giovedì 4 dicembre 2014

Da Dario Fo ad Eugenio Scalfari: nel libro di Bruno Vespa, tutti gli intellettuali di sinistra che furono fascisti

Libero

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La storia del nostro Paese è ricca di retroscena e di aneddoti destinati a fare scalpore: tra queste storie, diverse vengono svelate o ricordate da Bruno Vespa nel suo nuovo libro, Italiani volta gabbana. Dalla prima guerra mondiale alla Terza Repubblica, sempre sul carro del vincitore, in uscita oggi, giovedì 6 novembre (edizione Mondadori). Nel terzo capitolo di questo volume, Vespa parla di diversi intellettuali che si dichiararono antifascisti alla caduta del regime di Benito Mussolini, ma che prima stavano dalla parte del Duce: tra di loro ci sono nomi altisonanti, come Giuseppe Ungaretti o Dario Fo, o altri comunque ben noti, come Indro Montanelli o Enzo Biagi. Tutto nasce dalla rivista Primato, diretta da Giuseppe Bottai: il politico fascista più illuminato sul piano culturale, ma anche il più feroce sostenitore delle leggi razziali. La rivista nacque nel 1940 e chiuse il 25 luglio 1943, e furono tantissimi intellettuali a collaborare per questo giornale.

Voltagabbana - "Fascista in eterno": si definì così Ungaretti durante il regime. Il poeta notò che "tutti gli italiani amano e venerano il loro Duce come un fratello maggiore", e firmava appelli per sostenere Mussolini, salvo poi rinnegarlo dopo il 25 luglio 1943, quando firmò documenti contrari ai precedenti, tanto da meritarsi una grande accoglienza a Mosca da parte di Nikita Kruscev. Stessa parabola per Norberto Bobbio, che da studente si era iscritto al Guf (l'organismo universitario fascista) e aveva mantenuto la tessera del partito, indispensabile per insegnare.

Il filosofo e senatore a vita, cercò raccomandazioni per poter evitare problemi che gli derivavano da frequentazioni "non sempre ortodosse", e il padre Luigi fu costretto a rivolgersi allo stesso Mussolini. Bobbio ottenne la cattedra, mentre nel dopoguerra diventò un emblema della sinistra riformista: il 12 giugno 1999, a Pietrangelo Buttafuoco del quotidiano Il Foglio, il filosofo ammise: "Il fascismo l'abbiamo rimosso perché ce ne vergognavamo. Io che ho vissuto la gioventù fascista mi vergognavo di fronte a me stesso, a chi era stato in prigione e a chi non era sopravvissuto".

Gli altri nomi - Indro Montanelli non ha mai nascosto di essere stato fascista: "Non chiedo scusa a nessuno", ribadiva sul Corriere della Sera. Stesso discorso per Enzo Biagi, che nel dopoguerra ha sempre mantenuto gratitudine per Bottai. Eugenio Scalfari, dopo il 1945, parlò di "quaranta milioni di fascisti che scoprirono di essere antifascisti", senza celare mai le proprie ferme convinzioni giovanili: anche lui, fino alla sua caduta, sostenne il fascismo e la sua economia corporativa.

Più difficile è stato negare la propria fede fascista, da parte di Dario Fo, che a 18 anni si arruolò nel battaglione Azzurro di Tradate (contraerea) e poi tra i paracadutisti del battaglione Mazzarini della Repubblica Sociale Italiana. Nel 1977 Il Nord, piccolo giornale di Borgomanero, raccontò quei trascorsi della vita di Fo: l'attore querelò subito Il Nord, e al processo disse che l'arruolamento era stato soltanto "un metodo di lotta partigiana". Le testimonianze, invece, lo inchiodarono: la sentenza del tribunale di Varese, datata 7 marzo 1980, stabilì che "è perfettamente legittimo definire Dario Fo repubblichino e rastrellatore di partigiani". Dario Fo non fece ricorso.

Diari postumi di Montale, la battaglia più feroce si sposta su Wikipedia

La Stampa
mario baudino

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Sarà proprio vero che Eugenio Montale deformava in Ruboni il nome del poeta e critico Giovanni Raboni, e lo faceva allegramente anche in pubblico, tanto da spingere il dileggiato a una postuma vendetta? L’indiscrezione, che i protagonisti, entrambi scomparsi, non potranno smentire né confermare, ha fatto irruzione nei giorni scorsi per mano di una misteriosa Alice Blomberg su Wikipedia, nella voce dedicata al Diario postumo del grande poeta, ovvero a quelle poesie che sarebbero state lasciate da Eugenio Montale come una sorta di eredità centellinata ad Annalisa Cima, ultima musa, e da quest’ultima pubblicate fra molte polemiche sulla loro autenticità.

Raboni sarebbe proprio colui che dette l’avvio alla lunga querelle, nel 1986, seguito poi da altri critici - ma non da tutti. Un complotto, o giù di lì, nato da rancori personali. Chi però fosse andato ieri sull’enciclopedia online a cercare una pagina in tutto degna di quella «ferocia letteraria» cui anni fa dedicò un ampio saggio il francese Jean-Marie Monod («gli odi letterari - scriveva - sono più feroci di quelli politici perché fanno vibrare le fibre più profonde dell’amor proprio, e il trionfo dell’avversario vi consegna al ruolo di imbecille»), ebbene sarebbe stato assai deluso: non ce n’era più traccia. Oggi chissà. Domani forse. È infatti in corso quella che nel linguaggio della rete si definisce una «edit war», una guerra dove si scrive e si cancella senza quartiere, e la pagina di Wikipedia viene modificata instancabilmente, anche parecchie volte al giorno.

È deflagrata dopo l’intervista di Bruno Quaranta sulla Stampa, nella quale Annalisa Cima contrastava le conclusioni di un congresso bolognese sul tema, dove il Diario postumo era stato condannato senza appello come apocrifo. Le aveva risposto il professor Federico Condello, fra i partecipanti al convegno e autore di un saggio (I filologi e gli angeli. È di Eugenio Montale il Diario postumo?, Bononia University Press) che fa a pezzi le tesi dell’autenticità, pur sostenuta a suo tempo da studiosi come Gianfranco Contini, Mariella Bettarini, Maria Corti e Cesare Segre. Tutti scomparsi, e quindi anche loro impossibilitati a intervenire.

Lo fa invece con una breve lettera la figlia di Dante Isella, accusato a sua volta dalla Cima, sempre sul nostro giornale, di un inspiegabile dietrofront, per di più fatto, e qui interviene la misteriosa Alice Blomberg su Wikipedia, «per ragioni ancor meno nobili» (rispetto a quelle di Raboni). «Voglio dichiarare - scrive alla Stampa Silvia Isella - la totale infondatezza delle affermazioni di Annalisa Cima, a partire dalla tesi della “conversione”, per cui in un primo momento mio padre avrebbe avallato la pubblicazione e poi ne avrebbe denunciato l’inautenticità per pura ripicca accademica: una sciocchezza inverificabile, che offende la memoria di chi non può più rispondere».

Condello rincara la dose: «Si sta cercando ancora una volta di cambiare la storia del Diario postumo. Su Wikipedia Alice sta fornendo una versione dei fatti completamente diversa da quella sostenuta fino a poco tempo fa da Annalisa Cima, che peraltro ha a sua volta mutato significativamente la ricostruzione dei fatti». In altre parole, l’una nel cyberspazio l’altra sulla carta stampa, sembrerebbero rispecchiarsi, anche se sono parecchi gli utenti intervenuti ad aggiungere e cancellare righe o paragrafi su Wikipedia. Lo studioso bolognese fa notare, con un po’ di malizia, che Alice è il nome della nonna materna della Cima, e il cognome Blomberg rimanda all’idea di «cima». Trattandosi di un duello filologico (all’ultimo sangue) non si può negare che le armi paiano appropriate.