venerdì 5 dicembre 2014

L'uomo di Veltroni si vantava: "Ho moltiplicato gli immigrati"

Massimo Malpica - Ven, 05/12/2014 - 16:50

L'emergenza profughi? Merito di Odevaine: "Ne ho fatti arrivare 2.500 invece di 250". Così Buzzi faceva affari d'oro. Giallo sul blitz contro Carminati. Fermato anche il suo "scudiero" De Carlo

C'era rimasto solo lui, Giovanni De Carlo, da arrestare. Era l'unico sfuggito alle manette quando martedì sono scattati gli arresti per l'inchiesta sulla Mafia Capitale. Per la procura il collaboratore del «Cecato» Massimo Carminati e vero «boss occulto» a Roma è dietro le sbarre, dopo che gli uomini del Ros l'hanno fermato a Fiumicino. Un tassello del «ramo criminale», che il provvedimento del giudice accosta a quelli «imprenditoriale» e «della pubblica amministrazione», dove altri fanno la parte del leone. Il filmato dell'arresto di Carminati (fermato prima degli altri, già domenica, con un blitz) ha fatto il giro della rete. Perché l'arresto è stato anticipato? Qualcuno tra le forze dell'ordine lo aveva avvertito delle indagini?

Così, quanto alle altre due branche dell'organizzazione, l'ordinanza racconta anche le aree oscure dietro la gestione dei flussi migratori, che non arricchiscono solo gli scafisti. O il vuoto di potere creato dall'«abbandono» delle Province, che lascia agire funzionari «delegittimati». Una vistosa traccia del «malaffare solidale», per esempio, è nel capitolo sul «sistema Odevaine». Ossia il business dei flussi di immigrati da orientare nei centri di accoglienza gestiti dall'organizzazione guidata dalla «strana coppia», Massimo Carminati e Salvatore Buzzi.

Business in cui si distingue Luca Odevaine, collaboratore di Walter Veltroni, del quale è stato vicecapo di gabinetto, prima d'essere chiamato da Nicola Zingaretti - da presidente della provincia di Roma - a guidare la polizia provinciale. Odevaine, nel settore, occupava una posizione strategica. Membro del Tavolo di coordinamento nazionale sull'accoglienza per i richiedenti asilo, ma anche consulente di un centro chiave nell'accoglienza: Mineo, in Sicilia. Per il gip è «un signore che attraversa, in senso verticale e orizzontale, tutte le amministrazioni pubbliche più significative nel settore dell'emergenza immigrati».

E Buzzi, che si vanta di far più soldi con gli immigrati di quanti ne farebbe col traffico di droga, lo aggancia. L'ordinanza sottolinea come quella poltrona Odevaine la occupi quasi «di nascosto»: «Siede al tavolo di coordinamento dell'immigrazione quale espressione dell'Unione province italiane, in forza di una nomina proveniente da un presidente di Provincia che non è più tale, senza che nessuno se ne accorga, così consentendogli lo svolgimento di una funzione privo di qualunque legittimazione».

Delegittimato o no, Odevaine quella carta ce l'ha. E secondo la procura se la gioca. Buzzi, intercettato, dice che è a libro paga: «Stavamo trattando con Odevaine de sta roba, io gli ho detto “vedi che devi fa! Ti do 5mila euro al mese”». E gli inquirenti ricostruiscono bonifici dalla Eriches 29 (la coop di Buzzi che si occupa di immigrati) a moglie e figlio di Odevaine per 117mila euro, «senza plausibile giustificazione economica».

Di certo l'ex vice capo di gabinetto di Veltroni cercava di «vendersi bene» il suo ruolo. Che, intercettato nella sede della Fondazione IntegrA/Azione di cui è presidente, lui stesso racconta così: «Chiaramente stando a questo tavolo nazionale e avendo questa relazione continua con il ministero sono in grado un po' di orientare i flussi che arrivano da giù... anche perché spesso passano per Mineo... e poi da Mineo vengono smistati in giro per l'Italia. Per cui un po' a Roma un po' nel resto d'Italia se loro c'hanno strutture che possono essere adibite a centri per l'accoglienza da attivare subito in emergenza, senza gara... le strutture disponibili vengono occupate... e io insomma gli faccio avere parecchio lavoro».

In effetti, a marzo scorso, Odevaine è intercettato mentre fa preparare un appunto per il prefetto Rosetta Scotto Lavinia, direttore centrale dei servizi civili per immigrazione e asilo. Lo scopo? «“Suggerire” soluzioni e “indirizzare” le autorità competenti ad assecondare le indicazioni dello stesso, dirette ad agevolare gli interessi» di Buzzi e soci. Nella missiva, tra l'altro, Odevaine definisce il prefetto «un'imbecille» che «non capisce un cacchio».

Il che per lui «va bene, perché in questo momento che non c'ha neanche il capo sopra di lei si affida molto a me perché non sa dove sbattere le corna». E le sbatte sugli interessi di Odevaine, che dice alla collaboratrice di segnalare al prefetto «delle strutture pronte, immediatamente disponibili». Alcune delle quali «sono di Eriches», la coop di Buzzi, e «per prima», raccomanda Odevaine, «mettigli quella di... di 400 posti a Castelnuovo di Porto».

Un «sistema» che getta ombre sulla gestione dell'accoglienza e sulla cooperazione sociale, in cui Odevaine rivendica i suoi «meriti», anche sui «posti» assegnati dallo Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. «A Roma toccherebbero 250 posti (...) pochissimo per Roma, no? (...) un mio intervento al ministero Immigrazione ha fatto in modo che lo Sprar a Roma fosse portato a 2.500 (...) di cui loro... secondo me ce n'hanno almeno un migliaio».

Crolla il mito di Apple: "Non è nata in un garage"

Matteo Carnieletto - Ven, 05/12/2014 - 17:33

Steve Wozniak demolisce il culto fondativo dell'azienda: "Non disegnavamo lì, non assemblavamo schede, non facevamo prototipi e non pianificavamo prodotti"

1
Dopo la morte di Steve Jobs, il mito Apple comincia a scricchiolare. La leggenda vuole o, meglio, vorrebbe, che Wozniak e Jobs assemblarono il prototipo di quello che sarebbe diventato "Apple I" nel garage di Wozniak.
In un'intervista rilasciata a Bloomberg, e ripresa anche dal Corriere, Wozniak racconta però un'altra versione:

"Non disegnavamo lì, non assemblavamo schede, non facevamo prototipi e non pianificavamo prodotti. Non costruivamo nulla lì. Il garage non serviva a molto, se non a essere un qualcosa che ci permettesse di sentirci a casa". Il garage sarebbe quindi stato un semplice punto di ritrovo e non il luogo di fondazione di un mito. Tutto, ribadisce "Woz", si faceva nella sede di Hp: "Cose come saldare, mettere i chip, disegnarli e prepararli erano fatti nel mio cubicolo alla Hewlett-Packard a Cupertino".

Coppia chiede aiuto per far ritorno in Romania. Si offre il primo cittadino di Padova: “Pago io”

La Stampa

Disoccupati, avevano chiesto di fare rientro nel loro Paese. Bitonci (Lega): «Sono disposto a sostenere la spesa. Anzi, inaugurerò proprio un fondo: non sarà caso isolato»

1
Il sindaco di Padova Massimo Bitonci è pronto a pagare di tasca sua il rimpatrio in Romania di alcuni senzatetto sgomberati ripetutamente da una struttura fatiscente. «Hanno manifestato il desiderio di tornare in Romania, dove è rimasto il loro figlio minorenne - spiega - Li invito a presentarsi in Comune. Sono disposto a sostenere personalmente, senza utilizzare soldi pubblici, il costo del loro viaggio di ritorno».

L’iniziativa del sindaco di Padova Massimo Bitonci nasce, come racconta il primo cittadino, dalla storia di «due romeni, moglie incinta e marito, che vivevano, in condizioni disumane, negli spazi dell’ex foro boario di corso Australia sgomberati ieri, e che hanno manifestato il desiderio di tornare in Romania, dove è rimasto il loro figlio minorenne». I due senzatetto hanno dichiarato di voler tornare in Romania dopo essere rientrati nello stabile occupato dopo un primo intervento delle forze dell’ordine. Dal cantiere vicino a quello stesso stabile sono spariti la notte scorsa alcune tute da operaio, con ogni probabilità utilizzati dai senzatetto per scaldarsi.

«Questa iniziativa non sarà isolata - prosegue Bitonci - inaugurerò, con un mio versamento, un fondo, a contribuzione privata e volontaria, quindi senza esborsi per la comunità padovana, dedicato a sostenere il rientro nel Paese di provenienza di tutti gli stranieri comunitari, occupanti abusivi di aree o immobili pubblici e privati, che, dopo averli sgomberati, li rimettano a disposizione dei legittimi proprietari»

In questo modo, senza toccare il portafogli dei padovani, sottolinea ancora l’esponente della Lega, «vogliamo aiutare chi è arrivato in città credendo di trovare lavoro e benessere e ha incontrato solo miseria e rischia di venire arruolato da associazioni criminali o di dedicarsi personalmente all’accattonaggio e ad attività illegali».

Nessun commento da parte di Bitonci alla notizia che i nomadi avrebbero creato delle sorte di “ronde” perché si sentono minacciati per la loro presenza in città. «Metto i miei soldi a disposizione - conclude - in modo che per Natale possano ricongiungersi con il resto della famiglia, a casa loro, lontano dalle fatiche e dagli stenti cui sono stati costretti qui e che non auguro a nessuno».

VIDEO - Sindaco Padova: pago di tasca mia il rimpatrio

Vietato il presepe a scuola Scoppia la protesta

Corriere della sera
di Silvia Seminati

Il preside: tradizione che può discriminare. I genitori: un’assurdità, non offende nessuno

1
Niente presepe per gli alunni dell’Istituto De Amicis di Celadina, a Bergamo: tra banchi e lavagne non potranno mettere la capanna con Gesù Bambino e i Re Magi. E tra i genitori delle elementari sale la protesta. Il divieto arriva dal dirigente scolastico, Luciano Mastrorocco, che sulla questione ha un’idea precisa: «La scuola pubblica - dice - è di tutti e non va creata alcuna occasione di discriminazione. In classe ognuno può portare il proprio contributo, ma accendere un focus cerimoniale e rituale può risultare soverchiante per qualcuno, che potrebbe subire ciò che non gli appartiene. Non sono l’anticristo, ma questo è l’orientamento che ho dato all’Istituto da otto anni, quando sono arrivato qua».

I genitori, però, raccontano che l’anno scorso, almeno in una classe, il presepe è stato fatto, senza dare troppo nell’occhio. Quest’anno, un’insegnante ha voluto chiedere il benestare al preside, che ha detto di no. «A me non risulta che l’anno scorso sia stato fatto un presepe - dice Mastrorocco -. Era stato allestito nell’atrio un villaggio agreste, per ricordare che siamo un’unica razza. È stato un modo per rispettare tutti: in questa scuola la percentuale media di studenti non italiani rasenta il 30% e, in alcune classi, ha picchi che si avvicinano al 50%. Le insegnanti sono d’accordo sul non fare alcun presepe tradizionale e l’unica lamentela è arrivata da un genitore. La favoletta che la cultura europea è figlia di tante cose, tra cui il cristianesimo, non sta più in piedi. A scuola non ci devono essere simboli che dividono».

E il crocefisso? «Quello resta appeso ai muri - dice il preside - perché se lo tolgo se ne fa una questione di Stato e ho cose più importanti di cui occuparmi». A chiedere spiegazioni al dirigente scolastico è stato Andrea Camozzi, rappresentante di classe di una terza elementare. «Ho sollevato la questione, perché questo divieto, pur legittimo, mi pare assurdo. È giusto far crescere i figli secondo il nostro credo, poi da grandi saranno liberi di scegliere se seguirlo oppure no. Ora scriverò a tutti i genitori, per chiedere cosa ne pensano: il preside però mi ha detto che non cambierà idea, anche se la richiesta di fare il presepe dovesse arrivare dalla maggior parte dei genitori. Peccato, perché le nostre tradizioni andrebbero tutelate».

Un parere condiviso anche da altri genitori. «Ho sentito almeno una ventina di mamme e papà e sono tutti contrari al divieto del presepe - dice una mamma -. C’è chi ha proposto di organizzare una petizione». Tra i genitori contrari, anche il consigliere comunale del Movimento 5 Stelle Fabio Gregorelli: «Il presepe non offende nessuno - dice -. Vietarlo a scuola è un’assurdità».

5 dicembre 2014 | 09:31