mercoledì 3 dicembre 2014

Poste assume 1000 postini a tempo, ma chiede una laurea e voto superiore a 102

Il Mattino
di Francesco Bisozzi

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Cercasi oltre mille postini. In arrivo un'altra infornata di assunzioni a tempo determinato targata Poste Italiane. In palio contratti della durata di due e tre mesi. Il colosso, che in vista dello sbarco in Borsa si appresta a varare il piano strategico Poste 2020, cerca su tutto il territorio nazionale più di mille figure (tra postini e addetti allo smistamento della posta) da inserire nel proprio organico nei primi mesi del 2015.

Rispetto alla gestione Sarmi il nuovo amministratore delegato Francesco Caio ha introdotto però delle novità che riguardano da vicino il recruiting di Poste Italiane: per potersi aggiudicare un contratto da postino non solo bisognerà essere laureati, ma sarà anche necessario aver ottenuto il diploma di laurea con un punteggio non inferiore a 102 su 110. Anche in precedenza le offerte erano rivolte a diplomati e laureati, tuttavia la nuova valutazione minima da rispettare renderà senz'altro più ostico superare le selezioni. Inoltre, chi ha già lavorato per Poste Italiane verrà automaticamente scartato.

Non sono previsti limiti di età. Quanto al numero delle persone che verranno assunte in realtà non è stato specificato dall'azienda, ma alla luce delle precedenti campagne di reclutamento di Poste Italiane s'ipotizza che verranno impiegati all'inizio del prossimo anno circa 1200 postini a tempo.Per inviare la propria candidatura è sufficiente accedere al portale online di Poste Italiane nella sezione “Lavora con noi”. Oltre alla laurea conseguita con almeno 102/110 (per chi è in possesso di un diploma di scuola superiore il punteggio minimo richiesto dovrà essere superiore invece a 70/100) i candidati dovranno essere muniti di patente di guida e di un certificato di idoneità generica rilasciato dal proprio medico.

Prevista anche una prova di idoneità di guida del motorino aziendale. L'azienda, oltre a postini e addetti allo smistamento dei pacchi, cerca poi figure di front end e figure commerciali multilingue: richiesta la conoscenza dell'arabo e del cinese.

mercoledì 3 dicembre 2014 - 17:44   Ultimo agg.: 17:45

Pornografia online, le nuove regole: quali "pratiche" non si vedranno più

Libero

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"Niente porno, siamo inglesi." A voler parafrasare un vecchio mantra, è questo, a quanto pare, quello che succederà da lunedì prossimo, 8 dicembre, nel Regno Unito a seguito della decisione del "British Board of Film Censors" che ha emendato il "Communications Act" del 2003 e che imporrà le stesse regole del porno su Dvd a quelle del porno online. Registi e produttori dovranno censurarsi nel mostrare alcune pratiche sessuali che erano soliti esibire in video fin'ora: poco male, si potrà assistere ad ogni modo alle clip hard vietate, ma esse non saranno più prodotte in Inghilterra.

Vietati -  Da oggi, come riporta l'Independent, saranno vietati lo spanking (sculacciare), il caning (punizione corporale), le frustate aggressive, la penetrazione con oggetti associati a violenza, l’abuso fisico e psicologico (non importa se consensuale o non consensuale), l’urolagnia (eccitazione sessuale legata alla funzione di urinare), l’eiaculazione femminile (solo quella femminile, quella maschile resta perfettamente legale), lo strangolamento, il facesitting” (un partner si siede sul volto dell'altro per ricevere cunnilingus o anilungus), il fisting (introduzione del pugno nei genitali). Queste ultime tre, perchè considerate pericolose per la vita.

Proteste - "La nuova legge è assurda e surreale. Che senso ha bandire il facesitting? Che c’è di pericoloso? E' una attività innocua, che spesso si fa da vestiti" ha dichiarato  Itziar Bilbao Urrutia, dominatrice che produce porno-femminista. Erika Lust, famosa regista di film erotici parla di "moralità di stampo vittoriano", e ancora "Siamo nel 2014, dovremmo sapere che la sessualità è parte della natura umana. Dovremmo ripensare a cosa è 'pericoloso' e cosa è 'normale' e ricordarci che è più importante educare che regolare".

Il messaggio che rompe WhatsApp

Corriere della sera
di Elmar Burchia

Scoperto da due hacker indiani, la stringa da 2 mila caratteri di fatto manda in crash l’applicazione. L’unica soluzione è cancellare l’intera chat con il mittente

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Con un messaggio di testo è possibile far crollare WhatsApp: se si manda la specifica stringa di 2000 caratteri ad uno dei propri contatti, l’applicazione sul suo smartphone andrà in crash. E a nulla serve riavviare l’app.
Un taglio definitivo alla conversazione
La stringa del ko circola da qualche giorno circola su Internet. Due ragazzi indiani hanno scovato la falla nel codice di sicurezza di WhatsApp e dimostrano il problema con un video (lo vedete sotto). Appena l’utente apre il messaggio di 2000 caratteri (2 kilobyte di dimensioni) scritto con il set dei caratteri speciali, l’applicazione si blocca all’improvviso. Non vi diciamo qual è, perché il problema creato è definitivo. Cosa fare dunque? Secondo quanto riferisce il magazine online The Hacker News, il destinatario del «messaggio avvelenato» dovrà cancellare definitivamente l’intera conversazione se vorrà continuare a chattare col suo interlocutore. Tuttavia, andrà persa anche l’intera cronologia chat.

Un problema non da poco: la falla potrebbe infatti essere sfruttata da chi, ad esempio, volesse indurre l’utente ad eliminare l’intero registro dei messaggi scambiati. WhatsApp non sarebbe attualmente in grado di gestire in maniera corretta i messaggi di testo scritti utilizzando una particolare codifica. Il bug riguarda quasi tutte le versioni WhatsApp per Android. Ciò nonostante, l’attacco pare non funzionare sulle versioni attuali di iOS 8.1.1 e Windows Phone 8.1. Da diverse settimane l’azienda di Zuckerberg e Koum è al centro delle critiche per l’introduzione della famigerata doppia spunta blu di conferma lettura.

3 dicembre 2014 | 11:15

Usa, la Camera approva la proposta per levare la pensione agli ex nazisti

Lucio Di Marzo - Mer, 03/12/2014 - 09:24

Criminali di guerra hanno continuato a percepirla in cambio dell'espulsione. La bozza passa ora al Senato

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È passata all'unanimità la proposta di legge che abolirà, negli Stati Uniti, il versamento della pensione per gli ex nazisti che hanno vissuto nel Paese. Non hanno avuto dubbi i membri della Camera dei rappresentanti, che hanno risposto così a un'inchiesta che lo scorso ottobre aveva rivelato che che ex criminali di guerra continuano a percepire la pensione ottenuta in cambio della loro espulsione dal Paese. La legge dovrà ora essere approvata anche dal Senato.

Tra le persone che potrebbero essere colpite dalla nuova legge anche il 90enne Jakob Denzinger, ex guardia di Auschwitz che nel 1989 aveva lasciato gli Stati Uniti e perduto la cittadinanza statunitense, ottenendo in cambio di continuare a ricevere la pensione. Oggi vive in Croazia ed è sotto inchiesta per crimini di guerra.

"Il numero delle pensioni che ricevono i nazisti è basso", ha detto Sam Johnson, repubblicano co-autore del provvedimento adottato alla Camera, ma "continuarne il pagamento sarebbe un insulto a coloro che hanno sofferto per mano loro".



Guerra fredda, mille nazisti usati come spie dagli Usa

Orlando Sacchelli - Lun, 27/10/2014 - 13:36

A rivelarlo sono nuovi documenti declassificati e interviste realizzate dal New York Times

Nel pieno della Guerra fredda la Cia e altre agenzie d'intelligence Usa avrebbero utilizzato almeno mille nazisti come spie e informatori.

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Lo scrive il New York Times citando documenti e interviste. Edgar Hoover e Allen Dulles, capo rispettivamente di Fbi e Cia, avrebbero reclutato i nazisti come spie antisovietiche, sulla base della convinzione che la loro utilità superasse il "decadimento morale" di cui erano stati colpevoli servendo il Terzo Reich. Tra i reclutati ci sarebbe stato anche un ex ufficiale delle SS colpevole, probabilmente, di "crimini di guerra minori". Un altro dettaglio importante: nel 1994 la Cia fece pressioni per fermare le indagini su un’ex spia implicata nel massacro nazista di decine di migliaia di ebrei in Lituania.

I primi sospetti emersero negli anni ’70, ma solo oggi, grazie a migliaia di documenti declassificati (su cui è venuto meno il segreto di Stato) ed ad altri resi pubblici grazie al Freedom of Information Act e altre fonti, emerge che questo fenomeno fu molto più vasto di quanto finora creduto. Per decenni, dunque, le amministrazioni statunitensi hanno cercato di nascondere i loro legami con i nazisti. Nel 1980, l’Fbi si rifiutò di fornire informazioni ai "cacciatori di nazisti" del dipartimento della Giustizia statunitense su 16 presunti nazisti che vivevano negli Stati Uniti. Ora si apprende che quegli uomini erano tutti informatori dell’Fbi.

Tra le spie c'erano anche ex ufficiali nazisti di alto livello, come Otto von Bolschwing, consigliere di Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei. Dopo la guerra la Cia lo portò, insieme alla famiglia, a New York nel 1954, come "premio per i suoi servizi e vista la sua innocua attività per il partito nazista". Evitò però di assumerlo. Suo figlio, Gus von Bolschwing, molti anni dopo venuto a conoscenza del passato del padre, considera il rapporto tra l’agenzia di spionaggio e suo padre come una relazione di mutua convenienza forgiata dalla Guerra fredda.

"Lo hanno usato, e lui li ha usati" ha detto in un’intervista. "Non sarebbe dovuto succedere. Non avrebbe mai dovuto essere ammesso negli Stati Uniti - ha detto l’uomo, che oggi ha 75 anni - perché non in accordo con i nostri valori come Paese". Il passato nazista della spia emerse intorno al 1980; l’uomo rinunciò alla cittadinanza statunitense nel 1981, morendo pochi mesi dopo.

A "turarsi il naso" per esigenze di intelligence non furono solo gli americani. Lo scorso agosto Der Spiegel rivelò che alcuni criminali di guerra del Terzo Reich avrebbero ottenuto l'immunità giudiziaria dopo aver accettato di lavorare come agenti segreti per la Stasi, l'intelligence della Ddr. E, come sottolineava il giornale tedesco, "dietro una facciata antifascista la Germania comunista scese a patti con molti ex nazisti."



Sfruttati dai nazisti: Berlino pagherà le pensioni agli ebrei

Redazione - Mer, 09/04/2014 - 08:06

Erano costretti a lavorare nei ghetti nazisti, in condizioni di miseria e crudeltà. Oggi, grazie ad un disegno di legge approvato dal governo tedesco, migliaia di ebrei riceveranno gli arretrati della loro pensione. Un gesto importante e dal valore fortemente simbolico: «Le pensioni verranno pagate rapidamente e in modo efficiente», ha spiegato Andrea Nahles, ministra del Lavoro tedesca, che ha poi proseguito: «Non possiamo neanche immaginare cosa volesse dire lavorare in condizioni inumane in un ghetto dell'epoca nazista». Sono decine di migliaia le persone in Germania, principalmente non tedesche, che furono usate dai nazisti come forza lavoro in cambio di cibo o paghe scarse.

Il provvedimento dovrebbe essere approvato in parlamento entro luglio e sana una disparità preesistente: nel 2002, il governo tedesco aveva concesso il pagamento degli arretrati della pensione fino al 1997 agli ebrei che avevano lavorato nei ghetti nazisti, ma per le pensioni concesse negli anni successivi erano previsti solo quattro anni di arretrati. Secondo Der Spiegel, con la nuova normativa, nella sola Israele, 13mila superstiti otterrebbero una media di 15mila euro annuali di pensione. «Il governo tedesco è consapevole delle sue responsabilità storiche», ha detto Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel.



Germania, riapre la caccia a ex gerarchi nazisti

Nico Di Giuseppe - Mar, 23/07/2013 - 09:52

Organizzata dal centro Wiesenthal, che ogni anno stila una lista degli ex gerarchi del Terzo Reich più ricercati. Ricompense da 25mila euro

In Germania riapre la caccia. Ai nazisti. Perché, come recita il manifesto del centro Simon Wiesenthal (l’organizzazione che ogni anno stila una lista degli ex gerarchi del Terzo Reich più ricercati), è "tardi, ma non troppo tardi".

Quasi settant’anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la Germania rilancia la caccia agli ultimi nazisti in fuga tramite una campagna di affissioni pubblicitarie che a partire da oggi saranno presenti in tutte le grandi città tedesche: una foto in bianco e nero che mostra l’ingresso del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau, sotto al titolo "Operazione ultima chance".
"Milioni di innocenti sono stati assassinati dai criminali nazisti. Qualcuno fra gli autori di questi crimini è ancora vivo e libero, aiutateci a portarli davanti alla giustizia", si legge sui manifesti, sui quali è stampato un numero di telefono. Per qualsiasi informazione degna di rilevo viene promessa una ricompensa di 25mila euro.

"Non abbiamo più molto tempo. Due o tre anni al massimo", spiega lo storico Efraim Zuroff, direttore del Centro Simon-Wiesenthal in Israele, uno dei "cacciatori di nazisti" più noti al monto. "Speriamo di ricevere indizi su persone che hanno lavorato nei Lager o servito nelle Unità Speciali", prosegue Zuroff, secondo il quale ancora una sessantina di nazisti potrebbero essere processati. In Germania i crimini nazisti non possono cadere in prescrizione. Circa 6mila persone hanno lavorato nei campi di concentramento e si presume che il 2% di queste sia ancora in vita.

Per Efraim Zuroff, "il tempo non diminuisce la colpevolezza di questi assassini. In 33 anni di caccia ai nazisti non ne ho mai visto uno dire di essere dispiaciuto, non dovete vedere in queste persone dei vecchi uomini fragili, ma pensare che all’apogeo della loro forza fisica hanno speso tutte le loro energie per uccidere uomini e donne innocenti".



Quegli ex nazisti amnistiati ed arruolati come spie per la Germania comunista

Giovanni Masini - Mar, 26/08/2014 - 15:37

Almeno 30 criminali di guerra non hanno ancora subìto un processo perché nel dopoguerra accettarono di lavorare come agenti segreti al soldo della ex Ddr

Nel cuore di Berlino ci sono trenta ex soldati nazisti ancora in vita, che non hanno subìto alcun processo. Lo racconta il settimanale tedesco Der Spiegel, che rivela come alcune decine di ex ufficiali nazisti delle SS siano sopravvissuti sino ad oggi senza dover sottostare ad alcun procedimento penale grazie ad un particolare davvero inimmaginabile: sarebbero stati reclutati nei servizi segreti del regime comunista della ex Ddr, la Stasi.

Alcuni veterani del Terzo Reich avrebbero ottenuto l'immunità giudiziaria dopo aver accettato di lavorare come agenti segreti per l'intelligence dell'allora Germania Est. E ora, secondo la ricostruzione dello Spiegel, i tribunali tedeschi non riuscirebbero a processarli.

"Nel caso di Auschwitz - ha spiegato al settimanale tedesco la storica Annette Weinke - si vede come operava la Stasi: alcuni venivano condannati, altri reclutati come spie, ad altri non accadde proprio nulla". Negli anni della ex Ddr, infatti, vennero celebrati alcuni processi contro i criminali di guerra nazisti, ma le autorità comuniste non mostrarono sempre la stessa solerzia verso tutti gli ex membri delle forze armate naziste.

L'ex SS Josef Settnik, ad esempio, prestava servizio nel campo di sterminio di Auschwitz sin dal 1942: dopo la fine del conflitto venne arruolato dalla Stasi come agente segreto. Il prezzo dell'amnistia: un lavoro di spionaggio nei confronti dei membri della sua parrocchia. August Bielisch, identificato come ex guardiano dei lager solo nel 1971, offre una testimonianza molto esplicita di come la Stasi gestiva gli ex appartenenti agli eserciti di Hitler:

"Per aver taciuto sulla mia appartenenza alle SS e la mia attività di guardiano nel campo di sterminio di Auschwitz posso essere messo sotto processo. Attraverso la mia disponibilità a collaborare la Stasi, voglio farmi perdonare i miei errori".

Molte storie come queste hanno indotto il tribunale di Ludwigsburg, vicino a Stoccarda, ad intentare un processo contro 30 ex criminali nazisti, tutti ormai tra gli 88 e i 100 anni. Una volta spiccati gli ordini di arresto, però, le autorità giudiziarie tedesche si sono accorte che un numero infinito di ragioni impediva - e tuttora impedisce - loro di procedere al dibattimento: alcuni degli imputati sono morti, altri hanno già subìto condanne in altri Paesi, altri ancora sono tutelati da cavilli giuridici.

Quel che è certo è che, conclude Der Spiegel, "dietro una facciata antifascista la Germania comunista scese a patti con molti ex nazisti."

Corruzione, Italia ai livelli di Swaziland e Senegal La Danimarca la più virtuosa, Nord Corea ultima

La Stampa
marco zatterin

Pubblicata la classifica di Transparency sull’indice percepito. Il nostro Paese maglia nera in Ue insieme a Romania e Bulgaria. Ultima in classifica anche la Somalia

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DOCUMENTO (PDF)  Il rapporto completo di Transparency International

Il Paese più corrotto? La risposta non è veramente scientifica, ma basta a formare un indice indicativo di come i cittadini pensano che gli altri siano quando si tratta di etica e dintorni nel settore pubblico. Indicativo e magari discutibile, come tutti gli esercizi di questo tipo. 

Comunque sia, basandosi «sull’opinione degli esperti internazionali», Trasparency International afferma che Danimarca (voto: 92 su 100), Nuova Zelanda (91) e Finlandia (89) sono i primi tre nella classifica degli stati considerati come meno corrotti del pianeta. La graduatoria, formata da 175 stati, vede l’Italia al 69° posto (43), a financo di Grecia e Romania, Brasile e Bulgaria. Nessun paese dell’Ue ha un punteggio peggiore. Anche se a livello globale si distinguono in negativo Francia (69), Cina (36) e Turchia (45) che perdono diverse posizioni rispetto all’anno scorso.

Il rapporto di Trasparency International cita gli scandali politici e degli affari pubblici come principale causa del dissesto morale delineato dalla graduatoria. L’Italia paga la sua cattiva fama e anche una storia spesso imbarazzante, però il Belgio al 15° posto non sembra un dato compatibile con le storie che si leggono sui giornali. E anche il Lussemburgo al 9°.

Tu chiamale, se vuoi, percezioni. Il rapporto di TI notare che in numerosi casi la situazione dà segni di miglioramento, «principalmente perché la situazione economica si è andata stabilizzando e in molti governi sono state prese misure anti corruzione efficaci». Ad esempio, il Bribery Act britannico. Per la cronaca, I paesi più corrotti del mondo sono la Somalia e la Corea del Nord. China (36), Turchia (45) e Angola (19) sono I paesi più retrocessi del 2014: hanno ceduto almeno 4 punti rispetto al 2013. L’America è solo 17°, davanti all’Austria. Chissà…

La mappa divisa per “regioni”

La bufala della dichiarazione anti-Facebook

La Stampa
federico guerrini

Circola sul social network una dichiarazione con cui alcuni utenti reclamano la proprietà dei propri contenuti intellettuali. Ecco perché non ha senso ed è inutile anche condividerla

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L’illusione del controllo è dura a morire. Circola in questi giorni, su Facebook, una dichiarazione con cui alcuni utenti reclamano la proprietà dei propri contenuti, diffidando il social network (e più in generale, qualsiasi ente, privato o governativo) dal riutilizzare post, immagini e altri contenuti per qualsiasi tipo di azione o scopo che vada al di là della semplice divulgazione all’interno della cerchia di amici con cui si è scelto di condividere queste informazioni. 

Il messaggio poi invita, in una sorta di catena di Sant’Antonio digitale, gli altri utenti a copiare incollare il testo sulle bacheche in maniera tale da tutelarsi e, a sostegno della fondatezza legale delle proprie pretese, invoca nientemeno che la Convenzione di Berna sul copyright e lo Uniform Commercial Code americano.  Dulcis in fundo, si menziona spesso – le versioni variano – l’entrata in Borsa come un’ulteriore aggravante, che dovrebbe indurre il social network a più miti consigli in materia di privacy. Come hanno fatto notare vari commentatori, si tratta, a voler essere gentili, di una bufala.

Per varie ragioni. Punto primo: non è vero, come suggerisce il messaggio che senza una dichiarazione esplicita i propri contenuti resterebbero senza alcuna protezione, in balìa di Facebook che potrebbe farci ciò che vuole. Non è proprio così, e la Dichiarazione dei Diritti e delle Responsabilità emanata dal sito qualche anno fa, lo chiarisce bene. I contenuti restano di proprietà degli utenti, che si limitano a concedere una “licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, per l’utilizzo di qualsiasi Contenuto IP pubblicato su Facebook o in connessione con Facebook (”Licenza IP”)”. 

L’accordo termina quando l’utente decide di cancellare il proprio profilo; in tal caso, tutti i contenuti dovrebbero essere rimossi e cancellati, anche se possono essere conservati come copie di backup “per un certo periodo di tempo” (Facebook non dice quanto). C’è poi un’altra zona grigia: se si esce dal sito, quanto postato non è più visibile dagli altri utenti, a meno che però questi ultimi non abbiano condiviso parte di essi e non li cancellino a loro volta dalle proprie bacheche. Insomma, sparire del tutto è davvero difficile. 

Può non piacere, ma non importa. Quello che conta, è che questo non è altro che il risultato di un accordo liberamente sottoscritto dall’utente con Facebook, e che fa testo a tutti gli effetti. Altre convenzioni legali, citate a sproposito, non possono influire su tale accordo, tanto meno in maniera retroattiva. Stesso discorso per la quotazione in Borsa, che non c’entra assolutamente niente. 
Del resto, si tratta di considerazioni di semplice buon senso. Come mai, allora, quest’ondata di isteria collettiva?

Paradossalmente, all’origine sembra esserci uno sforzo di trasparenza compiuto di recente dal sito. Facebook ha annunciato infatti che, dal prossimo primo gennaio, introdurrà alcune modifiche alla propria normativa sulla privacy. Fra esse, i punti più delicati riguardano forse l’attivazione di alcune funzioni di geolocalizzazione, per sapere se ci sono degli “amici” nelle vicinanze o proporre annunci mirati di negozi locali ma si tratta di funzioni opzionali, che dovrebbe esser possibile attivare o disattivare a piacimento. 

Sulla bufala ha preso posizione la stessa azienda americana, con una nota ufficiale. “C’è una voce che circola – recita il comunicato - secondo cui Facebook sta effettuando delle modifiche relative alla proprietà delle informazioni degli utenti o dei contenuti che postano sul sito. È falso. Chiunque usi Facebook possiede e controlla il contenuto e le informazioni che inserisce, come affermato nei nostri termini di servizio. E controllano anche come vengono condivisi. Questa è la nostra politica, e lo è stata sempre”. 

L’Uomo Nero

La Stampa

massimo gramellini

Bisogna pur farsi una cultura. E allora scorriamo insieme la fitta biografia del cinquantaseienne Massimo Carminati, alias Il Nero di «Romanzo Criminale», figura di punta della retata di malviventi che hanno regnato su Roma negli ultimi anni, grazie al silenzio tremebondo e in certi casi al sostegno convinto della classe politica locale. 

Picchiatore neofascista ai tempi della scuola. Terrorista nei Nuclei Armati Rivoluzionari (Nar). Esperto nello spaccio e nell’uso di esplosivi. Accusato dell’omicidio di due giovani militanti della sinistra milanese, Fausto e Iaio. Protagonista di una famosa rapina alla Chase Manhattan Bank dell’Eur. Killer affiliato alla banda della Magliana, tanto che il suo nome ricorre in decine di stragi, assassini e rapine, nonché in due omicidi avvenuti nel mondo delle scommesse dei cavalli (una delle vittime cementificata, l’altra stesa direttamente in sala corse). Accusato per il delitto Pecorelli e per un tentativo di depistaggio relativo alla strage di Bologna.

Ferito gravemente alla testa durante uno scontro con la polizia, mentre tentava di espatriare illegalmente in Svizzera. Custode di un deposito di armi nascosto nientemeno che dentro il ministero della Sanità. Dedito nel tempo libero a traffico di stupefacenti, estorsioni e riciclaggio. Imputato, e condannato, per associazione a delinquere di stampo mafioso. Indagato per un furto nel caveau del Palazzo di Giustizia di Roma. Coinvolto nello scandalo del calcio scommesse. Il 2 dicembre 2014 viene arrestato...

Ma perché, fino a ieri dov’era?