non quella a lei tanto cara dello spirito e della mente. Non sa cosa sia svegliarsi all'alba per andare a lavorare. Anzi, poiché lei è l'immagine perfetta del privilegiato che vive mendicando voti in cambio di promesse, non sa anche cosa sia la soddisfazione di raggiungere traguardi fondamentali nella vita di ogni uomo potendo contare esclusivamente sulle proprie forze. No sa - l'ho detto e lo ripeto - cosa sia il lavoro, non sa cosa sia una famiglia che ti accoglie nei momenti difficili, non immagina minimamente quali siano le gioie e le responsabilità dell'essere padre e marito. Lei si limita al racconto". Quindi la replica di Nichi: "Penso che è indecente se dovesse permanere un minuto di più nell'incarico di sottosegretario. Un uomo senza niente nel proprio curriculum che e' sottosegretario per grazia ricevuta, che si permette di esprimere parole cosi' offensive da omofobo, bigotto quale egli finge di essere. Dovrebbe essere cacciato dal governo - ha concluso - per ragioni di decoro pubblico".



Regione Puglia, quasi rissa in aula. Nichi Vendola perde la testa: "Vaffanculo pezzi di m..., fascisti di m."

Libero
11 novembre 2014


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Alta tensione al consiglio regionale di Puglia, con una rissa sfiorata tra gli scranni e il governatore Nichi Vendola che alla fine del suo intervento si lascia andare a offese e insulti che i rappresentanti del centrodestra hanno ricambiato. Secondo Affaritaliani.it si stava votando l'approvazione della legge sulla stabilizzazione dei precari, tema delicato che ha indotto Vendola ad attaccare il suo predecessore, il forzista Raffaele Fitto, e la "sciatteria" nella gestione dei fondi Ue. Rabbia dai banchi del centrodestra e grida di protesta. E' in quel momento, secondo quanto riferisce il consigliere di centrodestra Davide Bellomo,  che il governatore prorompe in un sonoro "Vaffanculo pezzi di merda".

Nichi smentisce, ma non finisce qui. Dopo il voto, il consigliere di Forza Italia Aldo Aloisi lancia il coro di scherno "Vendola-Vendola" e Nichi non ci vede più: "Fascisti di merda!". E da Aloisi arriva la replica: "Ma sentilo, comunista di merda". Per la cronaca: è passata la norma per la stabilizzazione dei precari dell'amministrazione pubblica, gli unici che in  una giornata da Far West possono far festa.



Rottamato, tradito, plurindagato A Vendola resta la fuga d’amore 

Libero
05 ottobre 2014

Pare che Nichi Vendola, stufo della vita attuale, voglia piantare tutto. Via da Terlizzi, in quel di Bari, dov’è nato e vive; stop con la politica, il tempo necessario a farne svaporare i veleni. Sogna di prendere con sé il compagno, Eddy Testa, e sparire. Chi dice abbia come meta i mari del Sud e chi, più sensatamente, il Canada, patria di Eddy, italo-canadese. In Canada, i due, che già da un decennio dividono il talamo, potrebbero convolare a festose nozze gay, accette colà da diversi anni.

1La brama di cambiamento del governatore pugliese è frutto di un biennio frustrante. Nichi è svanito dalla scena nazionale, insieme a Sel, il suo partitino. E anche in Puglia è malmesso. Già in luglio ha annunciato che non si ripresenterà per un terzo mandato alla Regione, lasciando così che il record lombardo di Bobby Formigoni resti imbattuto. A marzo prossimo, la guida della Puglia passerà, salvo sorprese, a Michele Emiliano, l’ex sindaco pd di Bari. L’uscente potrà così tranquillamente leccarsi le ferite.

Il declino di Nichi è cominciato nel novembre 2012, con la partecipazione alle primarie del Pd. In gioco, la leadership della sinistra in vista delle politiche del febbraio 2013. Vendola che si credeva l’unico antagonista di Pierluigi Bersani, finì invece terzo, superato di varie pertiche dal rampicante Matteo Renzi. Fu una botta per l’ego vendoliano e la svolta di un’epoca: il ragazzotto fiorentino con la verve di un buttero maremmano piaceva alle platee di sinistra più di Nichi che le aveva fin lì stregate con i voli pindarici della sua oratoria e la zeppola nella voce.

Si riebbe quando Bersani impose alla presidenza della Camera Laura Boldrini, che era stata eletta nelle liste di Sel alle politiche di febbraio. L’euforia durò, sì e no, un mese. Dopodiché, la neopresidente, che quel giorno aveva lo chignon, precisò, con la consueta aria da infermiera che ti somministra l’insulina, che lei si considerava super partes. Era stata messa in lista come indipendente e non era perciò legata all’obbedienza di partito. In altre parole: chi s’è visto, s’è visto. L’identico benservito che il povero Nichi aveva già ricevuto da Giuliano Pisapia, da lui inventato come sindaco di Milano nel 2011 e poi ripagato con l’intimazione a non ronzargli attorno.

Il fondo lo ha toccato nel maggio-giugno di quest’anno con le elezioni europee e le loro conseguenze. Consapevole di non avere forze proprie, Vendola si è intruppato nella cosiddetta lista Tsipras, dal nome del marxista greco oggidì in gran voga, riuscendo, grazie all’espediente, a superare la soglia di sbarramento. La coalizione ha così eletto tre eurodeputati nessuno dei quali, purtroppo per il nostro Nichi, era collegato con Sel. Il candidato da lui direttamente appoggiato aveva infatti avuto un tracollo.

L’altro, Marco Furfaro, era rimasto con un palmo di naso per la farsesca vicenda di Barbara Spinelli. Costei, giornalista del gruppo De Benedetti e figlia del grande europeista Altiero, aveva promesso, in caso di elezione, di cedere il seggio al secondo arrivato. «Farò solo da traino», disse sublime. Però una volta eletta, si è detta: “Ma che sono scema?!” e s’è tenuta la cadrega. Sel è rimasta a bocca asciutta e Vendola, già in ribasso agli occhi dei suoi, ha fatto la figura del generale che cade da cavallo.

Ne è seguito l’inevitabile.

In giugno, con la scusa del decreto sugli 80 euro ai meno abbienti, c’è stato il fuggi fuggi dal partito. Nichi era contro il decreto, perché era un’idea di Renzi e Renzi gli fa venire le bolle. Una congrua parte di Sel era invece favorevole, non per i contenuti della legge, di cui non le interessava un tubo, ma per ingraziarsi Renzi che è il futuro. Così, tra i pro e i contro, c’è stata la spaccatura. In dodici hanno voltato le spalle a Vendola, dato per spacciato come leader, e sono finiti al gruppo Misto in attesa di entrare nel Pd renziano. Tra questi, e qui la pugnalata a Nichi divenne sbudellante, il capogruppo Gennaro Migliore e Claudio Fava, che per lustri erano stati sangue del suo sangue. Ora, sui 37 deputati iniziali, a Sel ne restano 25.

Le cose non vanno meglio in Puglia. I bilanci della Sanità sono in rosso, i tempi di ricovero secolari. Ma Nichi è uscito indenne da un paio di inchieste. Un’ipotesi di peculato è stata archiviata e l’accusa di abuso d’ufficio per avere promosso primario un amico, è caduta. L’unica ombra, è che la giudice che l’ha assolto pare sia amica di sua sorella. È, invece, ancora in piedi l’imputazione di concussione aggravata nella vicenda dell’Ilva di Taranto. Si parla di pressioni fatte dal governatore per addolcire una relazione sui veleni dell’acciaieria.

Ma qui bisogna capirsi. I giudici sono scatenati e vogliono chiudere l’Ilva. Ma l’Ilva è Taranto. Senza, non c’è lavoro e il 90 per cento dei tarantini, messo alle scelte, preferisce l’alea del cancro alla certezza della miseria. Poi, detto per inciso, ci sono più tumori a Lecce che a Taranto. Vendola tifa per la fabbrica aperta e, con questo, si è messo in urto con le toghe. Altra eccellente ragione per mollare, convolare a nozze e passare la luna di miele nell’Arcipelago della Sonda. Non era questo l’epilogo vagheggiato dal cinquantaseienne Vendola.

Dopo un’adolescenza segnata dall’omosessualità invisa alla famiglia -il padre gli disse: «Se ti ammazzassi, noi tutti potremmo riacquistare una dignità»- e una laurea tra lavoretti per sbarcare il lunario, Nichi divenne deputato di Rc a 34 anni. Passò quattro legislature a Montecitorio. Peone tra i tanti, con un paio di caratteristiche: il grazioso anellino all’orecchio e un’irruenza verbale che spaziava dalle lotte contadine nella Capitanata alla salvaguardia dello zebù nel Burundi. Fu con il ritorno a Bari nel 2005, a 47 anni, come Governatore, che Nichi acquistò, paradossalmente, fama nazionale. Pareva destinato, al termine del mandato, a un rientro trionfale in Roma come volto nuovo della sinistra.

Si è invece fossilizzato in Puglia, convinto di esserne l’idolo e di avere con i concittadini - come ripete - «un rapporto prepolitico. Nonne a e madri mi fermano. I bambini mi scrivono». Porta al dito una vera, regalo di un pescatore nel giorno della sua elezione a governatore. «Avevo giurato - gli disse l’uomo, incontrato sul lungomare barese - che se vincevi ti davo la cosa più cara: la fede di mia madre». «Simboleggia il mio matrimonio col popolo», dice Nichi ostentando l’anello, come un capotribù l’amuleto su cui fonda il comando. Così, a furia di mescolare politica e metapsichica, Vendola ha finito per innamorarsi di se stesso e, inchiodato alla sua decrepita ideologia, ha perso il treno. Gli resta l’arte delle filastrocche di cui è maestro. La più nota suona: «C’era una volta una piccola bocca che ripeteva la filastrocca di una gattina color albicocca che mangiava in una bicocca dove viveva una fata un po’ tocca …ecc». Ora si ritira, poi chissà. I poeti sono di sette vite.

Il governatore Rossi fa lo spot ai rom: "Ecco i miei vicini di casa"

Andrea Indini - Lun, 01/12/2014 - 16:03

"Vi presento i mie vicini". La foto del governatore della Toscana con una famiglia roma scatena le polemiche. La rete lo critica e lui grida all'odio razziale. Ma la sua altro non è che una provocazione per fare propaganda elettorale

"Vi presento i mie vicini. Siamo sul marciapiede davanti alle nostre case". Nelle fotografia postata ieri su Facebook, il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi abbraccia una famiglia rom.
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"Da sinistra Cassandra, Andra, Verdiata e Francesco con in braccio la piccola Narcisa - scrive il governatore - accanto a me a sinistra Robert, il papà di Narcisa, e Dragos a destra, suo cugino. Papina, Papusa in ginocchio e Nadia in piedi, la mamma di Narcisa. 

L’ultima a destra è Dana, la moglie di Dano che ride dietro l’obiettivo e scatta questa bella foto di domenica pomeriggio a Firenze". Li presenta ad uno ad uno, i suoi vicini di casa. E li sbatte su Facebook in un momento in cui la tensione sociale è alta e la convivenza pacifica è messa quotidianamente a rischio. Tanto che, a stretto giro, il post è stato bersagliato da commenti pesantemente critici ai quali Rossi ha provato anche a ribattere. Senza riuscirci.

Un'iniziativa ideologica che lascia il tempo che trova. Un po' come quando i grillini avevano chiesto ai propri follower su Facebook cosa avrebbero fatto se avessero avuto la Boldrini in auto. La provocazione di Rossi ha sortito lo stesso effetto. Non sono mancati gli insulti né i commenti razzisti, ma hanno più che altro dilagato le accuse di fare della facile propaganda.

La famiglia di rom, con cui si è fatto fotografare, è inserita dal 2001 nel progetto della "Rete per l'ospitalità nel mondo" coordinata da due magistrati, Luciana Breggia e Marco Bouchard. L’abitazione in cui vivono è stata messa loro a disposizione nell’ambito di questo programma. Un membro della famiglia, originaria della Romania centrale, collabora da tempo con la Caritas ed un altro ha un lavoro regolare. Insomma, non un paradigma di quello che avviene in Italia. E gli utenti si affrettano a farglielo notare.

"Caro presidente - scrive Riccardo - loro non pagano il suo stipendio né quello della giunta. E soprattutto non pagano la nostra sanità e i nostri servizi di welfare pur essendone i principali fruitori. Vada a farsi fotografare con quelli a cui gli zingari hanno svaligiato la casa o quelli a cui non è stata concessa una casa popolare o un posto per il figlio all’asilo perché scippato da una famiglia rom. Non abbiamo debiti nei loro confronti, loro sì nei nostri".

Gli fa eco Giacomo: "Una foto di una demagogia oscena e volgarmente offensiva per tutti quelle persone che la mattina si alzano per andare a lavorare e pagano le tasse. Supportare chi sceglie di non integrarsi per vivere nella marginalità per poter delinquere semi indisturbato è ideologicamente criminale! Vergognati!". E ancora: "Voglio il selfie quando se li ritroverà in camera da letto entrati dalla finestra alle 3 di notte".

Il post di Rossi altro non è che un mal riuscito slogan da campagna elettorale. Con lo sguardo alle regionali dell'anno prossimo, il governatore si è buttato sul classico buonismo di sinistra. Tanto che, rispondendo alle critiche, si è pure messo a fare una filippica contro l'odio razziale: "L’uso dei social media non può essere limitato in alcun modo ma quando il discorso pubblico diventa sfogo violento e irrazionale occorre alzare il livello della discussione". La deputata toscana di Forza Italia Deborah Bergamini, però, gli fa notare che "la provocazione e l’imposizione dell’accoglienza sono l’esatto contrario della cultura dell’integrazione".

Giorgia Meloni, invece, gli ricorda che da governatore (forse) dovrebbe occupare il proprio tempo per dare una mano agli alluvionati, alle vittime del Forteto, ai precari e alle imprese soffocate da tasse: "Niente da fare, le attenzioni sono solo per i rom". Infine, Matteo Salvini a riassumere molto bene l'offensiva del governatore: "Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei...".

Così la parolaccia ti fa ricca: la Littizzetto ha ventidue case

Stefano Filippi - Lun, 01/12/2014 - 12:26

Spettacoli tv, libri e film. A forza di battute (e parolacce) "Lucianina" ha creato un piccolo impero immobiliare: 22 tra case e garage

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Mattone su mattone, l'edificio professionale di Luciana Littizzetto ha ormai solide fondamenta. Sono lontani i tempi di quando si è diplomata al Conservatorio in pianoforte pur sapendo che non avrebbe mai fatto la pianista, faceva la doppiatrice di soap opera nella sua Torino o insegnava italiano e musica alla scuola media nel quartiere delle Vallette. Ora l'ex Minchia Sabbry viaggia tra tv e pubblicità, libri e teatro, film e Sanremo.

Far ridere è un mestiere molto difficile per una donna, ma ancor più redditizio, lei lo sa bene perché è un luogo comune che si è impegnata ad abbattere. Com'è giusto che sia, la Litti ha fatto il grano. Parecchio. Che soldi che fa. Non è diversa da tanta gente di successo che, si sarebbe detto una volta, ha il cuore a sinistra ma il portafoglio a destra. E da perfetta italiana media ha investito in case e garage il gruzzolone accumulato in 25 anni di sganasciate altrui. Un patrimonio consistente, diversificato, facile da rivendere in caso di necessità. Una fortuna costruita con oculatezza a colpi di «Berlusconi ci hai rotto il cazzo» o di «Eminens Ruini» quando il cardinale affossò il referendum sulla procreazione assistita.

Con i 700mila euro incassati per le due edizioni del festival di Sanremo accanto a Fabio Fazio si può comprare bene. Ma anche con i diritti d'autore dei libri (molti pubblicati dalla berlusconiana Mondadori), gli spot per le coop e la Banca San Paolo, le comparsate nei film e nelle fiction Rai e Sky, i doppi sensi (anzi, i sensi unici perché ormai le parolacce sono il cavallo di battaglia del suo repertorio) sparati su Rai3. Così, dietro la signora della risata è cresciuta l'imperatrice del mattone. Immobiliare Littizzetto spa.

Con la precisione di un geometra si è costruita una signora carriera, e con la meticolosità di un capomastro ha messo da parte i guadagni che crescevano di pari passo con la popolarità e le battute contro i politici di turno, sinistra a parte. Fra Torino (la città in cui è nata e abita) e Bosconero (paesino d'origine dei genitori nel Canavese) la spalla serale di Fabio Fazio possiede 21 immobili. Ai quali si aggiunge un appartamento lontano dai luoghi del cuore, nel centro di Milano. Il primo acquisto di Lucianina, era il 1998. Un po' come la prima pepita d'oro di zio Paperone nel Klondyke.

La casa meneghina si trova tra viale Bianca Maria e corso Concordia, categoria A/3, classe 6, 2,5 vani: una novantina di metri quadrati, abitazione di tipo economico ma dalla rendita elevata in una zona prediletta dalla borghesia milanese. Nel 1998 la Littizzetto aveva abbandonato da tempo l'insegnamento ed era già diventata una cabarettista di successo, in teatro e soprattutto in tv: Rai3 le aveva spalancato le porte sei anni prima ad Avanzi, un esordio non memorabile; poi però erano venuti Cielito lindo, Ciro e Mai dire gol. Quel 1998 fu appunto l'anno dei mondiali di calcio francesi e della collaborazione con la Gialappa's.

E l'anno prima aveva festeggiato l'exploit del film Tre uomini e una gamba con Aldo Giovanni e Giacomo. Non c'è da stupirsi che, dopo tanta gavetta, il primo investimento sia stato un pied-à-terre nella Milano che le stava regalando una popolarità clamorosa. Negli anni la Littizzetto ci ha preso un grande gusto a ballare il ballo del mattone. A Bosconero, il luogo degli affetti familiari, possiede due garage e quattro appartamenti per complessivi 15,5 vani acquistati tra il 2006 e il 2011. Ma è nella grande Torino che l'attrice ha concentrato la propria intensa attività d'immobiliarista. Dieci appartamenti, tre garage, due porzioni di un edificio accatastato come magazzino.

Quasi tutte le case sono nella fascia precollinare sulla destra Po, zona residenziale, esclusiva, prestigiosa, non lontano dalla cupola neoclassica della Gran Madre di Dio: 3,5 vani dietro corso Casale, tre lussuose dimore in altrettanti palazzi lungo la tranquilla via Villa della Regina per complessivi 27 vani più due autorimesse, altri appartamenti e garage tra corso Quintino Sella, via Buttigliera, via Casalborgone, via Cavalcanti e via Molino-Colombini. L'unica proprietà lontana dai «Parioli» torinesi è nel quartiere San Donato, la zona dove la Litti ha vissuto da bambina e dove i genitori conducevano una latteria.

Tutti gli immobili sono intestati a lei al 100 per cento tranne le quote del deposito in corso Quintino Sella e una rimessa al 50 per cento con il compagno, il batterista Davide Graziano. Totale: 72,5 vani di abitazioni, 124 metri quadrati di garage, una rendita catastale che l'Agenzia delle entrate fissa in 13.121,26 euro. Che, rivalutata del 5 per cento e moltiplicata per il coefficiente di 120, dà un valore di circa 1.650.000 euro che rappresenterebbe la base imponibile da usare nelle compravendite. Naturalmente il valore di mercato è enormemente più elevato. Niente male per la campionessa della risata radical-choc che nel 2008, senza Sanremo né pubblicità, aveva dichiarato un reddito superiore a 1,8 milioni di euro che le aveva consentito di inserirsi tra i primi 500 contribuenti d'Italia. È il bello del mattone.

Omicidio Pasolini, svolta dal Dna: Pelosi ritorna in Procura

Corriere della sera
di Giulio De Santis

Sugli abiti del regista sangue di altre persone. «Pino la Rana» (condannato a 9 anni e 7 mesi per il delitto) sarà sentito dal pm Minisci a piazzale Clodio: «Parlerà»

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ROMA - La Procura vuole fare luce su una rosa di nomi che avrebbero avuto un ruolo nell’omicidio dello scrittore, regista e poeta Pier Paolo Pasolini, ucciso il 2 novembre del 1975. Uno sviluppo che ha impresso un’accelerazione all’inchiesta in cui è ritenuto decisivo l’apporto che intenderà fornire lunedì mattina Giuseppe Pelosi: «Pino la Rana» è stato condannato a nove anni e sette mesi di carcere: alle 11 è previsto l’interrogatorio del pm Francesco Minisci.
Far luce su chi era presente all’idroscalo
Pasolini e PelosiPasolini e Pelosi

L’oggetto della deposizione ruoterà intorno agli ultimi attimi di vita dello scrittore. In particolare, gli inquirenti vogliono avere spiegazioni da Pelosi su alcune persone sospettate di essere state presenti all’idroscalo di Ostia la notte dell’omicidio. Il mistero quarantennale della morte di Pasolini potrebbe essere a una svolta: il difensore di Pelosi, Alessandro Olivieri, sostiene che non si avvarrà della facoltà di non rispondere: «Collaborerà con gli inquirenti».
Tracce genetiche di un nuovo sospettato
La folla intorno al corpo di Pasolini nel novembre 1975La folla intorno al corpo di Pasolini nel novembre 1975

A imprimere una sterzata alle indagini la scoperta di tracce di Dna diverso da quello di Pelosi sugli indumenti indossati da Pasolini la notte della tragedia. Un’analisi voluta dal cugino della vittima, Guido Mazzon, che ha fatto riaprire il caso nel 2010 con la denuncia dell’avvocato Stefano Maccioni: i codici genetici sarebbero stati abbinati a dei nomi che la Procura ha inserito in una lista di sospettati, non ancora tecnicamente indagati. Una scoperta possibile dai progressi dei test.
Le due versioni del presunto omicida
Fino ad oggi, Pelosi - che ottenne la semilibertà nel 1982 - ha dato due versioni. Per anni si è autoaccusato dell’omicidio. Poi il 7 maggio del 2005 in un’intervista alla Rai ha ritrattato. A uccidere Pasolini, secondo Pino, sarebbero state tre persone. Una versione confermata il 21 dicembre del 2011 durante un incontro pubblico con Walter Veltroni, durante il quale aggiunge: «Il killer è ancora vivo». La sentenza definitiva della Cassazione del 1979 ha stabilito che Pelosi ha agito da solo. Alcuni elementi però mettono in dubbio la ricostruzione ufficiale.
I dubbi sulla ricostruzione ufficiale
È la notte del 2 novembre del 1975 quando Pelosi e Pasolini vanno Ostia con l’Alfa dello scrittore per un incontro intimo. Il 17enne, un classico «ragazzo di vita», si sarebbe però rifiutato all’ultimo momento e in preda all’ira lo avrebbe prima percosso e, poi, lo avrebbe investito con l’auto per ucciderlo. Due circostanze non tornano. Prima della tragica fine dell’intellettuale, i due avrebbero avuto una violenta discussione e sarebbero venuti alle mani, come confermano le percosse sul corpo del regista, massacrato di botte. Però i vestiti di Pelosi erano puliti: com’è possibile? Inoltre Pelosi era gracile, mentre Pasolini, 53 anni, aveva una forza non comune. Difficile credere che Pelosi lo abbia sopraffatto da solo, è il ragionamento che continua a fare chi ancora indaga sul caso.

1 dicembre 2014 | 09:55

Cara Boldrini, anche questa è una donna

Paolo Granzotto - Lun, 01/12/2014 - 09:45

Assordante silenzio da parte di quelle istituzioni che solitamente sono solerti nel condannare le aggressioni contro il genere femminile

Le cose sono andate così: Margherita Buttarelli, in forza come assistente capo alla Polizia di Rimini, terminato il servizio tornando a casa vede tre africani che palesemente molestavano - con gesta e parole pesanti - un gruppo di donne.

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Smontata dalla bicicletta, l'agente si avvicina al terzetto invitandoli, con le buone, di smetterla e di «circolare». Dei tre, uno segue il consiglio e si allontana mentre gli altri due si fanno sotto intimando alla Buttarelli di non impicciarsi nei fatti loro. Per tutta risposta costei si qualifica, mostrando il distintivo, gesto evidentemente ritenuto provocatorio e certamente razzista dai due teppisti che le si avventano contro prendendola a pugni, fino a romperle il setto nasale. Giunti i rinforzi, mentre l'agente veniva portata al pronto soccorso i carabinieri riuscivano a individuare uno degli aggressori, un marocchino già schedato per spaccio, aggressione e resistenza a pubblico ufficiale, arrestandolo. Tutto questo in pieno giorno e in pieno centro di Rimini. E proprio mentre lì appresso si stava svolgendo una manifestazione - «Rompi il silenzio» - promossa dal Comune contro la violenza sulle donne.

A modo suo, l'episodio, che sicuramente sarà riportato in qualche riga come banale fatterello di cronaca, il silenzio lo ha rotto. Ma a parte il questore di Rimini, Alfonso Terribile, che ha preannunciato l'intenzione di proporre la Buttarelli per un riconoscimento ufficiale, senza che altri rappresentanti delle istituzioni o della società che vanta d'esser civile ne abbiano tratto motivo d'indignazione. Meno che mai il sodalizio politicamente corretto che predica la «costruzione culturale» di genere. Dal quale svetta, tanto per fare un nome, una musa come Laura Boldrini, la più solerte a denunciare la «cultura sessista» della quale uno dei dogmi sarebbe rappresentato dalla propensione dell'uomo ad alzare le mani.

Se nativo, però. Quando ad alzare le mani su una donna e una donna poliziotta, per giunta, è un marocchino o uno zingaro o altro «migrante», la cultura di questi fa aggio su quella corrente nel Belpaese. Così che se di rito africano o islamico, il deprecato sessismo diventa golosa chicca multietnica meritevole del rispetto che in nome dell'invadente relativismo si deve ad ogni sfaccettatura delle culture. Insomma, per quel sodalizio, Margherita Buttarelli se l'è andata a cercare, se l'è voluta. Peggio per lei.

Farmacisti da 11 generazioni: "Ma non smercio profilattici"

Stefano Lorenzetto - Dom, 30/11/2014 - 15:09

"E condanno la pillola del giorno dopo: il peggior peccato degli italiani è la denatalità". Il decano degli speziali, 88 anni, resiste dietro il banco che un avo comprò da Napoleone


Era già un giovanotto quando il medico, dopo avergli palpato i muscoli, sentenziò: «Hai i tessuti immaturi». Dipenderà da quello se Antonio Corvi, 88 anni fra meno di tre mesi, farmacista in Piacenza, riesce ancora a presidiare imperterrito il bancone che il suo avo Giovanni nel 1805 comprò all'asta da Napoleone I, il quale lo aveva fregato al convento degli Agostiniani, il più ricco della città, dopo aver trasformato la chiesa annessa in scuderia per i propri cavalli.
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E dipenderà sempre dai tessuti immaturi se scala con l'agilità di un trentenne, mentre il cronista arranca alle sue spalle, i 100 scalini in cotto, datati 1790 e dunque assai malconci, che separano la farmacia di via XX Settembre dal laboratorio ospitato in soffitta, rimasto attivo dal 1850 al 1950, sulla cui porta d'ingresso c'è ancora il numero civico 65 che il Bonaparte assegnò al palazzo.

Essere ammessi in quest'antro, sovrastante il più antico negozio della provincia di Piacenza, è come salire sulla macchina del tempo. Ecco i vasi della coca in foglie e della teriaca veneziana, il primo farmaco nella storia dell'umanità, che il medico Andromaco somministrava all'imperatore Nerone. Ecco la tintura di cantaride, un revulsivo ricavato dall'insetto puzzolente, considerato (per uso esterno) un progenitore del Viagra. Ecco un'insegna del calmante Murri inventato dal cattedratico bolognese protagonista di uno scandalo nell'Italia del 1902. Ecco il mosaico che in quello stesso anno i maestri vetrai di Murano regalarono a Luigi Corvi in segno di gratitudine per le migliaia di fiale ordinate.

Gran bel tipo, questo Luigi, nato nel 1835, creatore del laboratorio officinale e bisnonno di Antonio Corvi. Fervente patriota, nel 1859 accorse a Torino e si arruolò nei Cacciatori delle Alpi, combattendo la seconda guerra d'indipendenza al fianco di Giuseppe Garibaldi e Nino Bixio. Tornato nella sua farmacia di Piacenza, ordinò alla Ginori di Firenze una serie di vasi in porcellana, che il pronipote custodisce gelosamente, sui quali i nomi dei vari preparati officinali sono scritti dentro cartigli tricolori in memoria dell'esperienza bellica risorgimentale.

«Malato di diabete, morì nel 1909, a 74 anni non ancora compiuti, pochi giorni dopo essersi fatto amputare una gamba in gangrena dal professor Vecchi», informa il discendente. «La sala operatoria fu allestita qui, sopra la farmacia, al primo piano. Allora a farsi operare in ospedale andavano solo i poveri». S'ignora se, per il funerale, Luigi Corvi poté contare sulla stessa dotazione di candele che suo padre aveva assicurato nel 1848 al defunto Nicola Peretti, fornitura per la quale è ancora conservata in farmacia regolare fattura: 166 libbre di cera in torce, di cui 156 ritornate, più 32 libbre in candelotti e candeline, totale 88,38 lire, sconto 38 centesimi. A valori di oggi, 500 euro.

Sono abituati a non buttar via nulla, i Corvi, né potrebbe essere diversamente, giacché il loro punto di forza è il passato. Farmacisti da 11 generazioni, ciò che fa di loro la più longeva dinastia italiana di speziali, hanno trovato in Antonio V (da non confondere con Antonio IV, che era il nonno), per un quarto di secolo presidente dell'Accademia di storia della farmacia, il cultore più accanito degli antichi fasti. E infatti a lui sarebbe piaciuto diventare uno storico. Ma il richiamo di pestello e mortaio ebbe il sopravvento: laurea in chimica a Genova nel 1951 e in farmacia a Modena nel 1955; dottorato in storia della farmacia a Barcellona nel 1970; premio Schelenz alla carriera (quasi un Nobel dei farmacisti) nel 2006.

Inoltre: matrimonio nel 1964 con Gisella Pampari (farmacista, ça va sans dire, e biologa), tuttora di turno al suo fianco di giorno e di notte; figlia farmacista, Maria Giovanna, nata lo stesso anno; figlio farmacista, Luigi, nato due anni dopo. Il tutto da non confondere con la farmacia Camillo Corvi ubicata al numero 106 della medesima via XX Settembre, aperta nel 1910 dal fratello di suo nonno, noto per aver importato dagli Stati Uniti il Vick's Vapo Rub che aveva incassato 3 milioni di dollari durante la pandemia di spagnola del 1918.

Chi fu il capostipite?
«Petrus de Corvis, aggregato nel 1570 al paratico degli speziali, la nostra corporazione. È rimasto famoso come primo gestore della farmacia dei poveri».

Si capisce al volo che siete brava gente.
«La peste del 1630, narrata dal Manzoni nei Promessi sposi, ha lasciato un buco nell'albero genealogico. Nel 1650 ricompare un Joseph Corvi, 4 figli. Il primo maschio è Raimondo, che ebbe almeno 5 discendenti. Il primogenito Antonio va apprendista dallo speziale Arisi e ne sposa la figlia. Nel 1733 apre una propria farmacia. Gli subentra il figlio Carlo Giuseppe, che la lascerà agli eredi Antonio II e Angelo. Il primo ne apre un'altra per conto suo a 24 anni in piazza Cavalli, fa i soldi e costruisce il palazzo nel quale ci troviamo. Un figlio, Giovanni, muore nel 1836 a causa dell'incendio di un grande alambicco. Il primogenito di questi, Antonio III, si laurea in ars pharmaceutica a Parma, ci tramanda un ricettario con 700 formule, fa 12 figli e muore nel 1873».

Tiri il fiato, la prego.
«Il suo primogenito Francesco è farmacista alla corte di Parma. L'ultimogenito Luigi, quello che combatte con Garibaldi, ne prende il posto e mette al mondo 6 figli, uno dei quali è Antonio IV, mio nonno, laureato in chimica. Arriviamo così a mio padre, Luigi II, farmacista, al quale subentro nel 1961».

Undici generazioni. Un record.
«Ci sarebbero i Betti, a Bagni di Lucca. Però la loro storia comincia più tardi, nel 1709, e mi pare che non superino le 8 generazioni, con qualche cambio di nome per parte di madre».

Vende ancora preparati galenici?
«Solo sei-sette al giorno. È un lavoro manuale molto faticoso: per fare la mia pomata antidecubito ci metto 20 minuti».

Gli altri suoi cavalli di battaglia?
«Lo sciroppo per la tosse al destrometorfano. La soluzione acetica che cura l'alopecia areata. I sedativi alla valeriana, più efficaci delle benzodiazepine. E le capsule alle cinque erbe contro la stipsi, un lassativo dolce dolce».

Non ha paura di sbagliare i dosaggi?
«Mai. Però molti farmacisti ce l'hanno. Così come conosco tre ingegneri che non volevano progettare i muri portanti, per paura che gli edifici cadessero».

Che farmaco vendeva di più all'inizio della sua carriera?
«Il Proton, un ricostituente a base di glicerofosfati. Lo produceva il dottor Camillo Rocchietta nel suo stabilimento di Pinerolo e andava per la maggiore grazie ai manifesti disegnati da Marcello Dudovich, il cartellonista triestino che creò le pubblicità per Fiat, Alfa Romeo, Pirelli, Rinascente, Martini, Strega, Campari. Gli faceva concorrenza l'Ischirogeno, rigeneratore delle forze contenente fosforo, ferro, calce, chinina pura, coca e perfino stricnina, messo a punto dal cavalier ufficial Onorato Battista nella farmacia Inglese del Cervo a Napoli».

E oggi al top che cosa c'è?
«La Tachipirina. Si prende per tutto».

È vero che ha la ricetta dell'elisir di lunga vita, fatto con testicoli di passero?
«Ma non è mia. L'ho rintracciata nelle farmacopee spagnole del 1600. Credevano di giovarsene nobili e prelati».

Bisogna essere bravi a trovare i coglioncini del povero passero.
«Cosa vuole mai, quelli erano tempi in cui i ricchi malati all'ultimo stadio si curavano con i frullati di perle. A Lorenzo il Magnifico fu propinata polvere di diamanti, smeraldi, topazi e rubini, cosicché schiattò a 42 anni per un blocco renale. Piero Leoni, il medico curante, fu trovato morto in un pozzo».

Il suo elisir di lunga vita qual è?
«Mia moglie. È presidente nazionale del Club del fornello. Cucina sul fuoco invece di scongelare nel microonde. Il modo di nutrirsi è fondamentale, lo capii all'esame di scienze degli alimenti, quello che m'è servito più di tutti».

Visti di persona i risultati, le credo.
«Da piccolo ero come un bimbo del Biafra, sempre malato, in preda ad acetonemia cronica. E sa perché? Ero stato allevato con il latticello Glaxo, il primo in polvere che giunse nel nostro Paese, che per me era troppo grasso. Adesso mangio molto meglio: poco al mattino, primo e secondo sia a mezzogiorno che alla sera. Oggi a pranzo c'erano tortelli alle erbette e coppa piacentina».

Le risulta che tante medicine vengano boicottate perché sono poco costose?
«Agli inizi sono stato propagandista alla Glaxo e all'Istituto biochimico di Genova, dove producevamo un estratto della corteccia surrenale dei suini, l'Ormosandrina, che era eccezionale per combattere la caduta dei livelli pressori durante gli interventi chirurgici. Ma con i prezzi bloccati non ci stavamo dentro. Risultato: addio Ormosandrina e addio istituto. Così oggi c'è di tutto e di più per curare l'ipertensione, ma non c'è più nulla contro l'ipotensione».

C'è voluto un piacentino, Pier Luigi Bersani, per mettervi in ginocchio, quand'era ministro, con la liberalizzazione delle parafarmacie.
«È il nostro nemico numero 1».

L'ha fatto per aiutare le coop rosse?
«Veda lei. E la moglie Daniela Ferrari, mia collega, lo appoggiava. Adesso la gente va nei centri commerciali, pensa di curarsi comprando i farmaci da banco con lo sconto, poi arriva qui disperata perché sta peggio di prima».

Gli affari sono calati da allora?
«In cinque anni le farmacie dei centri storici hanno perso il 40-50 per cento del fatturato mutualistico».

E la crisi economica influisce sull'acquisto delle medicine?
«Moltissimo. Ci salviamo con gli integratori. Rispetto al 2013, sarò bravo se chiudo in pareggio. I clienti si sono buttati tutti sui generici. Molti entrano, chiedono il prezzo di un farmaco e se ne vanno dicendo: “Tornerò”».

Favorevole o contrario alla cannabis per uso terapeutico?
«Se si vendesse solo come farmaco, perderebbe quell'aura di proibito che induce i ragazzi a trasgredire, facendosi del male».

Il Bedrocan, unico preparato galenico a base di cannabis ammesso dal ministero per malati di sclerosi multipla e cancro, costa 318,73 euro per 300 milligrammi, 35 volte più dell'oro. Non è che qualcuno ci stia marciando, visto che si tratta di erba?
«Eh... L'ha detto lei».

Ci sono medicine che si rifiuta di vendere?
«Sono molto contrario alla pillola del giorno dopo. Ma se si presenta una ragazza con una ricetta per il Norlevo, sono obbligato a fornirgliela, perché è una specialità come le altre. A noi farmacisti non è stato riconosciuto il diritto all'obiezione di coscienza, garantito invece ai medici contrari all'aborto. Una grave discriminazione: ci considerano di serie B. Badi bene, non è questione di essere credenti o atei. Per me il peggior peccato degli italiani è la denatalità».

Però fa affaroni con i profilattici.
«Io? Non li vendo proprio. Ne avrò in bottega 10 pezzi, giusto per chi si trovasse a tarda ora con l'acqua alla gola». (Contati all'uscita: erano 7). «Che vadano a comprarseli negli autogrill».

Capisco la difesa dall'Aids e dalle malattie veneree. Ma che c'entrano con le farmacie i condom dotati di anello vibrante?
«E vabbè, le soddisfazioni fisiche tengono su il morale. Se non avessimo le nostre colpe, non saremmo qui a lamentarci degli affari che vanno a rotoli».

Il Viagra risente della crisi?
«Ricette pochissime. Mi chiedono il generico. Secondo me, sotto banco c'è un grande spaccio di quello fabbricato clandestinamente».

Non le sembra che le farmacie siano diventate bazar in cui si vende di tutto, dagli zoccoli alle caramelle?
«È precisamente l'andazzo che combattiamo con l'Accademia di storia della farmacia. Purtroppo mantenere un negozio antico comporta costi molto più elevati. Ma io non ci vivrei in una farmacia di vetro e plastica».

Riesce sempre a decifrare la grafia dei medici sulle ricette?
«A volte mi tocca telefonare in ambulatorio. Per fortuna ho fatto studi di paleografia».

Ma a 75 anni i farmacisti non sono obbligati a passare la mano, cedendo addirittura la licenza? Che ci fa ancora qui a bottega?
«La legge è pronta. Forse andrà in vigore a gennaio. Forse. Siamo in Italia».

Non mi ha detto se lei prende farmaci.
«Una pastiglietta di Congescor per il cuore. Ho le carotidi occluse al 40 per cento dal colesterolo. Per forza, non mangiamo più la roba di una volta. Perfino qui a Piacenza non si sa più dove comprare la coppa buona».

Stati Uniti, Pastore Tedesco si immola per salvare dai proiettili la sua famiglia

La Stampa

I testimoni: «Si è messo sulla linea di fuoco per proteggerli»

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Il Pastore Tedesco Noah è morto da eroe, salvando la vita a una donna e a un bambino ad Atlanta, negli Stati Uniti. Una morte dovuta a una banale lite stradale avvenuta venerdì scorso, il giorno dopo a quello del Ringraziamento.

Tutto ha avuto inizio quando la Chevrolet Suburban di Kidon Martin urta un’altra auto. Ne nasce un inseguimento fino al parcheggio di un supermercato dove il conducente apre il fuoco. Dentro all’auto ci sono, oltre al conducente, anche sua moglie e uno dei suoi figli. Sono attimi di terrore, ma a proteggerli c’è Noah che, a detta dei testimoni, «si è messo sulla linea di fuoco per proteggere la famiglia». 
Dopo i primi colpi che hanno infranto i finestrini, infatti, il Pastore Tedesco ha fatto scudo ai due passeggeri e, come se non bastasse, è poi sceso dall’auto per inseguire l’aggressore. Pochi metri ripresi da alcune delle telecamere di sicurezza, pochi metri prima di accasciarsi a terra e morire dissanguato.

«Di solito non sono su Facebook - ha scritto Kidon Martin postando la foto del corpo dell’animale morto sul social network - ma voglio che la gente sappia come il mio cane Noah ha salvato due membri della mia famiglia, mia moglie e mio figlio, durante un insensato atto di violenza. Noah si è sacrificato spingendoli fuori dalla linea di fuoco e prendendosi una pallottola nel collo, e poi si è messo all’inseguimento dell’auto dell’aggressore mostrando tutto il suo istinto protettivo. È poi crollato durante l’inseguimento ed è morto dissanguato. Ci mancherà, non riesco a smettere di piangere per lui. Il suo nome, Noah (Noè, ndr) è stato il protettore dell’arca che è la mia famiglia».

twitter@fulviocerutti

Mario Giordano: il Papa che prega Allah mi sembra una resa, non un dialogo

Libero

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Sarà pur stata un’“adorazione silenziosa”, e non una vera e propria preghiera. Sarà pur stato un gesto simile a quello compiuto da Benedetto XVI nel 2006, come s’affanna a precisare il preoccupato portavoce della Santa Sede. Sarà tutto quel che si vuole, ma fa un certo effetto vedere il Papa che si mette a mani giunte verso la Mecca nella Moschea Blu di Istanbul, mentre l’imam recita i versetti del Corano.

E fa ancor più effetto pensare che quel Corano è lo stesso che, poco distante da lì, gli islamici usano per eccitare le folle a squartare i cristiani, a impalarli e crocefiggerli. A spazzarli via. C’è un contrasto troppo forte fra il Papa che rispetta fino all’ultimo tutti i riti dell’Islam, si toglie le scarpe e s’inchina al "mihrab", e gli islamici che a pochi chilometri dalla Moschea Blu non rispettano nulla dei cristiani. Non le loro chiese, non le tradizioni, non i riti. E nemmeno la loro vita.

Papa Francesco vuole dialogare con l’Islam, si capisce. Ma come si fa a dialogare con chi non vuole farlo? Come si fa dialogare con chi vuole solo abbatterti? Come si fa a dialogare con chi vuole piantare la bandiera del Califfato in piazza San Pietro? Il dialogo è una parola bellissima, che permette discorsi straordinari, preghiere comuni, gesti esemplari. Ci si toglie le scarpe insieme. Ci si inchina alla Mecca. Ci si trova d’accordo con l’imam e il gran muftì. Ma poi, in realtà, gli islamici non vogliono dialogare.

L’hanno dichiarato apertamente: vogliono conquistarci. E distruggerci. L’Islam buono e l’Islam cattivo? Una favola. Se fosse vero che i terroristi sono pochi fanatici marginali, non li avrebbero forse già messi a tacere? Non li avrebbero combattuti? Non li avrebbero almeno condannati con durezza? Invece no. Non sento dure condanne unite del mondo islamico contro gli orrori dei tagliagole. Non vedo mobilitazioni dei pellegrini della Mecca per fermare le mani dei loro confratelli. Non vedo fremiti di sdegno contro i massacri che vengono perpetrati contro i cristiani.

Anzi: vedo silenzio. Quasi compiacimento. E, anzi, vedo fremiti di anti-cristianità che scuotono tutto il mondo arabo e arrivano perfino in Paesi che fino a ieri laici e nostri amici. A cominciare proprio dalla Turchia che sta scivolando sempre di più nell’Islam radicale, che non a caso sostiene sottobanco le milizie dell’Isis. E il cui presidente Erdogan ha appena riunito i 57 Paesi islamici per incitarli alla rivolta contro di noi: «L’Occidente ci sfrutta, vuole le nostre ricchezze - ha detto -. Fino a quando sopporteremo?».

Qualcuno ha cercato di spiegarmi che c’è pure una differenza tra il gesto di Benedetto XVI (che in moschea si fermò in raccoglimento ma non giunse le mani in preghiera) e quello di Francesco (che invece le ha unite, proprio come se stesse pregando). Se fosse vero, sarebbe un motivo in più per rimanere un po’ perplessi. Ma per rimanere perplesso a me basta, per la verità, vedere un Papa che si rivolge alla Mecca insieme con gli islamici proprio mentre molti islamici che si stanno rivolgendo alla Mecca hanno le mani sporche del sangue dei cristiani.

Mi pare che, dopo il famoso discorso Ratzinger a Ratisbona e la furiosa reazione che ne seguì da parte dei musulmani, i cattolici siano stati costretti a piegarsi. Noi facciamo gesti distensivi e loro moltiplicano i massacri. Noi costruiamo per loro moschee e loro distruggono le nostre chiese. Noi ci inchiniamo ai loro simboli nei nostri Paesi e loro non ci permettono di mostrare i nostri nei loro Paesi. Noi ascoltiamo i versetti del Corano con ammirazione e loro minacciano di declamarli dal Cupolone di San Pietro. Che vogliono trasformare all’incirca in un parcheggio dei loro cammelli.

Capisco l’ansia di Papa Francesco, che è un grande comunicatore, di costruire ponti con tutti: con gli islamici e con i non credenti (Eugenio Scalfari). Ma per costruire i ponti ci vogliono due cose. Primo: bisogna che dall’altra parte non ci sia chi ti vuol sgozzare o annientare, altrimenti è un autogol. Secondo: bisogna che i pilastri siano saldi, tutti e due. E il dubbio è proprio questo: il pilastro dell’Islam è saldo, quello dei non credenti pure. Ma il pilastro cattolico? È incerto.

Barcollante. Sradicato. In effetti: non abbiamo radici. Le stiamo perdendo. L’Europa non ce le riconosce. Le chiese si svuotano. I preti invecchiano. I ragazzi non vanno più a catechismo. Dopo la cresima c’è la fuga. I valori del matrimonio e della vita sono messi costantemente in discussione. La famiglia tradizionale è massacrata. Come si può dialogare se non si hanno più valori da rappresentare? Come si possono aprire le porte agli altri, se non si è fortemente saldi dei propri principi? Se i propri valori sono stati attaccati, messi in vendita e liquidati?

In queste condizioni il ponte rischia di crollare. Non per il gesto del Papa, non per una preghiera rivolta alla Mecca, non per la Moschea Blu circondata da Paesi rosso sangue. Il ponte rischia di crollare perché lanciamo gittate in avanti senza assicurarci della nostra tenuta. Non perché loro sono violenti, ma perché noi siamo deboli. E perché anziché rafforzare la nostra debolezza, ci esponiamo alla loro forza. Al loro fanatismo. Alla loro violenza. Fino al giorno in cui sarà troppo tardi.
E ci accorgeremo che quello che ci ostiniamo a chiamare dialogo, in realtà è un loro monologo. O, peggio, una loro invasione. La conquista definitiva. E allora addio cattolici: rivolgersi alla Mecca non sarà più un gesto distensivo. Ma un comando del padrone islamico.

di Mario Giordano