giovedì 11 dicembre 2014

La madre di un caduto: "Mi vergogno dell'Italia per cui mio figlio morì"

Anna Rita Lo Mastro - Gio, 11/12/2014 - 11:00

"Tasse esorbitanti, scandali e personaggi che non fanno onore alla nostra Patria". Così la mamma di David, morto in Afghanistan

Sono Anna Rita Lo Mastro, la madre del 41esimo caduto in Afghanistan: David Tobini.


L'ultimo saluto al caporal maggiore David Tobini

Scrivo queste righe per dimostrare tutta la mia indignazione verso tutto ciò che si sta rivelando in questa Italia, tutto quello che sta succedendo!
Come cittadina italiana ho il diritto che hanno tutti gli italiani, di sapere e chiedere dove vanno a finire i nostri sacrifici e gli onerosi tributi ai quali siamo sottoposti.
Ho il diritto, visto che oltretutto ho perso un Figlio per questa Italia, di essere rammaricata e fortemente arrabbiata, per essere rappresentata, come i media ci informano, da personaggi che certo non portano alto l'onore di quella che ancora molti di noi considerano patria.

I cittadini chiedono:

I soldi sequestrati, che a quanto pare non sono stati guadagnati in modo legittimo e trasparente, in quali casse andranno a finire? Visto l'orlo del precipizio sul quale ci troviamo perchè non destinarli al loro giusto posto per realizzare gli obiettivi che rappresentavano il programma di coloro che sono stati eletti? Eletti dal popolo che non hanno avuto vergogna di tradire!

Vogliamo che termini la vergogna di vedere gente anziana rovistare nei cassonetti dopo aver lavorato onestamente una vita. Guardando e leggendo notizie sui vari quotidiani, il mio dolore si eleva a livelli esponenziali. La mia rabbia cresce, perchè devo ricordarvi che mio figlio, come tanti altri, ha dato il sangue per questa nazione, di cui oggi dobbiamo vergognarci!

Vogliamo essere consapevoli e partecipare all impiego dei nostri soldi, frutto di sacrificio. Siamo noi a pagare le tasse, tasse salatissime che non ci permettono di vivere una vita dignitosa. Siamo sommersi da disservizi, né siamo tutelati sotto alcun punto di vista! Paghiamo tasse esorbitanti, per ciò che abbiamo costruito a nostre spese e con fatiche di una vita!

A noi cari signori, nessuno ha elargito compensi e contributi generosi, per aver quel poco che abbiamo a suon di sacrificio e sudore. Dove sta scritto che, quali contribuenti, non dobbiamo essere informati di dove questi soldi vadano a finire?

Dove sta scritto che, quale contribuente cittadina italiana senza nessuna pecca, se non quella di avervi dato un figlio, perso soprattutto per voi, io debba restar seduta ad assistere a questa vergogna che avete creato, sentendomi anche rispondere dalla regione Lazio che siete in deficit? Ah si?

A nome di tutti i cittadini italiani, esprimiamo la nostra rabbia e la totale disistima nei confronti di chi sta affossando questo Paese, rammentandovi che nessun colore o nessun simbolo politico può giustificare tanta vergogna! Una vergogna trasversale! Noi esistiamo, guardiamo e giudichiamo!
I cittadini italiani ora si aspettano risposte pratiche! Gli Italiani sono un popolo buono, ma ricordate non fesso.

Spesi 24 milioni per i rom: così la cupola li intercettava

Gian Maria De Francesco - Gio, 11/12/2014 - 12:13

A Roma nel 2013 ogni nomade è costato 4.700 euro. Ecco perché le coop di Buzzi stipendiavano i politici per aggiudicarsi la gestione degli insediamenti

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Roma - «Noi quest'anno abbiamo chiuso con 40 milioni ma tutti i soldi utili li abbiamo fatti sugli zingari, sull'emergenza alloggiativa e sugli immigrati». È il 20 aprile del 2013 e in un'intercettazione Salvatore Buzzi sta spiegando il suo business corruttivo, consistente nello stipendiare alcuni referenti nella giunta Alemanno e nella giunta Zingaretti per aggiudicarsi gli affidamenti diretti per la gestione delle emergenze sociali.

E quella dei campi nomadi è un'attività che consente alla Coop 29 Giugno di raggiungere un fatturato di tutto rispetto. Al di là del risvolto criminale, c'è un aspetto da chiarire: perché la gestione dei campi nomadi è diventata un affare? La risposta è complessa se si guarda a tutto il territorio nazionale. In Italia le popolazioni rom, sinti e camminanti constano di circa 170mila unità e rappresentano circa lo 0,25% dei residenti sul nostro territorio.

La loro fiera volontà di non integrarsi con gli «stanziali» obbliga le amministrazioni ad allestire appositi spazi. Ma se a Milano e Napoli la spesa, a livello di stanziamenti nei bilanci comunali, è di circa 3 milioni di euro, a Roma il business è molto più grosso. Nel 2013 - secondo un report dell'Associazione 21 Luglio - nella Capitale sono stati spesi oltre 24 milioni per la gestione di 8 villaggi della solidarietà e tre centri di raccolta.

È superfluo ricordare che la maggior voce di costo sia legata al campo nomadi di Castel Romano gestito dalla Eriches 29 di Salvatore Buzzi che l'anno scorso è costato alla collettività oltre 5,3 milioni di euro dei quali 2 milioni sono stati intascati direttamente da Buzzi & C. (anche tramite la Coop 29 Giugno). I maggiori ricavi sono stati ottenuti dal consorzio «Casa della solidarietà» che fa capo alle onlus cattoliche (4,2 milioni) e che nelle intercettazioni viene citato come «l'Arciconfraternita».

Considerato che nei campi di Roma vivono circa 4.400 rom la spesa pro capite nel 2013 è stata di circa 4.700 euro (escludendo dal computo le spese per gli sgomberi). Il campo più «caro», ça va sans dire , è sempre quello di Castel Romano: dalla sua creazione nel 2005 a oggi una famiglia composta da 5 persone è costata al Comune di Roma oltre 270mila euro.

Ecco perché nel novembre 2012 l'indomabile Salvatore Buzzi era intento ad «addomesticare» l'assestamento del bilancio capitolino: dove si sarebbe potuta trovare un'altra gallina dalle uova d'oro? «Siccome l'assestamento è il 30 novembre, apposta, se lui (il sindaco Alemanno, ndr ) riesce a far sta cosa ... o fa un debito fuori bilancio che è la stessa cosa... l'importante è che decidano», affermava. L'obiettivo, scrive la Procura, era reperire quei 2 milioni (riscontrati dall'Associazione 21 Luglio in tempi non sospetti, ndr ) fuori bilancio, sanando così le disposizioni del maxi-emendamento, che assegnava 15 milioni ai soli minori.

In conclusione, ci si può porre una domanda. Se quei 4.700 euro per nomade fossero stati assegnati ai diretti interessati, che cosa si sarebbe potuto fare? Il canone di affitto/riscatto di un appartamento di edilizia popolare di una novantina di metri quadri vale circa 300 euro al mese, 3.600 euro all'anno. Oltre 1.100 euro in meno per individuo che moltiplicato per l'intera comunità fa un risparmio di circa 5 milioni. Ma le Coop - rosse o bianche che siano - portano voti...

Il mistero della donna a piedi scalzi per le strade di Kabul

Corriere della sera
di Marta Serafini

Una foto, diventata virale, ritrae una ragazza senza scarpe e con le gambe scoperte mentre passeggia per la capitale dell'Afghanistan

Le immagini postate su Facebook Le immagini postate su Facebook

A piedi scalzi e a gambe scoperte per le strade di Kabul. Sta facendo il giro del mondo un'immagine che secondo quanto riporta la Bbc sarebbe stata postata su Facebook dal giornalista locale Hayat Ensafi. «Ho scattato perché non avevo mai visto una donna vestita in questo modo per le strade della città», ha raccontato il reporter. Quel cappotto vinaccia, quelle calzette viola e soprattutto quel polpaccio scoperto non avrebbero sconvolto durante gli anni '60-'70 quando le donne erano libere di andare in giro come volevano. Ma ora che i talebani hanno imposto alle donne i burqa blu, vedere quella ragazza libera e incurante delle conseguenze fa discutere.
La reazione delle donne
L'immagine, vera o falsa che sia, ha suscitato una marea di reazioni sui social. E sono molte le donne afghane che hanno salutato il suo coraggio con entusiasmo. «E' il suo corpo, non il vostro. È libera di fare quello che le pare», scrive qualcuno su Facebook. «Il mio corpo, il mio diritto di non essere obbligata al velo», rivendica una donna. Ma c'è anche, in genere di sesso maschile, che ha criticato aspramente il comportamento della donna, la cui identità, secondo quanto riporta la Bbc, rimane ancora sconosciuta. «Viviamo in un paese musulmano, non possiamo tollerare un comportamento del genere», tuona Ahmed. Ma c'è da star certi che questa foto ha mosso qualcosa nell'animo delle donne afghane.

11 dicembre 2014 | 11:36

Spingere qualcuno contro un muro è come picchiarlo

La Stampa

Il termine percuotere, secondo l'articolo 581 del codice penale, non significa soltanto battere, colpire, picchiare, ma è comprensivo di ogni "violenta manomissione dell’altrui persona fisica", perciò nella definizione rientra anche la spinta, come "energia fisica esercitata con violenza e direttamente sulla persona". Lo ha stabilito la Cassazione nella sentenza 51085/14.
 
1Il Tribunale di Milano conferma la sentenza del Giudice di pace che ha condannato l’imputato in relazione al delitto di cui all’art. 581 c.p. (percosse). L'imputato ricorre in Cassazione. La Suprema Corte ritiene infondato il rilievo sulla impossibilità di configurare il delitto di percosse che non consiste nell’avere l’imputato, come affermato dal ricorrente, preso per il bavero la persona offesa, ma, come emerge dalla approfondita valutazione svolta dal Giudice di merito, nell’averlo strattonato per un braccio, spingendolo contro un muro, in modo da procurargli lievi contusioni.

Infatti, ricorda la Corte, il termine percuotere non è assunto nell’art. 581 c.p. nel solo significato di battere, colpire, picchiare, ma anche in quello più lato, comprensivo di ogni violenta manomissione dell’altrui persona fisica, con la conseguenza che in tale ambito previsionale rientra anche la spinta, la quale si concreta in un’energia fisica esercitata con violenza e direttamente sulla persona.

Inammissibile, poi, il rilievo sulla legittima difesa, così come quello sull'attenuante della provocazione. Per quest'ultima è necessario che l’offeso concorra volontariamente a determinare l’evento del reato e non è, invece, sufficiente che il suo comportamento abbia costituito, come ritenuto dal ricorrente, semplicemente il movente della condotta dell’imputato. Per tutte queste ragioni la Cassazione rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

Così Google ha punito la Spagna

Corriere della sera
di Massimo Sideri

La Spagna lo tassa e il gigante del web chiude il servizio «News».
L’Europa che vuole scorporarlo ora teme un effetto domino

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Un terremoto online: questa mattina Google chiuderà in Spagna Google News, il servizio che aggrega le notizie degli editori grandi e piccoli. Definitivamente. Si tratta di una mossa senza precedenti, destinata a creare uno spartiacque tra il prima e il dopo e a esacerbare probabilmente il braccio di ferro con il Parlamento e la Commissione europea dove un’inchiesta sulla concorrenza procede da quattro anni.

Il servizio di Google News è sempre stato separato dalla ricerca tradizionale, ma allo stesso tempo l’uno ha sempre alimentato l’altra. La società di Mountain View ha più volte dichiarato che le due indicizzazioni sono separate, senza nessun rapporto di causa-effetto. Gli editori o chiunque produce contenuti possono decidere di uscire dal servizio delle News, ma si tratta di un’opzione più teorica che pratica. Pochi mesi fa, quando ha scelto questa strada, il gigante tedesco dell’editoria, Axel Springer, ha perso il 40% del traffico secondo i dati forniti dalla stessa società. D’altra parte quando si fa una ricerca su Google su argomenti di cronaca il motore di ricerca indicizza tra i risultati anche una finestra con le notizie. Search e News sono così lontane, eppur così vicine.

Google ha preferito non commentare l’anticipazione del Corriere anche se fonti informali fanno sapere che non si è trattato di una decisione facile da prendere. La mossa è una reazione diretta alla nuova legge sul copyright votata dal parlamento spagnolo che «obbliga» gli editori a pretendere il pagamento di una royalty per la pubblicazione anche solo di un estratto, proprio quello che fa Google News che prende titoli e attacchi dei pezzi (i cosiddetti cribsheet ) per poi reindirizzare l’utente al sito dell’editore.

La posizione della società californiana su questo punto sarebbe irremovibile: Google News non vive di pubblicità, è un servizio «offerto» agli editori - meglio sarebbe dire ai propri utenti - e dunque non sarebbe nella posizione di pagare alcunché. Segnale chiaro. Google, che finora aveva deciso di chiudersi nel classico arrocco, parte in attacco a poche settimane dal voto del Parlamento Ue sulla proposta di dividere le attività commerciali da quelle del motore di ricerca. Inoltre anche la Gran Bretagna ha appena annunciato la propria versione di una «Google tax».

La domanda che a questo punto si porranno tutti è: quale sarà il prossimo Paese? Probabilmente la società guidata dal fondatore Larry Page avrà già pianificato una strategia diplomatica per non superare il punto di rottura e si attende che, come è accaduto durante il dibattito in Spagna sulla legge, a protestare siano soprattutto i piccoli editori che senza Google News scompariranno. Ma il tema riguarda tutti: la trasformazione delle abitudini di lettura sta facendo sì che molti lettori arrivino dal motore di ricerca o dai social network come Facebook. In Germania dove è stata introdotta una legge molto simile a quella spagnola, senza però la clausola dell’irrinunciabilità da parte degli editori, si naviga per ora sulla linea di galleggiamento. La questione, possiamo esserne certi, non finirà oggi in Spagna. Anzi, siamo solo all’inizio.

11 dicembre 2014 | 08:06



Se Google spegne le news
La Stampa
marco castelnuovo

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Con un post nel suo blog, Google ha annunciato la chiusura in Spagna del servizio Google News, la cliccatissima piattaforma che aggrega le varie notizie e oggetto da anni, e in tutto il mondo, di una vasto dibattito tra gli editori (che vorrebbero vedersi riconoscere un diritto d’autore) e Mountain View. 
La legge spagnola appena approvata impone alle testate di richiedere un compenso al servizio di Google per mostrare anche piccoli ritagli del proprio articolo sulla piattaforma. Non può rinunciarvi, non è una facoltà come ad esempio stanno studiando di fare in Germania. E Google sottolineando di non ottenere ricavi dal servizio, lo chiude. 

«Siamo veramente dispiaciuti - spiega un portavoce di Google -. Google News è un servizio apprezzato da molti utenti e crea valore per gli editori, portando lettori sui loro siti. Tuttavia, la nuova legge ha un approccio per noi non più sostenibile dal momento che Google News non contiene pubblicità e non genera ricavi. Nonostante questi cambiamenti, continueremo a collaborare con gli editori spagnoli per aiutarli ad aumentare i loro lettori e incrementare il loro fatturato online». Già oggi, volendo, gli editori possono chiedere che le proprie notizie non vengano ricomprese in Google News, ma di fatto, nessuno si sfila. Anche perché sempre più utenti arrivano al sito di news proprio via Google.

In Spagna, la legge è stata oggetto di dibattito per lunghi mesi e, a dir la verità, ha subito anche molte critiche soprattutto da parte dei piccoli editori e di terze parti quali l’Autorità per la concorrenza, proprio per via di quell’irrinunciabile diritto di compensazione riconosciuto agli editori.
«Non è una ripicca», spiegano da Google e nemmeno «un avviso nei confronti» dell’Antitrust dell’Unione Europea che ha messo sotto la propria lente proprio le attività di Google in Europa.
Certo però, che lo spirito di collaborazione che Google e gli editori hanno sempre cercato di mantenere in tutti questi anni (si pensi all’accordo trovato in Francia per un fondo di 60 milioni in tre anni che valorizzi nuove proposte editoriali in campo digitale) sta venendo meno. A rischio di un braccio di ferro che immobilizzerebbe ulteriormente il mercato.

La Dandini si vergogna: via lo sponsor scomodo

IlGiornale - Gio, 11/12/2014 - 08:30

Tempestivamente sparito il nome della coop di Buzzi dall'elenco degli sponsor

Sarà che Serena Dandini non ha ricevuto direttamente compensi da Salvatore Buzzi, come lei stessa ha assicurato.



Ma di certo il sostegno della Cooperativa 29 giugno al suo spettacolo contro la violenza sulle donne qualche imbarazzo glielo ha creato. Lo dimostra il fatto - scoperto dal blog Quelsi - che dal sito dell'iniziativa è tempestivamente sparito il nome della coop di Buzzi dall'elenco degli sponsor. La macchia è finita sotto il tappeto.

La privacy

La Stampa

massimo gramellini

David Paul Ballard insegnava inglese a Sassari. Vi era arrivato da giovane per le vacanze e non se n’era andato più. In Inghilterra aveva lasciato la squadra del cuore, il Manchester United, e un fratello che nel cuore non gli era entrato mai. A Sassari non si era fatto una famiglia in senso tecnico. La sua erano i vicini, i colleghi, gli studenti. Soprattutto loro. A ottobre Ballard si era sentito male, ma appena gli amici erano accorsi in ospedale, avevano fatto conoscenza con l’Assurdo. 

L’Assurdo è un mostro mitologico allergico al buon senso che pascola nei campi delle burocrazie e si nutre di parole ingannevoli. A chiunque chiedeva di vedere il paziente, o almeno di avere sue notizie, medici e infermieri hanno opposto per giorni lo scudo della Privacy. Non essendo parenti, non erano niente. Nemmeno degni di un’informazione. Così Ballard è morto in solitudine ed è stato rinchiuso dentro una cella frigorifera in attesa che un consanguineo si facesse vivo, mentre sarebbe bastato affacciarsi all’atrio per trovare persone interessate alla sua sorte. Ci sono voluti mesi per rintracciare il fratello dimenticato e ottenere da lui le firme necessarie alla sepoltura.

L’altro ieri i suoi studenti hanno finalmente potuto conoscere la verità e organizzargli il funerale. Buon viaggio, professore. Noi restiamo qui a riflettere sul formalismo delle leggi umane, che per una convenzione spesso smentita dagli eventi si ostinano a incasellare il mondo dentro i legami di sangue e parentela, ignorando che la vera famiglia di un adulto sono i rapporti che si costruisce e gli amici che si sceglie. 

Papa Francesco nega l’incontro al Dalai Lama

Corriere della sera
di Gian Guido Vecchi

Il leader religioso tibetano arriva a Roma per il summit dei Nobel per la pace. Oltretevere spiegano che non si vuole entrare nelle «tensioni» con la Cina

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Dall’entourage del Dalai Lama trapela una certa delusione, oggi il leader religioso tibetano arriverà a Roma ma non sarà ricevuto dal Papa. Da domani si riunisce nella capitale il XIV summit dei Nobel per la Pace, previsto in Sudafrica prima che negassero il visto al Dalai Lama per non irritare la Cina.
I tibetani avevano fatto un tentativo, ma in Vaticano si spiega che non sono previste udienze ai Nobel: ci sarà un messaggio di Francesco all’incontro, firmato dal Segretario di Stato Pietro Parolin. Oltretevere spiegano che non si vuole entrare nelle «tensioni» fra il leader tibetano e Pechino. Del resto il dialogo sottotraccia tra Cina e Vaticano prosegue più che mai con Francesco.

1La telefonata con Xi, lo scambio di messaggi nel volo verso Seul - è stato il primo pontefice che ha potuto attraversare lo spazio aereo cinese - la possibile intesa sulle nomine dei vescovi, l’Asia come priorità del pontificato e quella frase di Francesco: «Se andrei in Cina? Ma sicuro, domani!». Un dialogo epocale tra realtà millenarie che non è il momento di complicare.

11 dicembre 2014 | 07:49

Quando le Br pedinavano Berlinguer»

Corriere della sera
di Aldo Cazzullo

Le memorie dell’autista del leader: «Sono convinto volesse cambiare nome al partito Con Lama non si amavano. D’Alema? Non gli piaceva tanto, troppo presuntuoso»

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«Sono le 2 e mezza di notte. Per la seconda volta in pochi giorni ho portato Berlinguer all’appuntamento con Moro, a casa di Tullio Ancora, vicino a piazza Istria. È la primavera del 1978, si tratta la nascita del primo governo appoggiato dal Pci. Un compagno accende la lucetta sopra l’ingresso: è il segnale che il capo sta per scendere. La portiera è già aperta. Mi volto, ma sul sedile non vedo Enrico; vedo Aldo Moro, che è salito per sbaglio sull’auto del segretario del Partito comunista. Gli sorrido e gli dico che si è sbagliato. Moro chiese scusa mille volte. Dopo raccontammo la scena a Berlinguer, che si divertì moltissimo...». Alberto Menichelli, 85 anni, per 15 l’ombra del leader, è seduto in un bar di San Giovanni. Davanti ha le bozze del suo libro di memorie, In auto con Berlinguer , che Wingsbert pubblica lunedì prossimo. «Con il maresciallo Leonardi, il caposcorta di Moro, eravamo amici.

Ci invidiava le auto blindate, che al presidente della Dc erano state negate. Berlinguer aveva avuto la prima macchina blindata d’Italia: gli operai di Pisa ci avevano dato il vetro, i compagni di Roma avevano messo le lastre d’acciaio alle portiere. A lui non poteva accadere quel che accadde a Moro: oltre alla blindata e all’auto della polizia, c’era sempre un’altra macchina del partito, ogni volta diversa per confondere le Br, che ci precedeva o ci affiancava. E se fossero riusciti a rapirlo, i compagni l’avrebbero trovato, avessero dovuto setacciare tutta Roma. I poliziotti di scorta erano iscritti al partito: uno di nascosto, l’altro apertamente.

Lo trasferirono a Udine per punizione. Allora intervenne Pecchioli: “Almeno mandatelo a casa sua”. Così fu trasferito a Lecce. Comunque le Br ci pedinavano. Nelle loro carte avevano annotato le abitudini di Berlinguer, compresa la sosta ogni sera in latteria per comprare un litro di latte. Una volta gli chiesi: “Ma che te ne fai di tutto ‘sto latte?”. Sorrise: “Il frigo di casa è sempre mezzo vuoto”». «Enrico sorrideva spesso. Non era affatto triste. Gli piaceva scherzare. Una volta stavamo andando in Calabria, e ci fermammo a pranzo a Lagonegro.

Lui cominciò a fare palline con la mollica di pane e a tirarcele; scoppiò una battaglia. Mi prendeva in giro perché avevo paura dell’aereo, a ogni decollo mi chiedeva: “Hai messo il paracadute?”. Canzonava un uomo della scorta, Righi, partigiano di Carpi, che adorava il lambrusco; gli diceva che era la coca-cola italiana, “vuoi mettere il cannonau? Quello sì che è un vino!”. Adorava la Sardegna. A Barcellona tenne un comizio con Santiago Carrillo nella Plaza de Toros strapiena, e concluse in una lingua sconosciuta, nel tripudio della folla.

Gli chiesi cos’avesse detto. E lui: “Ho parlato catalano. Assomiglia al dialetto della mia terra”. Era popolarissimo anche all’estero, ai mercati generali di Parigi rischiò di soffocare per l’abbraccio della folla, quella volta ebbi paura. Come quando a Tarquinia, alla fine della festa dell’Unità, mi propose una scommessa: “Vuoi vedere che se mi travesto non mi riconosce nessuno?”. Si mise un cappellaccio e gli occhiali scuri di Maria, la seconda figlia. Lo riconobbero tutti, fu dura sottrarlo all’abbraccio dei militanti».

L’eredità di Berlinguer, a 30 anni dalla morte 
L’eredità di Berlinguer, a 30 anni dalla morte 
L’eredità di Berlinguer, a 30 anni dalla morte 
L’eredità di Berlinguer, a 30 anni dalla morte 

«Al partito sacrificò tutto, anche la vita privata. Eravamo sempre insieme, pure a Natale, che passavamo alle Frattocchie. Stavamo giocando a tombola, e lui gridò esultante: “Ambo!”. I bambini lo presero in giro: “Cosa vuoi vincere con un ambo?”. Cambiò carattere solo dopo la morte di Moro. Il 9 maggio mi telefonò: “Abbiamo avuto una segnalazione. Vai in via Caetani, c’è un mio amico che abita al primo piano: sali da lui, affacciati alla finestra e dimmi cosa vedi”. Gli descrissi la scena del ritrovamento del corpo. A un tratto sentii che non parlava più: mi aveva attaccato il telefono, come non aveva mai fatto. Era disperato: capiva che con Moro era morta la sua politica».

«Il rapporto con Craxi all’inizio non era così cattivo come dicono. Con il suo autista, Nicola Mansi, eravamo amici, anche se lo prendevo in giro perché guadagnava più del doppio di me. Dopo le elezioni dell’83 accompagnai Enrico con Chiaromonte da Craxi: all’uscita era soddisfatto, sperava di aver gettato le basi per un’alleanza. Invece Bettino chiuse l’accordo con la Dc. E al congresso di Verona ci tese una trappola: mentre gli altri ospiti passavano di fianco al palco, noi dovemmo attraversare tutta la sala, in una selva di fischi e insulti. Io ero furibondo, lui non batté ciglio».

«Quando mi dissero che era morto, scoppiai in un pianto convulso. Mi tornò in mente la nostra vita insieme: quando arrivavo a casa sua a portargli i giornali alle 7 e mezza e lui mi apriva in pigiama; la volta che in treno ci accorgemmo che aveva una scarpa diversa dall’altra; quando lo vidi seduto per terra nel salotto tra un mucchio di libri (“ma che ci fai lì?”; “sta zitto, ho nascosto 50 mila lire dentro un romanzo e non ricordo quale”); la volta che si mise a giocare a pallone sul piazzale della Farnesina con il figlio Marco e i suoi amici, si fermò una Fiat 130, si abbassò il finestrino: era Moro, che rimase incuriosito a guardare Berlinguer battere un calcio d’angolo. Fu Lauretta, la figlia più piccola, a consolarmi. Ancora oggi voglio bene ai figli di Berlinguer come fossero miei».

«Certo che aveva difetti. Ne aveva tantissimi. Ad esempio era pignolo: non l’ho mai visto parlare a braccio, lavorava ai discorsi per intere notti. E trascurato: non si pettinava mai. Quando entravo in direzione ad avvisarlo di una telefonata, a volte interrompevo liti furibonde. Lui dava ragione a tutti, ma decideva da solo. Era amico di ciascuno e di nessuno. Con Lama non si amavano: una volta a Torino un corteo operaio passò sotto il nostro albergo, Lama gli disse di non scendere, Enrico non gli diede retta. Napolitano? Rapporti normali, ma lui stava con Amendola, che era il vero avversario interno di Enrico; mentre con Ingrao andavano d’accordo, il fratello Ciccio Ingrao era il suo medico.

Fu lui a consigliargli di bere un goccio di whiskey prima dei comizi, per vincere la stretta allo stomaco che gli dava la vista della piazza. Tra i giovani, i prediletti erano Bassolino e Angius. D’Alema era segretario della Fgci, ma non gli piaceva così tanto: troppo presuntuoso. Berlinguer intendeva modernizzare il partito, non voleva ad esempio che il segretario restasse in carica a vita. E stava pensando di cambiare nome al Pci. Non me lo disse mai esplicitamente, come lo sto dicendo io a lei; ma ne sono convinto».

11 dicembre 2014 | 07:38



La fine di Berlinguer e il tramonto del Pci

Corriere della sera

 

Trent’anni fa il segretario del Pci si accasciò durante il comizio padovano, il decesso pochi giorni dopo. Fu l’ultimo grande leader politico del XX secolo

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Quella sera, sul palco, c’ero anch’io. Non perché fossi importante (in quasi vent’anni di militanza nel Pci, non ho mai ricoperto alcun incarico né occupato neppure una poltroncina), ma per un’altra ragione del tutto contingente. Mi era stato proposto di entrare in lista per le elezioni europee del 1984, con l’intesa esplicita che non sarei stato eletto, ma che con la mia presenza avrei testimoniato l’impegno degli intellettuali in quella campagna elettorale.

Di qui la decisione di includermi nel numero ristretto e molto selezionato delle persone che avrebbero partecipato alla manifestazione facendo ala allo speaker ufficiale di quella indimenticabile serata. Ovviamente, non avrei mai immaginato di assistere a ciò che poi è accaduto. Stando dietro Berlinguer di un paio di metri, godevo di una prospettiva del tutto insolita. Sullo sfondo di una piazza brulicante di migliaia di persone appassionate e combattive, avevo in primo piano la figura esile, leggermente ricurva, appesantita dalla fatica, del Segretario.

Ne scrutavo le mosse, colpito dalla meticolosa lentezza con la quale estraeva dalla tasca della giacca i fogli col testo del discorso che si accingeva a pronunciare, quasi ipnotizzato dal carisma del personaggio. A dispetto di ciò che secondo il calendario ci si sarebbe potuto aspettare, la serata era molto fredda, il palco era battuto da un vento gelido. A Cortina in quella giornata era addirittura nevicato. Sembrava che le insolite condizioni meteorologiche annunciassero un evento altrettanto inusuale, oltre che intimamente tragico.

Per quanto ci si possa sforzare di evitare ogni concessione retorica, la descrizione dell’epilogo suscita ancor oggi sgomento e commozione profonda. Berlinguer aveva nitidamente capito che stava morendo. Ciononostante, sottraendosi alle premure dei suoi collaboratori più fidati, e resistendo perfino al ripetuto appello del pubblico («Basta, Enrico, basta!») che lo esortava a interrompere, ha voluto andare fino in fondo, concludendo con la voce rotta e ormai quasi incomprensibile la sua invocazione alla mobilitazione «casa per casa», «quartiere per quartiere». Una morte simile alla sua vita, pienamente coerente col suo «stile» inconfondibile.

Nessun eroismo, ma un attaccamento monastico al suo ruolo, una totale immedesimazione con quella che egli riteneva essere una missione, e non solo un lavoro come un altro, una concezione della politica come servizio che esige una dedizione completa. A distanza di trent’anni, ora che si sono almeno sollevate le nebbie emotive, si può tentare di formulare un giudizio sul piano storico e politico. Con la morte di Berlinguer si conclude definitivamente e irreversibilmente la vicenda del movimento comunista internazionale. Quando, 5 anni più tardi, Occhetto proporrà di mutare il nome del Partito, quella complessa esperienza è già finita da tempo, spazzata via dal vento di quella gelida serata di giugno.

Con la svolta della Bolognina ha inizio un lungo e travagliato periodo di transizione, giunto al suo esito solo con l’avvento di Renzi alla segreteria. Per oltre vent’anni, il Partito è stato letteralmente né carne né pesce, non più comunista, ma neppure ancora socialdemocratico, o qualunque altra cosa compiuta e definita. Una traversata nel deserto protrattasi per un tempo lunghissimo, con la conseguenza di un ristagno complessivo del sistema politico italiano nel suo insieme. Fra il leader sardo e l’attuale segretario, il vuoto di oltre un ventennio malamente sprecato. Esercitarsi ora, a distanza di trent’anni, a stabilire in che cosa Berlinguer avesse ragione o in che cosa avesse sbagliato, è davvero operazione insensata.

Ragioni e torti segnalano comunque una personalità di altissimo livello, l’ultimo grande leader politico europeo del XX secolo, l’ultimo esponente di una «grande politica» ormai al tramonto. Semmai, gli avvenimenti di queste ultime settimane – fra gli scandali Expo e la tangentopoli veneta – sembrano fatti apposta per esaltare uno fra i molti paradossi legati alla figura di Berlinguer. Per primo, e con maggior forza di qualunque altro esponente politico, egli aveva denunciato i gravissimi pericoli insiti nell’intreccio tra politica e affari, nel processo di graduale corruzione della vita associata nel nostro paese. Al tempo stesso, per descrivere questo fenomeno, già a metà degli anni settanta egli aveva coniato un’espressione – «questione morale» - non solo sostanzialmente inadeguata e fuorviante (e inoltre contraddittoria con la lucidità della sua stessa analisi), ma anche foriera di equivoci che avrebbero condizionato negativamente, e in maniera molto pesante, i peraltro sporadici tentativi di porre rimedio a questa degenerazione.

Qualificando come «morale» quella che in realtà si presentava come una questione strutturale, attinente alle regole materiali di organizzazione del sistema politico nel suo insieme, Berlinguer aveva del tutto involontariamente collaborato a spostare sul piano dei comportamenti e delle scelte individuali, governati appunti dalla «morale», un problema intensivamente «politico », poiché riguarda invece il funzionamento del sistema. Mentre l’allarme che egli lanciava (si pensi alla memorabile intervista resa a Eugenio Scalfari nel 1976) segnalava un processo degenerativo diffuso e ramificato, la formula della «questione morale» sembrava indicare quali rimedi solo una più accurata verifica delle qualità morali delle persone coinvolte, e non un intervento radicale sulle norme, le condizioni oggettive, e i meccanismi con i quali materialmente si esprime la decisione politica. Una contraddizione. Come il vento gelido in una serata di giugno.

11 giugno 2014

Nasce il nuovo portale per presentare petizioni al Parlamento europeo

La Stampa

lorenza castagneri

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Aron Phillip, tedesco, ha proposto l'istituzione di una festività comune a tutti i paesi della Ue. Il suo connazionale Günter Dillikrath sostiene la necessità di una assicurazione comunitaria per ciclomotori. Oppure c'è Eftimia Boutisoku, greca, che chiede che diventi legge un aiuto economico  per le madri lavoratrici del suo Paese. E ancora Margot Maë, dall'Estonia, che domanda trasparenza sulle somme addebitate dalle aziende che operano attraverso Internet. Benvenuti sul sito delle petizioni al Parlamento europeo che accoglie gli appelli inviati dai cittadini di tutti gli Stati membri. Un mondo variegato, certo, ma forse non ancora abbastanza vasto. Secondo l'ultimo rapporto disponibile della Commissione per le petizioni, nel 2013, sono pervenute poco più di 2800 richieste. 

Un numero ancora basso per una popolazione complessiva di oltre 500 milioni di abitanti. Ma il trend è in fortissima crescita: le domande sono lievitate del 45 per cento rispetto al 2012. Un dato, come suggerisce la Commissione, che «indica un aumento della consapevolezza del diritto di petizione e dell'utilità di questa procedura per richiamare l'attenzione delle istituzioni comunitarie». Di qui è nata l'idea di dare vita a un nuovo portale per le petizioni al Parlamento di Strasburgo – www.petiport.europarl.europa.eu - più accessibile e facile da utilizzare, dove si può segnalare la propria causa oppure sostenere una delle questioni proposte da altri cittadini.

«Ma questo è soltanto uno dei canali per far giungere ai legislatori la propria voce. Di mettersi in gioco, esponendosi in prima persona per provare a cambiare le cose c'è sempre più bisogno». Ne è convinto Salvatore Barbera, direttore italiano delle campagne di Change.org , il sito di petizioni più famoso e ciccato del mondo: oltre 81 milioni di utenti totali, due milioni e mezzo soltanto nel nostro Paese, dove la piattaforma ha aperto nel luglio del 2012. Da allora si conta che siano stati pubblicati 23mila appelli. Qualcuno funziona e porta a dei risultati, altri no. Come sempre.

«Tutto dipende dal valore sociale della storia che raccontiamo. Alcune hanno un impatto molto forte e riescono effettivamente a smuovere le istituzioni» spiega Barbera.Una volta che il messaggio è stato postato, la petizione va avanti da se': «Soltanto in alcuni casi contattiamo direttamente i destinatari dell'appello. Dal nostro sito, infatti, si può inserire subito la mail della persona o delle istituzioni a cui ci si rivolge. Ogni volta che qualcuno sostiene la campagna viene inviata una notifica. Se ogni giorno arrivano migliaia di sottoscrizioni, è impossibile restare sordi al coro di richieste».

Resta fermo il fatto che l'appoggio alle petizioni non ha valore legale. Le firme per sostenere leggi di iniziativa popolare sono tutt'altra cosa. Lo stesso vale per altre piattaforme come Firmiamo.it , portale che fa parte del network Livepetitions.org , o ancora Activism.com , che conta quasi cinque milioni di utenti. «E’ più importante creare una comunità che, attraverso la piattaforma, parli del problema e lo porti a conoscenza di chi decide» spiega Barbera. Talvolta sono gli stessi governi a incentivare la pratica. In Germania c'è Parliament Watch che permette a cittadini e organizzazioni di rivolgere domande direttamente ai politici. 

Ogni mese ne arrivano circa seimila per un totale di 300mila utenti. Anche il Regno Unito si è dotato di un servizio ufficiale di petizioni online. E negli Stati Uniti spopola “We the people”, il sito lanciato nel 2011 dalla Casa Bianca, dove viene data risposta agli appelli che raggiungono almeno centomila firme. In mezzo a tante sollecitazioni di carattere sociale ed economico che hanno una ricaduta reale su milioni di persone, non è raro trovare argomenti più frivoli. Un esempio? La proposta di espellere Justin Bieber dagli Stati Uniti. L'hanno sostenuta in 270mila.   

Equitalia, strozzini di Stato: per 2.100 euro ne vogliono 3 mila

Libero

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Avviene tutti i giorni in gran parte delle case degli italiani. A metà mattina suona il postino «Raccomandata!», apri e ti trovi fra le mani una missiva di Equitalia, che sono sempre dolori. Si tratta delle solite multe prese magari senza nemmeno accorgersene (soste, infrazioni al traffico, eccessi di velocità etc..) o di contestazioni della Agenzia delle Entrate per rilievi formali magari di poco conto sulle dichiarazioni dei redditi. Al signor Marco Rossi (il nome è di fantasia) proprio quest'ultima è arrivata: una cartella Equitalia con una contestazione per irregolarità formali da parte della Agenzia delle Entrate su una dichiarazione dei redditi di cinque anni prima. «Ma come? Sono lavoratore dipendente, l’unica cosa che aggiungo è qualche detrazione di spese mediche e per questo invio tutto al commercialista».

Marco manda la cartella di Equitalia al commercialista, che allarga le braccia: «La cifra non è enorme. Bisogna pagarla». Marco sospira: «Per lei non saranno enormi 2.114,66 euro. Ma per me sono più di un mese di stipendio. Almeno si può pagare a rate?». Con l’aiuto del commercialista è subito pronta la lettera da spedire ad Equitalia: non c’è bisogno di allegare documentazione che comprovi le difficoltà del momento per cifre così basse. E infatti Equitalia tempo un mese risponde a Marco, che apre la lettera tutto felice: «Le abbiamo accordato la ripartizione del pagamento di tale documento in n.28 rate mensili».

Rateizzare - Il piano di ammortamento- scrivono- è stato «formulato secondo il criterio alla francese, che prevede rate di importo costante con quota di capitale crescente e quota interessi decrescente». Il signor Rossi non ci capisce molto: qualcosa cresce, qualcosa altro decresce. Ma vede il conto totale a fine operazione: 3.076,44 euro. Rateizzare quel debito che nemmeno capisce gli costa insomma 950 euro più che pagare subito. Sono 20 giorni di stipendio che si involano un po’ salendo un po’ scendendo «alla francese» per finire in tasca ad Equitalia. Le varie colonne dicono «quota capitale», «quota interessi di mora», «quota interessi di dilazione», «quota compensi di riscossione». Si fa due calcoli e significa che in due anni e 4 mesi il suo debito aumenta del 45,2%. Se va da uno strozzino dal cuore buono finisce che per una cifra così i prestito riesce perfino a risparmiare rispetto a quanto gli chiede il fisco italiano.

Equitalia vuole il 32,58% in interessi di mora, poi il 4% di interessi di dilazione e l’8,6% di compensi di riscossione. Avranno ragione? Naturalmente hanno ragione: sono le leggi e i regolamenti che prevedono questo lievitare del debito dei contribuenti. Ogni governo di questi ultimi anni ha fatto finta di addolcire la pillola, si è sgolato parlando di «fisco amico», di «sportello amico», di una Equitalia dal volto umano, magari ha anche allargato e allungato le possibilità di rateizzare il debito per cifre via via più consistenti e perfino in tempi più lunghi, per venire incontro alle difficoltà che la crisi economica crea nel bilancio familiare o aziendale di milioni di contribuenti. Ma al ruolo vocazionale di strozzinaggio lo Stato non ha mai rinunciato, in nessuno dei volti in cui si presenta.

Tassi di interesse - Il primo gennaio scorso sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana è stato pubblicato il nuovo tasso di interesse legale stabilito dal governo italiano: è l’uno per cento. Il contribuente non si deve attendere di più quando presta soldi o li dà in custodia a Stato o privati secondo le leggi vigenti. Ma se il percorso è quello contrario: è lo Stato che li deposita da te (ad esempio facendoti rateizzare il tuo debito con lui), quella regola non vale più, e sono dolori per il cittadino. Oltretutto non c’è solo Equitalia: quel debito potrebbe essere con l’ufficio tributi di un comune, o con un ufficio giudiziario, o con un altro ente pubblico. E ognuno applica il tasso che vuole.

Ad esempio gli interessi sulle dilazioni sono diversissimi in ogni posto di Italia: si va da zero fino al 6 per cento. Ed è questione di fortuna: gli uffici giudiziari applicano il 4,5%. L'ufficio tributi del comune di Monza (e di pochi altri piccoli comuni) non chiede interessi (il tasso sulle dilazioni è 0%). Quello di Livorno vuole il 4,5%, quello di Perugia si accontenta dell'1% che sarebbe poi il tasso legale, quello di Pitigliano chiede il 3,5%. A Messina vogliono il 4%, a Torino il 5%, a Milano sulla tassa per i rifiuti viene applicato un interesse dilazionatorio del 2%, a Novara l'ufficio tributi chiede il 2,5%, in un posto vip come Courmayeur si accontentano dell’1,5% (a Cortina invece è 1%).

di Franco Bechis