venerdì 12 dicembre 2014

Buzzi, quel truffatore graziato da Scalfaro

Chiara Sarra - Ven, 12/12/2014 - 14:40

Negli anni '80 venne condannato per omicidio, ma dietro c'era un giro di assegni falsi. Poi divenne l'idolo della sinistra radical chic

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Come ha fatto Salvatore Buzzi a diventare il "re delle coop romane" senza che nessuno si accorgesse delle attività illecite che c'erano dietro? Per capirlo bisogna tornare al 1980, quando Buzzi fu condannato per aver ucciso con 34 coltellate un suo complice a Roma, che lo aveva minacciato di rivelare ai superiori della banca per la quale lavorava un giro di assegni falsi.

Poi divenne un detenuto modello, come racconta Panorama: si laureò con il massimo dei voti e arrivò persino ad ottenere la grazia nel 1984 da Oscar Luigi Scalfaro che voleva così premiarlo per la buona condotta. Allora, come racconta Libero, Buzzi si guadagnò la stima di tutti, al punto da essere erto a idolo dei radical chic: in carcere aveva iniziato il suo impegno per il sociale, a partire dalla battaglia per il sesso all'interno degli istituti penitenziari e quella per i diritti dei detenuti, fino all'organizzare di convegni tra le sbarre.

Ma a 30 anni di distanza la realtà sembra un'altra: il protagonista di quello che veniva ritenuto il successo del sistema carcerario italiano e la dimostrazione che è possibile rieducare e reinserire i detenuti torna ad essere il truffatore degli esordi, a cui sono stati affidati soldi pubblici e appalti per 60 milioni di euro all'anno.

Le ultime parole famose”: il decano della Settimana Enigmistica racconta l’Italia in 50 anni di vignette

La Stampa
miriam massone

Cominciò da ragazzo autodidatta con un disegno sul generale Badoglio e ora, alle soglie dei 90 anni, è in cerca di nuova ispirazione per vincere la solitudine e la noia

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Da 50 anni l’appuntamento è sempre nello stesso posto: in basso a destra, pagina 41. Lì l’enigmista compulsivo sa che può concedersi una sosta dalle parole crociate e guardare dal buco della serratura la vita di una famiglia media. La cornice è quella delle «Ultime parole famose», un’«istituzione» della Settimana Enigmistica, anche ora che di parole l’autore non ne ha più: «Sono d’archivio quelle vignette ormai, da un po’ ho smesso: ero stanco, mi cominciava a infastidire se mi ritoccavano il disegno. D’accordo la correzione sulla battuta, ma perché mai togliere il cappello al mio Bort?».

Mario Bortolato, in arte «Bort», nato in Veneto ma alessandrino da sempre, è un pezzo di storia dell’editoria italiana: 89 anni, 20mila vignette in curriculum, pessimista come solo gli artisti della risata sanno essere. L’ironia la consuma tutta nei suoi tratti, matita e china, tratteggi, retinature, collage. Mai polemico e mai politico: «E’ molto più difficile l’umorismo rispetto alla satira: che ci vuole a far ridere parlando di Brunetta?». Più arduo trovare lo spunto invece su signor «Bort» (quello delle vignette) e consorte. 

La mitica vignetta
Un filo di pancia, camicia e cravatta, un po’ maldestro ma simpatico, semplice ma fulminante nei commenti, se fosse un film sarebbe un personaggio di Carlo Verdone: è l’italiano medio. Coprotagonisti, la moglie, gonna al ginocchio e capelli raccolti, i figli, la suocera - «Quella che vorresti sempre buttare dalla finestra ma poi non la butti mai» - e il cane. «Le ultime parole famose» ricalcano la vera famiglia di Mario Bortolaso che, tra l’altro, è anche «nonno d’arte»: suo nipote è il noto tennista Matteo Donati. «Sono autodidatta, cominciai da ragazzo con una vignetta su Badoglio e non ho mai smesso, nemmeno dopo la laurea in Giurisprudenza e quando trovai lavoro all’Inps. Ero affascinato dal mondo delle redazioni».

Le prime collaborazioni sono con Marc’Aurelio, Notes, Grazia, poi Famiglia Cristiana, Millelibri, Domenica quiz, Intrepido, Monello (qui disegnava Teo, un «giamburrasca» anni Settanta). Lo notano, apprezzano, ricercano. Così nel 1963 entra nella «Disegnatori riuniti» assieme ai big del settore: «E grazie a loro sono arrivato alla Settimana Enigmistica», con una parentesi pure come autore di programmi tv, da L’Altra Domenica a Drive In. La battuta nasce per caso, guardando la tv, nella sua casa al rione Pista, passeggiando, o al supermercato. E viene sempre prima del disegno, che segue a ruota: per quello bastano 5 minuti. La sua mano nodosa e per nulla incerta pattina sul foglio. 

In cerca di ispirazione
Alle soglie dei 90 anni Bort non risparmia i suoi affilati commenti: «Non mi piace tanto lo stile di questi ultimi tempi: c’è troppa cattiveria». Com’è difficile far sorridere senza ferire. «Vauro è terribile, come pure Forattini». Ma qualcuno da salvare c’è: «Mi piacciono Giorgio Cavallo e le strisce di Ernesto Cattoni su Famiglia Cristiana». I suoi preferiti sono i Peanuts di Schulz, vagamente simili alla famiglia di Bort. Mandato in pensione il suo alter ego in fumetti, Bortolato si è rilanciato con le strisce sui frati («Mi ha ispirato il colore del saio, quel marron che mi piace tanto»). A chi volesse imitare la sua carriera dice: «Meglio di no, non si campa con i disegni.

Adesso mi hanno chiesto di dare lezioni nelle scuole: ma cosa dico? Io non ho studiato disegno, ero portato e basta». Geniale, con quel pessimismo che però fa rima con realismo. Oggi Bort è in cerca di una nuova musa, per ridare un senso ai pomeriggi di solitudine che gli spengono l’estro: «Si è spenta l’ispirazione, ma vorrei ritrovarla». 

L'università di Milano è invasa dagli zingari

Paola Fucilieri - Ven, 12/12/2014 - 08:07

Sempre più spesso la Statale di Milano è presa di mira dai rom: chiedono le elemosina e se riescono rubano cellulari o portafogli. Il rettore aveva promesso tolleranza zero. Ma è tutto è fermo. Gli studenti sono intimoriti

MilanoGli zingari alla Statale. E non per seguire le lezioni. Ovvero, per seguirle a modo loro: chiedendo la carità e rubando.

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Non accade chissà dove, in qualche ateneo di un posto sperduto del mondo, ma all'università Statale di Milano, facoltà di lettere, via Festa del Perdono. Martedì mattina, aula 211, tra il primo e il secondo piano, lezione d'italiano tenuta dalla professoressa Annamaria Cabrini del corso di laurea in lettere antiche e moderne. Qualche minuto dopo le 12.30 si palesano all'interno della stanza ad anfiteatro, dove in quel momento ci sono un centinaio di ragazzi, tre giovani donne tra i 20 e i 25 anni.

«Si aggiravano tra i banchi tra lo stupore generale, chiedendo la carità e guardandosi intorno - ci racconta uno studente -. La docente si è spazientita, ha interrotto la lezione e più volte ha chiesto gentilmente ma in maniera ferma alle tre donne di lasciare la stanza. Dopo diversi, interminabili minuti le tre ragazze se ne sono andate. Al termine della lezione, però, ho sentito del trambusto e notato qualcuno che correva. Alcuni miei compagni di corso mi hanno spiegato che a uno di loro era sparito il cellulare, che aveva rincorso le tre zingare e, alla fine, tra insistenze e minacce di denunce, loro malgrado glielo avevano restituito».

Due settimane fa era accaduto durante un'altra lezione di letteratura italiana contemporanea, stavolta tenuta dalla professoressa Giovanna Rosa davanti a circa 80 studenti, aula 109, piano terra di via Festa del Perdono. «Erano le stesse ragazze di qualche giorno fa, parlando con gli altri ragazzi ci siamo resi conto che sono sempre loro - ci spiega ancora lo studente -. Anche in quel caso la professoressa era stata costretta a interrompersi e poi le aveva invitate a lasciare la lezione. Loro, imperterrite, hanno continuato a chiedere la carità e l'insegnante ha dovuto insistere. Alla fine se ne sono andate e la prof ha dichiarato che avrebbe segnalato il fatto alle autorità».

Siamo andati a curiosare alla Statale, in via Festa del Perdono. Anche un gruppo di studenti della facoltà di giurisprudenza hanno raccontato episodi simili. «Nell'aula il prof costretto a interrompersi ci crea tensione, sono episodi che non dovrebbero più ripetersi, che ci lasciano allibiti: il fatto che oggi se ne vedano di tutti i colori non significa però che chiunque possa entrare e disturbare, soprattutto se con la lezione non c'entra nulla - spiegano i ragazzi -. E l'impressione è che l'ambiente della Statale, così grande, sia probabilmente impossibile da controllare. Un fatto che, rom a parte, ci spaventa».

Qualcuno ci parla della possibilità d'installare dei tornelli all'ingresso dell'ateneo. Il giorno dopo gli arresti per il pestaggio in Statale nella notte di San Valentino, l'anno scorso, il rettore Gianluca Vago lanciava la linea dura sulla sicurezza alla Statale. E dalle pagine del Corriere tuonava di tornelli agli ingressi, maggiori controlli, più telecamere e più vigilantes. Tolleranza zero, insomma. Lo abbiamo cercato per chiedergli che cosa ne pensava di questi recenti episodi, ma ha preferito non risponderci.

Alla primarie Pd denunciò i voti comprati dei rom: "Mi diedero della razzista"

Sergio Rame - Ven, 12/12/2014 - 14:02

Nel 2013, alle primarie tra Renzi e Cuperlo, i rom hanno votato dietro compenso. Un membro della direzione Pd lo denuncia: "Venni pure linciata"

Che alle primarie del Pd votino i rom non è più un mistero. Un pugno di euro in cambio del proprio voto.

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In questo modo il candidato sindaco poteva essere deciso d'ufficio aggirando agevolmente la base. Il 7 aprile 2013 Cristiana Alicata, membro della direzione nazionale del Pd, denunciò un brutto episodio avvenuto in una sezione della Magliana. "Alcuni militanti - racconta oggi a Repubblica - mi avvisarono che in una sezione della Magliana venivano accompagnati interi gruppi di persone e chi era lì aveva l’impressione che venisse detto loro per chi dovessero votare". Per questa denuncia la Alicata si prese pure della "razzista" dai vertici del Pd locale. Perché quelle persone accompagnate a votare erano essenzialmente i rom che vivono nelle periferie capitoline.

"Siamo in una situazione peggiore di quella del 1992. Se fossi in Marino, di fronte a uno stillicidio di notizie che finirebbe per condizionare tutto, sarei io stesso a dimettermi e poi ricandidarmi. Marino stravincerebbe e sarebbe, a quel punto, molto più libero". In una intervista al Corriere della Sera, l’eurodeputato del Pd Goffredo Bettini lo dice chiaramente: solo le elezioni possono lavare lo scandalo di "Mafia Capitale". In Campidoglio, come in parlamento. "Anche Renzi dovrebbe andare dritto al voto - avverte - dopo aver azzerato tutte le tessere del Pd". Questo perché dietro alle tessere gondiate e alle primarie pilotate c'è l'ombra di un sistema che coinvolge tutto il Nazareno, a più livelli. Dello scandalo dei rom che votano alle primarie si è sempre saputo. E sempre il Pd ha negato. Ma l'inchiestra "Mondo di mezzo" ha fatto crollare anche questa patina di menzogna. Tanto che le denunce spuntano come funghi.

Anche nel 2013, quando il popolo democrat è chiamato a scegliere tra Renzi e Cuperlo, i rom si mettono ordinatamente in coda per votare. Un voto, un tot di soldi. Gonfiano i numeri, e sballano le percentuali. Un sistema semplice e ben collaudato che ora fa crollare la prosopopea con cui la sinistra sbandiera l'uso delle primarie. "Alcuni avevano fatto mettere a verbale che avevano assistito a uno scambio di soldi - racconta Alicata - denunciai sui social network con una frase infelice la stranezza di quella partecipazione così massiccia, infelice perché ha concentrato l’attenzione sul fatto che quelle persone erano rom e non invece sulla questione che c’era chi probabilmente sfruttava la loro disperazione". Nell'intervista a Repubblica, racconta quindi di essersi dimessa dalla direzione del Pd Lazio proprio perché stavo subendo un linciaggio con l’accusa di razzismo. "Poi sono stata chiamata da Renzi alla direzione nazionale - sottolinea - fare pulizia  è possibile". Finora, però, la sporcizia è stata sempre nascosta sotto il tappeto.

Il caso Google, non si può rinnegare l’essenza del web

La Stampa
massimo russo*

L’ordine di Madrid: «Pagate gli editori per i link su Google News». La reazione: «Via dalla Spagna»

La decisione di Google di spegnere il proprio servizio News in Spagna grida che il re è nudo. Ci fa discutere di come sia stato possibile - non in un regime autoritario, ma nel cuore dell’Europa continentale - che un Parlamento abbia potuto decidere senza scandalo di mettere una gabella sui link, di negare l’essenza stessa del web, di tagliare fuori i propri cittadini dal XXI secolo, malgrado l’accesso a Internet sia un diritto riconosciuto dall’Onu.

La norma, erroneamente battezzata Google tax, non è che l’ultimo atto nella guerra europea contro le grandi piattaforme digitali americane. In realtà - in un gioco di eterogenesi dei fini - per difendere gli editori tradizionali dalla loro progressiva irrilevanza e dallo scardinamento dei loro modelli di raccolta pubblicitaria, rischia di compromettere l’idea che spinse Tim Berners Lee, 25 anni fa, a scrivere il documento in cui immaginava la possibilità di condividere la conoscenza su scala globale.

La riforma della proprietà intellettuale, approvata lo scorso ottobre, dal 1°gennaio 2015 impone a chi aggrega e punta a siti che producono contenuti di pagare i diritti d’autore, anche se non richiesti e qualora la citazione riguardi solo poche righe, come titolo e sommario. Non importa che Google News porti agli editori spagnoli dal 10 al 30% del loro traffico, non serve nemmeno ricordare come il servizio non ospiti pubblicità e non produca ricavi diretti. Inutile sottolineare che, per chi non vuole comparire in Google News, è possibile cancellarsi in pochi minuti. Google, con la propria decisione, si toglie dall’angolo e fa uscire di scena il convitato di pietra. 

In attesa di vedere se le altre piattaforme di aggregazione faranno altrettanto, rimane una norma che punisce la valuta fondamentale del web, il link. Lo strumento attraverso il quale non solo Google o i social network, ma tutti noi - ogni giorno - esprimiamo apprezzamento o critica verso un’idea altrui, e – con un semplice richiamo ipertestuale – collaboriamo a forgiare quell’inestimabile patrimonio di conoscenza condivisa che è la rete. Un presente connesso che ha già cambiato i tempi e i modi in cui facciamo economia, impariamo, amiamo, compriamo, scambiamo. La nostra vita.

Invece di sfruttare i meccanismi di rete per crescere, la Spagna decide di rimettere il genio nella lampada. Ma il mondo è già cambiato. E provare a tenere la lampada oltre i Pirenei, significa solo condannarsi all’oscurità.

*Direttore di Wired Italia



Se Google spegne le news
La Stampa
marco castelnuovo

Con un post nel suo blog, Google ha annunciato la chiusura in Spagna del servizio Google News, la cliccatissima piattaforma che aggrega le varie notizie e oggetto da anni, e in tutto il mondo, di una vasto dibattito tra gli editori (che vorrebbero vedersi riconoscere un diritto d’autore) e Mountain View. 

La legge spagnola appena approvata impone alle testate di richiedere un compenso al servizio di Google per mostrare anche piccoli ritagli del proprio articolo sulla piattaforma. Non può rinunciarvi, non è una facoltà come ad esempio stanno studiando di fare in Germania. E Google sottolineando di non ottenere ricavi dal servizio, lo chiude. 

«Siamo veramente dispiaciuti - spiega un portavoce di Google -. Google News è un servizio apprezzato da molti utenti e crea valore per gli editori, portando lettori sui loro siti. Tuttavia, la nuova legge ha un approccio per noi non più sostenibile dal momento che Google News non contiene pubblicità e non genera ricavi. Nonostante questi cambiamenti, continueremo a collaborare con gli editori spagnoli per aiutarli ad aumentare i loro lettori e incrementare il loro fatturato online». Già oggi, volendo, gli editori possono chiedere che le proprie notizie non vengano ricomprese in Google News, ma di fatto, nessuno si sfila. Anche perché sempre più utenti arrivano al sito di news proprio via Google.

In Spagna, la legge è stata oggetto di dibattito per lunghi mesi e, a dir la verità, ha subito anche molte critiche soprattutto da parte dei piccoli editori e di terze parti quali l’Autorità per la concorrenza, proprio per via di quell’irrinunciabile diritto di compensazione riconosciuto agli editori.

«Non è una ripicca», spiegano da Google e nemmeno «un avviso nei confronti» dell’Antitrust dell’Unione Europea che ha messo sotto la propria lente proprio le attività di Google in Europa.
Certo però, che lo spirito di collaborazione che Google e gli editori hanno sempre cercato di mantenere in tutti questi anni (si pensi all’accordo trovato in Francia per un fondo di 60 milioni in tre anni che valorizzi nuove proposte editoriali in campo digitale) sta venendo meno. A rischio di un braccio di ferro che immobilizzerebbe ulteriormente il mercato.

La seconda vita dell'iPod classic: è fuori produzione, ma sul web vale oro

La Stampa
bruno ruffilli

Dopo aver avviato la rivoluzione della musica liquida nel 2001, a settembre di quest'anno è scomparso dall’Apple Store. Oggi arriva a essere quotato online anche 900 euro

È morto di una morte lenta, passando da protagonista della rinascita di Apple a mesto comprimario, poi è stato relegato in un angolo del sito, infine cancellato senza nemmeno un annuncio ufficiale. Ma l'iPod Classic sta vivendo una seconda vita sui mercati del web .

Sulla popolare piattaforma eBay, come fa notare The Guardian , sono infatti più di tremila i modelli venduti a cifre comprese tra le 350 e le 500 sterline, un prezzo molto più alto delle 229 sterline necessarie per acquistarlo quando era ancora in vendita presso gli Apple Store. La tendenza sembra prossima a prender piede in Italia, dove da poco sono comparsi su eBay i primi esemplari con prezzo base prossimo a 400 euro. 

Il dispositivo Apple che ha introdotto la click wheel è nato nel 2001: stava per compiere 13 anni quando è sparito dallo Store a settembre, subito dopo la presentazione del nuovo iPhone. L’iPod classic non veniva più aggiornato dal settembre 2009 e il design del prodotto non cambiava dal 2004. 
Tim Cook, rispondendo alle domande dei giornalisti, ha dichiarato che Apple non era più in grado di reperire sul mercato i componenti necessari per realizzare l'iPod e avrebbe dovuto perciò inventare un modello del tutto nuovo. L'investimento, a parere del Ceo della Mela, sarebbe stato però a rischio, perché ormai la richiesta per lettori di Mp3 dedicati esclusivamente alla musica come l'iPod è limitata a una ristretta nicchia di appassionati cultori.

Il mondo della musica online, d'altra parte, è sempre più concentrato sullo streaming, e l'iPod Classic rappresenta un modo di concepire la musica digitale sempre meno interessante per produttori di apparecchi e case discografiche. Ha però due grande vantaggi: da una parte funziona anche senza connessione internet, dall'altra consente di concentrarsi soltanto sulle canzoni, limitando al minimo la distrazione derivante dall'uso si app, mail, navigazione su internet. 

Noncurante delle osservazioni di Cook, Sony ha appena lanciato quello che potrebbe essere l'erede dell'iPod, declinato secondo le ultime tecnologie. Il lettore NWZ-A15 non funziona più soltanto con Mp3 o file compressi, ma sposa l'alta risoluzione audio, per portare nelle case di tutti la musica come l'hanno voluta i musicisti. Non è un solo apparecchio, ma una linea completa di componenti ad alta fedeltà, anche per la casa.  

Vietato invecchiare

La Stampa

massimo gramellini

Signor vigile che a Pinerolo, provincia di Torino, ha dato la multa a un pensionato di 85 anni rallentato dall’artrosi perché attraversava la strada a passo di lumaca, mi potrebbe togliere una curiosità? Mi potrebbe spiegare per quale motivo in questo Paese strabico le regole scattano come tagliole solo quando a calpestarle sono i deboli e gli indifesi? Ho visto la faccia di quel pensionato, l’ho sentito parlare sullo sfondo di un classico tinello italiano, modesto e curato. E ho pensato che, se fosse ancora vivo, sarebbe potuto essere mio padre. Ecco, lei ha appena multato mio padre. Forse ne andrà orgoglioso. Le divise fanno strani scherzi, a volte. 

La legge è sicuramente dalla sua. Il pericoloso soggetto solcava le strisce pedonali con l’andatura di un alpino che marcia in montagna controvento. Incurante del troppo rapido susseguirsi dei colori: verde, giallo, rosso. E a quel punto, come un falchetto, è intervenuto lei, sorprendendolo in flagranza di reato. Immagino che sia altrettanto reattivo e implacabile quando sulle medesime strisce sfreccia una macchina a cento all’ora, guidata da un balordo munito di coltello. E’ intervenuto e, probabilmente, ha pensato: «Poveretto, zoppica, potrei dargli una mano ad attraversare, magari accompagnarlo al bar e offrirgli un caffè... ma se mi comportassi così, infrangerei il comma f) dell’articolo 1256 bis del regolamento, come risulta modificato dal dpr 146/68 ai sensi della delega n.1128». E di fronte a una simile sfilza di numeri è evidente che la sua umanità aveva i minuti contati.