lunedì 8 dicembre 2014

Nel mirino dei soldati robot: arrivano le macchine militari programmate per agire autonomamente

La Stampa
di Carlo Mercuri

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L’ultimo allarme lo ha lanciato pochi giorni fa lo scienziato Stephen Hawking: «Stiamo attenti alle macchine dotate di intelligenza artificiale - ha detto - Presto potrebbero sviluppare un’autocoscienza e sopraffare l’uomo». Hawking è forse il più grande fisico vivente e dunque le sue parole sono la voce ufficiale della scienza. Hawking ha detto ciò che la fantascienza aveva vaticinato qualche tempo prima, precorrendo la storia, come spesso le accade. Hal, il supercomputer di bordo che si ribella agli esseri umani fece la sua apparizione in “2001 Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, film del 1968. E “Terminator” di James Cameron, con Arnold Schwarzenegger nella parte del cyborg assassino, è del 1984, quindi di trent’anni fa.

GLI INVESTIMENTI
Oggi la scienza si è invece familiarizzata con le cosiddette “Laws” (Lethal autonomous weapons system), sistemi d’arma più comunemente noti come “Robot killer”. Che cosa sono i Robot killer? Sono robot programmati per agire autonomamente durante una missione militare: macchine, cioè, in grado di prendere da sole la decisione di uccidere. Non come i droni, che per essere attivati hanno bisogno di un uomo che schiacci il bottone; i Robot killer non hanno bisogno della presenza umana, fanno da sé. Forse non è abbastanza noto, ma la ricerca in materia di Robot killer è già molto avanzata. Dal 2001 gli Usa hanno investito sugli armamenti automatici qualcosa come 18 miliardi di dollari e sono una cinquantina i Paesi che contemplano programmi militari per le armi automatiche.

I PROTOTIPI
Alcune Nazioni vedono già schierati sul campo i Robot killer. La Corea del Sud, per esempio, ha installato lungo la linea del confine con la Corea del Nord dei robot sentinella in grado di fare fuoco sugli intrusi; Israele ha creato delle “zone di uccisione automatica” al confine con la Striscia di Gaza. Gli Stati Uniti hanno già battezzato Atlas, robot umanoide in grado perfino di impugnare una pistola e premere il grilletto. E la Bae System britannica ha realizzato “Taranis”, drone autonomo capace di compiere missioni intercontinentali a velocità superiore a quella del suono, senza essere visto dai radar e quasi completamente privo di coordinate impostate dall’uomo. Fa rabbrividire tuttavia il pensiero che armi del genere possano cadere in mano ai terroristi: immaginiamo che cosa accadrebbe se i Robot killer venissero programmati per attaccare e uccidere qualunque civile si trovassero davanti.

LA CONVENZIONE ONU
Ma l’opinione pubblica e la comunità scientifica internazionali hanno chiesto una pausa di riflessione sullo sviluppo di questi armamenti. E nel maggio scorso, a Ginevra, alla Convenzione Onu sulle Armi convenzionali, 87 Paesi (tra cui l’Italia) sui 117 aderenti, hanno dibattuto sulla questione. Da una parte ci sono le posizioni delle Organizzazioni dei Diritti umani e del premio Nobel per la Pace 1997 Jody Williams, favorevoli alla soppressione dei Robot killer; dall’altra c’è la posizione dei Paesi che si dimostrano interessati alle teorie di Ronald Arkin, professore di robotica al Georgia Institute of Technology, il quale preme per una moratoria in attesa di regole internazionali sulle armi automatiche dicendosi persuaso che «affidare gli interventi militari ai robot killer può servire a ridurre significativamente le vittime umane di incidenti».

IL PENTAGONO
Nella seconda sessione della Convenzione di Ginevra, il 14 novembre scorso, non si è ancora deciso nulla rinviando la discussione al prossimo appuntamento, previsto nell’aprile 2015. La “decisione di non decidere” è l’atteggiamento più temuto dalle Organizzazioni per i Diritti umani. «La tecnologia infatti si muove più velocemente della risposta internazionale», ha detto Mary Wareham, coordinatrice della campagna “Stop ai Robot killer”. Intanto, significativamente, due giorni prima dell’ultima sessione di Ginevra, il New York Times ha ospitato un articolo in prima pagina abbastanza favorevole all’utilizzo dei Robot killer. Qualcuno vi ha visto una prima presa di posizione non ufficiale del Pentagono.

IN ITALIA
«D’altronde è noto che gli americani sono ossessionati dal concetto di “perdite zero” di vite umane nelle guerre», afferma Fabrizio Battistelli, professore di Sociologia alla Sapienza e direttore dell’Archivio Disarmo. «Gli Usa - continua - sono favorevoli ai Robot killer perché così le guerre le fanno fare alle macchine e non agli uomini. In Italia, invece, si tende a nascondere il problema sotto il materasso. Si creano commissioni di esperti sul fine-vita e sugli esami genetici ma dei Robot killer finora è come se non si avvertisse l’esigenza etica di parlarne».

Lunedì 8 Dicembre 2014, 19:10 - Ultimo aggiornamento: 19:18

Pretendono soldi e cellulare: il business dei baby immigrati

Stefano Filippi - Lun, 08/12/2014 - 17:15

Ogni anno l'Italia spende 360 milioni di euro per mantenerli. Sono soprattutto maschi di 15-17 anni accompagnati nel nostro Paese dagli stessi genitori. Sicuri che non saranno rimpatriati

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Non arrivano con i barconi salpati dall'Africa recuperati dalle navi della Marina militare ma in auto, pullman, traghetto, addirittura in aereo con tanto di passaporto timbrato. Di solito si fanno trovare davanti alle questure, lasciati dagli stessi genitori o da amici che conoscono bene la trafila che li attende in Italia: le autorità li schedano e li segnalano, ma poi li iscrivono al Sistema sanitario, danno loro soldi e vestiti, un telefonino per chiamare i genitori lontani e un alloggio in comunità o in centri di accoglienza come quelli di Tor Sapienza a Roma. Sanno soprattutto che per ciascuno di loro l'Italia spende 100 euro al giorno, 360 milioni l'anno a carico dei contribuenti.

È il business dei minorenni stranieri. La burocrazia li chiama minori non accompagnati, in fuga da crisi e guerre, soli, allo sbando, in cerca di asilo. È proprio così? Soltanto per pochi. La gran parte di loro si muove con criterio, traghettati da parenti o amici verso la rete di soccorso italiana che non ha eguali in Europa. Altrimenti non si spiega come mai, tra le cinque nazioni a maggiore densità di «separated children» (Gran Bretagna, Svezia, Belgio, Austria e appunto Italia), da noi si concentra il 56 per cento delle presenze complessive.

In tutto il 2013 erano presenti 6.319 minori non accompagnati, nei primi 10 mesi del 2014 siamo balzati a 9.859: + 56 per cento. Numeri esplosivi, cui vanno aggiunti quasi 3.500 irreperibili, un terzo del totale. Nove su 10 sono maschi tra 15 e 17 anni, adolescenti che non cercano protezione internazionale (l'anno scorso hanno richiesto asilo appena il 12 per cento e nel 2014 sono saliti al 20) ma puntano ad avere casa, cibo, vestiti, scuola, sanità, formazione professionale forniti dall'Italia.

Nel volume Separated children (Franco Angeli editore) si legge tra l'altro: «Nel nostro paese risulta maggioritaria la tipologia di minori non accompagnati che emigrano dal luogo di origine per motivi economici, nella cornice di un progetto lavorativo molto spesso condiviso dai genitori e che talora prevede anche una prima fase dedicata allo studio». Mescolati ai profughi si trova dunque una moltitudine di ragazzi che non sono abbandonati dalle famiglie, ma spinti verso l'Italia dai parenti che se ne liberano.

Lo confermano i dati sulla provenienza: al primo posto non si trovano aree di crisi come il Centro o il Corno d'Africa né il Medio Oriente, ma Egitto e Albania, nazioni relativamente tranquille. Fino all'anno scorso il flusso era consistente anche dal Bangladesh. Ma, rileva il ministero del Lavoro nell'ultimo dei suoi report periodici, «si registra un dimezzamento delle presenze che deve essere collegato anche alle indagini e agli interventi che le autorità di pubblica sicurezza hanno attivato nei confronti di organizzazioni malavitose che favorivano l'ingresso illegale nel territorio nazionale».

Esistono dunque mercanti di minori raramente combattuti nei paesi d'origine, come documenta un recente reportage dalla Sicilia del quotidiano britannico The Guardian. Racket che gestiscono la tratta dei ragazzi finanziati dai genitori e che contano su teste di ponte in Italia. Questi ragazzi non sono rifugiati o vittime di guerra che chiedono asilo, ma clandestini che fanno affidamento sul nostro sistema di welfare. Per pochissimi di loro possono essere attivate le procedure di rimpatrio per il ricongiungimento con i genitori. Nei tre mesi fra il 30 giugno e il 30 settembre 2014 sono state svolte soltanto 132 indagini familiari, prevalentemente in Albania, Kosovo e Bangladesh.

L'Egitto, primo paese di emigrazione, non autorizza indagini per rintracciare i familiari dei minori riparati in Italia. L'accoglienza per i minori grava sul ministero del Lavoro e sui comuni. Spese elevatissime. Il dicastero di Giuliano Poletti dichiara che l'Emergenza Nord Africa è costata oltre 73 euro al giorno per ogni immigrato; ma per i minori non accompagnati se ne devono aggiungere altri 20, stanziati da fondi speciali. Quasi cento euro quotidiani, 3mila euro mensili per ogni minore spedito dalle famiglie a cercare fortuna in Italia. I soldi non finiscono in tasca ai ragazzi ma alle comunità convenzionate con gli enti locali, in tutto un migliaio distribuite soprattutto in Lombardia, Lazio e Sicilia.

Le regioni fissano le rette standard per le strutture convenzionate che però non riescono a far fronte alla massa di richieste. Le 943 strutture autorizzate accolgono due minori su tre mentre nelle 35 non autorizzate (concentrate soprattutto in Sicilia) trovano posto gli altri. In questo caso sono le strutture a fare il prezzo, e qui si raggiungono anche 120-130 euro al giorno per ogni minore ospitato, nemmeno fossero alberghi a 4 stelle. Il prezzo non scende nonostante il rischio dei ritardi nei pagamenti, sempre in agguato quando chi paga è lo stato (in questo caso il Viminale attraverso le prefetture). Secondo il quinto rapporto Anci/Cittalia, il costo medio giornaliero per il collocamento di un minore in strutture di prima accoglienza è di 88 euro: al Nord se ne sborsano 100, al Sud 83, al Centro 80 e nelle isole 76.

L'elenco degli interventi è lungo: assistenza e protezione (collocamento in una struttura, segnalazione in questura e al tribunale dei minori, richiesta del permesso di soggiorno, indagini familiari), scuola o formazione professionale, prima assistenza (igiene, cibo, abiti, interpreti, psicologi). Il sistema è sul punto di esplodere. Ma al ministero dell'Interno stanno studiando il modo di spendere ancora di più. Angelino Alfano ha messo il prefetto Mario Morcone a capo del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, in pratica il coordinatore dell'accoglienza. Morcone, casertano, è un ex uomo di De Mita, ex commissario del Comune Roma dopo le dimissioni di Walter Veltroni, ed ex capo di gabinetto del ministro Andrea Riccardi nel governo Monti.

Ma soprattutto nel 2011 è stato candidato da Pd e Sel a sindaco di Napoli in una lista civica senza arrivare al ballottaggio.Nonostante l'ingresso in politica, Morcone non ha lasciato la carriera di prefetto. Ora attraverso il programma Sprar vorrebbe togliere ai comuni la competenza sull'assistenza e finanziare direttamente le strutture di accoglienza con il sistema «vuoto per pieno», cioè come se esse fossero sempre piene. Ha l'appoggio dell'Associazione dei comuni italiani, che si sgraverebbero di un compito sgradito e oneroso. Ma soprattutto è sostenuto dal mondo di comunità, associazioni, coop per le quali l'accoglienza dei minori è un vero affare.



Orrore Isis, decapitati quattro bimbi cristiani: non volevano convertirsi


Giovanni Masini - Lun, 08/12/2014 - 17:05

Gli uomini del Califfato impongono la conversione forzata per i Cristiani che trovano sui territori occupati: per chi rifiuta l'alternativa è la morte

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Non cessa di allungarsi, la lista dei delitti imputabili all'Isis: questa volta i tagliagole del Califfato avrebbero decapitato quattro bambini cristiani dopo che si erano rifiutati di convertirsi all'islam. Quattro piccoli martiri immolati per la loro fedeltà alla fede cristiana, mantenuta anche a costo della vita. A rivelare l'orribile storia, riportata tra gli altri da The Mirror, è stato Cannon Andrew White, religioso britannico residente a Baghdad. Secondo White la barbarie sarebbe andata in scena in un'enclave cristiana vicino alla capitale irachena, recentemente caduta nelle mani degli uomini del Califfato.

"Le cose hanno iniziato a mettersi male a Baghdad, ci sono stati bombardamenti e sparatorie; hanno iniziato ad uccidere i cristiani e così molti di loro hanno iniziato a fuggire verso Ninive, da dove molti provenivano - spiega il religioso - Era più sicuro ma un giorno sono arrivati quelli dello Stato Islamico e hanno dato il via a una vera e propria caccia all'uomo. Ne hanno ammazzati moltissimi, hanno squartato i bimbi in due tagliando loro la testa."

In molti sono stati posti di fronte alla terribile alternativa tra la conversione e la morte. "Uno mi ha chiamato - racconta White - e mi ha chiesto se Gesù avrebbe smesso di amarlo se avesse pronunciato la formula di abiura. Gli ho risposto che Gesù lo avrebbe amato per sempre." I quattro bambini, tutti di età inferiore ai quindici anni, hanno risposto di no, che avrebbero seguito Cristo fino alla morte. E per questo hanno pagato con la vita.

Alemanno porta soldi in Argentina In aeroporto passa al varco riservato»

Corriere della sera

di Fiorenza Sarzanini fsarzanini@corriere.it

L’ex sindaco: millanterie. Indagato un collaboratore della Kyenge avvicinato dalla banda

 

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ROMA - Valigette piene di contanti trasportate in Argentina dal sindaco Gianni Alemanno. Denaro portato all’estero evitando i controlli all’aeroporto. Ne parlano gli arrestati dell’inchiesta «Mafia capitale» in una conversazione intercettata e i controlli dei carabinieri del Ros si concentrano su una vacanza di qualche anno fa.

Il percorso dei soldi porta in Sudamerica, ma anche a una fiduciaria di Lugano dove gli «spalloni» dell’organizzazione - capeggiata dall’ex estremista dei Nar Massimo Carminati e dall’imprenditore Salvatore Buzzi - avrebbero trasferito i soldi delle tangenti versate ai politici. Nella strategia di infiltrazione del Campidoglio e delle istituzioni romane Luca Gramazio, consigliere regionale del Pdl, avrebbe tentato di truccare le Regionali del 2013 proprio per continuare a comandare e gestire gli affari.

Ma si sarebbero mossi anche a più alto livello riuscendo ad agganciare un collaboratore dell’ex ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge per tentare di entrare nel Centro di accoglienza di Mineo, in Sicilia. Un dirigente della presidenza del Consiglio che per questo è finito sotto inchiesta.

I viaggi del sindaco
Il 31 gennaio scorso Luca Odevaine parla con altri due presunti complici di una lite che Alemanno avrebbe avuto con un uomo che però non viene citato.

Odevaine: «Abita in questo palazzo, che figlio di m... ha litigato con Alemanno... per soldi se so’ scannati... ma sai che Alemanno si è portato via, ha fatto quattro viaggi lui e il figlio con le valige piene de’ soldi in Argentina, se so’ portati con le valige piene de contanti, ma te sembra normale che un sindaco... me l’ha detto questi de Polaria».
Schina: «E nessuno lo ha controllato?».
Odevaine: «No è passato al varco riservato... poi ad un certo punto deve essere successo qualche casino, ad Alemanno gli hanno fatto uno strano furto a casa».
Schina: «Cercavano qualche pezzo de carta».
Odevaine: «Credo hanno litigato perché Alemanno ha pensato che ce li ha mandati questo».

Le verifiche effettuate dagli specialisti hanno individuato un viaggio fatto da Alemanno in occasione di un Capodanno. Lui smentisce: «Millanteria totalmente infondata. Non ho portato mai soldi all’estero, tantomeno in Argentina. Il furto di cui si parla è avvenuto ad ottobre 2013 e basta aprire google per constatare che è stato ampiamente pubblicizzato. Per quanto riguarda il viaggio in Argentina ci sono stato per pochi giorni con la mia famiglia e un folto gruppo di amici a Capodanno
2011-2012 per andare a vedere i ghiacciai della Patagonia».

Riciclaggio a Lugano
È in una fiduciaria di Lugano che Stefano Bravo, commercialista ora indagato per riciclaggio, avrebbe trasferito parte dei soldi delle tangenti. Gli investigatori lo hanno scoperto ascoltando le sue conversazioni con Odevaine e adesso indagano per scoprire quanti fossero i suoi clienti e soprattutto per ricostruire la tela dei conti esteri svizzeri, ma anche quelli aperti in vari paradisi fiscali, compresa Panama. Nello stabile della città svizzera dove è entrato il 10 aprile scorso si trovano numerose società di investimento, ma la sua destinazione è stata individuata e su questo è già in corso una rogatoria con le autorità elvetiche per ottenere l’elenco dei depositi e delle operazioni effettuate dai personaggi inseriti nell’organizzazione. Le carte processuali fanno emergere numerosi contatti tra l’Honduras e il Costa Rica che proprio Odevaine, probabilmente per conto dell’organizzazione, aveva attivato per intraprendere attività di commercializzazione di prodotti italiani e reimpiegare il denaro ottenuto grazie al pagamento delle «mazzette». Gli stessi canali sarebbero stati utilizzati anche da altri politici foraggiati negli ultimi anni.

I brogli alla Regione
È il 21 febbraio 2013, Gramazio chiama un amico e intanto dice: «Finite le operazioni di voto, le urne vanno in alcune sedi dove vengono contate, non si tratta della classica operazione di controllo delle schede, quello c’abbiamo ancora tempo per fare gli inserimenti. Ce provo, se stiamo in tempo la metto». Annotano i carabinieri: «Luca Gramazio era candidato alle elezioni regionali. Da un’altra conversazione telefonica risulta che dispone di una rete di scrutatori impegnata nelle operazioni di scrutinio dei voti». La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta e l’esponente del Pdl è indagato per «aver posto in essere atti diretti alla produzione di schede elettorali false».
8 dicembre 2014 | 08:13



Mafia Capitale, D'Agostino: "Si vendono anche per un gelato"

Libero
08 dicembre 2014

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Lui la Capitale la conosce bene, i bassifondi, i salotti, la Roma "cafonal". Ma Roberto D'Agostino, fondatore del sito di gossip e politica Dagospia, riesce ancora a stupirsi. In una intervista al Giorno, spiega: "Questa è una città in cui il capo della Banda della Magliana era sepolto in una basilica del centro. Dopo quello tutto è possibile". Una "parte di Roma è "sempre stata in mano alla malavita", "via Veneto è loro, Campo dei fiori, pure".

Per due lire - A stupire D'Agostino è il fatto che "questo Buzzi uno con un passato criminale che finisce ai vertici di una organizzazione di quel tipo, una cooperativa che gestiva tutti quei soldi. E poi mi stupiscono le cifre". Troppi soldi? Il contrario: "C'era gente a libro paga per qualche migliaio di euro al mese, alcuni per settecento". E il motivo non è la crisi, secondo D'Agostino, ma "la corruzione si è così allargata che è arrivata a livelli ridicoli. Si fanno corrompere pure per una Coppa del nonno. Si vendono tutti".

La profezia - Soprattutto, profetizza il papà di Dagospia, "a quello che so io siamo solo all'inizio. Verranno fuori altre carte. Ci sono implicati molti delle forze dell'ordine, verranno fuori altri che hanno fiancheggiato la banda Carminati sapeva dell'inchiesta. Quella è gente che ha referenti a livelli altissimi, in tutti i posti. ne vederemo delle belle".



Marianna Madia nel giugno 2013: "Pd, facendo le parlamentarie a Roma ho visto vere associazioni a delinquere"

Libero
08 dicembre 2014


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Dalle pagine dell'inchiesta Roma Capitale emerge un sospetto sempre più forte: le parlamentarie del Pd, le primarie con cui furono scelti gli onorevoli da candidare, potrebbero essere state truccate. Una circostanza che fa rileggere sotto un'altra luce una frase pronunciata dall'oggi ministro Marianna Madia, che nel giugno 2013, dopo le parlamentarie, affermò: "A livello nazionale nel Pd ho visto piccole e mediocri filiere di potere. A livello locale, e parlo di Roma, facendo le primarie parlamentari ho visto delle vere e proprio associazioni a delinquere sul territorio". Una frase durissima, che al tempo passò pressoché inosservata. Una frase che oggi, invece, potrebbe lasciare spazio a molteplici ulteriori interpretazioni.

Addio Ralph Baer, il papà dei videogiochi

Corriere della sera
di Federico Cella


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E’ morto all’età di 92 anni quello che si può davvero definire il “Papà dei videogiochi”, Ralph Baer. Nel 1966 creò la prima console di gioco, la Brown Box. Che 6 anni più tardi venne commercializzata con il nome, molto più familiare e mitico, di Magnavox Odissey (qui la nostra fotostoria di 8 generazioni di console). La conferma della sua morte arriva dal sito Gamasutra. Che riporta il video – lo vedete sotto – di quando al Game Developers Choice Awards del 2008 Baer ricevette il Pioneer Award dalle mani di Allan “Al” Alcorn, ossia l’uomo che ha creato Pong (qui la nostra fotostoria per i 40 anni del gioco).

Baer era un visionario, e un ingegnere – nato in Germania, da cui è fuggito con la famiglia perché perseguitati dal regime nazista – di quelli a cui piace “cranking out stuff”, sfornare cose nuove. Come, per dirne un’altra, il Simon nel 1978, il gioco delle sequenze di luci e suoni (foto sotto). In definitiva, era un inventore, e lo era nel vero senso della parola: creava cose che prima non c’erano. E nel caso della Brown Box, ha dato vita a una realtà che 50 anni dopo fa divertire qualcosa come 1,5 miliardi di persone. Grazie.



IMMAGINI - 51 vecchi arcade da giocare

Compravendita immobiliare: si può rifiutare il pagamento con assegno?

La Stampa

Il creditore può rifiutare il pagamento del prezzo mediante assegni bancari, solo per giustificato motivo. Tale giustificazione può risiedere nell’incertezza circa la provenienza dei titoli e nella difficoltà di verificarne la copertura degli stessi. Lo ha deciso la Cassazione nella sentenza 20643/14. 


1Due sorelle chiedono la risoluzione del contratto preliminare di compravendita di un immobile stipulato con un uomo, chiedendo di trattenere le somme ricevute a titolo di penale, dicendo di essersi obbligate a vendere al convenuto l’immobile, stabilendo il versamento di una prima somma da corrispondersi alla sottoscrizione del preliminare e per il residuo alla stipula del rogito.

Su richiesta dell’uomo, le donne avevano concesso una proroga, previo versamento di un’ulteriore somma, da imputarsi a titolo di penale, e fissavano la data improrogabile per il rogito. Alla data, però, non si arrivava alla stipula perchè le proprietarie avevano rifiutato il pagamento della residua somma a mezzo di assegni di conto corrente, non sottoscritti dal convenuto. Il Tribunale rigettava la domanda e accoglieva la domanda dell’uomo, disponendo il trasferimento dell’immobile, previo versamento del residuo.

La Corte d’appello confermava la decisione, dal momento che né nel contratto preliminare, né nella successiva scrittura integrativa era stata prevista una precisa modalità di pagamento del prezzo. Inoltre, le due sorelle, alla firma del preliminare, avevano già accettato il pagamento tramite assegno non sottoscritto dal convenuto. Secondo i giudici di merito vi era un accordo tacito, che consentiva di derogare al principio.

Non c'erano nemmeno ragioni per dubitare dell’insolvenza del convenuto, il quale aveva anche tentato di mantenere fede agli obblighi, chiedendo un nuovo incontro dal notaio per la stipula, che però le attrici avevano rifiutato. Le donne ricorrevano, allora in Cassazione, lamentando la violazione e falsa applicazione degli artt. 1218 (responsabilità del debitore) e 1375 (esecuzione di buona fede) c.c.. La tesi delle ricorrenti contestava la valutazione compiuta dalla Corte d’appello in ordine al comportamento delle parti.

Nel decidere la questione in esame, la Suprema Corte ricorda che «nelle obbligazioni pecuniarie il debitore ha facoltà di pagare, a sua scelta, in moneta avente corso legale nello Stato o mediante assegno circolare, e mentre nel primo caso il creditore non può rifiutare il pagamento, può farlo nel secondo caso, ma solo per giustificato motivo» (Cass., n. 26617/2007). L’assegno, specifica la Corte, non è un mezzo di sicura copertura del pagamento del prezzo, e perciò, come nella fattispecie, deve trovare applicazione l’art. 1227 c.c. , che impone di verificare con rigore l’esistenza di un accordo tacito, desumibile dal comportamento delle parti.

La Corte d’appello aveva sbagliato nel ravvisare l'accordo tacito nella circostanza che alla firma del preliminare le promittenti venditrici avessero accettato un assegno. In conclusione, non c'era alcun accordo tacito tale da imporre alle attrici di accettare il pagamento a mezzo di assegni bancari, sicché il rifiuto delle stesse trovava giustificazione nell’incertezza circa la provenienza dei titoli e nella difficoltà di verificarne la copertura. Sulla base di tali argomenti, la Corte accoglie il ricorso e rinvia ad altra sezione della Corte d’appello.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it